I furbetti del mattone

La sobrietà, in simbiosi con un sano rapporto con l’etica, è cosa di altri tempi, decantata dalla coerenza di Enrico De Nicola nella stagione drammatica dei disagi post bellici. Il Presidente, per recarsi al Quirinale si serviva del tram e indossava un cappotto rivoltato, nel rispetto del risparmio. Il buon esempio ha avuto vita breve, scalzato dai mille privilegi strappati all’economia del Paese da mestieranti della politica interessati a ricavare il massimo dall’elezione a deputati, senatori e amministratori locali a vario titolo. Gli “eletti” del popolo, nel senso di più votati, non di uomini degni del ruolo, hanno finto di dimenticare che il titolo di “onorevole” è usurpato, perché abolito nientemeno che dal fascismo e perché inesistente in altri luoghi del mondo dove ai deputati ci si rivolge con un semplice “signor”.

Nei giorni successivi al 4 marzo si era accesa la speranza di assistere ad una salutare replica del rigore morale di De Nicola: i candidati a governare il Paese si muovevano nella Capitale con mezzi proletari, con bus e metrò, raramente con il taxi, comunque preferito al lusso delle auto blu. Illusione, furbata di breve durata. Cinquestelle e Leghisti si scambiano quotidianamente l’appellativo “onorevole” e di tram, bus, metro, se ne servano i “cittadini”, sempre che sia garantito il servizio.

Le considerazioni sulla sobrietà sono sollecitate dalla concomitanza di episodi analoghi, che riassunti per brevità nel numero di quattro, vedono protagonisti altrettanti leader politici.

Gianfranco Fini (Alleanza Nazionale): scandalo della casa di Montecarlo, lasciata in eredità al suo partito, Giancarlo Tulliani, suo, l’acquistò nel 2008 per poco più di 300mila euro, nonostante valesse tre volte tanto sul mercato, con i soldi di Francesco Corallo, re delle slot machine, che grazie alla concessione statale per gestire il gioco d’azzardo ha fatto soldi a palate.

Claudio Scajola (partito delle Libertà): La Procura di Roma lo processa insieme all’imprenditore Anemone per finanziamento illecito a parlamentare, in relazione all’acquisto di un appartamento in via del Fagutale, di fronte al Colosseo. Anemone avrebbe pagato circa 1,1 milioni di euro sui 1,7 della somma versata da Scajola per l’acquisto dell’immobile. Il parlamentare è stato poi assolto per “incolpevolezzza” del versamento di Anemone. Questi, condannato a tre anni, se l’è cavata per prescrizione del reato.

Roberto Formigoni detto “il celeste” (Forza Italia): Condannato a sei anni di reclusione per lo scandalo della Fondazione Maugeri e dell’ospedale San Raffaele, favoriti dall’ex governatore della Lombardia. Soldi confluiti sui conti delle società di Daccò e Simone, presunti collettori delle tangenti, che avrebbero garantito a Formigoni circa otto milioni di euro in benefit di lusso, tra cui l’uso di yacht e il pagamento di vacanze lussuose.

Matteo Renzi: per carità nessun termine di paragone con i tre compari appena descritti, ma una riflessione sul potenziale economico dell’ex segretario Pd che è in trattativa a Firenze per l’acquisto di una gran bella casa dal costo ufficiale di un milione e trecentomila euro. E’ vero non è corretto tradurre l’importo in lire, ma per farsi un’idea del valore dell’immobile, che Renzi potrebbe comprare, il milione e 300mila euro nella vecchia moneta è pari a due miliardi e seicento milioni. La polemica nasce dalla dichiarazione dell’ex segretario Pd. “Ho solo 15mila euro sul mio conto”. Chi pesca nel torbido si chiede dove Renzi abbia messo insieme la cifra in questione. La replica ricorda che in caso di conclusione della trattiva il neo senatore venderebbe la casa di Pontassieve e integrerebbe la cifra necessaria con un mutuo. Insiste la voce maligna “ma i soldi per comprare la casa di Pontassieve, di suo lussuosa, dove li ha presi?” Invidia, strascichi della persecuzione subita da destra centro e sinistra, ballon d’essai? Chi vivrà, vedrà.

Un articolo di Repubblica, a proposito di case comprate e vendute conclude con un disinteressato “chi se ne frega, possiamo parlare d’altro?”. Eh no. Date per buone le motivazioni di Renzi, faccende come quelle di Fini, Scajola e Formigoni non sono faccende minori su cui glissare. Quanto a Renzi e ai professionisti della politica non è male tifare per un’inedita trasparenza, in onore di sobrietà alla De Nicola.