Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica e non solo. Ecco il piano a 5 stelle temuto da Guzzetti per la Cdp

Michele Arnese startmag.it 4.3.17

Che cosa temono davvero le fondazioni bancarie per il futuro della Cassa depositi e prestiti? Perché il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, in privato e in pubblico fa sapere di temere mosse ostili su Cdp? Che cosa preoccupa il numero uno delle fondazioni azioniste della Cassa depositi e prestiti?

Guzzetti negli scorsi giorni al Corriere della Sera non ha esitato a dire: “Non consentiremo operazioni che possano diluire la nostra partecipazione. Lo statuto parla chiaro”.

La trasformazione formale o de facto di Cdp in una banca – come fa balenare indirettamente il contratto di governo fra M5S e Lega – avrebbe come primo effetto di imporre una ricapitalizzazione robusta pari a circa 25 miliardi di euro, è stato calcolato.

Ma c’è anche e soprattutto altro a impensierire le fondazioni bancarie. Come racconta un banchiere di lungo corso, Guzzetti vede come fumo negli occhi un piano caldeggiato dai vertici del Movimento 5 Stelle messo a punto da manager di spicco di Cdp e da partner di banche d’affari.

L’obiettivo sistemico, gradito anche all’attuale esecutivo, sarebbe quello di limare lo stock del debito pubblico. Ha scritto di recente Giovanni Pons, direttore di Business Insider Italia: “L’annuncio da parte di un nuovo governo italiano di un piano preciso e credibile di riduzione del debito pubblico nei prossimi cinque anni avrebbe l’immediato effetto di ridurre lo spread con i titoli tedeschi e dunque far calare la spesa per interessi non solo per lo Stato ma anche per le imprese e le famiglie, liberando al contempo risorse per lo sviluppo”.

Il piano si cui ora si vocifera nei palazzi della finanza e della politica si chiamerebbe Capricorn e prevederebbe il trasferimento di quote possedute dal Tesoro in aziende come – si dice – Eni, Enel e Leonardo (ex Finmeccanica) alla Cassa depositi e prestiti (controllata dal Tesoro con l’82,77% e partecipata dalle fondazioni con il 15,93%).

Un piano, come si evince da un articolo di settimane fa del Sole 24 Ore, di cui si parlò anche durante i governi Renzi e Gentiloni. Il piano Capricorn – scrisse Laura Serafini del Sole – “che passa attraverso lo spostamento delle partecipazioni quotate possedute dal ministero dell’Economia alla Cdp, con l’obiettivo di rafforzare patrimonialmente la società e darle maggiore potenza finanziaria di intervento nell’economia. Poi si può discutere se aprire il capitale della Cassa a «capitali pazienti» per restituire risorse al ministero, per almeno 20 miliardi. Basti pensare soltanto alla possibilità che Cdp avrebbe (e che lo Stato non ha) di sostenere con aumenti di capitale Eni o Enel o altre partecipate che dovessero puntare a una crescita dimensionale all’estero. Oppure al caso Leonardo”.

La conseguenza di un aumento di capitale di questa portata sarebbe la riduzione della quota di Cdp appannaggio delle fondazioni bancarie.

Una discesa anche sotto il 10 per cento, si borbotta in ambienti delle fondazioni bancarie. Un effetto dirompente per gli enti di estrazione creditizia, che sarebbero marginalizzati nella gestione della Cdp. D’altronde fra i Cinque Stelle non si sprecano, anzi, le stilettate critiche all’indirizzo delle fondazioni bancarie (differente l’impostazione della Lega).

Significati alcuni articoli dello Statuto di Cdp (non a caso evocato da Guzzetti al Corsera). L’articolo 15 prevede che solo chi ha più del 10% può presentare liste in assemblea per l’elezione del cda.

Non solo. L’articolo 14 dice dello statuto Cdp: “L’assemblea straordinaria è regolarmente costituita con la presenza di almeno l’85% del capitale sociale; essa delibera, anche in seconda convocazione, con il voto favorevole di almeno l’85% del capitale“

Come dire che il ruolo di minoranza di blocco – appannaggio teorico delle fondazioni in caso di non condivisione di decisioni rilevanti dell’azionista di maggioranza – sarebbe azzoppato del tutto in caso di diluizione rilevante delle fondazioni in Cdp.

Uno scenario che gli enti capeggiati da Guzzetti vogliono scongiurare: i benefici di stare in Cdp, in termini di dividendi e dunque di redditività dell’investimento, sono e saranno troppi alti per cestinarli. Specie per le casse delle fondazioni bancarie non più floride come in passato.