ROMA ALL’ULTIMO STADIO (E FOSSE SOLO QUELLO) – DALLA TORRE COMPRATA DALLA PROVINCIA ALLA NUOVA SEDE DI ATAC: NEL CARNIERE DI LUCA PARNASI NON C’ERA SOLO IL PROGETTO PER IL NUOVO STADIO DELLA ROMA – IL COSTRUTTORE RACCONTA IL METODO DI RAPPORTI CON LA POLITICA: IL SUCCESSO DELLA HOLDING DI FAMIGLIA COINVOLGEVA ANCHE…

dagospia.com 6.7.18

Sara Menafra per “il Messaggero”

 

PARNASIPARNASI

Non c’ è solo il progetto per lo stadio della Roma, nel carniere che Luca Parnasi ha rapidamente messo insieme nel corso degli ultimi anni. Lui lo ha in parte ammesso, nel corso di un lungo interrogatorio, raccontando come il successo della holding di famiglia si sia appoggiato su un consolidato metodo di rapporti buoni e ben remunerati con la politica, che avrebbe coinvolto anche il padre Sandro.

 

Ma ad esserne convinta è soprattutto la procura di Roma: dal giorno degli arresti ha iniziato ad incrociare i dati raccolti con l’ inchiesta Rinascimento con almeno altri tre fascicoli di indagine sulla galassia Parsitalia – per reati mai prescritti – che ora riprendono velocità e rischiano di coinvolgere ulteriormente la politica di oggi e di allora: l’ accordo, con annessi costi lievitati, per il trasferimento del palazzo della Provincia in un edificio del prezzo di 293 milioni di euro; l’ intesa con Atac per lo spostamento, mai avvenuto, sempre nella zona di Castellaccio, in un palazzo accanto alle torri dell’ Eur; e le verifiche sulla compravendita del terreno di Tor di Valle, successive ad una prima indagine già a processo.

 

LUCA PARNASI CON LA MOGLIE CHRISTIANE FILANGIERILUCA PARNASI CON LA MOGLIE CHRISTIANE FILANGIERI

DUE PERQUISIZIONI

Due giorni fa, la Guardia di finanza ha acquisito atti sia nella sede della Città metropolitana sia in quella di Atac. Qui, confermano dalla ex municipalizzata, gli investigatori avrebbero portato via esclusivamente il fascicolo sul trasferimento a Castellaccio, mentre nella ex Provincia, a Palazzo Valentini, si sono concentrati su tutti gli atti successivi all’ iniziale accordo tra l’ allora presidente della provincia Nicola Zingaretti, e il costruttore Parnasi.

LUCA PARNASI - MAURO BALDISSONI - SIMONE CONTASTA - MARCELLO DE VITO - LUCA BERGAMO - VIRGINIA RAGGILUCA PARNASI – MAURO BALDISSONI – SIMONE CONTASTA – MARCELLO DE VITO – LUCA BERGAMO – VIRGINIA RAGGI

 

La vicenda dello spostamento di Atac nell’ immobile posizionato in via Giorgio Ribotta, tra Eur e Torrino e proprio di fronte al palazzo della Provincia, si protrae dal 2005. Nel 2009 Atac versa una caparra di più di 20 milioni di euro, a Bnp Paribas, titolare del progetto poi affidato a Parsitalia con l’ obiettivo di ottenere le chiavi della nuova sede a inizio 2011.

 

TORRE EX PROVINCIA EURTORRE EX PROVINCIA EUR

E invece i tempi si allungano all’ inverosimile, tanto che nel 2016 il direttore generale Rettighieri si presenta in procura con un esposto e l’ idea di rescindere l’ accordo. Nel 2017, Atac ha chiesto il pagamento della penale a Bnp e ha anche fatto causa in sede civile per ottenere almeno 8,5 milioni, ma è tutto l’ iter di quell’ accordo che i vertici dell’ azienda contestano e sui quali ora la Guardia di finanza ha avviato nuovi controlli.

 

I COSTI DELLA PROVINCIA

luca parnasiLUCA PARNASI

Le nuove verifiche riguardano anche i costi del trasferimento della Provincia in una delle torri dello stesso quadrante, sempre di proprietà di Parsitalia. Quando la decisione sull’ abolizione delle province era già presa, quella di Roma ha comunque pagato 263 milioni di euro per acquistare una torre e trasferirvi la sede.

 

Un’ operazione di cui Salvatore Buzzi, nel corso del processo Mondo di mezzo, ha parlato fornendo vari dettagli su chi avrebbe ricevuto i pagamenti e puntando i riflettori proprio sul governatore Zingaretti, prima indagato per corruzione e poi archiviato.

 

LANZALONE E RAGGILANZALONE E RAGGI

Ma, spiega un esposto degli ex consiglieri della città Metropolitana pentastellati, Enrico Stefàno e Stefano Dessì, inviato in procura nel 2015, è anche tutta la gestione successiva dell’ affare ad essere stata antieconomica: per pagare il palazzo, la Provincia ha venduto buona parte delle sue proprietà salvo restare in affitto perché i tempi di consegna si erano allungati.

 

luca parnasiLUCA PARNASI

Infine, i magistrati hanno avviato nuovi controlli sul secondo contratto di compravendita dei terreni di Tor di Valle. Si tratta dell’ Atto modificativo dei patti transattivi firmato il 25 giugno del 2013, un documento che ha permesso ai fratelli Gaetano e Umberto Papalia di rinunciare al gioiello di famiglia pochi mesi prima della dichiarazione di fallimento e senza aspettare che Parnasi pagasse l’ intero prezzo di 20 milioni e non la sola caparra da 600mila euro. Tutte vicende su cui anche la magistratura contabile è pronta ad avviare nuovi approfondimenti.

 

Le Olimpiadi di Ponzio Pilato

lospiffero.com 6.7.18

 

Prima Appendino che per dissidi interni manda avanti le valli, poi i grillini che coi loro paletti se ne tirano fuori e ora pure il governo decide di lavarsene le mani e passare la palla al Coni. Una candidatura nata sotto una cattiva stella, anzi sotto cinque cattive stelle

Tocca al Coni. Il Consiglio dei ministri, da cui sarebbe dovuta uscire una indicazione di massima rispetto alla città che l’Italia candiderà a ospitare le Olimpiadi invernali del 2026, secondo fonti di governo, non ha invece preso posizione, probabilmente a causa delle divergenze tra i ministri del Movimento 5 Stelle, schierati a favore di Torino, e quelli della Lega, molto più sensibili alla veneta Cortina e soprattutto a Milano e alla Lombardia. “Siamo salomonici”, si è limitato a dire il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli dopo la riunione a  Palazzo Chigi. Più che la saggezza del re d’Israele pare il lavarsi le mani di Ponzio Pilato.

Il premier Giuseppe Conte avrebbe esaminato con i ministri e con il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha la delega per lo Sport, il dossier Olimpiadi arrivando a stilare una sorta di decalogo di principi, nero su bianco, cui dovrà attenersi il Coni per individuare la candidatura italiana, con uno sguardo ai costi e alla competitività delle strutture. Esattamente quello che Giovanni Malagò voleva evitare, e cioè che il cerino finisse nelle sue mani, proprio mentre si intensificano pressioni politiche e territoriali, a favore di questa o quella città. Lui stesso nei giorni scorsi aveva parlato di una  “decisione anche di natura politica”. Ma la politica non ha deciso e allora sarà il Coni a scegliere. Martedì prossimo si riunirà la giunta esecutiva per analizzare i dossier delle tre candidate. “Abbiamo visto tutti e incontrato tutti. I dossier sono arrivati da poche ore ma un giudizio non lo posso dare, sarei superficiale. Non sarebbe serio. Si devono fare valutazioni oggettive”, ha spiegato Malagò. “Io ho dato la possibilità di uno slittamento a fine mese ma non ho mai detto che sarebbe necessariamente successo. Sarebbe una via d’uscita ma se non ci sono controindicazioni si deciderà il 10 luglio”.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, che un uomo di mondo come Malagò ha distillato con sapiente maestria, cosa pensi realmente del dossier di Chiara Appendinoè stato eloquente durante l’ultima missione nella Capitale della sindaca, quando il numero uno dello sport italiano ha fatto saltare l’appuntamento facendo sapere di avere “altri impegni”. Un’agenda nella quale, invece, nelle ore successive hanno trovato posto sia il sindaco di Milano Giuseppe Salae il presidente lombardo Attilio Fontana, sia il governatore del Veneto Luca Zaia che hanno presentato i rispettivi studi di fattibilità. Del resto è noto come allo stesso Malagò bruci ancora il voltafaccia del Movimento 5 stelle di fronte alla candidatura di Roma ai Giochi del 2024, quando al Campidoglio arrivò Virginia Raggi.

Ora la politica se ne laverà le mani? Difficile immaginarlo. Piuttosto inizierà un lavorio sotterraneo dei maggiorenti di tutti i partiti, con la prima linea grillina impegnata a sostenere Appendino e i leghisti su Milano (se il sindaco Sala è del Pd non va dimenticato che il governatore Fontana è del Carroccio) con l’opzione Cortina tutt’altro che fuori dai Giochi. Pressioni politiche e territoriali con cui Malagò dovrà fare i conti, mentre c’è chi continua a cercare un’intesa per un MiTo Olimpico, cioè un’alleanza tra Milano e Torino che comunque prevedrebbe il capoluogo lombardo come città designata e le valli torinesi in pista per ospitare le competizioni di alcune discipline della neve.

Appalti ai Beni culturali, lo Stato si fa la guerra da solo. La Consip gestisce le procedure più ricche. Ma ora arriva Invitalia a rosicchiare terreno

Stefano Sansonetti lanotiziagiornale.it 6.7.18

Al centro c’è il Ministero dei beni culturali, i cui appalti dovrebbero essere gestiti in modo centralizzato e razionale. Intorno ci sono due società pubbliche che, in base all’affastellarsi nel tempo di leggi e leggine, rischiano di sovrapporre le loro competenze nella gestione delle commesse. E “sovrapporre”, per certi aspetti, è un termine eufemistico. Ma quali sono queste società pubbliche? Una è la Consip, la Centrale acquisti del Tesoro che di mestiere fa questo e niente altro, pur con qualche difficoltà ereditata soprattutto dalle gestioni passate. L’altra è Invitalia, anch’essa controllata dal Tesoro, società proteiforme che nel corso degli anni ha cambiato pelle un’infinità di volte trovandosi a fare non si sa più quanti mestieri: agenzia di attrazione degli investimenti, gestore di vecchie partecipazioni statali in dismissione, responsabile della bonifica di siti come Bagnoli, responsabile di attività di export credit in Paesi a rischio come l’Iran, centrale di committenza per gli appalti di un imprecisato numero di amministrazioni.

Ed è proprio sul terreno dei Beni culturali che, agli osservatori più attenti, non sfugge il “trend” che ha portato Invitalia a rosicchiare vistose porzioni di terreno. Il tutto, come sempre accade in Italia, complice una normativa che non brilla per chiarezza. Sta di fatto che oggi Invitalia, guidata da più di 10 anni da Domenico Arcuri, si trova a gestire moltissimi appalti per conto del Ministero relativi soprattutto a opere di restauro e messa in sicurezza. Solo per elencarne gli ultimi, si può citare la messa in sicurezza dell’acquedotto romano Anio Novus di Tivoli (570mila euro), il restauro di palazzo Doria Pamphilj di Valmontone (380mila euro), il restauro della vetrata Vivarini della Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo di Venezia (482mila euro), il restauro delle mura della rocca medievale di Asolo (340mila euro).

La Consip, anche grazie a un accordo con il ministero dei Beni culturali all’epoca guidati da Dario Franceschini (oggi al timone c’è il grillinoAlberto Bonisoli), da tempo sta invece occupandosi soprattutto di servizi di ristorazione, biglietteria e vigilanza dei maggiori poli museali e archeologici. Solo per citare gli ultimi, Palazzo Massimo alle Terme (12milioni di euro), Museo archeologico di Napoli (3,3milioni), Gallerie dell’Accademia di Venezia (13,8milioni), Vittoriano (16milioni), Galleria nazionale d’arte moderna di Roma (5,3milioni), Colosseo, Foro romano e Domus Aurea (45milioni). Per carità, i settori di riferimento sono molto diversi (restauro da una parte, biglietteria e servizi dall’altra). Ma non c’è chi non veda come Invitalia, a volte anche per giustificare la sua esistenza, abbia inglobato attività che sconfinano nelle competenze di altre società pubbliche. Formalmente nulla di sbagliato, ma da un punto di vista razionale, forse, non il miglior modo di procedere a una razionale gestione degli appalti.

Quello che diceva venti anni fa Bettino Craxi sull’Europa e sul Mediterraneo era profetico

https://scenarieconomici.it/author/admin/ 6.7.18

Vi proponiamo un video della Fondazione Craxi nel quale vengono colte diverse citazioni del defunto politico sull’Unione Europea e sul Mediterraneo. Sono parole che potrebbero essere dette perfino oggi, ma che furono pronunciate quando la situazione attuale era ancora nella mente degli Dei. Craxi, per quanto abbia sbagliato, per quanto non sia stato moralmente limpido, come politico vedeva lontano.

Buon ascolto.

Per il direttore dell’Ifo l’enorme surplus commerciale della Germania “sta diventando tossico”

Di Carmenthesister – Luglio 6, 2018 vocidallestero.it

Secondo il direttore del centro per l’ economia internazionale dell’Istituto IFO di Monaco di Baviera, uno dei più influenti think tank tedeschi, il surplus commerciale cronico della Germania ormai sta diventando un problema così grave che i danni superano i vantaggi.  L’inasprimento dei rapporti con gli Stati Uniti, che la accusano di concorrenza sleale, sta facendo scattare delle misure protezionistiche verso le quali la Germania  è sovraesposta; e ormai il problema si estende a tutta l’eurozona, in attivo nei conti con l’estero a causa della deflazione indotta dalla moneta unica.  Via CNBC

 

 

 

 

di Holly Ellyatt, 4 luglio 2018

 

La Germania, che esporta più di quanto importa, sta diventando un grosso problema per la sua stessa economia, ha detto mercoledì il direttore dell’Istituto Ifo, che monitora lo stato dell’economia del paese.

 

(Il surplus commerciale) si sta rivelando un problema crescente, non solo con gli Stati Uniti ma anche con altri partner commerciali, e anche all’interno dell’Unione europea,” ha dichiarato allo “Squawk Box Europe” della CNBC Gabriel Felbermayr, direttore del Centro per l’economia internazionale presso l’Istituto IFO, che ha sede a Monaco di Baviera.

 

Il surplus sta diventando tossico, e anche in Germania molti ormai sostengono che dobbiamo fare qualcosa al riguardo, allo scopo di abbassarlo. Risulta essere una passività piuttosto che una risorsa.

 

L’economia manifatturiera tedesca orientata all’esportazione e il suo conseguente surplus commerciale – il valore delle sue esportazioni che supera quello delle importazioni – è da molto tempo oggetto di critiche e Berlino è stata sottoposta a pressioni perché incoraggi i consumi interni e aumenti le importazioni.

 

Le eccedenze commerciali sono viste come una sollecitazione al protezionismo commerciale e come la causa che aggrava i problemi economici degli altri paesi.

 

Surplus commerciale

 

Secondo i dati pubblicati a febbraio dall’ufficio federale di statistica del paese, nel 2017 il surplus commerciale della Germania è calato per la prima volta dal 2009, scendendo a $ 300,9 miliardi. Tuttavia, il suo surplus commerciale con gli Stati Uniti è stato di $ 64 miliardi.

 

L’anno scorso il presidente Donald Trump ha twittato il suo disappunto a proposito dei dati sul commercio.

 

 

 

Certo, ci sono delle lacune nelle infrastrutture pubbliche, le scuole devono essere rinnovate e così via, ma ciò di cui siamo veramente preoccupati è che la Germania non è abbastanza attraente per gli investimenti delle imprese”, ha affermato.

 

Ha aggiunto che il governo tedesco sotto il cancelliere Angela Merkel ha bisogno di modernizzare le regole che governano l’economia, di deregolamentare e di prepararsi al cambiamento tecnologico.

 

Guerra commerciale

 

Gli squilibri commerciali percepiti hanno spinto il presidente Trump negli ultimi mesi a minacciare di imporre tariffe alle importazioni provenienti dai vicini e più grandi partner commerciali statunitensi, che vanno dai prodotti tecnologici cinesi alle auto europee.

 

La Cina, l’Unione europea, il Canada e il Messico hanno tutti minacciato misure di ritorsione. Il tempo stringe, con 34 miliardi di dollari di tariffe USA sulle importazioni cinesi che entreranno in vigore il 6 luglio; la Cina ha detto che lo stesso giorno adotterà delle misure di ritorsione.

 

Eric Lonergan, gestore di fondi macro di M & G, ha detto mercoledì alla CNBC che Trump potrebbe essere addolcito dalle promesse dei paesi europei di affrontare le eccedenze delle loro partite correnti. Un avanzo delle partite corrente è una misura più ampia del surplus commerciale, che misura anche i redditi degli investimenti esteri e i trasferimenti.

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(Per quanto riguarda il surplus commerciale) la verità è che non è più solo la Germania – ma l’Europa centrale e orientale. Se si guarda all’Ungheria, alla Polonia, alla Repubblica Ceca e li si prende come valore aggregato, si nota che prima avevano un grosso deficit di partite correnti, e ora ‘gestiscono un grosso surplus’ “, ha detto. “Anche l’Italia ha un grosso surplus di partite correnti, ed è la periferia – quindi siamo alla  ‘germanificazione’ di tutta la grande Europa“.

 

Lonergan ha suggerito una soluzione che a suo parere la Germania potrebbe adottare. “Perché non adottiamo una politica fiscale in tutta l’Europa che stanzi delle somme per affrontare le sfide commerciali, tagliare le imposte sulle imprese, le imposte personali e stimolare la domanda interna? E la Germania potrebbe fare da promotrice.

 

Carige, dura condanna in Appello per l’ex presidente Berneschi

SN finanzareport.it 6.7.18

Pena aumentata sia rispetto al primo grado sia rispetto alle richieste dell’accusa

Dura condanna in secondo grado per l’ex presidente di Carige Giovanni Berneschi.

Nel processo d’Appello sulla maxi-truffa ai danni del ramo assicurativo Carige Vita Nuova, Berneschi è stato condannato a 8 anni e sette mesi di reclusione. Si aggrava pertanto la pena che nel processo di primo grado, nel febbraio 2017, era stata di 8 anni e due mesi, ma anche rispetto alla richiesta in Appello di sei anni e otto mesi da parte del Procuratore generale Valeria Fazio.

“Dal dispositivo emerge una pronuncia poco comprensibile. Aspettiamo di leggere le motivazioni – ha commentato il legale di Berneschi, Maurizio Anglesio, che preannuncia il ricorso in Cassazione, convinto che ci siano “tanti temi giuridici e di diritto da discutere”.

In Borsa il titolo Carige guarda oggi a tutt’altre vicende societarie, anche se ancora complicate dalla necessità di eseguire un piano di rafforzamento dovuto anche al retaggio negativo del passato.

A Piazza Affari le azioni della banca ligure segano in questo momento +1,2% a 0,0087 euro: su questi livelli l’ottava per Carige si concluderebbe con un +6% sulla sica anche delle indiscrezioni su un possibile matrimonio con un altro istituto di medie dimensioni.

Da Fassino a Salvini, il sovranismo nato nel 2005 in val Susa

libreidee.org 6.7.18

Matteo Salvini si rassegni: dovrà davvero governare, ininterrottamente, per i prossimi trent’anni. Chi lo dice? La statistica. O meglio: la cronometrica precisione (a rovescio) delle famosissime previsioni-auspicio formulate da Piero Fassino. «Trent’anni di Salvini? Vediamo se gli daranno i i voti», ha detto l’ex dirigente del Pci-Pds, quindi ex ministro, ex capo dei Ds ed ex sindaco di Torino. Non gli era bastato, scrive Massimo Mazzucco, il celebre pronostico su Beppe Grillo, messo alla porta quando chiese – provocatoriamente – di partecipare alle inedite primarie del neonato Pd. «Grillo vuole governare? Fondi un suo partito – disse Fassino – e poi vediamo se prenderà i voti». Non pago, in qualità di primo cittadino torinese, lo stesso Fassino concesse una spassosa replica, rivolgendosi a Chiara Appendino, allora all’opposizione, portavoce a Torino della forza politica puntualmente fondata, nel frattempo, da Grillo: «Vuole governare lei? Si candidi come sindaca, e vedremo se la eleggono». La Appendino oggi siede al posto di Fassino, mentre gli uomini di Grillo governano l’Italia insieme a Salvini? C’è il rischio che lo facciano in eterno, dice Mazzucco sul blog “Luogo Comune”, stando all’ormai leggendaria chiaroveggenza fassiniana: «Ora, con il suo nuovo vaticinio – se la ride Mazzucco – Fassino ha appena regalato trent’anni di dominio politico a Matteo Salvini. Che uomo fantastico, questa “punta di diamante” del Pd».

Tutto si può imputare, a Fassino, tranne la mancanza di schiettezza. Gran faticatore della politica, vissuta come missione palingenetica ai tempi eroici del Pci berlingueriano, Piero il Lungo – come lo ribattezzò Giampaolo Pansa – incarna bene le Piero Fassinoluci e le ombre, in versione sabauda, dell’ex sinistra rappresentata dall’Elefante Rosso. Una sinistra rivoluzionaria solo a parole, ma in realtà prudentemente riformista, che visse il trauma della caduta del Muro di Berlino come la fine di un universo marmoreo e basato, per settant’anni, sull’indicibile tradimento di una grande promessa. Più di ogni altra città d’Italia, forse, proprio Torino ha rivelato la natura doppia di quello che fu il partito di Togliatti: orizzonti quasi onirici di riscatto sociale per il Quarto Stato ma, al tempo stesso, estremo pragmatismo nell’azione di governo, attraverso l’inedita alleanza di potere – non dichiarata – con il vertice industriale e finanziario dell’ex capitale Fiat, alle prese col declino operaio e l’incerta riconversione post-industriale. Negli anni più sguaiati del berlusconismo, con Roma e Milano trasformate in trincee mediatiche per scatenare la caccia all’immigrato clandestino presentato come pericoloso criminale, Torino ha brillato per misura, equilibrio e capacità di integrazione, smussando gli spigoli e investendo al meglio nelle strategie di convivenza: la città di Fassino e Chiamparino, che nell’immediato dopoguerra esibiva cartelli-vergogna del tipo “non si affittano alloggi ai meridionali”, è diventata la metropoli italiana probabilmente più tollerante e con meno problemi di micro-criminalità, proprio grazie alle politiche sociali sapientemente messe in atto dagli esponenti del futuro Pd.

A cancellare però l’illusione che il consenso politico possa essere eterno, anche quando motivato da solide ragioni come la buona amministrazione di una grande città, ha provveduto un territorio periferico ma contiguo, la valle di Susa, da sempre “seconda casa” dei torinesi che amano la montagna e lo sci. Spaventata dal progetto di una maxi-opera faraonica come la linea Tav Torino-Lione, potenzialmente devastante e classificata come desolatamente inutile dai massimi esperti dell’università italiana, la valle di Susa – una comunità di quasi centomila abitanti, orientata a sinistra anche in virtù della sua tradizione antifascista – si è sentita letteralmente tradita dai suoi storici rappresentanti politici. Gli uomini del centrosinistra rimasero risolutamente sordi di fronte alla protesta popolare esplosa nel 2005 in forma di esemplare rivolta nonviolenta, capitanata dai sindaci in fascia tricolore: una quasi-sommossa, che riuscì a fermare per ben cinque anni l’avvio dei cantieri. Per la valle di Susa, dalla sponda prodiana, si spesero comunisti come Paolo Ferrero e verdi come Edo Ronchi – ma non Sergio Chiamparino, passato disinvoltamente dalla guida di Torino a quella della Compagnia di San Paolo, potente fondazione Sindaci NoTav in fascia tricolorebancaria, per poi tornare tranquillamente alla politicanei panni di presidente della Regione Piemonte, come se finanza e democrazia oggi non rappresentassero un bionomio stridente.

Dalla parte dei valsusini si è invece schierato in modo nettissimo Beppe Grillo, protagonista di interventi decisivi – a livello politico – per rinfrancare la popolazione, con la promessa che non sarebbe più stata abbandonata al suo destino di paura, angoscia e rabbia. E’ come se il Movimento 5 Stelle avesse conquistato Torino partendo proprio dalla negletta valle di Susa, territorio accanitamente emarginato e isolato, infine anche criminalizzato. Con almeno dieci anni di anticipo sul resto del paese, proprio la valle di Susa – nel 2005 – sperimentò sulla propria pelle il crollo della vecchia politica fondata sulla presunta dicotomia destra-sinistra. Fu chiaro, ai valsusini, che si imponeva un’altra visione del mondo: da una parte la democrazia, cioè il rispetto della sovranità popolare, e dall’altra le oscure ragioni di un’oligarchia finanziaria che, in vent’anni, non ha ancora avuto modo di spiegare chiaramente a cosa mai servirebbe, davvero, quell’ipotetico super-treno che forse al Pd è già costato anche la clamorosa perdita di Torino. Inutilmente, i valsusini si erano rivolti – in prima battuta – proprio a Piero Fassino, figlio di un comandante partigiano della valle. Ma quando Fassino salì in montagna a commemorare i caduti, tra cui gli uomini di suo padre, gli esponenti locali del Pd lo rampognarono soltanto per certe anomale alleanze con Forza Italia a livello comunale in qualche paese, e non invece per il silenzio assordante – del partito, e dello stesso Fassino – sullo spaventoso deficit di democrazia prodotto dalla “teologia” della grande opera, imposta senza alcun dialogo e percepita dalla popolazione come un’autentica calamità. Così oggi il Pd sembra guardare – con gli occhi smarriti di Fassino – all’inspiegabile trionfo di Salvini, emblema di un’Italia che l’ex centrosinistra ha smesso, da molto tempo, di ascoltare.

La Coalizione internazionale acquisisce illegalmente petrolio nella provincia orientale di Deir ez-Zor con la copertura dei soldati italiani

DI ELISEO BERTOLASI comedonchisciotte.org 6.7.18

Il primo luglio su “RiaFan.ru” (Agenzia Federale di Notizie), tra le righe di un lungo rapporto intitolato: “L’Italia copre il contrabbando di petrolio degli USA da Deir az-Zor”, che descrive lo stato attuale della guerra in Siria nelle varie province del paese, viene tirato in causa anche il coinvolgimento dei militari italiani: “Nella provincia orientale di Deir ez-Zor i paesi occidentali dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti continuano a estrarre illegalmente idrocarburi da giacimenti petroliferi situati sulla riva sinistra dell’Eufrate, come trasmesso da fonti militari di Al Manar News.

Il ricavato della vendita delle risorse, come noto, è una fonte complementare di finanziamento controllata dai gruppi armati che si oppongono al legittimo governo siriano. Fonti, dal portale di notizie, riportano inoltre che, al fine di garantire la sicurezza durante l’estrazione del petrolio, nella zona del giacimento di Al-Omar è stato trasferito un piccolo contingente di forze armate italiane, composto da diverse decine di soldati”.

La notizia, secondo la quale, anche i militari italiani si troverebbero già in Siria in supporto alle truppe della coalizione internazionale, era già trapelata nel mese di giugno su “Analisi Difesa”. I militari italiani, con quelli francesi e americani: “Sarebbero impegnati al fianco delle Forze Democratiche Siriane (FDS) composte da milizie arabe e soprattutto curde, nelle operazioni tese a liberare dall’Isis gli ultimi lembi di territorio siriano orientale” .

Sempre Analisi Difesa a metà di giugno ha riportato un’ulteriore notizia secondo la quale: “Una ventina di soldati italiani, tra cui alcuni consiglieri militari, sarebbero giunti nell’est della Siria dall’Iraq e stazionerebbero nell’area delle riserve petrolifere di al-Omar nella provincia di Deir ez-Zor, attualmente sotto il controllo delle forze americane e delle milizie curde del PYD..”.

La pluralità di notizie, gli avvistamenti, che ormai riportano dell’eventuale presenza dei militari italiani in Siria non fanno altro che avvalorare la veridicità di questa presenza, nonostante le continue smentite ufficiali da parte dei vertici militari dello Stato maggiore della Difesa.

L’ennesima guerra, l’ennesimo coinvolgimento delle truppe italiane a seguito, in questo caso, non tanto della NATO ma addirittura delle guerre di matrice USA.

Cosa ci fanno i militari italiani in Siria, un paese che non ha mai dichiarato guerra all’Italia, senza alcun mandato, tra l’altro contro il legittimo governo siriano? È una domanda alla quale molti cittadini italiani gradirebbero ricevere una risposta seria.

Si auspica che il nuovo governo italiano che sta dando l’impressione di voler imprimere una svolta sovranista alla propria agenda politica, sia in grado di riportare anche la questione delle missioni militari italiane all’estero al centro degli interessi nazionali.

Eliseo Bertolasi

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

06.07.2018

Fonti di riferimento

https://riafan.ru/amp/1072721-siriya-novosti-1-iyulya-07-00-italiya-prikryvaet-kontrabandu-nefti-ssha-iz-deir-ez-zora-vzryv-svu-v-idlibe

http://www.analisidifesa.it/2018/06/truppe-italiane-in-siria-la-difesa-smentisce-londus-conferma/

http://www.analisidifesa.it/2018/06/anche-i-turchi-confermano-la-presenza-militare-italiana-in-siria/

Aifa avvia ritiro di lotti di farmaci contenenti il principio attivo valsartan

silenziefalsita.it 6.7.18

ritiro-di-lotti-di-farmaci-contenenti-il-principio-attivo-valsartan

L’Aifa, Agenzia Italiana del Farmaco, ha avviato il ritiro di lotti di farmaci contenenti il principio attivo valsartan.

Le medicine che lo contengono sono utilizzate per curare l’ipertensione arteriosa, insufficienze cardiovascolari e viene somministrato anche a chi ha subito un infarto. A venderli sono diverse case farmaceutiche in varie tipologie: Valpression e Combisartan (Menarini), Valsodiur (Ibn Savio), Validroc e Pressloval (So.Se. Pharm), Valbacomp (Crinos), Valsartan Doc e Cantensio (Doc Generici), Valsartan Almus (Almus), Valsartan (Zentiva), Valsartan e Hct (Eurogenerici), Valsartan e Idroclortiazide (Pensa Pharma, Ranbaxy Italia, Teva, Doc Generici e Sandoz), Film (Sandoz), Valsartan Hctz (Tecnigen).

L’Aifa e le corrispettive agenzie delle altre nazioni europee, dopo approfondite indagini, hanno riscontrato che il valsartan è contaminato da un agente cancerogeno, l’N-nitrosodimetilamina. Quest’impurezza è stata registrata nel valsartan prodotto dalla Zhejiang Huahai Pharmaceuticals a Chuannan, in Cina.

Valsartan è un antagonista del recettore dell’angiotensina II usato per trattare l’ipertensione e l’insufficienza cardiaca.

I pazienti trattati con le medicine elencate sopra potranno sostituire il farmaco con un altro tipo di valsartan o con un altro antagonista del recettore dell’angiotensina II. Per quelli che utilizzano l’abbinamento di valsartan e idroclorotiazide, sempre tra quelli elencati sopra, è consigliato utilizzare altri tipi di farmaci combinati o altri tipi di farmaci che contengono i principii attivi, ma separati.

“Se il farmaco che assumi non è tra quelli indicati nell’elenco, puoi continuare regolarmente il trattamento. Se sei in trattamento con uno dei prodotti sopra elencati, consulta il medico il prima possibile per passare ad altri farmaci,” ha commentato l’Aifa.

È comunque buona norma consultare il proprio medico per la modifica della terapia.


 

IL SOGNO DI MACRON SI SGRETOLA DOPO LA DEBACLE DEL VERTICE UE (traduzione di Viola Ferrante da

https://scenarieconomici.it/author/fabio lugano 6.7.18

Traduzione di Viola Ferrante di un Ambrose Evans-Pritchard

Il “grande progetto” di Emmanuel Macron di un rilancio dell’euro su fondamenta più solide è ridotto in brandelli dopo che il blocco del Nord Europa si è rifiutato di considerare qualsiasi forma di unione fiscale e i leader, stanchi, hanno creato l’impasse sulle questioni cruciali (al vertice UE, nds).

Dopo aver battagliato fino a tarda notte sulla questione migranti, al vertice di Bruxelles non c’era più energia o volontà per lottare sull’architettura fiscale. Come non c’era in nessun modo un supporto plausibile per il grande balzo in avanti voluto dal presidente francese.

La paralisi significa che l’Europa potrebbe traballare alla prossima recessione economica globale, catastroficamente mal preparata. Non disporrà di uno strumento fiscale comune di qualsivoglia dimensione per combattere la recessione, il che renderà gli Stati più deboli vulnerabili al collasso. La zona euro non è prossima a una “capacità fiscale” o ad una Tesoreria di primo piano leader in grado di far fronte a shock significativi o che implichino trasferimenti in stile americano verso regioni in difficoltà. È sempre il solito “si salvi chi può”, la stessa struttura che ha quasi distrutto l’unione monetaria durante la crisi bancaria del 2012. “Il desiderio di morire dell’eurozona non è mai stato così forte”, ha detto Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze greco. La dichiarazione franco-tedesca di Meseberg sulla riforma dell’eurozona, pubblicata in pompa magna due settimane fa – già una versione diluita della versione originale di Mr. Macron – non è mai stata pubblicata sul sito web dell’ordine del giorno in agenda al vertice, per non parlare delle sue conclusioni.

“I leader hanno fatto solo il minimo indispensabile. Le decisioni sono state rinviate al vertice di dicembre. Prolungare e fingere “, ha detto Carsten Brzeski di ING. “Forse qualcuno dovrebbe avvertirli che, rinviando, stanno assumendo il rischio di un altro vertice europeo notturno, questa volta su come salvare l’eurozona.”

Il ciclo economico globale non è stato soppresso. Le discussioni negli incontri degli hedge fund si sono ora spostate da come affrontare la fase finale dello shock su come progettare una strategia “a breve termine” per superare la tempesta. I timori di una recessione si affacciano sugli schermi radar mentre le banche centrali drenano la liquidità globale. La zona euro è già in una brutta situazione.

La tanto attesa ripresa si fa ancora attendere. Le vendite al dettaglio in Germania sono diminuite del 2,1% a maggio, il più grande calo dall’inizio della crisi del 2011. Le scorte delle banche europee sono diminuite del 15% dalla fine di gennaio, il che è spesso il precursore di problemi.

“Una recessione nell’eurozona non ha il diritto di arrivare”, ha detto Martin Barnaby della Bank of America. “L’idea ci spaventa terribilmente. L’utilizzo da anni del Quantitative Easing in Europa ha profondamente modificato la struttura del mercato del credito in euro.”

Il numero delle obbligazioni BBB è quadruplicato fino a 800 miliardi di euro e molti mutuatari sono seriamente esposti sia ad un picco di crescita che a una guerra commerciale. “Siamo preoccupati che la BCE ponga fine al QE, purtroppo non è pianificato nessun’altra misura che possa essere presa in considerazione.” L’eurozona si può gestire senza un’unione fiscale significativa finché continuerà la crescita globale. Quando il processo farà dietro-front, sarà pericolosamente messa a nudo. La Banca Centrale Europea non può facilmente venire in soccorso una seconda volta. È in gran parte a corto di munizioni monetarie. I tassi di interesse sono bloccati a meno dello 0,4% fino alla fine del 2019. La BCE si è “impegnata” a terminare gli acquisti di bond entro la fine di quest’anno.

Sebbene questo possa essere invertito in caso di emergenza, la barra politica è piazzata molto in alto e comunque diminuiscono gli effetti dell’allentamento quantitativo. Il bilancio della BCE raggiungerà presto il 43% del PIL dell’eurozona. I falchi guidati dalla Germania non rinnoveranno facilmente gli acquisti di obbligazioni se saranno percepiti come profitti da un governo italiano ribelle che si oppone apertamente al Patto di stabilità dell’Eurozona. Originariamente Macron aveva chiesto la creazione di un budget comune dell’ordine di “centinaia di miliardi di euro” per riprendere l’iniziativa. Il vertice di Meseberg l’ha ridotto a un fondo di investimento di 30 miliardi di euro per aiutare i paesi a superare uno shock asimmetrico, ma sotto forma di prestiti piuttosto che di trasferimenti fiscali. Ma anche quello era troppo e nulla è stato concordato. È come corteggiare il destino. C’è poco da fare per impedire che le dinamiche del debito sfuggano al controllo in economie vulnerabili con retaggi pesanti.

Il rapporto debito / PIL dell’Italia è pari al 132% del PIL e quello del Portogallo pari al 126%. Una recessione a partire da questi livelli – senza un chiaro prestatore di ultima istanza – sarebbe devastante. Gli investitori non aspetterebbero. L’unica misura finora accettata è una “rete di sicurezza” dell’UE per rafforzare la potenza di fuoco del Fondo Monetario Europeo per i creditori insolventi. Ma questo non accadrà fino a dicembre, e il diavolo si nasconde nei dettagli. Non esiste ancora un fondo di garanzia per i depositi bancari nell’ambito del Meccanismo Monetario Europeo. La “spirale infernale” del 2012 per banche e Stati sovrani rimane, ognuno dei quali minaccia di trascinare l’altro in una crisi autoalimentante se la fiducia crolla.

I mercati hanno scelto di vedere il bicchiere mezzo pieno. L’indice azionario Euro Stoxx è salito dell’1,2% a seguito del sollievo sull’accordo sui migranti dell’UE. Questo dovrebbe essere sufficiente per salvare la carriera politica della cancelliera Angela Merkel. Eppure questo vertice tempestoso è un avvertimento. Ha dimostrato che l’UE ha altre preoccupazioni in Italia. La coalizione ribelle Lega-M5S non vede l’ora di uno scontro. Non può essere facilmente rotta dal solito metodo “Justus Lipsius” della pressione dei pari e dal commercio di cavalli.

Questa situazione apre la strada a una feroce lotta sui piani dell’Italia in previsione di un chiaro attacco sulla spesa, a partire da settembre, quando verrà preparata la prima bozza di bilancio. L’UE vuole rafforzare il bilancio dell’1% del PIL secondo le regole del Patto di stabilità. La coalizione Lega-“Grillini” vuole uno stimolo netto del 6%: annullamento degli aumenti dell’IVA, una tassa fissa e un reddito di base universale, nonché l’annullamento della riforma delle pensioni “Fornero”.

Sebbene ci possa essere una certa confusione contabile sulle spese di investimento, qui si tratta di un baratro politico. La disciplina di mercato, che consiste nell’aumentare i rendimenti obbligazionari, ha perso parte della sua influenza. In Italia vi è il sospetto diffuso che gli spread dei rendimenti obbligazionari siano manipolati dalla BCE e servano da strumento di pressione politica. “Non abbiamo nulla a che fare con gli spread sulle obbligazioni”, afferma Matteo Salvini, l’uomo forte della Lega.

Bruxelles rischia di entrare in collisione con un muro di pietra se tenta di impedire ai Lega-Grillini di attuare le loro politiche di base. Se la BCE aumenta la pressione strangolando la liquidità del sistema bancario come in Grecia, gli italiani potrebbero reagire attivando la loro moneta parallela, i “minibot”, e mettendo la zona euro sulla via della disintegrazione.

I redditi reali italiani erano più alti sotto la lira. L’era dell’euro ha portato un quarto di secolo di depressione.

Per certi aspetti sarebbe stato preferibile che non si fosse concordato nulla. La Germania aveva chiesto un accordo per la ristrutturazione forzata del debito sovrano prima che potessero esserci dei prestiti di salvataggio. È stata una svolta drammatica. Nell’ottobre 2010, i leader di Francia e Germania hanno fatto appello agli obbligazionisti in Grecia di effettuare tagli al bilancio, ignorando gli avvertimenti della BCE che ciò avrebbe scatenato un contagio sistemico. La crisi del debito si è così metastatizzata.

Macron non ha molto da offrire dopo un anno di diplomazia frenetica. La “Lega anseatica” degli otto Stati del Nord, guidati dai Paesi Bassi, era irritata dal suo manierismo del fatto compiuto e dai suoi modi da Giove. Disapprovano qualsiasi spostamento verso un budget comune dell’eurozona, che considerano un via libera per i paesi che non giocano il gioco del patto fiscale.

Ha scommesso la sua presidenza sulla grande intesa con Angela Merkel che avrebbe costretto tutti a stare sull’attenti. Ma la Germania non ha offerto nient’altro che delle briciole fiscali. L’Europa lo ha ampiamente ignorato. La finestra politica per una riforma radicale si è chiusa. La recessione si sta avvicinando.

Ambrose Evans-Pritchard

Traduzione di Viola Ferrante

https://www.soverain.fr/le-reve-de-macron-sur-leuro-secroule-apres-la-debacle-du-sommet-de-lue/?cn-reloaded=1

Strane cose accadono ai paesi europei che resistono all’assalto di Soros

DI ALEX GORKA

strategic-culture.org

Strane cose accadono nell’Europa orientale e centrale che non vengono menzionate nei media. Due capi di stato, quelli di Slovenia e Slovacchia, hanno rassegnato  le dimissioni quasi contemporaneamente.

Il primo ministro slovacco Robert Fico è stato vittima dello scandalo per l’omicidio di Jan Kuciak, un giornalista che stava indagando sulla corruzione del governo. Il premier ha dovuto dimettersi per le proteste di massa.

Fico era noto per la sua volontà di avere un gruppo di Visegrad forte. Si è opposto a Bruxelles su molte questioni. Vale la pena notare che ha chiesto di abolire le sanzioni e migliorare i rapporti con Mosca. Era fermamente convinto che la Russia fosse un partner affidabile in campo energetico. È una coincidenza che sia stato costretto a rassegnare le dimissioni nel bel mezzo della campagna anti-Russia innescata dal caso Skripal ? Era sicuramente una minaccia per la cosiddetta unità dell’UE contro la Russia.

Il primo ministro non ha nascosto il fatto che la sua decisione sia stata presa sotto forte pressione. Il suo allontanamento è stato progettato da forze esterne, inclusa quella del miliardario filantropo George Soros. Il presidente slovacco Andrej Kiska, ad esempio,  ha avuto un incontro privato con il miliardario nel settembre 2017. Nessun diplomatico slovacco era presente.

Secondo il ministro degli Esteri Miroslav Lajčák, “Soros è un uomo che ha avuto una grande influenza sullo sviluppo dell’Europa centrale ed orientale, è un fatto indiscutibile”. Orbán ha dichiarato in merito: “Soros e la sua rete stanno sfruttando ogni possibile occasione per rovesciare i governi che resistono all’immigrazione”.

Il premier sloveno Miro Cerar  è stato attaccato da Soros per la sua opposizione alla politica UE in materia di immigrazione. E questi non ha mai nascosto di essere un ardente avversario della posizione di Cerar. “È un obbligo per l’Europa ricevere i migranti”, la predica  del finanziere americano agli europei. Ora il primo ministro se ne deve andare, dopo che i risultati di un referendum su un progetto economico chiave sono stati annullati dalla Corte Suprema, e gli attacchi dei media sulla sua posizione riguardo ai richiedenti asilo si sono intensificati. Con Cerar non più al timone, il movimento di opposizione alla dittatura di Bruxelles si è indebolito.

Chi sarà il prossimo?

Probabilmente l’Ungheria, divenuta un bersaglio degli attacchi di Soros. Il miliardario americano ha investito nel proprio paese natale oltre $400 milioni dal 1989. Ha anche annunciato l’intenzione di influenzare la campagna elettorale ungherese, impiegando 2.000 persone a tale scopo. Il governo vuole che le sue proposte di legge “Stop Soros” diventino effettive. L’Ungheria verrà senza dubbio attaccata per essersi opposta alla rete del finanziere.

Bruxelles denuncerà la cosa, criticando il “regime antidemocratico” che governa il paese. Le prossime elezioni si terranno l’8 aprile 2018. Sarà una dura lotta preservare l’indipendenza e contrastare i tentativi di imporre la volontà americana tramite le ONG e le istituzioni sostenute da Soros.

Anche la Repubblica Ceca sta resistendo a tali manovre. Il presidente Milos Zeman ha accusato i gruppi affiliati a Soros di intromettersi negli affari interni della nazione. Il finanziere esorta l’UE a rivolgersi verso la Polonia ed a costringerla a “preservare lo stato di diritto”.

Anche la Macedonia resiste. La “rete Soros” ha una grande influenza sul Parlamento Europeo e su altre istituzioni.  La  scandalosa lista dei suoi alleati include 226 deputati su 751. Un membro ogni tre – pensateci! Se non è corruzione quella, allora che cos’è? I legislatori influenzati dall’estero ballano al ritmo di Soros. Fanno quel che viene loro detto, in particolare alimentano l’isteria anti-Russia.

Mosca ha una sua storia di rapporti con la rete Soros. Nel 2015, l’Open Society Institute è stato cacciato dal paese  in quanto “organizzazione indesiderata”, istituita per rafforzare l’influenza degli Stati Uniti.

Sarebbe davvero ingenuo pensare che Soros agisca da solo. Che il governo americano interferisca in modo palese negli affari interni di altri paesi, usando il miliardario come veicolo, è un segreto di Pulcinella. L’Europa è un competitor per l’America, e deve essere indebolita. L’USAID e la rete Soros collaborano spesso per perseguire obiettivi comuni. Nel marzo 2017, sei senatori statunitensi hanno firmato una lettera in cui chiedevano al Dipartimento di Stato di esaminare i finanziamenti governativi delle organizzazioni sostenute da Soros . Questi tentativi però non sono andati da alcuna parte, Washington è sempre dalla parte di Soros, qualunque essa sia.

Molti paesi europei sono impegnati in una feroce battaglia per proteggere la propria indipendenza. L’”impero” del finanziere non vede l’ora di conquistare l’Europa con tangenti ed ONG sovversive. Questi paesi e la Russia stanno resistendo alla medesima minaccia. Forse è questo il motivo per cui le sanzioni contro la Russia  sono così impopolari tra molti politici dell’Est Europa.

 

Alex GORKA

Fonte: http://www.strategic-culture.org

Link: https://www.strategic-culture.org/news/2018/03/28/strange-things-happen-european-countries-resisting-soros-assault.html

28.03.2018

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

BANNON, INTERVISTA A LIBERO: VERSO UN MONDO NUOVO. “L’EUROPA PRESTO SPARIRÀ, ECCO COSA DIVENTERÀ L’ITALIA”

stopeuro.news 6.7.18

L’Italia? È diventato il paese di riferimento della rivolta nazional-populista contro le élite. La cancelliera Merkel? Il suo «Reich» è finalmente prossimo alla caduta. Donald Trump? Continuerà a difendere gli interessi Usa nel mondo, ma basta con la Guerra fredda alla Russia. Vladimir Putin? Un ex del Kgb che ha abbracciato la causa nazionale e la Chiesa ortodossa e perciò viene demonizzato dalle élite europee e americane. George Soros? Quelli come lui sono il nemico numero uno di tutti i populisti. Le risposte date in esclusiva a Libero da Steve Bannon sono taglienti e decise come il suo carattere. L’ex consigliere strategico della Casa Bianca continua a tessere rapporti internazionali, ma è soprattutto l’ ideologo del sovranismo.

Il Consiglio europeo del 28-29 giugno scorso ha ulteriormente acuito le tensioni interne all’ Ue. La cancelliera Merkel vede scricchiolare il suo enorme potere, mentre in Italia abbiamo un governo per la prima volta «populista». Potrebbe essere la linea di questo governo a cambiare la storia europea?
«L’ inizio della fine del regno della Merkel in Europa è ormai prossimo, mentre credo che la fine del suo regno in Germania sia già arrivata. La cancelliera è in guerra con il suo stesso partito, sta subendo un’ emorragia di voti verso Alternative für Deutschland e non è stata in grado di ottenere un accordo reale nelle riunioni Ue della scorsa settimana. In realtà il suo problema più grave è il suo partner di coalizione (la CSU bavarese, ndr) con persone come Horst Seehofer, ministro degli Interni tedesco, che parlano contro di lei. Dovrebbe essere la leader del partito e dare la linea. Invece la sua politica sull’ immigrazione è completamente senza regole. È chiaro che in Europa comanda davvero solo chi agisce. Come Salvini in Italia, Orban in Ungheria, i leader di tutto il gruppo di Visegrad e persone come Seehofer in Germania».

S’ incrinerà anche l’ asse fra la Germania e la Francia?
«La domanda ora è questa: Emmanuel Macron – come erede al trono europeo della Merkel – continuerà a essere il capitano di una nave che sta imbarcando acqua continuando a procedere verso un’ integrazione europea sempre più forte?
Oppure si renderà conto che sempre più europei si stanno svegliando? L’ idea di avere confini forti e una leadership forte, come quella di Matteo Salvini e del governo populista italiano, sta avanzando ovunque».

Matteo Salvini e Luigi Di Maio, che hanno firmato il contratto governativo in Italia, stanno lavorando bene?
«Sono persone incredibilmente intelligenti, politicamente abili e laboriose. Finché gli uomini di questi due partiti continueranno a lavorare nell’ interesse del popolo italiano, non vedo perché dovrebbero avere problemi o perdere consensi nel prossimo futuro. Ma la Lega non pensi che la sua attuale popolarità dovrebbe portarla a richiedere elezioni anticipate. Credo che ciò che Lega e 5 Stelle hanno fatto sia storico: unire nord e sud, sinistra e destra, populisti e nazionalisti nel primo vero governo di unità del mondo».

Lega e M5S sono criticati dalle grandi potenze internazionali e soprattutto verso Salvini la rabbia dei rappresentanti dell’ establishment globalista, come George Soros, è scatenata. Che consiglio vuole dare al ministro dell’ Interno?
«La principale minaccia a partiti e governi nazionalisti populisti in Europa non è Bruxelles, ma le ong e i loro apparati mediatici finanziati da George Soros, armi di supporto per l’ assalto all’ informazione libera.
Ogni populista e ogni nazionalista in Europa dovrebbe individuare i propri nemici. Le persone come Soros si preoccupano solo di una cosa: il potere e quindi la possibilità di allinearlo a vantaggio delle loro tasche.
Lo ha dichiarato lo stesso Soros in una delle sue infami interviste. Non gli interessano le conseguenze sociali dei suoi progetti, lo fa solo per i soldi».

Il presidente Trump ha incontrato il primo ministro italiano Conte al G7 e tra gli USA e il nuovo governo italiano sembra esserci molta simpatia. Simpatia che non esiste più tra Trump, la Germania e la Francia. Come viene visto il governo italiano negli Usa?
«Dovresti chiedere all’ amministrazione americana qual è la loro posizione ufficiale, ma da quello che ho capito c’ è molta sintonia tra gli sforzi fatti a Washington per mettere al sicuro i confini degli Stati Uniti e cosa stanno facendo Salvini e altri leader come lui. Ma il governo degli Stati Uniti non ha alcun interesse nello schierarsi. Vogliono soprattutto servire i migliori interessi del popolo americano. D’ altra parte, il popolo americano – in particolare “i deplorevoli”, l’ enorme base del movimento che sostiene Trump – segue con attenzione il nuovo governo italiano e tifa per questo esecutivo».

Cosa pensa Trump della Russia? Il presidente USA ha detto che Mosca deve tornare al G8. Rimarrà favorevole alle sanzioni contro Mosca?
«Quando hai un presidente che affronta una minaccia esistenziale per noi come la Cina e il suo Stato vassallo, la Corea del Nord, che affronta una crisi di confine (quella con il Messico, ndr) e un migliaio di altre questioni interne e internazionali, ha perfettamente senso evitare di ricominciare la Guerra Fredda con Mosca. Ma abbiamo anche una classe politica e i media così abituati a demonizzare certe nazioni da non riuscire a vedere al di là del loro naso. La gente sa che Putin non è un “bravo ragazzo” – è un ex ufficiale del KGB -, ma non vede la necessità di iniziare una guerra con lui. E il presidente Trump, credo, capisce che è giunta l’ ora di chiudere la Guerra Fredda, così come sta cercando di por fine alla Guerra di Corea.
Le élite europee e americane odiano Putin perché è un nazionalista che ha abbracciato la Chiesa ortodossa e ha il sostegno della società civile russa. Ciò è contrario a tutto ciò in cui credono le élite».

Non solo sulla questione dell’ immigrazione, ma anche su altri importanti argomenti, la posizione italiana diventerà decisiva per l’ intera UE. Qual è la sua speranza? Quella della caduta dell’ UE grazie all’ Italia, come ha detto qualche volta?
«Non necessariamente si deve parlare di caduta dell’ Ue. Si deve invece parlare degli Stati-nazione e dei loro governi che lavorino nel migliore interesse della loro gente. Se la Commissione europea e il Consiglio dei ministri vogliono cambiare l’ Ue, possono farlo e probabilmente così facendo la salverebbero. Ma ora sono intenzionati soltanto a creare un’ Europa a loro immagine. Inoltre, non vedo come le persone alla fine possano ottenere la loro libertà e la loro indipendenza, mentre hanno un’ unione non politica fondata esclusivamente su un’ unione monetaria. Penso che alla fine gli Stati nazionali dovranno tornare a recuperare la loro moneta. Il Regno Unito non ha adottato l’ euro e, di conseguenza, ha mantenuto il controllo monetario e fiscale. È un punto fondamentale».

Obama credeva che i “buoni ideali” (globalisti e delle élite) sarebbero sempre rimasti vivi in Europa. Invece, dopo gli Usa, stanno perdendo ovunque in Europa. Lei segue con interesse la politica europea e italiana in particolare. Tornerà presto in Italia?
«Amo l’ Italia, specialmente Roma. Tornerò molto presto e non vedo l’ ora di immergermi nell’ affascinante atmosfera politica, così come nella storia e nella cultura. L’ Italia è il centro di questa rivolta nazionalista populista».

di Gianluca Savoini – Libero

Libia e petrolio, ecco le vere tensioni fra Italia e Francia con Eni e Total

http://www.startmag.it/author/michele-arnese/ 6.7.18

Brutte notizie per la Francia e per Total dalla Libia? L’attivismo dell’Italia e dell’Eni stanno spiazzando i piani – pubblici e privati – del presidente francese Emmanuel Macron? E’ quello che si chiedono in queste ore analisti e osservatori. Partiamo dai fatti.

I DETTAGLI SUI NUOVI POZZI ENI IN LIBIA

Il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha annunciato che sono stati avviati nuovi pozzi nel più grande giacimento gas nell’offshore della Libia. Infatti Mellitah Oil & Gas, società operativa compartecipata paritariamente da Eni  e Noc (National Oil Corporation), ha avviato la produzione dal primo pozzo del progetto offshore Bahr Essalam Fase 2 a soli tre anni dalla Decisione Finale d’Investimento (Fid).

LA TEMPISTICA

Entro una settimana circa è prevista la messa in produzione di due ulteriori pozzi, mentre altri sette pozzi entreranno in produzione entro ottobre. La fase 2 del progetto, informa una nota, completa lo sviluppo del più grande giacimento a gas in produzione nell’offshore libico, incrementando il potenziale produttivo di circa 400 milioni di piedi cubi di standard gas al giorno. La fase 2 sarà completata tra settembre e ottobre, portando la produzione totale del campo a 1.100 milioni di piedi cubi di standard gas al giorno.

CHE COSA AVEVA DETTO DESCALZI

“La produzione” in Libia “scenderà dagli attuali 320mila barili a 200mila barili a fine piano, al 2021”, ma “Eni non sta scappando”. Così l’ad Eni, Claudio Descalzi, ha risposto a una domanda durante la presentazione del piano strategico agli analisti a Londra negli scorsi giorni. La produzione, ha spiegato, è in diminuzione perché “per gli ultimi 8 anni”, durante i quali è invece stata mantenuta, “non è stato possibile avviare nuovi progetti”. In ogni caso “stiamo incrementando la produzione in Estremo Oriente e Indonesia e l’Egitto sta salendo”.

TOTAL IN DIFFICOLTA’ ORA?

L’inversione di tendenza dell’Italia e dell’Eni – testimoniata dall’annuncio di due giorni fa – davvero fa impensierire la francese Total? Non è così certo, secondo alcuni addetti ai lavori. Con il sostegno da un lato di Emmanuel Macron e dall’altro del generale Haftar che comanda a Tobruk (“noi dialoghiamo con le autorità riconosciute in Libia”, ha detto giorni fa Matteo Salvini a sostegno del governo presieduto da Serraj), il colosso parigino ha aumentato la sua presenza negli ultimi anni. E la compagnia parigina sarebbe ancora in piena offensiva.

LA VISTA DEL GOVERNO FRANCESE IN EGITTO

Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, a fine giugno è andato al Cairo per colloqui con funzionari egiziani sulla crisi in Libia, ha riferito l’agenzia di stampa “Mena”. La visita è giunta dopo circa un mese dalla conferenza internazionale di Parigi sulla Libia organizzata dal presidente francese Macron. La crisi libica si è accentuata negli ultimi giorni a causa della cessione del controllo dei terminal della Mezzaluna petrolifera da parte delle forze del generale Khalifa Haftar alla Noc parallela del governo di Al Baida, non riconosciuto dalle Nazioni Unite. Non a caso il dossier libico è stato al centro del colloquio bilaterale tra il ministro degli Esteri francese, Le Drian, e il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi. “I due Paesi hanno affermato chiaramente la loro volontà di riportare la sicurezza e la stabilità in Libia”, si legge in una nota della presidenza egiziana. Incontro cordiale, quello fra Le Drian e Al Sisi, ma sulla Libia senza risultato diplomatico per i francesi. D’altronde Al Sisi con l’Italia ha il giacimento di gas più grande del Mediterraneo, Zohr.

LE 2 VERE QUESTIONI: INTEGRITA’ LIBIA E NOC

La questione vera, dal punto di vista energetico e geopolitico in Libia, è la sopravvivenza del Noc come ente unico che gestisce il petrolio libico. Le ultime notizie lo testimoniano indirettamente. Il 4 luglio il presidente del colosso petrolifero libico (Noc), Mustafa Sanalla, ha incontrato il nuovo incaricato d’affari americano, Joshua Harris, subentrato a Stephanie Williams, nominata lunedì scorso dall’Onu vice rappresentante speciale per gli Affari politici in Libia. In un comunicato diffuso dalla Noc, si afferma che le due parti hanno discusso della crisi in atto nella Mezzaluna petrolifera e che “il governo degli Stati Uniti riconosce la Noc come l’unica legittima entità libica responsabile dell’esplorazione, della produzione e dell’esportazione di greggio e dei prodotti petroliferi”.

IL CASO DEL COLOSSO NOC

Ma il futuro del colosso libico Noc è connesso all’integrità statuale della Libia, cui tengono l’Italia e l’Eni. Un’integrità che di fatto non c’è, viste anche le tensioni fra Seraaj e Haftar. Non solo: in Libia (ma anche altrove) si discute se dividerla in tre: Cirenaica, Fezzan e Tripolitania. I francesi mirano senza dichiararlo a questo, non a uno Stato unitario. In questo modo, secondo i piani di Macron e di Total, si potrebbero avere due enti di gestione del petrolio e la Mezzaluna petrolifera nelle mani di Haftar, o di un suo successore. “Total non è in difficoltà come qualcuno auspica e scrive in Italia – dice un analista al corrente del dossier – ma in pieno attacco. Eni è la Tripolitania e l’integrità della Libia”.

Banche venete, governo: «rimborsati non dovranno restituire»

Vvox.it 6.7.18

Dopo che il tribunale fallimentare di Treviso ha accolto l’istanza di insolvenza di Veneto Banca  molti risparmiatori sono preoccupati di dover restituire il rimborso della ex popolare di Vicenza tramite offerta pubblica di transazione pari al 15% del valore del capitale perduto. Il sottosegretario all’economia Alessio Villarosa però in un video pubblicato su Facebook rassicura i risparmiatori.

 

Sembra che lo stato di insolvenza – ha dicharato Villarosa – non c’entri nulla con la risoluzione e quindi chi ha accettato la transazione non avrà nessun tipo di rischio. Lo stato di insolvenza – aggiunge il sottosegretario – non inficia la risoluzione, che viene fuori dalle norme europee del bail e che non prevede l’obbligatorietà della dichiarazione dello Stato di insolvenza, possiamo fare lo stesso la risoluzione, anche la risoluzione di una banca, anche se se non arriva il tribunale  – conclude Villarosa – che dichiara lo stato di insolvenza precedente alla richiesta della liquidazione coatta amministrativa non volontaria». (Fonte: Ansa 05/07/ 17:04)

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