Il sindacato Fabi vince la causa contro Adriano Cauduro della BPVi: “era l’unico superstite”

Note Ufficiali Vicenzapiu.com 2.7.18

La Fabi comunica in una nota stampa – non ha diffamato l’ex vice direttore generale della Banca Popolare di Vicenza Adriano Cauduro. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, confermando la sentenza del Tribunale di Monza con cui era stata rigettata la domanda di risarcimento del danno per asserita diffamazione in misura pari a 250.000 euro. La richiesta di risarcimento era stata proposta da Adriano Cauduro, unico membro del vecchio management ad essere sopravvissuto allo scandalo della Banca Popolare di Vicenza, contro la FABI, Lando Maria Sileoni (segretario generale) e Giuliano Xausa (segretario nazionale).

Cauduro è stato condannato al pagamento delle spese processuali (6.615 euro oltre accessori).

Cauduro aveva accusato i vertici FABI di averlo gravemente diffamato, sottoponendolo ad una “vera e propria campagna di stalking mediatico”, per averne in varie occasioni, ma sempre in sedi sindacali, chiesto la rimozione quale unico superstite del vecchio management coinvolto nel noto scandalo delle banche venete.

La Corte d’Appello di Milano, come già il Tribunale di Monza, ha accolto in toto le difese dalla FABI (difesa dagli Avv.ti Antonio Pileggi ed Emilio Festa), ritenendo che la FABI, attraverso i propri vertici, abbia esercitato del tutto correttamente il proprio ruolo sindacale “coerentemente con la propria funzione”, nei confronti della controparte datoriale, ed abbia espresso “una valutazione del Sindacato di natura squisitamente politica nella gestione generale dell’azienda” e ciò in una “prospettiva di ben più ampio respiro attinente al futuro dell’azienda”.

“Il pensiero critico così espresso” prosegue la Corte d’Appello di Milano, “non appare, pertanto, gratuito, ma giustificato in un ambito di dialettica sindacale sempre più aspra, e non è rivolto a denigrare la persona in quanto tale”.

La Corte d’Appello di Milano ritiene del tutto legittimo ed appropriato il modo con cui la FABI ha condotto la propria battaglia, anche se con particolare incisività ed asprezza, ad esempio quando “rassicura i lavoratori di non voler in alcun modo trascurare il proprio compito di impegno politico di lotta, insistendo nelle azioni di “responsabilità del vecchio cda essendo interesse dei lavoratori che l’Azienda assuma nuove linee e nuovi indirizzi, prendendo comunque le distanze dal passato”, e quando sostiene con forza “la necessità di un cambio generazionale della  vecchia gestione”. La Corte ha concluso osservando che “All’esito delle valutazioni esposte ritiene, pertanto, il Collegio di dover escludere, come già valutato dal Tribunale, qualsivoglia profilo diffamatorio agli scritti esaminati, espressione del tutto legittima del diritto di critica sindacale nel rispetto dei criteri sanciti dalla Corte di Legittimità”.

Sole 24 Ore, i cdr: dall’azionista nessuna spiegazione. Non si interrompa il rilancio

primaonline.it 2.7.18

Tre amministratori delegati, due cfo, due direttori del quotidiano e delle altre testate del gruppo, due capi del personale. Il tutto in soli due anni. Le dimissioni di Giorgio Fossa, presidente del gruppo Sole 24 Ore, annunciate venerdì sera, rappresentano solo l’ultimo episodio di un modo di gestire la società che ormai si stenta anche solo a qualificare”. Inizia così il comunicato con cui i Cdr del Sole 24 Ore, di Radiocor Plus e Radio 24 hanno commentato l’annuncio delle dimissioni di Giorgio Fossa, da poco più di un anno e mezzo presidente del board del gruppo editoriale.

“Arrivano, oltretutto, a pochi giorni dalle dimissioni dell’amministratore delegato, nella persistente assenza di un nuovo cfo, in una società che pochi mesi fa era sull’orlo del fallimento, che è stata ricapitalizzata in maniera gracile e insoddisfacente, tanto da rendere necessaria la cessione di uno dei gioielli di famiglia, l’area formazione, per dare più sostanza all’operazione di rafforzamento patrimoniale”, scrivono ancora citando alcuni dei passaggi che hanno caratterizzato la storia recente del gruppo.

La sede de “Il sole 24 ore” in via Monte Rosa a Milano fotografata in occasione del forum “Sport e business, nuove frontiere della sport industry”, 20 Ottobre 2016.

ANSA / MATTEO BAZZI

“Le dimissioni di Fossa arrivano contro la sua volontà, ‘mio malgrado’, in un momento in cui la crisi del Sole 24 Ore è ben lontana dall’essere risolta (i ricavi scendono, il margine è stato ottenuto grazie a tagli massicci dei costi, la situazione finanziaria sta peggiorando). E tuttavia l’azionista di riferimento ritiene di non dovere dare alcuna spiegazione per una situazione che rende del tutto acefalo il gruppo. Non ritiene di doverne dare ai dipendenti e neppure agli azionisti e agli stakeholders”, continuano i Cdr, chiamando in causa Confindustria.

“Si continua a pensare di poter gestire una società quotata secondo logiche che risultano del tutto imperscrutabili se non incomprensibili. In spregio a qualsiasi trasparenza e chiarezza, cosa tanto più grave se si tiene presente che il Sole 24 Ore rappresenta l’unico asset gestito direttamente dall’associazione degli industriali italiani”.

“Chiediamo, è normale tutto ciò per una società quotata in Borsa? Dopo la nostra reiterata richiesta dell’azione di responsabilità nei confronti di chi ha portato il nostro gruppo sull’orlo del baratro, siamo qui ancora a chiedere che non si interrompa l’azione di rilancio del nostro nuovo giornale. Sarebbe scellerato e contrario a ogni logica; a meno che siano altre, quasi astrali, le logiche che governano e condizionano il nostro futuro”.

“Viene a questo punto da chiedere: chi gioca con i destini del Sole 24 Ore? Chi firmerà la nostra semestrale di società quotata? Da settimane ormai si rincorrono le indiscrezioni sull’arrivo di un nuovo ad e della sostituzione dell’attuale direttore e questo a pochi giorni dal debutto del nostro nuovo giornale. Come non considerare il rischio di pesanti ricadute sul prodotto derivanti dalla decapitazione dei vertici dell’azienda?”.

“Tutto questo ha dell’incredibile, tanto più per un brand come il nostro che ha nel suo dna, e così dovrebbe essere anche per la sua classe dirigente, i principi della sana gestione. Principi che da noi sembrano scontrarsi con le leggi di gravità, visto che su di noi pende ancora, e non sappiamo neppure ancora per quanto, un’inchiesta della Procura di Milano e della Consob su quanto avvenuto in passato”.

“La continuità aziendale non è solo un elemento giuridico, in assenza del quale ci sono solo i libri in tribunale, ma deve rappresentare anche una bussola per la buona gestione. Il “tritacarne” in auge da parecchio tempo al quarto piano di via Monterosa 91, invece, agevola gli alibi e favorisce l’impossibilità di strategie aziendali non solo per il futuro ma anche per lo stesso presente”, concludono.

Il Cdr del Sole 24 Ore

Il Cdr di Radiocor Plus

Il Cdr di Radio 24

Sole 24 Ore: si è dimesso il presidente Giorgio Fossa

primaonline.it 2.7.18

Giorgio Fossa, presidente del Sole 24 ore, si è dimesso “con effetto immediato” dal consiglio di amministrazione. “Con la presente, – si legge nella nota che annuncia la sua uscita dal board del gruppo editoriale – mio malgrado e in considerazione della situazione creatasi, mi trovo costretto a rassegnare le dimissioni, dalla carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione di questa società, con effetto immediato”.

Giorgio Fossa (foto ANSA/ GIORGIO ONORATI)

“Mi spiace interrompere il cammino intrapreso in un momento ancora delicato della vita del Gruppo, ma sono convinto che il processo di rinnovamento, avviato nei 19 mesi trascorsi dalla mia nomina, abbia gia’ mostrato il suo positivo effetto, cosi’ che, chi mi succedera’, potra’ proseguire sulla strada avviata, senza rallentare il positivo lavoro finora realizzato”.

Fossa era arrivato alla presidenza del Cdaalla fine del 2016.

La sua uscita segue di poche settimane le dimissioni dal ruolo di amministratore delegato di Franco Moscetti.

Sga, quanto rende la gestione dei crediti deteriorati dell’ex Banco di Napoli. E la speculazione su Carige

 

Nel 2017 cala drasticamente, passando dai 13,1 milioni del 2016 a quasi 1,9 milioni, l’utile della Sga (Società per la gestione di attività), la banca “cattiva” (bad bank) controllata al 100% dal Tesoro e nata negli anni Novanta per gestire le sofferenze del Banco di Napoli. La Sga ha inoltre da poco acquisito i portafogli di crediti deteriorati in arrivo dalle due liquidazioni coatte amministrative delle ex banche venete, per un valore stimato lordo di 18,5 miliardi.

BANCO DI NAPOLI TARGA – foto di Carlo Carino Imagoeconomica

 

Ma poiché gran parte di quel che si poteva recuperare dall’ex Banco di Napoli è già stato recuperato e l’attività di gestione dei portafogli delle ex venete non era ancora partita nel 2017, il bilancio dell’anno scorso risente di un certo rallentamento delle attività. Sarà anche per questo che l’amministratore delegato della Sga, Marina Natale, ha deciso di mettere fieno in cascina e ha così proposto all’azionista, ossia il ministero dell’Economia, di destinare l’intero utile di esercizio a riserva legale.

“Nel corso del 2017 – si legge nel bilancio di esercizio del 2017 – l’andamento della gestione di Sga è stato legato alla gestione in continuità dei portafogli di attivi deteriorati dell’ex Banco di Napoli, dell’ex Isveimer (l’ex Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale, ndre dell’ex Graal (Gestione e recupero attivi anomali da leasing, ndrnon ha risentito ancora degli effetti dell’acquisizione degli attivi” dalle ex Veneto Banca e Popolare di Vicenza“che saranno invece integralmente riflessi a partire dal 2018”.

MARINA NATALE – foto di SARA MINELLI Imagoeconomica

Nel 2017, dunque, prosegue il bilancio della società, “la gestione della società è rimasta focalizzata sulla gestione degli attivi deteriorati a suo tempo acquisiti e progressivamente giunti, in molti casi, nelle fasi terminali del processo di recupero, con la conseguente progressiva riduzione dei recuperi complessivi conseguiti nell’esercizio, passati da 54,4 milioni a 42,3 milioni”, con un calo di oltre il 20 per cento.

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Il 2017 è stato un anno che può essere definito di transizione anche perché la Sga ha disposto “un progressivo smobilizzo degli investimenti puramente finanziari (…) in favore di nuove forme di investimento in attività direttamente e/o indirettamente connesse all’attività di recupero e/o cosiddetto ‘di sistema’, come Italian recovery fund e Banca Carige”. Va ricordato che la Sga figurava nella schiera di garanti a vario titolo (in questo caso di primo accollo) dell’aumento di capitale della banca ligure, concluso a fine 2017 per poco più di 540 milioni.

La Sga ha così acquistato il 5,4% di Carige al prezzo di 29,8 milioni, pari a 0,01 euro per azione, ricevendo in cambio dall’istituto di credito genovese 1,5 milioni di euro di commissioni legate proprio all’impegno di sottoscrizione dei titoli. Non solo. L’investimento in Carige, come spiega il bilancio della Sga, “ha fatto parte di un importante accordo che forniva, tra l’altro, a Sga un diritto di prima offerta su un portafoglio del gruppo Carige, eventualmente oggetto di cessione, per un controvalore di 200 milioni”.

BANCA CARIGE GENOVA, ESTERNI CASSA DI RISPARMIO DI GENOVA E IMPERIA – FOTO DI DAVIDE GENTILE Imagoeconomica

Una cosa simile è accaduta con Chenavari e Credito Fondiario, che pure hanno garantito l’aumento di capitale e nello stesso tempo hanno effettuato importanti operazioni con la banca (la prima sta comprando la società del credito al consumo Creditis e la seconda ha rilevato un pacchetto di crediti deteriorati). Soltanto che sia Chenavari sia Credito Fondiario, subito dopo la ricapitalizzazione, hanno venduto le azioni della banca, scendendo sotto la soglia del 5% del capitale.

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Se però, da una parte, la Sga ha deciso di non cedere la propria partecipazione, dall’altra, l’ha già inserita a bilancio tra le cosiddette “attività disponibili per la vendita”, preludendo quindi a un possibile disimpegno. “Dopo l’aumento di capitale – si legge nel bilancio – il prezzo per azione della banca ha registrato una diminuzione di circa il 20% e alla data di redazione della presente relazione il prezzo delle azioni è fluttuante, ma sempre a un valore inferiore a 0,01 euro”, come visto il prezzo pagato in sede di aumento di capitale.

Dopodiché, probabilmente per giustificare la bontà della propria mossa alla luce della svalutazione del titolo, la Sga ribadisce che “l’investimento in Carige è stato effettuato nell’ambito di accordi di business che avrebbero potuto potenzialmente consentire a Sga di perseguire alcune iniziative di carattere industriale”.

A ogni modo, a seguito del deprezzamento dei titoli e dopo avere consultato anche mediatori e intermediari specializzati, la Sga ha deciso di attribuire all’interno del proprio bilancio alle azioni Carige un valore di 0,008 euro l’una (effettivamente è proprio la cifra intorno a cui si aggira il prezzo di Borsa il 29 giugno 2018). “La differenza di 5,9 milioni tra il prezzo di sottoscrizione dell’aumento di capitale, pari a 29,8 milioni, e il prezzo di mercato delle azioni alla data del 31 dicembre 2017, pari a 23,9 milioni – si legge sempre nel bilancio – è stata iscritta in una apposita riserva patrimoniale da valutazione”.

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Carige a parte, per la quale evidentemente si spera in una ripresa di valore delle azioni, c’è anche la possibilità che per la Sga possa aumentare la mole dei crediti deteriorati in gestione in arrivo dalle ex banche venete. La società guidata da Natale, si legge tra le righe del bilancio, ritiene infatti “probabile” un ampliamento delle “dimensioni dei portafogli rivenienti dalle due liquidazioni coatte amministrative delle banche venete, stimati a oggi in 18,5 miliardi”. E ciò “a seguito dell’esercizio del diritto di Intesa Sanpaolo”, banca che nel 2017 ha acquisito la parte “buona” di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, “di retrocedere alle liquidazioni coatte, e conseguentemente da queste a Sga, ulteriori posizioni ad alto rischio nei successivi tre anni dalla cessione dei rami d’azienda in bonis”.

Sga, tassi di recupero dai crediti deteriorati dell’ex Banco di Napoli – Fonte: bilancio 2017 Sga

Con la gestione dei crediti deteriorati delle ex venete, partirà così la nuova era della Sga, che dagli anni Novanta è stata la bad bank dell’ex Banco di Napoli. Dalla gestione dei crediti di quest’ultimo istituto di credito, la cui parte “buona” pure confluì a suo tempo nel perimetro di Intesa, la Sga ha recuperato nel complesso 5,1 miliardi a fronte dei 6,3 miliardi pagati nel 1996 per acquistare il portafoglio. Di questi 5,1 miliardi recuperati dai crediti deteriorati dell’ex Banco di Napoli in 21 anni, appena 35 milioni sono riferiti al 2017, mentre ben 2,2 miliardi erano arrivati tra il 1997 e il 2000 e 1,5 miliardi tra il 2001 e il 2005. Il testimone ora passa alle sofferenze delle ex venete, anche se gli anni attuali sono molto diversi da quelli a cavallo del 2000.

A 50 anni dal ’68: il Vietnam tra mito e realtà

DI ALESSANDRO GUARDAMAGNA

comedonchisciotte.org

Il 1968 fu l’annus mirabilis, l’anno delle rivoluzioni che segnarono l’avvento della “fantasia al potere”; l’anno che mise in crisi il sistema socio-politico uscito dalla Seconda Guerra Mondiale per lasciare spazio ad una società diversa, ad un modo più aperto di vedere i rapporti sociali e a un pensiero più libero. In altre parole il 1968 fu lo spartiacque culturale e politico del mondo nel secondo dopoguerra.

Ma siamo sicuri che il pensiero nato e manifestatosi nel 1968 sia stato così radicalmente libero e avverso al potere costituito? Emblematico è il caso della stampa, che dal ’68 si sarebbe trasformata da”cane da guardia” dei poteri forti a voce del popolo, al punto da diventare fattore determinante di scelte politiche. Esempio eclatante di tale trasformazione è la guerra in Vietnam, dove la stampa avrebbe – secondo una corrente di pensiero diffusasi proprio a partire da 1968 in poi – addirittura causato la vittoria di Hanoi e dei Vietcong sul più potente esercito del mondo.

ALCUNI INTERROGATIVI

La stampa in Vietnam fu più libera di mostrare il conflitto per quel che era, diversamente da quanto sarebbe accaduto in conflitti precedenti? Grazie a questa maggiore libertà, l’opinione pubblica americana – e più in generale quella mondiale – fu informata più di quanto non avvenne per altri conflitti che videro impegnati gli USA e quindi, confrontatasi per la prima volta con gli orrori della guerra, avrebbe smesso di supportare la politica della Casa Bianca e avviato quella stagione di marce di protesta che fecero vacillare le risoluzioni degli uomini forti di Washington. Fu questo che determinò la progressiva uscita di scena dell’America? Rispondendo a queste domande vedremo se la “nuova stampa” ebbe la capacità di portare al disimpegno degli USA determinandone infine la sconfitta.

Vediamo alcune immagini del conflitto a partire da 1968. In questa si vede il generale della polizia sud-vietnamita Nguyen Ngoc Loan fredda con un colpo alla tempia un sospetto Vietcong (foto di copertina). Vi è poi un’immagine del massacro di Mylai, dove tra i 347 e i 504 civili sudvietnamiti furono uccisi da militari USA.

Andando a ritroso vediamo la foto di una donna Vietnamita interrogata con un fucile automatico M16 puntato alla testa, scattata a Tam Ky, nel Novembre 1967 e soldati feriti durante l’operazione Praire del 1966.

Spostandoci ad altri conflitti precedenti il Vietnam abbiamo la foto di un soldato americano ucciso a sangue freddo durante la guerra di Corea.

E ancora la testa scarnificata e bruciata di un fante giapponese esposta su un carro armato nel corso della battaglia di Guadalcanal nell’1942, e fatta circolare sulla copertina della rivista Life.

Le immagini indicano chiaramente che il pubblico americano, ben prima del 1968, era abituato a scene brutali del conflitto e di altri che avevano impegnato l’America, sia in Corea che nella Seconda Guerra Mondiale. Raccogliere souvenir in forma di denti, orecchie, dita, mani mozzate o teschi di soldati Giapponesi nel Pacifico era considerato normale, e per nulla riprovevole. A cambiare furono quindi non la qualità intrinsecamente cruda delle immagini, ma i mezzi usati dai media per offrirle all’opinione pubblica.

Mentre a partire dalla Prima Guerra Mondiale le informazioni venivano divulgate tramite cinegiornali in sale cinematografiche – nel pieno della Seconda Guerra Mondiale e di quella di Corea, il pubblico interessato ai reportage di guerra era addirittura maggiore in percentuale di quello odierno – in Vietnam il filo diretto con la guerra fu garantito dalla televisione. A partire dal 1966 il 93% degli Americani disponeva di un apparecchio televisivo.

L’OFFENSIVA DEL TET

Sgombrato quindi il campo da dubbi su una sorpresa del pubblico alla visione dei “nuovi” orrori della guerra, concentriamoci su che cosa avvenne in Vietnam nel 1968, dove dal 1965 gli Stati Uniti erano impegnati a sostenere il governo filo-occidentale Sudvietnamita contro quello comunista di Hanoi e i guerriglieri Vietcong.

L’anno si aprì con quella che passerà alla storia come l’Offensiva del Tet, dal nome del Capodanno lunare Vietnamita, che cadeva in Gennaio. Il Vietnam del Nord aveva annunciato che avrebbe osservato una tregua di 36 ore in occasione del Tet, tuttavia, mentre le famiglie iniziarono le celebrazioni e i comandanti sud Vietnamiti concedevano licenze al 50% dei militari, i Viet Cong lanciarono una massiccia offensiva a partire dall’alba del 30 gennaio 1968 con l’obiettivo di scatenare una rivolta generale nel Sud Vietnam.

Il mattino successivo 80.000 fra soldati Nord Vietnamiti e Vietcong sferrarono più di cento attacchi coordinati, invadendo 36 dei 44 capoluoghi di provincia. Nella capitale Saigon attaccarono il palazzo presidenziale e l’ambasciata americana, dove un commando di 19 guerriglieri si aprì un varco nel muro di cinta.

Nonostante l’elemento sorpresa e la violenza dell’offensiva portarono ad un successo iniziale, i contrattacchi USA e sudvietnamiti respinsero i comunisti infliggendo loro pesanti perdite. Solo nell’antica capitale imperiale di Hué e attorno alla base di Khesanh i combattimenti si protrassero per altri due mesi, per concludersi con una sconfitta per Nordvietnamiti e Vietcong, che ebbero complessivamente 40.000 morti. Eppure, nonostante l’offensiva non riuscì a scatenare una rivolta generale nel Sud Vietnam, come Hanoi aveva auspicato, essa finì per acquisire un impatto significativo negli Stati Uniti. Questo, sebbene non fosse stato pianificato dai comandi militari Nord Vietnamiti, ebbe alla lunga l’effetto di allontanare l’opinione pubblica americana dalla guerra. Come?

LO SHOCK DEL PUBBLICO AMERICANO

Gli obiettivi che i nordvietnamiti e i vietcong si erano posti erano dunque falliti miseramente. Ripresisi dalla sorpresa iniziale le forze americane e sud-vietnamite avevano recuperato velocemente il controllo della situazione, ma a partire dal giorno stesso dell’offensiva e per un’intera settimana 60 milioni di telespettatori americani videro un quadro ben diverso dell’accaduto. Le troupe televisive arrivate per prime all’ambasciata trasmisero le immagini dei 4 marines di guardia uccisi dal commando, per mostrare poi carri armati e semoventi che sfrecciavano a tutta velocità per le strade della capitale, con titoli che a più riprese scandivano “La guerra colpisce Saigon”, considerata il centro della potenza USA in Vietnam.

Per giorni interi la televisione ripropose l’immagine di Eddie Adams che operava per la rivista Life e con cui vincerà il premio Pulitzer. Il fotogramma è tratto da un video in cui si assiste ad una scena impressionante. In essa il generale della polizia Nguyen Ngoc Loan spara a bruciapelo alla tempia ad un prigioniero vietcong con le braccia legate dietro la schiena. Allora nessuno commentò sul fatto che la vittima aveva ucciso diversi uomini delle forze di sicurezza di Loan, tra cui un ufficiale con la moglie e i figli nella sua residenza privata. L’immagine di quel cervello che andava in pezzi – che i “rivoluzionari” telegiornali USA in realtà non mostrarono ai telespettatori tagliando le scene finali in cui il corpo senza vita si accascia e il fiotto di sangue schizzava dalla tempia – riassumeva alla perfezione lo sfacelo del Tet: un carosello di americani esauriti incapaci di difendere il centro nevralgico del proprio potere in Vietnam, e sadici e corrotti alleati sudvietnamiti che uccidevano prigionieri a sangue freddo. E tutto questo mentre si era assicurato alla nazione che in Vietnam ormai “si vedeva la luce alla fine del tunnel !” In questo vortice di immagini gli americani non sapevano più a chi o cosa credere.

A Hué una troupe televisiva intervistò i marines che combattevano casa per casa per snidare i 10.000 soldati nordvietnamiti asserragliati, impresa che conseguirono in 3 settimane al prezzo di 147 morti e 857 feriti.

 

Ecco la breve intervista di uno di loro, riportata da Stanley Karnow in Storia della Guerra del Vietnam:

“Qual è la cosa più difficile?” 

“Non sapere dove sono: ecco la cosa peggiore. … nascosti nelle fogne, ovunque. Potrebbero essere ovunque. Si spera solo di restare vivi, giorno per giorno.” 

“Hai perduto degli amici?” 

Parecchi… uno l’altro ieri. E’ uno schifo, uno schifo.”

I marines fecero saltare in aria edifici storici per eliminare i cecchini che vi erano nascosti. Per questo si attirarono la riprovazione della stampa, la quale però si guardò bene dal presentare al pubblico americano le storie delle esecuzioni sommarie che Nordvietnamiti e Vietcong avevano condotto in città all’indomani del loro arrivo. Giravano con liste di proscrizione compilate in precedenza. Almeno 5.000 persone “sparirono” da Hué – medici, sacerdoti, insegnanti, funzionari governativi furono i bersagli principali – tra cui anche cittadini di nazioni europee estranee al conflitto, per finire uccise a bastonate, a colpi di pistola o a volte sepolti vive nella giungla, con esecuzioni sommarie simili a quelle recenti dell’ISIS. Per la prima volta nel corso della storia della guerra di un qualsiasi conflitto in qualsiasi luogo e tempo, uomini nello stress e pericolo della battaglia potevano essere visti da milioni di loro connazionali, tra cui vi erano i loro familiari ed amici nel confort delle proprie abitazioni a poche ore dagli scontri in cui erano stati coinvolti.

Lo sbigottimento di fronte ai combattimenti che avevano raggiunto l’ambasciata – che addirittura alcune fonti in un primo momento avevano dato caduta in mano vietcong – e le devastazioni sistematicamente riproposte fecero nascere grandissimi dubbi nell’opinione pubblica su quello che era l’effettivo ruolo degli USA e il progresso della guerra in Vietnam. Non fu quindi – facciamo attenzione – l’orrore della immagini proposte a produrre la reazione, bensì l’incredulità a quanto stava accadendo. Incredulità alimentata da quanto i comandi dell’esercito, e la stampa vicina a questo, avevano detto fino a poche settimane prima del Tet, dichiarando nel Novembre 1967 e ancora nel Gennaio dell’anno successivo, che la guerra si avviava ad una conclusione vittoriosa. Il Tet, una chiara vittoria militare americana, portò invece alla ribalta un’altra visione della realtà.

I MEDIA “CONTRO” LA GUERRA 

Sarebbero quindi stati i media a causare la disfatta militare USA a partire dal Tet, assumendo posizioni sempre più critiche su come Washington conduceva la guerra ed alienando l’opinione pubblica. Questa si sarebbe stancata di mandare i propri figli, coscritti già recalcitrati a servire nell’esercito per via del clima di ribellione degli anni ’60, a morire per una guerra inutile. Per la prima volta l’opinione pubblica aprì gli occhi e si rifiutò di schierarsi con l’esercito e i propri leader. Da quel punto la guerra fu irrimediabilmente perduta. Questa è il lascito del Tet rimasto nell’immaginario collettivo. E’ vero?

Abbiamo visto che la “brutalità” delle guerra che impegnava gli USA non costituiva una novità per l’opinione pubblica. Mentre un movimento pacifista – che includeva fra gli altri Noam Chomsky, Joan Baez, Jane Fonda, Martin Luther King e decine di giornalisti di sinistra – esisteva ben prima del Tet, la maggioranza dell’opinione pubblica e dei media sosteneva la guerra in Vietnam. Nel 1965, quando vi furono inviate truppe combattenti e un primo contingente di 3.500 marines sbarcò a Da Nang, gli americani erano sostanzialmente favorevoli all’intervento.

Perfino nello sconquasso del Tet, lo storico Victor David Hanson ha sottolineato come certi sondaggi rilevarono che “il 70% degli americani auspicavano una vittoria militare anziché una ritirata.” Lo stesso può dirsi della stampa. Il cronista Walter Cronkite – l’uomo più rispettato d’America – colui che di ritorno da Saigon il 27 Febbraio offrì un’analisi spassionata a 50 milioni di telespettatori, concludendo che “la sanguinosa esperienza del Vietnam è destinata a finire in una situazione senza uscita”, era inizialmente noto come sostenitore dell’intervento e schierato con la Casa Bianca. A lui facevano coro decine di autorevoli cronisti le cui storie dal fronte erano caratterizzate da una linea comune: “bravi ragazzi americani che combattono i comunisti”.

Questo nasceva da due motivi; in primis un forte senso patriottico, unito al fatto che seguire la linea del governo di Washington era vista come la cosa giusta da fare. Questo non significa che la stampa mentisse come regola, ma che tendeva, su indicazioni dei resoconti militari, a sostenere che in Vietnam le truppe USA facevano progressi e stavano vincendo la guerra, e da un punto di vista strettamente militare era così. Cronkite rifletteva nella sua serietà di giornalista gli atteggiamenti e i pensieri dei suoi connazionali molto più di quanto non contribuisse a condizionarli o formarli. Favorevole all’intervento nel ’65, dopo nel ’68 iniziò a palesare i dubbi che gli Americani avevano dopo aver visto il Tet in televisione.

IL MITO: TET, AMERICA E GUERRA 

Il Tet rappresentò uno spartiacque non per la violenza degli attacchi, o per nuovi orrori visti dagli spettatori americani, ma per l’incredulità di questi ultimi rispetto a quanto avevano appreso da anni sull’andamento della guerra. Nel Novembre 1967 il comandante in capo delle forze USA, generale Westmoreland, dichiarò in una serie di conferenze stampa che il nemico era sulla difensiva, e che il corso della guerra stava dando ragione agli Stati Uniti. I suoi ottimistici rapporti si basavano in realtà su un falso senso di sicurezza, perché i comunisti stavano pianificando da tempo l’offensiva del Gennaio ’68, nonostante le perdite subite fino ad allora. Quando questa scoppiò, gli americani abituati a sentire notizie incoraggianti, iniziarono a chiedersi cosa stesse in realtà succedendo in Vietnam.

Come era possibile che un nemico dichiarato quasi battuto avesse potuto organizzare un’offensiva simile, attaccare le principali basi USA, le città del Sud Vietnam e l’Ambasciata americana a Saigon? Che tipo di guerra era quella che da due anni e mezzo si stava combattendo? L’opinione pubblica chiedeva di sapere di più, comprensibilmente, e media – che operano per vendere notizie e vicini ai bisogni del pubblico – amplificarono tale input, iniziando a riversare in modo sempre crescente resoconti che parlavano di una guerra dura, contro un nemico che non poteva essere vinto con logiche da supermercato come quelle che aveva applicato McNamara segretario alla difesa dell’amministrazione Johnson ed ex-presidente della Ford. Inondare il Vietnam di truppe per togliere spazio al mercato della concorrenza aveva poco senso nel momento in cui la concorrenza poteva fare a meno del mercato per sopravvivere.

Questo era un nemico che nelle parole di Giap e Ho Chi Minh, era disposto a perdere 10 uomini per ogni uomo perso dall’avversario, sicuro che anche così avrebbe vinto. Giap infatti comandava un esercito che non inviava le bare dei propri caduti ad Hanoi, e misurava il proprio successo in base al numero di bare americane fatte rientrare negli Stati Uniti. Era la dura realtà che gli alti comandi ed i politici di Washington conoscevano, e che sarebbe emersa di lì a pochi anni con la pubblicazione dei Pentagon Papers, che costituiscono la vera prova tangibile dell’immoralità del Vietnam. Nel 1964, l’anno precedente l’invio dei marines a Da Nang, a Washington era stata fatta una simulazione – nome in codice SIGMA I – che aveva chiaramente dimostrato che in caso di conflitto convenzionale, che escludeva l’uso di armi atomiche, gli USA potevano vincere in Vietnam solo stanziandovi almeno 4 milioni di uomini, di cui mezzo milione in prima linea, cosa che avrebbe messo a rischio le loro capacità di intervento in altri teatri del mondo.

Avrebbero dovuto vuotare le basi in Europa del loro personale ed inviarlo in Vietnam, e le perdite americane sarebbero state assai più sostenute che le 150.000 vittime finali. Questo perché una società poco sviluppata come quella nord vietnamita, che mancava di gas, luce e con limitate infrastrutture, poteva sostenere un conflitto con poco. La macchina bellica USA aveva bisogno di mastodontici rifornimenti logistici e apparecchiature elettroniche; al Vietnam del Nord, paese rurale con una popolazione potenzialmente inesauribile, bastavano riso e kalashnikov – che importava in massa dall’URSS e dalla Cina – a cui poi si aggiunsero lanciagranate e lanciamissili.

Con pochi mezzi i Nord Vietnamiti e Vietcong erano in grado di condurre una guerra di attrito che poteva paradossalmente arrivare all’auto-annientamento in difesa di una causa in cui credevano: la liberazione della propria terra dagli imperialisti stranieri, di cui gli americani, dopo francesi e giapponesi, erano l’ultimo esempio. Erano disposti gli USA a pagare tale prezzo? L’opinione pubblica americana l’avrebbe accettato? Il wargame fu rigiocato nel Settembre 1964 col nome di SIGMA II, e l’esito fu il medesimo, quindi la conclusione parlava da sé sul “vantaggio” di impegnarsi militarmente in Vietnam. Il presidente decise l’intervento comunque, e questo finì poi, conosciuti i fatti, per alienare definitivamente l’opinione pubblica americana.

Il ’68 in Vietnam non portò quindi ad uno sconvolgimento della presenza USA per via della potenza dell’offensiva comunista presentata vincente da una stampa “ribelle”. La svolta fu piuttosto dovuta alla mancanza di credibilità che l’opinione pubblica in modo crescente riversò nei confronti del governo di Washington e che questo non riuscì a rimediare. Fu una rivoluzione abbastanza “istituzionale”.

Il mito della vittoria comunista del Tet fu più potente della realtà come spesso accade per i miti. L’olocausto in Francia riporta ai deportati nei campi di sterminio, o alle trincee di Verdun nella Prima Guerra Mondiale. Nessuno pensa mai che il più grande sterminatore delle popolazioni autoctone della Francia fu Giulio Cesare, che nel corso delle sue campagne militari (58-50 A.C.) ne uccise un milione e ne vendette un altro milione come schiavi. I popoli messicani sono stati spesso visti come nobili esempi di resistenza alla brutale avidità e ai massacri perpetrati dai conquistadores.

Quasi nessuno ha messo in relazione le vittime dei sacrifici umani degli Aztechi allo sterminio nazista. Se venisse fatto si scoprirebbe che quando gli Aztechi inaugurarono il grande tempio di Huitzilopochtli a Tenochtitlàn nel 1487, uccisero 80.400 prigionieri in una carneficina durata 4 giorni, con una media di vittime più alta di quelle comunemente registrate giornalmente ad Auschwitz – e va tenuto conto che la morte era data senza mezzi chimici. I carnefici erano così stravolti dalla fatica che dovevano continuamente avvicendarsi. Si parla dei 58.000 morti americani in 8 anni di guerra in Vietnam, e si trascura che in un solo pomeriggio a Canne nel 216 A.C., l’esercito della Repubblica Romana ne perse 75.000. Questa è la forza del mito, dell’assolutizzazione di un evento rispetto ad altri e alla realtà.

CONCLUSIONI 

A 43 anni dalla fine del conflitto a 45 dal disimpegno americano, qual è il lascito di quanto avvenne in Vietnam nel 1968? Per la prima volta nella storia dei conflitti moderni – in senso lato di tutti i conflitti – avviene la “spettacolarizzazione” della guerra, tramite l’impiego di mezzi tecnologici, filmati, video, diffusione televisiva, che è diventata da allora prassi e a cui siamo tuttora abituati. Il ’68 segnò il declino della credibilità Americana in Vietnam e la progressiva ascesa dei comunisti verso la vittoria, che conseguirono senza aver mai vinto battaglie campali, o ottenuto il controllo di vaste aree del territorio, senza che la popolazione del Sud Vietnam diventasse de facto comunista. Tuttavia vinsero.

Il governo di Hanoi vinse la guerra, ma finì col perdere la pace. Segno ne furono oltre il milione di vietnamiti internati nei campi di rieducazione dopo il 1975, dove 165.000 morirono, e oltre il milione e mezzo di rifugiati, the boat people, che fra il 1975 e il 1980 lasciarono il paese via mare su mezzi improvvisati per trovare rifugio altrove, in un esodo con modalità simili per certi versi a quello che da oltre 20 anni vediamo nel Mediterraneo. L’adesione, tipica della cultura occidentale, al principio di autocritica, che nella rappresentazione dell’offensiva del Tet operò in modo spesso distorto, contribuì in parte a far perdere la guerra agli USA, ma fu determinante nell’estendere globalmente l’influenza occidentale nei decenni successivi.

Questo avvenne anche in Vietnam, dove l’esercito dopo il 1975 combatté per un governo in bancarotta e spesso screditato, che paradossalmente dovette aprire al consumismo e alla produzione di beni di massa, accettando a livello economico parte di quel capitalismo che aveva avversato nel conflitto coi sudvietnamiti e gli imperialisti Americani – aspetto, quest’ultimo, spesso ignorato o taciuto dai vetero-comunisti di tutto il mondo. Sottolineiamo infine un dato finale, che smonta definitivamente il mito del soldato-cittadino perdente e squilibrato e che dovrebbe far riflettere i policy-makers e gli storici di oggi: il 91% di coloro che servirono in Vietnam si dichiarano contenti di averlo fatto e il 74% – e questo comprende la maggior parte di coloro che vi furono inviati dopo il 1968 – dichiarano che sarebbero pronti a servire ancora, nonostante siano a conoscenza dell’esito del conflitto.

L’episteme, il sapere certo, è il fatto. Il mito, capace di polarizzare sogni volontà ed interessi a prescindere dai fatti medesimi, può anche aver conseguenze più forti del fatto – come accade, come quelle del Tet nel ’68 – ma il sapere che si fonda sul mito, rimane illusorio. Illusoria fu la scelta di intervenire in Vietnam, alimentata da fortissimi interessi economici, e basata sul mito dell’invincibilità dell’America. Quest’ultimo come tutti i miti, è falso, ma tale falsità, come quella della “bontà assoluta” della causa comunista in Vietnam (quale governo buono rieduca forzatamente milioni di suoi cittadini, ne uccide 165.000 e ne costringe 1.500.000 all’emigrazione?), non può essere sistematicamente diffusa a detrimento di una cultura millenaria, quella occidentale basata su democrazia, uguaglianza e libertà, e delle scelte politiche che essa esprime.

 

Alessandro Guardamagna

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

02.07.2018

Il massacro di Parigi (La nuit oubliée).Rinfreschiamo la memoria ai francesi

jedanews 14.6.18

Vomitevole? Rinfreschiamo la memoria ai francesi: 17 Ottobre 1961, il massacro di Parigi – La nuit oubliée – la notte che i francesi cercano di nascondere. Rrastrellamento e violenza su 15.000 persone, in 300 furono assassinati e gettati nella Senna. La loro colpa? Erano Algerini!

Vomitevole? A noi? Rinfreschiamo un po’ la memoria ai francesi con uno dei tanti episodi che tentano di nascondere e che forse dimenticano quando aprono bocca per offendere gli altri…

Gli stessi francesi la chiamano La nuit oubliée –Si tratta del massacro di centinaia di Algerini che volevano manifestare pacificamente per il centro di Parigi chiedendo l’indipendenza del loro Paese.

Siamo nel 1961, in piena guerra d’Algeria e la risposta della Francia colonialista è terribile: centinaia di morti, molti scomparsi, corpi gettati dai flics nella Senna… E poi il silenzio, l’oblio e la rimozione.

Si tratta della più grande mattanza consumatasi nella Francia metropolitana dal 1945 in poi. In Francia pochi sanno cosa è accaduto quel giorno.

Una breve sintesi dei fatti: in Francia nel ’61 la crisi della guerra d’Algeria scuoteva il governo di De Gaulle, nello stesso periodo avvenivano massacri e torture sistematici in Algeria mentre si avviavano i primi contatti per la negozazione tra la Francia e FLN dell’indipendenza algerina.

A Parigi ci sono stati diversi attentati conto poliziotti che organizzavano rafles (termine per indicare brutali retate in stile di quelle contro gli ebrei durante il regime di Vichy) selvagge contro i nordafricani, maltrattati e che subivano un pesante razzismo.

Nello stesso tempo si è attivata un’organizzazione di esterma destra armata, l’OAS (Organisation Armée Sècrete) apertamente ostile ad ogni forma di negoziato sull’Algeria, che è arrivata a fare un attentato a De Gaulle, un tentato colpo di stato e diversi omicidi. Questa formazione nazionalista (l’Algeria fa parte della Francia, è Francia all’epoca) è apertamente razzista e conta su un forte appoggio tra le forze armate e quelle di polizia.

In questo clima estremamente teso alcuni flics, certi dell’impunità, compiono dei sequestri e uccisioni di Algerini. Nei mesi di settembre e ottobre 1961 i casi di cadaveri massacrati sconoscuiti ritrovati nella Senna o nei boschi vicino Parigi aumenta in maniera esponenziale.

La situazione è esplosiva e il prefetto di Parigi, tal Maurice Papon, prefetto di Lille e collaboratore dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, ordina il 5 ottobre il coprifuoco per tutti gli Algerini. E’ solo l’ultimo di atti razzisti e criminali contro la popolazione Algerina.

L’ Fln, profondamente radicato nel territorio, (un’organizzazione militare che esigeva il pagamento di contributi da tutti gli Algerini in Francia) per dimostrare la propria forza e il proprio seguito in un momento cruciale dei negoziati lancia una manifestazione di tutti gli Algerini (tutti nel senso che chi non andava era considerato un disertore, sebbene la gran parte fosse d’accordo con loro) in centro a Parigi contro il coprifuoco.

Una manifestazione imponente e pacifica per mostrare la tenacia della lotta per l’indipendenza e contro il colonialismo Francese. Per il governo Francese la manifestazione era un atto di guerra di un gruppo terroristico sul suolo della capitale della Francia metropolitana.

Viene data carta bianca al prefetto Papon per reprimere la manifestazione che deve essere impedita.

Quella sera oltre 15.000 Algerini vengono arrestati in rastrellamenti su tutta Parigi e portati in centri di detenzione che diventano macellerie. Laddove si forma un abbozzo di corteo la polizia apre il fuoco su manifestanti disarmati e spacca teste con i suoi manici di piccone lunghi oltre 1 metro. I morti sono immediatamente moltissimi. In centro a Parigi vicino a Ponte Saint Michel, nel quartiere dove vivono centinaia di Algerini si forma un corteo che viene attaccato dai flics.

Di Maio: ‘Stasera smantelliamo il Jobs Act’. La replica di Renzi: ‘Aveva creato 1 milione di posti di lavoro’

silenziefalsita.it 2,7.18

Lo ha dichiarato Luigi Di Maio.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha fatto sapere che stasera al consiglio dei ministri si discuterà non solo il decreto, ma anche altri temi.

“Oggi – ha annunciato – nel decreto Dignità iniziamo a smantellare quella parte di Jobs Act che ha creato la precarietà ed è solo l’inizio perché spero che il Parlamento ci metta mano in maniera ancora più solida e più forte”

E ha commentto i drammatici dati Istat sull’occupazione dice: “Stavo leggendo i dati sull’occupazione, è tutto un celebrare i record. Ma smettiamo di chiamarlo record di occupazione, oggi abbiamo segnato un record di precariato dello Stato italiano”.

Se vogliamo celebrare il lavoro – ha aggiunto – deve essere stabile e dignitoso”

Dai dati Istat resi noti oggi emerge che nel mese di maggio il tasso di disoccupazione scende di 0,3 punti percentuali su base mensile, attestandosi al 10,7%, mentre quello giovanile cala al 31,9% (-1 punto percentuale).

L’ex premier Matteo Renzi, al contrario, ha interpretato positivamente i dati Istat:

“Oggi ISTAT dice che la disoccupazione continua a scendere ed adesso è ai minimi da 6 anni. E che in quattro anni il JobsAct ha permesso di recuperare UN milione di posti di lavoro, di cui più della metà a tempo indeterminato,” ha scritto su Facebook, sottolineando che si tratta di “dati ufficiali, indiscutibili, oggettivi”.

Poi l’affondo contro Luigi Di Maio, che ha dichiarato che smantellerà il Jobs Act emanato dal governo Renzi:

“Fantastico. Stasera smantellano la misura che ha permesso di recuperare un milione di posti di lavoro,” ha commentato l’ex segretario del Pd, che ha aggiunto: “Tutto sommato devo riconoscere che ha una sua coerenza: più smantella il JobsAct, più avrà occasioni per sperimentare la geniale intuizione del Reddito di Cittadinanza: una Repubblica Democratica fondata sul sussidio”.

“Già, ma quando arriva il Reddito di Cittadinanza”, ha concluso.

Ecco come la Cina lancia la sfida tecno-finanziaria alla giapponese Softbank

di Chiara Rossi startmag.it 2.7.18

La Cina prova con un fondo tecnologico da 15 miliardi di dollari a competere con Vision Fund, il fondo da 100 miliardi di dollari creato dalla giapponese Softbank che intimorisce la società di venture capital della Silicon Valley.

Il colosso pubblico China Mercants Group e SPF Group, un piccolo gestore di fondi con sede a Pechino – che conta tra i suoi partner Joshua Fink, figlio di Larry Fink, fondatore della più grande società di investimenti al mondo BlackRock– uniranno le forze con la britannica Centricus per costituire un fondo per investire e acquistare società tecnologiche cinesi.

LA CORSA CINESE CON NEW ERA TECHNOLOGY FUND

Secondo il Financial Times, il nuovo fondo da 100 miliardi di yuan sarà denominato China New Era Technology Fund. Nell’ambito dell’accordo, China Merchants Capital Investment Management Co, la società di investimento del conglomerato China Merchants Group, insieme ad altri investitori con sede cinese, contribuiranno fino al 40% al fondo. China Merchants Group è una delle più grandi imprese statali del paese con un totale attivo di 1,1 trilioni di dollari alla fine dello scorso anno, secondo il sito web della compagnia. Nel 2017 ha registrato entrate per circa 88 miliardi di dollari.

Nel frattempo, sarà creata una nuova joint venture tra Centricus e SPF Group incaricata di gestire il nuovo fondo insieme a una filiale del China Merchants Group.

Centricus e SPF Group puntano a raggiungere il restante 60% raccogliendo capitali da governi, università e altre società tecnologiche.

IL RUOLO CHIAVE DI CENTRICUS

Allearsi con Centricus non è una scelta casuale per Pechino, visto che la società britannica aveva fornito la propria consulenza alla giapponese SoftBank per l’iniziativa da 100 miliardi di dollari. Centricus è guidata dall’ex dirigente della Deutsche Bank Nizar Al-Bassam e dall’ex partner di Goldman Sachs Dalinc Ariburnu, che hanno stretti legami con i fondi sovrani del Golfo. Quest’ultimi avrebbero aiutato SoftBank ad assicurarsi un investimento di 60 miliardi di dollari da parte dei fondi statali dell’Arabia Saudita e di Abu Dhabi.

INARRIVABILE VISION FUND

Pechino si affianca agli altri investitori globali nella corsa per raccogliere investimenti sempre più grandi per competere con il megagalattico fondo di SoftBank, guidato dal visionario Masayoshi Son, che ha ribaltato il tradizionale approccio al capitale investito in venture capital investendo ingenti somme in start-up.

Dalla fondazione nel novembre 2016, Vision Fund ha effettuato massicci investimenti in Uber Technologies, nel gigante di co-working globale WeWork, nella startup per la consegna di cibo DoorDash e nell’app per la camminata del cane Wag. Due settimane fa, il fondo giapponese ha iniettato un investimento di 250 milioni di dollari in Cohesity, società di storage con sede in California che fornisce servizi per aiutare le aziende a memorizzare, gestire e proteggere i propri dati.

PARTITA TRA GIGANTI

“La rivoluzione tecnologica sta avvenendo molto più rapidamente del previsto e questo sta creando una grande corsa per gli investimenti nel settore. Siamo in una fase in cui le dimensioni dei fondi disponibili e la possibilità di accedere ai grandi mercati saranno il punto di svolta del gioco” ha dichiarato Dalinc Ariburnu di Centricus.

La scorsa settimana, sempre il Ft aveva riportato che Sequoia Capital, la società di venture capital della Silicon Valley, aveva raccolto i primi 6 miliardi di dollari di quello che sarà un fondo globale di 8 miliardi di dollari, in quanto il fondo giapponese di Son intimidisce anche gli Stati Uniti.

Un matrimonio infernale: la fusione Bayer-Monsanto segna la condanna a morte per l’umanità

DI ROBERT BRIDGE

strategic-culture.org

In che universo è possibile che a due delle corporations mondiali più moralmente corrotte, Bayer e Monsanto venga permesso di unire le forze, in quello che promette di essere il prossimo stadio nell’acquisizione delle risorse agricole e farmaceutiche del pianeta?

Attenzione, anticipo della trama. In questa horror-story di epiche proporzioni non si trova un Mr. Hyde: c’è solo il Dr. Jekyll. Come nella sceneggiatura di un horror di David Lynch, la Bayer AG, famosa per i suoi gas venefici, ha finalizzato (per la cifra di 66 miliardi di dollari) l’acquisizione di Monsanto, la multinazionale agro-chimica che dovrebbe essere sul banco degli imputati nel carcere di Guantanamo e appellarsi al Quinto Emendamento [rifiutarsi di rispondere alle domande n.d.t], invece di godere dell’equivalente societario di protezione ed impunità per i suoi crimini contro l’umanità. Questi sono i privilegi che derivano dall’essere una corporation trasnazionale al di sopra della legge.

Com’era prevedibile, la prima cosa che ha fatto Bayer dopo l’acquisizione di Monsanto, carica com’è di bagaglio extra e irregolarità etiche, è stata quella di dare inizio ad una campagna per il miglioramento dell’immagine. Come un cattivo di Hollywood, che cade in un crogiuolo di acciaio fuso e riappare più tardi sotto un’altra forma, la Monsanto è stata orwellianamente ribattezzata “Bayer Crop-Science Division”, il cui motto è: “La scienza per una vita migliore.”

E comunque, la stessa Bayer è uno schermo protettivo ben piccolo per la Monsanto, considerando che lei stessa ha una storia costellata di malpratiche corporative. Oltre al suo ben noto business in rimedi per l’emicrania, questa azienda tedesca ha avuto un ruolo significativo nell’introduzione dei gas venefici sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale.

Nonostante il divieto all’uso di armi chimiche risalisse alla Convenzione dell’Aia del 1907, l’Amministratore Delegato della Bayer, Carl Duisberg, che faceva parte di una commissione speciale istituita dal Ministero Tedesco per la Guerra, sapeva riconoscere un’opportunità di affari, quando ne vedeva una.

Duisberg aveva assistito ai primi test con i gas venefici ed era rimasto favorevolmente impressionato dalla nuova, terribile arma: “Il nemico non saprà neanche se una certa area sarà stata irrorata oppure no, e rimarrà tranquillamente al suo posto fino all’apparire dei sintomi.”

La Bayer, che aveva appositamente istituito un dipartimento per la ricerca e lo sviluppo degli agenti gassosi, aveva continuato a mettere a punto armi chimiche sempre più letali, come il fosgene e il gas mostarda. “Questo fosgene, che io sappia, è l’arma peggiore.” aveva rimarcato Duisberg, con uno stupefacente disprezzo per la vita, quasi stesse parlando dell’ultimo tipo di insetticida. “Raccomando caldamente di utilizzare l’opportunità di questa guerra per provare anche le granate a gas.”

Duisberg aveva coronato il suo desiderio demoniaco. La possibilità di usare il campo di battaglia come laboratorio e i soldati come cavie era arrivata nella primavera del 1915, quando la Bayer aveva inviato al fronte circa 700 tonnellate di armi chimiche. E’ stato stimato che, il 22 aprile 1915 ad Ypres, Belgio, siano state usate, per la prima, volta circa 170 tonnellate di cloro gassoso contro le truppe francesi. Nell’attacco erano morti quasi 1000 soldati e molte migliaia erano rimasti intossicati.

In totale, circa 60.000 persone erano morte nella Prima Guerra Mondiale per l’utilizzo, iniziato dalla Germania, delle armi chimiche prodotte dall’azienda di Leverkusen.

Secondo Axel Koehler-Schnura, della Coalition against BAYER Dangers [Coalizione contro i pericoli della Bayer]: “Il marchio Bayer richiama alla mente, in modo particolare, lo sviluppo e la produzione di gas venefici. Nondimeno, l’azienda non si è mai ravveduta del suo coinvolgimento negli orrori della Prima Guerra Mondiale. La Bayer non ha neanche preso le distanze dai crimini di Carl Duisberg.”

Questo comportamento pseudocriminale è continuato praticamente fino in tempi moderni. Mike Papantonio, procuratore degli Stati Uniti e presentatore televisivo, aveva parlato di una delle azioni più esecrabili di questa azienda chimica durante il programma di Thomas Hartmann, The Big Picture: “Negli anni ‘80 producevano un agente coagulante per emofiliaci chiamato Fattore VIII. Questo agente coagulante era risultato contaminato da HIV [1], e poi, dopo il divieto governativo a venderlo qui, lo avevano esportato in tutto il mondo, infettando gente in tutto il mondo. Questa è solo una parte della storia della Bayer.”

Papantonio, citando il resoconto annuale della Bayer per il 2014, afferma che sull’azienda pendono 32 differenti procedimenti giudiziari in tutto il mondo. Per una relazione dei procedimenti a carico della Bayer nel 2018, cliccate qui.

Prima di buttare nel gabinetto i vostri prodotti Bayer e tirare lo sciacquone, mettete magari da parte un’aspirina o due, perché la storia è ancora più brutta.

Una delle conseguenze dirette del mostro “Baysanto” sarà un’impennata dei prezzi per gli agricoltori, che hanno già dovuto ridurre il loro tenore di vita a causa di costi insostenibili. “Gli agricoltori, negli ultimi anni, hanno già sperimentato aumenti di prezzo del 300% su ogni cosa, dalle sementi ai fertilizzanti, tutti controllati dalla Monsanto,” ha riferito Papantonio ad Hartmann. “E tutti gli analisti sono del parere che questi prezzi sono destinati a salire ancora più in alto a causa di questa fusione.”

E comunque è difficile immaginare che la situazione possa peggiorare ancora per gli agricoltori americani, che attualmente hanno la percentuale di suicidi più alta di tutte le professioni del paese. Il tasso di suicidi per gli Americani impiegati in agricoltura, pesca e silvicoltura è di 84,5/100.000 persone, più del quintuplo di quello di tutta la popolazione in generale.

Questa tragica tendenza ricorda quella dell’India dove, una decina di anni fa, milioni di agricoltori avevavno iniziato la transizione dalle tecniche di agricoltura tradizionale a quelle che invece utilizzavano le sementi geneticamente modificate della Monsanto. In passato, seguendo una tradizione millenaria, gli agricoltori conservavano, come sementi, una parte del raccolto e lo riseminavano l’anno successivo. Quell’epoca, dove si seguivano gli schemi e i ritmi ben collaudati della natura, è ormai praticamente finita. Oggi, le sementi geneticamente modificate della Monsanto contengono la cosiddetta tecnologia-Terminator, e le coltivazioni risultanti sono sterili e non più in grado di germinare. In altre parole, la società produttrice delle sementi sta letteralmente giocando a fare Dio con la natura e con le nostre vite. Così, gli agricoltori indiani sono obbligati, ogni anno, a ricomprare a costi proibitivi una nuova fornitura di sementi (insieme al pesticida della Monsanto, il Round-Up).

Ma il mondo avrebbe dovuto forse aspettarsi qualcosa di diverso dalla stessa azienda che è stata coinvolta nella produzione dell’agente Orange, usato dall’esercito (americano) nella guerra del Vietnam (1961-1971)? Più di 4,8 milioni di Vietnamiti hanno sofferto di patologie connesse al defoliante, sparso su vaste estensioni di terreno coltivabile durante la guerra, che ha distrutto la fertilità del terreno e la produzione agricola del Vietnam. Circa 400.000 Vienamiti sono morti a causa dall’uso da parte dell’esercito americano dell’agente Orange, mentre milioni hanno sofferto per la fame, le malattie invalidanti e le malformazioni congenite.

Questa è l’azienda a cui abbiamo permesso, insieme alla Bayer, di controllare un quarto delle risorse alimentari del mondo intero. Tutto questo porta a chiedersi: chi è più pazzo? Bayer e Monsanto, o noi, la gente?

E’ importante ricordare che la fusione Bayer-Monsanto non avviene in un vuoto corporativo. Fa parte della gara delle aziende agrochimiche mondiali per accaparrarsi le risorse alimentari del mondo. ChemCina ha acquisito la svizzera Syngenta per 34 miliardi di dollari, per esempio, mentre Dow e DuPont hanno costituito un loro impero da 130 miliardi di dollari.

In ogni caso, nessuna di queste aziende ha un’immagine lorda di sangue come Bayer e Monsanto, un matrimonio diabolico che minaccia tutta la vita sulla Terra.

 

Robert Bridge

Fonte: https://www.strategic-culture.org

Link:https://www.strategic-culture.org/news/2018/06/30/match-made-hell-bayer-monsanto-partnership-signals-death-knell-for-humanity.html

30.06.2018

 

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Decreto Dignità in arrivo, ecco cosa prevede il primo provvedimento del governo

Valeria Panigada finanza.com 2.7.18

E’ in arrivo il Decreto Dignità, il primo provvedimento del governo Lega-M5S. Il testo è pronto e dovrebbe arrivare sul tavolo del primo Consiglio dei ministri tra oggi e domani o comunque entro “questa settimana”, come ha assicurato il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio.

Cosa prevede il Decreto Dignità

Il Decreto Dignità introdurrà delle novità soprattutto per le imprese e il lavoro, tra cui spicca la disincentivazione alla delocalizzazione e la lotta contro la precarietà. Le novità si possono raggruppare in quattro grandi punti:

1- Abolizione del redditometro e studi di settore, fatturazione elettronica slitta al 2019

Prevista per le imprese l’abolizione del redditometro, visto l’uso “davvero limitato” dello strumento, e un rinvio al 31 dicembre dell’invio cumulato dei dati dello spesometro (la prossima scadenza sarebbe settembre). Tra i correttivi allo split payment, ossia il meccanismo di inversione contabile Iva, possibile lo stop per i professionisti (circa 35 milioni) e una accelerazione dei tempi dei rimborsi Iva. Nel pacchetto fiscale previsto il rinvio al 1 gennaio 2019 dell’obbligo di fattura elettronica per l’acquisto di carburanti da parte delle partite Iva, che potranno mantenere fino a fine anno anche la carta carburante. La misura dovrebbe valere solo per la vendita al dettaglio e non per tutta la filiera (con un costo stimato tra i 30 e i 50 milioni di euro).

2- Lotta alla precarietà, norme più stringenti sui contratti a termine

Una parte importante del provvedimento riguarda la lotta alla precarietà del lavoro, con norme più rigide sui contratti a termine. In particolare, il limite massimo resta di 36 mesi ma ogni rinnovo del contratto a termine a partire dal secondo avrà un costo contributivo crescente dello 0,5%. Oltre a renderlo più caro, si ridurrà il numero di proproghe massimo, che non potranno essere più di 4 (dalle attuali 5). Si allungherà poi a 270 giorni il termine entro il quale sarà possibile impugnare i contratti. Infine tornano le causali: esigenze temporanee e oggettive, connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, o relative a picchi di attività stagionali saranno le tre tipologie di causali per giustificare il contratto a termine, da indicare al primo rinnovo o per quelli oltre i 12 mesi. Anche i contratti in somministrazione andranno conteggiati nel del limite del 20% previsto per contingentare le assunzioni a termine.

Non è invece prevista la norma sui riders, che verrà invece discussa a parte. Oggi è previsto l’incontro del Ministero dello Sviluppo Economico con i rappresentanti delle principali società del settore.

3- Disincentivare le imprese che delocalizzano e ricevono aiuti di Stato

Alle aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato che delocalizzano le attività prima che siano trascorsi dieci anni arriveranno sanzioni da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto. Previsto anche che lo stesso beneficio venga restituito con gli interessi maggiorati fino a 5 punti percentuali. Nel caso la concessione di aiuti di Stato preveda una valutazione dell’impatto occupazionale, i benefici verranno revocati in tutto o in parte a chi riduce “i livelli occupazionali degli addetti all’unità produttiva o all’attività interessata dall’aiuto nei dieci anni successivi alla data di conclusione dell’iniziativa”.

4- Stop alla pubblicità sul gioco d’azzardo

Stop totale agli spot sul gioco d’azzardo, che dal 2019 scatterà anche per le sponsorizzazioni e tutte le forme di comunicazione. A chi non rispetterà il divieto arriverà una sanzione del 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità comunque di importo minimo di 50.000 euro. Gli incassi andranno al fondo per il contrasto al gioco d’azzardo patologico. Restano le sanzioni da 100mila a 500mila euro per chi viola il divieto durante spettacoli dedicati ai minori.