ROMA ALL’ULTIMO STADIO (E FOSSE SOLO QUELLO) – DALLA TORRE COMPRATA DALLA PROVINCIA ALLA NUOVA SEDE DI ATAC: NEL CARNIERE DI LUCA PARNASI NON C’ERA SOLO IL PROGETTO PER IL NUOVO STADIO DELLA ROMA – IL COSTRUTTORE RACCONTA IL METODO DI RAPPORTI CON LA POLITICA: IL SUCCESSO DELLA HOLDING DI FAMIGLIA COINVOLGEVA ANCHE…

dagospia.com 6.7.18

Sara Menafra per “il Messaggero”

 

PARNASIPARNASI

Non c’ è solo il progetto per lo stadio della Roma, nel carniere che Luca Parnasi ha rapidamente messo insieme nel corso degli ultimi anni. Lui lo ha in parte ammesso, nel corso di un lungo interrogatorio, raccontando come il successo della holding di famiglia si sia appoggiato su un consolidato metodo di rapporti buoni e ben remunerati con la politica, che avrebbe coinvolto anche il padre Sandro.

 

Ma ad esserne convinta è soprattutto la procura di Roma: dal giorno degli arresti ha iniziato ad incrociare i dati raccolti con l’ inchiesta Rinascimento con almeno altri tre fascicoli di indagine sulla galassia Parsitalia – per reati mai prescritti – che ora riprendono velocità e rischiano di coinvolgere ulteriormente la politica di oggi e di allora: l’ accordo, con annessi costi lievitati, per il trasferimento del palazzo della Provincia in un edificio del prezzo di 293 milioni di euro; l’ intesa con Atac per lo spostamento, mai avvenuto, sempre nella zona di Castellaccio, in un palazzo accanto alle torri dell’ Eur; e le verifiche sulla compravendita del terreno di Tor di Valle, successive ad una prima indagine già a processo.

 

LUCA PARNASI CON LA MOGLIE CHRISTIANE FILANGIERILUCA PARNASI CON LA MOGLIE CHRISTIANE FILANGIERI

DUE PERQUISIZIONI

Due giorni fa, la Guardia di finanza ha acquisito atti sia nella sede della Città metropolitana sia in quella di Atac. Qui, confermano dalla ex municipalizzata, gli investigatori avrebbero portato via esclusivamente il fascicolo sul trasferimento a Castellaccio, mentre nella ex Provincia, a Palazzo Valentini, si sono concentrati su tutti gli atti successivi all’ iniziale accordo tra l’ allora presidente della provincia Nicola Zingaretti, e il costruttore Parnasi.

LUCA PARNASI - MAURO BALDISSONI - SIMONE CONTASTA - MARCELLO DE VITO - LUCA BERGAMO - VIRGINIA RAGGILUCA PARNASI – MAURO BALDISSONI – SIMONE CONTASTA – MARCELLO DE VITO – LUCA BERGAMO – VIRGINIA RAGGI

 

La vicenda dello spostamento di Atac nell’ immobile posizionato in via Giorgio Ribotta, tra Eur e Torrino e proprio di fronte al palazzo della Provincia, si protrae dal 2005. Nel 2009 Atac versa una caparra di più di 20 milioni di euro, a Bnp Paribas, titolare del progetto poi affidato a Parsitalia con l’ obiettivo di ottenere le chiavi della nuova sede a inizio 2011.

 

TORRE EX PROVINCIA EURTORRE EX PROVINCIA EUR

E invece i tempi si allungano all’ inverosimile, tanto che nel 2016 il direttore generale Rettighieri si presenta in procura con un esposto e l’ idea di rescindere l’ accordo. Nel 2017, Atac ha chiesto il pagamento della penale a Bnp e ha anche fatto causa in sede civile per ottenere almeno 8,5 milioni, ma è tutto l’ iter di quell’ accordo che i vertici dell’ azienda contestano e sui quali ora la Guardia di finanza ha avviato nuovi controlli.

 

I COSTI DELLA PROVINCIA

luca parnasiLUCA PARNASI

Le nuove verifiche riguardano anche i costi del trasferimento della Provincia in una delle torri dello stesso quadrante, sempre di proprietà di Parsitalia. Quando la decisione sull’ abolizione delle province era già presa, quella di Roma ha comunque pagato 263 milioni di euro per acquistare una torre e trasferirvi la sede.

 

Un’ operazione di cui Salvatore Buzzi, nel corso del processo Mondo di mezzo, ha parlato fornendo vari dettagli su chi avrebbe ricevuto i pagamenti e puntando i riflettori proprio sul governatore Zingaretti, prima indagato per corruzione e poi archiviato.

 

LANZALONE E RAGGILANZALONE E RAGGI

Ma, spiega un esposto degli ex consiglieri della città Metropolitana pentastellati, Enrico Stefàno e Stefano Dessì, inviato in procura nel 2015, è anche tutta la gestione successiva dell’ affare ad essere stata antieconomica: per pagare il palazzo, la Provincia ha venduto buona parte delle sue proprietà salvo restare in affitto perché i tempi di consegna si erano allungati.

 

luca parnasiLUCA PARNASI

Infine, i magistrati hanno avviato nuovi controlli sul secondo contratto di compravendita dei terreni di Tor di Valle. Si tratta dell’ Atto modificativo dei patti transattivi firmato il 25 giugno del 2013, un documento che ha permesso ai fratelli Gaetano e Umberto Papalia di rinunciare al gioiello di famiglia pochi mesi prima della dichiarazione di fallimento e senza aspettare che Parnasi pagasse l’ intero prezzo di 20 milioni e non la sola caparra da 600mila euro. Tutte vicende su cui anche la magistratura contabile è pronta ad avviare nuovi approfondimenti.

 

Le Olimpiadi di Ponzio Pilato

lospiffero.com 6.7.18

 

Prima Appendino che per dissidi interni manda avanti le valli, poi i grillini che coi loro paletti se ne tirano fuori e ora pure il governo decide di lavarsene le mani e passare la palla al Coni. Una candidatura nata sotto una cattiva stella, anzi sotto cinque cattive stelle

Tocca al Coni. Il Consiglio dei ministri, da cui sarebbe dovuta uscire una indicazione di massima rispetto alla città che l’Italia candiderà a ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, secondo fonti di governo, non ha invece preso posizione, probabilmente a causa delle divergenze tra i ministri del Movimento 5 Stelle, schierati a favore di Torino, e quelli della Lega, molto più sensibili alla veneta Cortina e soprattutto a Milano e alla Lombardia. “Siamo salomonici”, si è limitato a dire il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli dopo la riunione a  Palazzo Chigi. Più che la saggezza del re d’Israele pare il lavarsi le mani di Ponzio Pilato.

Il premier Giuseppe Conte avrebbe esaminato con i ministri e con il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha la delega per lo Sport, il dossier Olimpiadi arrivando a stilare una sorta di decalogo di principi, nero su bianco, cui dovrà attenersi il Coni per individuare la candidatura italiana, con uno sguardo ai costi e alla competitività delle strutture. Esattamente quello che Giovanni Malagò voleva evitare, e cioè che il cerino finisse nelle sue mani, proprio mentre si intensificano pressioni politiche e territoriali, a favore di questa o quella città. Lui stesso nei giorni scorsi aveva parlato di una  “decisione anche di natura politica”. Ma la politica non ha deciso e allora sarà il Coni a scegliere. Martedì prossimo si riunirà la giunta esecutiva per analizzare i dossier delle tre candidate. “Abbiamo visto tutti e incontrato tutti. I dossier sono arrivati da poche ore ma un giudizio non lo posso dare, sarei superficiale. Non sarebbe serio. Si devono fare valutazioni oggettive”, ha spiegato Malagò. “Io ho dato la possibilità di uno slittamento a fine mese ma non ho mai detto che sarebbe necessariamente successo. Sarebbe una via d’uscita ma se non ci sono controindicazioni si deciderà il 10 luglio”.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, che un uomo di mondo come Malagò ha distillato con sapiente maestria, cosa pensi realmente del dossier di Chiara Appendinoè stato eloquente durante l’ultima missione nella Capitale della sindaca, quando il numero uno dello sport italiano ha fatto saltare l’appuntamento facendo sapere di avere “altri impegni”. Un’agenda nella quale, invece, nelle ore successive hanno trovato posto sia il sindaco di Milano Giuseppe Salae il presidente lombardo Attilio Fontana, sia il governatore del Veneto Luca Zaia che hanno presentato i rispettivi studi di fattibilità. Del resto è noto come allo stesso Malagò bruci ancora il voltafaccia del Movimento 5 stelle di fronte alla candidatura di Roma ai Giochi del 2024, quando al Campidoglio arrivò Virginia Raggi.

Ora la politica se ne laverà le mani? Difficile immaginarlo. Piuttosto inizierà un lavorio sotterraneo dei maggiorenti di tutti i partiti, con la prima linea grillina impegnata a sostenere Appendino e i leghisti su Milano (se il sindaco Sala è del Pd non va dimenticato che il governatore Fontana è del Carroccio) con l’opzione Cortina tutt’altro che fuori dai Giochi. Pressioni politiche e territoriali con cui Malagò dovrà fare i conti, mentre c’è chi continua a cercare un’intesa per un MiTo Olimpico, cioè un’alleanza tra Milano e Torino che comunque prevedrebbe il capoluogo lombardo come città designata e le valli torinesi in pista per ospitare le competizioni di alcune discipline della neve.

Appalti ai Beni culturali, lo Stato si fa la guerra da solo. La Consip gestisce le procedure più ricche. Ma ora arriva Invitalia a rosicchiare terreno

Stefano Sansonetti lanotiziagiornale.it 6.7.18

Al centro c’è il Ministero dei beni culturali, i cui appalti dovrebbero essere gestiti in modo centralizzato e razionale. Intorno ci sono due società pubbliche che, in base all’affastellarsi nel tempo di leggi e leggine, rischiano di sovrapporre le loro competenze nella gestione delle commesse. E “sovrapporre”, per certi aspetti, è un termine eufemistico. Ma quali sono queste società pubbliche? Una è la Consip, la Centrale acquisti del Tesoro che di mestiere fa questo e niente altro, pur con qualche difficoltà ereditata soprattutto dalle gestioni passate. L’altra è Invitalia, anch’essa controllata dal Tesoro, società proteiforme che nel corso degli anni ha cambiato pelle un’infinità di volte trovandosi a fare non si sa più quanti mestieri: agenzia di attrazione degli investimenti, gestore di vecchie partecipazioni statali in dismissione, responsabile della bonifica di siti come Bagnoli, responsabile di attività di export credit in Paesi a rischio come l’Iran, centrale di committenza per gli appalti di un imprecisato numero di amministrazioni.

Ed è proprio sul terreno dei Beni culturali che, agli osservatori più attenti, non sfugge il “trend” che ha portato Invitalia a rosicchiare vistose porzioni di terreno. Il tutto, come sempre accade in Italia, complice una normativa che non brilla per chiarezza. Sta di fatto che oggi Invitalia, guidata da più di 10 anni da Domenico Arcuri, si trova a gestire moltissimi appalti per conto del Ministero relativi soprattutto a opere di restauro e messa in sicurezza. Solo per elencarne gli ultimi, si può citare la messa in sicurezza dell’acquedotto romano Anio Novus di Tivoli (570mila euro), il restauro di palazzo Doria Pamphilj di Valmontone (380mila euro), il restauro della vetrata Vivarini della Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo di Venezia (482mila euro), il restauro delle mura della rocca medievale di Asolo (340mila euro).

La Consip, anche grazie a un accordo con il ministero dei Beni culturali all’epoca guidati da Dario Franceschini (oggi al timone c’è il grillinoAlberto Bonisoli), da tempo sta invece occupandosi soprattutto di servizi di ristorazione, biglietteria e vigilanza dei maggiori poli museali e archeologici. Solo per citare gli ultimi, Palazzo Massimo alle Terme (12milioni di euro), Museo archeologico di Napoli (3,3milioni), Gallerie dell’Accademia di Venezia (13,8milioni), Vittoriano (16milioni), Galleria nazionale d’arte moderna di Roma (5,3milioni), Colosseo, Foro romano e Domus Aurea (45milioni). Per carità, i settori di riferimento sono molto diversi (restauro da una parte, biglietteria e servizi dall’altra). Ma non c’è chi non veda come Invitalia, a volte anche per giustificare la sua esistenza, abbia inglobato attività che sconfinano nelle competenze di altre società pubbliche. Formalmente nulla di sbagliato, ma da un punto di vista razionale, forse, non il miglior modo di procedere a una razionale gestione degli appalti.

Quello che diceva venti anni fa Bettino Craxi sull’Europa e sul Mediterraneo era profetico

https://scenarieconomici.it/author/admin/ 6.7.18

Vi proponiamo un video della Fondazione Craxi nel quale vengono colte diverse citazioni del defunto politico sull’Unione Europea e sul Mediterraneo. Sono parole che potrebbero essere dette perfino oggi, ma che furono pronunciate quando la situazione attuale era ancora nella mente degli Dei. Craxi, per quanto abbia sbagliato, per quanto non sia stato moralmente limpido, come politico vedeva lontano.

Buon ascolto.

Per il direttore dell’Ifo l’enorme surplus commerciale della Germania “sta diventando tossico”

Di Carmenthesister – Luglio 6, 2018 vocidallestero.it

Secondo il direttore del centro per l’ economia internazionale dell’Istituto IFO di Monaco di Baviera, uno dei più influenti think tank tedeschi, il surplus commerciale cronico della Germania ormai sta diventando un problema così grave che i danni superano i vantaggi.  L’inasprimento dei rapporti con gli Stati Uniti, che la accusano di concorrenza sleale, sta facendo scattare delle misure protezionistiche verso le quali la Germania  è sovraesposta; e ormai il problema si estende a tutta l’eurozona, in attivo nei conti con l’estero a causa della deflazione indotta dalla moneta unica.  Via CNBC

 

 

 

 

di Holly Ellyatt, 4 luglio 2018

 

La Germania, che esporta più di quanto importa, sta diventando un grosso problema per la sua stessa economia, ha detto mercoledì il direttore dell’Istituto Ifo, che monitora lo stato dell’economia del paese.

 

(Il surplus commerciale) si sta rivelando un problema crescente, non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri partner commerciali, e anche all’interno dell’Unione europea,” ha dichiarato allo “Squawk Box Europe” della CNBC Gabriel Felbermayr, direttore del Centro per l’economia internazionale presso l’Istituto IFO, che ha sede a Monaco di Baviera.

 

Il surplus sta diventando tossico, e anche in Germania molti ormai sostengono che dobbiamo fare qualcosa al riguardo, allo scopo di abbassarlo. Risulta essere una passività piuttosto che una risorsa.

 

L’economia manifatturiera tedesca orientata all’esportazione e il suo conseguente surplus commerciale – il valore delle sue esportazioni che supera quello delle importazioni – è da molto tempo oggetto di critiche e Berlino è stata sottoposta a pressioni perché incoraggi i consumi interni e aumenti le importazioni.

 

Le eccedenze commerciali sono viste come una sollecitazione al protezionismo commerciale e come la causa che aggrava i problemi economici degli altri paesi.

 

Surplus commerciale

 

Secondo i dati pubblicati a febbraio dall’ufficio federale di statistica del paese, nel 2017 il surplus commerciale della Germania è calato per la prima volta dal 2009, scendendo a $ 300,9 miliardi. Tuttavia, il suo surplus commerciale con gli Stati Uniti è stato di $ 64 miliardi.

 

L’anno scorso il presidente Donald Trump ha twittato il suo disappunto a proposito dei dati sul commercio.

 

 

 

Certo, ci sono delle lacune nelle infrastrutture pubbliche, le scuole devono essere rinnovate e così via, ma ciò di cui siamo veramente preoccupati è che la Germania non è abbastanza attraente per gli investimenti delle imprese”, ha affermato.

 

Ha aggiunto che il governo tedesco sotto il cancelliere Angela Merkel ha bisogno di modernizzare le regole che governano l’economia, di deregolamentare e di prepararsi al cambiamento tecnologico.

 

Guerra commerciale

 

Gli squilibri commerciali percepiti hanno spinto il presidente Trump negli ultimi mesi a minacciare di imporre tariffe alle importazioni provenienti dai vicini e più grandi partner commerciali statunitensi, che vanno dai prodotti tecnologici cinesi alle auto europee.

 

La Cina, l’Unione europea, il Canada e il Messico hanno tutti minacciato misure di ritorsione. Il tempo stringe, con 34 miliardi di dollari di tariffe USA sulle importazioni cinesi che entreranno in vigore il 6 luglio; la Cina ha detto che lo stesso giorno adotterà delle misure di ritorsione.

 

Eric Lonergan, gestore di fondi macro di M & G, ha detto mercoledì alla CNBC che Trump potrebbe essere addolcito dalle promesse dei paesi europei di affrontare le eccedenze delle loro partite correnti. Un avanzo delle partite corrente è una misura più ampia del surplus commerciale, che misura anche i redditi degli investimenti esteri e i trasferimenti.

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(Per quanto riguarda il surplus commerciale) la verità è che non è più solo la Germania – ma l’Europa centrale e orientale. Se si guarda all’Ungheria, alla Polonia, alla Repubblica Ceca e li si prende come valore aggregato, si nota che prima avevano un grosso deficit di partite correnti, e ora ‘gestiscono un grosso surplus’ “, ha detto. “Anche l’Italia ha un grosso surplus di partite correnti, ed è la periferia – quindi siamo alla  ‘germanificazione’ di tutta la grande Europa“.

 

Lonergan ha suggerito una soluzione che a suo parere la Germania potrebbe adottare. “Perché non adottiamo una politica fiscale in tutta l’Europa che stanzi delle somme per affrontare le sfide commerciali, tagliare le imposte sulle imprese, le imposte personali e stimolare la domanda interna? E la Germania potrebbe fare da promotrice.

 

Carige, dura condanna in Appello per l’ex presidente Berneschi

SN finanzareport.it 6.7.18

Pena aumentata sia rispetto al primo grado sia rispetto alle richieste dell’accusa

Dura condanna in secondo grado per l’ex presidente di Carige Giovanni Berneschi.

Nel processo d’Appello sulla maxi-truffa ai danni del ramo assicurativo Carige Vita Nuova, Berneschi è stato condannato a 8 anni e sette mesi di reclusione. Si aggrava pertanto la pena che nel processo di primo grado, nel febbraio 2017, era stata di 8 anni e due mesi, ma anche rispetto alla richiesta in Appello di sei anni e otto mesi da parte del Procuratore generale Valeria Fazio.

“Dal dispositivo emerge una pronuncia poco comprensibile. Aspettiamo di leggere le motivazioni – ha commentato il legale di Berneschi, Maurizio Anglesio, che preannuncia il ricorso in Cassazione, convinto che ci siano “tanti temi giuridici e di diritto da discutere”.

In Borsa il titolo Carige guarda oggi a tutt’altre vicende societarie, anche se ancora complicate dalla necessità di eseguire un piano di rafforzamento dovuto anche al retaggio negativo del passato.

A Piazza Affari le azioni della banca ligure segano in questo momento +1,2% a 0,0087 euro: su questi livelli l’ottava per Carige si concluderebbe con un +6% sulla sica anche delle indiscrezioni su un possibile matrimonio con un altro istituto di medie dimensioni.

Da Fassino a Salvini, il sovranismo nato nel 2005 in val Susa

libreidee.org 6.7.18

Matteo Salvini si rassegni: dovrà davvero governare, ininterrottamente, per i prossimi trent’anni. Chi lo dice? La statistica. O meglio: la cronometrica precisione (a rovescio) delle famosissime previsioni-auspicio formulate da Piero Fassino. «Trent’anni di Salvini? Vediamo se gli daranno i i voti», ha detto l’ex dirigente del Pci-Pds, quindi ex ministro, ex capo dei Ds ed ex sindaco di Torino. Non gli era bastato, scrive Massimo Mazzucco, il celebre pronostico su Beppe Grillo, messo alla porta quando chiese – provocatoriamente – di partecipare alle inedite primarie del neonato Pd. «Grillo vuole governare? Fondi un suo partito – disse Fassino – e poi vediamo se prenderà i voti». Non pago, in qualità di primo cittadino torinese, lo stesso Fassino concesse una spassosa replica, rivolgendosi a Chiara Appendino, allora all’opposizione, portavoce a Torino della forza politica puntualmente fondata, nel frattempo, da Grillo: «Vuole governare lei? Si candidi come sindaca, e vedremo se la eleggono». La Appendino oggi siede al posto di Fassino, mentre gli uomini di Grillo governano l’Italia insieme a Salvini? C’è il rischio che lo facciano in eterno, dice Mazzucco sul blog “Luogo Comune”, stando all’ormai leggendaria chiaroveggenza fassiniana: «Ora, con il suo nuovo vaticinio – se la ride Mazzucco – Fassino ha appena regalato trent’anni di dominio politico a Matteo Salvini. Che uomo fantastico, questa “punta di diamante” del Pd».

Tutto si può imputare, a Fassino, tranne la mancanza di schiettezza. Gran faticatore della politica, vissuta come missione palingenetica ai tempi eroici del Pci berlingueriano, Piero il Lungo – come lo ribattezzò Giampaolo Pansa – incarna bene le Piero Fassinoluci e le ombre, in versione sabauda, dell’ex sinistra rappresentata dall’Elefante Rosso. Una sinistra rivoluzionaria solo a parole, ma in realtà prudentemente riformista, che visse il trauma della caduta del Muro di Berlino come la fine di un universo marmoreo e basato, per settant’anni, sull’indicibile tradimento di una grande promessa. Più di ogni altra città d’Italia, forse, proprio Torino ha rivelato la natura doppia di quello che fu il partito di Togliatti: orizzonti quasi onirici di riscatto sociale per il Quarto Stato ma, al tempo stesso, estremo pragmatismo nell’azione di governo, attraverso l’inedita alleanza di potere – non dichiarata – con il vertice industriale e finanziario dell’ex capitale Fiat, alle prese col declino operaio e l’incerta riconversione post-industriale. Negli anni più sguaiati del berlusconismo, con Roma e Milano trasformate in trincee mediatiche per scatenare la caccia all’immigrato clandestino presentato come pericoloso criminale, Torino ha brillato per misura, equilibrio e capacità di integrazione, smussando gli spigoli e investendo al meglio nelle strategie di convivenza: la città di Fassino e Chiamparino, che nell’immediato dopoguerra esibiva cartelli-vergogna del tipo “non si affittano alloggi ai meridionali”, è diventata la metropoli italiana probabilmente più tollerante e con meno problemi di micro-criminalità, proprio grazie alle politiche sociali sapientemente messe in atto dagli esponenti del futuro Pd.

A cancellare però l’illusione che il consenso politico possa essere eterno, anche quando motivato da solide ragioni come la buona amministrazione di una grande città, ha provveduto un territorio periferico ma contiguo, la valle di Susa, da sempre “seconda casa” dei torinesi che amano la montagna e lo sci. Spaventata dal progetto di una maxi-opera faraonica come la linea Tav Torino-Lione, potenzialmente devastante e classificata come desolatamente inutile dai massimi esperti dell’università italiana, la valle di Susa – una comunità di quasi centomila abitanti, orientata a sinistra anche in virtù della sua tradizione antifascista – si è sentita letteralmente tradita dai suoi storici rappresentanti politici. Gli uomini del centrosinistra rimasero risolutamente sordi di fronte alla protesta popolare esplosa nel 2005 in forma di esemplare rivolta nonviolenta, capitanata dai sindaci in fascia tricolore: una quasi-sommossa, che riuscì a fermare per ben cinque anni l’avvio dei cantieri. Per la valle di Susa, dalla sponda prodiana, si spesero comunisti come Paolo Ferrero e verdi come Edo Ronchi – ma non Sergio Chiamparino, passato disinvoltamente dalla guida di Torino a quella della Compagnia di San Paolo, potente fondazione Sindaci NoTav in fascia tricolorebancaria, per poi tornare tranquillamente alla politicanei panni di presidente della Regione Piemonte, come se finanza e democrazia oggi non rappresentassero un bionomio stridente.

Dalla parte dei valsusini si è invece schierato in modo nettissimo Beppe Grillo, protagonista di interventi decisivi – a livello politico – per rinfrancare la popolazione, con la promessa che non sarebbe più stata abbandonata al suo destino di paura, angoscia e rabbia. E’ come se il Movimento 5 Stelle avesse conquistato Torino partendo proprio dalla negletta valle di Susa, territorio accanitamente emarginato e isolato, infine anche criminalizzato. Con almeno dieci anni di anticipo sul resto del paese, proprio la valle di Susa – nel 2005 – sperimentò sulla propria pelle il crollo della vecchia politica fondata sulla presunta dicotomia destra-sinistra. Fu chiaro, ai valsusini, che si imponeva un’altra visione del mondo: da una parte la democrazia, cioè il rispetto della sovranità popolare, e dall’altra le oscure ragioni di un’oligarchia finanziaria che, in vent’anni, non ha ancora avuto modo di spiegare chiaramente a cosa mai servirebbe, davvero, quell’ipotetico super-treno che forse al Pd è già costato anche la clamorosa perdita di Torino. Inutilmente, i valsusini si erano rivolti – in prima battuta – proprio a Piero Fassino, figlio di un comandante partigiano della valle. Ma quando Fassino salì in montagna a commemorare i caduti, tra cui gli uomini di suo padre, gli esponenti locali del Pd lo rampognarono soltanto per certe anomale alleanze con Forza Italia a livello comunale in qualche paese, e non invece per il silenzio assordante – del partito, e dello stesso Fassino – sullo spaventoso deficit di democrazia prodotto dalla “teologia” della grande opera, imposta senza alcun dialogo e percepita dalla popolazione come un’autentica calamità. Così oggi il Pd sembra guardare – con gli occhi smarriti di Fassino – all’inspiegabile trionfo di Salvini, emblema di un’Italia che l’ex centrosinistra ha smesso, da molto tempo, di ascoltare.

La Coalizione internazionale acquisisce illegalmente petrolio nella provincia orientale di Deir ez-Zor con la copertura dei soldati italiani

DI ELISEO BERTOLASI comedonchisciotte.org 6.7.18

Il primo luglio su “RiaFan.ru” (Agenzia Federale di Notizie), tra le righe di un lungo rapporto intitolato: “L’Italia copre il contrabbando di petrolio degli USA da Deir az-Zor”, che descrive lo stato attuale della guerra in Siria nelle varie province del paese, viene tirato in causa anche il coinvolgimento dei militari italiani: “Nella provincia orientale di Deir ez-Zor i paesi occidentali dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti continuano a estrarre illegalmente idrocarburi da giacimenti petroliferi situati sulla riva sinistra dell’Eufrate, come trasmesso da fonti militari di Al Manar News.

Il ricavato della vendita delle risorse, come noto, è una fonte complementare di finanziamento controllata dai gruppi armati che si oppongono al legittimo governo siriano. Fonti, dal portale di notizie, riportano inoltre che, al fine di garantire la sicurezza durante l’estrazione del petrolio, nella zona del giacimento di Al-Omar è stato trasferito un piccolo contingente di forze armate italiane, composto da diverse decine di soldati”.

La notizia, secondo la quale, anche i militari italiani si troverebbero già in Siria in supporto alle truppe della coalizione internazionale, era già trapelata nel mese di giugno su “Analisi Difesa”. I militari italiani, con quelli francesi e americani: “Sarebbero impegnati al fianco delle Forze Democratiche Siriane (FDS) composte da milizie arabe e soprattutto curde, nelle operazioni tese a liberare dall’Isis gli ultimi lembi di territorio siriano orientale” .

Sempre Analisi Difesa a metà di giugno ha riportato un’ulteriore notizia secondo la quale: “Una ventina di soldati italiani, tra cui alcuni consiglieri militari, sarebbero giunti nell’est della Siria dall’Iraq e stazionerebbero nell’area delle riserve petrolifere di al-Omar nella provincia di Deir ez-Zor, attualmente sotto il controllo delle forze americane e delle milizie curde del PYD..”.

La pluralità di notizie, gli avvistamenti, che ormai riportano dell’eventuale presenza dei militari italiani in Siria non fanno altro che avvalorare la veridicità di questa presenza, nonostante le continue smentite ufficiali da parte dei vertici militari dello Stato maggiore della Difesa.

L’ennesima guerra, l’ennesimo coinvolgimento delle truppe italiane a seguito, in questo caso, non tanto della NATO ma addirittura delle guerre di matrice USA.

Cosa ci fanno i militari italiani in Siria, un paese che non ha mai dichiarato guerra all’Italia, senza alcun mandato, tra l’altro contro il legittimo governo siriano? È una domanda alla quale molti cittadini italiani gradirebbero ricevere una risposta seria.

Si auspica che il nuovo governo italiano che sta dando l’impressione di voler imprimere una svolta sovranista alla propria agenda politica, sia in grado di riportare anche la questione delle missioni militari italiane all’estero al centro degli interessi nazionali.

Eliseo Bertolasi

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

06.07.2018

Fonti di riferimento

https://riafan.ru/amp/1072721-siriya-novosti-1-iyulya-07-00-italiya-prikryvaet-kontrabandu-nefti-ssha-iz-deir-ez-zora-vzryv-svu-v-idlibe

http://www.analisidifesa.it/2018/06/truppe-italiane-in-siria-la-difesa-smentisce-londus-conferma/

http://www.analisidifesa.it/2018/06/anche-i-turchi-confermano-la-presenza-militare-italiana-in-siria/

Aifa avvia ritiro di lotti di farmaci contenenti il principio attivo valsartan

silenziefalsita.it 6.7.18

ritiro-di-lotti-di-farmaci-contenenti-il-principio-attivo-valsartan

L’Aifa, Agenzia Italiana del Farmaco, ha avviato il ritiro di lotti di farmaci contenenti il principio attivo valsartan.

Le medicine che lo contengono sono utilizzate per curare l’ipertensione arteriosa, insufficienze cardiovascolari e viene somministrato anche a chi ha subito un infarto. A venderli sono diverse case farmaceutiche in varie tipologie: Valpression e Combisartan (Menarini), Valsodiur (Ibn Savio), Validroc e Pressloval (So.Se. Pharm), Valbacomp (Crinos), Valsartan Doc e Cantensio (Doc Generici), Valsartan Almus (Almus), Valsartan (Zentiva), Valsartan e Hct (Eurogenerici), Valsartan e Idroclortiazide (Pensa Pharma, Ranbaxy Italia, Teva, Doc Generici e Sandoz), Film (Sandoz), Valsartan Hctz (Tecnigen).

L’Aifa e le corrispettive agenzie delle altre nazioni europee, dopo approfondite indagini, hanno riscontrato che il valsartan è contaminato da un agente cancerogeno, l’N-nitrosodimetilamina. Quest’impurezza è stata registrata nel valsartan prodotto dalla Zhejiang Huahai Pharmaceuticals a Chuannan, in Cina.

Valsartan è un antagonista del recettore dell’angiotensina II usato per trattare l’ipertensione e l’insufficienza cardiaca.

I pazienti trattati con le medicine elencate sopra potranno sostituire il farmaco con un altro tipo di valsartan o con un altro antagonista del recettore dell’angiotensina II. Per quelli che utilizzano l’abbinamento di valsartan e idroclorotiazide, sempre tra quelli elencati sopra, è consigliato utilizzare altri tipi di farmaci combinati o altri tipi di farmaci che contengono i principii attivi, ma separati.

“Se il farmaco che assumi non è tra quelli indicati nell’elenco, puoi continuare regolarmente il trattamento. Se sei in trattamento con uno dei prodotti sopra elencati, consulta il medico il prima possibile per passare ad altri farmaci,” ha commentato l’Aifa.

È comunque buona norma consultare il proprio medico per la modifica della terapia.