Generali Ass.: ceo Donnet incontra premier Vietnam per opportunità investimento

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il Group ceo di Generali, Philippe Donnet, ha incontrato oggi il Primo Ministro del Vietnam, Nguyen Xuan Phuc, per discutere delle opportunità di investimento e del potenziale economico del Paese sottolineando il forte impegno di Generali per sviluppare le proprie attività nel paese.

L’incontro, si legge in una nota, rientra nell’ambito della visita ufficiale di Donnet in Vietnam, dove Generali è presente dal 2011 e diventando uno dei principali player del mercato.

Al termine dell’incontro Donnet ha affermato: “E’ stato un vero privilegio poter incontrare il Primo Ministro Nguyen Xuan Phuc e comprendere la sua visione di un mercato in rapida crescita come il Vietnam. Questo paese rappresenta per noi una realtà molto attrattiva, guidata da una forza lavoro giovane e dinamica che sta integrando sempre più la nazione all’interno dell’economia globale Generali è molto soddisfatta per aver costituito una solida presenza in Vietnam ed è entusiasta di poter espandere la sua offerta di prodotti e servizi a favore dei suoi cittadini”.

Donnet ha inoltre sottolineato l’ambizione del gruppo di voler rafforzare la propria presenza in altri mercati emergenti dell’Asia. Generali, tra le maggiori compagnie al mondo nell’offerta di prodotti assicurativi, mira a differenziarsi attraverso la sua cultura focalizzata sulle esigenze dei clienti fornendo prodotti innovativi, realizzati su esigenze specifiche dei singoli mercati, unitamente ad una customer experience superiore.

“In Vietnam vogliamo realizzare una compagnia assicurativa moderna, attenta alle esigenze in costante evoluzione dei nostri clienti, e quindi concentrata per essere flessibile, agile e innovativa. Sono più che convinto che la nostra squadra, guidata da Tina Nguyen, potrà trasformare questa nostra visione in realtà”, ha aggiunto Donnet. Nell’ambito della visita del Group ceo, Generali Vietnam insieme al National Fund of Vietnamese Children ha presentato The Human Safety Net, il movimento globale supportato da Generali per sostenere le famiglie svantaggiate.

com/cce

(END) Dow Jones Newswires

June 22, 2018 12:45 ET (16:45 GMT)

MPS cede a Quaestio sgr (Atlante II) le junior notes: completata cartolarizzazione di 24,1 miliardi acquisiti in totale a 4,3 mld (17.84%)

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 22.6.18

Con l’annuncio odierno, che pubblichiamo di seguito, assume un significato evidente la “svalutazione” al 17.5 % del valore lordo delle sofferenze delle “quatto banche” (Etruria, Carife, Marche e Chieri) imposta da Banca d’Italia e che le portò al successivo default che ad alcuni piace chiamare “risoluzione“. Quaestio, confermando la centralità per i suoi fondi Atlante (II ma anche I) del business degli NPL ha acquisito da MPS 24,1 miliardi di sofferenze lorde a 4,4 miliardi, pari al 17,84%. Preveggenza di Bankitalia o prezzo target ottenuto passo passo con il via all’addio alle 4 banche? Il direttore

Banca Mps perfeziona la cessione a Quaestio sgr delle junior notes e deconsolida il portafoglio cartolarizzato

Banca Mps comunica che in data odierna è stata perfezionata con Quaestio Capital SGR S.p.A., per conto di Italian Recovery Fund (ex Fondo Atlante II), la cessione del 95%* delle junior notes di nominali 565 milioni di euro, relative alla cartolarizzazione del portafoglio di sofferenze del Gruppo Mps.

Tale operazione, facendo seguito alla cessione del 95%* delle mezzanine notes di nominali 847,6 milioni di euro, avvenuta il 9 gennaio 2018 sempre all’ Italian Recovery Fund, segna il completo raggiungimento degli obiettivi previsti dagli accordi sottoscritti con Quaestio Capital SGR S.p.A. il 26 giugno 2017, che prevedevano l’acquisizione da parte di quest’ultimo delle tranches mezzanine e junior della cartolarizzazione del portafoglio di sofferenze del Gruppo Mps entro il 30 giugno 2018.

L’operazione complessiva rappresenta la più grande cartolarizzazione mai fatta a livello europeo e

segna un passaggio significativo nel percorso, previsto dal Piano di Ristrutturazione 2017-2021,

approvato in data 4 luglio 2017 dalla Commissione Europea, di dismissione della quota prevalente

delle proprie sofferenze da parte del Gruppo Mps. La cessione delle junior notes, in aggiunta a

quella delle mezzanine notes e alla totale esternalizzazione delle attività di recupero del portafoglio, comporta infatti in pari data il deconsolidamento del portafoglio cartolarizzato, per un valore lordo pari a circa euro 24,1 miliardi (valore netto di euro 4,3 miliardi).

Relativamente agli impatti economici della cartolarizzazione e del deconsolidamento, si ricorda che gli stessi sono stati già contabilizzati nell’esercizio 2017.

* il 5% delle note junior e mezzanine è stato trattenuto dal Gruppo MPS ai fini del rispetto della ‘retention rule

La Germania ha guadagnato 2,9 miliardi di euro dalla crisi greca

ANACHARSIS83 lacrunadellago.net 22.6.18

di Cesare Sacchetti

Solamente nella scorsa notte, l’Eurogruppo, il summit dei ministri delle Finanze dell’eurozona, si è riunito per decretare la fine del commissariamento greco.

Dopo 8 anni, è stato concesso alla Grecia il “congelamento”  per della restituzione dei prestiti ricevuti dal fondo Salvastati, un ammontare pari a circa 110 miliardi di euro che la Grecia potrà versare tra 10 anni.

Si chiude, almeno formalmente, una epoca fatta di costanti “salvataggi” che ha portato la Grecia ad indebitarsi con l’impegno di attuare una durissima austerità che ha fatto aumentare il debito pubblico ellenico fino alla soglia attuale del 180% del PIL, quando solo 8 anni fa si attestava al 146,2%.

Se dunque l’obbiettivo dei prestiti e del programma di riforme strutturali era quello di ridurre la mole del debito pubblico, questo obbiettivo può dirsi fallito senza contare che per implementare le riforme chieste dalla Troika, la Grecia ha subito una crisi socio-economica senza precedenti che ha prodotto un tasso di disoccupazione costantemente a doppia cifra, mai sceso sotto il 20%, e con il 35% della popolazione a rischio di povertà o di esclusione sociale, come riportato dai dati pubblicati dall’Eurostat.

Dunque la storia della crisi greca non ha certo visto i greci come vincitori, ma allo stesso tempo porta a considerare anche un altro luogo comune piuttosto popolare tra i falchi tedeschi che vede la Germania come il paese che si sarebbe fatto carico di questi “salvataggi” sulle spalle dei virtuosi contribuenti tedeschi.

La Germania ha guadagnato dalla crisi greca

Ma è andata effettivamente così? Una richiesta presentata dal partito verde tedesco al governo federale di Berlino per rendere noti i profitti ricevuti in questi anni dalla crisi greca, smentisce completamente questa narrativa.

Secondo i dati in questione, negli ultimi 8 anni, la Germania ha guadagnato ben 2,5 miliardi di euro dalla crisi greca, profitti ricevuti in massima parte dagli interessi sui titoli di Stato greci.

La Bce difatti negli ultimi anni è stata impegnata nell’acquisto sul mercato secondario dei titoli di Stato dei paesi membri dell’eurozona.

Oltre al noto Quantitative Easing, c’è anche un altro programma di acquisto dei bond dedicato ai paesi del Sud Europa più colpiti dagli effetti della crisi economica che prende il nome di SMP, ovvero Securities Market Program, con il quale la Bce ha acquistato titoli di Stato greci, italiani e spagnoli per una cifra pari a circa 200 miliardi di euro.

I rendimenti dei tassi di interesse di questi titoli sono stati poi trasferiti dalla Bce alle banche centrali nazionali azioniste dell’istituto di Francoforte, e la Bundesbank, la banca centrale tedesca, ha ricevuto più profitti perchè detiene la parte maggiore di capitale della Bce, con il 17,9% delle quote sottoscritte.

La Bundesbank ha poi trasferito a sua volta i rendimenti dei tassi di interesse dei titoli greci nelle casse del governo federale di Berlino che in tutti questi anni ha ricevuto complessivamente da questa operazione 3,4 miliardi di euro.

Gli accordi tra i paesi dell’eurozona erano che questi profitti fossero poi restituiti alla Grecia a patto che questa andasse avanti con l’impegno di realizzare le riforme strutturali.

Ma i rendimenti del SMP sono stati restituiti dalla Germania alla Grecia solamente nel 2013, quando 527 milioni di euro sono stati versati da Berlino ad Atene, e nel 2014, quando altri 387 milioni di euro sono finiti invece nelle casse del Fondo Salvastati.

Quindi Berlino si è portata a casa complessivamente da questa operazione ben 2,5 miliardi di euro, senza contare altri 400 milioni di euro dei tassi di interesse ricevuti da un altro prestito fatto alla Grecia dalla KfW, l’omologo della Cassa Depositi e Prestiti italiana, con i quali il profitto della Germania dalla crisi greca sale a 2,9 miliardi.

Se dunque c’è un vincitore della crisi greca e qualcuno che ci ha guadagnato, quel qualcuno è sicuramente la Germania.

La Svizzera e la mafia: un rapporto che dura da 50 anni

SIMONA GAUTIERI / S.F. tio.ch 22.6.18

Il nostro Paese non è immune da questa forma di criminalità. Lauber: «Le organizzazioni mafiose investono capitali e cercano vantaggi economici. L’edilizia e la ristorazione ne sono un esempio»

Che la mafia, anzi le mafie intese come la mafia siciliana, la ‘ndrangheta calabrese e la camorra napoletana, abbiano infiltrazioni in Svizzera non è una ipotesi, è un dato di fatto e lo è da almeno 50 anni. Forse è una mafia diversa, che non uccide ma investe, che non è rappresentata da loschi personaggi con coppola in testa e lupara sotto il braccio ma piuttosto da manager e colletti bianchi. Una mafia che non ha alcun interesse a rendersi visibile ma che prospera in un sottobosco fatto di mazzette, appalti truccati, cassette di sicurezza e attività imprenditoriali all’apparenza legali ma comprate con denaro proveniente da attività che non lo sono affatto.

Capitolo 1

Mafia, questa conosciuta

Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra operano, su scala mondiale, con metodi operativi che hanno mutuato dalle grandi multinazionali, investendo i guadagni del traffico di droga, armi, prostituzione e lavoro nero in business. Capitali sporchi ma allettanti che si possono infiltrare ovunque, nella politica e nelle banche, nella pubblica  amministrazione e persino nella ristorazione, inquinando il mercato finanziario e la società.
La mafia mantiene i principi arcaici ma si adegua alle evoluzioni di una società sempre più veloce e tecnologizzata, ed ecco perché i suoi uomini sono ora avvocati e professionisti laureati in prestigiose università, capaci di aggirare sapientemente le norme nazionali e internazionali sul riciclaggio. Colti e conoscitori di più lingue, si sono inventati anche nuove tecniche di riciclaggio con le ‘truffe carosello’ o le società ‘cartiere’, mere scatole vuote per emettere false fatturazioni.


Ti Press

Il mafioso svizzero:  E quando si parla di riciclaggio di denaro la Svizzera, anche dalle numerose testimonianze dei collaboratori di giustizia, risulta essere stata, specialmente in tempi passati, terra d’elezione per le attività di ripulitura e reinvestimento di denaro sporco. Il mafioso, così come il camorrista e lo ‘ndranghetista, non ha un solo identikit: oltre al colletto bianco ci sono anche gli imprenditori affiliati a qualche cosca che si trasferiscono nel paese elvetico con capitali mafiosi e utilizzando i mezzi di intimidazione e collusioni, cari all’organizzazione mafiosa, svolgono diverse attività economiche all’apparenza “sane”.
Oltre a questi capi però in Svizzera è presente anche la manovalanza, che va dal semplice “soldato” al “colonnello” dell’organizzazione mafiosa, che pur operando in modo più nascosto, svolgono compiti e non funzioni criminali simili a quelle svolte nei territori d’origine.

Ticino forziere prediletto: Da sempre la Svizzera, e in special modo il Canton Ticino, hanno rappresentato il forziere prediletto delle organizzazioni criminali tradizionali, questo anche per la vicinanza  fisica con il confine italiano e l’economia più florida rispetto a quella italica, rappresentando un punto di passaggio attraverso cui far perdere le tracce del denaro e la sua origine illecita. Storicamente un elemento determinante per la penetrazione delle mafie al Nord è stata la condanna al confino a cui venivano assoggettati i mafiosi: i boss confinati iniziarono a prendere contatti con i propri conterranei presenti nel territorio riprendendo di fatto ad esercitare la propria attività criminosa. Nella fase iniziale, intorno agli anni ’50 e ’60, i clan hanno semplicemente esportato le modalità di azione che gli erano proprie, compresa l’intimidazione, investendo in zone dove l’imprenditoria e il mercato non erano soggette a norme stringenti sulla indagine della provenienza di quelle ingenti liquidità. Nel corso degli anni ’70, specialmente in Ticino, iniziò a crescere esponenzialmente il fenomeno del riciclaggio di attività mafiose tra le quali, all’epoca, spiccava anche quella del sequestro di persona e della droga.

Capitolo 2

Pizza Connection


Fotolia

Il ruolo della Svizzera come centro nevralgico per il riciclo del denaro sporco, emerge con forza negli anni ’80 con l’inchiesta denominata ‘Pizza connection’, una vasta  operazione condotta contro una banda di trafficanti italoamericani che raffinava eroina in Sicilia e la smerciava in tutto il Nord America utilizzando una rete di pizzerie e ristoranti. L’indagine condotta da F.B.I e dalla polizia dello Stato di New York, in collaborazione con il pool antimafia di Giovanni Falcone e ai magistrati svizzeri Carla Dal Ponte e Paolo Bernasconi, durò 4 anni e portò all’arresto di 32 persone. Il primo dei procedimenti contro i trafficanti che avevano portato in Svizzera oltre 1,5 miliardi di dollari, si svolse a Lugano nel 1985 e vede tra gli imputati Roberto Palazzolo, un finanziere siciliano che operava tra Italia, Germania e, appunto, la Svizzera. Fu proprio il giudice Falcone ad avere per primo l’intuizione che bisognava seguire la pista del denaro per arrivare ai colletti bianchi e ai salotti buoni del crimine organizzato.


Tipress
Dal suo ufficio a Lugano alle relazioni internazionali con la ‘ndrangheta. Francesco Moretti a processo a Lugano

L’arresto dell’avvocato ‘ndranghetista di Lugano: Nel 2000 scoppia il clamoroso caso dell’arresto dell’avvocato Francesco Moretti, ritenuto uno dei riciclatori della ‘ndrangheta, che dal suo ufficio a Lugano aveva intrecciato relazioni molto influenti e pericolose. Il 16 giugno 2003 si ha la prima condanna per organizzazione criminale in Svizzera, pronunciata in Ticino dai giudici delle Assise criminali di Lugano. L’avvocato Moretti viene condannato a 14 anni per aver riciclato, tra il 1993 e il 2000, almeno 75 miliardi delle vecchie lire ripuliti per conto della ‘ndrangheta e di cosa nostra. La condanna è stata confermata nell’aprile del 2004 dalla Corte di cassazione e revisione penale e, nel novembre dello stesso anno, in modo definitivo dal Tribunale federale.

L’inchiesta Roscoba finisce a Lugano: Nel 2009 si conclude il filone ticinese della maxi inchiesta internazionale ‘Roscoba’ che, ad inizio 2000, aveva permesso di far luce su di una vasta attività di riciclaggio condotta dalla ‘ndrangheta. Ne era risultato coinvolto anche un cittadino luganese, fiduciario dell’organizzazione criminale, ritenuto colpevole dalla Corte di Lugano di ripetuta amministrazione infedele aggravata e ripetuta falsità in documenti. Nell’ambito della inchiesta era emerso che, tra il 2000 e il 2001, 46 milioni di franchi della ‘ndrangheta, ricavati dal traffico di cocaina, erano stati “lavati” in Ticino per poi essere trasferiti all’estero.

A Bellinzona sbarca Montecristo: Nel 2009 e nel 2012 viene invece celebrato il processo a carico della “mafia delle sigarette”, conosciuto come caso ‘Montecristo’ nel Tribunale di Bellinzona. Furono rinviate a giudizio nove persone residenti in Svizzera, sospettate di appartenere ad una organizzazione criminale dedita al riciclaggio di denaro proveniente dal contrabbando di almeno 215 milioni di stecche di sigarette dal Montenegro all’Italia. Tra loro figuravano i ticinesi  Franco Della Torre, Fredy Bossert, Michele Varano, e poi altri imputati quali Paolo Savino, Patrick Monnier, Luis Angel Garcia e Pietro Virgilio. Tutti accusati a vario titolo di organizzazione criminale per il contrabbando. Tutti furono assolti.


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Tribunale Penale Federale. Gennaio 2012. Va in scena il processo Montecristo bis, mafia delle sigarette. Carla Del Ponte, già procuratrice generale della Confederazione, dopo l’ uscita dall’aula del Tribunale Penale Federale (sala del Gran Consiglio per l’ occasione trasformata in aula penale), dove fu ascoltata come testimone

Il clan Ferrazzo: Nel 2002 viene avviata dal Ministro pubblico della Confederazione, su informativa presentata dalla autorità antimafia di Roma, l’inchiesta ‘Quatur’, per far luce sulle ramificazioni elvetiche del clan Ferrazzo. Dagli atti di accusa risultavano essere state monitorate attività criminali relative a traffici internazionali di stupefacenti per un valore di oltre 14 chilogrammi di cocaina, traffico di armi e riciclaggio di denaro per un importo superiore a 15 milioni di franchi svizzeri. Tali attività illecite si sarebbero svolte, in particolar modo tra l’Italia, Zurigo e il Ticino. Nell’autunno del 2011 si arriva ad una imputazione per tutte le persone coinvolte ma l’iter giudiziario si rivelerà lungo e farraginoso. Nel 2012 infatti il Tribunale federale deve rispedire il dossier alla Procura per un vizio del contraddittorio durante l’istruttoria predibattimentale. Gli interrogatori vengono ripetuti e nel 2013 il Pubblico Ministero della Confederazione formula un nuovo atto di accusa per poi arrivare ad un secondo stop per vizi formali in materia di trascrizione delle intercettazioni ambientali e telefoniche. L’11 dicembre del 2014 viene abbandonata l’imputazione di appartenenza ad una organizzazione criminale nei confronti dei principali imputati nei confronti dei quali sarà, comunque, promossa l’accusa per i restanti reati tra i quali infrazione aggravata della legge federale, riciclaggio di denaro aggravato, falsità in documenti e usura.


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Il campanello di Franco Longo. Fu arrestato a Vacallo a metà dicembre del 2014

Un clamoroso arresto a Vacallo: Il 2014 è un anno particolarmente denso di attività giudiziaria e di inchieste inerenti l’attività di affiliati alla mafia operanti in Ticino. Il 18 dicembre viene arrestato insieme ad una sessantina di persone, nell’ambito della inchiesta ‘Rinnovamento’ che indaga sulla cosca della ‘ndrangheta Libri-De Stefano-Tegano, Franco Longo, un sessantenne residente a Vacallo. Originario di Campobasso, era residente da qualche anno in Ticino dove aveva acquistato alcuni immobili. Per gli inquirenti il suo ruolo all’interno della organizzazione criminale era quello di essere un punto di riferimento per tutto ciò che concerneva i proventi delle attività illecite condotte dalla cosca.
Nel novembre dello stesso anno viene arrestato, nell’ambito di una maxi inchiesta condotta dalla Procura distrettuale antimafia di Milano, un 53enne ex operaio frontaliere di Bellinzona con l’accusa di essere il capo di una cellula locale della ‘ndrangheta nella provincia di Como.


La cosca di Frauenfeld: la foto che fa il giro della Svizzera e dell’Italia. Svolgeva indisturbata i propri traffici da 40 anni in Svizzera, ma conservava un rigido legame con la base in Calabria.

Viene alla luce la cosca di Frauenfeld: Nell’agosto del 2014 a seguito di una conferenza stampa delle autorità italiane e svizzere, si vanno delineando i contorni di una importantissima indagine su di una cellula della ‘ndrangheta operativa da circa 40 anni a Frauenfeld e direttamente collegate alle cosche di Vibo Valentia e Reggio Calabria. L’operazione ‘Helvetia’, condotta dalla Dda di Reggio Calabria, conferma l’operatività di alcuni esponenti della ‘ndrangheta in Svizzera attraverso la ‘società’ di Frauenfeld collegata al ‘locale’, ossia la cosca di Fabrizia in provincia di Vibo Valentia. Come emerge dalle indagini la “società di Frauenfeld” era operativa già negli anni ’70, con a capo Antonio Nesci, che impartiva le disposizioni per la conduzione delle attività illecite, in primis il traffico di droga.
Dalle indagini è risultato chiaro che in Svizzera vi è, da anni, una presenza strutturata della ‘ndrangheta calabrese e , nello specifico, dell’esistenza di un legame indissolubile che lega i “locali” esteri alla casa madre e che passa non solo per il vertice dell’intera ‘ndrangheta, la “Provincia” , ma per i “locali” migrati laddove ci sono appendici delle stesse famiglie che all’estero si sono ricostituite e sono operative. Di conseguenza i “capi locali” di Frauenfeld si rivolgevano al ‘capo locale’ di Fabrizia per tutte le attività condotte nel paese elvetico tra cui il traffico di droga, estorsioni e riciclaggio e al reimpiego di capitali di illecita provenienza in attività imprenditoriali, specie edili. Tra le cause in discussione vi era anche la richiesta di autorizzazione ad estendere il dominio territoriale ad altre località, tra cui il comune tedesco di Singen, dove era di stanza un altro capo locale affiliato alla ‘ndrangheta.


Guardia di finanza
L’operazione Hydra porta a diversi arresti in Italia, tra cui un uomo a Bergamo affiliato al clan Mancuso, con diverse attività commerciali in Svizzera

Reperti archeologici e il clan Mancuso: Nel 2015 altre due operazioni condotte dall’antimafia riportarono alla luce delle ribalta le infiltrazioni mafiose in Svizzera. Durante l’operazione ‘Purgatorio’ vennero arrestate 7 persone collegate al clan Mancuso accusate di commercio illecito di reperti archeologici in Svizzera appunto, mentre con l’operazione ‘Hydra’ venne smascherato un libero professionista di Bergamo, affiliato al clan Mancuso, a cui erano fittiziamente intestate società operative nel settore commerciale e immobiliare con sedi nel bergamasco e in Svizzera. Secondo il rapporto della polizia “ Il territorio della Confederazione elvetica rappresenta un luogo ove i latitanti della ‘ndrangheta potrebbero trovare rifugio grazie al supporto fornito da reti operative e logistiche della criminalità italiana”. Inoltre, come rivelato dal pentito Gennaro Pulice, lo stesso aveva preso la residenza a Lugano nel 2013 “pagando una mazzetta grazie ad un funzionario di origine calabrese”. Da oltre trent’anni quindi emerge chiaro il collegamento stretto tra la Svizzera, e in special modo del Ticino per la sua vicinanza geografica al Nord Italia, e i clan mafiosi. Numerosi i nomi illustri transitati nel paese elvetico per via delle loro attività illecita o per depositare i loro tesori di derivazione criminosa.


Il pentito Gennaro Pulice. Aveva preso residenza a Lugano nel 2013 pagando a quanto pare una mazzetta grazie ad un funzionario di origine calabrese.


Matteo Messina Denaro, considerato tra i latitanti più ricercati al mondo.

L’erede di Totò Riina: Passa infatti anche dal Canton Ticino la ricerca del super latitante, quasi certamente erede designato di Totò Riina, Matteo Messina Denaro. La pista seguita dagli investigatori riguarda una serie di carte di credito collegate ad una banca di Lugano dove, fino al suo arresto, si recava l’imprenditore Domenico ‘Mimmo’ Scimonelli, nato a Locarno e residente in Ticino per una ventina d’anni. Trasferitosi in provincia di Trapani, Scimonelli è  diventato uomo d’onore della locale famiglia mafiosa di Partanna e uomo di fiducia del latitante per il quale fungeva da corriere con borse cariche di soldi da depositare nelle banche luganesi. Questi soldi venivano poi riportati a Castelvetrano dove risiedono i familiari di Messina
Denaro.
In Ticino Mimmo Scimonelli aveva intestato diverse società a dei prestanome ticinesi con l’unico scopo di disporre di carte di credito su cui sono risultati numerosi  ovimenti non collegati con le società dato che le stesse erano scatole vuote senza attività. Anche in passato la polizia svizzera si era messa sulle tracce del super latitante seguendo la pista di traffici illeciti di reperti archeologici e opere d’arte e il riciclaggio di ingentissime somme di denaro. Scimonelli sintetizza bene l’anima moderna di Cosa nostra che decentra le proprie attività affidando ruoli classici come il corriere di soldi o di pizzini ad imprenditori e manager integrati nel tessuto sociale e capaci di mimetizzarsi dietro attività imprenditoriali apparentemente legali.

Il clan dei Casalesi: Anche il clan dei Casalesi, il più sanguinario clan della camorra napoletana, ha interessi non solo in Ticino ma in tutta la Svizzera: si indaga su numerosi conti bancari dove sarebbero confluiti gli introiti guadagnati con il gioco d’azzardo online, la nuova frontiera delle attività delle organizzazioni criminali. Gli investigatori indagano sui tanti viaggi in Svizzera di alcuni famigliari del boss Francesco Schiavone, detenuto da tempo all’ergastolo ma la cui famiglia è ancora attiva negli affari del clan dei Casalesi. Come riferito anche dal pentito Gaetano Vassallo, i Casalesi avrebbero diversi conti correnti aperti a Lugano e comprerebbero in Svizzera le armi usate poi per la loro attività criminosa. Sempre in Svizzera i Nas hanno appurato che lo stesso clan gestiva un traffico di farmaci vietati: alcuni affiliati al clan si recavano infatti a Lugano per acquistare farmaci illegali con i quali dopare le bufale dei loro allevamenti e battere così l’onesta concorrenza sulla produzione del latte.

Capitolo 3

Dalle ‘lavatrici’ per ripulire il denaro sporco alle armi

Le armi arrivano dalla Svizzera: Armi, droga, appalti e soldi, tantissimi soldi da “lavare” e tenere al sicuro nei  caveau delle banche svizzere oppure da rimettere in circolazione investendo nel mattone. Sono questi i capisaldi delle attività mafiose in Svizzera. I soldi si fanno con le estorsioni, il potere si mantiene con le armi e i guadagni si moltiplicano con la droga: in pratica è questa la sintesi del credo professato dai boss della ‘ndrangheta incarcerati a Campobasso e ignari di essere intercettati. Si dicevano di quanto fosse facile recarsi in Svizzera per comprare le armi e che le stesse venivano anche recapitate ‘a domicilio’ in Calabria.
Era di fatto questo il modo di operare anche del clan Ferrazzo, della ‘ndrina di Mesoraca, nel crotonese, cliente abituale del mercato elvetico delle armi e delle banche ticinesi presso le quali aveva messo al sicuro parte delle proprie ricchezze. Del legame tra la cosca Ferrazzo e la Svizzera si è avuto conferma il 2 settembre del 2015, data in cui è scattata una vasta operazione chiamata ‘Isola felice’ che ha portato in carcere 25 persone e fatte iscrivere ben 49 nel registro degli indagati. A far scattare l’indagine proprio le intercettazioni raccolte tra boss nel carcere di Campobasso nelle quali si parlava chiaramente di come pistole, fucili e mitra arrivassero dalla Svizzera.

 


Agenzia delle dogane

Il Ticino “lavatrice” del denaro sporco: L’efficace metodo usato è di una semplicità disarmante: si affidavano le valigie cariche di armi a persone che dalla Svizzera tornavano al Sud nei propri paesi di origine viaggiando su autobus di linea. Il tutto sotto la direzione del clan Ferrazzo che ormai da anni ha messo le sue radici in territorio elvetico e che in Ticino aveva le sue ‘lavatrici’ per ripulire il denaro guadagnato con il traffico di armi e droga. A tal fine erano state costituite due società, tra di loro collegate ed i cui patrimoni erano caratterizzati da una assoluta  confusione contabile, il cui scopo era ufficialmente raccogliere capitali da investitori svizzeri ed internazionali, ma che di fatto si riduceva alla raccolta di masse di  contanti di origine quanto mai incerta. La novità è che invece che affidarsi a qualche funzionario o agenzia compiacente, il clan ha deciso di costituire in proprio delle società da utilizzare per appropriarsi dei depositi degli investitori e ripulire ingenti somme di denaro provenienti da attività illecite.

Il “misterioso” collezionista Jean: Nel 2012, nell’ambito di una operazione di polizia della Procura di Milano, finiscono in manette 12 persone tra cui parenti di boss e persone con precedenti penali. Personaggio di spicco è Nicolao Ambrosini, 68enne di Lodrino e residente a Bellinzona ed arrestato a marzo in Ticino per traffico di droga. Messo alle strette dagli  inquirenti lo stesso Ambrosini ha poi ricostruito le compravendite di armi che conduceva in Svizzera: pistole, mitra e fucili a pompa acquistati prevalentemente nel Canton  Uri, da un certo Jean, un  ‘collezionista’, conosciuto a Locarno e con il quale si incontrava in una stazione di serviziodi Rastaetten ad Aldorf. Nell’ambito del traffico di armi  sono stati anche accertati i suoi rapporti con Francesco Scicchitano, coinvolto nella indagine ’Quatur’ per riciclaggio e partecipazione e sostegno di una organizzazione criminale, e con Eugenio Ferrazzo, figlio di Felice boss del clan di Mesoraca.

L’operazione “Isola felice”: E’ da tempo che gli organi di polizia e i magistrati che si occupano di fenomeni criminali mafiosi sono a conoscenza del mercato delle armi in Svizzera. Prima delle intercettazioni di Campobasso e dell’operazione ‘Isola felice’, ne aveva parlato, anni fa, il pentito Giuseppe di Bella che ha raccontato agli inquirenti di come la mafia abbia ramificazioni ovunque e di come lui stesso si sia recato più volte in Svizzera per comprare armi e depositare soldi nelle banche ticinesi. La Svizzera, racconta il pentito, è un grande supermercato per la ‘ndrangheta “andiamo con due macchine a Zurigo e raggiungiamo una grossa armeria. Lì ci aspetta il proprietario che ha rapporti con alcuni cambisti del casinò di Campione e con certe banche svizzere. Abbiamo una valigetta con 15 milioni di lire. L’armiere ci consegna 40 pezzi”. Fu la Digos, qualche anno fa, a sequestrare oltre 200 mitra e altrettante pistole mitragliatrici portate, in soli 6 mesi, dalla Svizzera in Lombardia.

Finita l’epoca dei tesori in banca: Una delle più fiorenti attività condotte dalle organizzazioni criminali in Svizzera rimane quella del riciclaggio di denaro sporco, frutto dei proventi delle loro attività illegali.
Riciclare comporta di nascondere tale denaro, eventualmente dandogli una parvenza finale di provenienza lecita o utilizzando il denaro sporco per acquistare una casa o un attività commerciale di qualsiasi tipo oppure utilizzando complessi strumenti di finanza strutturata.
Fino ad epoca recente era nelle banche svizzere che gli inquirenti trovavano i tesori della mafia e della ‘ndrangheta: conti bancari aperti grazie all’aiuto di qualche  funzionario compiacente e che metteva al sicuro i milioni di cui la criminalità aveva bisogno per continuare a condurre le proprie attività.


Tipress

Lingotti d’oro e cassette di sicurezza: Dal 2013 le banche hanno iniziato ad applicare la strategia del denaro dichiarato: vengono aperti nuovi conti a cittadini stranieri solo se sono fiscalmente in regola. Per quelli già esistenti gli istituti limitano il prelievo di denaro contante mentre per la loro chiusura è richiesto di indicare una destinazione chiara e tracciabile. In base poi alla nuova legge antiriciclaggio, tutti gli intermediari sono obbligati a segnalare all’Ufficio federale di comunicazione i sospetti di riciclaggio. Come sempre accade però, fatta una legge si trova anche il modo di bypassarla, ed ecco prendere sempre più piede l’acquisto di lingotti d’oro e l’utilizzo delle cassette di sicurezza. Ed è proprio il Ticino ad essere indicato come il nuovo paradiso per chi vuole nascondere tesori alla giustizia e al fisco. Nel primo caso sono spesso le banche ad indicare al cliente-evasore a quali commercianti di oro rivolgersi: con un bonifico il cliente acquista dei lingotti d’oro che poi rivende il giorno dopo. A fronte di una piccola perdita di soldi, legata al loro valore fluttuante, l’evasore ha però la garanzia di recuperare gran parte di quel denaro contante che la banca non gli può far  prelevare. Dopo di che, solitamente, il contante viene depositato in una delle tante cassette di sicurezza affittate da società private, divenendo invisibile per il fisco e la giustizia.

Un centinaio di società del mirino: Per quanto riguarda l’utilizzo di queste ultime dal parte della criminalità organizzata, tantissime sono le attività investigative della polizia che portano dritto in Ticino e in special modo a Lugano. La strategia del denaro pulito e l’imminente entrata in vigore della normativa sullo scambio delle informazioni finanziarie, ha di fatto notevolmente ridotto i margini di manovra per chi ha la necessità di occultare al fisco il denaro frutto di evasione e riciclaggio. Da qui il crescente utilizzo delle cassette di sicurezza di cui ormai dispongono anche le società di traslochi, quelle fuori dal circuito bancario e non soggette ad alcun controllo. Per prenderle in affitto, con formula ‘self storage box’ in Ticino basta un documento di identità: si stima che nel Canton Ticino siano circa 50 mila cassette di sicurezza nelle banche e quindi perfettamente legali e legate ad un conto corrente. Di queste, circa un centinaio sono state affittate da una società sotto inchiesta per reati finanziari. Acconto a queste ci sono, come detto, tutte quelle messe a disposizione dagli istituti privati che in alcuni casi sono subentrati negli stessi locali dove un tempo c’erano gli uffici bancari, e che sono fuori da tutti i controlli. Per questo motivo da più parti si invoca la necessità di strumenti normativi più agili e precisi che vadano a colpire le organizzazioni criminali nei loro beni, indebolendone in questo modo le attività criminose. Magari con una normativa come quella italiana per la quale è possibile confiscare e congelare capitali mentre è in corso una inchiesta: in Svizzera invece ciò è possibile solo per motivi certi e fondati e per brevi periodi e ciò significa indebolire la capacità d’azione della magistratura.

I tentacoli degli appalti: Un altro ambito in cui è accertata e molto diffusa la presenza della criminalità organizzata è quello degli appalti. Strade, palazzi, infrastrutture costruite con materiale scadente da criminali senza scrupoli il cui unico obiettivo è il profitto. Sono 40 anni che la ‘ndrangheta investe e acquista immobili in Svizzera: in uno studio del 2008 l’Istituto di ricerca Eurispes aveva stimato in 44 miliardi di euro il giro d’affari della mafia calabrese. A fare la differenza, come detto, sono i prezzi applicati assolutamente fuori mercato e dovuti all’utilizzo di lavoratori in nero e ai materiali scadenti che vengono pagati una cifra e rincarati anche di dieci volte l’originario valore. Vi è poi il carosello dei subappalti che nessuno controlla e rendono più facili le infiltrazioni mafiose in questo campo. O meglio, i controlli vengono fatti ma gli ispettori sono troppo pochi; ecco il motivo per cui l’80% dei cantieri controllati nel Canton Vaud e il 50% a Ginevra risultano fuori norma. La polizia federale non si occupa di questa materia e i controlli sono demandati ai cantoni i quali hanno pochi funzionari a disposizione, con il rischio che le aziende sane e che operano nella legalità, scoraggiate dallo stato di fatto, lascino il mercato a quelle legate al crimine  organizzato.

Il boss “Peppe la mucca”: Come dichiarato dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria “gli appalti pubblici sono in cima al programma politico della ‘ndrangheta ed è il loro terreno di conquista. Lo fanno per mettere le mani sui soldi pubblici, controllare le imprese di settori vitali dell’economia e controllare il mercato del lavoro”. Recenti inchieste sulla ‘ndrangheta ha infatti evidenziato come alcuni boss conducevano una esistenza al di sopra di ogni sospetto proprio in Svizzera e si arricchivano, tra le altre cose, con gli appalti truccati: tra loro Giuseppe Larosa, noto come ‘Peppe la mucca’, che risiedeva in un tranquillo villaggio dei Grigioni o come il capocosca calabrese Antonio Nesci che abitava da anni a Frauenfeld.

Capitolo 4

Mafia e giustizia: analisi del sistema giudiziario e le possibili soluzioni


Keystone
Il Procuratore generale della Confederazione Michael Lauber

Alla ricerca di nuovi strumenti giudiziari: Per contrastare efficacemente un nemico potente come la mafia servono  strumenti giudiziari adeguati. Nulla si può fare davanti a un nemico veloce e capace di mimetismo se  si è dotati solo di una macchina giudiziaria farraginosa e lenta.  L’argomento, che diviene di scottante attualità a seconda che i media diano spazio alla notizia di qualche arresto eccellente o ad operazioni di polizia contro il crimine organizzato, divide e fa discutere. Da una parte ci sono magistrati come Michael Lauber che è stato procuratore generale della Confederazione il quale, in una famosa intervista rilasciata alla ‘Nzz am Sontag’ lamentava armi giuridiche spuntate nella lotta contro la mafia. “La semplice appartenenza ad una organizzazione criminale non è requisito sufficiente per una condanna. Bisogna provare che la persona abbia sostenuto concretamente l’organizzazione con attività criminali”. Davanti a questa inerzia  giuridicamente imposta ai magistrati, lo stesso Lauber, pur criticato da tanti colleghi e parti politiche, ha deciso dal 2012 di avviare procedimenti solo in presenza di fatti provati.

Una pena irrisoria: Oggetto della questione è l’articolo 260 ter del Codice penale che ha introdotto il reato di organizzazione criminale e che proprio il Tribunale di Lugano ha applicato per la prima volta nel 2003. Tale articolo prevede una pena edittale di 5 anni, considerata abbastanza irrisoria per il tipo di reato punito. Secondo tale articolo inoltre non basta  essere legato ad una organizzazione criminosa ma occorre aver compiuto degli atti in tal senso per essere perseguiti. E’ proprio tale fardello probatorio a carico dei magistrati che sarebbe il vero nodo da risolvere introducendo delle norme simile a quelle in vigore in Italia, dove il solo fatto di essere legato ad una organizzazione criminale, anche in assenza di reati imputabili al momento, è sufficiente per essere imputati in un procedimento penale. Entrato in vigore il 1 gennaio del 2011, il nuovo codice di procedura penale stabilisce il principio per cui i reati saranno perseguiti e giudicati secondo le stesse norme processuali senza più l’applicazione della procedura penale cantonale e la procedura penale federale.

Una battaglia sul piano internazionale: L’Ufficio dei giudici istruttori è stato abolito e sostituito con il Ministero pubblico della Confederazione. Un codice di procedura fortemente criticato come troppo ‘buonista’ ma difeso dal Consiglio federale come sufficiente e adeguato, permettendo di perseguire e punire i reati associativi commessi nell’ambito di una organizzazione criminale e la partecipazione ad una organizzazione criminale anche in assenza di reati commessi. Di certo molto è stato fatto in Svizzera per arginare le infiltrazioni mafiose nel suo territorio.
La vera sfida rimane l’incentivazione della collaborazione a livello internazionale: occorre un approccio investigativo a più ampio raggio fatto di coordinamento e scambio di informazioni con l’estero. La criminalità organizzata si muove contemporaneamente su più terreni e sarebbe controproducente pensare di svolgere le inchieste su di un campo ristretto e non di concerto con le altre autorità inquirenti.

Serve una solida coscienza civile: Altra cosa poi, non meno importante, è costruire una solida coscienza civile capace di cogliere i segnali della presenza del fenomeno mafioso come la corruzione o l’intimidazione. La gente è portata a pensare che se non ci sono eventi criminosi conclamati, come morti ammazzati, non ci sia nulla di cui preoccuparsi ma, come visto, i malavitosi hanno tutto l’interesse a non manifestarsi, a mimetizzarsi il più possibile con la società civile, operando nell’ombra e grazie alla consulenza di persone ben inserite.

Michael Lauber, Procuratore generale della Confederazione

«Il nostro Paese non è immune da questa forma di criminalità. Le organizzazioni criminali di stampo mafioso hanno acquisito la forza necessaria per penetrare l’economia legale e la Svizzera, che non fa eccezione ad altri Paesi europei e già solo per apertura culturale e per la condizione di benessere diffuso, offre terreno fertile per l’attecchimento del fenomeno criminale. In Svizzera non possiamo parlare di una presenza sistemica delle organizzazioni mafiose ma di una dimensione propria, diversa rispetto a quella del Paese dove hanno origine e dove presentano un forte legame con il territorio e si prefiggono di controllarlo e di sviluppare sinergie sociali, economiche politiche e culturali per condurre attività illegali. Le organizzazioni criminali operano dove trovano più conveniente farlo e aggrediscono laddove si presenta l’occasione favorevole, in diversi Cantoni della in Svizzera con l’insediamento di persone o strutture operative già solo con finalità di riciclaggio di denaro e di reimpiego dei profitti illeciti. Il Ticino non risulta essere il solo Cantone colpito dal fenomeno criminale. Le organizzazioni mafiose investono importanti capitali e cercano vantaggi economici o materiali nei più disparati settori dell’economia. L’edilizia e la ristorazione ne sono un esempio».

La Grecia di nuovo sulle sue gambe

tvsvizzera.it 22.6.18

Interno di un mercato coperto; file di banchi frigo sulla sinistra e sulla destra; tunnel al centro con parcheggiata un'apecar
Un mercato di Atene in un’immagine d’archivio.

(Keystone)

I ministri delle finanze dei Paesi della zona euro hanno raggiunto giovedì, dopo otto ore di negoziato, un accordo di principio sull’uscita della Grecia dal programma di aiuti. Il piano comprende, tra l’altro, misure per alleggerire il debito.

Secondo quanto si apprende, l’EurogruppoLink esterno ha deciso che l’ultima tranche di prestiti sarà di 15 miliardi di euro.

In base all’accordo, il termine di pagamento dei 110 miliardi di euro ricevuti dal vecchio fondo salva-StatiLink esterno (Efsf) è posticipato di 10 anni, così come è esteso di 10 anni il ‘periodo di grazia’ (ovvero nel quale non scatteranno sanzioni di ritardo).

I 15 miliardi dell’ultima tranche daranno alla Grecia una riserva di capitale che coprirà tutti i bisogni finanziari del prossimo anno.

“La Grecia lascia il programma di aiuti con un’economia più forte, ottenuta grazie alle riforme, ed è importante che prosegua nello sforzo di riforma”, si legge nel comunicato finale dei ministri dell’Eurozona.

VIDEO

http://www.tvsvizzera.it/tvs/accordo-dell-eurogruppo_la-grecia-di-nuovo-sulle-sue-gambe/44209732

Il commissario UE agli affari economici Pierre Moscovici, da parte sua, ha parlato di momento “storico ed eccezionale, la crisi greca finisce stasera in Lussemburgo”.

I costi della migrazione

Al suo arrivo a Lussemburgo venerdì -per la riunione dei ministri delle finanze dei 28 (EcofinLink esterno)-  il commissario UE al bilancio Guenther Oettinger ha invocato la solidarietà di tutta l’Europa verso Grecia, Malta, Cipro, Bulgaria, Italia e Spagna, ovvero i Paesi più colpiti dalla crisi dei migranti, “per alleviare il loro onere e rimborsare e onorare una parte dei loro costi e sforzi”.

Per questo, raccomanda che il minivertice di domenica a Bruxelles sia come “un richiamo della strada verso l’unità europea” per risolvere il problema.

ALFONSO SCARANO e DANIELE MAFFEIS Commentano la recente SENTENZA BOMBA sui Derivati Bancari sottoscritti dallo Stato Italiano

 scenarieconomici.it 22.6.18

Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente.

Daniele Maffeis, avvocato, professore ordinario di diritto privato.

 

Stimolati dalla lettura della sentenza della Corte dei Conti (n. 346 del 2018, depositata il 15 giugno 2018, qui consultabile nel suo testo integrale in QUESTO LINK) abbiamo pensato che sia utile provare a sottoporre al pubblico dei lettori i nostri pensieri, i dubbi e le convinzioni per allargare un dibattito su una questione importante come i contratti derivati finanziari conclusi dallo Stato italiano.

A.S: Sono veramente impressionato dalla lettura di questa sentenza che voglio approfondire parlandone con te. A me, da analista finanziario, pare totalmente incredibile che un operatore sia definito qualificato anche quando, come è dettagliato nella sentenza, non ha neppure i software per calcolare il valore corrente di questi derivati. D’altro canto, trovo curioso, ma spiegami tu, come mai l’iniziativa della procura abbia puntato cumulativamente agli operatori pubblici preposti dal MEF insieme alla banca e non invece la sola vera controparte industriale, ovvero la banca, con tutte le sue responsabilità di banca controparte. Sbaglio ?

D.M.: Presuppongo la lettura integrale della sentenza da parte dei lettori. La sentenza dice chiaro, in motivazione, che la questione ad essa sottoposta non è la validità civilistica dei contratti derivati ai fini dell’accertamento se essi siano validi o nulli, bensì esclusivamente l’accertamento della responsabilità – che la sentenza esclude – dei funzionari e quella – che del pari la sentenza esclude – della banca, e soltanto nella prospettiva della eventuale qualificazione della stessa banca come un funzionario di fatto dello Stato. Questo significa che dopo questa sentenza rimane intatta sia la questione della validità civilistica dei contratti – da farsi valere ovviamente da parte di uno dei contraenti o da un terzo interessato, davanti al giudice competente, che non è la Corte dei Conti – sia la questione dell’eventuale responsabilità della banca come intermediario finanziario, un intermediario che – la Corte dei Conti lo ricorda – ha agito sulla base di contratti che corrispondono a modelli ISDA e che sembrerebbero – il condizionale è d’obbligo – soggetti alla disciplina del Testo Unico dell’Intermediazione Finanziaria, quantomeno con riferimento ai presupposti per la qualificazione dello Stato italiano come operatore qualificato. Entrambe le questioni restano aperte e impregiudicate dopo questa sentenza – prima questione fra tutte, la legge applicabile e la giurisdizione applicabile -, ma ciò non toglie che molti punti della motivazione possono essere già oggi utilmente isolati come oggetto di riflessione per come sono stati impostati e risolti dalla Corte dei Conti. E certamente uno dei punti più delicati è quello della ritenuta esperienza dello Stato italiano che ne farebbe non solo un operatore qualificato, ma anche – quasi fosse una conseguenza automatica: il che non è – un contraente sullo stesso identico piano della banca.

A.S.: Non vorrei semplificare troppo, ma rimane il convincimento che se lo Stato italiano è ritenuto controparte qualificata debba avere tutti gli strumenti tecnici e per esserlo davvero e quindi i software, i dati, le competenze tecniche, di analisi quantitativa, le competenze pratiche e tenere un’organizzazione strutturata alla pari della controparte bancaria che potesse seguire minuto per minuto l’andamento di questi prodotti complessi come certamente fa la banca. Dalla lettura della sentenza addirittura emerge che il MEF non ha neppure il software. La cosa lascia veramente perplessi.

D.M.: Direi qualcosa di più e di parzialmente diverso. Se lo Stato italiano è un operatore qualificato, qualunque cosa ciò significhi – e a me l’operatore non finanziario, ma esperto nella negoziazione di swaption a volte ricorda anche Fantozzi, quando era stato, diceva, azzurro di sci -, la banca resta comunque la sua controparte, ma non una controparte qualsiasi, bensì una controparte soggetta, per superiori esigenze di ordine pubblico di stabilità dei mercati, al dovere di negoziare e di contrattare con le sue controparti, anche e forse soprattutto quando si tratta di Stati sovrani, in modo da evitare di andare a vincolarli a programmi di flussi finanziari in perdita, soprattutto quando la perdita delle controparti è probabile o molto probabile data la natura dei contratti e dato il valore finanziario e gli scenari probabilistici degli stessi. Tu mi dici che lo Stato italiano avrebbe dovuto quantomeno avere software e competenze specifiche nei derivati, per essere su un piede di parità con la banca. Ma a me sembra che ciò non sia realistico in linea di fatto e non sia neanche il punto davvero essenziale. Direi, all’opposto, che è del tutto ovvio che lo Stato italiano, come le Province, i Comuni, le imprese, se non sono intermediari finanziari, è normale che non abbiano affatto, non possano avere, non debbano avere, strumenti che le rendano, ancorché limitatamente ad un loro ramo di azienda, paragonabili a delle imprese bancarie. Tutto è possibile, ma mi sembra poco realistico immaginare che, siccome sul mercato finanziario circolano strumenti complessi, gli investitori debbano organizzarsi per conoscerli così come li conoscono le banche che li strutturano. Mi sembra che, a monte, a fare la banca deve essere la banca e che ciò a cui l’investitore, sia oppure uno Stato sovrano, ha diritto, è sempre una relazione fiduciaria con la banca sua controparte.

A.S.: Comprendo bene l’approccio giuridico, e certamente sta di fatto che dalla sentenza apprendiamo che lo Stato italiano, senza che nessuno lo sapesse, negli anni passati era stato uno spregiudicato speculatore, sempre perdente. Questo dovrebbe fare riflettere sia per quanto è stato ma soprattutto nello scenario del permanere di oltre 150 miliardi di esposizione di sottostante ai derivati e con strumenti tipicamente non di copertura speculativi sia in valute sia in swaption. Non pare dunque ragionevole che nello scenario futuro delle programmazioni di bilancio ala massa dei derivati non debba essere totalmente smontata perché il MEF si è dimostrato incapace storicamente di ben utilizzare questi strumenti e riportare l’esposizione debitoria in chiaro e al vero apprezzamento dei mercati finanziari. E insomma, le incognite di rischio ancora insite nei derivati non possono che influire sulla percezione degli operatori e dunque sullo spread.

D.M.: Parli di speculazione, e a proposito. A questo riguardo, la sentenza si segnala per due ragioni. La prima: oggi si statuisce che lo Stato sovrano, che ha concluso contratti non di copertura, può speculare. La seconda: oggi si statuisce che lo Stato sovrano può speculare anche se non è accertato (dalla sentenza, mi pare che non lo sia) che i contratti, attraverso i quali speculava – com’è stato nel caso di specie – fossero davvero trasparenti, il che avrebbe presupposto l’accertamento che mark to market e scenari probabilistici e relativi modelli di calcolo fossero stati, alternativamente, individuati e autonomamente utilizzati – e poi continuativamente aggiornati – dal MEF oppure predisposti e utilizzati – con continuità, modelli compresi – dalla banca controparte. Non mi è chiaro dalla lettura della sentenza se ciò sia accaduto. L’impianto della sentenza mi sembra però nel senso che valori e modelli siano ininfluenti ai fini del decidere. Sia chiaro che l’affermazione che speculare in sé non è un male è sacrosanta, altrimenti i mercati finanziari nemmeno esisterebbero. Ma uno Stato sovrano è uno Stato sovrano. E si capisce bene che un conto è propugnare l’idea che gli Stati sovrani speculano. Non propriamente acqua fresca. Altro conto è propugnare l’idea che gli Stati sovrani speculano, perché no, anche alla cieca, senza conoscere qualità e quantità del rischio assunto.

A.S.: Bello approfondire insieme con una prossima puntata, e comunque mi pare tu possa concordare che il tema dello Stato speculatore finanziario alla sostanziale insaputa del Parlamento non possa essere derubricato in una lista di priorità di interventi di questo nuovo Governo, perché non sia ora inconsapevolmente dissanguato dalle improvvide speculazioni passate.

Chi volesse leggere la sentenza la trova A QUESTO LINK

 

Arrestato il re dell’accoglienza dei migranti che viaggiava in Ferrari e amava le barche

silenziefalsita.it 22.6.18

Arrestato il re dell’accoglienza dei migranti.

Paolo Di Donato è finito agli arresti domiciliari per truffa ai danni dello Stato.

Con lui, leggiamo su TgCom, “altre quattro persone tra cui un funzionario pubblico, un agente delle forze dell’ordine e un impiegato del ministero di Giustizia”. E altre 36 persone risultano indagate.

L’accusa sostiene che queste persone “facevano affari sulle assegnazioni pilotate dei migranti, sul sovraffollamento dei centri e riscuotevano soldi per ospiti che da tempo avevano lasciato i centri d’accoglienza”.

Sui migranti, il cosiddetto re dell’accoglienza o “dei rifugiati”, è riuscito a guadagnare un milione di euro in pochissimi anni.

Nello Trocchia, giornalista d’inchiesta ed ex inviato per la trasmissione La Gabbia condotta da Gianluigi Paragone, ha raccontato che da cronista ha “avuto modo di conoscere Di Donato:

“A Benevento i suoi centri Damasco, approdo di migranti e richiedenti asilo, ora sono travolti dall’inchiesta della magistratura. Oltre due anni fa (per La7, la Gabbia) visitai quei centri raccontando lo stato di degrado e scarse condizioni igieniche nei quali versavano e incontrai lui, il dominus del sistema accoglienza e appassionato di politica e auto di lusso,” ha scritto Trocchia in un articolo per Tiscali Notizie.

E ha riportato quanto detto da Di Donato in quell’occasione: “Io non ho la Ferrari, non ho la Porche, non ci sta niente, con lei non voglio parlare”. E ancora: “Il mio consorzio Malaventum non è la Caritas, non è un’associazione di volontariato. Il mio margine di utile è il 10% ogni anno”.

“Tredici i centri gestiti dal consorzio di Di Donato e 740 i richiedenti asilo presenti nelle strutture con un incasso di 8 milioni di euro all’anno. Su Facebook si era fatto immortalare alla guida di un motoscafo e vicino ad una Ferrari. ‘Sette anni fa ho avuto la Ferrari, poi l’ho ceduta e allora?’ alzando la voce e perdendo la calma prima di recuperarla per ergersi a salvatore della patria. ‘La Prefettura? Ho dato una grande mano’,” ha raccontato Trocchia.

Cristiana carità per Formigoni, neofita della povertà

Luciano Scateni 22.6.18 lavocedellevoci.it

Costernazione (dal dizionario Devoto & Oli: “abbattimento, afflizione profonda, sgomento, disagio doloroso”). E’ il sentimento che intenerisce il cuore ed è suscitato dalla improvvisa caduta nel baratro delle povertà del signor Formigoni, uomo dai molti ex. Il derelitto (iellato al punto di portare sulle spalle una condanna a sei anni di reclusione per corruzione) e lo diciamo con le gote rigate da lacrime, è stato espropriato in via cautelare di beni per cinque milioni di euro. Ex governatore della Lombardia la malignità dei magistrati gli addebita 60 milioni di danni all’istituzione regionle da lui presieduta per “favori” alla clinica Maugeri.

E’ vero, in cambio ha navigato in una vita da nababbo, su barche di lusso, cene in ristoranti tre forchette, generose coppe di champagne stappato in gradevole compagnia sul jet privato, qua e là possedimenti immobiliari: case, negozi, una sontuosa villa e per non farsi mancare niente il vitalizio di ex deputato (altra iattura per lui, non rieletto) ed europarlamentare, la pensione. Fa tenerezza questo perseguitato della Corte dei Conti. In piena crisi depressiva, con voce fievole si appella alla carità cristiana con toni emozionanti: “Di questo passo, vivrò d’aria”.

Perché no, lanciamo l’idea di una colletta, per alleviarne le pene.

In margine a “io chi sono, chi sei tu” della disfida Salvini-Saviano, l’indignata replica dell’autore di Gomorra alla minaccia del ministro degli interni di privarlo della scorta. Confermata la convinzione che purtroppo la protezione armata ha dimostrato di non scongiurare gli attentati, due telegrafiche postille al “Buffone, non mi fai paura” di Saviano. La prima è di carattere istituzionale. Non è tra le mansioni del ministro degli interni assegnare o disdire le scorte, dunque l’ingerenza di Salvini è solo frutto di rancorosa vendetta per le critiche dello scrittore. Se poi si volesse economizzare e allora la priorità è senza dubbio quella delle migliaia di uomini delle forze dell’ordine che dovrebbero proteggere i politici, a rischio della loro vita (Moro, Falcone, Borsellino). In margine alla querelle poteva mancare l’esternazione dell’inetto Di Maio? Eccola: “Scorta? Pensiamo al contratto…ognuno dica quello che vuole, ma nel tempo libero”. Ponzio Pilato? Un dilettante.

In questa repubblica delle banane si replica con sistematica puntualità l’ondivaghismo di stereotipi della mediocre italianità: fatto un governo, cioè preso il potere, da destra, centro e sinistra parte un frettoloso e pilatesco sprint per saltare sul carro dei vincitori. Nessuna tipologia di saltatori ne è esente e in qualche casoe le ragioni del volta bandiera si intuiscono, sono chiare. Succede a politici girovaghi, a giornalisti (meglio premunirsi contro possibili purghe ed epurazioni e marginalità), a gente dello spettacolo (attori, produttori, sceneggiatori). E’ il caso di un paio di divi del cinema. Declama Claudia Gerini: “Bene governo, giusto censimento rom” e poco ci manca che indossi camicia, gonna e felpa verde leghista. I suoi biografi ricordano la precedente empatia con la sinistra.

Socio in questa virata di bordo anche il bello del ciac made in Italy, al secolo Scamarcio; “Ho votato per questo governo, Salvini non è razzista”

E ha ragione, lo sgradevole appellativo è mal indirizzato, forse pensa che si dovrebbe dirottare su Papa Francesco, Emergency, Medici senza Frontiere: Dice l’attore: “A tutti i pensatori di sinistra, che si fanno abbindolare dalla stampa mainstream, dico che all’interno di questo governo ci sono persone che hanno sempre votato a sinistra, che sono degli intellettuali, e che si sono candidati con Lega e M5S”. Ma che lucidità analitica. Fa impallidire i politologi di professione, gli osservatòri specializzati, il giornalismo di settore, la diffusa percezione della realtà.

Salvini e la prima casa “abusiva” demolita: esempio di dispotica intolleranza e attivismo repressivo del “Prima gli italiani”. E’ stata abbattuta la cucina di una donna anziana e malata.

Lettera aperta al Ministro dell’economia Giovanni Tria (di Giuseppe PALMA)

Giovanni Palma scenari economici.it 22.6.18

Caro Ministro,

siamo perfettamente d’accordo sul fatto che non si possa andare in Europa con l’ “elmetto” e “alla baionetta”, tant’è che siamo stati noi i primi a scriverlo, ma il governo di cui Lei fa parte – stando al contenuto del “contratto di governo” – è cosa assai diversa da quelli che l’hanno preceduto. Non a caso è lo stesso Presidente del Consiglio Conte che lo ha definito “il governo del cambiamento“, espressione letterale presente anche sul “contratto di governo”.

Ma vorrei attirare la Sua attenzione su un punto in particolare. Ieri Lei ha affermato che al tavolo dell’Eurogruppo si sta discutendo della bozza franco-tedesca di riforma dell’eurozona, non dando ancora per concluse le trattative tra i ministri dell’economia e delle finanze dell’area-euro. Quella bozza, a mio modesto avviso, va respinta senza tentennamenti perchè non solo va contro gli interessi italiani, ma rappresenta un danno per la stessa eurozona.

Dar vita ad un Fondo Monetario Europeo (che prenderebbe il posto del Mes) e dare il via libera ad un super-ministro unico delle finanze a livello europeo sono proposte da rispedire al mittente, se non addirittura misure sulle quali porre il veto italiano. Un Fondo Monetario Europeo altro non sarebbe che un Mes rafforzato, quindi del tutto dannoso e inidoneo a risolvere i problemi dell’area-euro (come si è visto in questi ultimi sei anni). Se una volta terminato il programma di Quantitative Easing si verificasse una crisi dei debiti sovrani come quella del 2011, gli Stati che facessero ricorso al Fondo Monetario Europeo dovrebbero dare in garanzia i propri asset pubblici (quindi il tesoro nazionale), con la conseguenza che si verificherebbe un consistente peggioramento della situazione economica di quasi tutti i Paesi della zona-euro. Stesso discorso dicasi per il ministro unico delle finanze, un “poliziotto cattivo” che fungerebbe da “pilota automatico” contro le legittime istanze nazionali di natura economico-sociale. Il governo del cambiamento non può in alcun modo accettare tali proposte, altrimenti darebbe l’impressione di essere in continuità coi governi precedenti.

Del Suo intervento in Parlamento in merito alla risoluzione parlamentare sul Def  ho invece apprezzato le critiche che ha mosso nei confronti dell’attuale assetto asimmetrico dell’eurozona, ma non posso condividere la parte in cui ha evidenziato l’importanza – ad esempio – di perseguire tra due anni l’obiettivo di fare pareggio di bilancio. Un’affermazione del tutto contraria agli obiettivi di cui al contratto di governo M5S-Lega, all’interno del quale è scritto molto chiaramente che occorre – insieme ai partner europei – rivederel’impianto della governance economica europea (politica monetaria, Patto di Stabilità e crescita, Fiscal compact, MES, procedura per gli equilibri macroeconomici eccessivi, etc) attualmente asimmetrico, basato sul predominio del mercato rispetto alla più vasta dimensione economica e sociale”.

Rivedere la governance economica europea, e quindi anche la politica monetaria, il Fiscal Compact e il Mes, non significa dar vita ad un Fondo Monetario Europeo che è in perfetta continuità con il Mes, così come rivedere il Fiscal Compact e la politica monetaria non significa farsi dettare le regole (sempre le stesse, se non addirittura più stringenti) dall’asse franco-tedesco. Sarebbe semmai necessario ridiscutere – con tutti i partner europei – la struttura e lo statuto della Banca centrale europea rendendola prestatrice illimitata di ultima istanza (quindi anche sul mercato primario), privandola della sua indipendenza e assoggettandola al Parlamento dell’Ue, l’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini. Sul punto, può leggere questo articolo del 20 giugno che ho scritto su Libero a quattro mani insieme al prof. Becchi: https://scenarieconomici.it/eurogruppo-del-21-6-tria-deve-dire-no-al-fme-e-al-ministro-unico-delle-finanze-deve-invece-proporre-bce-prestatrice-illimitata-di-ultima-istanza-dipendente-dal-parlamento-ue-di-giuseppe-palma-e-pao/

Sempre nel “contratto di governo” è altresì specificato l’obiettivo, per quel che riguarda il deficit, di rivedere i Trattati europei, quindi non possiamo – come hanno fatto ad esempio Renzi e Gentiloni – accettare briciole di flessibilità senza una concreta prospettiva di riforma strutturale – e in senso ampiamente democratico – dell’intero assetto dell’Ue e dell’euro.

Ma il “contratto di governo” è ancor più netto quando pone l’obiettivo di “una maggiore flessibilità dell’azione di governo in modo tale da poter far fronte efficacemente ai diversi cicli economici, prevedendo l’adeguamento della regola dell’equilibrio di bilancio, che rende oggettivamente impossibile un’efficace azione anticiclica dello Stato”. E’ del tutto evidente che il pareggio di bilancio non è la regola da seguire, anzi, esso dovrà adeguarsi alla situazione e alle necessità economico-sociali del Paese, e non il contrario. Poi, secondo il mio personale parere il vincolo del pareggio di bilancio andrebbe ben presto estirpato dalla Costituzione, ma questa è un’altra storia.

Ciò detto, la vera linea guida indicata dal contratto-programma dell’esecutivo è quella in cui M5S e Lega si pongono l’obiettivo dell’ affermazione del principio della prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario. Da qui si deve passare caro Ministro, se davvero si vuole cambiare l’Europa in senso democratico, altrimenti tutto è inutile.

Capisco perfettamente che Lei è un tecnico e deve pertanto dare un indirizzo economico rassicurante che miri alla stabilità finanziaria, ma è altrettanto vero che nelle Sue dichiarazioni e nella Sua azione v’è anche l’indirizzo politico-economico del governo, un esecutivo che si è proposto al Parlamento in perfetta discontinuità con gli esecutivi degli ultimi anni.

Con l’augurio che questa mia lettera non resti senza riscontri concreti, Le confermo tutta la mia fiducia nel governo del cambiamento e nelle azioni che questo vorrà porre in essere verso il perseguimento dell’interesse nazionale nel rispetto – com’è giusto che sia – di tutti i principi inderogabili della Costituzione primigenia.

W l’Italia!

Avv. Giuseppe PALMA

“L’Italia al collasso … e i 5 Stelle sono l’ultima speranza”

DI TYLER DURDEN

ZeroHedge.com

“Italia al collasso … e i 5 Stelle sono l’ultima speranza”: ecco come i giovani italiani hanno dato vita a una rivolta populista”

A differenza degli Stati Uniti, dove il presidente Trump conta sulla classe degli anziani-americani per avere una base di sostegno, più della metà (53%) degli italiani under 35 ha votato per uno dei due partiti anti-establishment che hanno trionfato nelle elezioni di marzo. Questo loro sostegno ed il loro entusiasmo possono spiegare lo sfogo di rabbia contro il Tecnocratico Presidente italiano Sergio Mattarella che, prima di concedere l’incarico, ha minacciato di indire nuove elezioni ed ha aver cercato ogni possibile scusa per impedire ai due partiti di formare un governo.

Secondo un servizio a tutto campo sulla situazione politica dei giovani italiani recentemente pubblicato sul Wall Street Journal, i giovani italiani sono cresciuti nella disillusione per il centrosinistra – che è rimasto l’unico partito attaccato allo status quo – favorendo volutamente i lavoratori più anziani – anche se i loro partiti-omologhi in Grecia e in Spagna si sono spostati ancora più a sinistra.  Tanto che il 40% degli spagnoli sotto i 35 anni che, secondo un recente sondaggio, preferisce l’estrema sinistra di Podemos e i suoi alleati, mentre in Grecia il 41% dei giovani tra i 18 ei 24 anni ha votato per Syriza, alle elezioni del 2015, hanno portato il partito di estrema sinistra al potere,

Giada Gramanzini, una laureata di 29-anni che lotta per riuscire a trovare un lavoro fisso

I giovani in Italia, come i giovani di gran parte dei paesi occidentali della UE, sono convinti di essere desinati a una vita piena di problemi economici e che solo pochi giovani di questa generazione riusciranno a raggiungere lo stesso tenore di vita di cui godono i loro genitori. Secondo l’Istat, il tasso di matrimonio in Italia è diminuito di un quinto nell’ultimo decennio e nel 2016, l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati, gli uomini in Italia si sono sposati in media a 35 anni e le donne a 32 anni – due anni più tardi rispetto al 2008. Nel frattempo, il tasso di natalità in un paese che è considerato la culla del cattolicesimo conservatore è crollato a un minimo storico.

Secondo Eurostat, tra le molte statistiche che indicano un malessere economico ingestibile, il tasso di disoccupazione giovanile è particolarmente preoccupante: quasi il 30% degli italiani tra i 20 e i 34 anni non lavora, non studia e non è iscritto a un programma di formazione. Si è arrivati a questo stato di cose dopo che il tasso di occupazione degli italiani sotto i 40 anni è diminuito progressivamente ogni anno tra il 2007 e il 2014, prima di stabilizzarsi nei tre anni successivi. Si tratta del tasso più alto di qualsiasi altro stato membro dell’UE, compresa la Grecia, dove la disoccupazione giovanile arriva al 29% e la Spagna, dove arriva al 21%.

“L’Italia sta collassando e in questo paese non cambia niente da almeno 30 anni”, ha detto Carlo Gaetani, un ingegnere che lavora in proprio in Puglia. Dieci anni fa, quando aveva appena 20 anni, ha votato per un partito del centrosinistra che sperava avrebbe lavorato per lo sviluppo economico nel sud Italia. Quando l’Italia però è entrata in una recessione paralizzante, si è sentito tradito dai tradizionali partiti della sinistra italiana. Ha visto amici lottare per trovare un lavoro, e ora le sue opportunità di lavoro si riducono solo al settore privato perché gli appalti pubblici vanno a gente che ha certe connessioni che lui non ha.

Gaetani, ora ha 33 anni, ha votato per M5S alle elezione del 2013, una scelta che ha ripetuto con maggior convinzione a Marzo scorso: “Il M5S è la nostra ultima speranza. Se non faranno niente neanche loro, credo che smetterò di andare a votare”.

Fortunatamente, la vecchia generazione ha una certa disponibilità e può intervenire con un piccolo sostegno finanziario, grazie alle generose pensioni maturate dai lavoratori più anziani.  Ma anche questo è servito ben poco per placare la rabbia dei giovani, visto che il numero di italiani under 34 che vivono in condizioni di estrema povertà (cioè che non può permettersi beni e servizi essenziali) è più che raddoppiato all’indomani della crisi.

Queste sofferenze nell’Europa del sud riflettono lo stesso sentimento che si è creato in gran parte del mondo occidentale dove le giovani generazioni faranno fatica a raggiungere lo stesso livello di ricchezza e sicurezza dei loro genitori. La metà degli italiani che l’anno scorso ha risposto a un sondaggio online sul sito  Monster.com, ha affermato di ritenere che nella sua vita lavorativa guadagnerà meno  dei genitori.

I giovani italiani, che stanno sopportando il peso di una prolungata tripla-recessione del paese,  portano su di sé delle cicatrici che avranno effetti sulle loro prospettive di carriera, sull’acquisto di una casa e sul tasso di natalità per decenni a venire.

Certo molte caratteristiche sono simili, ma i problemi in Italia sono fondamentalmente diversi rispetto agli Stati Uniti. Forse il più grande problema per i giovani è un sistema di lavoro in cui le persone con contratti di lavoro a tempo indeterminato godono della sicurezza di un posto di lavoro inattaccabile e hanno accesso ai benefits.  Oggi i dipendenti più giovani restano bloccati con contratti a breve termine che generalmente durano da un mese a un anno, senza aver accesso ai vari benefits, cosa che rende impossibile pianificare il futuro.

Il governo italiano introdusse questi contratti a breve termine negli anni ’90 per aiutare i giovani a entrare nel mondo del lavoro. L’Italia recentemente ha rimodernato la legge sul lavoro, concedendo agevolazioni fiscali per convincere le aziende a utilizzare più contratti a tempo indeterminato, consentendo alle aziende di evitare le grandi seccature e i costi,  che avevano prima, per poter licenziare i dipendenti. Ma queste politiche in genere non hanno funzionato, e sia il Movimento Cinque Stelle che la Lega hanno sfruttato questa rabbia popolare contro l’attuale politica del lavoro, promettendo di cancellare le riforme del governo e i 5S hanno promesso anche di dare ai poveri e ai disoccupati un assegno di 780 euro al mese.

Il Movimento 5 Stelle ha attratto milioni di giovani elettori promettendo di cambiare le nuove norme sul lavoro, di concedere ai disoccupati e ai poveri un cosiddetto reddito-base-universale di 780 € al mese e di abolire i contratti di stage-non-retribuito. Il suo leader, Luigi Di Maio, era un universitario disoccupato di 26 anni, che viveva con i genitori, quando è stato eletto in parlamento nel 2013. Oggi è Vice Primo Ministro.

Anche la Lega ha attratto una parte considerevole del voto giovanile sostenendo molte delle stesse politiche anti-establishment adottate dal M5S – come cancellare le recenti riforme del lavoro – e chiedendo anche la deportazione dei migranti africani che hanno invaso le frontiere italiane negli ultimi tempi anni.

Durante la campagna elettorale i problemi economici dell’Italia hanno avuto un ruolo anche nei sentimenti dei giovani elettori riguardo all’immigrazione: “Non possiamo ospitare tutta l’Africa” – ha detto Gianluca Taburchi, impiegato di supermercato ventitreenne che ha votato Lega – “Abbiamo già i nostri problemi, tanta disoccupazione e posti di lavoro non sicuri”.

Matteo Salvini, leader della Lega che è diventato Vice Primo Ministro e Ministro degli Interni nel nuovo governo, aveva promesso di rimandare centinaia di migliaia di migranti nei loro paesi di origine. Il M5S, che si trova a cavallo di molte questioni, ha parlato di arginare l’immigrazione clandestina senza però chiedere la deportazione di massa.

Ora che sono riusciti ad arrivare al potere, il futuro di questi partiti euro-scettici dipenderà dal mantenere le promesse. Fare riforme del mercato del lavoro, del welfare e dell’immigrazione è solo una parte del problema. Molti tra gli italiani più giovani sono profondamente diffidenti nei confronti sia dell’Unione Europea che dell’euro, mentre molti dei più anziani considerano entrambi questi progetti parte integrante del mantenimento di un senso di unità europea e di una pace duratura nel continente.

Il controverso flirt della Lega e dei 5Stelle per l’abolizione dell’euro (il leader della Lega Matteo Salvini sarebbe stato fotografato con una maglietta con scritto “Basta euro” ( dispiacendo a molti elettori anziani) ha un buon seguito con la loro base, ma quando si sono confrontati direttamente con le loro posizioni sull’uscita dall’euro, non hanno preso posizione. La domanda ora è: M5S e Lega consentiranno agli elettori di dire la loro su un eventuale “Italexit”, come hanno definito gli analisti di Wall Street una uscita italiana dall’Unione Europea?  O si fermeranno un attimo prima di mettere in discussione una ortodossia che un numero crescente di giovani italiani considera essere causa di tutti i loro problemi economici?

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Fonte: https://www.zerohedge.com

Link: https://www.zerohedge.com/news/2018-06-18/italy-collapsingand-5-star-our-last-hope-how-young-italians-fueled-populist

18.06.2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

IL MEGAFONO DI SALVINI E LA FINANZA.

andreagiacobino.com 18.6.18

Luca Morisi è l’uomo che ha costruito e costruisce ogni giorno il successo sui social di Matteo Salvini. Nato a Mantova nell’ottobre del 1973, sul web circola un suo curriculum http://www.dfpp.univr.it/documenti/Persona/curr/curr724346.pdfdove si definisce “Imprenditore, libero professionista e docente universitario, si occupa di tecnologia fin da giovanissimo. Esperto nella progettazione di database, web application e Intranet/Extranet, ha realizzato sistemi informativi ogni giorno utilizzati da migliaia di utenti, in particolare nel campo sanitario (ASL e strutture ospedaliere). Ha fatto parte dei consigli di amministrazione di società per azioni in diversi campi. Studioso di ICT e new media. Inglese fluente. Consolidate competenze su digitalizzazione dei processi aziendali, anche nel campo degli intermediari finanziari (SGR e banche). Ampia esperienza giornalistica e pubblicistica. Esperto di comunicazione e di marketing politico sui social media”.

Il cv di Morisi ci spiega che oltre a insegnare all’Università di Verona, oggi guida la Sistema Intranet snc, proprietaria del sito sistemaintranet.com, cuore delle sue attività su web e i cui clienti, oltre al leghista ministro degli interni sono ASL Mantova, ASL Cremona, ASL Monza e Brianza, ASL Lecco, ASL Vallecamonica-Sebino, Azienda Ospedaliera Melegnano. Navigando sul sito della società di Morisi si vede che offre soluzioni per la sanità ma anche per la finanza denominata “Intranet Smart Agent”, che sono “applicazioni su misura a supporto dei sistemi informativi degli intermediari finanziari”. Ma che c’entra la finanza con quello che ieri “Il Fatto Quotidiano” ha definito il “megafono” della Lega? C’entra perché sempre nel cv Morisi informa che dall’aprile 2003 al giugno 2008 è stato consulente (come direttore organizzativo e operational risk manager) e membro del consiglio di amministrazione dal 2005 al 2007 di Total Return Sgr. La società di gestione, nata nel 2003, era opera di Gianluca Braguzzi, operatore finanziario mantovano e aveva tra i soci di minoranza Mps Asset Management, emanazione del Monte dei Paschi di Siena.

Quale è stato il lavoro di Morisi per Braguzzi? Lo dice ancora il suo cv: “project-manager per avvio fondi comuni di investimento di diritto italiano, coordinamento rapporti con Banca d’Italia e Consob, segnalazioni di vigilanza, gestione sistema informativo, sviluppo strumenti software finanziari ed elaborazione dati, integrazione con software back-office per SIM/SGR Antana Narivo”. Quello che non si legge, però, è che nel maggio del 2011 il Ministero dell’Economia e delle finanze, su richiesta motivata della Banca d’Italia e della Consob, mise in amministrazione straordinaria la Total Return Sgr. Il decreto fu disposto ai sensi dell’articolo 56 del Testo unico delle disposizioni in materia finanziaria, che prevede lo scioglimento degli organi con funzione di amministrazione e di controllo quando «risultino gravi irregolarità nell’amministrazione o gravi violazioni delle disposizioni legislative, amministrative o statutarie che ne regolano l’attività» o quando «siano previste gravi perdite del patrimonio della società». Dopo il commissariamento la Sgr mantovana finì in liquidazione.

Oggi Braguzzi fa il consulente per la svizzera Wealth Island Asset Management, che sul suo sito https://www.wiamsa.com si definisce “L’isola del benessere finanziario”. Ma navigando nella Rete si scopre che Braguzzi oggi fa anche parte del Movimento 5 Stelle https://www.meetup.com/it-IT/MantoVa-in-moVimento-a-5-Stelle/members/133588392/?_cookie-check=SWiKmmU3ZKCzuRLm

Morisi lo sa? Molto probabile.

La lebbra europea: quella del vomitevole, xenofobo Macron

Giorgio Cattaneo libreidee.org 22.6.18

La brutta notizia è che c’è ancora una parte di Italia, insieme a una parte di Francia, disposta a farsi prendere per i fondelli da un sinistro teatrante come Emmanuel Macron, ultimo erede di una famiglia di serial killer politici travestiti da statisti, pronti a indossare la maschera dell’orco (Van Rompuy, Schaeuble) o quella del pagliaccio finto-buono (Juncker, Prodi). L’Ogm Macron è una via di mezzo, un ibrido perfetto tra eleganza formale e trivialità sostanziale. Chiama i poveri “sdentati”, definisce l’attuale politica italiana “vomitevole”. E arriva a classificare “lebbra d’Europa” i movimenti democratici anti-establishment, dopo che Salvini e Di Maio hanno ridotto a carta straccia l’ultimo piano contro l’Italia approntato per i migranti insieme ad Angela Merkel, altro fossile vivente di un’Europa mascalzona, che in vent’anni non ha prodotto altro che crisi e paura, insicurezza sociale, terrorismo, diffidenza e risentimenti fra nazioni che avrebbero dovuto essere “sorelle”. L’Italia ancora dormiente – ormai minoranza, a quanto pare, arroccata attorno al patetico mainstream cartaceo e radiotelevisivo – non ha ancora capito chi è il fantoccio Macron, chi ne muove i fili, da quale curriculum proviene l’ombra nera che si aggira per l’Eliseo, attorno al presidente che insulta e minaccia – né più né meno come un monarca, indispettito dalle sconcertanti pretese del popolo. Chi si credono di essere, questi pezzenti italiani?

Parole che ricordano quelle del mentore di Macron, il tristemente celebre Jacques Attali: ma cosa crede, la plebaglia europea, che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità? Un grande economista francese, Alain Parguez, invitato a Rimini da Paolo Barnard per il primo, storico summit sulla sovranità monetaria, lavorò all’Eliseo – insieme ad Attali – con il presidente socialista Mitterrand, ai tempi in cui la Francia era ancora la Francia, e non un mero ingranaggio dell’euro-imbroglio. Insigne accademico, Parguez racconta del progressivo smottamento “reazionario” dello stesso Mitterrand, fortemente propiziato dal potente gruppo di pressione incarnato proprio da Attali, che Parguez definisce «un monarchico, travestito da socialista». Avvertimenti: dopo l’omicidio del leader socialdemocratico Olof Palme in Svezia, Mitterrand deve aver intuito quale trattamento sarebbe stato riservato ai “ribelli”, ai leader contrari al nuovo ordine neoliberista in fase di insediamento, in Europa. Dopo la parentesi di Jacques Chirac, che tenne la Francia fuori dalla Guerra del Golfo, il potere “nero” conquistò direttamente l’Eliso, non più restando dietro le quinte ma piazzando il suo uomo – Nicolas Sarkozy – sulla poltrona presidenziale. Risultati tangibili: orrore e violenza, il Medio Oriente in fiamme, la nascita dell’Isis, la macelleria della Libia.

Da Sarkozy – ora finalmente nei guai con la giustizia francese – lo stesso linguaggio da saloon esibito da Macron: «Ne avete abbastanza di questa feccia», disse, agli abitanti “bianchi” delle banlieues parigine “infestate” di migranti. «Ora ci penseremo noi a toglierli di mezzo». Poi venne il tempo del socialista incolore François Hollande, fotocopia (molto sbiadita) del repubblicano Chirac. Hollande, ha svelato Gioele Magaldi nel suo saggio “Massoni”, militava nella superloggia progressista “Fraternitè Verte”, a cui aveva promesso la fine del rigore socio-economico. Ma il suo governo è stato letteralmente travolto dall’emergenza terrorismo, dalla strage di Charlie Hebdo a quella del Bataclan, fino al massacro di Nizza. Sotto ricatto, con servizi segreti “colabrodo” e ministri sempre più “di destra” (fino all’esordiente Macron), Hollande ha tradito ogni promessa elettorale, imponendo ai lavoratori francesi l’harakiri della Loi Travail, il Jobs Act transalpino, destinato a favorire le aziende penalizzando i dipendenti. Contro l’ectoplasmatico Hollande, ennesimo politico di sinistra passato armi e bagagli al neoliberismo dell’ultra-destra economica, in Francia si è levata la protesta sovranista di Marine Le Pen, votata però alla sconfitta per via delle tare xenofobe del suo Front National. A quel punto, l’élite “nera” ben rappresentata da personaggi come Attali ha fatto la sua mossa, lanciando l’erede di Sarkozy: Emmanuel Macron.

Un enfant prodige venuto dal nulla, lo presentarono i giornali, per i quali “il nulla” può essere, eventualmente, anche la filiale bancaria francese della famiglia Rothschild. Corressero il tiro: Macron, scrissero, almeno sul piano politico è un self-made assoluto. Falso, anche questo: il suo maestro Attali è stato (ed è) uno degli uomini di potere più influenti d’Europa. Milita saldamente ai vertici della massoneria sovranazionale di stampo oligarchico, abilissima nell’infiltrare la sinistra europea traviandone i leader, dall’anziano Mitterrand all’allora giovane D’Alema. Banche e multinazionali, con un’unica cabina di regia per le grandi operazioni politiche: una su tutte, l’Unione Europea senza democrazia e la moneta europea senza sovranità. Da quella scuola – la più pericolosa, per l’Europa – proviene Emmanuel Macron: è l’ennesimo avatar del potere nero, insinuatosi nelle istituzioni per svuotarle ulteriormente di democrazia, sulla rotta della privatizzazione universale. Una teologia funesta e spacciata per verità di fede, insieme al dogma dell’austerity – tagliare la spesa pubblica per impoverire la classe media, moltiplicando i profitti stellari dell’élite anche grazie al dumping salariale garantito dai migranti, a loro volta costretti a fuggire dai paesi d’origine, saccheggiati sempre dalla medesima oligarchia.

Sarebbe un errore madornale equiparare Macron alla Francia o, peggio ancora, ai francesi come popolo: il piccolo monarca per conto terzi, insediato all’Eliseo dalla peggior risma di parassiti in circolazione in Europa, ha ormai contro la maggioranza dei suoi connazionali. Lo contestano i sindacati, la sinistra di Mélenchon, il Fronte Nazionale della Le Pen. L’elettore medio – operaio, impiegato, agricoltore, imprenditore – ha capito che Emmanuel Macron non è l’uomo che sembrava essere: non sta dalla parte dei francesi, è manovrato da padroni potenti che non amano nessuno e detestano tutti – i francesi, gli italiani, i greci e ogni altra “plebaglia europea”, per citare l’ineffabile Attali. E’ questa, in fondo, la buona notizia: sembra che i popoli stiano cominciando a capire con chi hanno davvero a che fare. E in questa spettacolare procedura di sofferta autocoscienza ha un ruolo di primissimo piano proprio il neonato governo italiano, antropologicamente diversissimo dai precedenti: per ipadroni occulti di Macron dev’essere un film dell’orrore, l’inaudito spettacolo dei ministeri italiani occupati da grillini e leghisti. Ringhia, Macron, perché è il cane da guardia di un palazzo oscuro che adesso comincia ad avere paura del popolo. Insulta e minaccia, perché – come i suoi padroni – sa che i popoli di tutta Europa (cominciando da quello francese) guardano l’Italia che sfida Bruxelles, e prendono nota. Il tempo dei Macron potrebbe finire prima del previsto?

La prima a capirlo è stata Angela Merkel, sveltissima a indossare i panni improbabilissimi dell’amicona dell’Italia, paese che il suo governo ha letteralmente azzoppato a colpi di rigore: la sola operazione Monti, decisa tra Berlino e Francoforte nei santuari supermassonici frequentati da ex italiani come Mario Draghi, è costata al nostro paese la perdita di 400 miliardi di Pil e del 25% del potenziale industriale del “made in Italy”. Rideva, Angela Merkel – insieme al suo compagno di merende Sarkozy – quando i media italiani colonizzati dallo straniero bombardavano a tappeto il lebbroso di turno, l’inguardabile Berlusconi. Oggi alla Merkel (e al suo nuovo sodale, Macron) è passata di colpo la voglia di ridere: finalmente, il nostro paese li preoccupa. «L’Italia traccia le strade», disse l’esoterista rosacrociano Rudolf Steiner, pensando al Rinascimento: una quasi-profezia ben nota ai massoni reazionari del massimo potere, quali Sarkozy, Merkel, Macron e compagnia complottante.

La loro paura è che la strada tracciabile oggi dall’Italia gialloverde, vera e propria incognita politica, sia quella di un’Europa da rivoltare da cima a fondo, sfrattando dai loro troni gli usurpatori regnanti, i piccoli boss del nuovo, deprimente Sacro Romano Impero costruito con l’imbroglio, la frode finanziaria, la menzogna economicistica, il crimine sociale dell’ordoliberismo mercantilista post-capitalistico e parassitario. Un regime occulto, a cui i governi fanno da paravento istituzionale. Un sistema autoritario e privatistico, sleale, scorretto e bugiardo, governato nell’ombra da élite che detestano il popolo, la democrazia e la plebaglia europea nel suo insieme, mezzo miliardo di straccioni e lebbrosi, a cui oggi l’Italia potrebbe tracciare una nuova strada, meno lorda di sangue greco e africano, di strazio italiano inferto dai tagli – senza anestesia – su lavoro e pensioni, sanità e scuola. Il consenso democratico di cui oggi godono Salvini e Di Maio, almeno il 60% degli elettori, l’ometto dell’Eliseo può solo sognarselo. Infatti gracchia, stizzito come un qualsiasi dittatore pericolante, sibilando i suoi insulti razzisti e xenofobi – un regalo illuminante, per chi ancora non aveva capito chi fosse, davvero, il micro-napoleonico Macron.

Poste, a breve short list per Rc Auto

Rosario Murgida finanzareport.it 22.6.18

Entro luglio sarà definito un primo elenco dei soggetti interessati alla partnership nelle polizze auto.

Ancora pochi giorni e Poste Italiana effettuerà una scrematura dei soggetti interessati a un accordo nel campo delle polizze Rc Auto.

Secondo le ultime indiscrezioni di stampa, il gruppo intende procedere entro luglio con la definizione di una prima short list per l’individuazione del partner ideale per la distribuzione delle polizze.

La gara, avviata dalle Poste dopo le resistenze dimostrate dalle Generali sul concetto di esclusiva, vede la partecipazione di diversi grandi operatori. Oltre alla compagnia triestina, sembrano in corsa anche AllianzUnipol e Axa e non è escluso che il parterre sia ancor più affollato.

Intanto il titolo Poste tratta in territorio positivo a Piazza Affari. Alle 11,03 guadagnano lo 0,60%.

Paolo Savona: “Non sono anti-euro, Italia aiuti Germania”. Ma poi critica Maastricht

Paolo Savona anti-euro? Assolutamente no, e a dirlo è lui stesso in un’intervista esclusiva che rilascia per la prima volta nelle vesti di ministro degli Affari europei Sussidiario.net. Paolo Savona è il Pomo della discordia apparentemente insanabile tra l’asse M5S-Lega, in realtà più tra la Lega da un alto, e il Quirinale dall’altro. Soltanto il suo nome si è eretto come muro inizialmente invalicabile tra i partiti usciti vincitori dalle elezioni politiche dello scorso 4 marzo e il regista dell’esecutivo, Sergio Mattarella. Presentato come condizione sine qua non per la formazione di un governo M5S-Lega dall’attuale ministro dell’Interno, soltanto il nome Paolo Savona ha dato filo da torcere a tutti: visto come spettro dai mercati e sempre apparentemente dal Quirinale per le sue posizioni anti-euro, osannato dalla Lega tanto da essere considerato elemento imprescindibile della squadra di governo, secondo alcuni rumor Savona avrebbe portato anche il numero uno della Bce, Mario Draghi, a fare una telefonata a Mattarella.

Lo scoglio Savona è stato superato con la proposta di Luigi Di Maio, leader del M5S e attuale ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, di assegnare a Savona un dicastero diverso da quello dell’Economia. Dopo qualche tentennamento, Salvini ha detto sì, e l’accordo con il Quirinale è stato trovato. La fiducia del Parlamento ha fatto il resto, facendo nascere finalmente un esecutivo in Italia.

E nelle ore in cui le nomine di due euroscettici della Lega, del calibro di Alberto Bagnai e Claudio Borghi a commissioni parlamentari chiave tornano a far tremare i mercati, Paolo Savona esce allo scoperto, e dice la sua verità.

E al giornalista di Sussidiario.net che gli ricorda di “essere stato accusato di essere contro l’euro e di proporre “QuItaly”, la versione italiana della Brexit in cui l’Italia avrebbe abbandonato la moneta unica”, risponde: “No, questo è volutamente falso. Ho sempre sostenuto che l’Italia abbia assolutamente bisogno del mercato comune”.

Savona aggiunge anche che “quanto è successo dal trattato di Roma in poi conferma la sua importanza per la crescita italiana. Per avere un mercato unico, è necessario avere una moneta unica, senza la quale l’unità del mercato sarebbe rotta”. Detto questo, “la mia posizione è che la costruzione del Trattato del 1992 è incompleta e dovrebbe essere migliorata se l’Europa intende superare i suoi tormenti interni e fare i conti da un punto di vista geopolitico e geoeconomico. Naturalmente, queste riforme non possono essere attuate da un giorno all’altro. È necessario attendere la commissione e trovare un accordo, un consenso, tra i partner”.

Sulla Germania, i toni sono decisamente più smorzati rispetto alle dichiarazioni rilasciate quando era un economista.

“Se l’Italia non l’ha già fatto, è giunto il momento di avere pronto un Piano B – di fine dell’euro o di uscita dallo stesso – che dal 12 maggio 2011 ho insistentemente richiesto di approntare. Gli accordi costruiti male o firmati da Paesi con intenti egemoni non hanno lunga vita. Se dovessimo essere colti impreparati all’evento, sarebbe veramente un dramma”, aveva detto l’ex ministro dell’Industria del governo Ciampi, nel corso di una intervista recente rilasciata a Vita.it.

Per non parlare di quanto disse in un’intervista a Il Foglio nel 2010:

“Anche se si fa finta che il problema non esista, il cappio europeo si va stringendo attorno al collo dell’Italia. E’ giunto il momento di comprendere che cosa stia effettivamente succedendo nella revisione del Trattato di cui si parla e nella realtà delle cose europee, prendendo le necessarie decisioni; compresa quella di esaminare l’opportunità di restare o meno nell’Unione o nella sola euro area, come ha fatto e fa il Regno Unito gestendo autonomamente tassi di interesse, creazione monetaria e rapporti di cambio”.

E invece a Sussidiario.net, Paolo Savona usa toni indiscutibilmente più soft, tipici di chi indossa le vesti del ministro, certamente non di chi ha una posizione anti-euro:

“L’Italia deve riconoscere l’importanza della Germania sulla scena mondiale. Le debolezze dei paesi membri dell’Unione si riflettono nel futuro geopolitico della Germania e, pertanto, è nel suo stesso interesse aiutare quei paesi a uscire dalle loro situazioni negative. Se la Germania si limita a sollevare problemi e imporre vincoli invece di indicare soluzioni, i movimenti antieuropei saranno rafforzati, potrebbero destabilizzare l’Europa e riaprire vecchie ferite che non sono ancora state sanate. La soluzione ideale potrebbe essere che la Ue offra nuove soluzioni per guidare le forze di crescita, soddisfacendo le esigenze di molti paesi europei, tra cui l’Italia. Gli Stati Uniti non hanno intenzione di ripetere la loro intelligente e costosa politica e le prestazioni del dopoguerra per aiutare l’Europa a uscire dalle ferite che si è autoinflitte. Questa volta dobbiamo affrontare i problemi da soli”.

Detto questo, una critica all’Europa arriva, nel momento in cui parla del caso specifico dell’Italia:

“L’Italia è una solida potenza industriale colpita da un profondo dualismo (territoriale, settoriale, legato alle dimensioni delle imprese) che non può essere risolto con restrizioni poste sull’uso delle risorse. Le famiglie italiane sono grandi risparmiatori. Hanno assets finanziari e reali pari ad almeno quattro volte il debito sovrano. Contrariamente a quello che a volte sentiamo, potremmo dire che noi italiani viviamo al di sotto dei nostri mezzi, come dimostrato dall’eccedenza delle partite correnti del 2,7% del Pil, o circa 50 miliardi di euro, che è l’importo che di fatto manca alla nostra domanda interna. Il bilancio nazionale ha un avanzo primario. Pur avendo contemporaneamente due eccedenze gemelle, un tasso di disoccupazione del 10% (quello attuale in Italia) è il paradosso logico generato dall’aver deciso che i parametri di Maastricht sono l’obiettivo dell’Unione”.

Dunque?

“Pertanto, penso che sia necessario invertire l’ordine di importanza rispetto all’oggetto dell’accordo ribadito all’articolo 3 del trattato di Lisbona. L’accordo ampio e dettagliato sottolinea la necessità di una crescita globale ben oltre i piccoli vincoli di alcuni parametri fiscali. Riconosce la necessità della piena occupazione e del progresso sociale. I due parametri fiscali invece sono diventati i veri obiettivi dell’accordo”.

E in tal senso torna alla mente quanto ha detto ancora Savona di recente, in un incontro con la stampa estera,  riferendosi alla necessità che la Bce si doti di uno statuto come quello della Fed. Uno statuto che non contempli dunque solo la necessità di controllare l’inflazione, ma anche quella di stimolare la crescita. Una riflessione che va nella stessa direzione auspicata di recente dallo stesso ex segretario Usa Lawrence Summers, quando afferma che “la questione che ha ossessionato la politica monetaria per la generazione precedente la crisi finanziaria – ovvero la necessità di evitare l’inflazione – non è più prioritaria” e che la priorità ora è “garantire una crescita solida e raggiungere la piena occupazione”.

Intanto Matteo Salvini risponde ai commenti di alcuni analisti secondo cui le nomine di Alberto Bagnai e Claudio Borghi a sarebbero stati i motivi  dei sell off scatenatisi ieri sui BTP e su Piazza Affari o a causa di alcune di sue dichiarazioni.

“Si scrive che la Borsa cala per colpa mia? Questi giornalisti italiani sono incredibili, per questo preferisco parlare direttamente con milioni di italiani su Facebook, bypassando agenzie e giornali che a volte fanno un esercizio di fantasia inimmaginabile”. Così il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini su un video postato sul profilo Facebook.

“La Borsa  starebbe scendendo e lo spread salendo perchè io ho confermato che vogliamo intervenire sulla legge Fornero e perchè ho detto che in Europa vogliamo stare da protagonisti non possiamo pagare per avere in cambio immigrati? Per aver detto quello che c’è nel programma di governo? Siamo seri”.

EURO: QUESTO MOSTRO €UROpeo

stopeuro.news 22.6.18

ECCO PERCHE’ URGE L’ABBANDONO DELLA MONETA UNICA Aumento dei tassi d’interesse con la fine del Quantitative Easing dal 2019.

L’effetto sul debito pubblico con la fine del Quantitative easing pian piano uscirà dal mercato un compratore che ha acquistato grandi quantità di titoli negli ultimi anni. I tassi gradualmente aumenteranno e cresceranno gli interessi sul debito pubblico che ogni Stato dovrà ripagare. Senza il paracadute della Banca centrale europea, disposta a comprare titoli a go-go, il pericolo di default dovrà essere ben remunerato, bisognerà spendere di più per farsi prestare soldi: Salirà il costo per gli interessi e sicuramente ci sarà un impatto sul deficit. Dunque spazi di manovra ridotti per i governi nazionali, coi paesi più forti che saranno inevitabilmente percepiti come meno rischiosi e potranno emettere titoli con tassi di interesse sempre meno cari.

L’effetto è ovvio: si allargherà ancora di più lo spread tra le economie più deboli, come Italia e Spagna, e quelle più solide, come la Germania. Per i mutui l’impatto sui cittadini riguarderà anche e soprattutto mutui e prestiti, essendo i titoli di Stato un parametro di riferimento su cui i prestatori ‘calibrano’ gli interessi. La promessa di Draghi è di mantenere i tassi di interesse prossimi allo zero almeno fino all’estate del 2019. Poi potrebbe esserci “un graduale e peggiorativo cambiamento delle condizioni” per ottenere soldi dalle banche. Chi sottoscriverà nuove linee di credito vedrà i primi segnali della fine del Quantitative easing già nella seconda metà del 2019. Mentre tutti coloro che hanno già ricevuto “un prestito a tasso variabile potrebbe subire l’aumento dei costi solo dal 2020“. È salvo chi in questi anni ha concordato un prestito a tasso fisso.

URGE USCITA DALL’EURO!!! Capisco che, anche chi sostiene l’eventualità di uscire dalla trappola dell’euro fa bene a non manifestarlo per non essere strumentalizzato. Capisco che una volta al Governo dei compromessi col sistema bisogna accettarli per poter prima consolidare bene il proprio potere ed il consenso popolare. Capisco tutto. Ma non capisco come dei membri di un Governo definito del cambiamento (CHE NON OSTEGGIAMO) riescano a pronunciare addirittura la frase “non vogliamo uscire dall’euro”. Io non ci riuscirei neanche sotto tortura. Se serve dirlo per convenienza, basterebbe formularla in maniera diversa: ” faremo di tutto per far si che i partner europei non ci rendano inevitabile l’uscita dalla moneta unica. Vedremo se riusciranno a creare le condizioni favorevoli per farci rimanere”. Sto sentendo, invece, troppo spesso la frase “non vogliamo” con la voce tremante. note di Francesco Amodeo e Roberto Ionta p.s. inoltre non ho visto un adeguamento dei salari alla pari dei adeguamento dei prezzi indicato nella foto … l’inganno è stato anche mascherato con la truffaldina rilevazione dei prezzi da parte dell’istituto di statistica nazionale (sotto la direzione dei governi)