Dalla culla al condono tombale

Mario Seminerio phastidio.net 27.6.18

Ieri su Repubblica si è data notizia della apparente volontà della Lega di estendere all’intero contenzioso tributario l’ipotizzato condono fiscale “per stato di necessità” dalle sole cartelle di Equitalia fino a 100.000 euro. In tal modo si raddoppierebbe a 100 miliardi l’importo condonabile di tasse non pagate o contestate dai contribuenti davanti alle commissioni tributarie provinciali e regionali, che rappresentano i due gradi di giudizio, oggi pari a 418.000 cause per un valore di 50,4 miliardi, di cui un quinto nella sola Lombardia. Prosegue quindi il mistero buffo su questa operazione una tantum finalizzata a ridurre in permanenza le imposte, in caso qualche gonzo se la bevesse.

Come segnala Valentina Conte nell’articolo, infatti, ipotizzando eroicamente un recupero del 25% dalla massa dei 100 miliardi, si arriverebbe ad un incasso non ripetibile di soli 25 miliardi, a fronte dei 50 stimati per l’avvio della flat tax. L’idea leghista, presentata in origine come una sorta di aiuto al povero popolo sofferente e che non può permettersi di pagare le tasse, prevedeva anche aliquote agevolate del 6% e del 10% per i casi umani e disperati.

Nell’articolo si segnala che anche il governo Gentiloni tentò di rottamare le liti con la cosiddetta “chiusura agevolata”, che tuttavia, sulla falsariga di quanto fatto per le cartelle Equitalia, prevedeva solo l’abbattimento delle sanzioni e non quello del debito d’imposta, soluzione che ora invece la Lega pare voler percorrere. Regalo a parte, c’è scetticismo anche sul gettito di questo condono sul contenzioso. Nelle parole di Mario Cavallaro, che guida il consiglio di presidenza della giustizia tributaria, organo di autogoverno dei 4.000 giudici tributari,

«Il vantaggio deve essere considerevole per indurre il contribuente a rinunciare alla lite. Un’aliquota al 25% potrebbe certo incontrare molto favore, anche se è davvero bassa, fino a rasentare il regalo. Ad un primo sguardo poi, solo 10 miliardi su 50 saranno davvero aggredibili. Per un incasso, generoso ma realistico, di non più di 1 o 2 miliardi. C’è chi ha già pagato e preferisce aspettare fino alla fine del contenzioso, ad esempio. E poi c’è il fattore psicologico: chi fa ricorso difficilmente ama le sanatorie perché teme di entrare in un cono di vigilanza»

Per farvela breve, e reiterare il concetto: qui siamo di fronte ad un tentativo molto old fashion di creare un condono fiscale tombale ma di spacciarlo per “stato di necessità” dell’intero paese, con la “soglia dei poveri” di 100.000 euro, quindi è del tutto possibile che l’ipocrisia grillina arrivi ad accettarlo. Dopo di che, ammesso e non concesso di portare a casa qualche miliarduzzo, che ne facciamo, tagliamo le aliquote Irpef contando su un fantasmagorico effetto di supply side? e di emersione? Certo, certo, non preoccupatevi: avrete le migliori cure.

Di questo passo, e visto che siamo in pieno revival, mi attendo entro l’estate una bella proposta di condono immobiliare tombale, anch’essa avente come causale il famoso “stato di necessità”, che è ormai diventato il chiagni e fotti di questa Italietta gialloverde, dove la furbizia non ha colore ma solo opportunità. Ciliegina sulla torta, è di ieri la notizia che la Corte dei Conti, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato, ha espresso “preoccupazioni” per l’affermarsi di “condotte fiscali che si risolvono nel mancato versamento delle imposte evidenziate nelle dichiarazioni tributarie”. Per effetto della rottamazione, “dei 17,8 miliardi previsti a seguito delle istanze di definizione pervenute, 9,6 miliardi non sono stati riscossi e costituiscono versamenti omessi”. Per la Corte, almeno in parte, “si può affermare che l’istanza di rottamazione ha avuto essenzialmente finalità dilatorie”. Non male. Fingere soluzioni di recupero delle imposte solo per vederle fallire, o meglio riuscire solo a metà.

Che effetti ha prodotto Gomorra di Roberto Saviano sui giovani?

Informaxresistere.it 26.6.18

La vita di Roberto Saviano è sacra come ogni vita, ma è la saga della sua scorta che è profana.

Senza la scorta Saviano muore… come bestseller (le scorte fermano i killer?) – DI PAOLO BARNARD – paolobarnard.info

Fate questi due esercizi:

1) Aprite su Google tutte le foto che trovate di Saviano e scorta. Guardatele bene e pensate in quante di esse vi era la piena possibilità che un killer della malavita, un professionista del tiro, lo potesse uccidere a 15-20 metri per poi saltare sul retro di una moto e scomparire.

Oppure: che un cecchino potesse fare un lavoro alla JFK e avere tutto il tempo per dileguarsi (la malavita sa sempre dove sta la vittima, le soffiate sono la regola e i depistaggi anche più sofisticati, alla lunga, non hanno mai salvato nessuno, basta leggere la storia dei grandi attentati in Medioriente dove fior di servizi segreti, anche USA, hanno fallito).

2) Leggete l’Abc del lavoro delle scorte armate in ogni Paese, da quella della Regina d’Inghilterra a quella dei Capi di Stato, fino a gente come Saviano.

E’ specificato con estrema chiarezza che la scorta non ha alcun mezzo diretto per evitare un assassinio quando il protetto si trovi nelle tante occasioni di esposizione alla strada pubblica. Il lavoro delle scorte in questi casi può essere solo preventivo, con una complessa serie di tecniche e misure che sono solo palliativi di efficacia molto limitata, proprio perché il cosiddetto fattore sniper (cecchino) non può essere direttamente contrastato in alcun modo, se non sigillando interi quartieri e sterilizzandoli con immense perquisizioni metro per metro, casa per casa. Questo non accade nel caso delle uscite di Saviano.

Se la malavita non ha ancora ucciso Roberto Saviano…

Pensateci bene un attimo, poi continuate: i due punti sopra ci dicono che se la malavita non ha ancora ucciso Roberto Saviano è perché non ha nessuna intenzione di farlo.

Non ci serve neppure ricordare le scorte di Falcone e Borsellino, serve invece ricordarsi che quando organizzazioni come le Mafie internazionali decidono di ucciderti, accade, punto.

Purtroppo davvero non esiste nulla di fisico che le possa fermare, meno che meno due o tre agenti che fra l’altro, come si evince inequivocabilmente dalle foto di Saviano, sono costretti a esporsi col target in decine di situazioni pubbliche persino affollate.

Non è un qualche veleno che me lo fa dire, è l’evidenza sopra esposta che impone di affermare che la scorta per Saviano serve a fargli vendere libri, non a salvargli la vita.

E non sto affatto ‘insultando’ la sua presunta perdita di libertà. Sciocchezze, Saviano non è Julian Assange che sta davvero morendo nelle ‘catene’ dell’eroe in condizioni agghiacciati; il nostro Roberto è un super privilegiato con una libertà di esprimersi, di muoversi, e di godere di gratificazioni un milione di volte superiore a quella di qualsiasi cittadino libero.

Solo lo stolto uccide la gallina dalle uova d’oro

Le Mafie non l’hanno ancora colpito per due ragioni evidenti, sopra a probabilmente altre:

Prima, è fin ridicolo sostenere che le indagini dello scrittore – che per misteriosi motivi spiegabili solo dalla fisica quantistica senza quasi potersi muovere da casa otterrebbe esclusive mondiali sulle cosche per cui sarebbe più in pericolo di vita di molti inquirenti – siano più letali di quelle di decine di eroici giornalisti, magistrati minori e forze dell’ordine anonimi del sud Italia, o colombiani, venezuelani, pakistani, russi, ceceni, che nessuno conosce e che come scorta hanno solo il cane, se ne hanno uno.

Questo è assurdo. Dunque perché ucciderlo e creare un putiferio? Falcone e Borsellino erano un’altra cosa, siamo tristemente seri.

Secondo: l’opera di Saviano ha manifestamente offerto una dignità finora sconosciuta alla malavita, quella della celebrità mediatica come mai prima in Italia (CamorraNetflix, è ben il caso di dire oggi).

In questo modo la ‘Saviano Inc.’ ha fatto – e lo affermo senza prove documentali che sarebbero impossibili, ma con la prova dei flussi umani che sempre piovono ovunque vi sia celebrità, anche della peggior specie – ha fatto, dicevo, di certo fluire inaspettate adesioni di giovanissimi alle cosche.

Esse sono oggi divenute, grazie proprio a Saviano e all’impressionante industria mediatica che lo circonda, parte crimine parte Vippismo hollywoodiano, molto, ma molto più attraenti di prima per giovanissimi senza arte né parte.

Solo lo stolto uccide la gallina dalle uova d’oro. E vi è uno storico, quanto autorevole, antecedente di quanto affermo.

Il Padrino

Il colossale apparato mediatico del film Il Padrino di Francis Ford Coppola attizzò l’ego della Mafia di New York al punto che il super boss Joe Colombo volle una fetta della torta in notorietà, e senza motivi di lucro collaborò col produttore Al Ruddy.

Ed infatti è noto che dopo l’eccezionale successo di pubblico del film, per la prima volta fra i mafiosi di Little Italy comparvero atteggiamenti letteralmente copiati dal set, come i baci guancia-guancia o i giuramenti di fedeltà in stile papale all’anello del Padrino. Effetto Vip appunto.

E per chi sostiene che l’epica ‘saviana’ ha contribuito a puntare i riflettori sulle mafie, ricordo che riflettori di Coppola, o di Scarface, o di Goodfellas, non hanno affatto contribuito a nulla, se non appunto il contrario. Ben altro funziona, come ho scritto in passato.

Queste sono alcune osservazioni ragionate per stare al di sopra della ‘caciara’ salviniana e piddina sulla questione, ma che hanno però un valore sostanziale in questa drammatica domanda:

Quante scorte sono elargite in Italia a insulsi personaggi benedetti dal Vippismo mentre altri eroi sconosciuti sono condannati a una vita di snervante paura?

E tornando all’essenza di cosa davvero una scorta può prevenire, cioè un’infinita serie di angherie non letali contro la vittima ma di fatto distruttive, sono proprio questi abbandonati eroi che ne avrebbero più bisogno.

Paolo Barnard – Fonte: http://paolobarnard.info – Link: http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=2083 – Tratto da Comedonchisciotte

Sanzioni sui migranti, ecco quanti ne dovrebbe accogliere la Francia

Informarexresistere.fr 27.6.18

Sanzioni? Il cattivo Orban dovrebbe accogliere 306 profughi, il buon Macron in Francia oltre 7mila – di Stelvio Fergola

La Francia che parla di sanzioni per chi non accoglie, Macron che dispensa insulti all’Italia, l’Europa che parla di solidarietà.

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Ma le cose sono un attimino diverse da come la propaganda europeista comunica. Quando era presidente del Consiglio Matteo Renzi avremo sentito tutti i giorni le proteste dell’allora premier contro Viktor Orban, il presidente ungherese.

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Il motivo erano i mai dimenticati “muri”, l’indisponibilità di Budapest a permettere l’ingresso dei migranti sul proprio territorio e, ovvia conseguenza, anche di applicare la cosiddetta “solidarietà europea” sul tema, espressa dai vari piani di ricollocamento dello scorso anno.

Ma le cifre, in realtà, danno ragione a Matteo Salvini, che di recente ha dichiarato: “Se Orban è cattivo, Macron lo è 15 volte di più”.

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Il perché è su carta e non è sindacabile: mentre il presidente francese solidale a parole dovrebbe, secondo le cifre sui ricollocamenti stabilite dall’UE, accogliere più di 7mila profughi provenienti dall’Italia, l’Ungheria dovrebbe farne entrare esattamente 306.

Cifre irrisorie, che non giustificano in nessun modo la campagna anti-ungherese del nostro ex presidente del Consiglio, ben guardingo dall’accusare l’Eliseo di inadempienza.

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Strano, come mai per 306 profughi si è mobilitata una campagna di sanzioni e per oltre 7mila nessuno fiata?

Fonte Oltre la linea – Titolo originale: Sanzioni? Il cattivo Orban dovrebbe accogliere 306 profughi, il buon Macron in Francia oltre 7mila

I fiduciari dei cassieri del Carroccio non hanno aspettato la flat tax. Le casseforti sono già state spostate nelle isole a imposte quasi zero: dal Centroamerica a Malta

italianosveglia.com 27.6.18

In attesa della mitica flat tax, i fiduciari dei cassieri della Lega si sono portati avanti. Hanno aperto società-cassaforte all’estero, nei più rinomati paradisi fiscali, dove le tasse sono bassissime o inesistenti: da Panama, il centro finanziario più chiacchierato del mondo, a Malta, l’isola delle offshore con la targa europea, la stessa nazione che ora è al centro delle disfide marittime scatenate dal ministro Matteo Salvini sulle navi dei migranti.

Angelo Lazzari è un manager bergamasco con una rete di società in Lussemburgo, che ha consolidati legami d’affari con i cassieri della Lega. Intrecci societari,  rivelati da un’inchiesta di Giovanni Tizian e Stefano Vergine, che collegano il suo gruppo finanziario con lo studio professionale dei nuovi custodi dei fondi pubblici incassati dai gruppi parlamentari della Lega, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, e con il tesoriere ufficiale del partito, Giulio Centemero, in carica dal 2014. Una squadra di commercialisti bergamaschi arruolati da Salvini per gestire i conti del Carroccio dopo l’arresto dell’ex tesoriere Francesco Belsito, la condanna in primo grado di Umberto Bossi e figli, il sequestro giudiziario dei 48 milioni dello scandalo, di cui però la magistratura ha potuto bloccarne solo un paio: gli altri sono scomparsi, tanto che la Procura di Genova ha aperto un’inchiesta per riciclaggio che punta proprio sul Lussemburgo

Lazzari gestisce fondi d’investimento italiani e lussemburghesi ed è anche il fondatore di una rete di fiduciarie collegate allo studio dei commercialisti della Lega. Le fiduciarie sono società-schermo che servono a nascondere, legalmente, gli azionisti che vogliono restare anonimi.

In Europa, Italia compresa, i trattati contro il riciclaggio di denaro sporco impongono anche alle fiduciarie di identificare e registrare i clienti: i nomi dei titolari restano riservati, ma il segreto deve cadere di fronte a un’indagine della magistratura. I nuovi Panama Papers ora collegano Lazzari a una società esotica, finora sconosciuta, che è totalmente anonima. Si chiama Jontown, è nata a Panama il 31 gennaio 2006 e ha sempre avuto proprietari misteriosi: tutte le azioni, fino al giugno 2010, erano «al portatore». Significa che il padrone della società-cassaforte non è registrato da nessuna parte: il proprietario è chi ha in mano un certificato azionario, cioè un pezzo di carta. In Italia le azioni al portatore sono vietate da un quarto di secolo: la legge è cambiata dopo le storiche istruttorie di Falcone e Borsellino sui tesori mafiosi riciclati in conti esteri intestati a società anonime. In molti paradisi offshore, invece, i titoli al portatore restano tuttora leciti. I documenti interni mostrano che neppure lo studio Mossack Fonseca, la premiata fabbrica di offshore travolta dai Panama Papers, ha mai conosciuto i nomi degli azionisti. Della Jontown si sa soltanto che ha un capitale sociale di diecimila dollari ed era nata per raccogliere finanziamenti anonimi da investire in attività non precisate.

Il ruolo di Lazzari viene svelato da una serie di documenti interni archiviati a Panama tra giugno e luglio 2010. Il segreto s’incrina perché la Jontown progetta un aumento di capitale. Quindi i direttori-fiduciari non bastano più: bisogna organizzare a Panama City un’assemblea degli azionisti. Che si fanno rappresentare proprio da Angelo Lazzari. Negli stessi giorni le azioni al portatore vengono sostituite con nuovi certificati di proprietà, intestati però non a persone identificate, ma a un fondo d’investimento lussemburghese: Iris Fund Sicav Fis. Una cassaforte con la targa europea creata sempre da Lazzari per raccogliere finanziamenti da reinvestire. Poi l’aumento di capitale salta, ma i soldi sembrano arrivare comunque, anche in Europa: nell’aprile 2011 i fiduciari panamensi deliberano l’apertura di un conto nella banca Abn Amro in Lussemburgo. Gli affari continuano fino al 28 maggio 2012, quando la Jontown viene resa “inattiva”: l’attività è sospesa, ma potrebbe ripartire. La cassaforte panamense viene chiusa e cancellata dai registri solo il 15 luglio 2014.

A gestire i rapporti con Mossack Fonseca è fin dall’inizio una società lussemburghese, Global Trust Advisors, che è anche uno degli azionisti (minori) delle fiduciarie italiane fondate da Lazzari e collegate ai commercialisti della Lega. L’unica persona identificata come rappresentante dei misteriosi azionisti della Jontown, in tutta la sua esistenza, è il manager bergamasco.

L’Espresso ha offerto a Lazzari l’opportunità di chiarire il suo ruolo e ha ottenuto questa risposta, attraverso un portavoce: «Jontown era una società di scopo di proprietà di un fondo d’investimento di diritto lussemburghese, chiuso nel 2010, che svolgeva principalmente attività di trading in valute. La società è stata creata a Panama perché il fondo si avvaleva di un broker americano. Il fondo era autorizzato a operare dalle competenti autorità di vigilanza lussemburghesi. La società è stata disattivata e poi cancellata a seguito della chiusura del fondo». Sui nomi dei proprietari, Lazzari si limita a dire che «le azioni erano di proprietà del suddetto fondo». Mentre Global Trust e Mossack Fonseca erano solo «studi professionali che si sono occupati delle gestione burocratica e amministrativa della società».

Alla domanda se la Jontown di Panama sia stata dichiarata alle autorità italiane e in particolare al fisco, Lazzari ha risposto che «la società era un veicolo di un fondo d’investimento lussemburghese, soggetto quindi alla normativa e alle autorità lussemburghesi».

Lo sbarco a Malta con il banchiere

Giorgio Balduzzi è un altro commercialista bergamasco collegato ai cassieri della Lega. Tra il 2014 e il 2016, in particolare, ha rappresentato la fiduciaria Seven (quella fondata da Lazzari) nella costituzione di alcune società italiane registrate nello stesso studio dei commercialisti di Salvini: in altre parole, ha garantito l’anonimato, legalmente, ad alcuni clienti dei suoi colleghi leghisti. Ed è sua sorella, Laura Balduzzi, che nel settembre 2013 ha ceduto quello studio di Bergamo agli attuali cassieri del Carroccio.

Ora le nuove carte del consorzio giornalistico Icij mostrano che Balduzzi è anche uno dei due soci fondatori di una società di Malta, ammessa a beneficiare del cosiddetto regime offshore: tasse bassissime su oltre il 90 per cento dei profitti prodotti all’estero (Italia compresa). Anche questa è una cassaforte finanziaria, con un capitale nominale di 1.200 euro, denominata Wic Asset Management Ltd. Oltre che azionista, Balduzzi ne è stato amministratore fino al 14 novembre 2014, quando ha venduto il suo 50 per cento a un banchiere d’affari maltese, Alain Mangion. Balduzzi controlla tuttora una serie di società italiane con lo stesso nome, il gruppo Wic, che gestiscono fondi d’investimento e ditte collegate che offrono intestazioni fiduciarie, consulenze fiscali e recupero crediti. A Malta è sbarcato insieme a un altro commercialista lombardo, Andrea Lupini, con studio a Busto Arsizio, che risulta tuttora socio di Mangion. Il banchiere è l’amministratore delegato della Credinvest di Malta, una banca d’affari specializzata nel finanziare grandi opere anche all’estero, realizzate da imprese private ma con garanzie statali, «di valore superiore a un miliardo di euro», come precisa nel suo sito. La Credinvest è attiva soprattutto in Russia e nei paesi dell’Est.

Il banchiere diventato socio dei lombardi ha forti legami con il potere politico: fu anche nominato, tra l’altro, ambasciatore di Malta in Romania. Una carica abbandonata nel 2008, quando il giornale romeno Cotidianul rivelò che la sua Credinvest, mentre lui faceva il diplomatico pubblico, aveva ottenuto ricche consulenze dal governo di Bucarest per un piano di autostrade da oltre un miliardo. Intervistato dal Times di Malta, Mangion si difese spiegando di non aver «mai utilizzato le strutture dell’ambasciata» per favorire la sua banca privata, ma poi si è dimesso. Mentre la sua Credinvest, dal 2013, ha stretto «un nuovo accordo con il governo romeno», sempre sui maxi-progetti stradali.

L’Espresso ha interpellato anche Balduzzi, che ha risposto di persona: «Dal 2010 al 2015 ho investito molto tempo nel ricercare di capitalizzare società che investissero in piccole imprese italiane. Non riuscendoci in Italia, abbiamo provato all’estero, a Malta, Lussemburgo, America, ma senza alcun risultato. Le piccole imprese italiane purtroppo non piacciono né alle nostre banche né agli investitori esteri».

Quindi la società di Malta serviva a raccogliere fondi da investire in Italia? «Esatto». E chi vi ha presentato a Mangion? «Il dottor Lupini considerava la presenza su Malta fondamentale per intercettare capitali e riteneva che il banchiere avrebbe potuto raccoglierli. Abbiamo speso soldi, fatto incontri, ma senza risultati. Quindi ho ceduto le mie quote, su suggerimento di Lupini, al suo contatto Mangion». La società estera è stata dichiarata al fisco italiano? Balduzzi, che è commercialista, risponde così: «La quota è stata acquistata e rivenduta nello stesso anno, senza alcuna plusvalenza».

Lo stratega dello sbarco a Malta, insomma, è Lupini, che racconta com’è finita: «La società sostanzialmente ha smesso di operare. Avevamo contattato Mangion perché ha legami con investitori ricchissimi, soprattutto russi, ma poi ho preferito ritirarmi per problemi di natura legale». Quali? Lupini pesa le parole: «Mi occupo di fiscalità internazionale e ho sempre rispettato tutte le norme. Malta però non è l’Italia. E con Mangion non ci risultava sempre chiara l’origine dei fondi di alcuni investitori. Quindi ho voluto evitare ogni ipotetico rischio».

Oggi la Credinvest di Mangion pubblicizza anche un’altra attività di rilievo politico: dal 2015 è diventata «un agente accreditato dal governo di Malta» nel programma che concede la cittadinanza ai ricchi investitori stranieri. Gli extracomunitari poveri, in Europa, ci arrivano con i barconi da clandestini, affamati, disperati e rifiutati. I miliardari invece ci entrano con i soldi e un passaporto europeo da vip: basta pagare la parcella agli amici degli amici di Salvini.

L’inchiesta Panama Papers non ipotizza reati o accuse di evasione: riguarda le società offshore, che non pagano tasse legalmente

Da: QUI

Decretato lo stato di insolvenza di Veneto Banca si attende un provvedimento analogo per la BPVi: con procedura di bancarotta pene superiori e prescrizione allungata

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 27.6.18

Stamattina, mercoledì 27 giugno, il Tribunale fallimentare di Treviso, si legge su La Tribuna di Treviso, “ha decretato lo stato di insolvenza di Veneto Banca. La passività complessiva è stata calcolata in 538,6 milioni di euro, nonostante un intervento dello stato di 2,5 miliardi di euro. Il giudice fallimentare interpellato dal pubblico ministero Massimo De Bortoli dalla Procura di Treviso ha così stabilito che al 25 giugno 2017, data della messa in liquidazione di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza, l’istituto di credito trevigiano era insolvente e non in grado di onorare l’emissione obbligazionaria decennale emessa in scadenza il 21 giugno 2017″.

La sentenza, che arriva un anno dopo il decreto legge che portò l’ex popolare alla liquidazione coatta,  apre la strada al procedimento per bancarotta, ben più grave di quello per i reati attualmente in giudizio nei confronti degli ultimi amministratori della banca.

A questo punto c’è da aspettasi che anche il Tribunale fallimentare di Vicenza, a cui si sono rivolti i pm Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi per l’analoga richista di stato di insolvenza della Banca Popolare di Vicenza, che ormai è chiaro a tutti come fosse in condizioni peggiori della ex Popolare di Montebelluna, rigetti le argomentazioni dei commissari liquidatori (“guidati” in entrambi i casi, in maniera da taluni valutata come “anomala”, da Fabrizio Viola, ex ad della BPVi e presidente del Comitato strategico di Veneto Banca, e accetti le richieste dei pm vicentini.

L’incriminazione per bancarotta prevede pene superiori per gli eventuali responsabili e, di conseguenza, allunga il periodo di prescrizione.

Mentre il Pd si squaglia nel Giglio magico si fanno ancora affari. Ceduta una fetta di Toscana Aeroporti. Venditori e compratori? Tutti renziani

Stefano Sansonetti lanotiziagiornale.it 27.6.18carrai renzi

Nel “dietro le quinte” toscano, mentre si stava perfezionando l’ultimo tracollo elettorale del Pd, è andata in porto una bella operazione dal profumo renziano. A decollare, è proprio il caso di dire, è stata la vendita di una bella fetta di Toscana Aeroporti, la società che gestisce gli scali di Firenze e Pisa. A cedere, in particolare, è stata la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, che ha consegnato la sua quota (6,58%) a Corporacion America, la multinazionale argentina che già era azionista di maggioranza della società aeroportuale. E che adesso, dopo aver sborsato 20 milioni di euro, è salita al 62,28% del capitale, consolidando la sua presa sui due scali toscani, in crescita per quanto riguarda il volume passeggeri. L’operazione, ieri, ha trovato qualche spazio sui media locali, ma senza far emergere i protagonisti dietro le quinte. E qui veniamo al profumo dei petali del “giglio magico”.

Parti in causa –  Nella veste di compratore, innanzitutto, c’è quella Corporacion America che fa capo al magnate argentino Eduardo Eurnekian e che a più riprese ha finanziato la renziana fondazione Open (ancora oggi c’è traccia di questo sostegno sul sito della fondazione che, a quanto pare, sarebbe in via di smantellamento). Non solo. Alla presidenza di Toscana Aeroporti, proprio in tempi recenti, è stato confermato Marco Carrai, fedelissimo e tifoso della prima ora dell’ex presidente del consiglio. Nel dettaglio, il Richelieu renziano è stato indicato per la nuova composizione del Cda proprio in una lista appoggiata da Corporacion America e dalla Sogim dell’imprenditore Saverio Panerai. Ma Carrai è presente anche nel consiglio di amministrazione dell’ente che ha ceduto la sua quota, ovvero la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Insomma, la solita posizione da piede in due staffe. I petali, però, non finiscono certo qui. Alla presidenza delle Fondazione venditrice troviamo ancora oggi il super avvocato Umberto Tombari, nel cui studio legale fiorentino si sono svezzati professionalmente altre componenti del “giglio magico” come la ex ministra Maria Elena Boschi e l’attuale consigliere di amministrazione di Fs Federico Lovadina, in tempi recenti approdato anche nel Cda del gruppo immobiliare Prelios.

Gli altri – Tombari, le cui competenze giuridiche sono certificate da molti osservatori, attualmente conserva una sorta di “spinta” renziana anche in altri settori. Al ministero dello Sviluppo economico, nei mesi scorsi, lo hanno visto spesso nella veste di consulente legale del colosso indiano dell’acciaio Jsw (famiglia Jindal), coinvolto nella difficile trattativa per l’acquisizione del disastrato polo siderurgico di Piombino. In precedenza lo stesso Tombari, che oggi è anche vicepresidente dell’Acri, l’Associazione delle fondazioni bancarie, aveva svolto un lavoro per Veneto Banca, in particolare nella predisposizione dell’azione di responsabilità nei confronti degli ex amministratori. Tutto questo a dimostrazione del fatto che grossi petali del “giglio magico”, quali possono essere considerati Corporacion America, Carrai e Tombari, ancora oggi riescono a condurre in porto operazioni nelle retrovie dell’eclissi renziana. Magari non sarà questo il motivo principale del declino del partito di cui l’ex premier è stato segretario. Ma forse la gestione di affari e poltrone ha dato un bel contributo alla debacle del Pd.

 

Vitalizi, ex parlamentari minacciano un’azione civile. Di Maio: ‘Si mettano in testa che è un privilegio rubato’

silenziefalsita.it 27.6.18

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“Ho saputo che gli ex parlamentari minacciano un’azione civile e amministrativa contro i nostri in ufficio di presidenza alla Camera perché gli stiamo togliendo il privilegio del vitalizio. È il mondo alla rovescia”.

Così Luigi Di Maio su Facebook.

Il leader 5Stelle ha poi aggiunto che, semmai, dovrebbero essere i cittadini italiani a “fare una class action contro questi nababbi a carico nostro per farci restituire tutto quello che si sono intascati in questi anni”.

“Si devono mettere in testa – ha continuato il vicepremier – che il loro non è un diritto acquisito, ma un privilegio rubato. Spero che si ravvedano e accettino con serenità la fine dell’era dei privilegi”.

E ha concluso: “Farà bene anche alla loro salute”.

L’associazione degli ex parlamentari, leggiamo sul Fatto Quotidiano, 2ha inviato a tutti i membri dell’Ufficio di presidenza della Camera una diffida stragiudiziale a non approvare la delibera, con la minaccia di un’azione civile e amministrativa per danni rispetto alla quale risponderebbero personalmente e patrimonialmente ciascun membro dell’ufficio di Presidenza, compreso il presidente Roberto Fico”.

In una conferenza stampa gli ex parlamentari hanno dichiarato:

“E’ una vendetta politica, un attacco frontale allo Stato di diritto”.

A queste dichiarazioni ha replicato sempre Luigi Di Maio:

“Ho visto che già chi sta minacciando ma noi a queste minacce siamo abituati dagli ultimi sei anni”.

“Quelli – ha continuato – sono privilegi rubati non diritti acquisiti e la smettano con le minacce, è uno schiaffo alla miseria fare ricorsi e protestare perché ti tolgo un vitalizio di 6-7000 euro quando sei stato tre giorni in Parlamento”.

Il presidente dell’associazione degli ex parlamentari Antonello Falomi ha invece affermato che l’obiettivo del provvedimento “è mettere mano alle pensioni degli italiani”. E ha assicurato: “Ci batteremo in tutte le sedi per impedire che questo obbrobrio costituzionale venga perpetrato”.


 

Dalla Russia Eterna a Putin

di Luca Siniscalco – 27 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

In occasione della presentazione del suo ‘Putin contro Putin’ abbiamo incontrato Aleksandr Dugin, filosofo e politologo russo, così da approfondire assieme a lui l’identità della Russia putiniana.

Non ha paura della forza delle sue idee, Aleksandr Dugin. Se non altro perché le previsioni da lui formulate in merito alla rinascita della politica e della storia risultano sempre più attuali e convincenti – di contro ai cantori della loro fine, “stile Fukuyama”, ormai testimoni di un unico epilogo: quello del proprio stesso successo. Quasi cronaca quotidiana. Eppure, a colpire del filosofo russo è proprio la capacità di andare oltre all’analisi politica contingente e ricollocare i fenomeni in quadri più ampi, sistemici, metafisici persino. Così, nella riflessione duginiana, anche il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, tende a perdere ogni connotazione personale, per assurgere a simbolo di potenze elementari che precedono la politica e interpellano il senso stesso della nostra contemporaneità. Metapolitica e metafisica s’incrociano laddove l’interferenza di storia e sovrastoria manifesta nel nostro presente il fulgore del Radicalmente Altro. È qui che gli Archetipi rispecchiano nel mondo secolare quanto si trova al di là del muro del tempo.

Su Putin, Dugin si è espresso in numerose occasioni. La sua complessa analisi dello statista russo è stata sovente interpretata riduzionisticamente come diretta influenza politica: Dugin ideologo di Putin. Un attributo infondato, che Dugin rifiuta, se non altro perché dichiara di non avere ideologia alcuna. E di occuparsi, piuttosto, della Russia e della sua anima profonda. Giacché il vero capitale della Russia è il simbolismo. E il simbolo è tutto. Da qui abbiamo preso le mosse, in occasione della presentazione del suo Putin contro Putin (AGA, Cusano Milanino 2018), per approfondire insieme a lui l’identità della Russia putiniana.

Aleksandr Gel'evič Dugin

Al centro di tutti i suoi studi è sempre presente l’universo russo. Come si declina la sua lettura di questa civiltà?

Ho elaborato una visione della Russia Eterna che, nell’attuale fase di transizione politica, non va dimenticata. La Russia, infatti, deve tornare alla sua identità profonda, spirituale. Non è un ritorno conservatore al passato, ma un rivoluzionario salto in avanti nell’Eterno. È possibile essere russi soltanto seguendo un progetto politico che permetta di ricordarci realmente chi siamo. La nozione di Eurasia si sviluppa in questo contesto. La Russia ha infatti un’essenza imperiale, non nazionale: è Terza Roma ma anche erede dell’Impero di Gengis Khan. Questo è il telos – imperiale – dell’attuale fase di transizione. Si tratta di una vera e propria guerra epistemologica. Per questo non sono l’ideologo di Putin, ma della Russia.

Dai primi anni 2000 il suo giudizio su Vladimir Putin è stato costante, nonostante alcuni aggiustamenti e integrazioni. In Putin, e nel suo operato, ha individuato aspetti positivi e negativi. Il libro Putin contro Putin, che presenta questa sera nella sua traduzione italiana, è un’opera del 2012. Oggi, a sei anni di distanza, conferma la sua interpretazione? Vuole aggiungervi qualcosa?

In realtà, non ho nulla da aggiungere. Dopo l’arrivo di Putin al potere, nel 2000, ho subito sottolineato come nel suo primo mese di Presidenza egli avesse già compiuto metà del lavoro che spetterebbe a un capo “normale” della Russia sovrana; ad esempio, ha intrapreso la guerra in Cecenia e bloccato la distruzione della Russia da parte degli oligarchi, superando le odiose politiche liberali di Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin. D’altra parte Putin non ha “creato” il patriottismo, bensì ha lasciato manifestare una tendenza destinale e necessaria dell’anima russa. L’unico compito che non ha esaurito – ma è decisivo – è stato l’assunzione di scelte politiche realmente irreversibili, capaci di attuare un paradigma radicalmente altro e di fissarlo nelle istituzioni. Questo non è mai riuscito a farlo, in quasi venti anni, e temo non lo porterà mai a termine. È una forma della trappola storica. Putin ha rivoluzionato con forza il modello politico, in pochissimo tempo, ma insieme ha lasciato politici liberali al governo, non ha fatto nulla per sviluppare un discorso intellettuale valido, non ha istituzionalizzato alcun passaggio chiave. Abbiamo sperato che portasse a compimento questi obiettivi. Ma “Mr. Metà” non può superare questa limitazione, che gli è costitutiva. Perciò continua a compiere passi buoni e passi cattivi, in modo alternato. Putin è, essenzialmente, una figura bifronte: si colloca a metà fra l’estremo politico positivo e quello negativo. Tale posizionamento non è cambiato, né cambierà in futuro. Per questo Putin contro Putin è una formula che non dipende dal Presidente russo, che è tale – e tale rimarrà – per la sua stessa natura.

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Nel saggio distingue un Putin solare da un Putin lunare. Cosa esprime questa dicotomia interna al politico russo?

All’estero, fuori dalla Russia, Putin è percepito come una figura solare – in senso simbolico –, ovvero un grande leader, un patriota autoritario e sovranista che ha reintrodotto in Russia la tradizione ortodossa e conservatrice, si è opposto alle influenze delle lobbies Gay e Lgbt, è ritornato alla Tradizione nella sua valenza sacra e antimoderna. Putin solare, in questa cornice, ha come consigliere Dugin, e i due mostri – così, ovviamente, per i liberali occidentalisti – sviluppano quotidianamente il progetto di distruggere il mondo globale liberale egemonico! [sorride]. Del Putin solare – lo ribadisco – non sono io l’ideologo: lo è piuttosto l’anima della Russia Eterna. Alcuni applaudono questo Putin solare, altri lo odiano, ma all’estero questa è l’unica immagine che si ha di lui.

Dentro la Russia, invece, Putin si manifesta in modo duale: ha una componente solare, certamente, ma anche lunare. La pressione dell’Occidente accentua la componente solare di Putin. Tutte le demonizzazioni esterne nei suoi confronti convincono anche in Russia che egli sia essenzialmente una figura solare. L’odio provato dai globalisti, à la Soros, contro Putin, è la conferma che il Putin solare esiste. Ma è altrettanto vero che egli è ancora attorniato da oligarchi, non si interessa di giustizia sociale, molte delle politiche interne del Governo risultano ancora inadeguate: l’educazione russa verte in uno stato critico, non c’è più industria, la corruzione è assoluta, le idee patriottiche e tradizionaliste, infine, non sono sufficientemente approfondite, né tantomeno istituzionalizzate. Ma gli interventi attuati in Crimea e in Georgia contro gli USA sono chiaramente decisioni del Putin solare. Ossia di quel politico che scompare come individuo lasciando manifestare l’identità russa. Si può quindi affermare che oggi il nostro sistema politico ruota attorno alla personalità di Putin. Finché questi si conformerà alla volontà del popolo, come egli la comprende e interpreta, si può ritenere che il popolo partecipi al suo destino. Ma spesso il Putin lunare non è all’altezza di questo compito. Perciò credo che a questo libro, pubblicato nel 2012 ma basato su scritti concepiti sin dall’inizio del nuovo millennio, non vi sia nulla da aggiungere. I dettagli cambiano, ma la situazione rimane la stessa.

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Vede degli eredi politici o culturali di Putin?

Questo problema, fondamentalmente, non mi interessa. Putin incarna una forma di transizione. Una transizione che, a mio avviso, sta durando troppo. Putin disprezza il Logos, il pensiero, non ha interesse per la riflessione intellettuale. È quindi importante valutare non tanto verso chi muove la transizione, ma verso che cosa. Si tratterà, infatti, di una lotta per la solarità. In questo scontro, non è importante l’individuo che ne starà al centro, ma ciò che rappresenterà. Si apre lo spazio per due possibili esiti: l’affermazione della solarità politica, ma anche un negativo ritorno a Eltsin. Si potrà quindi realizzare una nuova edizione di questo libro solo dopo la fine politica di Putin, di modo da dare un giudizio definitivo sul suo ruolo. Il libro è valido (e sarà valido) fino alla fine del suo mandato – solare e lunare.

Per concludere, una domanda che è insieme politica e metapolitica, filosofica insomma. Il futuro della Russia dipende dalla volontà del suo popolo o è piuttosto un destino cui questo si dovrà adeguare?

Dipende dalla decisione, che è sempre compiuta dal Dasein, l’esserci autentico di un popolo – quello russo in questo caso. Esso non è né collettivo né individuale. È l’esserci, il Dasein russo, a decidere. Non l’individuo, né la collettività (che è una semplice somma degli individui), ma il Dasein pensante. Qui la forma esistenziale del Dasein di cui ho parlato nella Quarta Teoria Politica si manifesta come la volontà articolata. Il punto decisivo è nel popolo e nella forma che vuole tradire la sua decisione. Ricordandoci che il popolo non è una somma di individui, ma una dimensione premoderna e organica – come teorizzata nel Rinascimento, ad esempio. Il destino non è affatto un biplano trascendente. Destino significa decisione. Null’altro. Decisione del popolo. Immanenza trascendente. Il Dasein sempre nuovamente decide se esistere autenticamente o non autenticamente. Il futuro della Russia dipende da questa decisione: il popolo russo sarà al centro della decisione di esistere autenticamente come se stesso, come selbst. Il popolo russo deve decidere di essere se stesso o di abdicare alla propria identità. Questa sarà una decisione storica. È sempre possibile. Perché la vita è molto pericolosa.

Da sinistra: l'intervistatore Luca Siniscalco, il Professore Aleksandr Dugin, Andrea Scarabelli (Fondazione Julius Evola)

 

TUTTI I PARADISI FISCALI DEI VIP D’ITALIA – MARGHERITA AGNELLI HA UNA SOCIETÀ DA 1,5 MILIARDI ALLE ISOLE VERGINI. LA FAMIGLIA BARILLA PREFERISCE HONG KONG- FRANCESCO CORALLO, IL RE DELLE SLOT MACHINE, NASCONDE OLTRE 42 MILIONI DI EURO A DUBAI. MAI SEQUESTRATI NONOSTANTE L’ARRESTO – DA PANAMA LE NUOVE CARTE: STEFANO PESSINA (BOOTS), UNO DEGLI ITALIANI PIÙ RICCHI E POTENTI AL MONDO, NON NASCONDE CHE…

dagospia.com 27.6.18

P.B.; G.R.; L.S. per l’Espresso

MARGHERITA AGNELLIMARGHERITA AGNELLI

La lite familiare più ricca della storia d’ Italia si era chiusa in Cassazione, nel 2015, con un verdetto chiaro: Margherita Agnelli, l’ erede insoddisfatta di casa Fiat, non ha ottenuto un soldo in più di quello che aveva già incassato nel 2004, un anno dopo la morte del padre. Anni di processi però non hanno svelato il dato di fondo: a quanto ammontava l’ eredità di Gianni Agnelli e quanto aveva ricevuto esattamente la figlia Margherita?

L’ unica cifra conosciuta, all’ inizio, era un bonifico bancario di 109 milioni.

Poi un avvocato svizzero, vistosi accusare di aver preteso una parcella esagerata, ha replicato che Margherita avrebbe ottenuto beni per un valore complessivo di 1.166 milioni. Ora, per la prima volta, è lei stessa a quantificare il suo tesoro ereditario, che supera ogni precedente stima: un miliardo e mezzo.

Gianni e Margherita Agnelli il giorno delle nozze di John ElkannGIANNI E MARGHERITA AGNELLI IL GIORNO DELLE NOZZE DI JOHN ELKANN

A rivelare questo e molti altri tesori offshore dei ricchi d’ Italia sono i nuovi Panama Papers: 1,2 milioni di documenti ottenuti dal quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung e condivisi con il consorzio giornalistico Icij, di cui fa parte L’ Espresso. Le nuove carte fotografano gli effetti della prima, colossale fuga di notizie su oltre 200 mila casseforti offshore create dal 1977 al 2015 dallo studio Mossack Fonseca. Il 3 aprile 2016, quando oltre 300 giornalisti di tutto il mondo cominciano a pubblicare i nomi dei ricchi e potenti con società e conti nei paradisi fiscali, a Panama City scoppia il panico.

Lo studio delle offshore avrebbe dovuto identificare e registrare tutti gli azionisti, invece decine di migliaia di società sono totalmente anonime. Solo a Panama, su 10.551 offshore in attività, 7.913 hanno beneficiari sconosciuti. Alle British Virgin Islands, su 28.427, sono fuorilegge 20.465. Alle Seychelles, su 5.575, solo 118 hanno titolari registrati. I giornalisti della squadra Icij continuano a svelare nomi di oligarchi russi, miliardari arabi, politici europei, stelle dello spettacolo e personalità di tutto il pianeta con tesori segreti nei paradisi fiscali, mentre le autorità di molti Stati premono sul governo di Panama e professionisti di mezzo mondo, infuriati, temono la fuga dei clienti più ricchi.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESAPATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

A Panama parte così una caccia disperata ai nomi dei beneficiari. E alle certificazioni sull’ origine delle loro ricchezze. Nel tentativo di evitare il disastro poi verificatosi: arresto dei titolari, chiusura dello studio, indagini in decine di stati, compresa l’ Italia, dove il fisco indaga su una prima lista di 800 signori delle offshore.

In questo clima, il 22 settembre 2016, un fiduciario svizzero della Fidaudit si sente chiedere chi sia il suo cliente, titolare di una società ricchissima, Blossom Investment Services Corp., fondata alle British Virgin Islands il 4 giugno 2003 e controllata da un’ altra offshore, Seashell Holding Corporaton. La filiale di Mossack Fonseca a Ginevra riceve la risposta il 20 ottobre: il beneficiario unico è la signora Margherita Agnelli.

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Nel modulo sulle ricchezze, il suo fiduciario svizzero, che è anche amministratore della società-cassaforte, scrive a penna che l’ attività della Blossom è «la gestione di conti bancari per investimenti finanziari in Svizzera, Lussemburgo, Singapore e Nassau», del valore di «1,5 miliardi», che provengono dalla «eredità di suo padre Giovani Agnelli» (scritto così, senza una enne).

Margherita Agnelli vive da anni in Svizzera. E i suoi avvocati italiani, interpellati da L’ Espresso, precisano che non ha obblighi fiscali verso l’ Italia.

Margherita e Marella AgnelliMARGHERITA E MARELLA AGNELLI

Nei nuovi Panama papers compare anche un’ altra prestigiosa dinastia industriale italiana. Due anni fa, nei primi documenti, L’ Espresso aveva trovato una offshore di Emanuela Barilla: Jamers International, creata nel 2014 nelle Isole Vergini Britanniche e controllata dalla Maya International Foundation di Panama.

Le carte più recenti mostrano che quella fondazione, domiciliata nella sede di Mossack Fonseca, era azionista anche di un’ altra offshore delle Isole Vergini, chiamata Kimora Industries Ltd, che ha per beneficiari gli altri tre fratelli: Guido Maria, Paolo e Luca. Il primo è l’ attuale presidente del gruppo di Parma, gli altri sono consiglieri d’ amministrazione.

mossack (sinistra) fonseca (destra)MOSSACK (SINISTRA) FONSECA (DESTRA)

La Kimora Industries nasce nell’ autunno 1999 e fin dall’ inizio fa capo ai tre attuali beneficiari. Tra il 2015 e il 2016 un loro avvocato svizzero riceve l’ incarico di aprire e gestire un conto a Hong Kong, alla Standard Chartered Private Bank. Le comunicazioni si interrompono nella primavera 2016, quando esplode lo scandalo dei Panama papers. Un anno dopo i tre fratelli Barilla decidono di liquidare la Kimora, che viene chiusa il 7 aprile 2017.

A quel punto i vari consulenti, Mossack Fonseca a Panama e lo studio Kellerhals Carrard in Svizzera, pianificano di spostare altrove i fondi usciti dalla Kimora. Destinazione prescelta: Emirati Arabi. A riceverli saranno altre due società offshore, Starsight Trading e Samag Resources, sui rispettivi conti alla First Gulf Bank di Dubai.

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I professionisti svizzeri chiedono ai colleghi di Panama, che devono liquidare la Kimora, di non mandare i soldi direttamente sui conti di Dubai, ma di usare come intermediario la Citibank di New York.

Emanuela Barilla con la sua Jamers, l’ unica offshore già rivelata nel 2016, decide di seguire un’ altra strada. Il 21 agosto 2017 i gestori della sua offshore cancellano i titoli di proprietà della Maya Foundation e li sostituiscono con un solo certificato che vale 50 mila azioni, intestato a Emanuela Barilla.

Che da quel momento è la beneficiaria diretta della Jamers, senza più lo schermo ormai bruciato della fondazione di Panama. Alla fine del 2017 i suoi consulenti avviano le pratiche per creare una nuova società, senza specificare dove, ma a quel punto i documenti si interrompono.

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Guido Maria Barilla, anche a nome dei fratelli, ha risposto alle nostre domande con questa importante dichiarazione: «I componenti della famiglia Barilla sono in regola con le obbligazioni tributarie in Italia».

Dall’ industria di Parma che ha reso famosa nel mondo la pasta italiana è arrivata anche un’ altra precisazione: «Il Gruppo Barilla è completamente estraneo ai fatti, dati o circostanze riportati» nei Panama Papers.

Stefano Pessina è un famoso imprenditore italo-americano che è diventato il re della distribuzione di farmaci, come primo azionista della multinazionale Wallgreens Boots Alliance. Il suo nome era già comparso nei Panama Papers del 2016. Ora i nuovi documenti svelano altre sue offshore e, soprattutto, quantificano la sua immensa ricchezza. Quando è scoppiato lo scandalo di Panama, l’ ingegner Pessina non ha fatto una piega.

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È rimasto cliente di Mossack Fonseca e ha risposto tranquillamente, il 4 aprile 2017, alle richieste di fornire tutti i documenti per identificare i beneficiari di tre società delle British Virgin Islands: Ambassador Rose International, Empire Rose Management e Pecove Holding. Attraverso i consulenti, ha trasmesso la copia del suo passaporto e una bolletta di casa, per provare la sua residenza. A quel punto lo studio ha potuto rilasciare il certificato di titolarità delle tre offshore, che oltre a Pessina hanno altri due azionisti: Claude Sol Cohen e Antonella Fiorentino Vedeo. La trafila si ripete per la società Zenith delle Isole Vergini, controllata solo da Pessina e Cohen, usata per gestire proprietà immobiliari nel Principato di Monaco.

Qui la bolletta allegata riguarda la residenza di Pessina a Montecarlo, chiamata con ironia «Villa Farniente». E proprio nel dossier sull’ origine dei fondi destinati alla Zenith («parecchi milioni di euro»), nell’ ultima pagina, Pessina quantifica la fortuna complessiva accumulata con la sua «carriera nell’ industria farmaceutica»: «oltre 10 miliardi di dollari americani».

FRANCESCO CORALLOFRANCESCO CORALLO

Di tutt’ altra specie sono le ricchezze nascoste alla Mashreq Bank di Dubai da Francesco Corallo, il re delle slot machine oggi inquisito per una maxifrode fiscale da oltre 200 milioni e per la presunta corruzione di Gianfranco Fini, con almeno sei milioni versati ai suoi familiari Elisabetta e Giancarlo Tulliani. L’ allarme a Panama scatta solo nel dicembre 2016, dopo l’ arresto di Corallo: «Urgente – Alto rischio – Il beneficiario della nostra offshore è stato incarcerato».

 La cassaforte segreta di Corallo, svelata da l’ Espresso nell’ aprile 2016, è una società delle Seychelles chiamata Vales Tru Admin Services Limited. Sui conti di Dubai (tre personali, tre della offshore) sono arrivati oltre 42 milioni di euro sottratti allo Stato italiano, secondo le accuse documentate dai finanzieri dello Scico, che hanno convinto i magistrati di Roma a ordinarne il sequestro. Non ancora eseguito, però, dagli Emirati Arabi. Ma anche in Italia l’ imputato Corallo continua non avere problemi con le autorità politiche: a difenderlo in tribunale è ancora lo studio dell’ avvocato Giulia Bongiorno, oggi ministro della Lega.

Veneto Banca, dichiarato lo stato di insolvenza. Per gli ex amministratori indagati si allontana la prescrizione

ilfattoquotidiano.it 27.6.18 Giuseppe Pietrobelli

La sentenza del tribunale di Treviso spiega che la dichiarazione di “prossimità al dissesto” e l’avvio della liquidazione coatta amministrativa, nel giugno 2017, impongono un approccio diverso per valutare se l’istituto fosse o meno in grado di soddisfare i creditori. In questo scenario emerge una passività di 538,5 milioni di euro e quindi “una evidentissima e rilevante mancanza di liquidità”

Il Tribunale di Treviso, con una sentenza che è perfino andata oltre le aspettative dei ricorrenti, ha dichiarato lo stato di insolvenza di Veneto Banca che è in stato di liquidazione coatta amministrativa. La Procura della Repubblica ha subito avviato un’indagine per bancarotta per distrazione, il che crea uno slittamento in avanti dei termini per la prescrizione dei reaticontestati ai vertici dell’istituto. Una svolta nell’intricata vicenda di una delle banche venete (l’altra è la Popolare di Vicenza) che hanno ingoiato centinaia di milioni di euro dei risparmiatori, facendo finire sul lastrico migliaia di famiglie.

La sentenza è stata redatta dal presidente Antonello Fabbro, il collegio era completato da Francesca Vortali e Petra Uliana. Nel documento di 18 pagine viene ricostruita l’intera vicenda e dimostrato come, con la liquidazione coatta, Veneto Banca non si sia più trovata nelle condizioni di far fronte ai propri impegni. Perché uno scenario già compromesso apriva una prospettiva disastrosa.

Ecco le tappe prima di quel momento. Nel febbraio 2017 Veneto Banca (ma anche Pop Vicenza) aveva presentato un piano di ristrutturazione quinquennale alla Bce, attraverso il Piano Tiepolo di fusione. Il fabbisogno era di 4,7 miliardi di euro, ma era risultato impossibile soddisfarlo con risorse private. Così il 17 marzo 2017 Veneto Banca aveva presentato istanza di ricapitalizzazione precauzionale e “l’accesso alla garanzia dello Stato su nuove emissioni obbligazionarie”. La Bceaveva però bocciato il piano e dichiarato la banca “prossima al dissesto”, aprendo la strada alla liquidazione coatta amministrativa. Il governo italiano il 25 giugno 2017 aveva approvato il decreto legge n. 99 che disciplinava tale procedura per entrambe le banche. E subito la Banca d’Italia aveva proposto al ministero dell’Economia e Finanze l’adozione di misure per la cessione a Intesa SanPaolo, integrata da interventi di sostegno della finanza pubblica. Il 19 luglio la Bce aveva definitivamenterevocato l’autorizzazione bancaria.

I giudici notano che “al 25 giugno 2017 il patrimonio netto contabile di Veneto Banca era risultato pari a circa 1,7 miliardidi euro. E lo sbilancio della cessione delle attività e passività all’Istituto San Paolo dava un risultato negativo di circa 2,3 miliardi di euro”. Ma aggiungono che “le vicende che precedono la messa in liquidazione coatta amministrativa pongono in luce la situazione insostenibile in cui si era venuta a trovare Veneto Banca”. Per quali ragioni? “La banca aveva ripetutamente violato (a partire dal 2014) i requisiti patrimoniali di vigilanza e, nonostante il tempo concesso dalla Bce, non era stata in grado di offrire soluzioni credibili per il futuro”.

I giudici indicano uno spartiacque nella data del 23 giugno 2017. Prima della liquidazione coatta “Veneto Banca non era in grado di continuare a svolgere la propria attività creditizia senza sostegno dello Stato”, ma la situazione presentava “indubbi margini di incertezza quanto al requisito dell’insolvenza”. La liquidazione coatta muta lo scenario e ”impone quindi un diverso approccioin base al quale verificare la sussistenza o meno dello stato di insolvenza”. Infatti “lo stato di liquidazione impone che l’accertamento dell’insolvenza avvenga secondo un’impostazione patrimonialistica, dato che ormai l’impresa ha imboccato la strada verso la propria dissoluzione”. Ed è per questo che i giudici valutano “se la liquidazione del patrimonio della banca consente di soddisfare regolarmente tutti i creditori”. Come? “Tale giudizio è basato sul raffronto prognostico tra attivo e passivo patrimoniale, ma tiene conto delle sorti sia quantitative che temporali della liquidazione”. Ovvero “se i valori del realizzo siano pari ai fabbisogni necessari per estinguere le passività e far fronte alle esigenze immediate (passività correnti)”.

I giudici annotano che il patrimonio netto di 1,6 miliardi di euro non basta a tale valutazione, perché riferito “a criteri contabili ispirati alla continuità aziendale”. La liquidazione coatta aveva mutato tutto, la banca era ormai su un piano inclinato. “E’ agevole constatare che in questo scenario la liquidazione si chiude con unapassività (patrimonio netto post interventi dello Stato) di 538,5 milioni di euro e quindi con una evidentissima e rilevante mancanza di liquidità da destinare alla soddisfazione dei creditori chirografari”.La sentenza rilancia la possibilità che a trovarsi coinvolti nelle inchieste possano essere anche amministratori successivi alla gestione di Flavio Trinca (presidente) e Vincenzo Consoli(amministratore delegato), in particolare per chi abbia permesso la vendita di azioni “baciate” e per chi abbia erogato finanziamenti agevolati al fine di evitare disinvestimenti da parte di soci intenzionati a vendere i titoli. Secondo Luigi Fadalti, il legale trevigiano che aveva chiesto per primo l’insolvenza di Veneto Banca, la decisione potrebbe dar luogo anche ad “azioni revocatorie per pagamenti successivi”, fra i quali, in linea teorica, sono comprese anche le transazioni accettate da molti soci, nella primavera del 2017, pari al 15% del valore perduto con l’azzeramento delle azioni, in cambio dell’impegno a non avviare contenziosi. Sotto il profilo degli effetti per i soci danneggiati, conclude il legale, “in prospettiva l’allargamento dello spettro dei possibili responsabili aumenta le possibilità di realizzo”. Di certo, con i nuovi reati, si allungano i tempi della prescrizione.