Crac ex banche popolari, sit in a Montebelluna per il primo anniversario

 

RAINEWS.IT

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Il 25 giugno dello scorso anno veniva pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale, il Decreto di liquidazione coatta di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. E a Montebelluna si è svolta una cerimonia di commemorazione, fra rabbia e speranze condite da ironia.Il servizio di Antonello Profita

Cdp e Leonardo-Finmeccanica, ecco come Di Maio sfida Guzzetti (e non solo)

 STARTMAG.IT 25.6.18

Le fondazioni bancarie rappresentate dall’Acri di Giuseppe Guzzetti frenano su interventi di sistema tramite Cassa depositi e prestiti, ma il vicepremier Luigi Di Maio evoca e invoca proprio gruppi controllati o partecipati dal Tesoro come Cdp e Leonardo-Finmeccanica per operazioni come il salvataggio e il rilancio dell’ex Bredamenarinibus.

Ecco che cosa ha detto il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro parlando con i cronisti fuori dai cancelli dell’ex Bredamenarini, ora Iia (Industria italiana autobus), la newco nata il 1° gennaio 2015 dalle ceneri di Irisbus e Bredamenarinibus.

“Se ci sono aziende che vanno bene e oggi se ne abusa facendo produrre all’estero quello che si dovrebbe produrre qui, allora l’Italia e i lavoratori italiani vengono prima di tutto. Se fino ad ora non si è stati in grado, con il socio che hanno fatto entrare, di produrre in Italia, allora lo Stato dovrà intervenire con strumenti come Invitalia, Cdp, Finmeccanica per mantenere il lavoro in Italia e il lavoro ai lavoratori italiani”, ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio.

“Sapere che un’azienda come questa ha circa 700 commesse, ha lavoro per 700 veicoli e non glielo fanno fare”, ma lo fanno realizzare “in Turchia, nonostante qui ci sia stato un tavolo in cui è intervenuto lo Stato, è uno schiaffo a tutti coloro che non hanno un lavoro in Italia e a tutti quelli che lavorano qui dentro e ora sono in una situazione di precarietà e incertezza”, ha sentenziano il leader pentastellato: “Questo stabilimento è direttamente collegato a quello di Avellino ed entrambi risentono del paradosso per cui c’è lavoro, ma non si è in grado di realizzarlo perché il socio non sta facendo gli investimenti”.

Una stilettata non proprio indiretta al presidente e amministratore delegato della società, Stefano Del Rosso, oggetto di critiche nelle scorse settimane da esponenti del Movimento 5 Stelle per i mancati investimenti che erano stati annunciati dall’azienda. Del Rosso rispose così al deputato M5S, Generoso Maraia: “Ha pronunciato insulti, menzogne, e le ha diffuse a mezzo Facebook e sulla stampa nei confronti della direzione di IIA. Il tutto è avvenuto nel silenzio dei rappresentanti sindacali presenti. Questo è stato un vero peccato”.

“Se il socio non è in grado di investire – ha detto Di Maio – siccome nei prossimi anni noi vogliamo invece investire in trasporto pubblico locale e in settori strategici come quello della mobilità urbana, allora lo Stato farà un investimento in questi stabilimenti”.

La vicenda ex BredaMenarinibus sarà approfondita con i tecnici del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico il prossimo 6 luglio a Roma.

Nelle scorse settimane, Invitalia (la spa pubblica guidata dall’ad, Domenico Arcuri, di nomina renziana) si è detta impossibilitata ad entrare nel capitale dell’azienda, ma disponibile ad intervenire nei confronti di Iia con un fondo controllato proprio da Invitalia e costituito per aiutare le aziende del Mezzogiorno. L’erogazione di tale fondo però è legata alla presenza di almeno un investitore privato al fianco di Industria italiana autobus.

Ma ora Invitalia, così come Cdp e Leonardo (ex Finmeccanica), è caldamente invitata a riflettere sul dossier. Un auspicio o un invito come nel caso di Alitalia?

Nove Paesi (senza l’Italia) vanno avanti sulla difesa comune

 STARTMAG.IT 25.6.18

Malgrado tutte le crisi, e forse per loro causa, le cose vanno avanti lo stesso. Il formato dell’Unione europea a 28 pare troppo rigido, alcuni Paesi tentennano anche sulla cooperazione strutturata permanente (PESCO), che pure prevede diversi progetti nell’industria militare, nelle dotazioni e nella logistica. Così nove Paesi hanno firmato oggi, 25 giugno, una lettera di intenti per dar vita a una “forza autonoma di difesa”: Francia Germania, Belgio, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Estonia, Spagna e Portogallo. L’Italia non c’è.

CHE COSA E’ SUCCESSO

L’idea era stata avanzata da Emmanuel Macron durante il discorso della Sorbona del 26 settembre 2017, ma si trovava già formulata in parte nella Global Strategy approvata appena dopo il voto sulla Brexit e poi messa in sintonia con la Nato l’8 e 9 luglio 2016 a Varsavia.

Stiamo parlando di un ennesimo esercizio, considerando che prima o poi sarà la volta buona. Alle spalle vi sono numerosi tentativi per creare strumenti di difesa comune, dalla CED del 1952 ai Battlegroups del 2007 – ma per mettere in moto i quali è richiesta l’unanimità – fino all’operazione navale Sophia Eunavformed, che pattuglia attualmente il Mediterraneo.

IL RUOLO DI MACRON

Alla Sorbona, a settembre, Macron disegnava un’Europa che assumeva maggiore responsabilità in ragione del disimpegno statunitense, indicandola come una necessità. Angela Merkel, per l’altra gamba del tandem franco-tedesco, aveva espresso sostegno all’idea in un’intervista al Frankfurter Allgemeine, domenica 3 giugno. Nella Dichiarazione di Meseberg del 19 giugno 2018 Francia e Germania hanno quindi congiuntamente rilanciato la proposta della “Iniziativa europea di intervento”, da collegare – per mantenere un po’ di eleganza – con la Cooperazione strutturata permanente (PESCO).

L’iniziativa prevede un livello militare operativo, oltre quello organizzativo e “produttivo” della PESCO. Si tratta di immaginare interventi non per singoli Paesi, ma insieme. Per la Francia l’esempio è nell’operazione SERVAL in contrasto agli jihadisti nel nord del Mali, condotta dal 2012 al 2014 nell’ambito di una risoluzione ONU. D’altra parte, sotto il profilo politico-diplomatico, la Francia aveva già aperto alla collaborazione con altri Paesi proprio sull’Africa francofona, anche con visite comuni con Angela Merkel e Paolo Gentiloni tra il 2016 e il 2017. Sono preoccupazioni di difesa che riguardano non solo aree più o meno lontane, ma anche le aree di crisi a est, dal confine baltico alle instabilità in Ucraina e Moldavia.

OLTRE LA PESCO E PIU’ AVANTI DELL’UE

La novità politica più importante risiede tuttavia nella soluzione “per gruppi di Paesi”, cioè nel metodo che è stato evocato in questi giorni anche per il tema dell’immigrazione. L’Iniziativa europea d’intervento è fuori dall’Unione europea, e anche esterna alla Nato, con cui si dovrà comunque confrontare l’11 e 12 luglio al vertice di Bruxelles.

I 28 ministri degli Esteri si sono riuniti oggi come Consiglio dell’Unione europea a Lussemburgo, ed è a margine dell’incontro che nove di loro hanno firmato il documento di intenti. Tra i Paesi va notato il Regno Unito, che vi aderisce indipendentemente dalla Brexit. Gli eserciti starebbero preparando lo scambio di quadri militari: non si tratterebbe di una formalità, di alcuni ufficiali di collegamento o di qualche sottoufficiale nelle scuole militari, ma di una collaborazione su scala più ampia. Lo scenario è dinamico, ma comunque sempre pluriennale, in questo caso fino al 2024.

LA POSIZIONE DELL’ITALIA

L’Italia aveva inizialmente mostrato interesse all’Iniziativa europea di intervento, ma ne aveva sospeso la partecipazione in attesa delle elezioni politiche del 4 marzo e della formazione del nuovo governo.
Con i chiari di luna di queste settimane si è finito per notarne l’assenza, e forse l’ostilità.

Banche venete, a Montebelluna bara nera e scheletro: gli ex soci celebrano il “funerale dei risparmi”

oggitreviso.it 25.6.18

Manifestazione con corteo funebre “ad un anno dal decreto del governo Renzi-Gentiloni”

MONTEBELLUNA – Funerale dei risparmi davanti all’ex sede di Veneto Banca in centro a Montebelluna. La pittoresca manifestazione è andata in scena in mattinata, con tanto di finta bara nera con impressa la scritta “Risparmio” e scheletro. L’iniziativa a cura del Coordinamento Don Torta ha attirato parecchi ex soci che hanno visto i loro risparmi volatilizzarsi. Non a caso il funerale si celebra proprio oggi, 25 giugno.

“Ad un anno dalla scomparsa dalla garanzia costituzionale sul risparmio causata dal decreto legge 99 del 25 giugno 2017 con il quale il governo Renzi-Gentiloni ha soppresso Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca ed espropriato il risparmio di 220.000 persone, il Coordinamento Associazioni Banche Popolari Don Enrico Torta e l’Associazione Noi che Credevamo nella Banca Popolare di Vicenza ricordano il nefasto giorno e si uniscono al dolore dei risparmiatori e dei cittadini veneti”, si legge nell’invito all’evento di oggi a Montebelluna, che ricorda un’epigrafe (foto in basso).

“La grande sconfitta – si legge ancora – è dimenticare e noi non dimenticheremo mai l’ingiustizia subita, gli uomini con i quali abbiamo pianto e quelli che ci hanno fatto piangere”.

(Foto Coordinamento Don Enrico Torta)

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TUTTI ATTENDEVANO I SALVATORI CARLO MESSINA , PADOAN , RENZI E GENTILONI – NEMMENO LA LORO OMBRA E’ ARRIVATA –

Scanzi sulla sconfitta del Pd: ‘Riuscire a perdere in un colpo solo Pisa, Massa e Siena, è qualcosa di clamoroso’

silenziefalsita.it 25.6.18

“Riuscire a perdere in un colpo solo Pisa, Massa e addirittura Siena, è qualcosa di clamoroso”.

Così Andrea Scanzi sulla sconfitta del Pd al secondo turno delle elezioni comunali.

Il giornalista del Fatto Quotidiano in un post pubblicato su Facebook ha scritto che “forse solo i toscani possono avere piena contezza di quel che è successo ieri”.

Uscire sconfitti dai ballottaggi in così tante città, ha continuato, non solo è clamoroso, ma anche “impensabile” e “incredibile”.

I risultati elettorali di oggi, ha osservato, vanno “a mettere la pietra tombale su quel che fu la ‘Toscana rossa’”.

Poi l’affondo contro Matteo Renzi, giudicato “uno dei più grandi incapaci politici nella storia dell’umanità”. “E non è che lo si scopra adesso: – ha continuato Matteo Renzi – è sempre stato così”.

L’ex premier, ha aggiunto, è involontariamente comico, e “tristemente disastroso e spaventosamente sopravvalutato” e nella storia della Repubblica Italiana, secondo il giornalista, non c’è mai stato nessuno come lui.

“Dopo le Europee quest’uomo – protetto da quasi tutti i media – ha perso tutto, ma non ha arretrato di un millimetro: voleva rottamare il partito e ce l’ha fatta, infatti ora non c’è rimasto quasi nulla,” ha proseguito Scanzi, secondo il quale “più lui distrugge e più gli altri non parlano”.

I dem, ha aggiunto, “sopportano. Minimizzano. O – la cosa che preferiscono – danno la colpa agli arbitri. Il popolulismo. Il sovranismo. Il cinismo. Il razzismo. Il vento di destra. Bla bla bla”.

Poi c’è chi se la prende con il leader della Lega: “Molti testimonial del Pd non odiano Salvini: lo adorano, perché è l’alibi perfetto per rifarsi una coscienza”.

E ancora: “Sono totalmente sconnessi dalla realtà, ma non per questo smettono di pontificare”.

“Se il Pd ha perso tutto – ha commentato Scanzi – non è perché l’Italia è razzista, tesi tanto offensiva quanto ridicola: è perché il Pd, con Renzi, è riuscito a divenire (a dispetto delle tante persone belle che lo popolano) il partito più respingente, repellente, incapace e lontano dalla gente che esista nello scacchiere italico”

Che cosa faranno Intesa Sanpaolo e Poste Italiane nelle assicurazioni

 startmag.it 25.6.18

Intesa San Paolo

L’articolo di Anna Messia, giornalista di Mf/Milano finanza, sui progetti di Intesa Sanpaolo e Poste Italiane nel settore delle assicurazioni

L’ingresso in campo è di quelli che fa impallidire gli avversari. Intesa Sanpaolo, già leader nel mercato assicurativo Vita, ha detto a chiare lettere che, nel giro di tre anni, vuole diventare il primo assicuratore in Italia pure nel ramo Danni e sul piatto ha messo maxi investimenti di 300 milioni, da utilizzare per innovazioni tecnologiche.

CHE COSA FARA’ INTESA SANPAOLO NEL SETTORE DELLE ASSICURAZIONI

Una manovra che potrebbe stravolgere gli equilibri di un settore il cui volume dei premi è al palo da anni, provocando un possibile calo della redditività (il roe) che negli ultimi anni era risalita a fatica. Ma allo stesso tempo il piano d’azione delle banca guidata da Carlo Messina potrebbe dare finalmente gas alla crescita del ramo Danni che il mercato assicurativo italiano attende da tempo, per allinearsi agli altri mercati europei. Anche perché quello di Intesa non è l’unico piano faraonico che sarà attuato nei prossimi mesi.

I PROGETTI DI POSTE ITALIANE NEL COMPARTO DANNI

Anche le Poste Italiane, anche loro già leader nel mercato Vita, hanno annunciato l’intenzione di crescerà nel Danni, partendo però dalla Rc Auto dove il gruppo guidato da Matteo Del Fante, proprio in queste settimane, sta cercando partner con i quali lavorare.

COME SI MUOVERANNO AXA E ING

Non solo. Pure Axa ha di recente firmato una partnership nel ramo Danni con Ing per fornire prodotti assicurativi innovativi tramite la app della banca online. Un accordo che coinvolge sei Paesi, tra cui non manca l’Italia. Insomma, il mercato è alla vigilia di una grande rivoluzione che vede pure la presenza di operatori più piccoli che puntano sull’agilità. La prima spac (special purpose aqusition company) delle polizze quotata a Piazza Affari nelle scorse settimane è il progetto Archimede, lanciato da Andrea Battista, che vuole operare anch’essa nella bancassicurazione Danni in maniera innovativa, sfruttando le nuove tecnologie.

IL COMMENTO DELL’ESPERTO

Gli spazi di manovra e di crescita, in verità, non sembrano mancare. «Il mercato Danni in Italia, escludendo l’Rc Auto obbligatoria per legge, vale circa la metà degli altri paesi europei rispetto al pil e se si osserva l’andamento degli ultimi 20 anni si scopre che la situazione non cambia», spiega Massimo Arrighi, partner financial istitutions group di A.T. Kearney Italia.

LE CARATTERISTICHE DEL MERCATO ASSICURATIVO ITALIANO

Gli italiani, come noto, hanno una bassa propensione ad assicurarsi anche perché finora lo Stato si è fatto carico degli imprevisti, per esempio delle ricostruzioni post sisma (anche se con lacune e ritardi) oppure offrendo coperture sanitarie ampie e pensioni elevate, almeno per chi è già andato in pensione con il metodo retributivo. «Lo Stato ha giocato un ruolo di player entrato nel mercato in prima persona, come operatore», aggiunge Arrighi, «ma la coperta, visti gli squilibri del bilancio pubblico, si sta facendo sempre più corta e le banche sono pronte all’azione».

LE MIRE DELLE BANCHE RISPETTO ALLE COMPAGNIE

Gli istituti hanno già dimostrato di essere degli ottimi assicuratori nel ramo Vita, guadagnando le prime posizioni nel mercato, senza sottrarlo alle compagnie ma facendo crescere i premi per tutti. Adesso la scommessa che fanno è di nuovo la stessa: convincere più clienti a farsi un’assicurazione, spiega il consulente, «e la base su cui potranno lavorare è ampia considerando che ormai quasi tutti hanno un conto corrente e i più grandi player hanno milioni di clienti ai quali offrire polizze». I calcoli li ha fatti la stessa Intesa : oggi la banca ha solo il 5,8% dei clienti che compra prodotti assicurativi, contro il 20-25% che compra fondi comuni di investimento. Se la penetrazione arrivasse al 18-20% l’istituto diventerebbe appunto la prima compagnia di assicurazione Danni sulla parte non-auto in Italia.

LE DIFFERENZE FRA BANCHE E ASSICURAZIONI

Ma i modelli distributivi che dovranno differenziarsi da quelli delle assicurazioni tradizionali. Gli istituti dovranno essere capaci di offrire prodotti semplici, facili da collocare allo sportello e da spiegare ai clienti. «Il mondo assicurativo tradizionale, fatto spesso ancora di contratti cartacei resta complicato. La trasformazione è in atto per tutti ma per chi parte adesso sarà più facile», aggiunge Arrighi. I vantaggi competitivi per lo sportello non sembrano fermarsi qui. Le banche, per fare un esempio, potrebbero offrire modalità di pagamento mensile attraverso il conto corrente, e mettere a punto contratti più flessibili. «Potrebbero proporre a polizze unica, per esempio, all’interno della quale offrire coperture ai diversi bisogni, magari con assicurazioni a tempo», osserva il consulente. Innovazioni che potranno da realizzare grazie anche al digitale e alle nuove tecnologie. Sfruttando capacità di relazione e di semplificazione le banche potranno insomma aprire il mercato.

CHE COSA FARA’ POSTE ITALIANE NEL SETTORE RC AUTO

Diverso il caso del debutto programmato da Poste nel ramo Rc auto. In quel caso il bacino potenziale di riferimento, vista l’obbligatorietà della coperta per chiunque abbia un auto, non può crescere. L’effetto potrebbe essere un calo dei margini e non stupisce che gli agenti di assicurazione dello Sna, il sindacato nazionale, abbia alzato i toni chiedendo al governo di sospendere la gara avviata da Poste di cui il ministero dell’Economia detiene circa il 30%. Anche se, a ben vedere, pure in questo settore c’è da far crescere il mercato. Per esempio per le altre coperture legate sempre all’auto ma diverse dalla responsabilità civile, come quelle che tutelano il conducente. Pure in questo l’Italia è ancora indietro.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

L’assordante silenzio dem

lavocedellevoci.it 25.6.18

Sguardi smarriti sull’inutilità di una sconfitta senza l’onore delle armi, manifesta inferiorità, drappo bianco della resa logoro, esibito giorno dopo giorno dal tempo della prima ritirata, per nulla strategica, dello choc dell’Italia consegnata agli imberbi grillini e all’Attila della Val padana. Penoso il balbettare dei delusi, storici militanti della sinistra: un capolavoro di incertezze, sgomento, analisi monche, fragilità per prolungata apatia, vuoto di idee. Onda del populismo perciò in crescendo, contrastata da timida contestazione dei rottami della sinistra. Dello stato di inerzia, aggravato da inconsistenza reattiva e spenta passività, ha tratto vantaggi progressivi il duopolio Lega-5Stelle, culminato con l’ultimo schiaffo dei ballottaggi che hanno espugnato gli storici caposaldi democratici delle regioni “rosse”. Nel pieno della frustrazione si fa strada un percorso di resa che sembra portare diritto al suicidio. Sconcerta il silenzio assordante del Pd, espropriato delle sue roccaforti, orfano della classe operaia, privo di un leader credibile, fiaccato da lotte intestine e dal lungo assalto a Renzi, ai suoi partner così distanti dall’ideologia di sinistra. Certo, il fenomeno di sterzate a destra si espande ben oltre i confini italiani, ma qua e là si avvertono segnali di contrasto. La Spagna vira di bordo e si affida al socialista Sanchez, la Francia dichiara guerra a Salvini, l’America di Trump prepara il suo respingimento nella riserva dei disfattisti e il fenomeno del grillismo sembra imboccare il viale del tramonto, così da cogliere il bersaglio della democrazia violata in pieno, centrato dal torvo leghismo, benchè inviso all’Europa che conta.

Che questa sinistra sia allo sbando, diafana, è scritto nei novanta giorni di vacanza del governo Conte. Chiacchiere a vanvera è finora il Di Maio pensiero, colmo di retromarce sui fondamentali del programma elettorale che ha incantato gli italiani del disagio con promesse irrealizzabili, prima la balle del credito di cittadinanza. Non è stato meno evanescente il ruolo di partner dominante del co-vice ministro Salvini. Ogni fiato lo ha speso per convincere che i mali del Paese svanirebbero per incanto con l’espulsione dei migranti. Suo il criminale “E’ finita la pacchia”.

In tre mesi, il Pd ha molto (troppo) riflettuto in sordina e non fosse per il sodalizio Sala-Saviano, che a Milano ha mobilitato diecimila persone anti Lega, i dem avrebbero sepolto il valore della mobilitazione, consapevoli di non fare più conto sul popolo della sinistra.

Consultata la Sibilla sul tempo concesso a questo governo di incapaci, il responso è stato un più che prudente silenzio, con una postilla: “Sbrigatevi a resuscitare, chi governa ha fissato la barra della nave a destra e rischia di far sbatterla sugli scogli del fallimento, pericolo attendibile se mantiene fermo il proposito di Flat Tax e reddito di cittadinanza senza copertura finanziaria”.

Oltre che pensare alle vacanze a cosa si applica D’Alema se non a filare veloce sulle onde con la sua barca da Vip? Bersani ha già prenotato l’albergo di Riccione? Renzi percepisce già l’indennità di disoccupazione e Martina, in crociera Msc nei mari della Libia e dintorni, chiederà al comandante di raccogliere bambini di profughi in balia delle onde? Di queste angosciose domande si popolano gli incubi di Antonio, Gennaro, Stefano e Ciro, tesserati Pci dal 1950, metalmeccanici Fiom in Fiat, emigrati a Torino da Crotone, Pomigliano d’Arco, Terni, Enna, Sassari.

Banche venete, il contratto segreto tra Stato e Intesa Il testo integrale dell’accordo di vendita della Popolare di Vicenza e Veneto Banca

VVOX.IT MARCO MILIONI 3.7.17

 

l decreto ribattezzato salva-popolari entra in queste ore in una fase cruciale della sua vita, quello della conversione in legge. L’argomento, a partire dalla complessità del testo che sembra lasciare spazio ad interpretazioni giuridiche le più distanti, sta scatenando una ridda di polemiche, anche di piazza, ma pure di approfondimenti e di analisi. Come quella del Corsera che oggi nell’inserto economico dedica alla controversa vicenda un vero e proprio speciale.

Non mancano poi le stilettate del Fatto quotidiano che si concentra sul «contratto segreto» che proprio in relazione al cosiddetto salva popolari venete regola i rapporti tra Stato e Gruppo Intesa. Il testo dell’accordo peraltro è stato pubblicato integralmente dall’analista freelance Costantino Rover (clicca qui per leggere il testo completo) che sul tema ha avviato «una fase di studio che è appena agli inizi».

L’eco della polemica tuttavia oltre a rimbalzare tra palazzo Madama e Montecitorio, dove in queste ore il testo licenziato dal governo è al vaglio delle commissioni, è giunta sino in Piemonte. In una lunga lettera aperta alla stampa, Francesco Bedino, ex presidente di Bene Banca, un piccolo istituto di credito del cuneese, ricostruisce quelli che identifica come gli aspetti opachi che hanno portato a spron battuto alla scrittura di un decreto legge oggi al centro del dibattito. Una ricostruzione che peraltro non tralascia uno strascico polemico anche per una vicenda, quella di Bene Banca, che alcuni mesi fa è venuta ad incrociarsi con quella della BpVi.

Clicca qui per leggere il testo completo del contratto

Banche venete: il salvagente di governo e Intesa. Ma chi pagherà il conto dell’operazione?

. AGENSIR.IT 26.6.17

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che consente l’intervento di Intesa San Paolo per evitare il “fallimento disordinato” delle ex popolari del Nord-Est. Gentiloni: intervento doveroso per tutelare risparmiatori e sistema economico del territorio. Arrivano fondi pubblici, nasce la bad bank e vengono rassicurati i lavoratori

La crisi economica e finanziaria partita dagli Stati Uniti nel 2008 evidenzia ancora pesanti strascichi nel sistema bancario ed economico europeo. Basterebbe citare il Monte Paschi: ma ora in questa linea si può inquadrare – pur con tutti gli specifici connotati e le responsabilità del caso – il salvataggio di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Domenica 25 giugno il governo ha varato il decreto legge che evita il fallimento dei due istituti, mettendo in pericolo non solo i risparmiatori ma anche buona parte del sistema economico e produttivo del Nord-Est.

Evitato il “fallimento disordinato”. Di fatto lo Stato mette a disposizione immediatamente 5,2 miliardi (ma altri 12 sono “mobilitati”) affinché Intesa San Paolo rilevi la parte sana delle due banche, garantendo – almeno queste sono le prime cifre fornite – 50 miliardi di risparmi, 2 milioni di correntisti e 200mila imprese. Verrebbero inoltre salvaguardati tutti i posti di lavoro. Il resto confluirebbe in una bad bank che certo costerà molto cara a tutti gli altri italiani. Una operazione “pesante ma necessaria” secondo i protagonisti, che ha peraltro già avuto il via libera della Commissione Ue (Roma e Bruxelles si sono mosse di comune accordo), la quale “vigilerà sui conti pubblici”. Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, facendo buon viso a cattiva sorte, ha parlato di

“intervento a favore di correntisti e risparmiatori e delle economie del territorio”, “evitando il fallimento disordinato”

i cui effetti potrebbero essere ben più gravi di tale doloroso (per le casse pubbliche statali e per le tasche degli italiani) intervento. Per Gentiloni “si è trattato di una decisione importante, urgente e necessaria”, “non solo legittima ma doverosa”, rivolta “non certo ai responsabili del dissesto, ma ad altri: ai 2 milioni di clienti, alle Pmi, all’economia del territorio”. Non dunque “un regalo ai banchieri”. Anche se sarà interessante conoscere le cause e le responsabilità del dissesto delle due banche.

Nessun licenziamento. Al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che ha cucito su misura quest’ultimo decreto, è toccato ricordare che le cifre messe a disposizione dal governo “non avranno impatti sui saldi di finanza pubblica, in quanto già incorporate nel cosiddetto decreto salvabanche”. Concretamente i due istituti finiscono sotto l’ombrello di Intesa San Paolo: correntisti, detentori di mutui, aziende diventano clienti di Intesa.Il dettaglio dell’intervento chiama in causa crediti e debiti, azioni e obbligazioni, garanzie finanziarie e riorganizzazione di 600 sportelli.Le due banche venete “continuano a operare come componenti del gruppo Banca Intesa”, ha tenuto a rassicurare lo stesso Padoan. Carlo Messina, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, ha invece puntualizzato che la mano tesa alle due banche “sarà gestita senza licenziamenti ma solo attraverso uscite volontarie”, che, andrebbe sottolineato, costeranno altri soldi al Paese (si parla, con insistenza, di 3.900 esuberi).

Commissari liquidatori. Nel frattempo si è già provveduto a perfezionare l’operazione su Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Banca d’Italia ha nominato i commissari liquidatori dei due istituti.

Intesa San Paolo mette peraltro le mani avanti

e dichiara che il contratto di cessione della parte sana delle due banche comprende una “clausola risolutiva”, la quale prevede “l’inefficacia del contratto e la retrocessione alle banche in liquidazione coatta amministrativa”, “nel caso in cui il decreto legge non fosse convertito in legge, ovvero fosse convertito con modifiche o integrazioni tali da rendere più onerosa per Intesa Sanpaolo l’operazione”.
Tocca infine al presidente Gian Maria Gros-Pietro ribadire che “non è stato fatto alcun regalo” a Intesa San Paolo; “semmai abbiamo evitato un pericoloso effetto domino”.

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