Quando perdemmo la sovranità. Il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia

Ilpetulante.it 15.6.18

In realtà, pochi conoscono o sanno quanto sia stata importante e fondamentale la vicenda del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, messa in atto nel lontano 1981, dall’allora presidente di Bankitalia, Carlo Azelio Ciampi, e Benianimo Andreatta (ministro del tesoro). Con quella riforma, correlata e coeva all’adesione del nostro paese allo SME (sistema monetario europeo: l’antesignano della moneta unica), l’Italia perse il primo e forse il più importante pezzo della propria sovranità, quella monetaria, poiché lo Stato, da quel momento, non controllava più l’istituto di emissione della moneta.

Da allora, infatti, l‘europeismo austero (e fin troppo idealizzato) è avanzato nel nostro paese a ritmi sempre più serrati. Sono seguite le ulteriori tappe che hanno visto l’adesione dell’Italia all’atto Unico Europeo (1986), al Trattato di Maastricht (1992), al Patto di stabilità (1997). E poi il fondamentale e deleterio ingresso del nostro paese nell’Euro (1999-2002), a cui è seguita l’adesione al Meccanismo Europeo di Stabilità (2011) e al Fiscal Compact (2012).

Soffermandomi però un poco sul divorzio tra Bankitalia e Tesoro, questo – dicevo – si può definire come il cuore della perdita di sovranità che ha portato negli anni successivi – e di seguito all’adesione ai vari trattati europei di cui sopra – a un aumento esponenziale del debito pubblico italiano. Fino al 1981 – anno del divorzio – l’Italia godeva infatti di piena sovranità monetaria, garantita dalla proprietà pubblica dell’istituto di emissione. La Banca d’Italia poteva così acquistare nel mercato primario tutti i titoli non collocati presso gli investitori privati. E ciò se da una parte garantiva il finanziamento della spesa pubblica senza che venisse oppresso il cittadino con una fiscalità esosa, dall’altra impediva gli attacchi speculativi al debito sovrano e sulla moneta. Un po’ come accade oggi in Giappone, negli USA e in generale nelle nazioni in cui vige la piena sovranità monetaria.

Con il divorzio tutto cambiò, seppure non immediatamente. Dopo il 1981, Bankitalia poteva ancora acquistare titoli del debito pubblico nel mercato primario, ma gradualmente, con il passare degli anni, questa facoltà venne utilizzata sempre meno, in vista dell’allineamento delle monete europee. Lo Stato italiano fu costretto così a collocare i titoli solo sul mercato finanziario privato (questa diventerà la regola obbligatoria con l’entrata nell’euro). Ciò comportò un sensibile e progressivo aumento dei tassi di interesse sul debito che espose la nostra moneta agli attacchi speculativi (v. l’attacco del 1992), che comportò un ulteriore aumento del debito pubblico. Ma nulla al confronto dell’aumento esponenziale e direi galoppante avutosi dopo l’ingresso dell’Italia nell’euro, e in particolar modo dopo la crisi economica globale del 2008.

Ecco perché oggi i sovranisti sostengono la imprescindibile necessità di recuperare la sovranità monetaria, attraverso il controllo diretto dell’emissione della moneta o comunque dell’istituto che emette la moneta. Questo è un passo fondamentale sulla via della piena riconquista della sovranità economica e dunque per un nuovo sviluppo nazionale nel solco del modello economico costituzionale, oggi tradito dall’adesione del nostro paese alla moneta unica e al modello economico ordoliberale europeista.

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