Decreto Dignità: è un inizio ma non basta

Savino Balzano – 6 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Le misure introdotte dal ‘Decreto Dignità’ rappresentano un interessante cambiamento rispetto al drammatico Jobs Act, ma se si vuole concretamente ridare dignità al lavoro bisogna tornare a parlare di art. 18

Lo sforzo per il contrasto al gioco d’azzardo non può che raccogliere il plauso della gente per bene e anche il principio per cui chi riceve finanziamento pubblico non debba poi poter delocalizzare senza dar conto a nessuno. Come pure appare assolutamente condivisibile l’intento di snellire le procedure burocratiche in carico alle imprese. E va bene, tutto molto buono. E pure lo stesso possiamo dire in relazione a qualsiasi intervento legislativo sul Jobs Act, soprattutto se va nella direzione di ridimensionarne portata ed estensione. Lo abbiamo detto in tutte le salse e fino alla nausea, sappiamo di correre il rischio di apparire ridondanti e noiosi, eppure il piacere di inveire contro il Jobs Act e chi lo ha ideato è tale da non riuscire proprio a trattenersi: il Jobs Act ha rappresentato l’insieme di norme più nefasto, drammatico, schifosamente lesivo della dignità dei lavoratori che la politica italiana sia mai riuscita a concepire. E chi lo ha ideato, chi ci ha messo la firma sotto, Matteo Renzi e il suo Ministro del Lavoro, si dovrebbe vergognare e meriterebbe la gogna politica.

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Ora che ci siamo sciacquati la bocca, però, entriamo un attimo nel merito delle misure introdotte dal Decreto Dignità in materia di diritto del lavoro. Anzitutto diciamo una cosa: è vero che le aziende necessitano di flessibilità nell’organizzazione del lavoro e nella gestione della forza lavoro. Difatti, il nostro ordinamento giuridico, ormai da molto tempo prevede due tipologie di contratto di lavoro: tipico e atipico.

Il contratto di lavoro tipico, definito tale perché dovrebbe essere quello “normale” e di maggior impiego e diffusione, è il contratto di lavoro a tempo indeterminato. I contratti di lavoro atipici, invece, rispondono appunto a peculiari necessità di flessibilità e dovrebbero (tanto è vero che le norme spesso indicano limiti percentuali specifici per il loro impiego in azienda) essere relegate ad una dimensione residuale. Essi sono il contratto di lavoro a tempo determinato, quello di somministrazione (a termine e indeterminato) e molti altri. La flessibilità deve essere garantita con la previsione in legge di istituti atipici e non rendendo precario quello tipico: in questa ultima configurazione, infatti, si passerebbe (come avvenuto in Italia col Jobs Act) il confine tra la flessibilità e la precarietà del mondo del lavoro.

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Ebbene, tale precisazione è apparentemente solo di scuola e vediamo perché. È chiaro difatti che, limitare il ricorso a formule di contratto atipico sia decisamente utile a combatterne l’abuso. Disciplinare pedissequamente la loro declinazione è utile ad evitare che vi si faccia ricorso arbitrariamente e a scapito del lavoratore, che in tal caso starebbe sempre e comunque sotto lo schiaffo del padrone di turno. In questo senso il decreto introduce novità interessanti: ad esempio ripristina la causalità nel contratto a tempo determinato (non sempre, ma in buona parte si) e questo è importante dal momento che l’impresa deve giustificare, in qualche modo, il perché decida di adoperare un precario piuttosto che uno stabilizzato; riduce la durata massima del contratto a tempo determinato e i suoi rinnovi (rispettivamente da 36 a 24 mesi e da 5 a 4 i rinnovi), estendendo tale previsione anche ai contratti di somministrazione (gli interinali), e pure questa è buona cosa dal momento che, ça va sans dire, ne rimarca la atipicità.

E tuttavia, sul piano strettamente logico, diventa interessante far notare che, seppure la lotta all’impiego indiscriminato di formule contrattuali atipiche sia da elogiare e lo facciamo senza riserve, se davvero lotta al precariato si vuol fare, allora bisogna intervenire ripristinando il diritto nel contratto di lavoro tipico, in quello a tempo indeterminato. Qualcosa nel decreto c’è: in caso di licenziamento dichiarato illegittimo – attenzione a questa parola perché ci torniamo tra un attimo – l’indennizzo non ha più un massimo di 24 bensì di 36 mensilità (aumentano anche i minimi, ma poca roba). Ora il punto è questo: se una cosa è illegittima non deve essere proprio consentita. Siamo davvero all’abc della civiltà e del diritto. Se un lavoratore viene licenziato illegittimamente, perché ad esempio manca il requisito disciplinare o economico, questi dovrebbe avere il diritto di tornare a lavoro. L’indennizzo è una misura assolutamente inadeguata e incivile: si apprezza il suo innalzamento, ma è proprio il concetto di per sé a non andare bene. Bisogna tornare a parlare di art.18.

Lo stesso Di Maio parlava di ripristinare l’art.18 ed estenderlo a tutti

La flessibilità è già garantita dai contratti atipici di lavoro, pertanto la formula di contratto tipico deve essere assolutamente tutelata. Noi siamo in un paese dove, se uno viene licenziato con vizi procedurali, ad esempio in violazione del requisito di motivazione, non ha diritto a tornare a lavoro: questa cosa non è civile. Qualche spunto nel decreto c’è, per carità, ma il Ministro del lavoro non può dire di aver restituito dignità ai lavoratori perché non è così. Ci sono delle innovazioni (per la verità sacrosante restaurazioni) apprezzabili, ma il Ministro del lavoro non può dire di aver licenziato il Jobs Act.

Facciamo una cosa, ve lo suggeriamo noi un bel decreto che restituisca davvero dignità ai lavoratori: vogliamo tre cose semplici e che costano davvero poco. Tre “pilastri”, come piace a Di Maio chiamarli: prima di tutto bisogna rivedere il tema del controllo a distanza perché non va bene che il datore di lavoro possa controllare indiscriminatamente e in qualsiasi momento il lavoratore a distanza, utilizzando ogni dato raccolto anche a fini disciplinari; poi bisogna rivedere la disciplina del demansionamento perché non va bene che arbitrariamente e inaudita altera parte il datore di lavoro mi adibisca a mansioni inferiori e dequalificanti rispetto a quelle nelle quali sono attualmente adibito; infine tocca reintrodurre l’art.18 per tutti i lavoratori dal momento che, se un’azione è dichiarata illegittima da un giudice, è necessario ripristinare la situazione previgente a tale comportamento.

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Tutta questa roba, che costa due spiccioli, è stata introdotta dal Jobs Act e non è stata nemmeno lambita dal decreto appena approvato dal Consiglio dei Ministri. Se Di Maio vuol davvero superare quella porcata immane concepita dal governo Renzi, deve fare queste tre cose. Luigi, falle e, hai la nostra parola, scriveremo il più alto, convinto e accorato elogio alla tua conduzione del dicastero. Fallo e avrai vinto la sfida del dissidente.

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