SPY FINANZA/ Wall Street precipita e la Germania va verso una crisi-lampo

Il Dow Jones ha inanellato la peggior serie consecutiva di cali dal 1978. E le tensioni tra Cdu e Csu sui migranti potrebbero sfociare in un ritorno anticipato alle urne. MAURO BOTTARELLI

Angela Merkel e Horst Seehofer (LaPresse)Angela Merkel e Horst Seehofer (LaPresse)

È proprio vero, le notizie non sono oggettive: dipendono da tante variabili. La credibilità, vera o presunta, di chi le diffonde, il grado di importanza strategica che ricoprono per chi gestisce il flusso delle news globali, gli interessi in gioco dietro la loro evidenza o la loro sparizione, il momento politico, sociale ed emotivo in cui vanno a incardinarsi.

Guardate, ad esempio, questo grafico.

Con la chiusura negativa di giovedì sera, il Dow Jones ha inanellato la peggior stringa consecutiva di cali dal 1978! Una riga sui giornali? Zero. Eppure, quanti articoli ci è toccato leggere riguardo allo straordinario rally innescato dalla presidenza Trump, soprattutto dopo la presentazione della riforma fiscale e del budget 2019? Centinaia, direi. Alcuni positivi, alcuni critici, altri neutri, pochi totalmente negativi; comunque, dappertutto la narrativa era la stessa: piaccia o non piaccia Trump, la Borsa festeggia. Quindi, per proprietà transitiva pavloviana, tipica del mondo incantato del Qe globale, tutto va bene. Soprattutto, l’economia americana.

Ora guardate invece questi grafici, relativi allo stress test operato dalla Fed sulle banche Usa e i cui risultati sono stati resi noti giovedì pomeriggio.

Ovviamente, come nella migliore tradizione, tutte le 35 banche sottoposte alla prova di resistenza a uno scenario avverso, sono state promosse: un viziaccio, quest’ultimo, tipico anche della Bce, quindi c’è poco da stupirsi.

Il problema è che, giustamente, nessun giornalista si prende la briga di andare a spulciare l’enorme e complicato rapporto al riguardo, di fatto si fida del comunicato della Federal Reserve e spara la notizia in base al titolo: stress test banche Usa, tutto ok. Semplice, immediato. Se, però, si va a vedere la metodologia utilizzata e, soprattutto, l’ambiente di stress posto in essere nella simulazione, si precipita direttamente in un film di Lino Banfi: sapete a cosa sarebbero in grado di resistere gli istituti di credito Usa, in base ai risultati? A uno scenario che vedesse il mercato azionario crollare del 65% nei prezzi dei titoli e un indice di volatilità (Vix, attualmente in area 10) sopra quota 60! Ma nemmeno un ubriaco arriverebbe a tanto, ovvero nemmeno un ubriaco non solo avrebbe il coraggio di dirla un’idiozia del genere ma, soprattutto, di crederle.

Ma c’è un motivo e non è legato a una mera rassicurazione dei mercati, in un momento di grosso tremore dell’eurozona. No, la questione è differente: il messaggio deve passare all’americano medio, il quale nel primo trimestre di quest’anno si è fumato tutti gli incrementi salariali garantiti dalla Fed per ripagare (ovviamente solo in parte) la montagna di debito privato che gli grava sulle spalle, fra mutuo immobiliare e/o scolastico, rate del credito al consumo e carte di credito assortite. Va rassicurato, occorre dimostrargli che non ci sarà un altro 2008. Ovvero, non solo che le banche sono sane e non andranno a fare compagnia a Lehman Brothers o Aig o Bear Stearns ma, soprattutto, che non saranno ancora una volta le loro tasse a ripianare i danni fatti dall’azzardo morale di Wall Street.

Perché, invece, qualcosa accadrà; sta nelle cifre, nelle dinamiche, nei pattern, in quel dato del Dow Jones di inizio articolo che nessun organo di informazione ha riportato, nonostante si parli di una striscia negativa che non si verificava da 40 anni, non 40 sedute di contrattazione.

Siamo nell’era dell’inganno universale, come diceva George Orwell. Il quale proseguiva sentenziando che, stante quella situazione, dire la verità diventava il vero atto rivoluzionario. E qual è la verità, se parliamo, ad esempio, di Europa? La crisi dei migranti, forse? Certo, il problema esiste, eccome; ma parliamoci chiaro, l’emergenza reale si è verificata fra il 2015 e il 2017, da agosto dell’anno scorso parlare di sbarchi fuori controllo pare allarmismo puro. E strategico, quantomeno elettoralmente, se pensiamo prima al botto di Alternative für Deutschland alle elezioni legislative tedesche di settembre e poi all’exploit della Lega il 4 marzo scorso.

Ma questa crisi è strumentale a coprirne un’altra, anzi un altro paio. Quella dell’eurozona come insieme, ormai strutturalmente alla fine della corsa, visto che Paesi del Nord e cosiddetti Piigs stavano insieme unicamente grazie alla colla del Qe della Bce, finito il quale le contraddizioni esploderanno in maniera deflagrante, come alcune dinamiche macro stanno già mostrandoci in questi giorni. E quella politica della Germania, alle prese con il momento di instabilità interna peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Certo, la questione pare gravitare, appunto, attorno alla questione migranti, con Angela Merkel intenzionata a proseguire su una linea dell’accoglienza (ancorché più temperata e cauta che in passato) e il potente ministro dell’Interno e leader bavarese, Horst Seehofer, schierato sulla linea dura dell’intransigenza e dei respingimenti. Ovviamente, pesano le dinamiche interne al patto d’acciaio fra Cdu-Csu più che le frontiere più o meno aperte: a ottobre in Baviera si vota e Seehofer è terrorizzato dell’ipotesi di un ridimensionamento del suo partito a favore di AfD, proprio a causa delle politiche a livello nazionale della Cancelliera.

Ma c’è dell’altro, ovvero il fatto che il governo di coalizione Cdu-Spd è stato soltanto una foglia di fico per guadagnare tempo, ma la crisi europea, di fatto, ne ha annullato a tempo di record l’effetto placebo, politicamente in ambito Ue (anche a causa dell’interessato interventismo in merito della Francia di Emmanuel Macron) e sui mercati, stante il continuo bagno di sangue cui è sottoposto il titolo di Deutsche Bank.

Ed ecco che nell’edizione in edicola di Der Spiegel, arriva la conferma: il segretario generale della Spd, Lars Klingbeil, preso atto della situazione, fra la fine della scorsa settimana e l’inizio di quella che va a concludersi avrebbe tenuto tre riunioni strategiche con lo staff elettorale in vista di un ritorno anticipato al voto, la cui scadenza vedrebbe una delle tre ipotesi al vaglio cadere addirittura entro la prima metà di settembre. Insomma, crisi di governo lampo all’orizzonte.

Il che significa due cose: la Csu rompe, perché la Merkel non cambia politica sull’immigrazione al vertice Ue di fine mese, o, al contrario, il vertice naufraga e allora si entra davvero nel territorio inesplorato del “tutti contro tutti” all’interno dell’eurozona, oltretutto con la mina vagante della Brexit ad aggravare il quadro. Il fatto che né Angela Merkel, né le leadership di Cdu e Csu abbiano voluto rilasciare commenti riguardo allo scoop di Der Spiegel, la dice lunga. Molto lunga.

Stiamo entrando nella settimana decisiva per il futuro e la sopravvivenza stessa dell’eurozona e della Ue come la conosciamo? Questa volta posso fare a meno del dubitativo: sì, è così. Quindi, attenti più che mai a ciò che i media vi dicono. E, soprattutto, non vi dicono.