Generazione Erasmus: gli adulatori del mondialismo

di Gabriele Sabetta – 29 giugno 2018 lintellettualedissidente.it

Apologia della mobilità illimitata, accettazione passiva del precariato, rinuncia ad ogni forma di identità: ‘Generazione Erasmus’, edito da Oaks Editrice, è un utile compendio per districarsi nelle brutture del libero mercato e dei suoi avidi fiancheggiatori.

Il volume a firma di Paolo Borgognone, pubblicato lo scorso anno per i tipi di OAKS, dal titolo Generazione Erasmus, è un vero compendio filosofico attinente la società di “libero mercato” e i suoi avidi fiancheggiatori. Ponendo al centro della trattazione l’esperienza dei giovani universitari che si recano all’estero per un periodo di studio, delinea con ricchezza di particolari quei processi che hanno condotto inesorabilmente alla costruzione della moderna società “liquida”: il totalitarismo nichilista del consumo; il giovanilismo come apologia della mobilità illimitata e accettazione passiva del precariato; il nuovo conflitto di classe post-moderno fra vincitori e vinti della globalizzazione; il genderismo come rinuncia alla propria identità anche nella sfera sessuale; il Sessantotto come controrivoluzione ultra-capitalista. Nella seconda parte, non mancano acute analisi geopolitiche.

Stando ai contenuti strettamente filosofici, osserviamo che il risorgere dell’interesse per il pensiero di Hegel e Marx nell’ultimo decennio ha un’importanza rilevante in relazione ai problemi sorti con l’evoluzione del capitalismo dopo il 1989 e dell’economia post-moderna; in effetti, siamo di fronte ad un’opera pregevole, concepita da un giovane studioso, che si inserisce in un più ampio circuito di ripensamento del ruolo della politica e dello Stato nei confronti dell’economia, della comunità di fronte all’individualismo, delle radici tradizionali contro il mondialismo dell’omologazione planetaria.

Invero, quando la società nel suo complesso tende a divenir preda di scopi “particolari”, frammentandosi in una pletora di confuse mire egoistiche, la missione delle istituzioni statali deve concretizzarsi nell’orientare la collettività verso un destino universale. Una comunità politica è propriamente tale quando è in grado di opporsi agli eccessi della “società civile”; in altre parole, sebbene permetta l’esistenza del “mercato”, lo Stato – nella sua configurazione moderna e “nazionale” – deve costituire un argine alla capacità degli interessi capitalistici di dominare e permeare la vita ordinaria nel suo complesso. Le moderne società a economia di mercato sono caratterizzate proprio da questa patologia: l’attività economica – signoreggiata dai grandi industriali e dalla speculazione finanziaria tramutata in “dittatura dei mercati” – diventa la logica dominante delle relazioni sociali, influenza ogni campo della dimensione pubblica, senza alcun freno; predispone quindi la collettività, con tutti i suoi mezzi, a realizzare gli interessi materiali ed etici di un ristretto segmento di essa.

In un tale quadro, il progetto Erasmus, artefice dell’omonima “generazione”, è lo strumento per addomesticare e catechizzare le moderne plebi, illudendole di poter vivere in una movida permanente, annunciando loro che il mondialismo – piuttosto che servitù morale ed economica – è divertimento sfrenato e consumismo illimitato. Sia chiaro: non si tratta di essere contrari all’idea di un’economia di mercato o della possibilità che giovani studenti dalle brillanti capacità possano perfezionarsi attraverso un’esperienza in un altro Paese europeo; piuttosto, occorre criticare fermamente la tendenza della sfera economica a colonizzare ogni ambito delle relazioni sociali, a degradare ogni più alto e nobile scopo. La libertà civica si deteriora in un ambiente saturo di atomismo competitivo; la società civile e il sistema dei bisogni richiedono l’esistenza dello Stato al fine di prevenire questo tipo di malattia sociale, che gli individui siano guidati dalla ricerca del proprio tornaconto a spese degli interessi più ampi della società nel suo insieme. Il capitalismo moderno – inoltre – si caratterizza non solo dalla logica onnipervasiva dello scambio e dal perseguimento di utilità particolari a spese della generalità, ma dalla circostanza che un piccolo gruppo di interessi privati siano in grado di organizzarsi per sottomettere e indirizzare, nel proprio interesse, il potere politico, la cultura accademica, i mezzi di comunicazione di massa – a discapito degli interessi universali della società.

A favorire questi sviluppi, scorgiamo il sostegno del ceto intellettuale, dentro e fuori le università; quei giornalisti e professori “di sinistra” che hanno il compito di fornire giustificazione nobile, colta e morale allo scempio in atto. Non è semplice conferire una parvenza di scientificità e rispettabilità alle idee dominanti, che si traducono in prassi di pauperizzazione e sradicamento della classe lavoratrice. Da qui, l’irrimediabile allontanamento dal favore dei popoli, i quali sono continuamente dileggiati per i loro stili di vita, per i modi di pensare e per le loro frequenti manifestazioni di dissenso verso il modello globalista di delocalizzazione e precarizzazione della forza-lavoro. A compensare la perdita dei diritti sociali, inoltre, si assiste allo sbandieramento di finte “conquiste” nel campo dei diritti civili, dell’emancipazione sessuale, della licenziosità spacciata come progressismo libertario.

Organizzatosi dapprima come nuovo schema di produzione e distribuzione delle merci, di ristrutturazione del lavoro e ripartizione della proprietà, il capitalismo diventa sempre più un’istituzione sociale, un elemento naturale come l’aria che respiriamo; si impone come regolatore di relazioni, ha la capacità di ri-orientare le logiche funzionali di tutti gli organismi (economici e non). Se i rapporti di mercato incontrollati sfociano nella frammentazione della società, il capitale è in grado superficialmente di superare questa scissione, ostentando un falso universale: la ricerca del profitto, la moda del consumo, la frenesia dell’apparire – sono tutte logiche che giungono a permeare ogni recesso della società moderna. Il compito dello Stato nazionale, lo ribadiamo, consiste dunque nell’incorporare le forme subordinate di vita sociale – la famiglia, la società civile, i “corpi intermedi” – in una totalità più elevata, in cui gli agenti razionali saranno in grado di identificare consapevolmente l’universale e conseguire così la piena libertà. Se esso invece si confonde o deriva in ultimo dalla “società civile”, e se il suo fine specifico coincide con la garanzia della sicurezza personale e della protezione della proprietà privata, allora gli interessi individuali, in quanto tali, diventano il fine supremo dell’associazione umana; ne consegue che l’appartenenza alla comunità politica è qualcosa di opzionale e revocabile.

Nei regni della famiglia e della società civile, gli individui non sono in grado di riconoscere e cogliere integralmente la natura oggettiva della loro libertà come esseri sociali, al di là dei ruoli “parziali” che ricoprono nei rapporti della vita ordinaria – come genitori, figli, lavoratori, consumatori e così via. In questo senso, il particolare si oppone all’universale in quanto non è in grado di vedere se stesso come un momento del tutto; pertanto, quelle strutture sociali, istituzioni politiche, usi e costumi che non sono capaci di orientare le attività degli uomini verso obiettivi universali (e comuni) non possono soddisfare il criterio della loro razionalità naturale. Veniamo a comprendere, in fin dei conti, che siamo esseri sociali e politici, che siamo parte di un tutto coerente, che il nostro territorio individuale – le nostre personalità, le nostre pulsioni, il nostro senso del dovere – ottiene esauriente compimento, in questo mondo, una volta attualizzate le nostre relazioni con gli altri, anche grazie alle istituzioni politiche che hanno il compito di mediare le varie connessioni. Credere – seguendo la struttura neoliberale – che gli individui non sono altro che atomi che realizzano se stessi nell’anarchia degli interessi privati è, di per sé, la più pericolosa delle astrazioni.

USA: radioamatori intercettano ordine di lancio di missile termonucleare

Sputniknews.it 29.6.18

Dei radioamatori americani hanno intercettato degli ordini del comando militare degli Stati Uniti su azioni in una situazione di emergenza, scrive Drive.

Si noti che il segnale è stato rilevato nella notte del 27 giugno sulla costa occidentale. Era indirizzato al bombardiere strategico intercontinentale B-52 Stratofortress.

Secondo la pubblicazione, in tempo di guerra tali ordini vengono mandati in caso del lancio di un attacco su larga scala con armi nucleari. Avendo ricevuto questo messaggio, l’esercito è obbligato a lanciare 20 missili da crociera AGM-86 ALCM equipaggiati con testate termonucleari.

Drive scrive che l’ordine intercettato è stato dato come parte di un esercitazioni a cui hanno preso parte i bombardieri B-52 Stratofortress, B-2 Spirit e E-6 Mercury. I giornalisti sottolineano che tali eventi sono progettati per mostrare ai nemici degli Stati Uniti la prontezza al combattimento dei bombardieri a lanciare testate termonucleari in tutto il mondo.

Di Maio: niente bavaglio al web, l’Italia si opporrà all’Ue

Libreidee.org

Sono contento che dopo anni di battaglie oggi ci sia un consenso pressoché unanime nell’affermare che lo sviluppo di Internet, della banda larga, l’accesso alla Rete per tutti e la velocità con cui i cittadini possono operare sul web, sia diventata una cosa scontata. Direi uno dei diritti inalienabili dei cittadini. Tuttavia, ancora oggi e lo voglio dire in questa occasione, la Rete sta correndo un grave pericolo. E il pericolo arriva direttamente dall’Europa e si chiama riforma del copyright. La scorsa settimana è passata una linea che maturava dopo almeno due anni di contrattazioni. Una linea controversa, proposta inizialmente dalla Commissione Europea, che riporta due articoli che potrebbero mettere il bavaglio alla Rete così come noi oggi la conosciamo. Il primo prevede un diritto per gli editori, i grandi editori di giornali, di autorizzare o bloccare l’utilizzo digitale delle loro pubblicazioni introducendo anche una nuova remunerazione per l’editore, la cosiddetta link tax. In poche parole quando noi condividiamo un articolo ed escono quelle tre o quattro righe al di sotto del link, ecco quelle tre o quattro righe verrebbero tassate. Dicono pure che sia un modo per migliorare la qualità dell’informazione.

L’Europa dovrebbe puntare sulla cultura e sull’istruzione, per fare in modo che i suoi cittadini capiscano cos’è una fake news; invece preferisce inondare di nuove tasse perfino le tre righe che escono quando condividiamo un articolo o un’informazione in generale. Il secondo articolo è perfino più pericoloso del primo, perché impone alle società che danno accesso a grandi quantità di dati di adottare misure per controllare ex ante tutti i contenuti caricati dagli utenti. Praticamente, qualunque cosa venga caricata che abbia anche solo una parvenza di ledere il diritto d’autore, e con questo mi riferisco a qualsiasi immagine per esempio, e sottolineo qualsiasi, potrebbe essere bloccata da una piattaforma privata. Praticamente deleghiamo a delle multinazionali – e neanche loro credo lo vogliano – che spesso nemmeno sono europee, il potere di decidere cosa debba essere o meno pubblicato. Cosa è giusto o sbagliato. Cosa i cittadini devono sapere e cosa non devono sapere. Se non è un bavaglio questo ditemi voi cos’è un bavaglio. E pensiamo anche alle piccole e medie imprese di questo settore, che non avranno mai la potenza economica per affidarsi ad un algoritmo che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Quindi mentre si parla di dati statistici che ci vedono occupare la 25a posizione nella classifica dei 28 Stati membri dell’Unione Europea in merito ai progressi del settore digitale. Mentre il quadro sull’utilizzo delle tecnologie Ict da parte di cittadini e imprese mostra un impiego sempre più diffuso ed evoluto di queste tecnologie nelle attività economiche e nella vita quotidiana, l’Unione Europea ha preparato un bavaglio per limitare la libertà d’espressione dei cittadini. È inaccettabile. E come governo ci opporremo. Faremo tutto quello che è in nostro potere per contrastare la direttiva al Parlamento Europeo e, qualora dovesse passare così com’è, dovremo fare una seria riflessione a livello nazionale sulla possibilità o meno di recepirla. Perché Internet dev’essere mantenuto libero, indipendente, al servizio dei cittadini. Nessuno può permettersi di fare azioni di censura preventiva, nemmeno se quel qualcuno si chiama Commissione Europea. Questo provvedimento, contro il buon senso, ci riporterebbe indietro di vent’anni e consentirebbe di concentrare il potere nelle mani di poche persone, di poche piattaforme e di poche multinazionali.

Questa direttiva è la plastica dimostrazione che qualcosa in quei palazzi, e mi riferisco al Parlamento Europeo in questo caso, c’è qualcosa che non funziona. E questo qualcosa è una città intera di lobbisti che si muovono all’interno delle istituzioni comunitarie senza l’obbligo di dire cosa fanno, chi rappresentano, con chi parlano, quanto guadagnano e da chi sono pagati. Intendo una città intera di lobbisti che influenza il processo decisionale non a caso, perché stiamo parlando di almeno 30mila lobbisti che ogni giorno entrano in quei palazzi. Non hanno l’obbligo di dichiarare qual è il loro mestiere e possono facoltativamente iscriversi ad un “registro di trasparenza”. Viene sollecitata sin dal 2008 la creazione di un registro obbligatorio per i rappresentanti d’interessi specifici attivi nelle istituzioni dell’Ue, sottolineando come solo uno strumento simile assicurerebbe il pieno rispetto da parte di quest’ultimi del loro codice di condotta. Stranamente non se n’è mai fatto nulla. Il governo italiano non può accettare passivamente un provvedimento studiato e preparato a tavolino dalle lobby dei grandi editori multimiliardari che spostano e occultano il diritto all’informazione. Non è bastato lo scandalo di Cambridge Analityca per fare capire a questi signori che il potere non deve essere accentrato nelle mai di pochi, ma condiviso con i cittadini.

(Luigi Di Maio, estratto del post “Salviamo la Rete dal bavaglio europeo: #NoLinkTax”, pubblicato sul “Blog delle Stelle” il 29 giugno 2018).

75 milioni di poveri nella UE

lantidiplomatico. It Giorgio Cremaschi

di Giorgio Cremaschi

Sulla crescita della povertà tutto ciò che che oggi prevale è mistificazione.

Innanzitutto i numeri sono inferiori alla realtà o sono costruiti in modo da far apparire meno grave la situazione.

Dal 2005 l’Istat suddivide i poveri in assoluti e relativi con due diverse classificazioni di reddito. Così oggi ci sono 5 milioni di poveri assoluti e tanti altri milioni di poveri relativi. Ma è una distinzione che serve solo ad attenuare l’impatto della catastrofe sociale che ha colpito il nostro paese. Tra l’altro i mass media hanno tutti diffuso la notizia che i 5 milioni di poveri assoluti sarebbero il numero più alto dal 2005, come se prima fossero stati di più. No naturalmente, il 2005 è solo l’anno di avvio della classificazione e allora i più poveri dei poveri erano solo 1,5 milioni. In tredici anni sono triplicati.

Eurostat, l’istituto europeo di statistica, usa piuttosto dei criteri sociali per contare i poveri, partendo da ciò di essenziale a cui essi debbono rinunciare. Sono considerati poveri i cittadini che, tra l’altro, hanno difficoltà a fare un pasto proteico ogni due giorni, a sostenere spese impreviste, a riscaldare a sufficienza la casa, a pagare in tempo l’affitto e a comprarsi un paio di scarpe per stagione e abiti decorosi.

Sulla base di questi e altri criteri nel 2017 l’Italia risulta il paese europeo con più poveri. Sono 10,5 milioni, su un totale a livello Ue di 75 milioni. Un numero enorme, quasi pari agli abitanti di tutta la Germania. Ma i vertici europei si fanno sulla finta emergenza migranti, che permette a tutti i governi di fare i feroci contro le decine di migliaia di poveri che vorrebbero venire sul continente, mentre nulla si fa per le decine di milioni che nella UE già ci stanno.

I poveri si contano e poi vengono cancellati dall’agenda politica. Essi sono lavoratori, pensionati, precari e disoccupati, donne e giovani. Sono la parte più sfruttata ed oppressa del mondo del lavoro, sono le prime vittime della lotta di classe dall’alto dei ricchi, che più i poveri aumentano, più vedono accrescere i propri patrimoni.

I 14 italiani più ricchi, Ferrero Del Vecchio, Berlusconi, Armani e gli altri, possiedono beni per un ammontare di 107 miliardi di dollari, come ciò che riescono a mettere assieme milioni di poveri. Il 5% più ricco del paese detiene il 40% della ricchezza nazionale, cioè 4000 miliardi.

I poveri aumentano perché i ricchi sono sempre più ricchi, perché la ricchezza si concentra sempre di più in alto e viene espropriata e rapinata in basso. La diseguaglianza sociale che dilaga senza freni nel nome del libero

mercato è la causa dell’enorme incremento della povertà in Italia e in tutta Europa.

Le misure di austerità e di rigore di bilancio, le privatizzazioni, la flessibilità e la precarietà del lavoro, le politiche fiscali di agevolazioni alle imprese e di riduzione delle tasse ai ricchi, i Jobsact e le flat tax che dilagano in tutta Europa, impoveriscono sempre più persone ed arricchiscono sempre di più una piccola minoranza.

Se non si combatte la concentrazione della ricchezza non si può ridurre la povertà, ma tutti i governi europei, tecnocratici o populisti che siano, di fronte alla sola ipotesi di contrastare la diseguaglianza redistribuendo ricchezza si fermano atterriti. Anche chi ha preso i voti nel nome della lotta contro le élites, alla fine fa proprio l’imbroglio liberista secondo il quale per redistribuire ricchezza prima bisogna produrla. Cioè per dare soldi ai poveri, prima bisogna darne ai ricchi.

Per questo vertici europei per la lotta alla povertà non se ne sono mai fatti, mentre i governanti UE si riuniscono e si accapigliano sul modo migliore di fermare i barconi dei migranti. Contro i ricchi nulla si può, nulla si deve fare, questo è il primo articolo della costituzione reale della UE, perciò oggi una delle figure più rappresentative dell’europeismo è Matteo Salvini.

Le crisi crisi bancarie: uno strumento dei capitalisti per derubarsi a vicenda (di Max Zanoni)

Scenarieconomici.it 29.6.18

Le crisi crisi bancarie:
uno strumento dei capitalisti per derubarsi a vicenda
ovvero
Tasse al popolo e regali ai banchieri

Dopo lo scandaloso regalo delle due banche venete (Popolare Vicenza e Veneto Banca) cedute a Banca Intesa con ingenti finanziamenti pubblici (oltre dieci miliardi tra cash e garanzie) e col sangue risparmi di azionisti ed obbligazionisti, è successo di nuovo con due banche romagnole opportunamente trasformate in S.p.A.
Le Cassa di Risparmio di Cesena di Rimini e di San Miniato a fine 2017 sono state regalate ad 1€ dopo essere state ‘ripulite’ coi fondi pubblici della Cassa Depositi e Prestiti cedendo €2,7 mld di crediti deteriorati (CET1 ratio pro-forma si attesta a più del 10,7%). L’aggravante rispetto al caso delle banche venete è che, in questo caso, le le casse italiane sono finite in mano francese, l’acquirente il destinatario del regalo è infatti Crédit Agricole.
Neanche a dirlo, Giampiero Maioli, Chief Executive Officier del Gruppo Bancario Credit Agricole Italia, si dichiara soddisfatto dell’operazione.
La Francia però, invece di ringraziare il servile alleato (il governo Renzi), offende le sue istituzioni come la recente cronaca ha potuto sottolineare.

Forse per le ridotte dimensioni delle banche romagnole rispetto a quelle venete, questo caso romagnolo è passato sotto relativo silenzio, in fondo per il governo Renzi non è una buona idea avere i riflettori puntati per una così ignobile operazione mentre si accinge ad uscire di scena.

Anche nella belligerante romagna però si devono essere appisolati, non abbiamo sentito sforchettar di forconi e nemmeno di animate proteste fuori dalle sedi bancarie.

Si è ucciso Bruno Binasco, ex manager di Autostrade arrestato in Tangentopoli

Silenziefalsita 29.6.18

Si è ucciso Bruno Binasco impiccandosi nella sua abitazione di Tortona. Aveva 73 anni.

Binasco, manager di Alessandria, era stato più volte indagato e arrestato nell’ambito delle inchieste di Mani Pulite.

E’ stata la moglie a dare l’allarme ai carabinieri.

Sul posto, secondo quanto riportato dalla stampa, si sono recati anche i sanitari del 118, i quali “non hanno potuto far altro che constatarne il decesso” e “in casa non sarebbero stati trovati biglietti scritti dall’uomo per spiegare i motivi del gesto estremo”.

Leggiamo su Fatto Quotidiano che Binasco era molto vicino all’imprenditore Marcellino Gavio e all’ex presidente della provincia (e vicepresidente di Unicredit) Fabrizio Palenzona.

Il caso di Binasco era noto perché dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta Mani Pulite per cui in un anno fu arrestato sei volte.

“Fu in una di quelle occasioni – riporta Il Fatto – che fece il nome di Primo Greganti, il ‘compagno G’, come destinatario di un miliardo di lire per il Partito comunista italiano”.

Il manager è poi “uscito da Tangentopoli con la fedina penale pulita grazie ad assoluzioni e prescrizioni e di recente era stato assolto con l’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, dalle accuse nei suoi confronti per la vicenda al centro del cosiddetto ‘sistema Sesto’.”

Nel luglio 2013 Binasco  era tornato a Tortona e da quattro anni era presidente della Acerbi Industrial Vehicles srl, che produce rimorchi.

“Anche grazie a lui l’impresa, in grave crisi, era ripartita, si legge su Repubblica: “Siamo scossi e attoniti, il dottor Binasco è stato fondamentale nel rilanciare il nostro gruppo. Era una figura che andava al di là del manager e del socio, era diventato un amico di famiglia”, dice l’imprenditore Claudio Acerbi.

Banco Bpm: trasferiti ad Anima H. contratti assicurativi

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Si rende noto che in data odierna la controllata Banca Aletti ha perfezionato la cessione ad Anima sgr dei mandati di gestione in delega degli attivi assicurativi, come previsto nel Memorandum of Understanding firmato tra Banco Bpm e Anima in il 4 agosto 2017 e nel successivo accordo tra le parti comunicato al mercato in data 7 febbraio 2018.

Il prezzo incassato oggi da Banca Aletti, informa una nota, è pari a 113,6 milioni di euro (Iva esclusa) ed è stato determinato sulla base delle masse gestite trasferite ad Anima sgr, pari a circa 9,4 miliardi.

L’operazione comporta la rilevazione di un provento lordo imposte di pari importo nel conto economico del secondo trimestre dell’esercizio sia da parte di Banca Aletti che del gruppo.

Assumendo a riferimento i ratio patrimoniali al 31 marzo e resi noti al mercato, il conseguente impatto positivo sul Cet1 ratio phased in del gruppo è stimato essere pari a 17 p.b. (18 pb a livello fully phased).

com/fch

(END) Dow Jones Newswires

June 29, 2018 09:05 ET (13:05 GMT)

INTESA SAN PAOLO – E I SUOI RESPONSABILI AI PROCEDIMENTI PENALI SI FANNO NEGARE- E NON RISPONDONO NE A ME NE ALLE ISTITUZIONI FINANZIARIE INTERESSATE

Con molto stupore debbo significare L inefficienza di Intesa San Paolo – ufficio proc penali che si permettono di inoltrarmi risposte non veritiere e si fanno pure negare telefonicamente.

Ora dato che le mie risposte sono inoltrate non solo all ufficio preposto ma a tutte le istituzioni finanziarie affinché provvedono sulla base di quanto da me ricevuto da Intesa San Paolo a fornire i chiarimenti dovuti in mancanza di decreti della Procura competente – attenderò fino a martedì mattina prima di procedere ulteriormente nei confronti dei Legali Rappresentanti di Intesa per le comunicazioni non veritiere che mi hanno fornito. Ricordo a tutti gli interessati che alla fine rispondono sempre due persone che sono i Legali Rappresentati dell istituto – quindi il danno lo fanno principalmente a Loro che a me – io PROSEGUO PER LA MIA STRADA INTRAPRESA

PAOLO POLITI

La Verità: ‘Renzi piange miseria ma si fa la villa da 1,3 milioni’

silenziefalsita.it 29.6.18

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La Verità: ‘Renzi piange miseria ma si fa la villa da 1,3 milioni’



“Il 13 giugno scorso, Matteo Renzi, nello studio fiorentino del notaio Michele Santoro, ha firmato, insieme con la moglie Agnese Landini, un preliminare d’ acquisto per una villa situata in via Tacca”.

Lo scrivono Giacomo Amadori e Giorgio Gandola su La Verità in un articolo intitolato “Renzi piange miseria ma si fa la villa da 1,3 milioni“.

Via Tacca, spiega il giornalista, è “una delle più prestigiose strade di Firenze, immersa nella natura dei colli cittadini, a due passi dal belvedere di piazzale Michelangelo”.

L’investimento del senatore dem ammonta a 1,3 milioni: 1.230.000 euro per la casa e 70.000 per un terreno agricolo di 1.580 metri quadrati adiacente al giardino.

Amadori poi racconta che Renzi ha già “versato una caparra di 400.000 euro spalmati su quattro assegni circolari da 100.000 euro l’ uno, emessi il 12 giugno scorso dal Banco di Napoli”.

Una cifra non indifferente per una persona che solo qualche mese fa in campagna elettorale dichiarava di avere appena 15.859 euro nel conto corrente, osserva La Verità.

Ospite a Matrix il 17 gennaio scorso, l’ex premier raccontava al conduttore Nicola Porro: “Ho due mutui e un conto corrente. Mi piace la trasparenza. Mi hanno fatto polemica perfino sui sacchetti di plastica ma sulla mia onestà non accetto discussioni”.

E, mostrando l’estratto conto a Porro, spiegava: “Allora avevo 21mila euro sul conto, ecco, questa è del 30 giugno 2014 quando ero presidente” dice Renzi”. E aggiungeva: “Oggi ho 15.859 euro. Sempre se mia moglie nel frattempo non ha fatto qualche spesa”.

“Perché dico questo? Io sulla trasparenza non faccio sconti a nessuno e certe polemiche assurde e stupide non le accetto. Se volete fare i soldi non fate politica, fai politica perché hai un interesse, hai un ideale, hai passione. Chi fa il politico ha questi conti correnti, non ne ha altri, e se ne ha altri c’è qualcosa che non torna,” affermava Renzi.

Sulla dichiarazione di insolvenza della Banca delle Marche Tribunale di Ancona, 15 marzo 2016, n. 22

dirittobancario.it 4.7.16

 Altea Rossi

A seguito dell’istanza del Pubblico Ministero di Ancona, la Sentenza qui in commento (Trib. Ancona, 15 marzo 2016, n. 22) si esprime circa lo stato di insolvenza della Banca delle Marche in liquidazione coatta amministrativa.

Al pari delle analoghe Sentenze recentemente pronunciatesi sull’insolvenza di Banca Etruria e Banca Carife – coinvolte in vicende di dissesto del tutto simili – il Tribunale di Ancona ha condotto, in sede giurisdizionale, un’analisi su quegli indici capaci di mettere in luce il deficit in cui l’Istituto versava, già a partire dal 2013.

Nella specie, l’accertamento è stato condotto su un duplice versante: quello della situazione patrimoniale, da una parte, e quello della situazione finanziaria, dall’altra.

Circa il primo profilo, l’analisi evidenzia una deficienza patrimoniale «non … seriamente contestabile»(*). In aggiunta, il Tribunale si sofferma nel precisare che le perdite, come stimate dalla Banca d’Italia, essendo il frutto della discrezionalità tecnica della stessa, non sono contestabili in sede giurisdizionale se non per «irrazionalità irragionevolezza e travisamento dei presupposti di fatto».

Passando alla situazione finanziaria, secondo quanto comunicato dalla Banca d’Italia, le condizioni in cui l’Istituto versava all’inizio del novembre del 2015 erano addirittura tali «da non poter [neppure] assicurare i pagamenti giornalieri», con la conseguente necessità di immediato avvio della procedura di Risoluzione.

In conclusione, il Tribunale, in tutta coerenza con i dati considerati, dichiara, senza alcun dubbio, la sussistenza dello stato di insolvenza: il presupposto dell’”impossibilità per l’imprenditore di far fronte regolarmente alle proprie obbligazioni” risultava, infatti, pienamente integrato.

 

(*) – situazione patrimoniale al di sotto dei requisiti prudenziali già alla luce del bilancio del 2013 (deficienza del patrimonio di vigilanza pari a € 202 milioni);

– irreversibilità del deficit patrimoniale messa in luce dai vani tentativi di predisporre interventi straordinari (i.e.: amministrazione straordinaria e tentativo di intervento del FIDT)

– patrimonio netto di appena 13 milioni secondo il bilancio di esercizio del 2015