1. “SU VIA D’AMELIO UNO DEI PIÙ GRAVI DEPISTAGGI DELLA STORIA GIUDIZIARIA ITALIANA” 2. NELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DEL PROCESSO BORSELLINO QUATER, I GIUDICI DELLA CORTE D’ASSISE DI CALTANISSETTA CERTIFICANO GLI INTERVENTI DI “SOGGETTI INSERITI NEGLI APPARATI DELLO STATO” PER NASCONDERE LA VERITÀ SULLA STRAGE DI VIA D’AMELIO. GLI UOMINI DELLO STATO CHIAMATI IN CAUSA SONO ALCUNI INVESTIGATORI GUIDATI DALL’ALLORA CAPO DELLA SQUADRA MOBILE DI PALERMO ARNALDO LA BARBERA: DOVEVANO SCOPRIRE I RESPONSABILI DELLE BOMBE, INVECE COSTRUIRONO A TAVOLINO ALCUNI FALSI PENTITI… 3. I “SUGGERITORI OCCULTI”, L’AGENDA ROSSA, IL RUOLO DI SCARANTINO E BRUNO CONTRADA

dagospia.com 1.7.18

Salvo Palazzolo per www.repubblica.it

AGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINOAGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINO

“Soggetti inseriti negli apparati dello Stato” indussero Vincenzo Scarantino a rendere false dichiarazioni sulla strage che uccise il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e i poliziotti della scorta. “È uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, accusano i giudici della corte d’assise di Caltanissetta, che ieri hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater: 1.856 pagine, dodici capitoli, un lavoro minuzioso di ricostruzione firmato dal presidente Antonio Balsamo e dal giudice a latere Janos Barlotti, che rappresenta una tappa importante nel difficile percorso di ricerca della verità, perché fissa in maniera chiara i misteri ancora irrisolti e indica una strada per proseguire le indagini.

PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO

Indagini che puntano al cuore dello Stato. Scrive la corte: “È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi”. Gli uomini dello Stato chiamati in causa sono alcuni investigatori del gruppo Falcone e Borsellino guidati dall’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera: dovevano scoprire i responsabili delle bombe, invece costruirono a tavolino alcuni falsi pentiti. La corte non crede per ansia di giustizia e di risultato. No.

PAOLO BORSELLINO - STRAGE DI VIA DAMELIOPAOLO BORSELLINO – STRAGE DI VIA DAMELIO

Vennero suggerite a Scarantino “un insieme di circostanze del tutto corrispondenti al vero”. Il furto della 126 rubata mediante la rottura del bloccasterzo è la verità che ha poi raccontato nel 2008 il pentito Gaspare Spatuzza. Come facevano i suggeritori a sapere la storia della 126? “È del tutto logico ritenere — scrivono ora i giudici — che tali circostanze siano state suggerite a Scarantino da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte”.

LA BORSA DI PAOLO BORSELLINOLA BORSA DI PAOLO BORSELLINO

Chi ispirò i suggeritori? La corte ricorda che il 13 agosto 1992, il centro Sisde (il servizio segreto civile) di Palermo, comunicò alla sede centrale che “la locale polizia aveva acquisito significativi elementi sull’autobomba”. E ancora la corte rileva “l’iniziativa decisamente irrituale” dell’allora procuratore di Caltanissetta Tinebra di chiedere la collaborazione nelle indagini di Bruno Contrada, all’epoca numero tre del Sisde, poi arrestato per mafia dai pm di Palermo nel dicembre del 1992.

PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO

“Una richiesta di collaborazione decisamente irrituale — ribadisce la sentenza — perché Contrada non rivestiva la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria”. Tanta “rapidità nel chiedere la collaborazione di Contrada già il giorno immediatamente successivo alla strage — scrivono ancora i giudici — a cui fece seguito la mancata audizione del dottore Borsellino nel periodo dei 57 giorni” che gli rimasero da vivere. E col Sisde collaborava anche il capo della Mobile La Barbera, pure questo ricorda la sentenza.

PAOLO BORSELLINO - LA STRAGE DI VIA D AMELIOPAOLO BORSELLINO – LA STRAGE DI VIA D AMELIO

E viene scritto, per la prima volta: c’è un “collegamento tra il depistaggio dell’indagine e l’occultamento dell’agenda rossa di Borsellino”. Perché per i giudici La Barbera è anche “intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

giovanni falcone paolo borsellinoGIOVANNI FALCONE PAOLO BORSELLINO

Ci furono dunque poliziotti indefeli che pilotarono il falso pentito per finalità tutte da scoprire. Ma ci furono anche magistrati distratti. La corte d’assise non fa nomi, però scrive: “Un insieme di fattori avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni di Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata”.

E viene ricordato che due pm, Ilda Boccassini e Roberto Saieva, avevano scritto una nota ai colleghi per segnalare “l’inattendibilità delle dichiarazioni rese da Scarantino su via D’Amelio”. Ma restarono inascoltati. Accadde di peggio. A nessun magistrato della procura nissena sembrò strano che “La Barbera facesse dei colloqui investigativi con Scarantino nonostante avesse iniziato a collaborare con la giustizia”.

VINCENZO SCARANTINOVINCENZO SCARANTINOARNALDO LA BARBERAARNALDO LA BARBERA

Si farà un processo per il depistaggio nelle indagini di via D’Amelio. Imputati, il dottore Mario Bo, oggi in servizio a Gorizia, e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Nei giorni scorsi, il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani hanno chiesto il rinvio a giudizio per i tre poliziotti del gruppo di La Barbera.

QUASI QUASI MI FACCIO UNA MEGAVILLA – RENZI E’ SOLO L’ULTIMO POLITICO CHE CEDE AL FASCINO DELL’IMMOBILE DI LUSSO – PRIMA DI LUI TRUMP E OBAMA, PUTIN E BERLUSCONI, MA ANCHE VAROUFAKIS E IL LEADER DI “PODEMOS”, IGLESIAS – GIANLUCA NICOLETTI: “SI ODIA LA VILLA DI RENZI PERCHÉ NON CI FAREBBE MAI SOGNARE: RIMARRÀ LA CASA LUSSUOSETTA DEL PARENTE PIÙ BENESTANTE DI NOI. IN VILLA CERTOSA SI CELA INVECE…”

dagospia.com 1.7.18

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LA VILLA DI MATTEO RENZI A FIRENZELA VILLA DI MATTEO RENZI A FIRENZE

Gianluca Nicoletti per “la Stampa”

Il mormorio popolare su chi «si è fatto la villa» fa parte del gusto per il vintage. Una delle notizie più cliccate nel 2018 pare sia lo scoop che Matteo Renzi starebbe per comprare a Firenze un villone con giardino. E sembra il segnale di un’ invidia d’ altri tempi che riaffiora nel chiacchieratoio digitale dei social network.

È corretto che chi si occupa del racconto della politica sia autorizzato a fare i conti in tasca a chi si proclami un quasi spiantato, salvo poi farsi beccare con il rogito in bocca di un quasi 12 vani con giardino. Appartiene invece all’ epoca di Don Camillo chi, da casa sua, impugni la tastiera per social condividere il vindice disprezzo.

LA VILLA DI VAROUFAKISLA VILLA DI VAROUFAKIS

«Si è fatto la villa», è un modo di dire molto datato, rivela il sentire tipico di una società rurale in cui il farsi la villa corrispondeva all’ uscire spocchioso da una millenaria condizione subordinata; negli anni del boom poteva anche coincidere con l’ incaricare un geometra di progettare quelle orribili casette con le balconate a sbalzo e gli infissi in anodizzato. Sempre comunque un segno di volersi distinguere per rango da chi era ancora costretto a vivere con l’ odore di stalla al piano terra.

LA VILLA DI IGLESIAS LEADER DI PODEMOSLA VILLA DI IGLESIAS LEADER DI PODEMOS

Il Kremlino di Perugia” Nella mia realtà separata di bambino Anni 50, che nacque e studiò nella Perugia monocolore rossa, ricordo gli sguardi rabbiosi dei miei verso la collina, ricoperta di pini e macchia mediterranea, che incombeva dietro il nostro tetto. La chiamavano: «Il Kremlino» ed era lottizzata con le ville dei potenti del Pc cittadino, che in quel piccolo paradiso si erano tutti appunto fatti la villa. Era il nostro un rancoroso denunciare il presunto paradosso della lussuria nababba, imperdonabile vizio per i burocrati del partito del socialismo reale.

LA VILLA DI BERLUSCONI IN SARDEGNALA VILLA DI BERLUSCONI IN SARDEGNA

Nel caso di Renzi permane solo un pallido residuo di tale rivendicazione, magari è più evidente in chi si è stracciato le vesti dall’ indignazione quando Pablo Iglesias, fondatore e segretario generale di Podemos, il partito spagnolo di sinistra radicale, è stato beccato, a fine maggio, farsi una villa di 250 metri quadri, con giardino e piscina. «In Spagna l’ economia è ripartita», commentò infatti acido il governo Rajoy.

Lo stesso sentimento era stato anticipato nel marzo 2015 quando Il Daily Mail pubblicò le foto della villa sull’ Isola di Egina del simbolo greco dell’ ultra-sinistra Varoufakis, assieme all’ indiscrezione che quel bengodi costava 5 mila euro alla settimana di affitto.

LA VILLA DI OBAMA E MICHELLELA VILLA DI OBAMA E MICHELLE

La doppia morale Il motto del «predica bene e razzola male» ha ripreso vigore quando, un anno fa, il Chicago SunTimes avvertì il mondo che Barack Obama e sua moglie Michelle avevano acquistato una villona di 800 metri quadri, del valore di 8,1 milioni di dollari, nel quartiere strafigo di Washington. Anche in questo caso sono fioccati gli: «Hai visto? Che vergogna!», senza tenere conto che a ogni ex presidente americano anche una puzzetta viene pagata cifre esorbitanti, alla fine una villa ci può anche scappare.

LA VILLA DI PUTIN AI CONFINI CON LA FINLANDIALA VILLA DI PUTIN AI CONFINI CON LA FINLANDIA

Al contrario, per chi rappresenti lo zero in attitudine ad essere identificato come simbolo delle classi più deboli, farsi la villa è un dovere, anzi la villa deve esserci come suggello di un’ investitura divina. A nessuno viene in mente di bacchettare Trump per Mar-a-Lago, la sua reggia di 126 stanze a Palm Beach, in Florida. Solo per chi ostenta passione per gli ultimi farsi la villa è considerato un tradimento e suscita invidia, avere un castello diventa un impegno civico per chi incarna la gloria del possedere.

LA VILLA DI TRUMP A MAR A LAGOLA VILLA DI TRUMP A MAR A LAGO

Perfetto esempio il caso di «Villa Sellegren», la lussuosa dacia storica da satrapo che Putin si era fatta allestire in segreto ai confini con la Finlandia, scoperta solo un anno fa grazie al video su YouTube di un blogger dissidente. Nessuno scandalo alle nostre latitudini, il massimo è stato raffrontarla con Villa Certosa, la magione berlusconiana che ogni italiano, qualunque sia il suo credo politico, considera come la più realistica declinazione del Walhalla, residenza celeste degli eroi.

LA VILLA DI MATTEO RENZI A FIRENZELA VILLA DI MATTEO RENZI A FIRENZE

Le ragioni dell’ odio Si odia la villa di Renzi perché non ci farebbe mai sognare, per bellina che sia, rimarrà la casa lussuosetta del parente più benestante di noi. In Villa Certosa si cela invece la mirabolante cornucopia per ogni umano appagamento. Esempio da manuale in cui farsi la villa non è riferibile al solito «fortunello» antipatico. Solo un benefattore sarà colui che può edificare liberamente il mausoleo dei propri piaceri terreni, permettendo che rappresenti, senza ombra della passata micragna, l’ indicibile dimora onirica di chi quei piaceri può solo immaginarli.

LA VILLA DI MATTEO RENZI A FIRENZELA VILLA DI MATTEO RENZI A FIRENZE

 

Un mese di governo M5S-Lega. Finalmente un’inversione di tendenza rispetto al passato (di Giuseppe PALMA)

 scenari economici.it 1.7.18

Sin da quando la “sinistra” post-comunista è andata al potere in Italia per la prima volta, era il 1996, mai si era visto un esecutivo che – in appena trenta giorni – imprimesse in modo così forte la rotta da seguire. In questo caso il perseguimento dell’interesse nazionale.

Il 1° giugno Conte e ministri giuravano nelle mani del Capo dello Stato con la formula di rito, cioè quella di fare l’interesse esclusivo della Nazione.

In appena un mese tanto è stato fatto in tal senso.

Si poteva fare di più? Non credo, infatti il governo in carica ha tutte (sottolineo TUTTE) le televisioni contro, più tutti (fatta eccezione per un paio di quotidiani) i giornaloni avversi. Situazione mai verificatasi nella storia della repubblica che un governo appena nato non fosse sostenuto da nessuno dei mezzi di comunicazione. E già solo questo dovrebbe dimostrare come l’esecutivo Conte sia sulla strada giusta.

In un clima di attacco continuo non è facile, ma quello che è stato fatto finora ci rincuora parecchio.

Si parta dall’immigrazione: il documento firmato al Consiglio europeo nella nottata tra giovedì e venerdì è certamente un compromesso a 28, quindi difficile da raggiungere, ma chiarisce alcuni punti per noi fondamentalise ci lasciano da soli prenderemo la decisione più giusta per l’interesse degli italiani, tant’è che il ministro Salvini ha confermato il blocco dei nostri porti alle Ong, cioè quelle organizzazioni-non-governative che fanno business sulla pelle dei migranti. Hai detto niente! E tutto in appena un mese, tant’è che sin dalle prime settimane successive all’insediamento del Governo (che ha ottenuto la fiducia in Parlamento il 5 e 6 giugno), navi Ong sulle coste italiane non ne sono più sbarcate. Una inversione di tendenza tra le più difficili da imprimere. In Europa, dopo aver giustamente minacciato il veto, abbiamo ottenuto – in linea di massima – un impegno da parte degli altri Stati a condividere con l’Italia il problema immigrazione. Se tale condivisione ci sarà, bene, altrimenti il Governo ha già detto che farà da sè, perseguendo l’interesse del popolo italiano. Anche se, a dirla tutta, quel documento firmato al Consiglio europeo altro non è che un modo per dire: l’Ue non è ancora morta (e non potevano di certo certificare il contrario), ma se l’Italia continua a restare da sola, stavolta il colpo per la sovrastruttura EU potrebbe essere mortale. Il senso è tutto qui. Chi parla dunque di fallimento del governo Conte, non sa quel che dice.

Tema economia: prima del vertice europeo del 28 e 29 giugno il Governo si è presentato alle Camere e – per bocca del Presidente del Consiglio e del ministro Savona – ha affermato due principi fondamentali che sono poi stati inseriti nelle risoluzioni approvate dal Parlamento: 1) NO al Fondo Monetario Europeo2) SI ad una riforma della Bce in veste di prestatrice illimitata di ultima istanza. Un cambio di passo, quantomeno nelle intenzioni, a dir poco epocale. Il documento firmato in Europa, per quelli che fanno i furbi, prevede soltanto che il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) sia rafforzato in aiuto degli Istituti di Credito, mentre nulla dice (vista l’opposizione italiana) sul Fondo Monetario Europeo, rinviando la questione a fine anno. Insomma, un bel calcio in tribuna ad una pallone bollente. Visto come ci avevano abituati MontiLettaRenzi e Gentiloni – che accettavano e firmavano tutto quello che proponeva l’asse franco-tedesco – io da italiano mi ritengo oggi soddisfatto dell’attuale Governo e della maggioranza che lo sostiene. Avere Claudio Borghi e Alberto Bagnaicome presidenti delle commissioni Bilancio alla Camera e Finanze al Senato non è cosa da poco. Vedere poi Paolo Savona e Luciano Barra Caracciolo, rispettivamente ministro e sottosegretario agli affari europei, non può che renderci tranquilli sull’operato del governo verso la tutela dei diritti fondamentali sanciti in Costituzione.

Ora immaginate cosa sarebbe successo se al Governo, invece di Conte-Salvini-Di Maio, avessimo avuto Cottarelli. In primis le Ong avrebbero continuato a sbarcare senza opposizione alcuna, ma fatto ancor più rilevante oggi ci ritroveremmo con un documento del Consiglio europeo nel quale vi sarebbe inserito sia il Fondo Monetario Europeo che il ministro unico delle finanze a livello comunitario. Un bel cappotto di cemento da parte di un governo che avrebbe avuto ZERO voti in Parlamento. Per fortuna che il popolo quella sera del 27 maggio inondò di protesta il web. La prima rivoluzione, ha detto Claudio Borghi, non fatta nelle piazze ma sulla rete. E’ proprio in quel momento che l’establishment fa un passo indietro. Per carità, tra qualche mese saremo di nuovo sotto attacco dei poteri sovranazionali ben appoggiati al nostro interno, ma il popolo – per la seconda volta in pochi mesi – farà sentire nuovamente la sua voce.

L’alternativa a questo governo era dunque un governo Cottarelli fino a settembre, privo non solo di legittimazione democratica, ma addirittura senza neppure un solo voto in Parlamento. Fino a settembre significa che Cottarelli – il 28 e 29 giugno – avrebbe accettato in sede europea sia il Fondo Monetario Europeo che il ministro unico delle finanze. Sapete cosa vuol dire questo? Leggete questo articolo a firma mia e di Paolo Becchi su Libero del 20 giugno (i nostri consigli al ministro Tria che sono stati ascoltati e accolti: https://scenarieconomici.it/eurogruppo-del-21-6-tria-deve-dire-no-al-fme-e-al-ministro-unico-delle-finanze-deve-invece-proporre-bce-prestatrice-illimitata-di-ultima-istanza-dipendente-dal-parlamento-ue-di-giuseppe-palma-e-pao/)

L’abbiamo scampata bella. Cottarelli (che avrebbe assunto le vesti di una specie di Monti-bis) è stato davvero ad un passo dal formare il governo. Ma, fatto davvero strano, alcuni “sovranisti”  attaccano ugualmente il governo Conte come se questo possa essere paragonato ai quattro che l’hanno preceduto. Davvero pazzesco. Tanto livore per cosa? Tanto astio per quale obiettivo? Qui è in gioco l’interesse nazionale, non minuscole diatribe tra visioni differenti di sovranismo.

Tanto è stato fatto, quantomeno nell’approccio ai problemi, in questi primi trenta giorni. E nelle prossime settimane arriverà in Consiglio dei ministri il cosiddetto decreto dignità voluto da Di Maio, che tra le altre cose prevede l’abolizione degli studi di settore, del redditometro e dello spesometro, tutti strumenti fortificati e resi ancor più invasivi dai governi precedenti, da Monti a Gentiloni. Ma cosa ancor più importante sarà il ripristino dell’onere della prova in materia tributaria a carico dell’ente accertatore, dopo che il Governo Monti l’aveva a sua volta invertito a carico del cittadino contribuente. Una lesione dei principi costituzionali che all’epoca nessuno dei “grandi pensatori” ha mai denunciato. Pensate che provvedimenti di questo tipo, come ad esempio l’abolizione degli studi di settore, sarebbero stati sul tavolo del governo Cottarelli?

Cerchiamo dunque di costruire e non di distruggere. In nome dell’interesse ESCLUSIVO della Nazione, esattamente come recita la formula del giuramento del Presidente del Consiglio e dei ministri.

Avv. Giuseppe PALMA

Grecia fuori dalla crisi? Una mezza bufala. Ecco perché

 startmag.it 30.6.18

Crisi-Grecia

L’approfondimento di Tino Oldani sulle prospettive della Grecia

L’ultima bufala europea è il salvataggio della Grecia. «Crisi superata», hanno detto in coro, pochi giorni fa, i 19 ministri finanziari dell’Eurogruppo. «Dal 20 agosto la Troika uscirà di scena e la Grecia potrà tornare a finanziare il proprio debito sui mercati: missione compiuta». Balle. Se andate di fretta, vi bastino due numeri: nel 2010, quando iniziarono i piani di salvataggio, il debito della Grecia era di 262 miliardi di euro. A fine cura, nel 2018, non è per nulla diminuito, anzi, ora è pari a 323 miliardi (il 179% del pil). In pratica, è al punto di partenza. E non è un caso che i piani per il futuro, dietro l’ottimismo di facciata, parlino di austerità destinata a durare fino al 2060.

Come ciò sia potuto accadere, ha dell’incredibile. Certo, la Grecia ha le sue colpe: per anni ha vissuto al di sopra dei propri mezzi, ha falsificato il bilancio statale e rischiato il default. Ma, pur di non uscire dall’euro, ha accettato otto anni di commissariamento da parte della Troika (2010-2017), con tre diversi piani di aggiustamento del bilancio statale, grazie ai quali ha ricevuto aiuti economici per oltre 273 miliardi di euro, somma superiore all’intero pil del Portogallo (313 miliardi). Prestiti che, per la quasi totalità, sono serviti a ripagare altri prestiti, soprattutto quelli delle grandi banche europee, soprattutto tedesche e francesi, che in precedenza (dalle Olimpiadi del 2000 in poi) si erano esposte sulla Grecia. Così, ora che i creditori internazionali sono stati tacitati, la Troika (Fmi, Bce, Commissione Ue) lascia il campo e i ministri dell’eurozona parlano di «risultato storico», ma si guardano bene dal mollare la presa.

Anzi, l’Eurogruppo ha deciso di concedere al governo di Alexis Tsipras un altro prestito di 15 miliardi, una parte dei quali (3,3 miliardi) dovrà servire per ripagare un prestito del Fmi. Ovviamente in cambio di programmi di assoluta austerità da parte del governo greco, tali da garantire «un surplus primario del 3,5% del pil fino al 2022 e uno del 2,2% fino al 2060». Vale a dire: altri tagli alle pensioni (ve ne sono stati già 13), ai salari pubblici e alla sanità, e inasprimenti fiscali e tariffari di ogni tipo (mezzo milione di greci hanno rinunciato all’eredità, non avendo di che pagare la tassa di successione).

Già, i prestiti. Per quanto la Grecia sia malandata (22% di disoccupati, tasso che sale al 50% tra i giovani),per quanto la sua popolazione si sia impoverita (3,7 milioni di persone su 10 milioni di abitanti sono a rischio di povertà o di esclusione sociale; mezzo milione sono espatriati in cerca di lavoro), il gioco dei prestiti non si è mai interrotto. E i creditori, a quanto pare, non ci hanno mai rimesso. Germania in testa, come conferma il sorprendente risultato di una interrogazione rivolta dal partito dei Verdi al governo della signora Angela Merkel. Domanda: la Germania ha guadagnato, oppure ha perso, nei tre salvataggi della Grecia? Risposta del governo: dal 2010 ad oggi, Berlino ha accumulato circa 2,9 miliardi di euro di profitti, grazie ai tassi di interesse maturati sull’acquisto di titoli pubblici greci all’interno del piano Spm (Securities market program) lanciato dalla Bce.

Stando a quanto i Verdi tedeschi hanno reso pubblico, i paesi dell’eurozona avrebbero dovuto restituire alla Grecia i profitti di tale programma se Atene avesse rispettato tutte le condizioni di austerità imposte in cambio dei salvataggi. Tuttavia, in base alla risposta data dal governo tedesco, tali profitti sono stati restituiti dalla Germania allo stato greco e all’Esm (Fondo salva-stati) solo nel 2013 e 2014. Gli altri sono stati invece versati in un conto. Nel dettaglio: fino al 2017 la Bundesbank ha racimolato 3,4 miliardi di euro dagli interessi sui titoli greci; di questi, ha trasmesso 527 milioni alla Grecia nel 2013, più 387 milioni all’Esm nel 2014. Al profitto netto di 2,5 miliardi si sono poi aggiunti altri 400 milioni provenienti dalla banca statale KkW. «Contrariamente ai miti della destra», ha commentato Sven Christian Kindler, esperto economico dei Verdi, «la Germania ha fortemente beneficiato della crisi della Grecia».

In Grecia la soglia di povertà è fissata a 4.560 euro l’anno per persona, e sale a 9.576 euro per una famiglia formata da due adulti e due bambini inferiori a 14 anni. Dopo otto anni di Troika, le famiglie a rischio povertà o esclusione sociale (in pratica, l’impossibilità di pagare le bollette di gas, luce, acqua e riscaldamento) sono 789 mila su un totale di 4,1 milioni di famiglie. Senza i sussidi sociali, il 50,8% della popolazione sarebbe a rischio povertà. Uno scenario sociale disastrato, da incubo, al quale ha contribuito non poco il fatto che il governo Tsipras, in cambio dei prestiti, ha varato tutti gli 800 provvedimenti economici di austerità richiesti dalla Troika. Altri ne dovranno seguire nel 2019 e negli anni seguenti: ogni mese i creditori eseguiranno dei controlli, e se la Grecia non sgarrerà, in cambio potrà avere dei benefici finanziari. Piaccia o no, questa è la disciplina imposta dai mercati.

I ministri dell’eurozona, settimana scorsa, hanno esultato, parlando di «salvataggio riuscito», tesi condivisa perfino dai media tedeschi. Un coro al quale non si è unito un giornale americano, il Washington Post, che dice l’esatto contrario: «La crisi economica greca è finita soltanto per chi non vive in Grecia. La ripresa di cui si vantano le autorità europee non esiste. E il Fondo monetario prevede, con ottimismo, che nel 2023 la Grecia sarà del 12% più povera di quanto lo fosse nel 2007, prima della crisi. Questo implica che tornerà al livello pre-recessione nel 2030, o giù di lì. Hanno fatto un deserto, e lo hanno chiamato ripresa».

(articolo pubblicato sul quotidiano Italia Oggi)

Stiglitz – Come si esce dall’euro

Di Henry Tougha – Luglio 1, 2018 vocidallestero.it

Un articolo del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz su Politico affronta senza più giri di parole il tema dell’uscita dell’Italia dall’euro. Date le resistenze tedesche a riformare (radicalmente) l’eurozona come sarebbe necessario per salvare la moneta unica, all’Italia restano poche alternative all’uscita, se non vuole sprofondare nell’inferno greco. L’Italia per ora si è impegnata a restare nell’euro, ma le cose possono cambiare rapidamente, e il nuovo governo ha dimostrato di non avere paura di agire, come Stiglitz sembra essersi accorto.

 

 

di Joseph Stiglitz, 26 giugno 2018

 

Qual è il modo migliore per uscire dall’euro? La domanda torna sul tavolo dopo la nascita del governo euroscettico in Italia. Sì, è vero che i principali ministri si sono impegnati a mantenere il paese nel blocco europeo della moneta unica, ma questi impegni non devono essere visti come immutabili. Devono essere considerati nel contesto più ampio della posizione contrattuale italiana. Il nuovo governo vuole chiarire che non è lì per far saltare tutto per aria. Preferirebbe restare nell’eurozona, ma vuole anche il cambiamento.

 

I nuovi leader italiani hanno ragione nel ritenere che l’eurozona abbia assolutamente bisogno di una riforma. L’euro è stato difettoso fin dalla sua origine. Per paesi come l’Italia, l’euro ha tolto due meccanismi fondamentali di aggiustamento: il controllo sui tassi di interesse e il tasso di cambio. E al posto di sostituire questi meccanismi con qualcos’altro, l’euro ha introdotto rigidi parametri sul debito e sul deficit, cioè ulteriori impedimenti alla ripresa economica.

 

Il risultato per l’intera eurozona è stato quello di una minore crescita, soprattutto per i paesi più deboli. L’euro avrebbe dovuto, nelle intenzioni, portare grande prosperità, e questo avrebbe dovuto rinnovare gli impegni verso l’integrazione europea. In realtà ha fatto proprio l’opposto. Ha aumentato le fratture all’interno dell’Unione europea, soprattutto tra creditori e debitori.

 

Le spaccature che ne sono risultate hanno reso più difficile risolvere anche gli altri problemi, e in particolare la crisi dell’immigrazione, sulla quale le regole europee impongono un peso eccessivo ai paesi di frontiera che ricevono i migranti, come la Grecia e l’Italia. Oltretutto questi sono due paesi con problemi di debito, già piegati dalle difficoltà economiche. Non sorprende vedere una ribellione.

 

Le resistenze tedesche

 

Cosa si debba fare è ben chiaro. Il problema è la riluttanza tedesca nel farlo.

 

L’eurozona ha riconosciuto già da molto tempo la necessità di un’unione bancaria. Ma Berlino insiste nel posticipare la riforma chiave che servirebbe per questo – quella di una garanzia comune sui depositi – che ridurrebbe le fughe di capitali dai paesi più deboli: la fuga di capitali è un fattore chiave nello spiegare la profondità della recessione nei paesi in crisi.

 

Le politiche economiche adottate dalla Germania al proprio interno aggravano i problemi dell’eurozona. La sfida economica principale dei paesi in un’unione monetaria è la loro impossibilità di aggiustare il tasso di cambio quando questo è disallineato. In eurozona, il peso dell’aggiustamento viene oggi imposto ai paesi debitori, che già stanno soffrendo di bassa crescita e bassi redditi. Se la Germania adottasse una politica fiscale e dei redditi più espansiva, alcune delle pressioni sui paesi debitori sparirebbero.

 

Se la Germania non vuole intraprendere i passi fondamentali per migliorare l’unione monetaria, potrebbe adottare la seconda miglior scelta, quella di uscire dall’eurozona. Come ha detto George Soros, la Germania deve guidare la situazione oppure deve uscire. Con la Germania (ed eventualmente altri paesi dell’Europa del nord) fuori dall’unione monetaria, il valore dell’euro scenderebbe, facendo aumentare le esportazioni dell’Italia e degli altri paesi dell’Europa del sud. La maggiore fonte di disallineamento scomparirebbe. Al tempo stesso l’aumento del tasso di cambio della Germania darebbe un grosso contributo a correggere uno dei principali fattori destabilizzanti dell’economia globale: lo squilibrio commerciale tedesco.

 

Perché uscire

 

Il problema, ovviamente, è che la Germania si ostina a rifiutare di intraprendere qualsiasi dei due percorsi. Questo lascia i cittadini di paesi come la Grecia e l’Italia con una scelta che non vorrebbero dover prendere, quella tra l’appartenenza all’eurozona e la prosperità economica.

 

Un timido e inesperto governo greco ha scelto di restare nell’unione monetaria. Il risultato è stato quello della stagnazione. Nel 2015 il PIL greco era già crollato del 25 percento rispetto al picco pre-crisi. Da allora non si è praticamente mosso.

 

L’Italia ha ora l’opportunità di fare una scelta diversa. In assenza di riforme significative, i benefici di un’uscita dell’Italia dall’euro sarebbero evidenti e notevoli.

 

Un tasso di cambio più basso permetterebbe all’Italia di esportare di più. I consumatori cambierebbero i prodotti di importazione con prodotti made-in-Italy. I turisti troverebbero il paese più conveniente come destinazione. Tutto questo stimolerebbe la domanda e aumenterebbe il gettito fiscale di cui il governo può disporre. La crescita aumenterebbe, i livelli di disoccupazione dell’Italia (all’11,2 percento, con il 33,1 percento di disoccupazione giovanile) scenderebbero.

 

Ci sono, certo, anche altre ragioni dietro le difficoltà economiche italiane, e queste sarebbero solo parzialmente risolte da un’uscita dall’euro. Governi come quelli del presidente USA Donald Trump, o dell’ex Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi – che non hanno alcuna comprensione delle vere basi di una crescita sostenibile nel lungo termine – non forniscono la leadership politica necessaria per una crescita forte e sostenibile.

 

Al tempo stesso, però, la crescita fiacca e la disuguaglianza che l’Italia ha avuto come risultato dell’appartenenza all’euro porta quasi inevitabilmente terreno fertile a tali populisti.

 

Ci sarebbero anche altri benefici politici. Una Italia più prospera potrebbe più facilmente cooperare in aree chiave nelle quali l’Europa ha bisogno di un lavoro coordinato: l’immigrazione, le forze di difesa europee, le sanzioni alla Russia, le politiche commerciali.

 

Le politiche sul commercio e sull’immigrazione portano benefici all’intero paese, ma ci sono anche quelli che possono perderci, e i vincoli fiscali dell’eurozona hanno reso praticamente impossibile fornire a questi ultimi tutele adeguate. Un’Italia fuori dall’eurozona potrebbe meglio beneficiare delle proprie politiche internazionali, e al tempo stesso ridurre le sofferenze che queste potrebbero portare come effetto collaterale.

 

Come farlo

 

La sfida, naturalmente, è quale sia il modo migliore per uscire dall’eurozona minimizzando i costi economici e politici. Un’ampia ristrutturazione del debito, condotta con speciale attenzione alle conseguenze che avrebbe per le istituzioni finanziarie interne, sarebbe essenziale. Senza una tale ristrutturazione, il peso del debito denominato in euro salirebbe, annullando forse una gran parte dei potenziali vantaggi.

 

Queste ristrutturazioni del debito sono una parte normale delle ampie svalutazioni. Talvolta vengono fatte tranquillamente e silenziosamente, come quando gli USA sono usciti dal gold standard. Talvolta invece sono fatte più apertamente, come nei casi di Islanda e Argentina, tra gli strepiti dei creditori. Tuttavia queste ristrutturazioni del debito vanno viste come un rischio intrinseco nel momento in cui si decide di investire all’estero, e sono una delle ragioni per le quali i titoli “stranieri” di solito fruttano un premio di rischio.

 

Da un punto di vista economico la cosa più semplice sarebbe che le entità italiane (governo, imprese e singoli individui) ridenominassero semplicemente il debito da euro a nuova lira. Ma a causa delle complessità legali all’interno della UE, e a causa dei vincoli internazionali dell’Italia, potrebbe essere preferibile attuare una super amministrazione controllata, ricorrendo alla ristrutturazione del debito per qualsiasi entità per la quale la nuova moneta presenti seri problemi economici. La legge fallimentare rimane un’area a totale discrezione di ciascuno dei singoli paesi membri della UE.

 

L’Italia potrebbe perfino decidere di non annunciare la propria uscita dall’euro. Potrebbe semplicemente emettere dei titoli (diciamo equiparabili a titoli del debito pubblico) accettati come mezzo di pagamento per qualsiasi obbligazione denominata in euro. Una diminuzione del valore di questi titoli equivarrebbe a una svalutazione. Questo ripristinerebbe al tempo stesso la possibilità di una politica monetaria in Italia: i cambi di politica della banca centrale influenzerebbero il valore dei titoli.

 

Urla e proteste

 

Certo, ci sarebbero urla e proteste da parte di altri paesi dell’eurozona. L’introduzione di una moneta parallela, anche in modo informale, violerebbe quasi sicuramente le regole dell’eurozona e sarebbe certamente contro il suo spirito. Ma in questo modo l’Italia potrebbe lasciare agli altri paesi la scelta di una eventuale espulsione dall’eurozona.

 

Roma potrebbe approfittare della situazione dato che i litigiosi membri dell’unione monetaria potrebbero anche non intraprendere mai una tale azione forte, azione che confermerebbe palesemente che l’eurozona è compromessa. A quel punto l’Italia avrebbe vinto tutto. Resterebbe dentro l’eurozona e al tempo stesso avrebbe fatto una svalutazione.

 

E se anche l’Italia dovesse perdere questa scommessa, il peso politico della sua uscita dall’eurozona ricadrebbe chiaramente sui suoi “partner”. Sarebbero loro, infatti, a dover fare l’ultimo passo.

 

La Grecia si è arresa e si è lasciata strangolare dalla Banca Centrale Europea. Ma non era costretta a farlo. Atene era già avanti nella creazione dell’infrastruttura (un meccanismo di pagamenti elettronici in una nuova dracma) che avrebbe facilitato la transizione verso l’uscita dall’eurozona.

 

Gli avanzamenti tecnologici nel corso degli ultimi tre anni hanno reso molto più semplici ed efficaci i sistemi di creazione di moneta elettronica. Se l’Italia decidesse di usare uno di questi, non dovrebbe nemmeno preoccuparsi delle difficoltà legate alla stampa di nuova moneta cartacea.

 

L’Italia potrebbe anche attenuare alcuni dei problemi dell’uscita se si coordinasse, in una tale mossa, con altri paesi che si trovano nella sua stessa posizione.

 

L’ampio ed eterogeneo gruppo di paesi che compone ora l’eurozona è ben diverso da ciò che gli economisti definiscono area valutaria ottimale. C’è troppa diversità, troppe differenze, per farla funzionare senza quel miglioramento istituzionale sul quale la Germania ha già messo il veto.

 

L’eurozona del sud da sola sarebbe molto più simile ad un’area valutaria ottimale. E se può essere difficile coordinare l’uscita di molti paesi in poco tempo, dopo una eventuale ed efficace uscita dell’Italia dall’euro, quasi certamente altri paesi la seguirebbero.

 

Costi e benefici

 

A dire il vero non si devono nemmeno sottostimare i costi di un’ampia svalutazione. Qualsiasi grosso cambiamento in una variabile fondamentale dell’economia implica una forte perturbazione.

 

Il prezzo della valuta è, ovviamente, cruciale in un’economia aperta. Ha degli effetti a catena sui prezzi di tutti gli altri beni e servizi. Alcune, forse molte, aziende andranno in bancarotta. Alcuni, forse molti, individui vedranno diminuire i propri redditi reali.

 

Ma è altrettanto importante non sottostimare i costi dell’attuale situazione italiana. Se l’Italia fosse cresciuta come il resto dell’eurozona negli ultimi 20 anni, cioè da quando l’euro è stato creato, oggi il suo PIL sarebbe del 18 percento più alto.

 

Il costo della disoccupazione a lungo termine, specialmente tra i giovani, è enorme. I giovani tra i 20 e i 30 anni dovrebbero accrescere la propria professionalità lavorando. E invece se ne restano a casa a non far nulla, e molti nutrono risentimenti verso quelle élite e istituzioni alle quali attribuiscono la propria condizione. Ciò che ne risulta è una mancanza di formazione di nuovo capitale umano, e questo pesa negativamente sulla produttività per gli anni a venire.

 

In un mondo ideale l’Italia non dovrebbe essere costretta a uscire dall’eurozona. L’Europa potrebbe invece riformare l’unione monetaria e fornire una protezione migliore per quelli che sono negativamente colpiti dalle disposizioni sul commercio e sull’immigrazione.

 

Ma in assenza di un cambio di direzione della UE nel suo insieme, l’Italia deve ricordarsi che esiste un’alternativa alla stagnazione economica e che ci sono modi di uscire dall’eurozona tali che i benefici superano molto probabilmente i costi.

 

Se il nuovo governo italiano sarà in grado di gestire una tale uscita, l’Italia starà meglio. E starà meglio anche il resto d’Europa.

COME SCRIVERE UN DIARIO DI VIAGGIO O PERSONALE

italianosveglia.it 30.6.18

Che sia di viaggio o personale, scrivere un diario è molto importante. Nell’arco di una giornata capitano innumerevoli cose, che vediamo, ascoltiamo o percepiamo che meritano di essere ricordate.

Spesso non si sa bene da dove cominciare: ma questo non importa. Se oggi rileggeste ricordi o pensieri scritti tanti anni fa sicuramente vi tornerebbero a mente particolari che altrimenti sarebbero andati perduti. Il diario personale non è una cosa da poco conto, perché in esso sono contenuti ricordi ed esperienze proprie e con gli altri.

Le nostre vite procedono come dei film dove però non tutto può essere registrato. Scattiamo molte foto e giriamo parecchi video per ricordare dei momenti significativi, della quotidianità o di eventi eccezionali. Ma scrivere può implementare tutto questo perché nello scrivere il diario viviamo, pensiamo, raccontiamo e ricordiamo contemporaneamente. Specialmente quando visitiamo nuovi posti scrivere le proprie sensazioni arricchisce l’esperienza del viaggio. In molti amano partire verso nuove mete e non sono poche le persone che decidono di documentare tutto ciò che incontrano scrivendo.

Il diario di viaggio è un bagaglio dove mettere tutte quelle cose che non potresti tenere altrove: riflessioni, scoperte, sensazioni, avventure, destinati a diventare nel tempo ricordi una ricchezza di dettagli della propria vita.

A cosa serve un buon diario personale?

 

#1 Fare chiarezza

 

Scrivere ti permette di riflettere sulle tue attività, sia occasionali che quotidiane, spesso sono proprio le piccole azioni ricorsive che non notiamo a fare una reale differenza nella qualità della nostra vita.

 

Scrivendo un diario personale, hai la possibilità di accorgerti di queste piccole azioni che ripeti spesso, magari senza prestarci troppa attenzione.

 

Con il passare del tempo, potrai rileggere quanto hai scritto, per fare chiarezza sul tuo passato e pianificare meglio la tua vita, avendo come base di partenza le tue esperienze sigillate nel tuo diario personale.

 

#2 Vedere cosa ha funzionato e cosa no

 

Il diario è uno dei principali strumenti per andare a caccia di feedback positivi e negativi.

 

Quel progetto che hai iniziato, ha portato i frutti sperati? Cosa è andato storto? Cosa non ha funzionato?

 

L’analisi personale della tua vita è molto più semplice con il diario ed è più facile seguire il cammino che hai percorso negli ultimi anni, per determinare cosa per te ha funzionato meglio.

 

I tuoi sogni, le tue speranze e i tuoi obiettivi sono stati disattesi oppure sei riuscito a concludere tutto?

 

Quali sono le attività che hanno prodotto risultati eclatanti e quali invece non hanno portato a nulla?

 

Il diario personale ti dà la possibilità di rispondere a queste domande, essendo uno strumento di analisimolto potente.

 

Scrivere un diario personale serve anche per capire quali sono gli elementi, sia esogeni che endogeni, che ti stanno bloccando, così da superarli una volta per tutte.

 

#3 Non perdere le tue idee migliori

 

Sicuramente, ti sarà capitato di avere avuto improvvisamente una intuizione brillante e di averla dimenticata poco dopo, oppure di aver trovato un’idea o uno spunto per un tuo progetto ma di non averlo messo per iscritto, perché eri sicuro di non dimenticartelo, cosa che poi si è verificata.

 

Trovare nuove idee è un meccanismo abbastanza spontaneo, ma spesso, quello che manca è lasolidificazione dell’idea nella tua mente, oltre ad un piano per realizzarla con precisione.

 

Scrivere idee, progetti e pensieri nel diario risolve questo problema, oltre ad avere annotato quello che hai pensato, fissandolo sulla carta, rileggendo a freddo avrai maggiore oggettività nel giudicare la tua idea, e nel farne scaturire di nuove.

 

Considera anche che, scrivere nel diario le idee, libera spazio nella tua mente, spazio che altrimenti rimarrebbe ancorato al passato.

 

Quando hai avuto spunti e idee brillanti, avrai notato come questi pensieri continuino a frullarti nella testa senza evolversi, in queste situazioni è indispensabile annotarli, libererai immediatamente spazio per far evolvere la tua idea e per trovarne di nuove.

 

#4 Dire grazie

 

Inserire anche una sola riga di gratitudine nel diario personale, ti aiuta a chiudere bene la giornata.

 

Ricordati però, che la riconoscenza del diario non deve sostituire la gratitudine reale dovuta ad altre persone che se la meritano, ma integrare quella già dispensata durante il giorno.

 

Ringrazia sempre le persone che ti hanno aiutato a risolvere un problema o che ti hanno dato un piccolo sostegno.

 

Scrivere e rileggere la gratitudine nel diario, ti stimola ad essere riconoscente per tutte le cose a cui di solito non presti attenzione, prova a pensarci, quante piccole cose ti sono andate bene oggi senza che tu ci abbia pensato consapevolmente?

 

#5 Diminuire stress e ansia

 

Il diario personale è in grado di assorbire i tuoi problemi e le tue preoccupazioni, inclusi ansia e stress, tanto che a volte viene usato come strumento di terapia.

 

Annotare, ad esempio, frustrazioni e rabbia, parolacce incluse, ti dà la possibilità di usarlo come canale di sfogo diretto, che facilita la tua crescita personale.

 

Il miglioramento personale si alimenta anche grazie alla conoscenza di te stesso, il diario ti consente di rivedere il te stesso passato e presente, naturalmente se sarai stato onesto nello scrivere.

 

Il pasticcio di McKinsey in Sudafrica

Il post.it 1.7.18

Il New York Times racconta come la più importante società di consulenza manageriale del mondo ha commesso “il più grave errore dei suoi 90 anni di storia”

Da diversi mesi la multinazionale di consulenza McKinsey, tra le più grandi e influenti del mondo nel suo settore, è coinvolta in uno scandalo per le sue attività in Sudafrica, dove nel 2015 stipulò un contratto da decine di milioni di dollari per conto di Eskom, la società elettrica nazionale. McKinsey, si è scoperto lo scorso ottobre, lavorò per Eskom insieme a un’altra società di comodo, controllata dalla famiglia Gupta, al centro del grave scandalo di corruzione che ha portato alle dimissioni dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma lo scorso febbraio. L’accusa è che McKinsey si sia arrischiata in un affare sul quale aveva pochissime garanzie, facendosi così coinvolgere in un complicato sistema per sottrarre fondi pubblici per decine di milioni di dollari.

McKinsey ha negato di aver commesso delle illegalità, ma ha ammesso di aver fatto degli errori di valutazione nella gestione di quello che è stato il più importante contratto della sua storia in Africa, e anche uno dei più gravi errori nei suoi oltre novant’anni di storia. Il New York Times ha raccontato cos’è andato storto, parlando tra gli altri con 16 tra attuali ed ex dipendenti e collaboratori della società.

Cos’è McKinsey
McKinsey fu fondata nel 1926 ed è oggi la più grande società di consulenza manageriale al mondo: ha sedi in decine di paesi e si occupa di analisi e consulenze strategiche per aziende, istituzioni e governi internazionali. McKinsey si è costruita la sua reputazione lavorando per decenni con aziende di tutto il mondo, grandi o piccole, ma in tempi più recenti ha aumentato le sue collaborazioni governative: stabilire quante siano non è davvero possibile, visto che McKinsey non rivela i nomi dei propri clienti.

McKinsey offre consulenza in un gran numero di settori, dall’istruzione all’economia alla sanità alla guerra: è una «potenza nascosta e che non deve rendere conto a nessuno» e che è «depositaria delle informazioni più sensibili di cui dispongono i governi e altre società» ha detto al New York Times Janine R. Wedel, una docente della George Mason University che si è occupata a lungo di McKinsey. La società è conosciuta e rispettata per l’altissimo livello dei propri servizi e per la grande preparazione dei propri dipendenti, e ha aiutato moltissime società – a volte anche gratis, in casi di organizzazioni benefiche – a diventare più efficienti. Dall’amministrazione Eisenhower alla NASA a Wall Street, la storia di McKinsey è piena di successi, e la società ha avuto come dirigenti alcune delle persone più brillanti e potenti del mondo, da Louis Gerstner di IBM a Sheryl Sandberg di Facebook.

Cosa c’entra il Sudafrica
Per questo, scrive il New York Times, quello che è accaduto in Sudafrica è sorprendente. McKinsey si avvicinò al paese soltanto dopo la fine dell’apartheid, negli anni Novanta. Nel 2012 stabilì a Johannesburg un ufficio in cui lavoravano al 60 per cento sudafricani neri, con grandi ambizioni e una strategia definita anni prima: occuparsi delle società pubbliche del paese, per il loro grande peso sull’economia nazionale.

Ci sono due “puntate precedenti” da sapere per capire il guaio di McKinsey ed Eskom. La prima è che a partire dall’inizio degli anni Duemila, McKinsey cominciò a proporre contratti che non prevedevano un compenso fisso per la società, ma uno legato all’effettiva riduzione dei costi ottenuta grazie alla consulenza. Questa formula era stata scartata in precedenza, perché presentava il rischio evidente che i consulenti di McKinsey consigliassero tagli alle spese di una società soltanto per ottenere maggiori compensi, anche in quei casi in cui i tagli fossero stati controproducenti.

La seconda è che nei primi anni della sua presenza in Sudafrica, McKinsey aveva lavorato per Transnet, la società pubblica dei porti e delle ferrovie sudafricane. Nel 2011 ad amministrare Transnet arrivò Brian Molefe, un dirigente legato ai Gupta, una ricca e potente famiglia indiana arrivata in Sudafrica 25 anni fa, che mise in piedi velocemente un intricato impero economico, facendo notizia per il suo stile di vita appariscente. McKinsey e Transnet prepararono insieme un piano di rilancio che prevedeva l’acquisto di oltre mille nuove locomotive, nel più grande appalto pubblico della storia del paese. Alla fine McKinsey si sfilò dall’accordo, che Transnet portò comunque a termine con un losco contratto che fece pagare le locomotive un miliardo di dollari in più del giusto prezzo; una società cinese coinvolta nell’operazione, poi, versò 100 milioni a una società fantasma riconducibile ai Gupta, in quello che i procuratori sudafricani considerano essere stato un modo illegale di sottrarre fondi a una società pubblica.

Il contratto con Eskom
Nel 2015 Molefe divenne capo di Eskom, la società elettrica nazionale, piena di problemi e molto impopolare per i frequenti blackout e le tariffe alte. Per rimettersi in sesto Eskom chiese una consulenza a McKinsey, che propose un contratto che prevedeva un compenso solo nel caso in cui la società avesse realizzato dei risparmi, sui quali McKinsey avrebbe ottenuto una percentuale. Era apparentemente un rischio soltanto per McKinsey, che avrebbe potuto investire molte risorse per niente: in realtà Eskom stessa non sapeva a quanto sarebbe potuto aumentare il conto finale.

Il contratto non fu accolto bene da tutti, a McKinsey. Qualcuno sottolineava il rischio che, al di là della qualità della consulenza, una società problematica come Eskom non sarebbe stata in grado di applicare le direttive di McKinsey. Altri erano preoccupati di quale sarebbe stata la reazione dei cittadini sudafricani di fronte a una consulenza da centinaia di milioni di dollari a carico dello Stato. A destare sospetti, poi, c’era il fatto che il contratto era stato ottenuto senza una gara, in un paese dove notoriamente la corruzione politica è un problema.

Il New York Times ha parlato con molti dipendenti e collaboratori di McKinsey, in condizione di anonimità, che hanno spiegato che alla fine il contratto con Eskom ottenne l’approvazione e il sostegno dei pezzi grossi di McKinsey. Fu quindi firmato, ma il primo grave errore fu che i responsabili del contenimento dei rischi della società non sottoposero l’operazione ai normali e minuziosi controlli riservati ai contratti pubblici, perché all’epoca le società statali venivano considerate come quelle private. Vennero quindi valutati i rischi economici e non quelli politici. Se fossero stati fatti i controlli necessari, sarebbe probabilmente emerso che Eskom non aveva ottenuto dal governo il permesso di stipulare un contratto che non prevedeva in anticipo la somma per la consulenza. Quello che era appena stato firmato da McKinsey era quindi un contratto illegale.

Ma McKinsey non svolse i controlli necessari nemmeno su Trillian Management Consulting, una società di consulenza a cui – su indicazione di Eskom – dovette subappaltare parte del lavoro: una legge sudafricana prevede infatti che le società che lavorano per lo Stato collaborino con organizzazioni gestite da africani neri. Trillian era una società con due soli dipendenti e con poche possibilità di contribuire realmente al lavoro di un gruppo enorme come McKinsey. Era stata fondata da poco, non aveva grande esperienza e nessuno sembrava sapere con esattezza di cosa si occupasse. Certi dubbi su quale avrebbe potuto essere il contributo di Trillian li aveva anche la sua dirigente Bianca Goodson, che espresse le sue perplessità in una riunione con i capi sudafricani di McKinsey. Quando lo fece, però, fu ignorata e quasi derisa, ha poi raccontato Goodson in una memoria fornita al Parlamento sudafricano. Goodson lasciò Trillian due mesi più tardi.

I dubbi su Trillian Management Consulting comunque cominciarono a circolare anche tra alcuni dirigenti di McKinsey in Sudafrica. McKinsey sapeva effettivamente poco o niente su Trillian, che si era perfino rifiutata di rivelare i propri proprietari. Decise comunque di proseguire con la consulenza e soltanto in seguito McKinsey commissionò delle indagini su Trillian, senza però ottenere risultati concreti. Intanto il dirigente di McKinsey a capo del progetto con Eskom – Vikas Sagar – aveva iniziato a vedere i vertici di Eskom e Trillian da solo, senza altri colleghi.

I guai
Qualche settimana dopo i giornali sudafricani rivelarono che il proprietario di Trillian era Salim Essa, cioè l’uomo legato alla famiglia Gupta che aveva ricevuto i 100 milioni di dollari attraverso la società fantasma nell’affare Transnet. Il 30 marzo 2016 McKinsey disse ad Eskom che avrebbe interrotto i rapporti con Trillian. In realtà, però, Trillian continuò a lavorare alla consulenza insieme a McKinsey: come collaboratore indipendente, invece che subappaltando il lavoro. La decisione non fu condivisa da molti dirigenti di McKinsey e alla fine, pochi mesi dopo, fu Eskom a tagliare i rapporti con Trillian dopo che la stampa locale scoprì nuovi legami con la famiglia Gupta.

Per otto mesi di consulenza, il compenso dovuto a McKinsey ammontava così a quasi 100 milioni di dollari, il 40 per cento dei quali sarebbe dovuto andare a Trillian. Come ha fatto notare il New York Times, una cifra del genere sarebbe probabilmente passata inosservata negli Stati Uniti, ma in Sudafrica generò diffusa indignazione, a cui McKinsey non diede risposta: «una delle molte decisioni che la società avrebbe rimpianto».

Nel 2017 la procura nazionale sudafricana accusò McKinsey di aver creato «un velo di legittimità in quello che altrimenti sarebbe stato un accordo inesistente e illegale», che consentì a una società della famiglia Gupta di arricchirsi con soldi pubblici. Alla base dell’accusa a McKinsey ci fu una scoperta di Geoff Budlender, un attivista per i diritti umani che era stato incaricato di indagare sulla vicenda. Budlender aveva chiesto a McKinsey se avesse mai lavorato in qualsiasi forma con Trillian, ottenendo una risposta negativa. Budlender aveva però una lettera che Sagar – il dirigente di McKinsey in Sudafrica – aveva inviato a Eskom esplicitando il ruolo di Trillian come subappaltatore di parte della consulenza, che conteneva anche l’indicazione di pagare direttamente la società senza passare da McKinsey, come sarebbe stato normale. Gli avvocati di McKinsey, dopo molte indecisioni, preferirono non commentare questa incongruenza. Contattati dal New York Times, hanno spiegato che la lettera si riferiva a un contratto minore, ma hanno ammesso che non sarebbe mai dovuta essere inviata.

David Fine, dirigente sudafricano di McKinsey, ha ammesso davanti alla commissione parlamentare che indagò sullo scandalo che la sua società avrebbe dovuto prevedere un compenso massimo per la consulenza. Ha sostenuto che Eskom ottenne in effetti dei benefici economici grazie alla consulenza, ma ha ammesso che è strano che ciononostante i prezzi dell’elettricità siano saliti e la società abbia perso liquidità. Dominic Barton, tra i massimi dirigenti di McKinsey, ha contestato la narrazione predominante secondo la quale la sua società prese decine di milioni di dollari per fare poco o niente, sostenendo che la consulenza ci fu.

Secondo Grieve Chelwa, docente di economia alla Università di Città del Capo, la decisione di McKinsey di avventurarsi in un’enorme consulenza per un paese della cui situazione politica non aveva il polso dipese da un semplice calcolo dei rischi: l’ammontare del compenso possibile fu giudicato sufficiente per rischiare e accettare il lavoro.

L’epilogo
Il comportamento di McKinsey in Sudafrica è stato segnalato al dipartimento della Giustizia statunitense, ma non si sa ancora se sia stata avviata un’indagine. L’inchiesta della procura nazionale sudafricana nel frattempo è stata congelata, per attendere le conclusioni di quella portata avanti dal governo. Intanto, diverse banche e società, come la divisione sudafricana di Coca-Cola, hanno interrotto i propri rapporti con McKinsey.

McKinsey ha negato di aver violato la legge, ma ha ammesso di non aver fatto abbastanza attenzione alle organizzazioni con cui lavorò, di aver sbagliato a continuare a collaborare con Trillian e a dare informazioni false a Budlender. La società ha detto che d’ora in poi riserverà gli stessi controlli che fa sulle istituzioni pubbliche alle società possedute dallo stato, una decisione che potrebbe avere conseguenze sulle consulenze in Cina, dove ha lavorato per almeno 19 tra le più importanti società controllate dallo stato. La maggior parte dei dirigenti coinvolti si sono dimessi o sono stati multati o trasferiti.

Porta Vittoria: il silenzio del Banco

lettera43.it 11.1.2016

Il patrimonio è stato svuotato ma non c’è insolvenza di Porta Vittoria.

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La società Porta Vittoria S.p.A. rischia di fallire a causa dell’azzeramento di alcune componenti importantissime del suo patrimonio per effetto di comportamenti illeciti del Banco Popolare, culminati, da ultimo, in un’istanza di fallimento. Prima il patrimonio della società è stato svuotato dal Banco, poi, il Banco ha chiesto il fallimento! E anche se il patrimonio è stato svuotato, non c’è insolvenza di Porta Vittoria.
I nostri legali, avv. Franco Gianni, prof. Natalino Irti, avv. Alfredo Irti, prof. Giorgio Lener, prof. Giovanni Iudica e avv. Fausto Bongiorni, da oltre un anno, prima in via bonaria, poi anche attraverso citazioni nelle sedi competenti (per le quali pende giudizio, purtroppo con i tempi lunghi ben noti), hanno ripetutamente messo in luce i gravi comportamenti del legale del Banco Popolare avvocato Mercanti, che si sono tradotti nella privazione di consistenti valori patrimoniali della nostra società, e di altre società da essa controllate. Ma il Banco è rimasto sordo; anzi, ha addirittura presentato un’istanza di fallimento.
Per capire cos’è accaduto, bisognerebbe partire dal 2009. I vertici del Banco Popolare all’epoca, in accordo con gli azionisti di Ipi Spa, finanziarono l’acquisto della stessa Societa’ alla famiglia Segre che avrebbe dovuto, dopo qualche anno, restituirla ai suoi precedenti proprietari. Il Banco Popolare, gli azionisti di Ipi Spa di quel tempo e la famiglia Segre avevano pattuito quanto sopra menzionato.
Non vogliamo, su tale tema delicato, in questo momento, aggiungere altro.
Porta Vittoria S.p.A. è stata finanziata dal Banco Popolare per acquistare delle società che possedevano significativi assets immobiliari in leasing; e bisogna anche sapere che la società di leasing era Release del Banco Popolare. Il finanziamento era stato concesso iscrivendo ipoteca di primo grado sul compendio immobiliare di Porta Vittoria.
Il Banco Popolare, contestualmente al perfezionamento dell’acquisto di tali società, ha preteso lo scioglimento di alcuni contratti di leasing nonostante non ci fossero rate scadute, promettendo la concessione del finanziamento sull’iniziativa Porta Vittoria e riconoscendo il maggior valore, realizzato con la futura vendita degli assets, tra quello commerciale di vendita ed il leasing chiuso anticipatamente – poi azzerato in conseguenza di una serie di illeciti dello stesso Banco Popolare –
Le Societa’ conduttrici dei leasing, oggetto di acquisto di Porta Vittoria, avevano addirittura pagato, negli anni, circa 140 milioni di euro tra rate di interessi e capitale. Ecco il gravissimo danno al bilancio della società scrivente e ai suoi azionisti, che si trovano, da una parte, il debito verso il Banco Popolare e, dall’altro, assets comprati con il finanziamento bancario ad oggi portati via dallo stesso Banco senza che vi fossero rate insolute. Con tale modus operandi il Banco ha “prosciugato” il patrimonio di Porta Vittoria per far chiudere posizioni creditorie dello stesso Banco anticipatamente rispetto alle scadenze a suo tempo pattuite, migliorando artificialmente i propri bilanci. Con tale modus operandi si pregiudicano irreparabilmente i diritti degli altri creditori e le aspettative degli azionisti di avere un ritorno sugli investimenti (e l’investimento, per l’area di Porta Vittoria, fu di 80 milioni di euro).
Gli immobili “sottratti” avevano, commercialmente, valori superiori, rispetto alla rimanenza dei leasing, di almeno 100 milioni di euro, valore che oggi manca nel patrimonio di Porta Vittoria.

COPPOLA: SU PORTA VITTORIA SI ALLUNGA LISTA INDAGATI PER BANCAROTTA

borsaitaliana.it 27.6.18

Oltre a Saviotti anche avvocato Gianni e advisor Borghesi (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 27 giu – Con il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna nei confronti di Danilo Coppola a sette anni per bancarotta, si allunga la lista degli indagati da parte della procura di Milano per concorso in bancarotta in relazione al dissesto di Porta Vittoria spa e Mib Prima spa, societa’ che facevano entrambe capo all’immobiliarista. Oltre all’ex amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, gia’ coinvolto nell’inchiesta dal 2017, risultano iscritti nel registro degli indagati per il reato di concorso in bancarotta in merito alla vicenda di Porta Vittoria spa anche l’avvocato di riferimento della banca per l’operazione Porta Vittoria, Giuseppe Mercanti, l’advisor Arnaldo Borghesi e l’avvocato Francesco Gianni, che collaborarono alla trattativa tra l’istituto di credito e Coppola affinche’ ottenesse un finanziamento per saldare i suoi conti con il fisco. Per i giudici milanesi sarebbero stati “consapevoli” della “strumentalita’ dell’operazione”, a cui avrebbero dato “l’apporto ideativo”, e che la stessa operazione “avrebbe determinato un depauperamento del patrimonio sociale di Porta Vittoria”. Per le vicende legate, invece, al dissesto della societa’ Mib Prima, sono indagati una serie di professionisti che hanno seguito il caso: oltre a Fausto Buongiorni, gia’ iscritto, anche Vittorio Emanuele Falsitta e Paolo Costanzo. L’iscrizione dei nuovi indagati del registro e’ stata una conseguenza di quanto indicato dal tribunale di Milano che, con le motivazioni della sentenza Coppola, ha disposto la trasmissione degli atti alla procura di Milano per la valutazione del reato di concorso in bancarotta a loro carico. Il fascicolo “bis” sul dissesto finanziario del gruppo Coppola e’ affidato al pm Mauro Clerici, gia’ titolare dell’accusa del processo nei confronti dell’ex “furbetto del quartierino”. Il procedimento a carico di Danilo Coppola si e’ chiuso il 24 febbraio 2018 con una condanna a sette anni di reclusione e nelle scorse settimane erano state depositate le motivazioni della sentenza.

Fla-

(RADIOCOR) 27-06-18 13:44:47 (0418) 5 NNNN

 

COPPOLA E L’AMICO ALLO SPORTELLO.

andreagiacobino.com 23.9.14

Sono passati alcuni anni dalla stagione di Stefano Ricucci e Danilo Coppola additati come i “furbetti del quartierino”. Molta acqua è passata sotto i ponti, Ricucci cerca nuovi orizzonti sopratutto sentimentali e Coppola, già accettato nel salottino buono torinese della Banca Intermobiliare grazie all’appoggio della defunta Franca Bruna Segre, legata a Carlo De Benedetti, s’è rimesso a fare l’immobiliarista.
Il suo progetto più importante è certamente quello milanese che insiste sull’area denominata Porta Vittoria. Si tratta di una zona semicentrale, posizionata nell’area strategica del passante ferroviario e nelle vicinanze dell’aeroporto di Linate e della tangenziale Est. Il progetto di Coppola prevede, anche in vista di Expo 2015, uno sviluppo dell’area ad uso misto scomposto in: 49.000 metri quadrati di residenziale, 4.000 metri quadrati di direzionale, 6.000 metri quadrati di terziario, 13.000 metri quadrati di commerciale, 4.000 metri quadrati di sportiva privata, 25.000 quadrati di hotel, 20.000 metri quadrati di parcheggio pubblico e 27.000 metri quadrati di un supermercato a marchio Esselunga, il gruppo di Bernardo Caprotti.
Coppola tutto questo progetto non lo fa coi soldi suoi. Glieli ha imprestati il Banco Popolare nel 2011: 210,7 milioni erogati dalla controllata Banca Popolare di Lodi alla Porta Vittoria srl, che l’immobiliarista controlla dal Lussemburgo tramite la Pasi. Il maxifido, registrato con un atto del notaio Giuseppe Trimarchi, prevede una scadenza di 7 anni, per cui si estinguerà nel dicembre 2018, con un tasso d’interesse variabile.
Questi importi rilevanti prevedono che la società rispetti una serie di parametri, detti “covenant”, che tranquillizzano il creditore. Ebbene, leggendo la relazione del collegio sindacale al bilancio 2013 di Porta Vittoria srl firmata dal presidente Francesco Mazzei e dai sindaci effettivi Vincenzo Virno e Angelo Vittorio Sestito, si trova una sorpresa: “Circa il rispetto di tali parametri – vi si legge – la società al 31 dicembre 2013 ha sforato tali parametri anche se a oggi il Banco Popolare ha provveduto a tutte le erogazioni secondo programma”. I sindaci spiegano che i covenant del maxfido “sono verificati con periodicità semestrale sulla base di perizia tecnica predisposta da advisor di gradimento della banca”.
Insomma: Coppola a Porta Vittoria non rispetta i covenant, ma il Banco guidato da un banchiere come Pier Francesco Saviotti (che quand’era in Comit era il regista dei fidi) continua a foraggiarlo. Molti azionisti del Banco, magari, vorrebbero sapere il perché di tanta generosità, visto che quando altri creditori non rispettano i covenant scatta l’immediata richiesta di rientro… E sarebbe bello sapere chi è l’advisor scelto da Saviotti che così scrupolosamente verifica i covenant sforati dall’ex furbetto del quartierino.

Conti pubblici che non tornano. E ora Cottarelli riabilita i tecnici di Mario Monti. “Senza la stretta fiscale del 2012 il debito sarebbe al 145% del Pil”

dalla Redazione lanotiziagiornale.it 30.6.18

Mario Monti scelta civica

“Senza la stretta fiscale del 2012, il rapporto tra debito e Pil sarebbe aumentato più rapidamente e sarebbe attualmente tra il 142 e il 145 per cento”. E’ quanto si legge nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio dei conti pubblici, diretto da Carlo Cottarelli.

In pratica, il rapporto tra debito pubblico e Pil, in assenza della stretta operata da Mario Monti, sarebbe cresciuto più rapidamente di quanto osservato, arrivando nel 2018 a 142,1%: circa 11 punti percentuali al di sopra di quanto attualmente previsto per il rapporto tra debito pubblico e Pil alla fine di quest’anno.

“Il debito pubblico – si legge nel rapporto – è cresciuto dal 116,5 per cento del Pil a fine 2011 al 131,8 per cento del Pil a fine 2017. Questo aumento è avvenuto in un periodo di presunta ‘austerità fiscale’, il che viene spesso addotto dai sostenitori di politiche di espansione fiscale per sostenere che le politiche di restrizione fiscale sono controproducenti: per effetto di queste politiche il Pil scende e il rapporto tra debito pubblico e Pil aumenta. In realtà, dopo la stretta fiscale del 2012, la politica fiscale ha cessato di essere restrittiva, o per lo meno non si è effettuata nessuna ulteriore restrizione: l’intera riduzione del deficit osservata negli ultimi anni è dovuta alla minor spesa per interessi, come effetto di una politica monetaria molto espansiva (con tassi di interesse molto bassi), mentre l’avanzo primario è rimasto pressoché costante. Anzi, al netto del ciclo economico, l’avanzo primario si è ridotto”.

“Resta però il fatto – si legge sempre nel rapporto – che nel 2012 la politica fiscale è stata stretta in modo significativo, attraverso tagli di spesa e aumenti delle tasse pari a 2,4 per cento del Pil. Cosa sarebbe successo al rapporto tra debito pubblico e Pil se non ci fosse stata la stretta fiscale? Per rispondere a questa domanda, è stata condotta una simulazione, utilizzando stime dell’effetto della stretta fiscale sull’economia, i cosiddetti moltiplicatori fiscali”.
(ITALPRESS)

Due o tre cose su “ce l’ho duro”

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Portate pazienza, con l’onda di destra che monta in Italia avremo presto i nostri ghetti dove rinchiudere ebrei, omosessuali, rom, profughi e antifascisti. Tanto per gradire: il sindaco di Domodossola, tale Lucio Pizzi (centro destra), che dio lo abbia in gloria, ha proposto alla Asl di vaccinare i bambini italiani e quelli dei migranti in locali distanti, “per evitare contagi”. Pizzi è recidivo. Tempo fa chiese al Prefetto di introdurre il coprifuoco per i migranti: tutti a casa entro le 20. “Apartheid de noantri”, Anche questa è l’Italia di Salvini. .

Effetto domino. Chi in corpo nascondeva nostalgie per l’uomo forte, formato Mussolini, trova nel neo ministro degli Interni la sponda per esternare gradimento alle brusche maniere del ventennio. Militi della “benemerita”, al secolo tre carabinieri (arrestati), mettono le manette a Osman Munkail, innocente ragazzo ghanese, lo accusano di terrorismo, creano prove false per giustificare l’operazione. L’obiettivo? Attribuirsi meriti per fare carriera. Uno di loro grida al ragazzo “Ora c’è Salvini, vi facciamo il culo”.

Salvini deve rispondere di 50 milioni di euro, mica bruscolini, dei rimborsi truffa intascati illecitamente dalla Lega al tempo di Bossi. Infastidito dalle indagini di magistrati e giornalisti, Salvini sbotta in un eloquente “Questi soldi non ci sono più, sono stati spesi, non sprecate tempo a cercarli”. Spesi come? Nessuna risposta e tracotante mancanza di rispetto per chi amministra la giustizia e chi racconta quanto accade. I pubblici ministeri che si occupano del caso sospettano che la Lega, nella gestione di Maroni e Salvini, abbia incamerato e messo i milioni “scomparsi” al sicuro dai sequestri ordinati dalla magistratura.

Grande attrice, grande donna, premio Oscar, protagonista di battaglie civili, Susan Sarandon è stata arrestata durante la protesta contro le politiche di Trump nei confronti dei migranti e la separazione dei bambini dei profughi dai genitori. Dopo il rilascio: “Resto forte, continuo a lottare. Questa è democrazia”. Consiglio ai lettori di questa nota: siate cauti nel contestare Salvini, tra non molto potreste finire in manette.

Preso dalla frenesia di rottamatore, Grillo è in evidente confusione e in preda a rabbiosa ingratitudine. Dimentica che deve soldi e popolarità alla Rai e in piena trance populista sferra un attacco mediatico al sistema televisivo pubblico. Minaccia: Rai da smantellare, due reti all’asta, sul mercato, una priva di pubblicità. Altro che editti bulgari. Il comico genovese riprende un tema caro a Berlusconi, che a suo tempo per ovvi interessi di bottega, propose la privatizzazione del servizio pubblico. Prima dello tsunami annunciato sarà interessante osservare criteri e modalità della spartizione dei ruoli di vertice Rai tra Lega e 5Stelle, a cominciare dall’ambita nomina dell’amministratore delegato, oggetto di contesa tra Salvini e Di Maio.

Con l’enfasi della pasionaria, non disgiunta da frequentazioni abituali con il turpiloquio, la pentastellata Roberta Lombardi, lanciò nell’aula della Camera la proposta di rinuncia dei parlamentari all’assegno di fine mandato, pena il divieto di ricandidarsi. Scelta di rigore attuata? No, dimenticata. Il grillino sui generis Vacciano rivela di aver trovato sul suo conto corrente un accredito di 41 mila euro, appunto come liquidazione di fine mandato. Chissà se alla Lombardi è cresciuto il naso come al Pinocchio bugiardo.

Maligno chi ha pensato che Liberi e Uguali fosse stato sepolto dall’esito delle ultime elezioni. Il partitino esiste e con piglio decisionista del leader Grasso si ripropone con l’iniziativa di un Comitato promotore, per riflettere e candidarsi a motore di “un processo culturale e politico coinvolgente”. Per dare sostanza al progetto Grasso conta sul coinvolgimento di uno scrittore di gialli ed esperto di calcio (Maurizio De Giovanni) e di Silvia Prodi, nipote dell’ex premier.

Fabrizio Corona, uno fra troppi protagonisti della cronaca, anche giudiziaria, gratificati da notorietà impropria per colpa dei media che vendono gossip: il paparazzo condannato e da non molto tempo uscito dalla galera (ma potrebbe rientrarci), annuncia la nascita del settimanale “Io spio” (il titolo è tutto un programma) e in piena fibrillazione per gli ip ip urrà dei fan dichiara di bocciare il governo (“Non mi piace”), che scenderà in campo (emulo di Berlusconi), che si darà alla politica. A Napoli si dice “stevemo scars a…”, cioè ci mancava anche questa.

Grande attrice, grande donna, premio Oscar, protagonista di battaglie civili, Susan Sarandon è stata arrestata durante la protesta contro le politiche di Trump contro i migranti e la separazione dei bambini dei profughi dai genitori. Dopo il rilascio: “Resto forte, continuo a lottare. Questa è democrazia”. Consiglio ai lettori di questa nota. Siate cauti nel contestare Salvini, tra non molto potreste finire in manette.

Femmine e maschi: separazione in spiaggia. Succede a Trieste, unico esempio del genere di imbecillità al mondo.

Mi ricorda la settimana di sospensione comminata dalla prof. Cl…, docente di latino e greco, acida zitellona e fervente bizoca per avermi incrociato nel corridoio della scuola mentre cingevo amichevolmente la spalla di un compagna. Ma successe tanti, tani anni fa. Il caso Trieste è di oggi.

BANCA D’ITALIA: MARGINE DI DISCREZIONALITÀ ASSAI RISTRETTO? MA MI FACCIA IL PIACERE !? PER DIRLA ALLA TOTÒ

svegliamocibene.it 31.1.16

Banca d'Italia: margine di discrezionalità assai ristretto? Ma mi faccia il piacere !? per dirla alla Totò

RISTRETTO? MA MI FACCIA IL PIACERE !? PER DIRLA ALLA TOTÒ

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Riceviamo&pubblichiamo

31.01.2016

 

Banca d’Italia: margine di discrezionalità assai ristretto

Ma mi faccia il piacere !” per dirla alla Totò

 

LETTERA  APERTA  ALLA  STAMPA

 

Ieri la Banca d’Italia ha diramato un comunicato con cui ha tentato di dare delle risposte alle pressanti domande ed interrogativi che di giorno in giorno sorgono spontanei tra l’opinione pubblica circa l’operato di una Istituzione che era, ma dovrebbe ancora essere, l’emblema della legalità, trasparenza ed imparzialità.

E le domande sono state ben 20, alle quali sono seguite altrettante risposte con cui Palazzo Koch ha tentato di “uscire dall’angolo” di un ipotetico ring mediatico sul quale è finita la Banca Centrale, dal passato sì glorioso ma oggi caduta dall’Olimpo dell’Infallibilità, tanto da essere bersagliata da continue critiche – anche aspre – per non avere correttamente vigilato l’operato degli operatori bancari e non avere così difeso un bene preziosissimo come il risparmio, tutelato dalla Costituzione.

Ma già alla lettura della risposta alla prima domanda (“Ci sono stati ritardi nel porre le banche in amministrazione straordinaria?”), il sottoscritto è balzato sulla sedia esclamando “Ma mi faccia il piacere !” , come ha fatto il Principe De Curtis con l’Onorevole Trombetta…

Ma veniamo al perché di questo forte disappunto.

Banca d’Italia, per giustificarsi di un possibile ritardo nella propria azione di vigilanza, acclarato dalla fine ingloriosa delle quattro banche “salvate per decreto” (con 130.000 famiglie che hanno perso i risparmi di una vita) tira in ballo un “margine di discrezionalità assai ristretto”, tanto da non poter ricorrere ad “un’azione troppo tempestiva” perché se “lo facesse la Banca d’Italia opererebbe al di fuori dei poteri previsti dall’ordinamento”.

E questo perché “un’azione troppo tempestiva potrebbe indurre a commissariare un istituto ancora in grado di proseguire la propria attività”.

“Capito, certo e come fare altrimenti”: un semplice cittadino prenderebbe atto di questa teoria difensiva e così commenterebbe, passando alla lettura della seconda risposta.

Ma non è così, di certo non per il sottoscritto che ha ahimè vissuto sulla propria pelle una esperienza devastante,  che gli ha rovinato l’esistenza e la salute, propria e dei familiari, come quella del commissariamento PREVENTIVO della Bene Banca, la prima Banca del Piemonte ad essere posta in amministrazione straordinaria, ma anche il commissariamento più veloce della storia bancaria italiana.

Già “preventivo” e non “troppo tempestivo” come riportato dal comunicato di Palazzo Koch di ieri.

Ma chi l’ha definito preventivo?? Gli Organi Giudiziari aditi dagli ex amministratori della bcc di Bene Vagienna nei ricorsi contro la pesantissima iniziativa di Visco, e la stessa difesa di Bankitalia, che  hanno testualmente “sottolineato l’indispensabilità del proprio intervento proprio in funzione di prevenzione di una grave compromissione della solidità economica dell’Istituto”.

E non solo. Gli stessi Organi della Amministrazione Straordinaria hanno dichiarato alla stampa come il caso bene banca  “è stato un esempio di commissariamento in via preventiva, prima che si potessero creare problematiche ad una realtà economica e sociale ancora sana e solida” (Articolo LA GUIDA 24.01.2014).

 

In tema poi di “margine di discrezionalità” la risposta di Banca d’Italia è alquanto stupefacente, in quanto  disancorata completamente dalla realtà: la consolidata giurisprudenza  riconosce infatti una AMPIA DISCREZIONALITA’ alla Vigilanza di Palazzo Koch, tanto da essere sempre richiamata dagli Organi della Giustizia Amministrativa nei ricorsi intentati contro via Nazionale dagli amministratori deposti delle banche commissariate.

Anche nel caso Bene Banca  così è stato, tanto che nella propria sentenza di rigetto del ricorso il TAR del Lazio ha infatti testualmente sancito che “l’ampia discrezionalità di cui dispone la Banca d’Italia nella valutazione dei presupposti legittimanti il commissariamento degli istituti di credito induce ad escludere ogni sindacato giurisdizionale sulle valutazioni di merito da essa compiute in ordine ad essi, con esclusione dei soli casi di manifesta erroneità o irragionevolezza (Cons.Stato Sez.IV, 11 novembre 2010, n. 8016)

Pur avendo contestato punto per punto ogni addebito della vigilanza,  sottolineando svariati errori ed imprecisioni, la difesa degli ex amministratori di Bene Banca si è vista così rispondere dal Tar del Lazio: “non si rinvengono pertanto evidenti e macroscopici vizi idonei ad autorizzare il sindacato giurisdizionale sul provvedimento impugnato in base al noto principio (..)” sopra descritto.

Quindi gli errori per cui può essere messa in discussione la AMPIA DISCREZIONALITA’ di Banca d’Italia sulle valutazione dei presupposti legittimanti il commissariamento delle banche devono essere MACROSCOPICI !!!

Altro che “il margine di discrezionalità è assai ristretto” , come ha cercato ieri di giustificarsi Palazzo Koch !!

 

La Vigilanza parla poi di operatività “al di fuori dei poteri previsti dall’ordinamento” in caso di “azione troppo tempestiva che potrebbe indurre a commissariare un istituto ancora in grado di proseguire la propria attività”.

Ma allora chi ha redatto questo comunicato stampa si è dimenticato o non sapeva nulla sul “caso Bene Banca” …

Una banca in salute, con i conti in ordine che poteva tranquillamente “proseguire la propria attività” per usare le stesse parole della vigilanza ..

E’ stata infatti restituita in bonis al territorio in tempi record (12,5 mesi), con addirittura gli Organi della Procedura che dopo neanche sei mesi di lavoro già annunciavano alla stampa  un imminente ritorno alla gestione ordinaria ..

Una banca che ha chiuso un commissariamento lampo con un bilancio di fine procedura che evidenzia un patrimonio in crescita ed un conto economico chiuso volutamente in perdita di 7,8 mln, per la mancata valutazione del portafoglio di proprietà a prezzi correnti. Era sufficiente infatti la sola valutazione dei titoli utilizzando un quotidiano finanziario del 31/5/2014 per conteggiare plusvalenze maturate ed oggettive di oltre 11 milioni lorde, e nette per 8,324 milioni, ed avere così un risultato positivo di oltre 500.000 euro !!

E tutti i rilievi e contestazioni mosse dagli ex amministratori alle valutazioni ispettive della Banca d’Italia nel ricorso contro la sentenza del Tar del Lazio avanti il Consiglio di Stato sono state respinte da quest’ultimo Tribunale Amministrativo che così ha testualmente ribadito: “con giudizio ancora una volta immune da critiche di macroscopica erroneità o irragionevolezza, si è concluso che la situazione non fosse significativamente migliorata” rispetto alla precedente visita ispettiva del 2010.

 

Ma al 31/12/2012 Bene Banca evidenziava queste peculiarità:

M.O.L. : 12, 6 mln (+ 237% sul 2011)

R.O.E.: 16,03% (+ 139%)

R.O.I.: 1,23% (+ 188%)

Cost/Income: 56,63%  (– 30,49%)

Sofferenze/Tot.Crediti:  7%   (media sistema bancario in pari data 9,4%)

Tasso Ingresso Sofferenze: 2,28%  (media sistema bancario in pari data  3%)

 

Ma non sono forse “significativi” questi miglioramenti ??

 

Per la Banca d’Italia prima e per il Consiglio di Stato no !

In ogni caso i tribunali amministrativi aditi hanno ammesso “la peculiarità della vicenda esaminata”, compensando le spese di lite che normalmente seguono la soccombenza; una magra consolazione per chi ha ricercato, invano,  giustizia !

 

Viva l’autonomia e la AMPIA DISCREZIONALITA’ della Vigilanza.

 

Ma quando le circostanze sono altre e ci si deve giustificare davanti ad un suicidio ed a 130.000 famiglie che hanno perso i propri risparmi, ecco che le dichiarazioni sono diverse e Palazzo Koch lamenta un “margine di discrezionalità assai ristretto” !

 

 

Grazie infinite dell’attenzione.

 

Silvano Francesco Trucco

(ex Direttore Generale Bene Banca)

 

 

Estratto dal Comunicato Stampa della Banca d’Italia del 30.01.2016 (fonte: http://www.bancaditalia.it)

 

1. Ci sono stati ritardi nel porre le banche in amministrazione straordinaria?

La Banca d’Italia esercita l’azione di vigilanza nel continuo, sulla base dei poteri che l’ordinamento le conferisce. I presupposti per porre una banca in amministrazione straordinaria sono fissati nel Testo Unico Bancario (TUB), che fa riferimento a gravi perdite patrimoniali e/o a gravi irregolarità: solo in presenza di tali presupposti la Banca d’Italia può sottoporre le banche ad amministrazione straordinaria. Il margine di discrezionalità di tale decisione è assai ristretto. Un’azione troppo tempestiva potrebbe indurre a commissariare un istituto ancora in grado di proseguire la propria attività. Se lo facesse, la Banca d’Italia opererebbe al di fuori dei poteri previsti dall’ordinamento.

Comprare casa all’asta: istruzioni e avvertenze per l’uso

MICHELE RAZZETTI vanityfair.it 1.7.18

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Recentemente sta prendendo piede un nuovo modo di acquistare gli immobili: le aste giudiziarie. Si può risparmiare molto, ma occorre avere qualche accortezza

Acquistare casa è senza dubbio un passo molto importante. Molto atteso, ma al tempo stesso fonte di preoccupazioni, soprattutto per le somme di denaro che sono in ballo. Recentemente sta prendendo piede però un nuovo modo di acquistare casa che permette di risparmiare molto: le aste giudiziarie. Detto in modo semplificato, si tratta di immobili venduti a prezzi contenuti in quanto oggetto di procedure giudiziarie come i pignoramenti.

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«Probabilmente anche sulla scia della recente crisi economica, l’ultimo anno ha visto un sostanziale aumento del numero di aste giudiziarie» spiega Gian Battista Baccarini, presidente della Federazione Italiana Agenti Immobiliari Professionali. «Tuttavia il numero di aggiudicazioni è ancora basso rispetto agli immobili disponibili».

Le ragioni sono diverse: da un lato si prova a far andare l’asta deserta, permettendo così un ulteriore ribasso del prezzo di base. Dall’altro, nel nostro Paese esiste una sorta di stigma sociale. «Alcune remore fanno sì che nella cultura italiana sia un metodo di acquisto che non ha ancora attecchito in modo considerevole».

L’iter per partecipare alle aste giudiziarie richiede qualche competenza e una buona dose di pazienza. Anche per questo motivo negli ultimi anni sono nate molte realtà che forniscono assistenza e consulenza in questo settore.

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Non tutti hanno familiarità con l’argomento: abbiamo quindi chiesto allo staff di Tempoasta di spiegarci schematicamente quali sono i principali passaggi per comprare una casa all’asta (li trovate tutti sfogliando la gallery).

Prima di innamorarvi (del prezzo) di un immobile all’asta, fate attenzione perché potrebbe non essere tutto oro quello che luccica. «Occorre valutare bene l’effettiva convenienza dell’operazione», spiega Massimilano Minetti di Tempoasta. «Sono necessarie alcune verifiche per le quali spesso è meglio appoggiarsi a degli esperti sia per questioni di tempo sia per le competenze tecniche richieste».

Il prezzo basso di un immobile all’asta, infatti, potrebbe non farvi scorgere la presenza «di contratti locativi vincolanti, diritti di usufrutto o di abitazione da parte dell’inquilino». Cosa significa? Che anche nel momento in cui diventaste proprietari dell’immobile, non potreste dispornetotalmente da subito.

Il costo dell’immobile delle perizie, inoltre, esclude delle voci di spesa che sono comunque a carico dell’aggiudicatario. «È fondamentale verificare prima a quanto ammontano, ad esempio, i costi di cancellazione degli oneri che gravano sull’immobile, quelli del delegato alla vendita e dell’imposta di registro».

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È poi opportuno «verificare le spese condominiali eventualmente non pagate. Gli ultimi due anni di gestione spettano a chi si aggiudica l’asta. Nelle perizie c’è un importo indicativo, ma essendo le perizie spesso piuttosto datate, tali cifre potrebbero non essere attendibili. E se sono stati svolti lavori straordinari come il tetto, queste spese possono avere un impatto importante» conclude Minetti.

William e Harry ricordano mamma Diana, che avrebbe compiuto 57 anni

STEFANIA SALTALAMACCHIA vanityfair.it 1.7.18

William e Harry ricordano mamma Diana, che avrebbe compiuto 57 anniSFOGLIA GALLERY

I principi, come ogni anno, il primo luglio rendono omaggio privatamente all’amata mamma. Le uniche commemorazioni pubbliche erano state, invece, la scorsa estate, a vent’anni dalla sua tragica scomparsa

È il giorno della memoria per William e Harry d’Inghilterra. Il primo luglio 2018 Diana Spencer, tragicamente scomparsa nell’estate del 1997, avrebbe compiuto 57 anni. E gli amati figli, oggi rispettivamente 36 e 33 anni, non potranno ovviamente fare a meno di ricordarla. I due fratelli, tra loro molto uniti, la onoreranno in privato. Come ogni anno, infatti, non sono in programma eventi pubblici.

L’unica eccezione è stata nel 2017, nel ventennale dalla scomparsa della principessa del popolo.

Il 31 agosto scorso e nei giorni precedenti, i principi si erano aperti in pubblico come non mai («non abbiamo mai parlato così profondamente di lei prima e non abbiamo intenzione di rifarlo in futuro», aveva precisato il maggiore), svelando aneddoti inediti del rapporto con Lady D e della loro infanzia. Per poi commemorarla nei giardini di Kensington Palace a lei dedicati. Una sezione del parco, infatti, era stata decorata da 12 mila fiori bianchi per l’importante anniversario. Quelle stesse rose poi il 19 maggio scorso sono state inserite anche nel bouquet di Meghan Markle, nel giorno delle nozze con Harry. Per fare in modo che, anche da assente, Diana occupasse un posto speciale. Come da desiderio dei figli.

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Il rapporto tra William, Harry e mamma Diana è sempre stato speciale. Come ha confermato il documentario HBO, intitolato Diana, Our Mother: Her Life and Legacy, andato in onda la scorsa estate, per commemorare i 20 anni dalla tragica scomparsa. Nella clip i nipoti della regina Elisabetta avevano parlato a lungo del senso dell’umorismo di Lady D, definendola una mamma molto divertente. I tre cantavano insieme in macchina Enya, lei gli infilava dolcetti e caramelle sotto le camicie. «Tutto quello che sento è la sua risata in testa, quella specie di risata pazza che era felicità pura disegnata sul suo viso. Mi diceva sempre “puoi essere disubbidiente quanto vuoi, basta che non ti fai beccare”», aveva ricordato Harry. William, invece, aveva raccontato di quella volta quando, a 13 anni, tornò a casa da scuola e trovò Cindy Crawford, Naomi Campbell e Christy Turlington. Lui finora le aveva viste solo sui poster appesi in camera: «Diventai tutto rosso, non sapevo veramente cosa dire».

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I due non avevano tralasciato nemmeno gli anni molto bui, in seguito alla sua scomparsa in quello schianto tristemente fatale, nel tunnel dell’Alma di Parigi. «Dopo la morte di mia madre ho seppellito qualsiasi emozione»,aveva detto Harry. E come lui il fratello, futuro re d’Inghilterra: «Mi ci sono voluti vent’anni per parlare apertamente di lei». E oggi Will ne parla anche ai suoi figli. A George, quasi 5 anni, a Charlotte, quasi 3, e presto anche a Louis, due mesi, ama raccontare che nonna sarebbe stata, meravigliosa e un po’ folle: «Avrebbe amato i bambini alla follia, ma sarebbe stata un incubo. Probabilmente sarebbe arrivata all’ora del bagnetto, avrebbe fatto confusione con le bolle di sapone, fatto finire l’acqua saponata ovunque e poi se ne sarebbe andata». Sorridendo, ovviamente.

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