Generazione Erasmus: gli adulatori del mondialismo

di Gabriele Sabetta – 29 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

Apologia della mobilità illimitata, accettazione passiva del precariato, rinuncia ad ogni forma di identità: ‘Generazione Erasmus’, edito da Oaks Editrice, è un utile compendio per districarsi nelle brutture del libero mercato e dei suoi avidi fiancheggiatori.

Il volume a firma di Paolo Borgognone, pubblicato lo scorso anno per i tipi di OAKS, dal titolo Generazione Erasmus, è un vero compendio filosofico attinente la società di “libero mercato” e i suoi avidi fiancheggiatori. Ponendo al centro della trattazione l’esperienza dei giovani universitari che si recano all’estero per un periodo di studio, delinea con ricchezza di particolari quei processi che hanno condotto inesorabilmente alla costruzione della moderna società “liquida”: il totalitarismo nichilista del consumo; il giovanilismo come apologia della mobilità illimitata e accettazione passiva del precariato; il nuovo conflitto di classe post-moderno fra vincitori e vinti della globalizzazione; il genderismo come rinuncia alla propria identità anche nella sfera sessuale; il Sessantotto come controrivoluzione ultra-capitalista. Nella seconda parte, non mancano acute analisi geopolitiche.

Stando ai contenuti strettamente filosofici, osserviamo che il risorgere dell’interesse per il pensiero di Hegel e Marx nell’ultimo decennio ha un’importanza rilevante in relazione ai problemi sorti con l’evoluzione del capitalismo dopo il 1989 e dell’economia post-moderna; in effetti, siamo di fronte ad un’opera pregevole, concepita da un giovane studioso, che si inserisce in un più ampio circuito di ripensamento del ruolo della politica e dello Stato nei confronti dell’economia, della comunità di fronte all’individualismo, delle radici tradizionali contro il mondialismo dell’omologazione planetaria.

Invero, quando la società nel suo complesso tende a divenir preda di scopi “particolari”, frammentandosi in una pletora di confuse mire egoistiche, la missione delle istituzioni statali deve concretizzarsi nell’orientare la collettività verso un destino universale. Una comunità politica è propriamente tale quando è in grado di opporsi agli eccessi della “società civile”; in altre parole, sebbene permetta l’esistenza del “mercato”, lo Stato – nella sua configurazione moderna e “nazionale” – deve costituire un argine alla capacità degli interessi capitalistici di dominare e permeare la vita ordinaria nel suo complesso. Le moderne società a economia di mercato sono caratterizzate proprio da questa patologia: l’attività economica – signoreggiata dai grandi industriali e dalla speculazione finanziaria tramutata in “dittatura dei mercati” – diventa la logica dominante delle relazioni sociali, influenza ogni campo della dimensione pubblica, senza alcun freno; predispone quindi la collettività, con tutti i suoi mezzi, a realizzare gli interessi materiali ed etici di un ristretto segmento di essa.

In un tale quadro, il progetto Erasmus, artefice dell’omonima “generazione”, è lo strumento per addomesticare e catechizzare le moderne plebi, illudendole di poter vivere in una movida permanente, annunciando loro che il mondialismo – piuttosto che servitù morale ed economica – è divertimento sfrenato e consumismo illimitato. Sia chiaro: non si tratta di essere contrari all’idea di un’economia di mercato o della possibilità che giovani studenti dalle brillanti capacità possano perfezionarsi attraverso un’esperienza in un altro Paese europeo; piuttosto, occorre criticare fermamente la tendenza della sfera economica a colonizzare ogni ambito delle relazioni sociali, a degradare ogni più alto e nobile scopo. La libertà civica si deteriora in un ambiente saturo di atomismo competitivo; la società civile e il sistema dei bisogni richiedono l’esistenza dello Stato al fine di prevenire questo tipo di malattia sociale, che gli individui siano guidati dalla ricerca del proprio tornaconto a spese degli interessi più ampi della società nel suo insieme. Il capitalismo moderno – inoltre – si caratterizza non solo dalla logica onnipervasiva dello scambio e dal perseguimento di utilità particolari a spese della generalità, ma dalla circostanza che un piccolo gruppo di interessi privati siano in grado di organizzarsi per sottomettere e indirizzare, nel proprio interesse, il potere politico, la cultura accademica, i mezzi di comunicazione di massa – a discapito degli interessi universali della società.

A favorire questi sviluppi, scorgiamo il sostegno del ceto intellettuale, dentro e fuori le università; quei giornalisti e professori “di sinistra” che hanno il compito di fornire giustificazione nobile, colta e morale allo scempio in atto. Non è semplice conferire una parvenza di scientificità e rispettabilità alle idee dominanti, che si traducono in prassi di pauperizzazione e sradicamento della classe lavoratrice. Da qui, l’irrimediabile allontanamento dal favore dei popoli, i quali sono continuamente dileggiati per i loro stili di vita, per i modi di pensare e per le loro frequenti manifestazioni di dissenso verso il modello globalista di delocalizzazione e precarizzazione della forza-lavoro. A compensare la perdita dei diritti sociali, inoltre, si assiste allo sbandieramento di finte “conquiste” nel campo dei diritti civili, dell’emancipazione sessuale, della licenziosità spacciata come progressismo libertario.

Organizzatosi dapprima come nuovo schema di produzione e distribuzione delle merci, di ristrutturazione del lavoro e ripartizione della proprietà, il capitalismo diventa sempre più un’istituzione sociale, un elemento naturale come l’aria che respiriamo; si impone come regolatore di relazioni, ha la capacità di ri-orientare le logiche funzionali di tutti gli organismi (economici e non). Se i rapporti di mercato incontrollati sfociano nella frammentazione della società, il capitale è in grado superficialmente di superare questa scissione, ostentando un falso universale: la ricerca del profitto, la moda del consumo, la frenesia dell’apparire – sono tutte logiche che giungono a permeare ogni recesso della società moderna. Il compito dello Stato nazionale, lo ribadiamo, consiste dunque nell’incorporare le forme subordinate di vita sociale – la famiglia, la società civile, i “corpi intermedi” – in una totalità più elevata, in cui gli agenti razionali saranno in grado di identificare consapevolmente l’universale e conseguire così la piena libertà. Se esso invece si confonde o deriva in ultimo dalla “società civile”, e se il suo fine specifico coincide con la garanzia della sicurezza personale e della protezione della proprietà privata, allora gli interessi individuali, in quanto tali, diventano il fine supremo dell’associazione umana; ne consegue che l’appartenenza alla comunità politica è qualcosa di opzionale e revocabile.

Nei regni della famiglia e della società civile, gli individui non sono in grado di riconoscere e cogliere integralmente la natura oggettiva della loro libertà come esseri sociali, al di là dei ruoli “parziali” che ricoprono nei rapporti della vita ordinaria – come genitori, figli, lavoratori, consumatori e così via. In questo senso, il particolare si oppone all’universale in quanto non è in grado di vedere se stesso come un momento del tutto; pertanto, quelle strutture sociali, istituzioni politiche, usi e costumi che non sono capaci di orientare le attività degli uomini verso obiettivi universali (e comuni) non possono soddisfare il criterio della loro razionalità naturale. Veniamo a comprendere, in fin dei conti, che siamo esseri sociali e politici, che siamo parte di un tutto coerente, che il nostro territorio individuale – le nostre personalità, le nostre pulsioni, il nostro senso del dovere – ottiene esauriente compimento, in questo mondo, una volta attualizzate le nostre relazioni con gli altri, anche grazie alle istituzioni politiche che hanno il compito di mediare le varie connessioni. Credere – seguendo la struttura neoliberale – che gli individui non sono altro che atomi che realizzano se stessi nell’anarchia degli interessi privati è, di per sé, la più pericolosa delle astrazioni.

USA: radioamatori intercettano ordine di lancio di missile termonucleare

Sputniknews.it 29.6.18

Dei radioamatori americani hanno intercettato degli ordini del comando militare degli Stati Uniti su azioni in una situazione di emergenza, scrive Drive.

Si noti che il segnale è stato rilevato nella notte del 27 giugno sulla costa occidentale. Era indirizzato al bombardiere strategico intercontinentale B-52 Stratofortress.

Secondo la pubblicazione, in tempo di guerra tali ordini vengono mandati in caso del lancio di un attacco su larga scala con armi nucleari. Avendo ricevuto questo messaggio, l’esercito è obbligato a lanciare 20 missili da crociera AGM-86 ALCM equipaggiati con testate termonucleari.

Drive scrive che l’ordine intercettato è stato dato come parte di un esercitazioni a cui hanno preso parte i bombardieri B-52 Stratofortress, B-2 Spirit e E-6 Mercury. I giornalisti sottolineano che tali eventi sono progettati per mostrare ai nemici degli Stati Uniti la prontezza al combattimento dei bombardieri a lanciare testate termonucleari in tutto il mondo.

Di Maio: niente bavaglio al web, l’Italia si opporrà all’Ue

Libreidee.org

Sono contento che dopo anni di battaglie oggi ci sia un consenso pressoché unanime nell’affermare che lo sviluppo di Internet, della banda larga, l’accesso alla Rete per tutti e la velocità con cui i cittadini possono operare sul web, sia diventata una cosa scontata. Direi uno dei diritti inalienabili dei cittadini. Tuttavia, ancora oggi e lo voglio dire in questa occasione, la Rete sta correndo un grave pericolo. E il pericolo arriva direttamente dall’Europa e si chiama riforma del copyright. La scorsa settimana è passata una linea che maturava dopo almeno due anni di contrattazioni. Una linea controversa, proposta inizialmente dalla Commissione Europea, che riporta due articoli che potrebbero mettere il bavaglio alla Rete così come noi oggi la conosciamo. Il primo prevede un diritto per gli editori, i grandi editori di giornali, di autorizzare o bloccare l’utilizzo digitale delle loro pubblicazioni introducendo anche una nuova remunerazione per l’editore, la cosiddetta link tax. In poche parole quando noi condividiamo un articolo ed escono quelle tre o quattro righe al di sotto del link, ecco quelle tre o quattro righe verrebbero tassate. Dicono pure che sia un modo per migliorare la qualità dell’informazione.

L’Europa dovrebbe puntare sulla cultura e sull’istruzione, per fare in modo che i suoi cittadini capiscano cos’è una fake news; invece preferisce inondare di nuove tasse perfino le tre righe che escono quando condividiamo un articolo o un’informazione in generale. Il secondo articolo è perfino più pericoloso del primo, perché impone alle società che danno accesso a grandi quantità di dati di adottare misure per controllare ex ante tutti i contenuti caricati dagli utenti. Praticamente, qualunque cosa venga caricata che abbia anche solo una parvenza di ledere il diritto d’autore, e con questo mi riferisco a qualsiasi immagine per esempio, e sottolineo qualsiasi, potrebbe essere bloccata da una piattaforma privata. Praticamente deleghiamo a delle multinazionali – e neanche loro credo lo vogliano – che spesso nemmeno sono europee, il potere di decidere cosa debba essere o meno pubblicato. Cosa è giusto o sbagliato. Cosa i cittadini devono sapere e cosa non devono sapere. Se non è un bavaglio questo ditemi voi cos’è un bavaglio. E pensiamo anche alle piccole e medie imprese di questo settore, che non avranno mai la potenza economica per affidarsi ad un algoritmo che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Quindi mentre si parla di dati statistici che ci vedono occupare la 25a posizione nella classifica dei 28 Stati membri dell’Unione Europea in merito ai progressi del settore digitale. Mentre il quadro sull’utilizzo delle tecnologie Ict da parte di cittadini e imprese mostra un impiego sempre più diffuso ed evoluto di queste tecnologie nelle attività economiche e nella vita quotidiana, l’Unione Europea ha preparato un bavaglio per limitare la libertà d’espressione dei cittadini. È inaccettabile. E come governo ci opporremo. Faremo tutto quello che è in nostro potere per contrastare la direttiva al Parlamento Europeo e, qualora dovesse passare così com’è, dovremo fare una seria riflessione a livello nazionale sulla possibilità o meno di recepirla. Perché Internet dev’essere mantenuto libero, indipendente, al servizio dei cittadini. Nessuno può permettersi di fare azioni di censura preventiva, nemmeno se quel qualcuno si chiama Commissione Europea. Questo provvedimento, contro il buon senso, ci riporterebbe indietro di vent’anni e consentirebbe di concentrare il potere nelle mani di poche persone, di poche piattaforme e di poche multinazionali.

Questa direttiva è la plastica dimostrazione che qualcosa in quei palazzi, e mi riferisco al Parlamento Europeo in questo caso, c’è qualcosa che non funziona. E questo qualcosa è una città intera di lobbisti che si muovono all’interno delle istituzioni comunitarie senza l’obbligo di dire cosa fanno, chi rappresentano, con chi parlano, quanto guadagnano e da chi sono pagati. Intendo una città intera di lobbisti che influenza il processo decisionale non a caso, perché stiamo parlando di almeno 30mila lobbisti che ogni giorno entrano in quei palazzi. Non hanno l’obbligo di dichiarare qual è il loro mestiere e possono facoltativamente iscriversi ad un “registro di trasparenza”. Viene sollecitata sin dal 2008 la creazione di un registro obbligatorio per i rappresentanti d’interessi specifici attivi nelle istituzioni dell’Ue, sottolineando come solo uno strumento simile assicurerebbe il pieno rispetto da parte di quest’ultimi del loro codice di condotta. Stranamente non se n’è mai fatto nulla. Il governo italiano non può accettare passivamente un provvedimento studiato e preparato a tavolino dalle lobby dei grandi editori multimiliardari che spostano e occultano il diritto all’informazione. Non è bastato lo scandalo di Cambridge Analityca per fare capire a questi signori che il potere non deve essere accentrato nelle mai di pochi, ma condiviso con i cittadini.

(Luigi Di Maio, estratto del post “Salviamo la Rete dal bavaglio europeo: #NoLinkTax”, pubblicato sul “Blog delle Stelle” il 29 giugno 2018).

75 milioni di poveri nella UE

lantidiplomatico. It Giorgio Cremaschi

di Giorgio Cremaschi

Sulla crescita della povertà tutto ciò che che oggi prevale è mistificazione.

Innanzitutto i numeri sono inferiori alla realtà o sono costruiti in modo da far apparire meno grave la situazione.

Dal 2005 l’Istat suddivide i poveri in assoluti e relativi con due diverse classificazioni di reddito. Così oggi ci sono 5 milioni di poveri assoluti e tanti altri milioni di poveri relativi. Ma è una distinzione che serve solo ad attenuare l’impatto della catastrofe sociale che ha colpito il nostro paese. Tra l’altro i mass media hanno tutti diffuso la notizia che i 5 milioni di poveri assoluti sarebbero il numero più alto dal 2005, come se prima fossero stati di più. No naturalmente, il 2005 è solo l’anno di avvio della classificazione e allora i più poveri dei poveri erano solo 1,5 milioni. In tredici anni sono triplicati.

Eurostat, l’istituto europeo di statistica, usa piuttosto dei criteri sociali per contare i poveri, partendo da ciò di essenziale a cui essi debbono rinunciare. Sono considerati poveri i cittadini che, tra l’altro, hanno difficoltà a fare un pasto proteico ogni due giorni, a sostenere spese impreviste, a riscaldare a sufficienza la casa, a pagare in tempo l’affitto e a comprarsi un paio di scarpe per stagione e abiti decorosi.

Sulla base di questi e altri criteri nel 2017 l’Italia risulta il paese europeo con più poveri. Sono 10,5 milioni, su un totale a livello Ue di 75 milioni. Un numero enorme, quasi pari agli abitanti di tutta la Germania. Ma i vertici europei si fanno sulla finta emergenza migranti, che permette a tutti i governi di fare i feroci contro le decine di migliaia di poveri che vorrebbero venire sul continente, mentre nulla si fa per le decine di milioni che nella UE già ci stanno.

I poveri si contano e poi vengono cancellati dall’agenda politica. Essi sono lavoratori, pensionati, precari e disoccupati, donne e giovani. Sono la parte più sfruttata ed oppressa del mondo del lavoro, sono le prime vittime della lotta di classe dall’alto dei ricchi, che più i poveri aumentano, più vedono accrescere i propri patrimoni.

I 14 italiani più ricchi, Ferrero Del Vecchio, Berlusconi, Armani e gli altri, possiedono beni per un ammontare di 107 miliardi di dollari, come ciò che riescono a mettere assieme milioni di poveri. Il 5% più ricco del paese detiene il 40% della ricchezza nazionale, cioè 4000 miliardi.

I poveri aumentano perché i ricchi sono sempre più ricchi, perché la ricchezza si concentra sempre di più in alto e viene espropriata e rapinata in basso. La diseguaglianza sociale che dilaga senza freni nel nome del libero

mercato è la causa dell’enorme incremento della povertà in Italia e in tutta Europa.

Le misure di austerità e di rigore di bilancio, le privatizzazioni, la flessibilità e la precarietà del lavoro, le politiche fiscali di agevolazioni alle imprese e di riduzione delle tasse ai ricchi, i Jobsact e le flat tax che dilagano in tutta Europa, impoveriscono sempre più persone ed arricchiscono sempre di più una piccola minoranza.

Se non si combatte la concentrazione della ricchezza non si può ridurre la povertà, ma tutti i governi europei, tecnocratici o populisti che siano, di fronte alla sola ipotesi di contrastare la diseguaglianza redistribuendo ricchezza si fermano atterriti. Anche chi ha preso i voti nel nome della lotta contro le élites, alla fine fa proprio l’imbroglio liberista secondo il quale per redistribuire ricchezza prima bisogna produrla. Cioè per dare soldi ai poveri, prima bisogna darne ai ricchi.

Per questo vertici europei per la lotta alla povertà non se ne sono mai fatti, mentre i governanti UE si riuniscono e si accapigliano sul modo migliore di fermare i barconi dei migranti. Contro i ricchi nulla si può, nulla si deve fare, questo è il primo articolo della costituzione reale della UE, perciò oggi una delle figure più rappresentative dell’europeismo è Matteo Salvini.

Le crisi crisi bancarie: uno strumento dei capitalisti per derubarsi a vicenda (di Max Zanoni)

Scenarieconomici.it 29.6.18

Le crisi crisi bancarie:
uno strumento dei capitalisti per derubarsi a vicenda
ovvero
Tasse al popolo e regali ai banchieri

Dopo lo scandaloso regalo delle due banche venete (Popolare Vicenza e Veneto Banca) cedute a Banca Intesa con ingenti finanziamenti pubblici (oltre dieci miliardi tra cash e garanzie) e col sangue risparmi di azionisti ed obbligazionisti, è successo di nuovo con due banche romagnole opportunamente trasformate in S.p.A.
Le Cassa di Risparmio di Cesena di Rimini e di San Miniato a fine 2017 sono state regalate ad 1€ dopo essere state ‘ripulite’ coi fondi pubblici della Cassa Depositi e Prestiti cedendo €2,7 mld di crediti deteriorati (CET1 ratio pro-forma si attesta a più del 10,7%). L’aggravante rispetto al caso delle banche venete è che, in questo caso, le le casse italiane sono finite in mano francese, l’acquirente il destinatario del regalo è infatti Crédit Agricole.
Neanche a dirlo, Giampiero Maioli, Chief Executive Officier del Gruppo Bancario Credit Agricole Italia, si dichiara soddisfatto dell’operazione.
La Francia però, invece di ringraziare il servile alleato (il governo Renzi), offende le sue istituzioni come la recente cronaca ha potuto sottolineare.

Forse per le ridotte dimensioni delle banche romagnole rispetto a quelle venete, questo caso romagnolo è passato sotto relativo silenzio, in fondo per il governo Renzi non è una buona idea avere i riflettori puntati per una così ignobile operazione mentre si accinge ad uscire di scena.

Anche nella belligerante romagna però si devono essere appisolati, non abbiamo sentito sforchettar di forconi e nemmeno di animate proteste fuori dalle sedi bancarie.

Si è ucciso Bruno Binasco, ex manager di Autostrade arrestato in Tangentopoli

Silenziefalsita 29.6.18

Si è ucciso Bruno Binasco impiccandosi nella sua abitazione di Tortona. Aveva 73 anni.

Binasco, manager di Alessandria, era stato più volte indagato e arrestato nell’ambito delle inchieste di Mani Pulite.

E’ stata la moglie a dare l’allarme ai carabinieri.

Sul posto, secondo quanto riportato dalla stampa, si sono recati anche i sanitari del 118, i quali “non hanno potuto far altro che constatarne il decesso” e “in casa non sarebbero stati trovati biglietti scritti dall’uomo per spiegare i motivi del gesto estremo”.

Leggiamo su Fatto Quotidiano che Binasco era molto vicino all’imprenditore Marcellino Gavio e all’ex presidente della provincia (e vicepresidente di Unicredit) Fabrizio Palenzona.

Il caso di Binasco era noto perché dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta Mani Pulite per cui in un anno fu arrestato sei volte.

“Fu in una di quelle occasioni – riporta Il Fatto – che fece il nome di Primo Greganti, il ‘compagno G’, come destinatario di un miliardo di lire per il Partito comunista italiano”.

Il manager è poi “uscito da Tangentopoli con la fedina penale pulita grazie ad assoluzioni e prescrizioni e di recente era stato assolto con l’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, dalle accuse nei suoi confronti per la vicenda al centro del cosiddetto ‘sistema Sesto’.”

Nel luglio 2013 Binasco  era tornato a Tortona e da quattro anni era presidente della Acerbi Industrial Vehicles srl, che produce rimorchi.

“Anche grazie a lui l’impresa, in grave crisi, era ripartita, si legge su Repubblica: “Siamo scossi e attoniti, il dottor Binasco è stato fondamentale nel rilanciare il nostro gruppo. Era una figura che andava al di là del manager e del socio, era diventato un amico di famiglia”, dice l’imprenditore Claudio Acerbi.

Banco Bpm: trasferiti ad Anima H. contratti assicurativi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Si rende noto che in data odierna la controllata Banca Aletti ha perfezionato la cessione ad Anima sgr dei mandati di gestione in delega degli attivi assicurativi, come previsto nel Memorandum of Understanding firmato tra Banco Bpm e Anima in il 4 agosto 2017 e nel successivo accordo tra le parti comunicato al mercato in data 7 febbraio 2018.

Il prezzo incassato oggi da Banca Aletti, informa una nota, è pari a 113,6 milioni di euro (Iva esclusa) ed è stato determinato sulla base delle masse gestite trasferite ad Anima sgr, pari a circa 9,4 miliardi.

L’operazione comporta la rilevazione di un provento lordo imposte di pari importo nel conto economico del secondo trimestre dell’esercizio sia da parte di Banca Aletti che del gruppo.

Assumendo a riferimento i ratio patrimoniali al 31 marzo e resi noti al mercato, il conseguente impatto positivo sul Cet1 ratio phased in del gruppo è stimato essere pari a 17 p.b. (18 pb a livello fully phased).

com/fch

(END) Dow Jones Newswires

June 29, 2018 09:05 ET (13:05 GMT)

INTESA SAN PAOLO – E I SUOI RESPONSABILI AI PROCEDIMENTI PENALI SI FANNO NEGARE- E NON RISPONDONO NE A ME NE ALLE ISTITUZIONI FINANZIARIE INTERESSATE

Con molto stupore debbo significare L inefficienza di Intesa San Paolo – ufficio proc penali che si permettono di inoltrarmi risposte non veritiere e si fanno pure negare telefonicamente.

Ora dato che le mie risposte sono inoltrate non solo all ufficio preposto ma a tutte le istituzioni finanziarie affinché provvedono sulla base di quanto da me ricevuto da Intesa San Paolo a fornire i chiarimenti dovuti in mancanza di decreti della Procura competente – attenderò fino a martedì mattina prima di procedere ulteriormente nei confronti dei Legali Rappresentanti di Intesa per le comunicazioni non veritiere che mi hanno fornito. Ricordo a tutti gli interessati che alla fine rispondono sempre due persone che sono i Legali Rappresentati dell istituto – quindi il danno lo fanno principalmente a Loro che a me – io PROSEGUO PER LA MIA STRADA INTRAPRESA

PAOLO POLITI

La Verità: ‘Renzi piange miseria ma si fa la villa da 1,3 milioni’

silenziefalsita.it 29.6.18

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La Verità: ‘Renzi piange miseria ma si fa la villa da 1,3 milioni’



“Il 13 giugno scorso, Matteo Renzi, nello studio fiorentino del notaio Michele Santoro, ha firmato, insieme con la moglie Agnese Landini, un preliminare d’ acquisto per una villa situata in via Tacca”.

Lo scrivono Giacomo Amadori e Giorgio Gandola su La Verità in un articolo intitolato “Renzi piange miseria ma si fa la villa da 1,3 milioni“.

Via Tacca, spiega il giornalista, è “una delle più prestigiose strade di Firenze, immersa nella natura dei colli cittadini, a due passi dal belvedere di piazzale Michelangelo”.

L’investimento del senatore dem ammonta a 1,3 milioni: 1.230.000 euro per la casa e 70.000 per un terreno agricolo di 1.580 metri quadrati adiacente al giardino.

Amadori poi racconta che Renzi ha già “versato una caparra di 400.000 euro spalmati su quattro assegni circolari da 100.000 euro l’ uno, emessi il 12 giugno scorso dal Banco di Napoli”.

Una cifra non indifferente per una persona che solo qualche mese fa in campagna elettorale dichiarava di avere appena 15.859 euro nel conto corrente, osserva La Verità.

Ospite a Matrix il 17 gennaio scorso, l’ex premier raccontava al conduttore Nicola Porro: “Ho due mutui e un conto corrente. Mi piace la trasparenza. Mi hanno fatto polemica perfino sui sacchetti di plastica ma sulla mia onestà non accetto discussioni”.

E, mostrando l’estratto conto a Porro, spiegava: “Allora avevo 21mila euro sul conto, ecco, questa è del 30 giugno 2014 quando ero presidente” dice Renzi”. E aggiungeva: “Oggi ho 15.859 euro. Sempre se mia moglie nel frattempo non ha fatto qualche spesa”.

“Perché dico questo? Io sulla trasparenza non faccio sconti a nessuno e certe polemiche assurde e stupide non le accetto. Se volete fare i soldi non fate politica, fai politica perché hai un interesse, hai un ideale, hai passione. Chi fa il politico ha questi conti correnti, non ne ha altri, e se ne ha altri c’è qualcosa che non torna,” affermava Renzi.

Sulla dichiarazione di insolvenza della Banca delle Marche Tribunale di Ancona, 15 marzo 2016, n. 22

dirittobancario.it 4.7.16

 Altea Rossi

A seguito dell’istanza del Pubblico Ministero di Ancona, la Sentenza qui in commento (Trib. Ancona, 15 marzo 2016, n. 22) si esprime circa lo stato di insolvenza della Banca delle Marche in liquidazione coatta amministrativa.

Al pari delle analoghe Sentenze recentemente pronunciatesi sull’insolvenza di Banca Etruria e Banca Carife – coinvolte in vicende di dissesto del tutto simili – il Tribunale di Ancona ha condotto, in sede giurisdizionale, un’analisi su quegli indici capaci di mettere in luce il deficit in cui l’Istituto versava, già a partire dal 2013.

Nella specie, l’accertamento è stato condotto su un duplice versante: quello della situazione patrimoniale, da una parte, e quello della situazione finanziaria, dall’altra.

Circa il primo profilo, l’analisi evidenzia una deficienza patrimoniale «non … seriamente contestabile»(*). In aggiunta, il Tribunale si sofferma nel precisare che le perdite, come stimate dalla Banca d’Italia, essendo il frutto della discrezionalità tecnica della stessa, non sono contestabili in sede giurisdizionale se non per «irrazionalità irragionevolezza e travisamento dei presupposti di fatto».

Passando alla situazione finanziaria, secondo quanto comunicato dalla Banca d’Italia, le condizioni in cui l’Istituto versava all’inizio del novembre del 2015 erano addirittura tali «da non poter [neppure] assicurare i pagamenti giornalieri», con la conseguente necessità di immediato avvio della procedura di Risoluzione.

In conclusione, il Tribunale, in tutta coerenza con i dati considerati, dichiara, senza alcun dubbio, la sussistenza dello stato di insolvenza: il presupposto dell’”impossibilità per l’imprenditore di far fronte regolarmente alle proprie obbligazioni” risultava, infatti, pienamente integrato.

 

(*) – situazione patrimoniale al di sotto dei requisiti prudenziali già alla luce del bilancio del 2013 (deficienza del patrimonio di vigilanza pari a € 202 milioni);

– irreversibilità del deficit patrimoniale messa in luce dai vani tentativi di predisporre interventi straordinari (i.e.: amministrazione straordinaria e tentativo di intervento del FIDT)

– patrimonio netto di appena 13 milioni secondo il bilancio di esercizio del 2015

“Visto l’articolo 47 della Costituzione …” (una nota sul salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza)

Edoardo Rulli 14.7.17 fchub.it
La stampa straniera non ha lesinato critiche all’ultimo atto della saga dei salvataggi bancari italiani. Le banche venete sono state effettivamente (e indebitamente) salvate? Offrire una risposta a questa domanda non è facile. Le regole europee lasciano margini di discrezionalità alle autorità di risoluzione, alla Commissione europea e ai Governi. Si tratta di capire se e come questi margini di discrezionalità vadano utilizzati. Certamente ciò può avvenire a patto che non si tradiscano la ratio e la filosofia della disciplina che oggi impongono il bail-in o il fallimento. Ma anche nel bail-in e nel fallimento non viene meno un’esigenza: tutelare il risparmio. Un’esigenza che nel nostro ordinamento ha rango costituzionale.

La vicenda delle banche venete ha attirato sul Governo italiano critiche velenose dalla stampa estera (vedi, ad esempio, il Financial Times: Italian bailout: too small to fail ). Le censure si appuntano sul decreto legge 99/2017 con cui è stata disposta la “speciale” liquidazione coatta di Veneto Banca e Popolare di Vicenza.

Le critiche non stupiscono perché nel decreto legge c’è molta italianità, nel bene e nel male. Nel male perché il Governo ha, forse, forzato un po’ le maglie delle regole europee nel disporre una cessione della “parte buona” delle banche in crisi dopo aver isolato – e socializzato – le perdite in cui si trasformeranno i crediti deteriorati. Nel bene perché in un momento oggettivamente critico l’approccio italiano si è mostrato orientato alla soluzione del problema. Una soluzione che ha richiesto di muoversi tra le regoleattraverso un percorso che alcuni commentatori hanno ritenuto non condivisibile.

Sarebbe tuttavia riduttivo esaminare la questione da questo punto di vista, che attiene al politico o, forse, al gossip che si muove intorno alla politica. La questione è infatti eminentemente tecnica e, per orientarsi, dalla tecnica bisogna muovere.

Il che presuppone la risposta a due domande.

Chi ha deciso che le due banche dovessero essere liquidate (che dovessero, cioè, fallire)?

Come si è giunti al decreto legge?

Le due banche venete rientrano nel novero degli enti “significativi”, il che significa che si tratta di banche vigilate direttamente dalla Banca Centrale Europea e non, quindi, dalla Banca d’Italia che vigila sugli enti “meno significativi”.

Le banche significative sono peraltro assoggettate a un particolare e sovranazionale regime di risoluzione: è il Single Resolution Board (SRB), autorità europea con sede a Bruxelles, a stabilire se esse debbano fallire o se possano essere “risolte” attivando gli strumenti di risoluzione (ad esempio, il bail-in). Non, quindi, la Banca d’Italia, che può avviare la risoluzione delle sole banche “meno significative”.

La risoluzione in luogo del fallimento può essere disposta solo se ricorrono tre condizioni: (i) la banca deve essere in dissesto; (ii) non devono presentarsi alternative alla risoluzione; e (iii) deve ricorrere un interesse pubblico alla risoluzione.

Nel caso delle due venete, il dissesto è stato accertato dalla BCE il 23 giugno scorso. È, infatti, la banca centrale in funzione di autorità di vigilanza ad avere le informazioni necessarie e la competenza per stabilire se una banca, come si dice in gergo, è failing likely to fail.

L’accertamento delle altre due condizioni competeva al Single Resolution Board. Questo, con due decisioni del 23 giugno ha, da un lato, verificato l’assenza di misure alternative e, dall’altro lato, ritenuto che non ricorresse il pubblico interesse alla risoluzione. Secondo l’autorità europea il fallimento delle due banche, vale a dire l’interruzione immediata delle attività e l’espulsione delle stesse dal mercato, non avrebbe importato un impatto rilevante sulla stabilità finanziaria (a diverse conclusioni, lo si ricorderà, giunse la Banca d’Italia nel diverso caso delle quattro banche “meno significative” risolte a novembre 2015: Etruria, Cariferrara, Banca Marche e Carichieti).

In parole povere, e rispondendo alla prima delle due domande, le autorità creditizie europee hanno deciso che le banche venete avrebbero dovuto essere lasciate al loro destino: la liquidazione coatta amministrativa.

Una risposta che gli eventi del week end del 23-25 giugno hanno mostrato non essere stata del tutto condivisa dal Governo italiano. Ecco perché questo si è rivolto alla Commissione europea per ottenere l’autorizzazione a intervenire con soldi pubblici.

Rivolgersi alla Commissione era una delle opzioni possibili. Nel complesso quadro della tecnica di gestione delle crisi bancarie un ruolo speciale è, infatti, giocato dalla Commissione in funzione di arbitro del diritto della concorrenza. Essa è, come noto, l’autorità da cui ogni Governo deve passare se vuole concedere un aiuto di Stato. Sicché in questa materia i poteri della Banca Centrale Europea e del Single Resolution Board, così come quelli della Banca d’Italia, finiscono con l’intersecarsi con la competenze della Commissione in materia antitrust. Se tocca ai primi stabilire se una banca vada risolta o liquidata, solo la Commissione, quando vengono in rilievo soldi pubblici (sin qui: sempre), può stabilire il come della risoluzione e, se non si avvia la risoluzione, il comedella liquidazione.

Si è detto che, nel caso delle due venete, le autorità creditizie europee hanno stabilito che si dovesse liquidare. A fronte di tale decisione – qui la risposta alla seconda domanda: come si è giunti al decreto legge? – il Governo italiano ha chiesto e ottenuto dalla Commissione il placet all’utilizzazione di soldi pubblici per gestire quelle liquidazioni emanando il citato decreto legge. Secondo il Governo l’esborso pubblico sarebbe nel caso di specie necessario in quanto (si cita dalle premesse al decreto): la «liquidazione coatta amministrativa comporterebbe la distruzione di valore […] con conseguenti gravi perdite per i creditori non professionali chirografari, che non sono protetti né preferiti, e imporrebbe una improvvisa cessazione dei rapporti di affidamento creditizio per imprese e famiglie, con conseguenti forti ripercussioni negative sul tessuto produttivo e di carattere sociale, nonché occupazionali, e che, pertanto, vi è la straordinaria necessità e urgenza di adottare disposizioni volte a consentire l’ordinato svolgimento delle operazioni di fuoriuscita dal mercato delle banche ed evitare un grave turbamento dell’economia nell’area di operatività delle banche in questione».

Se ne potrebbe trarre che vi sia stato un contrasto tra la posizione europea e quella nazionale. Secondo il SRB nel caso delle banche venete non si sarebbe presentato il presupposto dell’interesse pubblico alla risoluzione, mentre per il Governo italiano uninteresse a evitare la liquidazione disordinata è venuto in rilievo, pur se è limitatamente a un contesto geografico ed economico ridotto rispetto al campo di indagine del SRB (il Veneto). Nel d.l. 99/2015 è chiaro il riferimento al contesto locale, la regione delle due banche, che da tempo soffre le conseguenze di una crisi finanziaria e di una crisi economica che alla prima si è accompagnata.Sicché, questa sembra l’impostazione del Governo, sarebbe stato irresponsabile abbandonare creditori non garantiti, piccoli investitori, depositanti oltre i 100.000 euro e dipendenti di quelle banche al destino della liquidazione coatta.

Per conseguire il risultato di contenere la distruzione di valore in àmbito locale, il d.l. ha dato vita a una liquidazione coatta atipica: prima di far fallire veramente le due banche, si è disposta la cessione della parte buona delle due aziende bancarie a Intesa Sanpaolo, che le ha acquistate al prezzo simbolico di un euro. Questa misura, che alcuni hanno immediatamente equiparato a un regalo all’istituto torinese, ha consentito di mettere in sicurezza depositanti e lavoratori delle due banche venete.

E, ancora, prima di porre in liquidazione coatta le due banche, sono stati trasferiti i crediti deteriorati stimati al momento della cessione alla SGA (Società Gestione Attivi), vecchio veicolo creato ai tempi del fallimento del Banco di Napoli che, nel tempo della sua esistenza (dal 1996), ha dato buoni risultati nel recupero delle passività verso cattivi creditori, sino a essere stata acquistata dal MEF. Questa misura, che importa il trasferimento del rischio di insolvenza dei debitori delle due venete sulle casse pubbliche, ha avuto l’effetto di rendere possibile la cessione delle aziende buone a Intesa Sanpaolo che, con i crediti deteriorati, non le avrebbe acquistate. Non solo: le due banche in liquidazione coatta in questo modo non divengono mere “scatole vuote”, ma restano titolari di un credito verso SGA che potrà servire, in futuro, per pagare alcuni dei creditori delle venete i cui rapporti giuridici non sono stati trasferiti a Intesa Sanpaolo.

Vi è una terza linea di intervento, pure criticata, che merita di essere richiamata.

È noto che nel nuovo regime europeo (con o senza risoluzione, con o senza bail-in) è assurta al rango di principio la regola per cui azionisti e creditori subordinati non solo non possono essere salvati, ma devono subire le perdite per primi. Anche in questo caso è stato così, in linea quindi con i precetti comunitari. Il parziale bail-out che consente ai depositanti e ad alcuni creditori di ricollocarsi presso Intesa non riguarda gli azionisti e i creditori subordinati, che hanno perso l’investimento. È giusto? Si risponderà, generalmente, che sì, è giusto, perché hanno rischiato, consapevolmente, per ottenere un profitto superiore a quello che mediamente ci si può attendere sul mercato. E, tuttavia, se la perdita secca dell’investimento riguarda tutti gli azionisti (in concreto: banche, tranne spiccioli, essendo Atlante giunto a detenere la quasi totalità delle azioni delle due venete), essa non ha investito anche tutti i creditori subordinati. Il d.l. protegge con una forma di “ristoro”, disposta anche nei casi delle quattro banche e di MPS, gli obbligazionisti subordinati delle banche venete dando loro accesso al già esistente “fondo di solidarietà”.Ovviamente il ristoro non riguarda tutti, ma solo gli investitori non professionali che abbiano sottoscritto obbligazioni subordinate prima della pubblicazione della direttiva BRRD. Come nel caso delle quattro banche, anche in quello delle venete i creditori subordinati subiscono la perdita e hanno accesso, ex post, a un indennizzo sul presupposto che non si può punire chi abbia fatto inconsapevolmente affidamento sull’esistenza di una garanzia pubblica sul debito subordinato emesso dalle banche prima che fossero in vigore le nuove regole (il principio sta diventando tralatizio, anche se è all’evidenza un po’ forzato nei suoi esiti interpretativi: del resto, anche prima della BRRD, non esisteva alcuna esplicita garanzia pubblica dell’investimento in obbligazioni bancarie).

Le regole europee sono state quindi, almeno nella forma, applicate: le autorità europee hanno imposto la liquidazione delle due venete e questa è stata effettivamente disposta dalle autorità italiane. Tuttavia, nella sostanza, il decreto del 25 giugno contiene disposizioni che attenuano il rigore della disposta liquidazione coatta, ponendo a carico dei contribuenti una parte del costo della crisi. Qui sta la decisione che si è esposta alle critiche di una parte della stampa estera. Qualcuno ha detto che saremmo dinanzi a un fallimento delle nuove regole europee e che i grandi Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia, avrebbero diritto a un regime speciale, di favore, che non eliminerebbe l’azzardo morale. Il giudizio appare davvero troppo troncante. Nel caso delle due venete è stata l’Europa a stabilire che non si dovesse ricorrere al bail-in.

Certo, il Governo, con il supporto della Commissione europea, ha deciso di intervenire per tutelare soggetti deboli che avevano e hanno relazioni contrattuali con le due banche che si sarebbero dovute lasciar fallire. Una forzatura? Forse sì. Il Governo ha mostrato coraggio o disperazione? Forse entrambi. E, tuttavia, senza voler qui prendere le difese di un’operazione che ha le sue evidenti criticità, la decisione di mettere in sicurezza quelle posizioni deboli con i soldi dei contribuenti non si pone in contrasto con tutte le filosofie della nuova disciplina.

Tra gli obiettivi delle regole europee vi è, infatti, il contenimento della spesa pubblica, ma anche la tutela di depositanti e investitori. Esigenza di tutela che si fa più pressante là dove vi sia il rischio di un contagio, anche a livello locale. Sicché il contrasto tra le regole europee e l’azione del Governo non appare poi così evidente. Peraltro, la decisione del Governo si pone apertamente in linea con un’altra vecchia, ma certamente non superata, “filosofia”. Non sarà sfuggito ai più attenti che il decreto legge si apre con una premessa: “visto l’articolo 47 della Costituzione e considerata l’esigenza di assicurarne la finalità”. Una premessa molto significativa, anche perché poco o nulla ricorrente nei testi legislativi adottati negli ultimi anni (basti pensare che la disposizione costituzionale sulla tutela del risparmio non è espressamente richiamata nel testo unico bancario né nel testo unico della finanza, leggi che di certo perseguono, tra le altre, la finalità di tutelare il risparmio “in tutte le sue forme”).

Si dovrà certamente discutere, in futuro e dati alla mano, della economicità della cessione delle aziende a banca Intesa, della ulteriore concentrazione del mercato dei depositi che forse non giova alla concorrenza, dei risultati che la SGA conseguirà, nonché dell’effettività – o della effettiva necessità – del ristoro agli obbligazionisti subordinati (certo è che non si sarebbe potuto tollerare politicamente che gli obbligazionisti subordinati delle quattro banche e di MPS ottenessero il ristoro mentre quelli delle due venete perdevano tutto il capitale investito).

Se, dunque, la mano del Governo è stata davvero mossa dalla finalità di tutelare il risparmio come vuole l’art. 47 Cost., allora si è trattato di un intervento, oltre che disperato, anche opportuno perché vi sono ambiti di azione cui la Repubblica non può sottrarsi, anche in presenza di regole europee. Lo rilevava profeticamente all’inizio degli anni Novanta uno dei Maestri della materia che ci occupa, secondo il quale le finalità di cui agli artt. 41 e 47 Cost. «dovrebbero essere salvaguardate dalla Repubblica anche al di là delle previsioni comunitarie [per] evitare turbamenti della regola di uguaglianza, insufficienze o ritardi nella tutela del risparmio, pregiudizi da incontrollata proliferazione degli sportelli, e in generale lesione della “utilità”» (G. Oppo, Libertà di iniziativa e attività bancaria, in Riv. dir. civ., 1990, p. 469).

L’indirizzo appena richiamato, si badi, non induce a essere indulgenti con il Governo ove questo violi o non rispetti le regole europee, visto che l’Italia si è vincolata a esse e ha contribuito ad approvarle. Tuttavia là dove, come nel caso di specie, le regole europee lascino un margine di discrezionalità al Governo e quel margine di discrezionalità possa essere utilizzato per tutelare valori costituzionalmente rilevanti, sarebbe impropria e forse anche illegittima un’autolimitazione, da parte dell’Esecutivo, nell’esercizio dei propri poteri e delle proprie prerogative.

La grande truffa delle banche venete

Claudio Conti controllano.org 23.6.17

I veri delinquenti gestiscono banche, manovrano governi, svuotano di risorse un paese e quando vanno in difficoltà pretendono di essere salvati a spese di tutti i cittadini.

Ideologia? Giudicate voi…

Da circa tre anni le due principali banche venete – Veneto Banca e Popolare di Vicenza – navigano in acque pessime, pure avendo centinaia di sportelli, migliaia di dipendenti e entinaia di migliaia di correntisti. Colpa delle “sofferenze”, dei “crediti incagliati” o peggio ancora “inesigibili”. Ovvero di prestiti concessi e non restituiti, né restituibili.

Non stiamo parlando di poveri lavoratori che hanno acceso un mutuo presso questi istituti – per loro non c’è possibilità di fuga o di non restituzione, grazie all’ipoteca che grava sull’immobile – ma di imprese più o meno grandi, di imprenditori, faccendieri e truffatori ben ammanicati. Una parte delle imprese è stata travolta da dieci anni di crisi, che hanno dissanguato anche gli “eroi” delle mitiche filiere del Nordest, i distretti, ecc, ora costretti a diventare contoterzisti (fabbricanti di componenti che poi verranno assemblati altrove) per conto delle filiere tedesche. Ma una parte ancora più grande delle “sofferenze” riguarda un mondo di magliari più o meno legato alla politica o alle varie massonerie locali, tutti naturalmente travestiti da imprenditori.

Queste due banche avrebbero ormai dovuto prendere la strada obbligata delle imprese fallite: liquidazione coatta amministrativa, nomina di uno o più commissari da parte del governo, vendita delle attività in positivo per soddisfare almeno in parte i creditori.

Strada certamente dolorosa, per i dipendenti che avrebbero perso il lavoro, ma ancora di più per gli azionisti e gli “obbligazionisti senior”, quelli professionali. In alternativa, secondo le infami regole fissate di recente dall’Unione Europea, si sarebbe potuto ricorrere al bail in, massacrando anche in questo caso azionisti e obbligazionisti, ma anche i normali correntisti con più di 100.000 euro depositati (e solo per la quota eccedente, visto che fino a quella cifra c’è la garanzia dello Stato). E’ la strada fatta percorrere a Banca Etruria e altri tre istituti regionali (CariChieti, Banca Marche, CariFerrara), rifilando una clamorosa sòla ai tanti ignari “obbligazionisti subordinati” – ossia “non garantiti” – cui le banche in genere rifilano carta straccia aziendale.

Ma, come spiega anche Luigi Zingales: “In un sistema ideale, dove i bond vengono venduti solo agli investitori istituzionali, il bail-in è corretto. In Italia, dove sono stati rifilati alle famiglie, no”.Dunque Pier Carlo Padoan e Gentiloni hanno preferito non bissare la pessima esperienza renziana su Etruria e le altre, preferendo attendere che arrivasse un “cavaliere bianco” in grado di salvare il salvabile.

Peccato che il cavaliere in questione si sia presentato con le fattezze di avvoltoio di Banca Intesa, che ha offerto un euro – 1 euro – per “comprare” soltanto le parti buone delle due banche venete. Ossia sportelli, conti correnti e dipendenti. Mentre pretende che le “sofferenze” – quantificate dalSole24Ore in almeno 20 miliardi – vengano comprate da qualcun altro. In più, pretende anche un fondo di risoluzione per sistemare i dipendenti che riterrà eccedenti, dunque da licenziare (fondendo tre banche radicate le territorio andranno come minimo smaltiti i doppioni che prima si facevano concorrenza).

Diciamo la verità: a fare i banchieri così sono buoni tutti, anche noi. Anzi, potremmo offrire anche 2 euro – il doppio! – per fare esattamente la stessa operazione e magari salvare qualche posto di lavoro in più.

Fin qui tutto sembra andare secondo le famose “regole di mercato”: due banche vanno verso il fallimento, una terza è disposta a prendersele, naturalmente buttando a mare tutto quello che non le serve e potrebbe provocare danni (sofferenze, debiti, cause legali, ecc). Il problema è però: chi diavolo mai dovrebbe farsi avanti per “comprare” le parti deteriorate che non valgono più nulla, pagandole per di più a “valore di libro” (gli importi esatti dei prestiti non restituiti e fin qui tenuti tra le “attività”)?

Solo un imbecille patentato, ovvio, un pollo da spennare.

E questo imbecille si sta facendo avanti. Si chiama Stato italiano e intende mettere 20 miliardi per tappare un buco immenso da cui non tornerà mai indietro un euro.

Ovviamente si tratta di soldi nostri, pagati con le tasse oppure dirottati verso questo scopo, anziché verso la spesa pubblica sociale (sanità, pensioni, istruzione, prevenzione calamità naturali, ecc).

Il governo aveva fiutato l’aria che spirava nelle banche già da tempo, e dunque a Natale 2016aveva previsto un “fondi di garanzia” – guarda le coincidenze – da 20 miliardi, con cui eventualmente affronatare le prevedibili crisi nel sistema bancario. Il triplo netto di quanto speso in 15 anni per privatizzare Alitalia. Ci venne detto che si trattava solo di “garanzie”, ossia promesse di muovere soldi veri sono in casi straordinarissimi.

Il caso è ora qui. E basta da solo a fagocitare tutto quel tesoretto che sarebbe dovuto servire a coprire l’intero sistema bancario nazionale. E neanche va bene, così com’è.

Il governo dovrà infatti varare un decreto correttivo del vecchio fondo di garanzia, perché quello prevedeva solo due modalità di intervento pubblico: a) “l’acquisto di azioni delle banche per rafforzare patrimonialmente” gli istituti, oppure b) “garanzie su passività di nuova emissione”. Traduciamo: o per entrare nelle banche come azionista, per risanarle e magari guadagnarci qualcosa se l’operazione fosse andata a buon fine, oppure per consentire alla banca di reperire sul mercato nuova liquidità (le garanzie statali servono in questo caso a restituire credibilità operativa a un istituto che l’ha persa).

Qui, invece, si stratta di buttare soldi in un pozzo senza fondo, per soddisfare la marea di creditori che si presenteranno a riscuotere qualcosa che le due banche non potrebbero mai dare.

Si regalano soldi pubblici a operatori finanziari privati, insomma, che sarebbero stati altrimenti “bastonati” dal fallimento delle due banche.

Dov’è l’interesse pubblico, statuale, nell’operazione? Non c’è. Lo Stato non ottiene nulla in cambio, neanche la salvaguardia dell’occupazione. Le parti in attivo delle due banche, infatti, verrebbero prese da Intesa a gratis. Tutto il resto è fare da ufficiale pagatore verso privati.

Confermiamo l’offerta precedente. Anzi, l’alziamo: offriamo 10 euro per ognuna delle due banche, invece del misero euro dell’”offerta” di Intesa. Ce le date?

Come dite? Non siamo abbastanza delinquenti? Lo sospettavamo…

“Hai già sostituito la tua vecchia carta prepagata?”: ce lo chiede Intesa Sanpaolo, la banca top d’Italia. Peccato che…

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 17.5.18

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Nel settembre 2017 ti abbiamo comunicato il recesso dai contratti delle carte prepagate emesse da Banca Popolare di Vicenza da te possedute, con effetto dal 31.03.2018. L’efficacia del recesso è stata prorogata al 18 giugno 2018. Quindi fino al 17 giugno potrai continuare ad utilizzare la carta ancora in tuo possesso alle stesse condizioni contrattuali salve le limitazioni comunicate a settembre“: così inizia una “circolare” via mail inviata da Intesa Sanpaolo al mio indirizzo e, immagino, a tutti i vecchi clienti della BPVi e di Veneto Banca acquistate, si fa per dire, a un euro in blocco (ovviamente per la “ciccia”). Bene, direte, ben organizzata questa banca, lei sì che è seria ed efficiente mica la nostra vecchia bancaccia di paesone!

 

Certo, anche perchè la cortese informativa continua così: “Inoltre, ti informiamo che non è più possibile effettuare la ricarica delle carte prepagate presso i punti SISAL. Puoi sostituire fin da subito la tua carta prepagata con una carta Intesa Sanpaolo di nuova emissione; per le relative condizioni contrattuali puoi consultare i Fogli Informativi disponibili in filiale e sul sito internet della Banca. Non aspettare, prendi subito appuntamento“.

Ottima, di sicuro, l’informazione anche se non dice se la nuova carta costerà o meno come succedevaprima che una nostra lettrice denunciasse un costo capestro di dieci euro a carta per i correntisi sballotati.

Tutto perfetto salvo che… Salvo che noi, come scrivemmo già tantissimo tempo fa per un caso analogo, che evidentemente non è servito alla super organizzazione di Intesa, abbiamo stracciato da anni il conto che tenevamo presso la banca truffaldina di via Btg. Framarin e, quindi, non siamo rientrati nelle cavie umane consegnate insieme a un pacco di miliardi da Pier Carlo Padoan & c. a Carlo Messina & c.

Detto questo e, chiedendoci a che titolo ci vengono inviate mail se non infrangendo le regole che normano la privacy di tutti quelli che come noi hanno ricevuto una mail non autorizzata, perchè in questa mail per giunta non c’è alcuna funzione che permetta la “disiscrizione” automatica? Dobbiamo telefonare e/o scrivere per giunta a  chi non sisa, perdendo tempo e denaro nostri.
E, altra domanda, i nostri dati sensibili, come l’indirizzo mail e, temiamo, altre informazioni, usate senza diritto e senza autorizzazione da Intesa Sanpaolo a chi altro sono resi noti e disponibili?
Negli Usa la banca che qui detta le sue regole a molti e altissimi livelli, subirebbe di certo un attacco, legale, ben maggiore di questa ennesima segnalazione, che, però, facciamo perchè la decantata (in)efficienza di Intesa a questo punto richiede l’intervento urgente, e non solo via mail, di chi risponde al suo secondo nome: l’onnipotente San Paolo.

“BPVi e frodati da Zonin: ex agente Servizi accusa”, interrogazione choc Elio Lannutti (Adusbef e M5S): il governo chiarisca!

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 28.6.18

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Come non rendere subito nota l’interrogazione di cui al titolo su fatti che, singolaremnte, sono stati spesso oggetto di notizi e doamnde su VicenzaPiu.com ? Eccola allora insieme alla speranza che si vada a fondo visto che l’interrogante è persona degna di assoluto rispetto.

“Banca Popolare Vicenza e frodati Gianni Zoninex agente Serviziaccusa. Solo i vigilanti tra i responsabili del crac o anche le istituzioni deviate? Il governo del cambiamento chiarisca”. Atto n. 2-00005 Pubblicato il 26 giugno 2018, nella seduta n. 14 – Elio Lannutti (presidente Adusbef e parlamentare M5S) Ai Ministri dell’interno e dell’economia e delle finanze.

Premesso che: in un’intervista pubblicata il 26 giugno 2018 su “Themis e Metis”sito che si occupa di corruzione, giustizia, malaffare, illegalità, un ex collaboratore di un’organizzazione nata al fine di salvaguardare la sicurezza del Paese tramite lavoro di intelligence, a giudizio dell’interpellante paragonata, forse ingiustamente, a complice oscura dei segreti di Stato, rivela notizie importanti, svelando contiguità con i banchieri, affermando che vi sarebbe l’ombra dei servizi segreti ovunque vi siano «casi mai risolti, misteri lunghi decenni e verità inconfessabili»;
alla domanda sui “misteri” irrisolti, dal DC9 di Ustica, l’Italicus, strage di Bologna, piazza Fontana e una sequela di delitti senza soluzione (Simonetta Cesaroni, Alberica Filo della Torre, Ilaria Alpi e Hrovatin), replica di essere stato «l’ultima ruota del carro», non essendosi mai «occupato di grandi temi quanto di cose molto terra terra», quali traffico di armi, corruzione internazionale, movimenti antigovernativi, ma di aver «incrociato alcuni “cold case” e “misteri irrisolti”, (…) non certo per insabbiare e/o falsare i fatti, bensì per trovare spiegazioni e risposte. Quesiti tipo: come fanno le nazioni sotto embargo, i tiranni, ed i dittatori africani a rifornirsi indisturbati di armi e tecnologie militari d’ogni sorta facendo shopping (alla luce del sole) in Italia, Europa e negli States? (…) Dove finiscono i milioni di tonnellate di rifiuti industriali micidiali che alcune multinazionali producono e non smaltiscono legalmente? O dove sono finiti i rifiuti T/N di casa nostra spediti in Nigeria per esser sepolti in Africa (che i Nigeriani ci hanno rispedito indietro), e che in Italia son spariti? (…) Qualche caso (…) l’ho risolto ma qualche altro purtroppo è rimasto tutt’ora irrisolto e avulso dal più fitto mistero. Come l’enigmatico caso di Zdravko Miocic. Mai riuscito a spiegare come ha fatto ad autoaccoltellarsi e poi una volta morto a nascondersi negli anfratti più reconditi d’una nave per non farsi trovare da nessuno (tecnico croato trovato cadavere su una Bulk Carrier italiana diretta in Iran). Un evidente caso di omicidio rimasto tutt’ora irrisolto. Ed in attesa di giustizia»;
si legge ancora: «Avrei tante cose da dire al riguardo ma preferisco privilegiare il riserbo. Ho già abbastanza procedimenti in sospeso, non vorrei aggiungerne altri. Telefonate che rivendicano attentati come quelli di Firenze e Roma, all’inizio degli anni 90, partite dalle sedi del SISMI. In correlazione a questi fatti, Indagini che hanno scoperto un apparato interno ai servizi, “Ossi”, costituito da “agenti esperti in esplosivi, addestrati per guerriglie urbane, e attentati”, secondo le parole dell’ex Presidente del CESIS Paolo Fulci»;
pur ammettendo di essere indagato a Torino, per aver fatto il suo mestiere «nell’interesse della sicurezza nazionale (notiziato i servizi in ordine a programmate azioni di sabotaggio sulla Portaerei Giuseppe Garibaldi)», di essere stato espropriato di quasi tutti i fondamentali diritti democratici, nel 2014 con la Prefettura di Torino che gli ha ritirato la patente di guida, la Questura di Torino che gli ha negato il rilascio del passaporto, addirittura la carta d’identità all’espatrio, e di non aver avuto risposte alle sue lettere inviate a membri di governo e ministri, in un passaggio fornirebbe indicazioni ed indizi interessanti sul crac della Banca Popolare di Vicenza;
considerato che, alla domanda dell’intervistatrice Francesca Scoleri su soldi e potere e la relazione, ipotizzata dal quotidiano “La Verità“, tra la voragine di «oltre 6 miliardi di euro della Banca Popolare di Vicenza – che ha azzerato i risparmi di 120.000 soci rovinandoli» e «i fondi “fuori controllo” gestiti dai servizi segreti», egli ha risposto: «Non ho difficoltà alcuna ad affermare che mi son occupato (in tempi non sospetti) della Banca Popolare di Vicenza, in particolare del Dott. Zonin. Personaggio indubbiamente potente e sempre ben informato. Quanto? Tanto. Il 18 marzo 2008 Elio Lannutti, presidente Adusbef, depositava, in procura a Vicenza, un esposto contro la Popolare di Vicenza. Il 20 marzo una copia dello stesso era già in bella evidenza sulla scrivania del Dott. Zonin. Per quello che so io in tanti sapevano che la banca era decotta. Chi, però, è il quesito che andrebbe girato alle Autorità di controllo del tempo (Consob e Banca d’Italia in primis). Sempre che vigilassero e non facessero altro (Antonio Fazio ad esempio era molto impegnato/distratto andando a cene luculliane con Giampiero Fiorani & company) mentre il “parco buoi” dei poveri risparmiatori rimaneva col cerino in mano. Come scrisse una volta l’esimio Prof. Victor Uckmar a Tommaso Padoa Schioppa a proposito dei bond Argentini, solitamente chi subisce danni sono sempre i piccoli risparmiatori “i grandi vengono allertati per tempo”. Ma la voragine lasciata da Zonin ha radici lontane, molto, molto lontane che poco c’entrano con i fondi “fuori controllo” di cui parla lei. Personalmente penso che il vero brigantaggio mafioso, ancor più pericoloso di certe associazioni per delinquere, sia quello di questa malafinanza d’alto livello (che sta ammorbando tutto il sistema finanziario mondiale non solo nazionale). I veri killer e gangster più pericolosi in assoluto di cui non tutti parlano (o i Bankster come li chiama Lannutti) sono i “white collar”, i colletti bianchi, che delinquono impunemente in giacca, cravatta e guanti bianchi“»,
si chiede di sapere:
se il Governo non abbia il dovere di risalire all’autore dell’intervista, per accertare se si tratti di un mitomane che si sente perseguitato, oppure di un vero ex agente dei servizi segreti, per cercare di fare finalmente luce su alcuni dei misteri irrisolti della Repubblica;
se la circostanziata informazione in merito alle ripetute denunce, inviate da Adusbef a partire dai primi anni ’90 alle Procure della Repubblica italiane, per tentare di prevenire il fenomeno del risparmio tradito che ha rovinato almeno 500.000 famiglie, non debba essere accertata, in particolare sulle eventuali contiguità tra alcuni esponenti di Banca d’Italia e Consob con i banchieri;
se non abbia il dovere di verificare le affermazioni riportate nell’intervista in merito alla Banca Popolare di Vicenza, in particolare del dottor Zonin;
se non si debbano accertare gli autori di collusioni, complicità, violazioniforse ipotesi di corruzioneavvenuti a Vicenza almeno a partire dal 18 marzo 2008, in merito ad una banca già “decotta”, il cui valore stratosferico, e gonfiato da perizie compiacenti delle azioni illiquide, ed i metodi estorsivi per diventare azionisti, pena la mancata concessione di crediti, mutui, fidi e prestiti personali, erano ben noti;
se, alla luce del crac di BPVi, nell’ambito del quale si sono viste assunzioni nella banca di ex funzionari deputati alla vigilanza bancaria, non intenda attivarsi, per quanto di competenza, per vietare il meccanismo delle “porte girevoli” tra autorità e banche vigilate in un tempo di almeno 7 anni;
se intenda attivarsi, per prevenire truffe, abusi e soprusi di banchieri e collusi controllori, smantellando “Edufin“, il programma di educazione finanziaria sostenuto dalla Banca d’Italia, dalla Consob e dall’Ivass, che l’interrogante ritiene offensivo per i risparmiatori.

Protoccolo d’intesa tra Bankitalia e Consob del 21 maggio 2012: bastava rispettarlo e 500.000 soci non avrebbero sofferto il peggior scandalo bancario del terzo millennio

Di Lettere al direttore vicenzapiu.com 28.6.18

Gentile direttore, sperando di fare cosa gradita – ci scrive, come spesso fa graditissimo, Silvano Trucco ex D.G. di Bene Banca (la Bcc sana e florida ma commissariata in via “preventiva”) – invio quanto rinvenuto nel mio database, costantemente ed analiticamente alimentato all’epoca in cui svolgevo ruoli dirigenziali apicali in una banca di territorio. Trattasi nello specifico del protocollo di Intesa in materia di “Scambio di informazioni” tra Bankitalia e Consob, sottoscritto in data 21.05.2012, ossia ben prima dell’ultimo in data 6 giugno 2018.

E sempre ben prima che si manifestassero con tutta evidenza le problematiche serissime di quelle banche poi finite miseramente in default, con danni ingentissimi a carico di 500.000 famiglie di risparmiatori, nonchè dei contribuenti tutti, visto il pesante onere a carico dello Stato in forza del Decreto “Salva Risparmio” che ha stanziato nel volgere di pochi minuti 20 miliardi di euro di denaro pubblico

Tale protocollo di intesa, definito testualmente “perfettibile”, in ogni caso tirato in ballo in più riprese dal Responsabile della Vigilanza di Banca d’Italia Carmelo Barbagallo, in audizione avanti la Commissione Bicamerale di Inchiesta sul sistema bancario, nel tentativo, a mio avviso maldestro, di giustificare la scarsa od assente sinergia tra Authority miseramente venuta a galla e riconosciuta dai Commissari anche nella loro relazione finale, prevedeva invece una fitta schiera di fattispecie degne di segnalazione.

Se solo tale protocollo, ancorchè “perfettibile”, fosse stato rispettato alla lettera, forse non avremmo avuto il peggior scandalo del nuovo millenio che, per amore della verità e della giustizia ma soprattutto per rispetto dei risparmiatori azzerati, non può restare impunito e lasciato come polvere sotto un tappeto …

Ecco uno stralcio significativo del citato protocollo, che in ogni caso si allega integralmente qui.

PROTOCOLLO D’INTESA TRA LA BANCA D’ITALIA E LA CONSOB

IN MATERIA DI SCAMBIO DI INFORMAZIONI SULLE BANCHE CHE EFFETTUANO OFFERTE AL PUBBLICO AVENTI AD OGGETTO TITOLI DI DEBITO

  La Banca d’Italia e la  Consob

  1. Caratteristiche delle informazioni fornite dalla Banca d’Italia

 

  1. La Banca d’Italia fornisce alla Consob i seguenti dati e indicatori  riferiti all’ultima segnalazione di vigilanza disponibile: tier one capitai ratio, totai capitai ratio, core tier one ratiosofferenze lorde/impieghi, sofferenze nette/impieghi, partite anomale  lorde/impieghi,  patrimonio  di  vigilanza, margine di interesse e margine di intermediazione. Tali dati ed indicatori sono  riferiti  alle segnalazioni individuali. Per le banche a capo di un gruppo bancario ex art. 64 del TUB, fornisce anche le segnalazioni su base consolidata.

  1. Al fine di fornire alla Consob riferimenti su eventuali cambiamenti negativi sostanziali nella situazione finanziaria o nelle prospettive dell’emittente emersi successivamente alla data di riferimento degli ultimi dati contabili pubblicati o trasmessi con le segnalazioni di Vigilanza, la Banca d’Italia trasmette altresì alla Consob informazioni:
  2. a)riguardanti il mancato rispetto dei coefficienti minimi di patrimonializzazione, all’esito  delle procedure di accertamento;
  3. b)sui provvedimenti specifici in materia di adeguatezza patrimoniale e di raccolta obbligazionaria ai sensi del dell’art. 53, comma 3, lettera  d),  del  TUB  ivi  inclusi  eventuali divieti a distribuire utili o altri elementi delpatrimonio;
  4. c)sui provvedimenti straordinari, di gestione provvisoria, di amministrazione straordinaria o di liquidazione coatta amministrativa di cui alle Sezioni I, II e III, capo I, Titolo IV del TUB, ivi incluse le relative proposte al Ministro dell’economia e delle finanze, ove già formalizzate;
  5. d)concernenti altri interventi formalizzati di vigilanza che abbiano incidenza sui livelli di patrimonializzazione dell’emittente;
  6. e)trasmesse formalmente dall’emittente in ordine: a modifiche significative intervenute nell’assetto proprietario o sulla solvibilità, ad operazioni societarie di natura straordinaria nonché ad avvicendamenti o dimissioni riguardanti le cariche di vertice dell’emittente.