Poi arrivò “La casta” e l’antipolitica divenne un virus Come il saggio di Stella e Rizzo ha anticipato il governo gialloverde

il dubbio.news 31.7.18

Almeno in buona parte a fare il miracolo fu il titolo: si si fosse chiamato Bramini, come da previsioni editoriali, avrebbe probabilmente sortito effetti infinitamente meno deflagranti. Invece un gagliardo editor, consapevole di quanto fondamen- tale siano i titoli per colpire la fantasia del pubblico leggente, ebbe la geniale idea di rubare il nuovo titolo a una battuta di Walter Veltroni: «Quando i partiti si fanno caste di professionisti la principale campagna antipartiti viene dai partiti stessi». Così i bramini furono derubricati a titolo del primo capitolo: «Una casta di insaziabili bramini». Il nuovo titolo, La casta, era destinato a fare storia.

Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, firme eccellenti del Corriere della Sera, martellavano già da un po’ con pezzi e inchieste su quelli che sarebbero poi stati universalmente definiti «Gli sprechi della politica». Il libro sommava, condensava e ampliava. Non era il primo libro- inchiesta in materia, due anni prima era uscito Il costo della democrazia, firmato da Cesare Salvi e Massimo Villone, ma se ne erano accolti in relativamente pochi. Dell’approdo nelle librerie del libro dei due giornalisti, il 2 maggio 2007, invece se ne accorsero tutti. Ha venduto un milione 200mila copie in un Paese dove con 20mila copie vendute si arriva di solito in cima alla classifica dei best seller e con 100mila si spopola.

Contribuì al successone anche il momento politico. Al governo c’era, per la seconda volta Romano Prodi, sostenuto con una coalizione che al confronto il costume d’Arlecchino sembrava un monocolore e quasi senza maggioranza al Senato. Trattative estenuanti, acquisti indispensabili voto per voto e legge per legge, fibrillazioni all’ordine non del giorno ma dell’ora erano la norma. L’immagine della politica, già fortemente lesionata dai ribaltoni dai repentini passaggi di fronte dei decenni precedenti, veniva quotidianamente deturpata dagli spettacoli che andavano in scena soprattutto a palazzo Madama, dove la maggioranza era di fatto quasi inesistente.

Ma se il caso Casta fosse limitato a un risultato per l’Italia straordinario in termini di vendite si tratterebbe di un particolare rilevante solo per la storia dell’editoria. Invece tracimò immediatamente. La formula divenne da un giorno all’altro adoperata da tutti e da ciascuno, inclusi i santoni della suddetta “casta” impegnati a rinfacciarsi l’uno l’altro l’immonda appartenenza sino a finirne tutti travolti. Berlusconi, nella scorsa legislatura, accusava Renzi di essere «un tipico esemplare della Casta». Il ragazzo di Rignano prometteva di «rottamare la Casta» e accusava i contrari alla sua riforma costituzionale di «aiutare la Casta a brindare» Il pregevole volume di Stella& Rizzo ha spento la decima candelina l’anno scorso, ma la conclusione della campagna è stata raggiunta in ritardo di un anno, con le elezioni del marzo scorso e poi con la nascita del governo per definizione, e ancor più per autodefinizione “anticasta”.

È possibile che nei salotti buoni dove editoria e azienda s’incontrano qualcuno abbia pensato a un uso strategico della campagna, il che non implica necessariamente che gli autori ne fossero consapevoli o complici. «Quelle inchieste – sosteneva nel 2013 Massimo Mucchetti, ex vicedirettore del Corrierone – si accompagnavano a una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Luca Cordero di Montezemolo». Il progetto fallì prima ancora di partire davvero. La delegittimazione rimase, mise radici, moltiplicò le forze con l’arrivo della Grande Recessione del 2008 e il conseguente impoverimento di moltissimi ma in particolare dei ceti medi scalzati dalla loro postazione mediana per precipitare, pieni di rancore, verso il basso.

Cosa il libro dicesse davvero è importante solo relativamente: La Casta è uno di quei libri che diventano bandiera e campeggiano sullo scaffale di casa senza bisogno di leggerli. Il catalogo delle turpitudini è comunque interessante. C’era un paragone tra i frugali politici del dopoguerra e quelli gargarozzoni e sprocetati dei tempi nostri. Si enumeravano i palazzi romani, spesso affittati a peso d’oro, che, sommati, compongono “il Palazzo” di pasoliniana memoria. Poi le auto blu, i voli di Stato, le spese del Quirinale che neppure le teste coronate, le mense a prezzi stracciati di Camera e Senato, pensioni baby e vitalizi, esenzioni Irpef per le donazioni ai partiti, spese imperiali per i vicerè, al secolo i presidenti di regione. E naturalmente la denuncia del finanziamento pubblico ai partiti, sopravvissuto per vie traverse alla sua ufficiale abolizione nel 1993.

Pioveva sul bagnato. La seconda Repubblica era figlia non di un’istanza di rinnovamento della politica, come da propaganda, ma di una pulsione antipolitica di cui proprio il referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti era specchio. L’era Berlusconi, con l’inevitabile sospetto onnipresente di intrecci inconfessabili tra politica e affari aveva fatto il resto.

Il best- seller diffuse l’antipolitica ovunque con la rapidità di un virus. Non che dicesse cose finte, sia chiaro, ma l’architettura complessiva, che gli autori se ne rendessero conto o meno, finiva per accorpare in unico paniere di funghi velenosi cose tra loro diversissime come il finanziamento dei costi della politica, problema essenziale in ogni Stato democratico, e il famoso ristorante del Senato a prezzi stracciati.

Inoltre, in un Paese dove appunti simili andavano e andrebbero mossi a diverse “caste” inclusa quella dei giornalisti, veniva indicato un bersaglio preciso per l’indignazione popolare e uno sfogatoio impareggiabile per il rancore lievitato grazie alla crisi.

Il primo a cogliere i frutti del clima di ostilità generale nei confronti della Casta fu Beppe Grillo. Il 7 settembre del 2007, mentre le ristampe del libro nero della politica italiana venivano sfornate a getto continuo, organizzò il primo V- Day, il “Vaffa- Day”, culla dell’M5S che sarebbe nato due anni più tardi.

La vera testa pensante dell’operazione era però Gianroberto Casaleggio, che dal 2004 curava il blog di Grillo e che, all’iniziò, puntò soprattutto su Antonio Di Pietro, di cui pure curava il blog. L’Italia dei Valori, il partito fondato da Di Pietro, che nelle elezioni del 2008 superò il 4% e nelle europee dell’anno successivo raddoppiò, salvo poi essere travolto, dopo la rottura con Casaleggio, proprio dal sospetto di essere identico alla Casta, in versione ipocrita.

La campagna continua contro “la Casta” è il vero motore che ha portato alla vittoria elettorale M5S ma che gonfia anche le vele della Lega. M5S, consapevole dell’importanza del tema, fa a tutt’oggi in modo, dagli spalti del governo, di giustificare molte delle sue campagne o delle sue scelte, come quella di annullare la riforma delle intercettazioni del governo Gentiloni, come mossa contraria agli interessi “della Casta”.

È una campagna in un certo senso infinita. Quasi tutti i punti specifici trattati dal libro del 2007 sono stati da allora fortemente ridimensionati: il ristorante del Senato ha cambiato gestione e il rapporto qualità/ prezzi non è diverso da quelli di qualunque trattoria intorno a palazzo Madama, le pensioni sono passate al sistema contributivo già dal 2012 e anzi i politici sono la sola categoria per cui il riconteggio verrà applicato anche retroattivamente. Il parco di auto blu si è svuotato.

Ogni mossa dei politici è esposta a pubblica critica, al punto che l’allora presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro dovette giustificare, e ci riuscì a stento, l’essersi fatta aiutare dagli uomini della scorta nel portare un pesante cestello della spesa. L’anno scorso, però, un sondaggio dimostrava che secondo lettori ed elettori rispetto al 2008 nulla era cambiato.

In un certo senso è davvero così. Sulla scia di La Casta sono uscite numerosissime inchieste che denunciavano situazioni simili a proposito di altre “caste”, senza destare neppure un centesimo dello scalpore provocato dai due giornalisti del Corriere. A rendere così insopportabili i privilegi dei politici è infatti la loro delegittimazione, la sensazione che siano a volte inadeguati e spesso superflui. Non è un problema che si possa risolvere con qualche auto blu in meno e neppure abolendo vitalizi.

«Agente provocatore: no grazie». Bonafede corregge la linea… Stop all’agente “provocatore” e via libera all’agente “sotto copertura”

il dubbio.news 31.7.18

Stop all’agente “provocatore” e via libera all’agente “sotto copertura”. E’ stato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ad illustrare ieri in una lunga intervista al quotidiano La Verità il cambio di marcia del Governo nel contrasto ai fenomeni corruttivi.

Nel programma originale in materia di giustizia dei pentastellati ( e, comunque, ad oggi ancora consultabile sul blog del M5s), una parte importante era dedicata all’introduzione dell’agente provocatore nelle indagini per i reati di corruzione. Fin da subito, però, gli esperti di diritto ave- vano evidenziato che tale figura, come stabilito da numerose sentenze della Corte Edu, fosse incompatibile con la Convezione europea dei diritti dell’uomo. Ad agevolare il cambio di passo dei grillini, due autorevoli magistrati: l’ex procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti ed il neo consigliere del Csm Piercamillo Davigo che nelle scorse settimane hanno più volte affermato la necessità che il Parlamento introduca quanto prima la figura «dell’ufficiale di polizia giudiziaria che operi all’interno della trama corruttiva già in atto: osserva, rileva gli elementi di reato e li riferisce al pm».

Una puntualizzazione non da poco rispetto al programma iniziale del M5s: non agente “provocatore” ma agente “sotto copertura”, con l’estensione ai reati contro la pubblica amministrazione di quanto già previsto nelle indagini cd. antimafia e antidroga.

I fautori dell’agente sotto copertura si richiamano alla Conven- zione ONU di Merida del 2003, ratificata dall’Italia sei anni più tardi. Tale risoluzione prevede l’adeguamento delle norme anticorruzione da parte degli Stati.

Nello specifico, la previsione di «tecniche investigative come la sorveglianza elettronica e le operazioni sotto copertura». Il tutto “nei limiti consentiti dai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico” di ciascun Stato.

Questo escluderebbe in radice la possibilità che l’ufficiale di polizia giudiziaria vada in giro per i Comuni o i Ministeri ad offrire denaro ai funzionari pubblici per poi arrestare coloro che lo abbiano accettato.

Nella pratica, però, il ruolo di agente sotto copertura per il contrasto ai reati contro la PA è estremamente difficile da realizzare. Il ministro, sul punto, ha affermato che sono in corso degli “stress test” per verificare la fattibilità di questa norma che dovrebbe essere approvata subito dopo la pausa estiva. In concreto, però, nessuno fino ad oggi ha spiegato con chiarezza come dovrebbe svolgersi l’attività del Serpico antitangenti.

Teoricamente il maresciallo anticorruzione dovrebbe – verosimilmente – crearsi una falsa identità di imprenditore per poter partecipare, ad esempio, alla gara per un appalto pubblico.

E dovrebbe, poi, avere il know how tecnico professionale dell’imprenditore, con estrema dimestichezza nel settore delle opere pubbliche o dei servizi. Non esistono, comunque, modelli del genere in Europa a cui fare riferimento. L’Italia sarebbe infatti il primo Stato a dotarsi di una simile legislazione. Concetto, questo, ribadito con orgoglio dallo stesso Bonafede.

L’assenza di una pregressa prassi applicativa rischia però di far fare all’Italia un salto nel buio in una materia delicata e complessa. Già oggi questo genere di indagini risultano spesso condotte da personale non sempre all’altezza con conseguenze facilmente immaginabili.

SORPRESA: IL PD INVESTE I CRIPTOVALUTE PER RISANARE IL PROPRIO BILANCIO

Guido da Landriano scenari economici.it 31.7.18

Chi può affermare che la sinistra italiana, o meglio il Partito Democratico, non sia all’avanguardia della finanza. Dopo essersi distinta nella gestione dell’Italia, come si è visto negli scorsi 7 anni, con colpi di genio dal Jobs act all’Ilva, all’austerità, al referendum all’Air Force Renzi, all’accoglienza a 35 euro al giorno, dopo queste geniali scelte operative ed amministrative il PD riesce a stupirci con la sua amministrazione.

Prendiamo il “Giornale di Reggio” organo di informazione dei una delle maggiori roccaforte ancora in mano al PD. Si legge in un articolo delle difficoltà del PD per finanziare la campagna elettorale della prossima primavera, da finanziare nonostante il calo degli iscritti ed il minor numero di deputati che versano i contributi. Essendo il partito del futuro e della buona amministrazione hanno avuto un’idea geniale:

“Per il 2018 la previsione è quella chiudere in attivo, puntando sulla resa del fondo di 30mila euro in cripto-valute, gestito – in base ad un contratto sottoscritto dal tesoriere Marchi – da Marina Ligabue consulente finanziaria e storica attivista del Pd.”

Quindi l’ex “PArittone” si affida a bitcoin ed alle altre criptovalute per tornare in attivo… AD UNA GESTIONE IN CRIPTOVALUTE.

Ora dato che S.E. un po’ del tema ce ne intendiamo vi forniamo i grafici sui rendimenti di BTC dall’inizio dell’anno.

18 mila a gennaio, 8 adesso. La capitalizzazione dell’intero sistema?

Questo secondo grafico comprende tutta la capitalizzazione escluso bitcoin. Ora se il PD ha deciso di investire come “Early adopter” cioè, ad esempio , enl 2016 come ha fatto qualche Reggiano molto attento a questi fenomeni, può ave guadagnato, e bene. Se lo ha fatto dallo scorso novembre è in mutande.

Comunque complimenti agli amministratori che mettono in gioco i propri soldi, quelli del proprio partito, in uno dei mercati più rischiosi della storia dell’uomo. Non i soldi extra, quelli delle sigarette, quelli non necessari, rischiabili, no ci gioca I FONDI DEL PARTITO. Ottimo modo per amministrare uno stato, se tornano al governo puntano tutto su Ethereum ?

Ricordano un detto dei vecchi della mia zona, che suona così:

“Chi gioca a  l’assisa pe’ u sucurs, u mustra i bal me l’urs”

Chi gioca d’azzardo per bisogno, mostra le balle come l’orso…

Leonardo-Finmeccanica, ecco luci e ombre della semestrale di Profumo

Michelangelo Colombo startmag.it 31.7.18

Numeri, tendenze e confronti tratti dalla relazione semestrale di Leonardo, l’ex gruppo Finmeccanica

Luci e ombre dalla semestrale 2018 del gruppo Leonardo (ex Finmeccanica) presieduto da Gianni De Gennaro e guidato dall’amministratore delegato, Alessandro Profumo, che comunque ha commentato così la semestrale: “I risultati del primo semestre 2018 sono in linea con le attese”, ha commentato l’amministratore delegato.

Vediamo ora prima una sintesi e poi un approfondimento dei numeri e delle tendenze contenuti nella semestrale del gruppo attivo nella difesa e nell’aerospazio.

I NUMERI DI LEONARDO (EX FINMECCANICA)

Il gruppo Leonardo ha chiuso il primo semestre con un calo della redditività gestionale (Ebita diminuito dal 9,2% all’8,4% dei ricavi), dell’utile netto consolidato (dimezzato da 213 a 106 milioni di euro) e degli ordini (-9% a 4,6 miliardi), mentre il cda ieri ha rivisto al rialzo la previsione per l’intero anno per gli ordini e per il flusso di cassa da attività operativa (Focf).

“Malgrado la frenata, le proiezioni di alcune voci per fine anno sono migliorate per tener conto del maxi-contratto con il Qatar per la fornitura di 28 elicotteri militari Nh90, firmato il 14 marzo”, ha chiosato Gianni Dragoni del Sole 24 Ore. Il contratto «dovrebbe diventare esecutivo molto presto, entro la fine del 2018», ha detto l’a.d., Alessandro Profumo.

PRESENTE E FUTURO, CON IL RUOLO DEGLI ELICOTTERI

Leonardo, dunque, ha beneficiato del recupero degli elicotteri e dell’inserimento nel portafoglio del maxi-ordine dal Qatar sugli NH90. Buone notizie per il gruppo, dopo il recente annuncio di un nuovo progetto per un jet anglo-italiano da 2 miliardi di sterline, i cui dettagli sono ancora da chiarire, con Bae Systems, Mbda e Rolls Royce.

L’APPROFONDIMENTO DELLA SEMESTRALE

L’utile dei sei mesi arretra a 106 milioni di euro, dai 213 milioni di un anno prima, ma solo per i 170 milioni di oneri straordinari dovuti all’accordo sui prepensionamenti. Altrimenti l’incremento sarebbe dell’11%. I ricavi sono a quasi 5,6 miliardi di euro, in aumento dell’1,7% o del 4% se si esclude l’effetto sfavorevole dei cambi. Gli ordini sono pari a 4.604 milioni di euro, con un effetto negativo dei cambi di 150 milioni.

Il portafoglio ordini è a 32,6 miliardi e assicura una copertura in termini di produzione equivalente pari a circa tre anni.

L’indebitamento è a 3,4 miliardi, in miglioramento su anno ma in lieve peggioramento sulla fine del 2017 per il pagamento delle cedole.

Il free operating cash flow è negativo per 809 milioni per il “fenomeno ampiamente previsto”, spiega l’azienda, del diverso profilo finanziario del contratto Efa Kuwait e dell’avvio di attività.

Ma a fine anno, il flusso di cassa è visto a 300 e 350 milioni contro la precedente stima di circa 100 milioni. E si tratta solo di uno degli obiettivi rivisti. Gli ordini sono attesi ora a 14-14,5 miliardi di euro, contro i 12,5-13 miliardi previsti in precedenza e l’indebitamento a 2,4 miliardi, contro 2,6 miliardi.Ma a fine anno, il flusso di cassa è visto a 300 e 350 milioni

IL COMMENTO DI PROFUMO

“I risultati del primo semestre 2018 sono in linea con le attese”, ha commentato l’amministratore delegato, Profumo.

“Siamo focalizzati – ha commentato ancora Profumo – sull’esecuzione del Piano Industriale: la ripresa degli Elicotteri sta proseguendo con successo, Drs sta beneficiando della crescita del mercato statunitense ed abbiamo effettuato ulteriori passi in avanti in termini di controllo dei costi. Tutto ciò garantirà al Gruppo una crescita sostenibile nel lungo periodo”.

Una manina ha operato un inserto su “Wikipedia” per denigrare Marcello Foa

politicamentescorretto.info 31.7.18

Maurizio Blondet

(Un grazie a Enrica Perucchietti, che ha scoperto questo):

“E’ così che si distrugge la reputazione di un giornalista scomodo: il 28 luglio alle 16:37 (cioè soltanto ieri, “casualmente” nel pieno della discussione per la sua nomina alla presidenza RAI!) è stata modificata la pagina wikipedia di Marcello Foa

https://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Foa

aggiungendo la sezione “Controversie” (prima inesistente, basta controllare la cronologia che riporto qui sotto) in cui viene denigrato come un “complottista” per aver sostenuto l’esistenza di false flag e per aver parlato della teoria gender (che viene liquidata come una “teoria del complotto nata nell’ambito ecclesiastico negli anni ’90”).

Ergo gli “studi di genere” per coloro che hanno modificato il profilo wikipedia di Foa NON solo non esistono ma sono becero cospirazionismo. Ditelo al National Geographic che ci ha dedicato una copertina, ditelo a tutti quei docenti che sono stati insigniti di una cattedra sul tema, ditelo ai produttori di trasmissioni, reality, serie TV e film che ne parlano!

Un grande nome viene in queste ore infangato perché ha osato esprimere posizioni al di fuori del pensiero unico dominante. Ma non dovrebbe essere anche questo il ruolo di un grande giornalista, ossia quello di “scavare” e portare al grande pubblico tematiche che i potenti vogliono tenere nascoste?

Il pensiero critico e l’informazione alternativa ai media mainstream oggi vengono perseguitati per silenziare il dissenso.

Non sono questi i metodi dei sistemi totalitari che si ammantano di slogan politicamente corretti e perseguitano con violenza chi non si piega ai loro diktat?

State attenti a chi non vuole che esprimiate la vostra coscienza critica ma che vi vuole passivi alla loro volontà; ne vale del vostro e del nostro futuro.”

(Enrica Perucchietti)

Con questo, il PD ricalca Orwell nella forma più pura: anche in 1984, il protagonista Winston Smith lavora al Ministero della Verità. E il suo lavoro “consisteva nel correggere articoli o notizie pubblicate anche anni prima che non collimavano più con la linea politica attuale dettata dal Grande Fratello. Una volta apportate le rettifiche, il numero del giornale,della rivista o del libro veniva ristampato e la vecchia copia assieme ad ogni traccia dell’avvenuta correzione era gettata in feritoie ubicate in ogni parte dell’edificio ministeriale e soprannominate buchi della memoria dove le fiamme la distruggevano. Giorno dopo giorno, anzi quasi minuto dopo minuto, il passato veniva aggiornato…La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva”  (Cesare Allara)

Fonte Maurizio Blondet  

Marcello Foa, wikipedia e fake news: come si distrugge la reputazione di un giornalista scomodo

ENRICA PERUCCHIETTI comedonchischiotte.org 31.7.18

DI ENRICA PERUCCHIETTI

unoeditori.com/blog

Wikipedia: e Foa diventa un complottista

È così che si distrugge la reputazione di un giornalista scomodo: il 28 luglio alle 16:37 (cioè soltanto sabato, “casualmente” nel pieno della discussione per la sua nomina alla presidenza RAI!) è stata modificata la pagina wikipedia di Marcello Foa aggiungendo la sezione “Controversie” (prima inesistente, basta controllare la cronologia che riporto qui sotto) in cui viene denigrato come un “complottista” per aver sostenuto l’esistenza di false flag e per aver parlato della teoria gender (che viene liquidata come una “teoria del complotto nata nell’ambito ecclesiastico negli anni ’90”).

…Quando conobbi Foa 

Ho la fortuna di conoscere personalmente Foa da qualche anno. Ci siamo incontrati a una riunione per il WAC (Web Activists Community) a Roma nello studio di Giulietto Chiesa quando scesi in rappresentanza della UNO Editori per discutere del progetto. Ovviamente lo conoscevo già di fama, lo avevo spesso citato nelle mie opere, a partire dal mio libro inchiesta su Renzi. Lo avevo sentito telefonicamente ma non lo avevo mai incontrato di persona. Mi sono trovata davanti un uomo gentilissimo, tanto umile quando disponibile, dotato di carisma e di ironia (dote rara), mentalmente elastico e al contempo metodico. Da quel momento ho potuto soltanto rafforzare la stima che ho di lui.

Mi rammarica ora assistere a un’ondata pretestuosa di violenza mediatica contro Foa.

Parte la campagna denigratoria

L’attuale campagna denigratoria che si è scatenata in queste ore intende trasformare Foa nell’esatto contrario di ciò che è: un serio, leale e onesto giornalista. Si vuole cioè screditarlo, additarlo come un venditore di fumo, un arrivista un ambizioso, persino un fascista (lui che è ebreo!) spulciando nei suoi vecchi post di Twitter o di Facebook, come se la carriera o l’onestà di un professionista si dimostrasse da alcuni post decontestualizzati. Quello che stanno scrivendo? Nulla di più lontano dalla verità.

Vi era già stata nelle precedenti settimana un’inchiesta dell’Espresso a cui era seguita la querela di Foa.

Ora le testate giornalistiche progressiste si scatenano seguendo lo stesso topos:

• è un sovranista (e allora? Meglio coloro che hanno svenduto il nostro Paese alla tecnocrazia europeista?),

• un populista,

• è filo-russo,

• diffonde fake news. Ebbene, per me questo non è giornalismo, è gossip.

Qualunque testata può scrivere qualunque cosa di chiunque citando fonti non pervenute o distorcendo dei post, perché è evidente dalla lettura approfondita degli articoli che chi scrive o non conosce Foa o è in malafede. Nell’epoca del politicamente corretto, la violenza dei guardiani del pensiero unico si abbatte come una furia su coloro che osano dissentire.

Tecniche “orwelliane” per manipolare l’opinione pubblica, tra spin e fake news

Quello che ovviamente si vuole fare è creare un frame, una cornice negativa in cui inserire l’immagine di Marcello Foa in modo da offrire all’opinione pubblica un’immagine distorta, falsa, dell’uomo e del professionista che è.

Il riflesso del bipensiero orwelliano è concentrato però nella seguente accusa:

lo definiscono ora lo “spin doctor” di Salvini, quando − paradossalmente − è stato proprio Foa a sdoganare al grande pubblico il fenomeno dello spin, spiegando e documentando in maniera magistrale come il potere orienta e all’occorrenza manipola l’informazione, servendosi anche dei media di massa. Quello che in origine era uno stato d’accusa documentato da anni di ricerche, si è rivolto contro di lui rendendolo mediaticamente “colpevole” di ciò che da anni condanna. E ora, come forma di contrappasso, lo spin si è rivolto contro di lui denigrandolo.

Nel suo Gli stregoni della notizia. Atto II, Foa documentava il fenomeno dello spin e mostrava persino come esistano società private che si occupano di confezionare materiale giornalistico ad hoc. Si tratta cioè di spin privati che vengono ingaggiati anche dai governi in segreto – Foa riporta ampi esempi di società assoldate dal governo statunitense − per rendere efficace e persuasiva una campagna, anche ricorrendo a menzogne e falsificazione per di raggiungere l’obiettivo desiderato.

Sì: falsificazione. False notizie come quelle che circolano in questi giorni sui media di massa, volte a terrorizzare l’opinione pubblica e a screditare il candidato alla presidenza RAI.

Breve ripasso dei VERI fatti: la Maggioni e la Commissione Trilaterale

Bisognerebbe invece ricordare a coloro che passivi si bevono queste menzogne, che l’ex presidente RAI, Monica Maggioni, è alla guida della Trilaterale Italia. Ricordo che la Commissione Trilaterale è  un gruppo di studio non governativo con sede a New York, fondato tra il luglio 1972 e il 1973 per iniziativa di David Rockefeller, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski. Conta più di trecento membri (uomini d’affari, politici, intellettuali) provenienti dall’Europa, dal Giappone e dall’America settentrionale. A tutt’oggi le riunioni sono dei vertici a porte chiuse di altro profilo.

Quello che i membri della Trilateral vogliono è creare un potere economico mondiale superiore a quello politico dei singoli governi nazionali. Il fine era ed è tuttora una costante collaborazione tra le élite dominanti dell’Europa occidentale, del Giappone e degli Stati Uniti, e a coordinare le loro politiche nelle tre principali sfere di influenza.

La Trilaterale (come il Club Bilderberg) si preoccupa che la gente possa ribellarsi ai suoi progetti e quindi necessita della stampa per manipolare l’opinione pubblica e creare un adeguato “stato di spirito”: in passato propose anche limitazioni alla libertà di stampa nel senso di «restrizioni di quello che i giornali possono pubblicare in particolari e delicate circostanze».

L’idea di fondo, espressa nel libro La Crisi della democrazia pubblicato a firma di Crozier, Huntigton e Watanuki nel 1975, è come già spiegava Paolo Barnard, di “uccidere” la democrazia partecipativa dei cittadini mantenendone in vita solo l’involucro. Si vuole cioè svuotare da un lato le nazioni del proprio potere e della propria sovranità (ecco perché ora la parola “sovranista” fa così paura), facendo diventare dall’altro tutti noi dei soggetti passivi degli eventi, dei meri spettatori/lavoratori/consumatori.

I media servono cioè ad annientarci come protagonisti della democrazia, distraendoci con notizie inutili, terrorizzandoci di continuo o saturandoci con lo show spazzatura.

I media che attaccano Foa fanno il gioco di un potere incancrenito 

Un giornalista, degno del suo nome, dovrebbe ricoprire invece anche una funzione sociale, etica, civile. Ha una responsabilità. Non deve plasmare l’opinione pubblica al soldo dei lobbisti. Foa al contrario di molti suoi “colleghi” che ora lo attaccano ha la schiena dritta e denuncia da anni la manipolazione e il controllo sociale a danno dei cittadini.

I media che oggi lo attaccano stanno facendo il gioco di un potere incancrenito che teme l’ondata di rivoluzione che sta soffiando in Italia. Alcuni parassiti temono evidentemente di vedersi soffiare la linfa vitale da cui traggono da anni il sostentamento.

Non so se questa ondata si fermerà qui, se porterà a una débâcle o a veri e stabili cambiamenti.

So però che Marcello Foa può apportare pluralismo, rigore e spessore intellettuale al servizio pubblico televisivo, sempre che mercoledì mattina la Commissione di Vigilanza che dovrà ratificare o meno la sua nomina, riesca a compattarsi su almeno 27 voti. La maggioranza ne ha solo 21 e dunque i voti di Forza Italia diventano decisivi.

Tutto il resto è propaganda.

Il pensiero critico e l’informazione alternativa ai media mainstream oggi vengono perseguitati per silenziare il dissenso.

Non sono questi i metodi dei sistemi totalitari che si ammantano di slogan politicamente corretti e perseguitano con violenza chi non si piega ai loro diktat?

State attenti a chi non vuole che esprimiate la vostra coscienza critica ma che vi vuole passivi alla sua volontà; ne vale del vostro e del nostro futuro.

 

Enrica Perucchietti

Fonte: https://unoeditori.com

Link: https://unoeditori.com/blog/marcello-foa-wikipedia-e-fake-news-come-si-distrugge-la-reputazione-di-un-giornalista-scomodo-n228

30.07.30.07.2018

“Se fossi Foa lo metterei nel curriculum… ” – di Marcello Veneziani

informarextesistere.fr 31.7.18

Foa, il mostro della settimana – di Marcello Veneziani

Ma non vi vergognate di accusare il governo in carica e Salvini in particolare, di spartirsi le nomine come voi praticate da una vita?

Non vi vergognate – voi sinistra, voi clero intellettuale di sinistra, voi giornali e tg di sinistra, voi navigati sindacalisti Rai e voi più ipocriti e paludati benpensanti di cripto-sinistra – di gridare allo scandalo e di indignarvi solo perché i grillini e i leghisti, in modo naive, ricalcano le vie della lottizzazione che voi praticate con professionismo servile da decenni?

Anzi, al tempo di Renzi toccò perfino rimpiangere la spartizione di sempre, perché prese tutto lui, in Rai e non solo. Stavolta la pietra dello scandalo è stato Marcello Foa, venuto dal Giornale di Montanelli e poi rimasto nel Giornale di Feltri fino a quando si è trasferito nel Canton Ticino a insegnare scienza della comunicazione e a amministrare un gruppo editoriale ticinese.

Mai fatto politica, nessuna macchia nella fedina penale e nella reputazione, nessun legame sospetto. Nulla di scandaloso.

Ma per il valoroso Collettivo dell’Informazione italiana più Pd, a cominciare dalla Corazzata Repubblika, Foa dice di essere allievo di Montanelli (un millantatore, dunque), insegna manipolazione delle notizie cioè fake news e non scienza della comunicazione, è addirittura ospite di Russia Today e dunque è un prezzolato al servizio di Putin, ha persino ritwittato qualcosa di tale Francesca Totolo, “patriota finanziata da Casa Pound” (che notoriamente dispone di miliardi, altro che il povero Renzi col suo piccolo aereo di carta, a spese nostre, che costava qualche centinaio di milioni).

E poi, è un depravato: pedofilo? Serial killer? Terrorista? Magari, peggio: “sovranista”. No, questo non si può sentire, condivide il turpe vizio del 60% degli italiani, secondo gli ultimi sondaggi.

Volete la controprova? Ha scritto un tweet contro Mattarella. Il crimine, anzi il regicidio, che suscita l’orrore anche del mite Corriere della sera, è il seguente e lo ha tirato fuori il cane poliziotto sanbernardo Emanuele Fiano, della squadra omicidi del Pd. Ecco il testo: “il senso del discorso di Mattarella: io rispondo agli operatori economici e all’Unione europea, non ai cittadini. Disgusto”.

Se non lo avesse firmato anche col suo cognome avrei potuto riconoscerlo come mio. Lo condivido, e non per questione di marcelleria, nel disgusto; non verso il Capo dello Stato ma verso questa sua posizione che offende la democrazia, la costituzione e il popolo sovrano.

Se fossi Foa lo metterei nel curriculum…

Non lo hanno ancora accusato di razzismo e antisemitismo per via del cognome, ma presto dimostreranno che Foa nel suo caso è l’acronimo di Fascisti Organizzati Antieuropei e si fa chiamare così per confondersi con gli ebrei vittime del fascismo.

Gentiloni almeno è stato spiritoso, dicendo che un sovranista come Foa ci farà uscire dall’Eurovisione. Ma gli altri… ho provato imbarazzo per loro, per la loro faccia reversibile col retro, per la loro verità e dignità ridotte – come dicono a Napoli – a mappine e’ ciess.

Non so se Foa otterrà il via libera dalla commissione vigilanza e che ordini darà il Faraone Berluscone, ma Foa è semplicemente uno che non la pensa come l’Establishment ma come gran parte degli italiani.

Non so se ci andrà in Rai e cosa farà, ma a me sembra un bel segnale di rottura. Non sul piano del metodo di nomina (decide la politica, come sempre) ma sul piano della discontinuità con le precedenti ondate di servizievoli ripetitori dell’Unica Opinione Autorizzata.

Sarà dura per lui scendere dalla felpata Svizzera al Piano di Sotto, il Canton Tapino. Addio Lugano bella, bentornato nell’Inferno italo-italiano. MV, Il Tempo 29 luglio 2018 – Fonte: Marcello Veneziani

Fondazioni, scivolone di Profumo sul dopo Guzzetti. Salta la nomina del pupillo in Compagnia Sanpaolo. Torino in subbuglio

Stefano Sansonetti la notizia giornale.it 31.7.18

Cosa succederà adesso al vertice dell’Acri, in scadenza nel 2019? Dalle parti dell’Associazione che raggruppa le fondazioni bancarie, guidata ancora per poco dal veterano Giuseppe Guzzetti, la domanda ricorre in modo serrato. E ricorre soprattutto dopo la débâcle personale di uno dei super candidati alla successione di Guzzetti, ovvero Francesco Profumo. L’ex ministro, oggi presidente della Compagnia Sanpaolo, non è infatti riuscito a far nominare segretario generale della fondazione il suo pupillo, Stefano Firpo, oggi alto dirigente del Ministero dello Sviluppo.

Sul finire della scorsa settimana, infatti, dopo mesi di estenuanti trattative, il Comitato di gestione della Compagnia ha nominato l’interno Alberto Anfossi. Il fallimento di Profumo, a questo punto, minaccia di ripercuotersi sulla corsa al vertice Acri. Guzzetti, infatti, vuole lasciare l’eredità a un “vincente”. E l’immagine di Profumo, che non è riuscito nemmeno a piazzare un suo uomo in Compagnia, secondo alcuni ragionamenti non sembra oggi corrispondere appieno a questo identikit. Potrebbe allora avvantaggiarsene l’altro grande candidato, Giovanni Quaglia, presidente dell’altra Fondazione torinese Crt. Se questo dovesse accadere, per la prima volta in Acri gli equilibri penderebbero di più dalla parte di Unicredit. Di quest’ultima, infatti, è azionista pesante la stessa Fondazione Crt, mentre la Compagnia Sanpaolo lo è di Intesa. Proprio come di Ca’ de Sass è grande azionista la Fondazione Cariplo di Guzzetti. Insomma, sarebbe una rivoluzione.

Cemento e tanti soldi: Montecarlo lancia il quartiere galleggiante

Il post.it 31.7.18

Lo spazio per costruire su terra ferma non c’è più e allora via alla mega piattaforma di 6 ettari con 60 mila metri quadrati di abitazioni più negozi e un parco da un ettaro. Il via libera di Alberto di Monaco ad un opera da 3 miliardi finanziata anche dal principato. Progetto firmato da Renzo Piano. Prezzi mai visti per la vendita degli appartamenti

Quando lo spazio sulla terra ferma finisce e non resta che il mare cosa si può fare? A Montecarlo, nessuno si dà per vinto. Piuttosto si telefona all’architetto italiano di fama mondiale Renzo Piano e si commissiona la costruzione su un isolotto di sei ettari un super complesso di palazzi di lusso, ma forse anche spazi commerciali e un museo per un costo complessivo tra i due e i tre miliardi di euro e che promette di far guadagnare forse addirittura il doppio della spesa sostenuta sul lungo periodo: gli appartamenti saranno venduti ad un prezzo che varia da 50 ai 100 mila euro al metro quadro, a seconda della posizione e delle rifinitura. La consegna ultima del progetto di Piano e Valode & Pistre è attesa per il 2025.

L’avvio dei lavori, come riferiscono vari giornali, è partito la scorsa settimana quando le coste del Principato di Monaco hanno visto spuntare un blocco di cemento di esorbitanti dimensioni – 27 metri di altezza per 10mila tonnellate di stazza – trascinato da un rimorchiatore proveniente da Marsiglia. Ne sono attesi altri diciassette per segnare i confini dell’area marina in cui lavorare e creare una diga di protezione.

Christophe Hirsinger, amministratore delegato del colosso francese “Bouygues Construction” ha fatto sapere che “la struttura sottomarina è per metà completata” e una volta ultimata la base, sarà possibile costruire: saranno impiegate 600mila tonnellate di sabbia provenienti dalla Sicilia e che comporranno un terrapieno di trenta metri di altezza.

Il principe Alberto è entusiasta del progetto e, a quanto si dice, molto attento all’impatto ambientale dell’opera. E assicura che si tratterà di un “eco-distretto” in cui flora e fauna marina saranno debitamente tutelate.

Sessantamila metri quadri di abitazioni, un grattacielo, un parco di un ettaro, tre mila metri quadrati di negozi e un parcheggio costituiranno il nucleo centrale della piccola isola sostenibile al largo della costa del Principato e, per un livello di vendita medio di 80mila euro al metro quadro, un contributo da parte dello stato di 400 milioni e un ritorno in Iva e tasse pari a 750 milioni, promettono di arricchire ulteriormente i già facoltosi cittadini monegaschi.

I dati Istat sull’occupazione commentati in 10 tweet

Francesco Seghezzi startmag.it 31.7.18

Il commento via Twitter di Francesco Seghezzi della fondazione Adapt riguardo i dati Istat sull’occupazione

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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

1) A giugno primo calo degli occupati dopo tre mesi di crescita, la diminuzione è di 49mila unità. Su base annua comunque 330mila occupati in più. #Istat

10:40 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

2) Il calo riguarda soprattutto gli uomini che diminuiscono di 42mila unità, mentre le donne di 7mila, su base annua il gap si riduce e la crescita è simile. #Istat

10:40 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

3) Torna a crescere anche il numero dei disoccupati (+60mila) e il tasso di disoccupazione che torna al 10,8%, questo probabilmente anche grazie a calo inattivi di 27mila (oltre che occupati). #Istat

10:40 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

4) Il tasso di occupazione scende al 58,7%, dopo che lo scorso mese aveva sfiorato il record storico. Confermiamo la nostra posizione di terzultimi in Europa. #Istat

10:41 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

5) Crescono i lavoratori a termine di 16mila unità mentre è grande il calo di quelli permanenti che diminuiscono di 56mila. Leggera crescita (+9mila) per gli autonomi. #Istat

10:41 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

6) Negli ultimi 12 mesi abbiamo perso ben 83mila occupati permanenti (-0,6%) guadagnandone 394mila a termine (+14,5%, 3,1 milioni in tutto). #Istat

10:42 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

7) Torna a crescere la disoccupazione giovanile (+0,5% al 32,6%) ma diminuisce l’inattività dello 0,3%. Buona la performance annuale (+1,8%) per la fascia 25-34 anni. #Istat

10:42 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

8) Sul mese rallenta la crescita degli over 50, con un calo del tasso di occupazione dello 0,4%, sull’anno la crescita si conferma però sostenuta con un +0,9%. #Istat

10:42 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

9) Depurati dalla componente demografica i dati mostrano come cresca sia l’occupazione under 35 del 3%, arrivando quasi a doppiare (+1,6%) quella degli over 50, segno che effetto Fornero sta declinando. #Istat

10:43 – 31 lug 2018


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Francesco Seghezzi

@francescoseghez

10) In sintesi: dati brutti, c’è poco da dire, ma sui quali potrebbe influire la stagionalità. Calano gli occupati, calano molto gli occupati permanenti, che senza politiche attive è una brutta notizia. Continua l’andamento altalenante del mercato, che si alimenta di incertezza.

10:43 – 31 lug 2018


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