Il default dell’Italia nel piano di Francia e Germania per commissariarci e prenderci le banche

Giuseppe Timpone investire oggi.it 26.6.18

La crisi del debito pubblico italiano maneggiata con noncuranza da Francia e Germania, che cercano il default per commissariarci sotto l’ombrello del Fondo europeo.

La crisi del debito pubblico italiano maneggiata con noncuranza da Francia e Germania, che cercano il default per commissariarci sotto l'ombrello del Fondo europeo.

L’accordo di Meseberg tra Germania e Francia di pochi giorni fa è stato sulle riforme da presentare al Consiglio europeo sulle istituzioni comunitarie e, in particolare, l’Eurozona. La cancelliera Angela Merkel e il presidente Emmanuel Macron si sono incontrati nella cittadina del Brandeburgo, poco distante da Berlino, e hanno redatto una dichiarazione, che è andata oltre lo stretto contenuto da proporre insieme al vertice di questa settimana a Bruxelles. In esso, compare anche la riproposizione di una vecchia idea degli stati del nord e della stessa Germania, tanto che nei mesi scorsi era stata caldeggiata dall’ormai uscente ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, attuale presidente del Bundestag. Essa riguarda le modalità con cui affrontare una crisi del debito pubblico all’interno dell’Eurozona, secondo meccanismi del tutto simili a quelli individuati per i salvataggi bancari e noti anche come “bail-in”.

Crisi debito italiano ancora più grave con paralisi politica 

Nelle intenzioni franco-tedesche, quando un paese ha problemi di sostenibilità del debito pubblico, i suoi creditori dovrebbero partecipare almeno a parte delle perdite, fossero banche, fondi, assicurazioni o semplici investitori individuali. L’assunto è semplice e persino corretto: chi ha prestato denaro dissennatamente a uno stato finanziariamente poco solido, magari allettato dai rendimenti relativamente elevati, dovrà assumersi le conseguenze delle proprie azioni e all’occorrenza essere coinvolto nelle perdite.

Il principio, tuttavia, rischia di aggravare e non di risolvere i problemi delle economie più indebitate dell’Eurozona. La ristrutturazione automatica dei debiti nell’area, qualora passasse all’esame dei governi, rischia di tradursi in un boomerang devastante per l’Italia, in particolare, che con 2.300 miliardi di euro risulta l’economia più oberata di debiti in Europa e terza in valore assoluto nel mondo. Gli investitori accoglierebbero la novità come l’avvisaglia di un default in arrivo proprio a Roma, vendendo in massa i nostri titoli di stato e provocando un’impennata dei rendimenti, che porterebbe sì alla perdita dell’accesso ai mercati finanziari e successivamente alla richiesta di ristrutturazione. In pratica, la misura avrebbe l’effetto di una profezia auto-avverante.

Il piano pericoloso per commissariare l’Italia

Anche senza dipingere scenari estremi, il solo fatto che le future emissioni dei titoli di stato possano essere sospettate di contenere rischi concreti di ristrutturazione, ovvero di perdite in forma di taglio del valore nominale dei bond (“haircut”) e/o di allungamento delle scadenze e/o riduzione delle cedole (anche per i bond in mano alla BCE?), spingerebbe i mercati a fuggire dagli stati percepiti come meno solidi, concentrandosi su quelli forti. In concreto, assisteremmo a deflussi di capitali dalla semi-periferia e ad afflussi verso le economie “core”, ovvero ad acquisti di titoli tedeschi, olandesi, austriaci, in parte anche francesi, nonché alla vendita di italiani, spagnoli, portoghesi, greci, etc. Gli spread schizzerebbero e, anziché tendere alla convergenza, la ristrutturazione consentita automaticamente, al ricorrere di precise condizioni, porterebbe a un ampliamento delle già forti divergenze finanziarie, insomma a una ulteriore frammentazione dei mercati.

La ristrutturazione del debito pubblico italiano è diventata un’opzione reale

E allora, due le ipotesi: o Francia e Germania non si rendono conto della portata delle loro proposte o riterrebbero ormai inevitabile un default dell’Italia e vorrebbero adottare meccanismi in grado di consentire la ristrutturazione ordinata del nostro immenso debito pubblico, rendendo possibile la permanenza nell’Eurozona e senza giungere a sconquassi anche sul piano politico, oltre che finanziario. Pura utopia, come ci insegna la recente storia sul “bail-in”. Quando l’ipotesi di salvataggi a carico degli investitori privati divenne uno spettro credibile dalla fine del 2015, i titoli bancari arrivarono a perdere quasi il 60% del loro valore in appena 7-8 mesi a Piazza Affari. Le banche più gravate dai crediti deteriorati finirono a gambe per aria, tra cui MPS, che dovette essere nazionalizzata, bruciando decine di miliardi di ricapitalizzazione degli anni precedenti.

Le mani anche sulle banche italiane

Nel caso dell’Italia, si scatenerebbe un “sell-off” così ingente dei nostri BTp, che i rendimenti esploderebbero e il Tesoro, a meno che la ristrutturazione gli consenta di azzerare il fabbisogno finanziario a breve, sarebbe costretto a chiedere aiuto a quel Fondo Monetario Europeo di probabile futura istituzione, che sempre Francia e Germania a Meseberg (coincidenza?) hanno previsto in soccorso delle economie in crisi e come alternativa al Fondo Monetario Internazionale, ormai al limite delle sue capacità nella gestione delle crisi europee. In sostanza, a voler essere maligni, Merkel-Macron avrebbero trovato la soluzione a un problema che essi stessi vorrebbero far esplodere, magari nell’intento (positivo) di tagliare la testa al toro dopo troppi anni passati a discutere più o meno apertamente del caso Italia e della minaccia per il futuro dell’Eurozona derivante dalla sua montagna di debiti.

Peccato che i due paesi abbiano dimostrato di essere tutto, fuorché capaci di gestire o anticipare alcuna crisi. In fondo, quella dei debiti sovrani è stata provocata proprio dall’attendismo, nonché dal dilettantismo con cui tedeschi e francesi, in particolare, hanno affrontato la situazione in Grecia e subito dopo hanno giocato con lo spread italiano. Nel migliore dei casi, il duetto franco-tedesco avrebbe disegnato un futuro di commissariamento per l’Italia. Come vi abbiamo avvertito in un altro articolo, i due leader hanno pure concordato sulla necessità di introdurre un tetto del 5% per i crediti deteriorati delle banche europee, consapevoli che quelle italiane ne posseggano volumi più che doppi rispetto a tale soglia e che, quindi, finirebbero per dover richiedere sul mercato decine di miliardi per ricapitalizzarsi, scatenando una nuova crisi dei titoli in borsa. In più, si consideri che i nostri istituti hanno ancora in pancia sui 340 miliardi di titoli tricolori e salterebbero in aria alla sola ipotesi di una ristrutturazione resa possibile in via automatica da un eventuale cambio di impostazione politica nell’area.

Che forse a qualcuno convenga in giro per l’Europa comprarsi le nostre banche per pochi spiccioli, allettati da quegli oltre 1.700 miliardi di euro di risparmi, frutto della capacità degli italiani di fare le formiche anche nei momenti di difficoltà? E che le potenziali tensioni bancarie siano il pretesto per giungere anche alla “messa in sicurezza” del nostro debito sovrano? Attenzione ai colpi di coda di Berlino e Parigi. Merkel e Macron appaiono a tutti gli effetti due liquidatori fallimentari, non certo due manager a cui affidare le sorti di rinascita della nostra Nazione.

La vendetta di Macron contro le nostre banche, ecco il rischio di un nuovo 2011

Banche: belle, sane e di buona costituzione, ma torna il problema in Italia

affariitaliani.it 26.6.18

Banche: belle, sane e di buona costituzione, ma torna il problema in Italia

carlo messina 500 2

Mustier

nagel pagliaro

Non trova pace il mercato obbligazionario italiano, col “rischio Italia” che porta gli investitori a chiedere un sovrarendimento (“spread”) crescente per acquistare titoli di stato tricolori rispetto agli omologhi titoli tedeschi. Dal 25 aprile a oggi lo spread sulla scadenza a 10 anni è andato dall’1,15% sino al 3% prima di ridiscendere al 2,15% lo scorso 18 giugno, per poi tornare a salire nuovamente e riportarsi stasera in area 2,55%

Oltre a soffrire il Tesoro, che già il mese scorso per collocare complessivamente 2,15 miliardi di Btp decennali ha dovuto accettare che il rendimento lordo annuo salisse al 3% (il mese precedente aveva assegnato 3,45 miliardi pagando solo l’1,70% lordo) e domani proverà di nuovo a sondare il mercato offrendo non più di 2,5 miliardi (contro i 9 miliardi di Bonos decennali che punta a collocare la Spagna), soffrono anche i titoli delle banche italiane quotate, da sempre correlate all’andamento dei titoli di stato di cui hanno “in pancia” ancora 340 miliardi.

Pochissimi istituti si sono sottratti al rosso, come Banco Bpm (quotava 2,41 euro, tratta stasera attorno ai 2,475 euro per azione), Bper Banca (da 4,665 a 4,687 euro), Credem (rimasto stabile attorno ai 6,3 euro per azione) o Banca Carige (stabile sugli 0,8 centesimi di euro a titolo), mentre tutti gli altri istituti hanno accusato perdite più o meno marcate che ne hanno ridotto la capitalizzazion

Così Intesa Sanpaolo ha visto le quotazioni passare da 2,638 a 2,486 euro scivolando a poco più di 43,5 miliardi di capitalizzazione, Unicreditda 15,39 a 14,12 euro (32,4 miliardi), Mediobanca è calata da 8,52 a 8,08 euro (sotto i 7,5 miliardi), Ubi Banca da 3,625 a 3,221 euro (3,8 miliardi), Mps da 2,625 a 2,548 euro (ridiscendendo sulla soglia dei 3 miliardi), Banca popolare di Sondrio da 3,57 a 3,396 euro (meno di 1,6 miliardi), il Creval da 0,101 a 0,0969 euro (sotto i 700 milioni) e Banco Desio da 2,17 a 2,11 euro (meno di 270 milioni).

Il tutto, si badi, mentre è proseguita la pulizia di bilancio, con Banco Desio che sta completando in questi giorni la cessione dei titoli mezzanine e junior di una cartolarizzazione da poco meno di 1 miliardo di Npl nominali, Bper Banca che ha appena portato a termine la cartolarizzazione di 900 milioni di Npl della controllata Banco di Sardegna (in attesa di completare altre una o due cartolarizzazioni da un miliardo ciascuna di propri Npl), Unicredit che ha ceduto circa 250 milioni di Npl della controllata croata Zagrebacka Banka, Creval ha cartolarizzato 1,6 miliardi di sofferenze assistite da garanzie Gacs e l’elenco potrebbe continuare.

 

In tutto PwC, prevede che le banche italiane, dopo aver chiuso il 2017 con in pancia 94 miliardi di inadempienze probabili (Utp) contro i 117 miliardi di un anno prima, e 165 miliardi di Npl (da 200 miliardi) oltre a 5 miliardi di scaduti (da 7 miliardi a fine 2016), dovrebbero ridurre di altri 70 miliardi i crediti deteriorati nel corso del 2018. Sane e appetibili, secondo l’Abi, le banche italiane correrebbero il rischio di finire preda di “avvoltoi” stranieri pronti a farne un sol boccone, magari fondendole tra loro per poi tagliare filiali e dipendenti. In verità gli “avvoltoi” stranieri non sembrano proprio dietro l’angolo, se non altro perché in Europa anche altri istituti si trovano in situazioni ancora più delicate, come Deutsche Bank, Commerzbank o Royal Bank of Scotland, ma certo la redditività degli istituti tricolori resta un tallone d’Achille di non poco conto.

Secondo Carmelo Barbagallo, capo del Dipartimento di Vigilanza della Banca d’Italia, per quanto il processo di derisking sia “consistente” ed abbia interessato sia gli stock pregressi sia i flussi di nuovi crediti deteriorati coi primi ridottisi, al netto delle rettifiche, dal picco di 200 miliardi del 2015 a circa 140 miliardi del2017, mentre i secondi sono ora pari al 2% dei finanziamenti erogati contro un picco del 5% nel 2013, la redditività resta “insoddisfacente”.

marco morelli

La media ponderata del rendimento dei fondi propri (Roe), al netto delle componenti straordinarie, è risultata a fine 2017 pari al 4% (da un Roe negativo del -6% solo 12 mesi prima), ovvero del 3,6% per le banche sistemiche e del 2,8% per quelle “meno significative” (le banche di medie dimensioni). Al confronto, Bnp Paribas presentava a fine 2017 un Roe dell’8,9% e il Banco Santander del 6,98%. Certo, le banche “sistemiche” hanno un paio di vantaggi che potrebbe renderle appetibili: anzitutto il rapporto tra margine d’intermediazione e mezzi propri è pari al 35% (contro il 21% delle banche di media dimensione), vale a dire che riescono ad alimentare il conto economico con “ricavi diversi dal margine d’interesse” come ha fatto notare sempre Barbagallo.

Victor Massiah

Segno che aver puntato per tempo sul risparmio gestito, il private banking e le attività di bancassurance è stata una strategia che ha pagato chi l’ha implementata, come Intesa Sanpaolo o Unicredit.

Secondo, il rapporto tra costi e ricavi è stato, in media ponderata, del 70%, contro il 78% delle banche “meno significative”. Segno che aver avviato per tempo la ristrutturazione delle proprie reti territoriali e aver puntato su attività online o su reti di distribuione finanziaria ha consentito di compensare almeno in parte la compressione dei ricavi dovute a un margine d’interesse ai minimi storici.

L’allarme di Abi, per quanto corretto, sembra non tener conto che se non sarà un “avvoltoio” straniero per gli istituti italiani il futuro non potrà comunque che essere sempre più contrassegnato da una concentrazione del mercato e da un alleggerimento ulteriore delle reti di filiali sul territorio, con inevitabili ripercussioni anche sulla forza lavoro, a meno che non si pensi ancora una volta di scaricare i costi di una minore efficienza delle banche sulla clientela. Una pratica che non renderebbe le banche italiane più solide né più facilmente difendibili da eventual mire predatorie. Di certo, dunque, ci aspetta una nuova stagione di risiko, resta da vedere se gli italiani troveranno il modo di superare diffidenze e veti politici incrociati o se dovrà arrivare dall’estero qualche offerta di quelle che è difficile rifiutare.

Luca Spoldi

L’annuncio di Conte: “Lifeline a Malta”. Salvini esulta: “E due! Stop invasione”

Roma, 26 giu – La nave della Ong Lifeline attraccherà a Malta. L’Italia ha di fatto vinto il secondo braccio di ferro tra governi europei evitando di far sbarcare altri immigrati sulle coste italiane. E’ il secondo episodio analogo dall’insediamento del nuovo esecutivo italiano, dopo quello dell’Aquarius della Ong Sos Mediterrane. “Ho appena sentito al telefono il presidente Muscat: la nave della Ong Lifeline attraccherà a Malta”, ha detto il premier Giuseppe Conte. “Coerentemente con il principio cardine della nostra proposta sull’immigrazione – secondo cui chi sbarca sulle coste italiane, spagnole, greche o maltesi, sbarca in Europa – ha precisato Conte – l’Italia farà la sua parte e accoglierà una quota dei migranti che sono a bordo della Lifeline, con l’auspicio che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso come in parte già preannunciato”. Quindi una parte dei clandestini a bordo della Lifeline in realtà verranno accolti in Italia, ma si tratta comunque di un passo avanti rispetto a quanto avveniva regolarmente con i precedenti governi.La stessa Unione Europea adesso sembra capire che l’aria è cambiata e non può limitarsi a ordinare a Roma di aprire le porte. “Nel Mediterraneo ci sono molti attori che fanno salvataggi tra ong e navi nazionali. E’ chiaro che c’è un problema, non è giusto che sia solo un paese dell’Ue a ricevere tutte queste navi e abbiamo compreso la posizione italiana”, ha dichiarato un portavoce della Commissione europea. “E’ stato uno dei punti discussi domenica e lo sarà anche al Consiglio europeo – ha specificato – Stiamo lavorando sulle opzioni di sbarco e su un migliore sistema di sbarco e gestione di ricerca e salvataggio, serve un sistema che funzioni”.

Intanto Salvini su Facebook esulta e conferma che la Lifeline attraccherà a Malta: “E due! Dopo la Ong Aquarius spedita in Spagna, ora tocca alla Ong Lifeline che andrà a Malta, con questa nave fuorilegge che finalmente verrà sequestrata. Per donne e bambini davvero in fuga dalla guerra le porte sono aperte, per tutti gli altri no! #stopinvasione”.

Alessandro Della Guglia

SLITTA SLITTA, ARRIVIAMO A NATALE – DOMANI SI VOTA IN CDP, MA IL GOVERNO NON PRESENTA I NOMI: LEGA E M5S ANCORA SI STANNO SCANNANDO SU SCANNAPIECO. E COSÌ SLITTANO PURE I NOMI DI RAI E FERROVIE – DI MAIO INTANTO STA GIÀ ”SPENDENDO” I SOLDI DELLA CASSA SU TUTTI I DOSSIER SCOTTANTI, DAI DEBITI DELLA P.A. AL SALVATAGGIO DELLA EX BREDAMENARINIBUS. CON GUZZETTI CHE PROVA A STOPPARE QUESTE SPESE PAZZE COL RISPARMIO POSTALE DEGLI ITALIANI…

dagospia.com 26.6.18

1. FERROVIE E RAI FANNO SLITTARE LE NOMINE DI CDP

Alessandro Barbera per la Stampa

Mentre i riflettori dei media sono accesi su confini e migranti, fra Lega e Cinque Stelle continua il braccio di ferro sulle nomine nelle aziende pubbliche. Il segnale più evidente è il probabile rinvio dell’ assemblea che a fine mese avrebbe dovuto decidere i nuovi vertici della Cassa depositi e prestiti. Più che un problema in sé, la madre di tutte le nomine è finita in un gioco più grande che ormai coinvolge il futuro della televisione pubblica e delle Ferrovie.

Pur fra i mal di pancia di alcuni, il numero uno delle Fondazioni bancarie Giuseppe Guzzetti ha prenotato la poltrona di presidente per l’ ex Mps e sottosegretario al Tesoro Massimo Tononi. Al momento i candidati più forti per la guida operativa restano il vicepresidente della Banca europea per gli investimenti, Dario Scannapieco, e il direttore finanziario della stessa Cdp Fabrizio Palermo: potrebbero essere nominati rispettivamente amministratore delegato e direttore generale.

Dario ScannapiecoDARIO SCANNAPIECO

In questo schema resterebbe fuori Massimo Sarmi, già numero uno di Poste e della società che controlla l’ autostrada Milano Serravalle. Qui sorgerebbe il primo problema: nell’ universo leghista la determinazione a trovare una collocazione a quest’ ultimo è fermissima.

La poltrona delle Ferrovie è un boccone ghiotto: lo scorso 2 giugno il pubblico ministero di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio di Renato Mazzoncini per truffa ai danni dello Stato in una vicenda di contributi pubblici erogati a Busitalia, la società di cui era ai vertici prima di approdare alle Fs.

SALVINI DI MAIOSALVINI DI MAIO

Ma nonostante il problema di onorabilità che ne consiglia la rimozione (il Tesoro ne avrebbe chiesto le dimissioni) e la nota fede renziana, Mazzoncini è un esperto del settore. Dopo la lunga stagione di Mauro Moretti e la concorrenza sempre più agguerrita di Italo (ora controllata dal fondo americano Global Infrastructure Partner), il successore dovrà essere altrettanto avvezzo alla materia. La faccenda Rai è ancor più ingarbugliata e, una volta scelti presidente, direttore generale e consiglio di amministrazione, sarà il turno di direttori di rete e di testate giornalistiche.

FABRIZIO PALERMOFABRIZIO PALERMO

Ecco perché l’ Assemblea dei soci di Cdp, convocata per domani, si limiterà ad approvare il bilancio del 2017 (va fatto entro 180 giorni dalla sua chiusura) e rinvierà le nomine. L’ attesa non sarà lunghissima: nel governo c’ è la volontà di chiudere il pacchetto al più tardi per metà luglio. Molto dipenderà anche dall’ azionista per legge – il ministro del Tesoro Giovanni Tria – nella non facile condizione di mediatore fra i due azionisti veri, quelli della maggioranza.

Twitter @alexbarbera

2. DI MAIO,NOMINE CDP CON MISSIONE STOP DEBITI PA-IMPRESE

 (ANSA) – “Sarà molto importante lavorare in tandem nel rapporto dei debiti della P.a. con le imprese anche” con “strumenti come Cassa depositi e prestiti. Dobbiamo necessariamente pagare e onorare i nostri debiti o non avremo nessuna credibilità. Le nomine che si andranno a fare nei prossimi giorni in aziende importanti come Cdp saranno occasione per individuare una mission: lavorare per ridurre ed eliminare i debiti che lo Stato ha e che ha portato al fallimento di tante imprese”. Lo dice Luigi Di Maio a Confartigianato.

3. CDP E LEONARDO-FINMECCANICA, ECCO COME DI MAIO SFIDA GUZZETTI (E NON SOLO)

Michele Arnese per www.startmag.it

Le fondazioni bancarie rappresentate dall’Acri di Giuseppe Guzzetti frenano su interventi di sistema tramite Cassa depositi e prestiti, ma il vicepremier Luigi Di Maio evoca e invoca proprio gruppi controllati o partecipati dal Tesoro come Cdp e Leonardo-Finmeccanica per operazioni come il salvataggio e il rilancio dell’ex Bredamenarinibus.

GUZZETTIGUZZETTI

Ecco che cosa ha detto il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro parlando con i cronisti fuori dai cancelli dell’ex Bredamenarini, ora Iia (Industria italiana autobus), la newco nata il 1° gennaio 2015 dalle ceneri di Irisbus e Bredamenarinibus.

“Se ci sono aziende che vanno bene e oggi se ne abusa facendo produrre all’estero quello che si dovrebbe produrre qui, allora l’Italia e i lavoratori italiani vengono prima di tutto. Se fino ad ora non si è stati in grado, con il socio che hanno fatto entrare, di produrre in Italia, allora lo Stato dovrà intervenire con strumenti come Invitalia, Cdp, Finmeccanica per mantenere il lavoro in Italia e il lavoro ai lavoratori italiani”, ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio.

MASSIMO TONONIMASSIMO TONONI

“Sapere che un’azienda come questa ha circa 700 commesse, ha lavoro per 700 veicoli e non glielo fanno fare”, ma lo fanno realizzare “in Turchia, nonostante qui ci sia stato un tavolo in cui è intervenuto lo Stato, è uno schiaffo a tutti coloro che non hanno un lavoro in Italia e a tutti quelli che lavorano qui dentro e ora sono in una situazione di precarietà e incertezza”, ha sentenziano il leader pentastellato: “Questo stabilimento è direttamente collegato a quello di Avellino ed entrambi risentono del paradosso per cui c’è lavoro, ma non si è in grado di realizzarlo perché il socio non sta facendo gli investimenti”.

Una stilettata non proprio indiretta al presidente e amministratore delegato della società, Stefano Del Rosso, oggetto di critiche nelle scorse settimane da esponenti del Movimento 5 Stelle per i mancati investimenti che erano stati annunciati dall’azienda. Del Rosso rispose così al deputato M5S, Generoso Maraia: “Ha pronunciato insulti, menzogne, e le ha diffuse a mezzo Facebook e sulla stampa nei confronti della direzione di IIA. Il tutto è avvenuto nel silenzio dei rappresentanti sindacali presenti. Questo è stato un vero peccato”.

BREDA MENARINI BUSBREDA MENARINI BUS

“Se il socio non è in grado di investire – ha detto Di Maio – siccome nei prossimi anni noi vogliamo invece investire in trasporto pubblico locale e in settori strategici come quello della mobilità urbana, allora lo Stato farà un investimento in questi stabilimenti”.

La vicenda ex BredaMenarinibus sarà approfondita con i tecnici del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico il prossimo 6 luglio a Roma.

Nelle scorse settimane, Invitalia (la spa pubblica guidata dall’ad, Domenico Arcuri, di nomina renziana) si è detta impossibilitata ad entrare nel capitale dell’azienda, ma disponibile ad intervenire nei confronti di Iia con un fondo controllato proprio da Invitalia e costituito per aiutare le aziende del Mezzogiorno. L’erogazione di tale fondo però è legata alla presenza di almeno un investitore privato al fianco di Industria italiana autobus.

CLAUDIO TESAURO INVITALIA CON DOMENICO ARCURICLAUDIO TESAURO INVITALIA CON DOMENICO ARCURI

Ma ora Invitalia, così come Cdp e Leonardo (ex Finmeccanica), è caldamente invitata a riflettere sul dossier. Un auspicio o un invito come nel caso di Alitalia?

 

Il problema delle iperdiluizioni nel capitali sociali bancari. Un colloquio fra Alfonso Scarano e Giovanni Bottazzi

 scenarieconomici.it 26.6.18

 

Abstract

Imbattendomi nelle questioni di capitale sociale ed assetto societario, che a tanti possono apparire noiosissime ed insignificanti, trovo invece che dovrebbero essere comprese meglio e più diffusamente per la loro importanza quale base democratica aziendale dei diritti degli azionisti tutti, e non solo quei pochi che, meglio informati ed organizzati, potrebbero fare carne da macello degli altri. 

La questione emerge chiaramente nelle dinamiche degli aumenti di capitale “iperdiluitivi” in cui i vecchi soci che non sottoscrivevano i nuovi aumenti di capitale (caso Carige, Creval ed altri), perché già provati dalle gravissime perdite degli ultimi anni, sono rimasti miseramente con un pugno di mosche in mano.

Per rendere meglio appetibile il linguaggio ed i concetti di capitale sociale e dei diritti che ne discendono, ne parlo colloquialmente con il mio mentore sulle questioni finanziarie, il mio caro amico Giovanni Bottazzi, già responsabile ufficio statistica Borsa Italiana, padre dell’indice Mibtel nonché fine ragionatore ed utilizzatore sistematico del “rasoio di Occam” nel ragionamento finanziario.

AS. Caro Giovanni, sono ormai numerose le società quotate in Borsa che hanno optato per la soluzione delle azioni prive del valore nominale. Ora, è mai possibile che si parli di emissioni di azioni con sovrapprezzo? Come può esistere un sovrapprezzo se non c’è la sua base di riferimento, appunto il valore nominale?

GB. Penso che a tutti i nostri potenziali lettori sia utile fare un breve ripasso degli scritti e dei ragionamenti fatti nel recente passato, solo in parte trasferiti ai quotidiani, ossia agli articoli del “Fatto quotidiano”, 2 marzo 2016, “Tutti i dubbi di un aumento di capitale su cui la Banca d’Italia ancora non ha fatto chiarezza – Popolare Vicenza e le nuove azioni vendute dalla finestra”

Che può trovarsi al sito

http://www.vicenzapiu.com/leggi/banca-popolare-vicenza-le-nuove-azioni-vendute-dalla-finestra-sotto-i-63-euro-problemi-di-discriminazione-tra-vecchi-e-nuovi-azionisti#articlecontent

e mercoledì 6 dicembre 2017 “Risparmio tradito – Carige e le altre, sugli aumenti iperdiluitivi serve una norma ad hoc”, che si può trovare al sito

https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/carige-e-le-altre-sugli-aumenti-iperdiluitivi-serve-una-norma-ad-hoc/

La materia del capitale sociale delle imprese, per lo meno per chi non sia proprio della partita, complessa già lo era prima, intendo prima della riforma societaria entrata i vigore con il 2004. Già spiegare come si forma il valore teorico del diritto d’opzione e il significato e l’uso del coefficiente di rettifica è sempre stata una bella impresa. Ma almeno c’erano robusti “caposaldi”, ossia alcuni presìdi posti a rispetto degli interessi delle varie parti coinvolte e, soprattutto, della logica, che è unica a dispetto dei vari campi in cui la applichiamo. Figurarsi adesso, dopoché una agguerrita compagnia guastatori – del diritto, del buon senso, della chiarezza aritmetica ecc. ecc., ossia dopo la riforma societaria, ha distrutto uno di quei caposaldi: il valore nominale unitario dell’azione! Infatti, è ora consentito alle società di avere il capitale rappresentato da azioni “prive del valore nominale”. Ad un esame attento, risulta però che l’espressione impiegata è tutt’altro che felice; anzi, fortunatamente non esprime il vero contenuto di questa riforma. Infatti, visto che sussiste comunque un capitale sociale di bilancio e di statuto, è determinabile ancora un valore unitario per azione, come rapporto tra il capitale sociale complessivo ed il numero di azioni emesse dalla società. Ergo, non si tratta propriamente di “azioni prive del valore nominale”, bensì di azioni “prive dell’indicazione del valore nominale”, che è cosa ben diversa. Che se, al contrario, se davvero l’azione non avesse un valore nominale qualunque non esisterebbe neppure il concetto di capitale sociale… Vero? Resta tuttavia il fatto che l’erronea denominazione impiegata genera il pericolo, reale, di fraintendimenti e conclusioni erronee.

AS: Ma dunque, a tutela delle parti rimane ancora qualcosa di forte della precedente e solida costruzione giuridica?

GB. Fortunatamente resta ancora, a monte, il baluardo rappresentato del concetto di capitale sociale (nominale), iscritto nel bilancio societario e nello statuto; a cui, come detto, dopo la riforma citata, può non corrispondere più, proporzionalmente per il numero di azioni in circolazione, il valore nominale unitario per azione. In altre parole, con il dichiarato scopo, meglio il pretesto, di “facilitare l’accesso al mercato (finanziario)” e di “semplificare” la vita finanziaria delle società, quelle quotate e quelle che fanno comunque ricorso al mercato, si è preferito concedere alle società di eliminare quel vincolo che era rappresentato dal valore nominale unitario; così facendo si è gettato però lo scompiglio nelle idee, che già per conto proprio facevano fatica a stabilizzarsi diffusamente tra i neuroni degli interessati…

Ma, a ben vedere, anche questo baluardo è stato già intaccato dalla riforma, anche la valenza del capitale sociale è stato menomata, visto quanto prevede l’articolo 2446 del Codice civile riformato. Dopo avere ripetuto quanto già in passato per la società che perda più di un terzo del capitale per perdite di bilancio, ossia la riduzione proporzionale e un aumento di capitale adeguato per riportarlo a norma, se viene a scendere sotto il livello minimo previsto per quel tipo di società, la formulazione riformata dell’articolo aggiunge la seguente disposizione:

<<Nel caso in cui le azioni emesse dalla società siano senza valore nominale, lo statuto, una sua modificazione ovvero una deliberazione adottata con le maggioranze previste per l’assemblea straordinaria possono prevedereche la riduzione del capitale di cui al precedente comma sia deliberata dal consiglio di amministrazione. Si applica in tal caso l’articolo 2436. >> (la sottolineatura è mia, non del Legislatore…)

Vedi http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/codici/codiceCivile/articolo/2956/art-2446-riduzione-del-capitale-per-perdite.html

Dunque, anche qui si è consentito un “annacquamento” degli obblighi; in attesa, forse, che con la prossima riforma si cancelli completamente anche l’ultimo residuo punto fermo a cui agganciare tutele, ogica e calcoli…

AS. Anch’io vedo questa china… Il mio sconcerto deriva da fatto che non vedo più la costruzione giuridica coerente e sperimentata esistente prima della riforma di questa parte del codice civile: l’edificio del capitale sociale risultava sostanzialmente ben organizzato e meglio comprensibile. Ora che le modifiche successive hanno tarlato l’edificio ligneo della struttura del capitale aziendale, si assiste all’aberrazione degli aumenti di capitale “iperdiluitivi”. Un inciso a beneficio dei lettori: è una soluzione presa sotto l’incudine della frettolosa necessità di nuovo capitale di rischio, per le banche indotta “spintaneamente” dalla BCE in occasione della liquidazione per un tozzo di pane dei crediti deteriorati da parte delle banche stesse. Meglio sarebbe stato consentire loro una gestione interna meglio organizzata, paziente e conservativa del rapporto con il cliente, invece che lasciarlo spolpare dai fondi locusta che puntano a monetizzare velocemente la loro speculazione.

GB. Non è un caso se, con tali aumenti di capitale, i vecchi soci hanno perso quasi tutto proprio per la tecnica della iperdiluizione, ovvero l’emissione di un immenso numero di nuove azioni ad un prezzo piccolissimo. Ad esempio, il CdA viene delegato dall’assemblea per un aumento di capitale di 700 milioni, senza specificare il prezzo della nuova azione e il conseguente numero di nuove azioni.

Quindi possono essere scelte, a discrezione del CdA, diverse ricette che danno come identico risultato 700 milioni di €. Ad esempio, 700 milioni di nuove azioni a 1 € (1€ x 700 milioni azioni = 700 milioni €), oppure 7 miliardi di nuove azioni a 10 centesimi di euro (0,1€ x 7 miliardi azioni = 700 milioni €), oppure 70 miliardi di nuove azioni a 1 centesimo (0,01€ x 70 miliardi azioni = 700 milioni €).

Una scelta del CdA di quest’ultimo tipo ha un effetto potenzialmente catastrofico per il vecchio azionista quando il prezzo delle azioni, dopo l’emissione di quelle nuove, precipita a valori miserrimi per via dell’altissimo numero di nuove azioni emesse ad un prezzo irrisorio. I casi Carige e Creval mostrano che i vecchi azionisti hanno perso oltre il 90% rispetto alle quotazioni (pur basse) del mese precedente l’aumento di capitale. Vien detto che altrimenti l’aumento di capitale non sarebbe andato a buon fine; ma la risposta è che l’opportunità speculativa dell’iperdiluizione è stata massicciamente sfruttata dagli investitori entranti perché lasciata libera dal regolatore. Ci fosse stata una norma che stabilisse un prezzo minimo di emissione – almeno per le società quotate – se non più il valore nominale ora eliminato almeno, ad esempio, la media dei prezzi del mese precedente, è chiaro che comunque l’aumento si sarebbe fatto a condizioni più equilibrate e rispettose dei vecchi azionisti.

AS. Insomma, distrutto il concetto di valore nominale unitario dell’azione, il capitale sociale resta ancora la base strutturale economica per la tutela dei diritti dei soci in una società di capitali, che la riforma non ha ancora distrutto del tutto.

GB. Proprio così. Gli aumenti di capitale iperdiluitivi sono un sintomo grave della malattia che attraversa la struttura del capitale societario e delle proporzioni e forma di rappresentanza delle società di capitale.

Ora succede questo: dato un certo capitale sociale, quello che ancora resiste nei concetti che regolano le scritture contabili, quando la società abbia deciso di non più indicare nello statuto il valore nominale unitario dell’azione, valore nominale (unitario) e numero di azioni sono due numeri legati da un vincolo di reciprocità ma, a parte questo legame, soggetti al legame con il capitale sociale solamente per il loro prodotto aritmetico. Sostanzialmente numeri molto liberi di muoversi tra incredibili estremi, grande numero di azioni, piccolissimo valore unitario… Lo abbiamo visto nelle emissioni di azioni per aumento di capitale, CARIGE e CREVAL. Ora i CdA, che governano e sgovernano, con le deleghe ricevute dalle Assemblee societarie, sono arbitri delle nuove emissioni azionarie. Queste hanno sì, ancora, lo scopo di fare affluire capitale di rischio alla società, ma hanno soprattutto lo scopo di mettere fuori gioco l’azionariato costituito e di sostituirlo con il minimo impiego di capitale. Il trasferimento di ricchezza dall’azione ai diritti d’opzione e lo svilimento del prezzo dei diritti nei giorni di trattazione in Borsa completano il gioco, a favore dei nuovi arrivati e in danno dell’azionariato preesistente.

Questo significa facilitare l’accesso al mercato?

Non significa invece, purtroppo, la distruzione della residua fiducia negli istituti che regolano il mercato finanziario?

AS. Propendo per la seconda ipotesi. Voglio poi vedere gli (ex)azionisti (che quasi sempre sono anche correntisti) delle banche oggetto delle recenti iperdiluizioni come si rapportano ora con la banca che li ha infiocinati con la tecnica della iperdiluizione. Ora, quali semplici clienti di una banca, resa banca qualunque e non più posseduta tramite le azioni, sarà per loro certamente più facile o indifferente anche cambiare banca.

La fiducia riposta un tempo diventa solo un ricordo forsanche reso rancoroso per la ferita da fiocina (l’aumento di capitale iperdiluitivo).

Nel dettaglio delle introdotte variazioni sarà bello proseguire il dialogo con un notaio o un commercialista per far emergere dal loro versante qualche elemento di giudizio della situazione corrente, di critica ma anche di ipotesi di soluzioni. Che ne dici?

GB. Buona idea, bello continuare il dialogo; soprattutto se avremo la fortuna di un confronto con le altre figure direttamente interessate a queste trasformazioni del diritto, che sembrano passate un po’ in sordina, ma sono invece snodi importanti, perché possano guardare al futuro e non siano canalizzate, in modo distorto verso precisi interessi particolari del momento. A proposito di possibili fraintendimenti, Mi preoccupa, quanto credo di capire dalla lettura della Massima del Consiglio notarile di Milano del 18/6/ 2018 dal titolo “Le potenzialità delle azioni senza valore nominale: l’emissione di azioni senza aumento di capitale”. Qui la conclusione che ora si possano emettere azioni a pagamento senza aumento di capitale chiaramente è fatta derivare da una interpretazione – chiaramente da me non condivisa – dell’espressione usata dalla riforma “azioni senza valore nominale”. A parte tutto, questa circostanza era possibile anche in precedenza: si pensi alle azioni di godimento. Devo ancor ben comprendere il significato dell’affermazione “In particolare, all’emissione di nuove azioni a pagamento senza aumento di capitale sociale si applica l’intera disciplina prevista per l’aumento di capitale a pagamento”. Mah, sarebbe meglio saperne di più su questo argomento, direttamente dai Notai.

http://www.consumerismo.it/bankitalia-spende-750mila-euro-per-un-sito-che-dovrebbe-educare-i-consumatori-al-risparmio-19430.html

Cassa depositi e prestiti, che cosa si dice fra M5S e Lega

 startmag.it 26.6.18

Cassa depositi e prestiti

Fatti, nomi e indiscrezioni sulla partita delle nomine pubbliche, a partire dalla Cassa depositi e prestiti. Tutte le ultime novità

Nessuna quadra politica, al momento, per i vertici della Cassa depositi e prestiti. Nessun accordo soprattutto perché il Movimento 5 Stelle, in particolare, vuole definire un’intesa con la Lega anche su altre nomine pubbliche, in primis Ferrovie e Rai.

Anche per questo motivo, dunque, i tempi su Cdp si stanno dilatando. L’assemblea dei soci della Cassa (controllata dal Tesoro e partecipata dalle fondazioni bancarie) da giorni è stata convocata per il 28 giugno in prima convocazione e per il 29 in seconda convocazione.

“E’ possibile che venga approvato il bilancio e votate delle modifiche statutarie ma che si decida di rinviare il rinnovo del cda”, ha detto a Reuters una delle fonti secondo cui si sta valutando se lasciare aperta in tal caso l’assemblea, per 45 giorni, o riconvocarla ad hoc in un altro momento.

Comunque, oltre Massimo Tononi già indicato dalle fondazioni bancarie azioniste per la presidenza della Cassa al posto di Claudio Costamagna, i papabili più gettonati per la guida operativa della Cassa sono il vicepresidente della Banca europea per gli investimenti, Dario Scannapieco, e il direttore finanziario della stessa Cdp, Fabrizio Palermo, che potrebbero essere nominati rispettivamente amministratore delegato e direttore generale.

Ma tutto potrebbe saltare. “In questo schema resterebbe fuori Massimo Sarmi, già numero uno di Poste e della società che controlla l’autostrada Milano Serravalle”, gradito alla Lega di Salvini, ha sottolineato Alessandro Barbera del quotidiano La Stampa. Ci sarebbero poi anche le aspirazioni dell’attuale numero uno di Fincantieri, Giuseppe Bono, come ha scritto oggi Lettera 43.

Ma al di là dei nomi, negli ultimi giorni in particolare per le esternazioni del vicepremier Luigi Di Maio l’esecutivo sta delineando funzioni e compiti inediti della Cassa depositi e prestiti.

Il programma di governo M5S-Lega prevede l’istituzione di una banca pubblica per gli investimenti (senza citare in verità la Cdp, ma si temono contraccolpi sulla Cassa come rimarcato dal presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti) e Di Maio ha evocato e invocato la Cassa per diversi dossier.

“Sarà molto importante lavorare in tandem nel rapporto dei debiti della P.a. con le imprese anche” con “strumenti come Cassa depositi e prestiti – ha detto oggi il ministro dello Sviluppo economico – Dobbiamo necessariamente pagare e onorare i nostri debiti o non avremo nessuna credibilità. Le nomine che si andranno a fare nei prossimi giorni in aziende importanti come Cdpsaranno occasione per individuare una mission: lavorare per ridurre ed eliminare i debiti che lo Stato ha e che ha portato al fallimento di tante imprese”.

Ieri lo stesso leader pentastellato ha investito di fatto la Cdp di un altro dossier: la mobilità elettrica (qui l’approfondimento di Start Magazine). Non solo: Di Maio ha indicato la Cassa depositi e prestiti come una delle opzioni per risolvere la crisi dell’ex Bredamenarinibus.

Appuntamento al prossimo annuncio.

Prescrizione dei reati crac BPVi e Veneto Banca, Consiglio regionale del Veneto: mozione al governo per evitare la beffa della prescrizione

Note ufficiali vicenzapiu.com 26.6.18

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Approvata all’unanimità dal Consiglio regionale la mozione presentata dai consiglieri Negro, Berlato, Conte, Guadagnini, Sandonà, Sinigaglia, Ruzzante, Gidoni e Scarabel relativa a “La Regione dia sostegno ai cittadini veneti e al sistema giustizia per affrontare e concludere le vertenze con Veneto Banca e Popolare di Vicenza” . Il testo, presentato in aula dalla Presidente della commissione speciale di inchiesta sul caso delle Banche popolari venete, Giovanna Negro (Veneto Fare -Alleanza per il Veneto) impegna la Giunta regionale ad attivarsi presso il Governo affinché venga approvata una norma specifica.

In considerazione della specificità e dimensione del “caso banche venete” ed a tutela dei cittadini e delle imprese, si prevedano tempi congrui – si legge nella mozione – ad evitare la beffa della prescrizione dei reati commessi nonché a sostenere i Tribunali di Vicenza e di Treviso affinchè possano avere a disposizione un adeguato numero di giudici e di personale ausiliario per svolgere ed arrivare nei tempi più celeri possibile a dare risposta definitiva ai tanti cittadini ed imprese coinvolti con le due ex banche venete.

Di Maio: ‘Domani finalmente iniziamo a togliere un privilegio insopportabile: il vitalizio degli ex parlamentari’

silenziefalsita.it 26.6.18

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“Domani finalmente iniziamo a togliere un privilegio insopportabile: il vitalizio degli ex parlamentari”.

Così Luigi Di Maio su Twitter condividendo lo screenshot di un tweet del presidente della Camera Roberto Fico in cui si legge: “Domani alle 8.30 ho convocato l’ufficio di Presidenza di @Montecitorio dove presenterò la delibera per il superamento dei vitalizi.”

Il vicepremier ha poi aggiunto: “Lo abbiamo detto e lo stiamo facendo. I prossimi saranno i pensionati d’oro.
L’era dei privilegi è finita”. E ha lanciato l’hashtag #togliamoiprivilegi

Nel frattempo Di Maio ha ribadito la necessità del reddito di cittadinanza per venire incontro ai milioni di poveri che vivono in Italia.

E ha riportato le dichiarazioni del Procuratore Generale della Corte dei Conti

“Finalmente il Reddito di Cittadinanza viene riconosciuto per quello che è: un diritto del cittadino. Non sono dei ‘grillini’ a dirlo. Leggete queste parole del Procuratore Generale della Corte dei Conti: ‘Il reddito di cittadinanza è un diritto importante a sostegno delle fasce maggiormente colpite dalla recente prolungata crisi occupazionale. Un diritto che il Def ha voluto scevro da inutile e deleterio assistenzialismo, ancorato invece al mondo del lavoro; dunque un arricchimento con un nuovo diritto della cittadinanza, un significativo contributo a renderne partecipi anche le fasce di popolazione maggiormente in difficoltà’.”

“È un riconoscimento importante per la proposta che il MoVimento 5 Stelle porta avanti fin dalla sua nascita e che ora sta per diventare legge dello Stato,” ha proseguito Di Maio, che ha spiegato: “Si tratta di una misura urgente, di primaria importanza anche alla luce dei dati diffusi oggi dall’Istat che parlano del record di povertà dal 2005: ci sono oltre 5 milioni di poveri assoluti in Italia”.

“Non è più possibile andare avanti così e non c’è più tempo da perdere. Il Reddito di Cittadinanza deve partire SUBITO!”, ha concluso il leader 5Stelle.

Terremoto, Bonisoli: ‘Finita la gestione emergenziale, ora partiamo con la ricostruzione’

silenziefalsita.it 26.6.18

ricostruzione

Partire con la ricostruzione nelle zone terremotate.

Lo ha scritto il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Alberto Bonisoli in un post pubblicato sul Blog delle Stelle:

“Mettere in sicurezza, ricostruire, restaurare e salvare il nostro patrimonio per rinascere. E’ questo il messaggio che ho voluto portare oggi durante la mia prima visita nelle zone terremotate del centro Italia”.

“Il prossimo 24 agosto – ha fatto sapere – cesserà la gestione emergenziale e tutte le attività riguardanti l’immenso patrimonio culturale di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo torneranno in capo alla gestione delle strutture ordinarie per avviare la ricostruzione degli edifici tutelati e la ricollocazione di tutti i beni mobili salvati dal Mibact e restaurati”.

“Dopo aver portato la mia solidarietà ai cittadini di Visso, Campi di Norcia, Norcia e Spoleto, – ha proseguito – ho preso atto sia degli effetti devastanti degli eventi sismici su chiese, monumenti, statue, musei, edifici storici, che di tutte le importanti attività portate avanti dal Ministero in queste zone”.

Bonisoli ha poi ringraziato i funzionari del MiBACT, i vigili del fuoco, la protezione civile e i carabinieri per aver tutelato patrimonio culturale:

“Con il loro straordinario impegno, – ha aggiunto – hanno reso possibile il recupero e la messa in sicurezza di oltre 22.000 opere d’arte e reperti archeologici, 15.000 volumi di beni librari, 5.300 metri lineari di beni archivistici e 1.700 edifici tra chiese, monasteri, monumenti e palazzi storici”.

Si tratta, ha coninuato, di “un ingente lavoro – di cui sono particolarmente orgoglioso – fondamentale e necessario per procedere al recupero di questo patrimonio e alla restituzione alle comunità di appartenenza delle opere custodite nei depositi temporanei”.

E ha concluso: “Un orgoglio per queste terre e per l’Italia intera. Un messaggio di speranza per far ripartire il cuore del nostro Paese”.

Istat: oltre 5 milioni di italiani in povertà assoluta, record dal 2005

imolaoggi.it 26.6.18

Oltre 5 milioni di persone in Italia vivono in povertà assoluta: è il dato più alto mai registrato da quando è iniziato il rilevamento specifico nel 2005. Lo comunica l’Istat.

Secondo le stime del’istituto di statistica, nel 2017 un milione e 778 mila di famiglie residenti in Italia si trovavano in questa condizione di estremo bisogno economico, portando il totale a 5 milioni e 58mila individui.

Rispetto al 2016 la povertà assoluta cresce in termini sia di famiglie sia di individui.L’incidenza di povertà assoluta per le famiglie è pari al 6,9%, (da 6,3% nel 2016). Per gli individui, aumenta all’8,4%. Due decimi di punto della crescita rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui si devono all’inflazione registrata nel 2017. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

Anche la povertà relativa cresce rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).