TINTINNIO DI MANETTE – ARRESTATO A MESSINA GIUSEPPE MINEO, L’UOMO CHE RENZI VOLEVA COME GIUDICE DEL CONSIGLIO DI STATO – SECONDO IL GIP “HA MOSTRATO DI ESSERE AVVEZZO A UNA PARTICOLARE PROFESSIONALITÀ A DELINQUERE”, E AVREBBE CHIESTO UNA TANGENTE DI 115MILA EURO A FAVORE DELL’EX GOVERNATORE SICILIANO RAFFAELE DRAGO

dagospia.com 5.7.18

Fabio Amendolara per “la Verità”

CONSIGLIO DI STATO PALAZZO SPADACONSIGLIO DI STATO PALAZZO SPADA

Quando l’ ex presidente del consiglio Matteo Renzi propose Giuseppe Mineo come giudice del Consiglio di Stato, ossia il massimo organo della giustizia amministrativa, si crearono non pochi imbarazzi. Quel giudice che secondo Renzi aveva, tranne che per l’ età, tutte le carte in regola per ricoprire quell’ incarico così delicato, in realtà si portava sulle spalle ben due nomine politiche da giudice dell’ organo che nella Regione a statuto speciale ricopre le stesse funzioni del Consiglio di Stato, ossia il Consiglio di giustizia amministrativa siciliana, una delle quali targata Raffaele Lombardo (ex presidente della Regione). Poi si scoprì che era stato sanzionato per il ritardo con cui depositava le decisioni e la nomina saltò.

 

GIUSEPPE MINEOGIUSEPPE MINEO

Ora i magistrati di Messina, scoprendo che tentava di sovvertire le sentenze, hanno ampliato il suo curriculum. E Mineo, protagonista della seconda puntata dell’ inchiesta che il 6 febbraio 2018 portò all’ arresto di 15 persone, tra le quali gli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara (difensore anche dell’ Eni), ieri è finito dietro le sbarre.

 

L’ accusa: «Corruzione in atti giudiziari». Delfino di Pietro Barcellona, che fu insigne giurista, filosofo e poi anche deputato comunista, Mineo è professore associato di diritto privato all’ università di Catania. Nel 2010 approda al Consiglio di giustizia amministrativa siciliana e ne esce qualche mese fa, con la nomina che il Comune di Vittoria gli ha fatto a capo del nucleo di valutazione dei dirigenti dell’ ente e delle performance dell’ amministrazione.

 

matteo renzi in senato 2MATTEO RENZI IN SENATO 2

Avrebbe dovuto controllare la regolarità contabile e amministrativa del Comune. Funzioni che, però, secondo il gip di Messina, Maria Militello, lo rendono particolarmente esposto ad accordi corruttivi. Secondo la toga «ha mostrato di essere avvezzo a una particolare professionalità a delinquere, in spregio alla funzione ricoperta».

 

E infatti le esigenze cautelari sono basate su questa valutazione: «Nulla potrebbe contenere la disinvoltura con la quale Mineo ha piegato la funzione giurisdizionale ad interessi privati». Ma cosa ha combinato di così grave il pupillo renziano da attirarsi bacchettate così pesanti da una collega?

 

Mineo avrebbe chiesto una tangente di 115.000 euro da destinare all’ ex governatore della Sicilia Raffaele Drago, che in quel periodo non viveva un buon momento e poi è deceduto: avrebbe dovuto affrontare di lì a poco un intervento in Malesia ed era stato condannato in via definitiva a tre anni per peculato perché si era appropriato dei fondi della presidenza senza rendicontarli.

PALAZZO SPADA CONSIGLIO DI STATOPALAZZO SPADA CONSIGLIO DI STATO

 

In particolare, secondo l’ accusa, la corruzione sarebbe avvenuta per «determinare, nella qualità di giudice relatore, il collegio del Consiglio di giustizia amministrativa ad assumere contra legem decisioni favorevoli alle imprese Open land srl e Am group srl nell’ ambito di contenziosi amministrativi con il Comune e la Sovrintendenza di Siracusa».

 

Inoltre Mineo avrebbe rivelato informazioni riservate sui procedimenti facendosi così erogare su un conto a Malta, intestato ad Alessandro Ferraro, i 115.000 euro.

PROCURA MESSINAPROCURA MESSINA

Il secondo protagonista di questo capitolo dell’ inchiesta è proprio Ferraro, finito ai domiciliari. Dai giudici viene indicato come «tramite tra malavita catanese e siracusana». Ma nella vita Ferraro è soprattutto noto per essere uno stretto collaboratore degli avvocati Calafiore e Amara, quest’ ultimo, socio di Andrea Bacci, il ristrutturatore della casa dell’ ex premier, in passato socio d’ affari di babbo Tiziano Renzi.

 

Sul conto maltese, tra il 16 maggio e il 29 luglio 2016, Ferraro riceve otto bonifici. La coincidenza inquietante è che proprio in quei giorni il governo Renzi indica Mineo per il posto al Consiglio di Stato. Era quella nomina, secondo l’ accusa, il compenso per la sentenza da pilotare nel procedimento per il risarcimento che nel 2016 rischiò di mandare in default il Comune e la Sovrintendenza di Siracusa.

 

MATTEO RENZI E IL PALLONEMATTEO RENZI E IL PALLONE

Nel primo caso, l’ oggetto del contenzioso era un permesso per demolire e poi ricostruire un centro commerciale. Nel secondo caso, invece, c’ era il no alla Am group per la realizzazione di 71 villette a schiera nell’ area a ridosso delle mura di Dionisio a Siracusa. Grazie agli interventi dei due azzeccagarbugli Calafiore e Amara, per valutare i vincoli archeologici, secondo l’ accusa, i giudici nominarono come consulente tecnico un ingegnere aerospaziale. Con la perizia favorevole all’ impresa il gioco era ormai fatto.

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi. E il presidente del Consiglio di giustizia amministrativa Claudio Zucchelli si mette di traverso. Con una email sostiene l’ improcedibilità di entrambi i ricorsi. Il tentativo di sovrastimare il risarcimento del danno, quindi, fallisce. In più, secondo il gip, «la destinazione solidaristica delle somme per l’ amico Drago» non salva Mineo. E non gli evita il carcere, per due motivi ben precisi: «L’ elevato importo non era certo destinato tutto a coprire i costi della malattia e avrebbe potuto aiutare l’ amico fraterno con un prestito invece di fare mercimonio dell’ attività giurisdizionale ricoperta».

Facebook nasconde Oltre la Linea

oltrelalinea.news 4.7.18 Stella Fergola

Molti di voi avranno sicuramente notato che gli articoli di Oltre la Linea non vengono più visualizzati sulla home di Facebook, o quanto meno vengono visualizzati sporadicamente.

Noi addetti ai lavori avevamo già registrato, da venerdì 29 giugno, che i pezzi condivisi avevano pochissime coperture. Per chi non lo sapesse, la copertura è il numero di persone che visualizza l’articolo su Facebook prima del clic: ebbene, le nostre coperture sono passate da una media di diverse decine di migliaia a pezzo (anche più di 100mila in certi casi) a un massimo di 150-160 circa per singolo contenuto, anche a diversi giorni dall’uscita sulla nostra pagina.

Per fare un esempio spicciolo, anche un articolo di sport, che normalmente non rappresenta il nostro focus editoriale e non viene recepito dai nostri lettori con il medesimo interesse rispetto a politica, storia e attualità (gli ambiti su cui il nostro giornale solitamente si concentra), riusciva, prima, a raggiungere circa 2000 persone.

Su temi di nostro precipuo interesse, i risultati erano ben più ampi:

La situazione attualmente è invece la seguente:

Ciò avviene perché lo stesso Facebook ha deciso di “privilegiare i siti affidabili” da qualche giorno, inserendoci, manco a dirlo e in modo del tutto arbitrario, sulla lista nera. Secondo quanto riporta l’Ansa, l’ “affidabilità” sarebbe stabilita sulla base di sondaggi al pubblico.

Curioso però come nessuna fonte riporti i risultati di queste presunte “interviste”, essendo molto generosi nel considerarle metro di giudizio scientifico per valutare quanto un media sia “affidabile” o meno. E ammettendo pure che, se dovessero farci la grazia di mostrarli, siano veritieri e genuini.

Si tratta di una censura a tutti gli effetti, attuata con la strategia scaltra del danno “invisibile” che, se non ci banna direttamente dall’attività social, rende quanto meno molto complicato il nostro lavoro.

Qualcuno – che evidentemente non sa di cosa sta parlando – ha anche scritto che la crescita del traffico sui social è molto bassa, del 5% rispetto alle tradizionali indicizzazioni su google. Vorremmo rispondere a siffatti geni con il brutto vizio di parlare di cose che non conoscono che, sebbene il concetto di crescita sia differente da quello che stiamo provando a sostenere noi ad oggi, di fatto, il 95% dei nostri lettori vengono direttamente dai social network e proprio da Facebook in particolare. Siccome noi monitoriamo le nostre visite e non parliamo tanto per dare fiato alla bocca, ci permettiamo di sottolineare come, se non si hanno dei dati a disposizione, forse, sia meglio tacere.

Che concludere, dunque? Ciò che personalmente ho sempre sostenuto, ossia che le democrazie occidentali non hanno mai avuto una vera opposizione, esattamente come i regimi totalitari del Novecento. Da quando questa ha iniziato a palesarsi, come avvenuto in modo cristallino in questi anni di crisi, esse sbarellano sul proprio contorto concetto di libertà, ed ecco che Karl Popper viene in soccorso, tutto si giustifica, tutto si tace.

Cambiano solo le modalità, con un pubblico abbastanza abituato a desiderare la propria gabbia che raramente manifesta dissenso. Ora, forse, qualche scricchiolio lo stava mostrando.

E i cortocircuiti aumentano. Anche se si pubblicano fonti, link esterni, traduzioni, video originali, fatti e numeri. Probabilmente basterà un semplice articolo di opinione (che non è qualificabile come affidabile o meno, qualsiasi cosa si scriva) come pretesto.

Se se la prendono con pesci relativamente piccoli come noi, vuol dire che sono proprio alla frutta.
Mi permetto di concludere scrivendo solo un’ultima considerazione: un tempo le fughe avvenivano da Est ad Ovest, oggi avviene il contrario. Un saluto ai democretini e al loro mondo di plastica, noi sappiamo da dove ripartire, perché stiamo lavorando per arrivare a voi in ogni caso, garantendovi l’informazione che meritate.

(di Stelio Fergola)

Un disgustoso conflitto di interessi: la ditta del marito di Theresa May ha ricavato profitti immensi dai bombardamenti della Siria

oltrelalinea.news 5.7.18

È risaputo che il marito di Theresa May, Philip, agisce essenzialmente come consigliere non ufficiale del Primo Ministro – un fatto dimostrato dall’ex deputato conservatore del Chichester, Andrew Tyrie, che ha dichiarato durante un profilo di Newsnight del marito del premier che “Philip è chiaramente un consulente informale di Theresa. Probabilmente un ruolo molto simile a quello svolto da Denis per Margaret Thatcher.” Mentre è abbastanza ovvio che quasi tutti i coniugi sono l’un per l’altra dei consulenti informali, l’ammissione di Tyrie, secondo cui il marito del Primo Ministro ha una così grande influenza sulle decisioni della moglie, è resa ancora più preoccupante dal fatto che Mr May – che è un dirigente senior di una società di investimento da 1,4 milioni di sterline – è in grado di trarre vantaggio finanziario dalle decisioni prese dalla moglie, il primo ministro.

Il fatto che Philip May sia al tempo stesso un Senior Executive di una società di investimento enormemente potente, e sia a conoscenza di informazioni privilegiate a disposizione del Primo Ministro – informazioni che, una volta pubbliche, influiscono enormemente sui prezzi delle azioni delle società in cui investe la sua azienda – rende l’occupazione ufficiale di Mr May uno stupefacente conflitto di interessi per il marito di un primo ministro in carica. Tuttavia, a parte la facilità con cui è in grado di raccogliere informazioni privilegiate da sua moglie sulle potenziali decisioni che potrebbero andare a fare enormi profitti per la sua azienda, c’è un conflitto di interessi molto più oscuro che finora è rimasto sotto silenzio. Philip May è Senior Executive di Capital Group, una società di investimento che acquista azioni di ogni sorta di società in tutto il mondo, incluse migliaia di azioni della più grande società di difesa al mondo, Lockheed Martin. Secondo Investopedia, Capital Group di Philip May possedeva circa il 7,09% di Lockheed Martin nel marzo 2018 – una quota che si dice valga più di 7 miliardi di sterline in questo momento. Mentre altre fonti dicono che la partecipazione al capitale di Lockheed Martin potrebbe essere più vicina al 10%. Il 14 aprile 2018, il primo ministro Theresa May ha sancito l’azione militare britannica sulla Siria in risposta a un apparente attacco chimico alla città di Douma – attacchi aerei che hanno visto il debutto di un nuovo tipo di Missile da crociera, il JASSM, prodotto esclusivamente dalla Lockheed Martin Corporation.

Il debutto di questa nuova arma – incredibilmente costosa – era esattamente ciò a cui si riferiva il presidente degli Stati Uniti Donald Trump quando ha twittato che le armi utilizzate contro la Siria sarebbero state “belle, nuove e ‘intelligenti!” Ogni singolo JASSM usato nel recente bombardamento della Siria costa più di $ 1.000.000, e come risultato del loro uso diffuso durante il recente bombardamento della Siria da parte delle forze occidentali, il prezzo delle azioni di Lockheed Martin è salito alle stelle. Di conseguenza, con gli attacchi aerei sulla Siria che hanno enormemente aumentato il prezzo delle azioni della Lockheed Martin quando i mercati sono riaperti lunedì, la società di Philip May ha successivamente guadagnato una fortuna dal loro investimento nel gigante della Difesa. È ovvio che produttori di armi come Lockheed Martin traggono benefici economici dalle vendite e dall’uso successivo dei loro “prodotti” in guerra: il netto aumento del valore delle azioni degli appaltatori per la Difesa da quando è iniziata la cosiddetta “Guerra al Terrore” nel 2001 è una testimonianza di questo fatto grottesco.

Il fatto che anche imprese di investimento come Capital Group traggano profitto da questi bagni di sangue è disgustoso di per sé. Ma che il marito del primo ministro britannico in carica stia beneficiando finanziariamente delle stesse decisioni che sua moglie, il Primo Ministro, prende o meno nell’inviare truppe britanniche in combattimento dovrebbe far venire la nausea ad ogni singola persona in tutto il paese, e in particolare a chiunque insista ancora a votare per i conservatori. Il primo ministro ha preso la decisione di bombardare la Siria – senza nemmeno aver consultato il Parlamento – sapendo perfettamente che l’impresa di investimento del marito avrebbe avuto immensi introiti dal bagno di sangue. Se questo non è sufficiente per farvi cadere sulla sedia e prendere atto di quanto sia disgustosamente corrotto e moralmente in bancarotta l’establishment inglese, allora siete senza salvezza.

(da Global Research – traduzione di Claudio Napoli)

GACS: Italia chiede a Ue proroga di altri sei mesi, firmato decreto per garanzie su NPL Mps

GACS, ovvero garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni dei crediti deteriorati che, pur se in misura molto minore rispetto al passato, continuano a intasare i bilanci delle banche italiane. Un assist fondamentale per il settore visto che, una volta apposte ai crediti che si desidera smobilizzare, tali GACS rendono gli stessi crediti più appetibili agli occhi degli investitori. In un’intervista a Bloomberg, il ministro dell’economia Giovanni Tria ha confermato le indiscrezioni e ha reso noto che il dicastero ha notificato alla Commissione europea la richiesta per la seconda proroga dei termini per la scadenza delle GACS, fissata al momento al 6 settembre.
Abbiamo appena notificato alla Commissione europea la richiesta” di estendere il programma di altri sei mesi, ha detto il ministro.

Ciò significa che, se accettata, la richiesta permetterà alle banche di beneficiare per altri sei mesidella garanzia pubblica sulle tranche senior delle cartolarizzazioni degli NPL. Il Sole 24 Ore ha scritto che, con un rinvio fino al marzo del 2019, verrebbe spianata la strada “a operazioni per almeno 30 miliardi di euro”.

Da segnalare che le banche che sono al lavoro sul tema della cartolarizzazione dei crediti deteriorati – e che intendono dunque dismetterli – sarebbero secondo il quotidiano finanziario UniCredit, Intesa SanPaolo, Ubi Banca, Banca Carige, Bper Banca e Banco BPM.

Sempre Il Sole ha reso noto oggi che nelle ultime ore è stato firmato il decreto con cui è stata concessa a MPS la garanzia statale. La Gacs in questo caso riguarda la tranche senior da 2,9 miliardi di euro della cartolarizzazione da 24,1 miliardi di euro di NPL da parte dell’istituto senese.

Il piano sulle GACS è stato approvato dalla Commissione europea nel 2016 ed è stato rinnovato per un anno lo scorso anno. Al momento dell’approvazione, ricorda Bloomberg, la Commissione aveva affermato che il meccanismo avrebbe aiutato le banche a fare pulizia nei loro bilanci e a erogare maggior credito.

L’Eurostat ha reso noto che le garanzie statali alle banche sono salite lo scorso anno a 25 miliardi di euro, dai 7 miliardi di euro del 2016.

Le garanzie sono state utilizzate per lo smobilizzo dei crediti deteriorati da banche che includono UniCredit, Banca Popolare di Bari, Carige Spa e Banco BPM.

Niente bavaglio al web, Strasburgo boccia il piano Oettinger

LIBREIDEE.ORG 5.7.18

Sventato, per il momento, il temutissimo “bavaglio” al web. L’aveva predisposto la commissione giuridica del Parlamento Europeo su input della Commissione Ue, in particolare del commissario Günther Oettinger, l’uomo che – all’indomani delle elezioni del 4 marzo – disse che sarebbero stati “i mercati” a insegnare a gli italiani come votare. In pratica: con il pretesto della revisione (necessaria) della tutela del copyright, ferma al 2001, l’Unione Europeaavrebbe, di fatto, proibito la libera circolazione di contenuti, idee e immagini su Internet, mettendo a tacere blog e social. Ma il passaggio democratico cercato dalla Commissione – la validazione (peraltro non vincolante) del Parlamento Europeo – ha dato esito negativo: 318 i voti contrari e 278 i favorevoli, più 31 astenuti. Merito anche della tambureggiante opposizione scatenatasi proprio via web, a partire dall’allarme lanciato in Italia da Claudio Messora su “ByoBlu”: quasi un milione le firme raccolte in pochi giorni dalla petizione online su “Change.org”. «Oggi è un giorno importante, il segno tangibile che finalmente qualcosa sta cambiando anche a livello di Parlamento Europeo», afferma Luigi Di Maio il 5 luglio, a poche ore dal voto di Strasburgo.

La seduta plenaria dell’Europarlamento, scrive il vicepremier grillino sul “Blog delle Stelle”, ha rigettato il mandato sul copyright al relatore Axel Voss, smontando l’impianto della direttiva-bavaglio. La proposta della Commissione Europea Luigi Di Maioritorna dunque al mittente, rimanendo lettera morta. Per Di Maio il segnale è chiaro: «Nessuno si deve permettere di silenziare la Rete e distruggere le incredibili potenzialità che offre in termini di libertà d’espressione e sviluppo economico». La direttiva avrebbe infatti costretto a ricorrere a speciali iter autorizzativi – anche a pagamento – per la semplice possibilità di inserire un link: procedura che avrebbe segnato in Europa la fine del web così come lo conosciamo, fondato sulla libera condivisione dei contenuti in tempo reale, attraverso la rete dei social media. «In ogni caso, anche qualora il testo fosse passato al vaglio di Strasburgo – avverte Di Maio – ci saremmo battuti in sede di Consiglio; a livello nazionale saremmo invece stati disposti a non recepirla». Lo disse subito, il leader dei 5 Stelle: se l’Ue dovesse malauguratamente adottare quella norma-vergogna, l’Italia eviterebbe di applicarla.

«Voglio ringraziare tutti i nostri rappresentanti a Bruxelles e anche gli altri europarlamentari che hanno deciso di seguirci in questa battaglia per la libertà d’informazione», aggiunge lo stesso Di Maio. «Ora si apre una nuova battaglia: nella prossima plenaria si terrà infatti un dibattito politico e la possibilità di presentare emendamenti». Di Maio si dice sicuro che gli articoli più pericolosi della direttiva – l’11 e il 13 – verranno definitivamente rimossi. «Questa direttiva – spiega – riportava infatti due concetti inaccettabili: il primo prevedeva un diritto per i grandi editori di autorizzare o bloccare l’utilizzo digitale delle loro pubblicazioni introducendo anche una nuova remunerazione, la cosiddetta “link tax”, mentre il secondo imponeva alle società che danno accesso a grandi quantità di dati di adottare misure per controllare ex ante tutti i contenuti caricati dagli utenti». Assicura Di Maio: «Questo governo vigilerà affinché la libertà di Internet venga salvaguardata, senza scendere ad alcun compromesso e rifiutando ogni bavaglio».

GILBERTO E LA BUSTA PAGA BRACCIANTE AGRICOLO

https://scenarieconomici.it/author/maurizio-gustinicci/ 5.7.18

Grazie al mio amico Gilberto, oggi scopriamo che:

Una busta paga da bracciante agricolo

valeva (oggi) quasi 1.900 euro attualizzati:

Chiaramente è il valore di allora, prima che partisse la rivalutazione della lire cauaa.distruzione massa monetaria (1988), prima che ripartisse la successiva rivalutazione del 1996-98.

Gilberto si corregge poi sul valore attualizzare (lo afferma con le sue parole):

Ma l’idea di fondo è quella! I lavori in Italia erano pagati bene prima che partisse il progetto Eurozona. Dopo non più! Capito perchè GLI ITALIANI CERTI LAVORI NON VOGLIONO PIÙ FARLI?

Ad maiora.

Banche venete, immobili sul mercato dopo l’estate

Rosario Murgida finanzareport.it 5.7.18

I commissari liquidatori avrebbero intenzione di procedere con la cessione del patrimonio immobiliare subito dopo la pausa estiva. Sul mercato anche palazzi storici

I commissari liquidatori di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza sono decisi a mettere sul mercato dopo la pausa estiva le proprietà immobiliari non confluite nelle attività in bonis passate a Intesa Sanpaolo.

In tal modo, secondo indiscrezioni di stampa, i vorrebbe imprimere un colpo di acceleratore alle procedure di liquidazione delle due ex banche popolari venete magari affidandosi a un operatore specializzato. Sul mercato arriveranno due lotti di immobili, per lo più della vecchia Banca Popolare di Vicenza. Tra questi figurano anche cespiti di pregio come l’edificio rinascimentale noto come Palazzo Thiene, ex sede proprio della popolare vicentina, i vecchi uffici operativi di Milano e Roma e filiali in zone anche di prestigio se non di lusso come nel caso di Piazza del Tritone nella capitale per non parlare dell’Hotel San Marco di Cortina.

Se non ci liberiamo dell’euro siamo condannati all’austerità

paolobecchi.wordpress.com 4.7.18

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi su Libero,

M5S e Lega hanno vinto le elezioni dicendo basta all’austerità e proponendo 130 miliardi di spese per reddito di cittadinanza e flat tax. Entrambi hanno promesso pensioni dignitose con il superamento della legge Fornero.

Il Pil dell’Italia è oggi di 1.600 miliardi. All’incirca come 10 anni fa. Se invece avesse continuato a salire della percentuale media del periodo 1950-2000 (tra il 4 e il 5%, inclusa inflazione) sarebbe oggi oltre i 2.000 miliardi. Una politica espansiva dell’ordine di 100 miliardi l’anno è quindi adeguata a un Paese che ha perso 400 miliardi di Pil potenziale. Il problema di fondo è che le economie avanzate oggi hanno molto debito, sia pubblico che privato. In media pari a circa 3 volte il Pil. Le Banche Centrali hanno stampato migliaia di miliardi per comprare debito sul mercato e alleggerirne il peso. La Bce ha stampato (elettronicamente) 3 mila miliardi. Ha comprato e fatto comprare alle banche italiane e Bankitalia circa 700 miliardi di Btp riducendone i rendimenti fino a zero sulle scadenza a uno o due anni.

Il Ministro dell’Economia Tria parla solo di ridurre i deficit per restare dentro i vincoli Ue: dal 2,3% del 2017 all’1,6% nel 2018. Secondo quanto concordato dai governi precedenti, andrebbe ridotto a zero nel 2020.

PROMESSE

Rispettare i vincoli Ue, come vuole il Ministro, significa però non realizzare il programma espansivo annunciato da Salvini e Di Maio. Non è, si badi, solo Tria ad avere invertito la rotta, perché si sono moltiplicate le dichiarazioni all’interno del governo, in parte anche contrastanti, per cui, ad esempio, sembrerebbe rimandata all’anno prossimo la flat tax. Non solo. In questi giorni il sottosegretario all’ Economia, Laura Castelli del M5S, ha dichiarato: «Non so, se servirà una manovra correttiva, ma pare di sì». Solo Matteo Salvini continua, con grande coerenza, a ricordare che «se i vincoli europei sono dannosi non è detto che debbano essere rispettati». Ma al Ministero dell’Economia c’è Tria che intende rispettarli. I documenti che vengono firmati (vedi il Def per il 2018 e quelli del recente summit europeo) per ora lo confermano. C’è allora una via d’uscita al copione dei vincoli di bilancio Ue?

Solo due anni fa l’attuale Ministro dell’Economia scriveva articoli dal titolo molto esplicito «Superare il tabù della monetizzazione del deficit per salvare l’euro», in cui proponeva di finanziare un 2% in più di deficit stampando moneta. Tria spiegava che l’austerità ha fallito e che l’unica soluzione era la seguente: invece di indebitarsi sempre sui mercati lo Stato stampi moneta (per finanziare investimenti pubblici).

STAMPARE MONETA

Stampare moneta è un tabù, come scriveva Tria, che va superato, perché consente di alleggerire il peso del debito senza affossare l’economia come avviene con l’austerità. Perché non c’è traccia di questa soluzione alternativa alla nuova austerità? Siamo condannati, qualunque governo si elegga, anche populista e “sovranista”, a rimanere per sempre sotto il ricatto dei mercati che impongono l’austerità. Cioè una tassazione soffocante, il blocco degli investimenti pubblici e la disoccupazione crescente?

In realtà no, la soluzione prospettata un tempo anche da Tria di stampare moneta e non di indebitarsi è quella giusta. E nel programma della Lega, poi ripreso nel “contratto di governo”, c’è un principio di soluzione che va in questa direzione senza neppure violare i Trattati europei: la proposta dell’emissione di 70 miliardi di mini-Bot per pagare i crediti delle imprese verso lo Stato, una proposta che va nel senso di quanto affermato da diversi economisti come Stiglitz, per i quali l’Italia può, intanto creare una moneta fiscale parallela all’euro.

Insomma, è vero che non ha alcun senso criticare un governo a poco più di un mese dal suo insediamento, è vero anche che in questo mese Salvini ha dato forti segnali sull’immigrazione ma per l’economia non possiamo aspettare a lungo. Dateci a settembre i mini-Bot, per dimostrare che si intende fare sul serio.

Dove hanno preso tutti quei miliardi per salvare le banche?’ Di Maio rilancia il tweet di Jerry Calà contro il precedente governo

Silenziefalsita.it 5.7.18

Luigi Di Maio rilancia il tweet di Jerry Calà contro il precedente governo.

L’attore ha scritto sul proprio profilo:

Tutti in tv si chiedono dove troverà questo governo i soldi per mantenere le promesse elettorali. Basterebbe che il precedente governo gentilmente svelasse dove ha preso tutti quei miliardi per salvare le banche…”.

Il vicepremier ha retwittato il post di Jerry Calà aggiungendo questo commento: “Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi! ”

L’eredità di Renzi: ecco il contratto dell’Airbus A340-500

silenziefalsita.it 5.7.18

I contribuenti italiani stanno pagando per il super jet che l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha voluto aggiungere ai voli di Stato.

Si parla di un contratto da oltre 70 milioni di euro con Alitalia. E l’Airbus A340-500, questo il modello dell’aereo, non è stato comprato ma è stato preso in leasing dalla compagni, cioè in affitto.

Ma, in realtà, spiega Daniele Martini sul Fatto Quotidiano, a prendere i soldi non è Alitalia. Sono gli emirati di Etihad. Proprio quelli che avrebbero dovuto salvare la compagnia aerea italiana. E invece Alitalia è fallita e gli arabi fuggiti.

Con un bel bottino però: il programma Mille Miglia e vari velivoli, tra cui quello preso in affitto da Renzi.

I 70 milioni di cui parlavamo prima sono solo una delle cinque parti del contratto.

La più consistente certamente, ma non l’unica.

Infatti si arriva quasi ad un totale di 150 milioni di euro. Oltre il leasing, bisogna aggiungere varie voci. La manutenzione e i servizi Camo di ingegneria sono stati valutati 31 milioni e 751 mila euro.

Le misure di supporto, l’handling, e il ricovero in un hangar di Fiumicino costano ben 12 milioni e 500 mila euro. Quasi 20 milioni di euro sono stati versati per la riconfigurazione Vip dell’aereo, per dotarlo di sala conferenze e camere lussuose, ma i lavori non sono mai stati fatti. E 4 milioni, infine, sono necessari all’addestramento del pilota.

Perché quel modello di Airbus non è uno qualunque.

È un aereo molto particolare. Nel senso che è un aborto ingegneristico, come pochi se ne sono visti nella storia dell’aeronautica. Ne sono stati prodotti solo 40 esemplari e poi la produzione è stata arrestata.

Ma la beffa più grande non è ancora arrivata. L’Air Transport World ha comunicato che l’ultimo Airbus A340-500 è stato venduto per 27 milioni di dollari. Equivalenti, cioè alla sola prima rata versata dai contribuenti italiani alla compagnia aerea Etihad.

Non è ancora finita. Se volessimo rendere l’aereo, nel contratto è stata inserita una clausola rescissoria che obbliga lo Stato a pagare comunque l’affitto dell’aereo.

L’Europa sarà africana. Lo vuole l’élite

blog.ilgiornale.it 4.7.18 Giampaolo Rossi

NE STANNO ARRIVANDO 100 MILIONI

Nel 2050 l’Africa avrà 2,5 miliardi di abitanti, oltre 1 miliardo in più di oggi. L’Europa 450 milioni, 50 milioni in meno di oggi. E già ora, mentre parliamo, oltre il 40% degli africani ha meno di 15 anni. Siamo di fronte alla “più impressionante crescita demografica della storia umana”.

Lo spiega Stephen Smith conoscitore profondo dell’Africa in una recente intervista: “nel giro di due generazioni saranno almeno 100 milioni i giovani africani pronti a venire in Europa”.

Smith spiega che è essenziale capire che non sono i poveri a migrare, ma le classi più benestanti che possono permetterselo, coloro che ormai sono “emersi dalla sussistenza” e possono pagare per intraprendere un viaggio oltre il continente; coloro che godono di “reti di supporto”, cioè comunità di africani già residenti in Europa che facilitano la migrazione.

Sono 100 milioni i giovani africani pronti a venire in Europa nel giro di due generazioni

I media occidentali “trasmettono cliché miserevoli” di “disperati in fuga dall’inferno – che sarebbe l’Africa – ma la maggior parte dei migranti oggi proviene da paesi in crescita come Senegal, Ghana, Costa D’Avorio o Nigeria”.

Il processo è imminente perché “milioni di africani stanno per compiere questo passaggio” legato al processo di trasformazione demografica e economica della società africana: “quando famiglie numerose con alta mortalità” (tipiche delle società più povere) “si trasformano in famiglie più piccole con aspettative di vita più lunga la migrazione tende ad avvenire in maniera massiccia e l’Africa non farà eccezione”.

Quindi non profughi che fuggono da guerre o persecuzioni (fattori circoscritti) ma migranti economici che appartengono alle classi più agiate (non i poveri) che si sposteranno a fronte di una pressione demografica senza precedenti e di un miglioramento delle proprie condizioni di vita che li spingerà a salire la scala sociale dell’Occidente.

Ovviamente Smith esclude la possibilità che l’Europa possa chiudersi come una fortezza a questo processo ma avverte del rischio di non affrontarlo e non governarlo: “l’Europa deve essere parte della soluzione (…)ma non può essere la “soluzione”.

Quindi avete capito bene? 100 milioni di essere umani, per lo più maschi di età compresa tra i 18 e i 35 anni, arriveranno in Europa entro il 2050; come si possa non aver paura di questo scenario è cosa incomprensibile che sfiora la follia. E non per un retroterra razzista o per odio nei confronti di questi uomini e di queste donne che cercano il loro futuro; ma perché questo esodo destabilizzerà le nostre società non solo da un punto di vista economico e sociale ma anche culturale, perché “l’integrazione è un processo lungo e il suo successo spesso è visibile solo dopo la seconda o terza generazione”; e a volte neppure dopo quelle se le culture di provenienza sono inconciliabili con quella d’arrivo.

Come sia possibile che leader politici, intellettuali del mainstream, élite dei potenti circoli finanziari ed economici non si rendano conto di quello che sta per avvenire? Forse perché è proprio ciò che vogliono.

UN DISEGNO SEMPRE PIÙ CHIARO

Un anno fa spiegammo in questo articolo come l’immigrazione sia un fenomeno indotto dall’élite globalista che governa processi decisionali e immaginario mediatico, con lo scopo di garantirsi forza lavoro a basso costo in Europa e con l’obiettivo di disarticolare l’attuale ordine sociale. Lo scopo, scrivevamo, è “generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite”. Questo disegno, per semplificare, l’abbiamo chiamato: “lo schema Soros”.

Il calo demografico dell’Europa mette in crisi il meccanismo del debito/credito su cui si fonda l’intero sistema della finanza globale

Ma c’è un altro fenomeno che spiega le ragioni per cui l’élite favorisce l’immigrazione in Europa; un fenomeno che nessuno aveva previsto nei decenni passati e che ancora oggi non trova soluzione: il calo demografico dell’Occidente.

L’Europa sta morendo per mancanza di figli; questo è il tratto caratteristico della nostra epoca non generato da guerre o povertà ma, al contrario, da pace e eccesso di ricchezza. Le società occidentali semplicemente non fanno più figli perché la cultura individualista e consumistica spinge a contrarre la dimensione del futuro. 

Un recente articolo su Gefira  analizza le conseguenze: “Tutte le teorie, tutti i modelli che conosciamo di economia, finanza e mercato sono stati sviluppati quando le popolazioni europee crescevano”.

Meno popolazione significa riduzione di consumi e quindi di produzione; non minore qualità della vita, semmai meno circolazione di denaro e meno dipendenza dal meccanismo del debito su cui è costruita l’intera economia finanziaria che domina l’Occidente.

Ecco perché l’élite ha bisogno di integrare la popolazione che sta scomparendo in Europa. Non solo per avere lavoratori a basso costo ma anche per mantenere in piedi gli ingranaggi del sistema debito-credito.

Se il modello economico occidentale si alterasse ne risentirebbe l’intera struttura della finanza globale poiché ancora oggi l’economia mondiale dipende dal mondo industrializzato dell’Occidente (e dell’Asia Orientale occidentalizzata); se l’Europa collassasse il resto del mondo andrebbe dietro: “senza l’Europa, gli sceicchi di Dubai tornerebbero a vivere nelle tende”, spiegano gli esperti di Gefira; e ancora oggi “i paesi africani i dipendono dalle importazioni alimentari che acquistano con le esportazioni di materie prime” necessarie a mantenere il modello industriale occidentale.

I milioni di giovani africani sono un dividendo demografico, un tesoro per la finanza globale da capitalizzare in Europa

Ecco perché le grandi istituzioni finanziarie e l’élite globalista spingono per l’immigrazione di massa in Europa; questi centinaia di milioni di giovani africani sono un “dividendo demografico” un vero e proprio “tesoro” per la finanza globale che dev’essere sfruttato. Se non possono essere “capitalizzati in Africa” perché ancora le condizioni socio-economiche non ci sono, “devono essere portati in Europa”. E poco importa se le conseguenze saranno devastanti per le società, i popoli e le nazioni del vecchio continente.

UN CAMBIO DI ROTTA RADICALE

La domanda è semplice: se l’Europa già ora non è in grado di assorbire poche centinaia di migliaia di migranti, come può pensare di resistere alla prossima onda d’urto di decine di milioni? Come è possibile continuare ad accettare che cialtroni del mainstream sponsorizzino questa immigrazione di massa mentendo su dati, numeri e conseguenze?

Come spiegano gli esperti di Gefira: “se il ritmo di questo processo rimarrà lo stesso, prima che questo secolo sia finito, il 50% della popolazione delle nazioni occidentali sarà sostituita da persone del Terzo Mondo”.

Stephen Smith è chiaro in questo: “il principio secondo cui l’Europa decide chi entra e chi non entra nel suo spazio comunitario è fondamentale”.

Non si può fermare l’immigrazione che peraltro, se governata e limitata, è una valore di crescita fondamentale per le società che accolgono; ma si può fermare la folle politica di apertura indiscriminata fino ad oggi adottata dall’Ue.

L’Europa deve imporre:

1 Immediato blocco dei propri confini 

2 Adozioni di numeri d’ingresso rigorosamente chiusi e selezionati

3 Imposizione ai governi africani del controllo del proprio territorio anche a costo di pressioni militari e atti di forza se occorre perché un confine è “uno spazio negoziale tra vicini che non possono ignorare i problemi dall’altra parte”

4 Creazione di hotspot nei territori di partenza (come del resto previsto nel recente vertice Ue)

5 Fine delle politiche e dei messaggi di accoglienza e di falso umanitarismo che alimentano le masse in movimento

6 Guerra totale alle organizzazioni criminali che prosperano sul nuovo mercato degli schiavi 

7 Cessazione delle politiche di aggressione criminale a nazioni sovrane (come Siria e Libia), guerre che destabilizzano il Medio Oriente trasformandolo in una terra di nessuno senza controllo né legalità.

8 Adozione di una forte politica d’investimenti nella parte di Africa emergente affinché quel continente diventi spazio di migrazione interna come lo è stata l’Europa dopo la caduta del muro di Berlino.

La barbarie di questa globalizzazione non lascia spazio a mediazioni: l’Europa africana che l’élite è disposta ad accettare per mantenere in vita il suo sistema di controllo e dominio va combattuta.

⇒ UPGRADE delle ore 15: mentre mettevamo online questo articolo, il Presidente dell’Inps Tito Boeri, nella relazione annuale al Parlamento italiano, ribadiva: “senza immigrati il sistema pensionistico italiano non reggerà”. È proprio vero, il saggio indica la luna e lo stolto guarda il dito. Il saggio spiega che entro due generazioni 100 milioni di africani potrebbero arrivare in Europa; lo stolto pensa che ci pagheranno le pensioni. La classe dirigente delle nazioni europee non comprende l’epoca in cui sta vivendo. Per questo è stata messa lì: stolti o utili idioti il risultato non cambia.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Sicilia: dopo la colonizzazione dell’Italia ecco l’invasione dei prodotti agricoli voluta dalla UE/ MATTINALE 92

inuovivespri.it 4.7.18

Già oggi la situazione è drammatica: su 12-13 miliardi di euro di prodotti agro-alimentari che si consumano in Sicilia, solo beni del valore di 1,5-2 miliardi sono prodotti nella nostra Isola. Grazie all’Unione Europea dobbiamo ‘migliorare’: non dobbiamo più produrre grano, niente pomodoro, niente di niente: noi siciliani dobbiamo distruggere la nostra agricoltura e consumare solo prodotti che arrivano da fuori… 

Si definisce ecosistema “l’insieme degli organismi viventi e della materia non vivente che forma un determinato ambiente ecologico”. Estensivamente, “associazione autonoma ed equilibrata” (un e. letterario). Un ecosistema si forma nel tempo e col tempo, è frutto di tentativi e approssimazioni evolutive in cui, ad un certo punto, tutti gli organismi che vi interagiscono trovano il loro comune reciproco equilibrio.

Ovviamente questo equilibrio è un risultato di natura in cui i concetti di giustizia e morale sono estranei. Nell’habitat vivono e convivono predatori e prede, ci sono specie dominanti, al vertice della catena alimentare, e specie soggette, e tutte insieme, nella loro complessa interazione ed integrazione, garantiscono la continuità e la durata di tutto il sistema.

Quando l’ecosistema è consolidato, tutto quello che tende a turbarlo, dopo una increspatura più o meno pronunciata, viene riassorbito e metabolizzato.

Un organismo politico (es. uno Stato) si riduce o si attesta a livello di ecosistema del tipo di quello che abbiamo descritto quando i valori di giustizia sociale e i valori morali in esso sono assenti o non prevalenti, o travisati in malafede. Un ecosistema immorale e ingiusto è stato, sin dalla sua costituzione, lo Stato italiano, basato su un equilibrio prima tra invasori e occupati, tra vincitori e vinti, poi tra dominanti e dominati, e oggi tra sfruttatori e sfruttati.

E’ bello in una riserva naturale vedere tanti fenicotteri rosa appollaiati su una sola zampa fare bella mostra di sé e ogni tanto affondare pigramente il lungo becco affusolato nell’acqua calda e stagnante della palude! Il punto di vista degli animaletti che ad ogni imbeccata vengono mangiati è un poco diverso, ma loro non contano. Sono necessari, nell’ecosistema, ma non contano.

Il SUD ITALIA è cibo, alimento per il NORD ITALIA. Lo è sempre stato, dai tempi delle spoliazioni del Regno delle due Sicilie, dei furti del suo oro e delle sue ricchezze finanziarie, della distruzione sistematica della sua economia, dei giovani strappati alle loro attività e trasformati in carne da cannone nelle guerre coloniali e imperialiste.

A tale proposito avete saputo di quello stordito di Nello Musumeci, il quale, senza capire nulla di nulla, a Pontida, tutto contento, ha comunicato ai trucidi con le corna di avere scoperto che nei Sacrari dei Caduti nella prima guerra mondiale ci sono in prevalenza nomi di meridionali e siciliani? E si capisce!! Loro andavano morire nelle trincee e i giovani del NORD a lavorare nelle fabbriche.

Quanto sono stati utili i meridionali a mantenere basso il costo del lavoro emigrando a frotte verso il NORD! Quanti imprenditori del Nord hanno potuto arricchirsi sul sangue dei meridionali!

Loro fenicotteri, noi insettini.

Adesso l’ecosistema ci chiede l’ennesimo sacrificio: contribuire, partecipando con il sorriso, ad un suo ulteriore riequilibrio a livello nazionale, sempre al ribasso per il SUD con corrispondente rialzo del NORD.

Entro questa legislatura dobbiamo diventare come i Palestinesi, ormai spogliati di tutto e nutriti dagli Israeliani con i pasti razionati. Dobbiamo chiudere con le nostre produzioni agroalimentari. Dopo lo smantellamento delle nostre industrie, dobbiamo smetterla anche di produrre grano, ortaggi e frutta. Dobbiamo collaborare intrepidi all’ultima tragica invasione della nostra storia tormentata, quella dei prodotti alimentari esteri.

In collaborazionismo siamo sempre stati bravi. Dobbiamo diventare solo consumatori. In Sicilia, oggi, tra supermercati, ipermercati, centri commerciali, i siciliani spendono in prodotti alimentari circa 12-13 miliardi di euro l’anno. Di questi, solo 1,5-2 miliardi di euro sono spesi in beni alimentari prodotti in Sicilia. Dobbiamo migliorare, dobbiamo arrivare al più presto allo 0%.

Un suicidio collettivo, allietato dalla mistica parolaia di Salvini, l’ultimo Garibaldi che, come l’eroe dei due mondi, promette terra e libertà e ci dà Miseria, Mafia e Morte, le mitiche sorelle, le Parche del XXI secolo.

Crimi: ‘ Blocchiamo il finanziamento indiretto ai giornali di 40 milioni: stop ad annunci di gare pubbliche’

silenziefalsità.it 5.7.18

“Basta annunci di gare pubbliche sui quotidiani. Così blocchiamo il finanziamento indiretto ai giornali di 40 milioni“.

E’ quanto scrive il sottosegretario all’Editoria Vito Crimi in un video pubblicato su Facebook dal Movimento 5 Stelle.

Crimi ha fatto sapere che questo suo primo provvedimento in qualità di Sottosegretario all’Editoria sarà promosso insieme al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

L’abolizione della legge dello Stato che impone alle Pubbliche Amministrazioni l’obbligo di pubblicare gli avvisi di gara dopo l’aggiudicazione di un appalto pubblico consentirà un risparmio di oltre 40 milioni di euro alle imprese italiane.

“Questi spazi costano – ha spiegato il sottosegretario – Costano tanto, anche migliaia di euro ciascuno. E più sono grandi, più costano. Più grande è la tiratura dei giornali e più costano”.

“Insomma – ha proseguito – seguono le logiche della pubblicità. E cosa fanno le Amministrazioni per risparmiare? Riducono i testi e scrivono in box piccolissimi. O almeno, così facevano una volta, quando le spese di pubblicazione erano a carico dello Stato”.

Oggi però a pagare per questi annunci sono le imprese e i professionisti, che devono sborsare i soldi “subito, prima ancora di vedere l’ombra di un quattrino, prima di aver stipulato contratti” e si vanno “ad aggiungere ai normali costi d’impresa per la realizzazione di quanto richiesto dalla gara”

Secondo Crimi questo è un “vero e proprio finanziamento indiretto ai giornali, a carico delle imprese”.

E mentre “per le grandi aziende l’obbligo di pubblicazione potrà rappresentare una manciata di bruscolini nel mare del fatturato complessivo”, per le piccole imprese che faticano a far quadrare i conti si tratta di un costo difficilmente sostenibile.

“Il Movimento 5 Stelle – ha annunciato Crimi – abolirà subito questo assurdo pedaggio che ancora grava sulle imprese italiane”.

“In un colpo solo, – ha concluso – con un provvedimento di due righe avremo tre effetti:

1. Taglio del finanziamento indiretto ai giornali;

2. Semplificazione per la Pubblica Amministrazione;

3. Risparmio per le imprese.”

SULLE PRIVATIZZAZIONI DOBBIAMO INVERTIRE LA ROTTA Perché le privatizzazioni hanno rovinato la nostra economia? Perché si fanno? Quale funzione hanno? Occorre prima comprendere le ragioni del declino industriale italiano per potervi porre rimedio. (di Luca Pinasco)

Perché le privatizzazioni hanno rovinato la nostra economia? Perché si fanno? Quale funzione hanno?

Occorre prima comprendere le ragioni del declino industriale italiano per potervi porre rimedio.

Il processo di “privatizzazione” è un meccanismo attraverso il quale la proprietà di un ente o di un azienda

viene spostata dallo Stato al privato attraverso la cessione, in tutto o in parte, di quote di proprietà dello

stesso. Oltretutto la privatizzazione può essere di tipo “formale” ovvero il mutamento dello status giuridico

di un ente o azienda pubblica, in una delle svariate forme che può assumere un soggetto di diritto privato.

Questa fase del processo di privatizzazione è stata avviata dal governo Amato con il decreto del 1992 n° 333

il quale ha trasformato in S.p.A le aziende strategiche di Stato tra cui IRI, ENI, INA ed ENEL, stessa sorte

toccata successivamente ad altre grandi società e a taluni istituti bancari.

Poi a quello formale segue il processo di privatizzazione “sostanziale” ovvero il reale passaggio della

titolarità della proprietà e di conseguenza del potere di controllo dalla mano pubblica a quella privata.

Questa seconda fase di privatizzazione in alcuni casi è stata completata in altri è ancora in itinere, come ad

esempio nel caso dell’ENI. Per mantenere poteri particolari di intervento e di veto a favore dello Stato vista

la delicatezza del settore in cui opera l’azienda privatizzata si applicava l’istituto della “golden share“,

notevolmente ridimensionato dal governo Monti il 9 marzo 2012 attraverso la rimozione di tale istituto

dallo statuto delle società e la subordinazione dell’applicazione dei suoi contenuti ad un decreto del

Presidente del Consiglio. Il processo di privatizzazione delle grandi aziende di Stato trovò enormi ostacoli

politici sin dal suo inizio. La svolta si ebbe però con i processi di “Mani Pulite” che eliminarono di fatto i

maggiori ostacoli politici. In teoria i vantaggi che si traggono dallo strumento della privatizzazione sono:

-Ridurre le spese di mantenimento e sviluppo da parte dello Stato.

-Rimediare all’inefficienza della gestione pubblica affidandola al privato che per sua intrinseca caratteristica

si affida alla legge del profitto e della concorrenza, dunque sarà necessariamente indotto all’efficienza, alla

dinamicità ed al miglioramento dei servizi offerti.

-Ridurre il debito pubblico mediante gli incassi derivanti dalla privatizzazione.

Riguardo i primi due punti c’è da dire però che l’aumento dell’efficienza del privato corrisponde

inevitabilmente a tagli di rami d’azienda, tagli del personale, operazioni che il proprietario pubblico spesso

non effettua per motivi legati al mantenimento dei posti di lavoro o meramente al consenso elettorale. Ad

esempio nel caso dell’ENI, nonostante sia stata una delle pochissime privatizzazioni riuscite dal punto di

vista finanziario (ovvero con titoli azionari che hanno reso in media più dei titoli di Stato dal momento della

privatizzazione), vi è stato un innegabile calo occupazionale dal momento in cui è iniziata la gestione

privata, si è infatti passato dai 128.000 dipendenti del 1992 ai 33.000 dipendenti odierni.

Per quanto riguarda il terzo punto, la crescita del rapporto debito pubblico/PIL con le privatizzazioni si è

arrestata nel breve termine, ma nel medio termine ha ricominciato a crescere a causa di altri fattori

macroeconomici quali: la scarsa crescita del PIL , la crisi economica, le politiche di austerità e la scarsa

consistenza dell’entrata derivante dalla privatizzazione rispetto allo stock del debito pubblico. Riguardo

quest’ultimo punto bisogna aggiungere che dalla privatizzazione risulta un stock in entrata (una quantità in

ingresso statica, immediata ed unitaria) ma si rinuncia ai considerevoli dividendi, derivanti dalla proprietà di

azioni delle società privatizzate, i quali avrebbero permesso di recuperare il ricavato della vendita delle

stesse quote azionarie nel giro di qualche anno. Di contro, rispetto a quest’ ultima affermazione si potrebbe

osservare che senza la privatizzazione, le grandi società pubbliche non avrebbero distribuito livelli così

elevati di dividendi, avendo una gestione non orientata al beneficio degli investitori prima del 1995. Ma ciò

porta a due considerazioni. La prima è che tali lauti dividendi sono stati distribuiti non allo Stato, bensì ai

nuovi proprietari, spesso società finanziarie o fondi d’investimento esteri. La seconda è quella di capire da

dove siano derivati tali utili e se a tale beneficio degli investitori è corrisposto un beneficio ai consumatori e

alla collettività. A tal proposito, chiusa la stagione delle privatizzazioni, il 10 febbraio 2010 la Corte dei Conti

ha pubblicato uno studio all’interno della quale elabora la propria analisi sull’efficacia di tale strumento. Il

giudizio presenta evidenti note negative. Viene riscontrato che si è verificato un aumento della redditività

delle aziende privatizzate e dei dividendi distribuiti, dovuto però, in specie nel secondo decennio “non alla

maggiore efficienza quanto piuttosto all’incremento delle tariffe al quale non ha fatto seguito alcun

progetto di investimento volto a migliorare i servizi offerti”.

Ma al di là delle ragioni economiche, vi sono ragioni strategiche ben più gravi. Con le privatizzazioni delle

grandi aziende pubbliche viene meno una ulteriore sovranità in capo allo Stato, ovvero la possibilità di

gestire la propria politica industriale. Oltretutto queste sono spesso aziende ad alto contenuto tecnologico,

proprietarie di infrastrutture fondamentali alla vita del paese e la loro cessione a soggetti stranieri crea

inevitabilmente delle falle tanto nella difesa nazionale quanto nel nostro patrimonio di conoscenze con

conseguenti cali occupazionali nei settori altamente specializzati. L’utilizzo spropositato dello strumento

della privatizzazione rientra in un disegno ben preciso, mirato a ridurre drasticamente la potenza

economica italiana, manifestatasi dal dopoguerra alla fine degli anni ’80 proprio attraverso la

partecipazione dello Stato all’economia. Tale disegno risulta evidente se si osserva come le privatizzazioni

sono state messe in atto. Non appena rimosso l’ostacolo politico con “mani pulite”, furono decise il 2

giugno del 1992 a bordo del panfilo Britannia ed attuate con la consulenza di banche d’affari quali J.P.

Morgan e Goldman Sachs a prezzi scontati grazie alla speculazione e alla conseguente svalutazione della lira

nel settembre del 1992. Occorre prima comprendere le ragioni del declino industriale italiano per potervi

porre rimedio. L’attuale Governo dovrebbe valutare l’idea di fare passi indietro nel processo di

privatizzazione, dapprima smettendo di cedere quote azionarie delle aziende strategiche, per poi invertire

la rotta iniziando a riacquistarle.

Scenarieconomici.it 5.7.18