SE LA NOMINA DIVENTA UNA MINA – GIORGETTI: ”LUNEDÌ SI PUÒ PROCEDERE PER I VERTICI DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI”. DA LÌ DIPENDE TUTTO: RAI, FERROVIE, DIRETTORE GENERALE DEL TESORO. PER QUEL RUOLO ORA È FAVORITO ALESSANDRO RIVERA, MA RESTANO IN BALLO STEFANO SCALERA E ANTONIO GUGLIELMI – SALVINI VUOLE UN SUO UOMO AL VERTICE DELLA CDP. TRA I CANDIDATI GRADITI MARCELLO SALA, FLAVIO CATTANEO, GIUSEPPE BONOMI E DOMENICO ARCURI

dagospia.com 7.7.18

1. DIREZIONE GENERALE DEL TESORO, RIVERA FAVORITO

Enrico Marro per il ”Corriere della Sera”

GIANCARLO GIORGETTI E L AMBASCIATORE USA LEWIS EISENBERG A VILLA TAVERNAGIANCARLO GIORGETTI E L AMBASCIATORE USA LEWIS EISENBERG A VILLA TAVERNA

«Cdp? Penso che lunedì si possa procedere – dice il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti -. Decide il ministro dell’ Economia, Giovanni Tria, ma i tempi sono maturi». Lunedì potrebbero dunque essere presentate le liste per l’ assemblea del 13 luglio. Le Fondazioni, azioniste della Cassa con il 15,93%, depositeranno la loro lista di tre nomi, fra i quali quello di Massimo Tononi, già sottosegretario all’ Economia nei governi Prodi e Monti, che dovrebbe essere il nuovo presidente. La scelta del nuovo amministratore delegato della Cassa verrà invece dalla lista dei nomi che indicherà il ministero dell’ Economia, azionista con l’ 82,77% del capitale. Due i nomi che girano: Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Bei, e Fabrizio Palermo, direttore finanziario della Cassa.

ALESSANDRO RIVERAALESSANDRO RIVERA

Passerà invece per il consiglio dei ministri, su indicazione del ministro dell’ Economia, la nomina del direttore generale del Tesoro, in pratica il numero due del ministero.

Qui i nomi circolati sono tre: Alessandro Rivera, responsabile della Direzione sistema bancario e affari legali del dicastero; Stefano Scalera, già consigliere dell’ ex-ministro Padoan; Antonio Guglielmi (Mediobanca).

Tria sembrerebbe orientato su Rivera, ma è un fatto che ieri non c’ è stato il via libera del consiglio dei ministri. Le parole di Giorgetti, a sottolineare che le scelte competono al ministro, sembrano un chiaro sostegno a Tria rispetto alle pressioni che arriverebbero soprattutto dai 5 Stelle per scelte di rottura rispetto alla burocrazia del ministero. Tria però rivendica la sua autonomia. Discorso che vale anche per il Ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, che è sottoposto a spoils system, come tutti i capi dipartimento, che devono essere confermati entro 90 giorni dal giuramento del governo altrimenti decadono. Sul pacchetto nomine pesa anche il clima di tensione tra Lega e 5 Stelle.

Dario ScannapiecoDARIO SCANNAPIECO

Prova ne sia che Tria non ha ancora affidato le deleghe ai due viceministri, Massimo Garavaglia (Lega) e Laura Castelli (5Stelle). Con i 5 Stelle che premono per avere deleghe non solo politiche, ma sulla struttura del ministero.

2. FUSIONE FS-ANAS E CDP, I DUE REBUS DA SCIOGLIERE PER L’ ALLEANZA AL GOVERNO

Camilla Conti per ”il Giornale

LUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTELUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTE

La partita più strategica è quella che verrà giocata entro la fine della prossima settimana sulle nomine di Cassa Depositi e Prestiti, la cassaforte controllata dal Tesoro e partecipata dalle fondazioni che gestisce 250 miliardi di risparmio postale. Ma il nodo Cdp si sta intrecciando nelle ultime ore con quello relativo alle nozze tra le Fs e l’ Anas, volute dal governo Renzi, celebrate frettolosamente prima di Natale dal governo Gentiloni ma non ancora consumate da quello attuale.

Che, anzi, non ha fatto mistero di voler riaprire la pratica con una sintonia tra Lega e M5s. «Bisogna valutarle in tutti dettagli e vedere se ha senso o no», ha detto il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, all’ inizio di giugno nel primo giorno di insediamento. L’ operazione è stata varata a fine 2017 con un aumento di capitale da 2,86 miliardi mediante conferimento dell’ intera quota posseduta dal Mef nell’ Anas ma che potrebbe essere ancora messa in discussione per decreto, usando come grimaldello le condizioni poste al momento della stipula dell’ atto come l’«assenza di effetti negativi sui saldi di finanza pubblica rilevanti ai fini degli impegni assunti in sede europea, verificata dal Tesoro» o come l’«adeguatezza dei fondi stanziati nel bilancio Anas rispetto al valore del contenzioso giudiziale in essere».

giovanni triaGIOVANNI TRIA

Nel mirino ci sarebbe la presunta mancata svalutazione di circa 2 miliardi del patrimonio non ammortizzabile dell’ ente nazionale per le strade, contestata dall’ ad renziano delle Fs Renato Mazzoncini, ma anche i dubbi sull’ effettiva portata delle sinergie industriali.

La fusione aveva tra l’ altro consentito allo stesso Mazzoncini, di essere riconfermato alla guida delle Ferrovie prima della scadenza del mandato. Ma ora la sua poltrona traballa: a Perugia è stato rinviato a giudizio per truffa, il cda gli ha rinnovato la fiducia ma da statuto occorre che sia l’ assemblea dei soci – non ancora convocata ma attesa prima di agosto – a pronunciarsi, riunendosi entro 60 giorni per confermare la permanenza in carica del manager. E a quel punto la palla sarà in mano al socio di controllo, ovvero il Tesoro guidato da Giovanni Tria.

delrio mazzonciniDELRIO MAZZONCINI

Il cambio in casa Fs è legato con quello di Cdp nel gioco dei pesi sulla bilancia dell’ alleanza gialloverde. Nel Carroccio il dossier nomine è affidato a Giancarlo Giorgetti che al posto di Mazzoncini vorrebbe mettere l’ ex ad di Poste, Massimo Sarmi.

Ma è soprattutto sulla scelta del nuovo timoniere della Cassa, oggi in mano a Fabio Gallia, che la Lega vuole porre il timbro per equilibrare la presidenza del «tecnico» Massimo Tononi, scelto dalle Fondazioni, e la direzione generale che potrebbe essere affidata all’ attuale direttore finanziario di Cdp, Fabrizio Palermo, considerato in quota grillina. Entro lunedì 9 toccherà al Tesoro togliere il velo alla sua lista con il nome dell’ ad e quelli di sei consiglieri da portare all’ assemblea di venerdì 13. Sarà fumata bianca? «Decide il ministro Tria ma i tempi sono ormai maturi per decidere», ha detto ieri Giorgetti.

MASSIMO TONONIMASSIMO TONONI

Di certo, Salvini vuole un suo uomo al vertice della Cassa e nella rosa di possibili candidati graditi alla Lega al momento ci sono, Marcello Sala (ex vicepresidente vicario del consiglio di gestione di Intesa, già liquidatore della Crediteuronord, il fallito tentativo della banca leghista), l’ ex ad di Tim, Flavio Cattaneo, oggi a Italo, che in passato ha guidato anche Terna e Fiera di Milano oltre ad essere stato direttore generale della Rai, e l’ avvocato varesino Giuseppe Bonomi, (ex presidente di Sea, la società di gestione degli aeroporti milanesi e oggi ad di Arexpo) anche se il suo curriculum più industriale che finanziario potrebbe essere ideale per il ruolo di capo-azienda di Fs.

Giuseppe Bonomi www agrpress itGIUSEPPE BONOMI WWW AGRPRESS IT

Ad essere stato sondato dal Carroccio nelle ultime ore è Domenico Arcuri, ad di Invitalia (per le possibili sinergie con la Cdp), che non sarebbe sgradito nè ai Cinque Stelle nè alle Fondazioni (Tononi avrebbe fatto sapere di non accettare la presidenza se l’ ad proposto non avesse le competenze adeguate al ruolo di ad).

Il magico tempismo della magistratura

di Andrea Scaraglino – 6 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Sconfitta sul piano elettorale e politico, la sinistra non può fare altro che ricorrere, per risollevarsi, alle inchieste giudiziarie della magistratura. Con ciò non si vuole scagionare la Lega, tuttavia il tempismo dell’inchiesta sembra, come sempre, piuttosto sospetto.

La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.” Così recita l’articolo 104 della Costituzione Italiana, questo il punto cardine della questione. Come si può, dopo l’esperienza della seconda repubblica, non nutrire dubbi, se non nel merito, almeno nel tempismo del terzo potere?

La sentenza della cassazione, che ordina il sequestro delle future entrate economiche della Lega fino alla somma di 49 milioni di euro, come risarcimento allo stato per via della truffa ordita a danno di Camera e Senato dall’allora segretario Bossi e dal tesoriere Belsito, ha spaccato il secondo.

Aspettando il verdetto del riesame di Genova (solo nel caso di conferma di quanto espresso dalla cassazione si arriverà al prelievo forzoso della somma in questione) il dibattito politico si infiamma. Anche l’alleato grillino, in evidente imbarazzo, prende le distanze dal Carroccio e dalle invettive del suo segretario nei confronti della magistratura, il Guardasigilli Bonafede non ha usato mezzi termini: “Tutti devono potersi difendere fino all’ultimo grado di giudizio. Poi, però, le sentenze vanno rispettate, senza evocare scenari che sembrano appartenere più alla Seconda Repubblica “.

Salvini promette battaglia, ha già chiesto un incontro con il Presidente Mattarella per vagliare l’opportunità democratica di questo provvedimento. Del resto non si può negare che il prelievo di 49 milioni di euro bloccherebbe l’apparato amministrativo del primo partito d’Italia e questo un problema di democrazia lo pone. Un problema che la magistratura ha posto più volte alla politica italiana e curiosamente sempre quando il governo non era a tinte rosse, oggi diremo arcobaleno.

Primo vero inciampo per Salvini e il suo partito, primo banco di prova dell’alleanza di governo, conferma del sospetto della politicizzazione della magistratura italiana. Un sospetto che da quel lontano 4 luglio 1964 ha assunto le sembianze della più corposa consorteria interna alla magistratura: Magistratura Democratica. Un’associazione, che insieme ad altre, ha riprodotto le divisioni politiche nazionali anche in seno al potere giudiziario. Presente come il polo progressista, essa sorge in relazione allo svilupparsi di quella nuova cultura degli anni Sessanta, che metteva in discussione i valori tradizionali e spingeva per il cambiamento sociale del paese. Un fine molto più che sociale, vien da dire: politico.

Del resto, non è la prima volta che una sinistra esanime e in profonda crisi di consenso trova appiglio in una qualche inchiesta giudiziaria o sentenza per riaprire la polemica politica da talk show e credersi, in fondo, migliore.

Incompiute d’Italia. Sono 647 le opere rimaste sospese, 162 solo in Sicilia. Servono 2 miliardi per finirle

Carmine Gazzanni lanotiziagiornle.it 6.7.18

opere incompiute

La lista è infinita. Nonostante rispetto al 2016 ci sia stata una notevole contrazione, secondo l’ultimo report del ministero delle Infrastrutture (aggiornato al 2017) le opere incompiute d’Italia sono ancora 647 (erano 752 l’anno scorso, 120 in più). Una montagna di ponti non finiti, di strade interrotte, di piscine promesse e mai realizzate. E poi dighe, scuole, ambulatori. Ciò che realmente fa impressione, però, è il conto finale: secondo i dati ministeriali, occorrerebbero più di 2 miliardi per completare tutti i lavori. Ma c’è di più: se andiamo a considerare l’importo totale per la realizzazione delle opere (e, dunque, quanto è stato speso fino ad ora e quanto dovrà essere ancora speso) la cifra sale a quasi 4 miliardi. Soldi buttati e bloccati a causa dell’incuria. Senza dimenticare un altro aspetto. Come denunciano diverse associazioni come l’Ance e Legambiente, non tutte le incompiute rientrano nell’anagrafe. Non fosse altro che spesso è spesso difficile dare una definizione rigorosa di “incompiuto” e rintracciare le varie opere che potrebbero rientrare nel novero.

Viaggio nell’incompiuto – In questa speciale classifica dell’incompiuto a svettare è la Sicilia dove, addirittura, le opere da ultimare sono aumentate: siamo passati, infatti, da 159 a 162. E, ovviamente, tra i vari progetti c’è di tutto. C’è il caso dell’auditorium comunale ad Aragona: l’opera dovrebbe costare 1,9 milioni di euro, ma i lavori sono stati immediatamente interrotti (dal report risultano spesi solo pochi spiccioli). La ragione? Non sussistono “le condizioni di riavvio degli stessi”. Clamoroso il caso dei bagni di cura saunistica a Pantelleria, costati mezzo milione e completati al 100% ma fermi non si sa bene per quale motivo. O, meglio, si sa ma resta una motivazione a dir poco incomprensibile: “I lavori di realizzazione, ultimati, non sono stati collaudati nel termine previsto – recita il report ministeriale – in quanto l’opera non risulta rispondente a tutti i requisiti previsti dal capitolato e dal relativo progetto esecutivo”. Dopo la Sicilia, seguono la Sardegna, (86) la Puglia (54) e il Lazio (45). E poi ci sono le grandi opere infrastrutturali che ricadono sotto l’egida direttamente del ministero delle Infrastrutture, oggi guidato dal pentastellato Danilo Toninelli: tra le 37 incompiute (l’anno scorso erano 54) non si può non ricordare la Città dello Sport di Tor Vergata con la “Vela” di Calatrava. Un’opera mastodontica ferma a non più del 16% del totale, per la cui ultimazione occorrerebbero più di 406 milioni di euro (ad oggi ne abbiamo spesi circa 200). Non che il Nord, ovviamente, sia diverso. In Lombardia, ad esempio,  si contano 27 incompiute. Come l’asilo nido del Comune di Offanengo (Cremona): l’opera complessiva ha un costo di circa 1,5 milioni; i lavori sono stati interrotti e, a leggere il report, gli oneri per l’ultimazione sarebbero intorno ai 15mila euro. Briciole. Eppure tutto è fermo perché la società che gestiva i lavori pare essere fallita. Capita anche questo nel fantastico mondo dell’incompiuto italico.

Perché la startup Mosaicoon è fallita

Giusy Caretto7 luglio 2018 startmag.it

La startup palermitana Mosaicoon ha dichiarato fallimento, nonostante una storia di successo. Articolo di Giusy Caretto

Era il simbolo dell’innovazione italiana nella Silicon Valley. Era perché la startup palermitana Mosaicoon ha annunciato la sua chiusura ufficiale, nonostante fosse una scaleup europee, ovvero una startup di grandi dimensioni, con una capitalizzazione appena sotto i cosiddetti unicorni.

La compagnia, che realizzava campagne video virali, ha subito la concorrenza e i successi ottenuti fino ad oggi non sono bastati a farla sopravvivere.

MOSAICOON, UNA STORIA DI SUCCESSO

Mosaicoon è stata fondata da Ugo Parodi Giusino nel 2009 è diventata da subito un’impresa modello, facendo registrare numeri importanti in poco tempo. E’ stata insignita, in Silicon Valley, del Best european scaleup, mentre in Italia, nel 2011, il presidente della Repubblica ha consegnato al fondatore il premio per l’innovazione.

In questi anni ha raccolto 12 milioni di euro di finanziamenti in venture capital.

IMPORTANTI COMMISSIONI

L’azienda siciliana, che realizzava video virali per il web, ha collezionato in questi anni importanti commissioni dai più prestigiosi brand internazionali, quali Mc Donald’s, Vodafone, Barilla e Walt Disney.

PERCHE’ E’ FALLITA?

Troppa concorrenza nel settore. “Il nostro business non era più sostenibile. Chiudere è stata una scelta necessaria”, ha dichiarato ad Agi Ugo Parodi.

“Mosaicoon ha simboleggiato la possibilità anche in Sicilia di costruire impresa innovativa, generando un percorso anche culturale con ricadute positive per il territorio in termini economici e di innovazione”, ha invece commentato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando.

Breve storia del neoliberismo (con alcuni antidoti)

Di Margherita Russo – Luglio 7, 2018 voci dall’estero.it

Una acuta analisi storica del neoliberismo traccia le tappe dell’affermazione di questa teoria economica elitistica, che contro ogni logica sostiene politiche rivelatesi disastrose. Godendo, nonostante questo, di uno status privilegiato nel dibattito scientifico, al punto che i suoi esponenti ormai lo considerano l’unico approccio legittimo. Il neoliberismo non è sempre stato l’unico modo di concepire la realtà: la sua prepotente affermazione è in realtà il frutto di deliberate scelte politiche da parte di specifiche classi sociali. Oggi è sempre più evidente che le ripetute, insensate politiche di austerità, il sottosviluppo perenne dei paesi periferici del mondo, e le crisi che investono l’umanità come disoccupazione, emergenze sanitarie e crisi migratorie, sono direttamente o indirettamente correlate alle politiche neoliberiste. E allora, come si spiega questa prevalenza, e in che modo è possibile cambiare prospettiva?

 

di Jason Hickel, 9 aprile 2012

 

 

Come docente universitario trovo spesso che i miei studenti danno per scontata l’ideologia economica dominante odierna – il neoliberismo – come naturale e inevitabile. Ciò non sorprende, dato che molti di loro sono nati nei primi anni ’90, quindi il neiliberismo è l’unica cosa che hanno conosciuto. Negli anni ’80, Margaret Thatcher dovette darsi da fare per convincere la gente che “non c’era alcuna alternativa” al neoliberalismo. Ma oggi questa convinzione è già radicata; è nell’aria, parte del corredo pratico della vita quotidiana, e generalmente accettata come dato di fatto sia a destra che a sinistra. Ma non è sempre stato così. Il neoliberismo ha una storia specifica, e conoscerla è un importante antidoto alla sua egemonia, poiché dimostra che l’ordine presente non è naturale né inevitabile, ma che è invece recente, che ha un’origine precisa e che è stato progettato da persone particolari con interessi particolari.

 

 

Per la maggior parte del XX secolo, le politiche di base che costituiscono l’ideologia economica oggi ritenuta standard sarebbero state respinte come assurde. Politiche simili erano state sperimentate in passato con effetti disastrosi, e la maggior parte degli economisti era passata ad abbracciare il pensiero keynesiano o qualche forma di socialdemocrazia. Come scrive Susan George, “L’idea che il mercato debba essere autorizzato a prendere importanti decisioni politiche e sociali; l’idea che lo Stato debba ridurre volontariamente il proprio ruolo nell’economia, o che le imprese debbano avere una totale libertà, che i sindacati debbano essere tenuti a bada e che ai cittadini debba essere concessa una minore, e non maggiore, protezione sociale – queste idee erano del tutto estranee allo spirito del tempo”.

 

 

E allora, come sono cambiate le cose? Da dove viene il neoliberismo? I paragrafi seguenti offrono un semplice schema della traiettoria storica che ci ha portato dove siamo oggi. Si dimostra come la politica neoliberista sia direttamente responsabile del declino della crescita economica e dell’aumento rapido dei tassi di disuguaglianza sociale – sia in Occidente che a livello internazionale – e vengono avanzate alcune idee su come affrontare questi problemi.

 

 

Il neoliberismo nel contesto occidentale

 

 

La storia inizia con la Grande Crisi degli anni ’30, che fu una conseguenza di ciò che gli economisti chiamano una “crisi di sovrapproduzione”. Il capitalismo si era sviluppato aumentando la produttività e diminuendo i salari, ma ciò generò profonde disuguaglianze, erose progressivamente la capacità di consumo delle persone e creò un eccesso di beni che non riuscivano a trovare un mercato. Per risolvere queste crisi e prevenirle in futuro, gli economisti del tempo – guidati da John Maynard Keynes – suggerirono che lo stato avrebbe dovuto impegnarsi nella regolamentazione del capitalismo. La tesi era che abbassando la disoccupazione, aumentando i salari e stimolando la domanda di beni da parte dei consumatori, lo stato poteva garantire una crescita economica continua e un benessere sociale – una sorta di compromesso di classe tra capitale e lavoro, che avrebbe impedito ulteriori volatilità.

 

 

Questo modello economico è noto come “embedded liberalism” – una forma di capitalismo incorporato nella società, limitato da opzioni politiche e finalizzato al benessere sociale. Si trattava di garantire un salario familiare dignitoso in cambio di una forza lavoro docile e produttiva, fornendo alla classe media i mezzi per consumare beni essenziali di produzione industriale. Questi principi furono ampiamente applicati dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in Europa. I politici pensavano che applicando i principi keynesiani si potessero garantire stabilità economica e benessere sociale in tutto il mondo, e quindi prevenire un’altra guerra mondiale. Furono a tale scopo create le istituzioni di Bretton Woods (che in seguito sarebbero diventate la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio), al fine di risolvere i problemi di bilancia dei pagamenti e promuovere la ricostruzione e lo sviluppo di un’Europa lacerata dalla guerra.

 

 

Il liberalismo incorporato portò alti tassi di crescita negli anni ’50 e ’60 – soprattutto nell’Occidente industrializzato, ma anche in molte nazioni postcoloniali. All’inizio degli anni ’70, tuttavia, il liberalismo incorporato si trovò davanti ad una situazione di “stagflazione”, ossia una combinazione di alta inflazione e stagnazione economica. Negli Stati Uniti e in Europa i tassi di inflazione salirono da circa il 3% nel 1965 a circa il 12% dieci anni dopo. Gli economisti hanno dibattuto sulle ragioni della stagflazione durante questo periodo. Studiosi progressisti come Paul Krugman indicano due fattori. In primo luogo, l’alto costo della guerra del Vietnam lasciò gli Stati Uniti con un deficit di bilancia dei pagamenti – il primo del XX secolo – al punto che gli investitori internazionali, preoccupati, iniziarono a liberarsi dei loro dollari, il che aumentò i tassi di inflazione. Nixon aggravò l’inflazione quando, nel disperato tentativo di coprire gli esorbitanti costi della guerra, sganciò il dollaro dal gold standard nel 1971: il prezzo dell’oro salì alle stelle mentre il valore del dollaro crollava. In secondo luogo, la crisi petrolifera del 1973 fece salire i prezzi e rallentare la produzione e la crescita economica, portando a una stagnazione. Ma gli studiosi conservatori rifiutano queste ragioni. Preferiscono invece la spiegazione che vede la stagflazione come una conseguenza delle onerose tasse sui ricchi e dell’eccessiva regolamentazione economica, e sostengono che questa è  l’inevitabile fine del liberalismo incorporato, giustificando così la demolizione dell’intero sistema.

 

 

All’epoca, quest’ultima argomentazione venne accolta con favore dai ricchi, che – secondo David Harvey [1] – stavano cercando un modo per ripristinare il loro potere di classe dopo il liberalismo incirporato. Negli Stati Uniti, la quota del reddito nazionale percepita dall’1% più ricco era scesa dal 16% all’8% durante i primi decenni del dopoguerra. Fintanto che la crescita economica rimaneva elevata, ciò non li danneggiò molto, perché ottenevano una fetta ancora molto grande di una torta che continuava a crescere rapidamente. Ma quando la crescita si fermò e l’inflazione esplose, negli anni ’70, la loro ricchezza iniziò a diminuire in un modo molto più evidente. Come reazione, cercarono non solo di invertire gli effetti della stagflazione sul loro reddito, ma anche di sfruttare la crisi come scusa per smantellare lo stesso liberalismo incorporato.

 

 

La soluzione si è presentata sotto la forma del “Volcker Shock”. Paul Volcker divenne presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti nel 1979, nominato dal presidente Carter. Seguendo le raccomandazioni di economisti della Scuola di Chicago, come Milton Friedman, Volcker sosteneva che l’unico modo per fermare la crisi fosse calmare l’inflazione innalzando i tassi di interesse. L’idea era di limitare la disponibilità di denaro, incentivare il risparmio e quindi aumentare il valore della valuta. Quando Reagan subentrò, nel 1981, Volcker venne riconfermato per continuare ad aumentare i tassi di interesse fino al 20%. Ciò provocò una massiccia recessione, tassi di disoccupazione superiori al 10% e di conseguenza decimò il potere dei sindacati, che – nel sistema del liberalismo incorporato – era stato il contrappeso cruciale agli eccessi capitalisti che avevano portato alla Grande Crisi. Il Volcker Shock ebbe effetti devastanti sulla classe lavoratrice; ma fu efficiente per far scendere l’inflazione.

 

 

 

Se la politica monetaria del rigore (cioè, mirata alla bassa inflazione) fu la prima componente del neoliberismo a essere messa in atto nei primi anni ’80, la seconda fu la teoria economica dal lato dell’offerta. Reagan riteneva che dare più soldi a chi era già ricco fosse un modo per stimolare la crescita economica, partendo dall’ipotesi che li avrebbero investiti in maggiore capacità produttiva, creando così profitti che sarebbero gradualmente “gocciolati” verso il resto della società (che non aveva lavoro, come vedremo). A tal fine, diminuì l’aliquota d’imposta marginale superiore dal 70% al 28% e ridusse l’imposta più alta sui capitali al 20%, il livello più basso dalla Grande Depressione. Un effetto meno noto correlato a questi tagli è che Reagan ha anche aumentato le tasse sui salari della classe lavoratrice, spostandosi verso l’obiettivo repubblicano di una “flat tax” generalizzata. Un terzo componente del piano economico di Reagan consisteva nel deregolamentare il settore finanziario. Poiché Volcker rifiutava di sostenere questa politica, Reagan nominò al suo posto Alan Greenspan nel 1987. Greenspan – un monetarista fautore di tagli fiscali e della privatizzazione della sicurezza sociale – è stato riconfermato da una serie di presidenti sia repubblicani sia democratici fino al 2006. La deregolamentazione da lui avviata ha finito per scatenare la crisi finanziaria globale del 2008, durante la quale a milioni di persone sono state pignorate le case.[2]

 

 

Nel complesso, queste politiche (che durante lo stesso periodo venivano simmetricamente applicate da Margaret Thatcher in Gran Bretagna, insieme alle privatizzazioni selvagge) hanno portato la disuguaglianza sociale negli Stati Uniti a livelli senza precedenti, come dimostrano i seguenti grafici. Il grafico 1 mostra come la produttività abbia continuato ad aumentare costantemente durante questo periodo mentre i salari sono crollati dopo il Volcker Shock del 1973, spostando effettivamente una percentuale crescente di plusvalore dai lavoratori al capitale. Illustrando ulteriormente questa tendenza, gli stipendi dei CEO sono aumentati in media del 400% durante gli anni ’90, mentre i salari dei lavoratori sono aumentati di meno del 5% e il salario minimo federale è diminuito di oltre il 9%[3]. Il grafico 2 mostra come la quota del reddito nazionale accaparrata dagli strati più alti della società sia aumentata a un ritmo allarmante: la quota che va all’1% superiore è più che raddoppiata dal 1980, dall’8% al 18% (lo stesso vale per la Gran Bretagna, con un balzo dal 6,5% al 13% durante questo periodo), ripristinando livelli che non si vedevano dall’epoca vittoriana. Secondo i dati del censimento, il 5% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare i propri redditi del 72,7% dal 1980, mentre contemporaneamente i redditi medi delle famiglie ristagnavano e per il 20% inferiore i redditi diminuivano del 7,4% [4].

 

Figura 1. L’attacco al lavoro: salari reali e produttività negli Stati Uniti, 1960-2000

Fonte: R. Pollin, Contours of Descent (New York, Verso, 2005).

 

Figura 2. Quota del reddito nazionale, 1979-2008

Fonte: Mother Jones Magazine, basata sui dati del censimento degli Stati Uniti

 

Altro che effetto cascata; come ha giustamente affermato l’economista di Cambridge Ha-Joon Chang, “rendere più ricchi i ricchi non rende più ricco il resto di tutti noi”. Né stimola la crescita economica, che è l’unica giustificazione per le politiche economiche dal lato dell’offerta. In realtà, è vero il contrario: dall’inizio del neoliberalismo, il tasso di crescita medio pro capite dei paesi industrializzati è sceso dal 3,2% al 2,1%.[5] Come mostrano questi numeri, il neoliberismo ha completamente fallito come strumento di sviluppo economico, ma ha funzionato brillantemente come espediente per ripristinare il potere della ricca élite.

 

 

Se la politica neoliberista è stata così distruttiva per la maggior parte della società, com’è possibile che i politici siano riusciti a farla passare? In parte ciò ha a che fare con la disfatta delle organizzazioni dei lavoratori dopo il Volcker Shock, la demonizzazione dei sindacati come “soffocanti” e “burocratici”, i tentativi della sinistra di prendere le distanze dal socialismo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e l’ascesa del “consumatore” come figura chiave della cittadinanza, particolarmente in America. Potremmo anche indicare la crescente influenza delle lobby corporative nel sistema politico statunitense e i conflitti di interesse recentemente venuti alla luce tra gli economisti accademici finanziati da Wall Street. Ma forse, cosa più importante, a livello ideologico il neoliberismo è stato commercializzato con successo atteaverso il tipico valore americano della “libertà individuale”[6]. Think-tank conservatori come la Mont Pelerin Society, la Heritage Foundation e la Business Roundtable hanno dedicato gli ultimi quarant’anni a spacciare l’idea che la libertà individuale possa essere realmente raggiunta solo attraverso la “libertà” del mercato. Per loro, qualsiasi forma di intervento statale può condurre al totalitarismo. Questa visione ha acquisito credito quando le due icone della teoria neoliberista – Frederich Von Hayek e Milton Friedman – hanno vinto il Premio Sveriges Riksbank negli anni ’70, un premio comunemente indicato come “il Premio Nobel per l’Economia”, nonostante sia in realtà assegnato da banchieri svedesi e non dalla Fondazione Nobel.

 

 

 

Il Neoliberismo sulla scena internazionale

 

 

Non solo i paesi occidentali come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sperimentato il neoliberismo nelle proprie economie, ma lo hanno anche aggressivamente – e spesso violentemente – imposto al mondo post-coloniale, addirittura in modo ancora più estremo.

 

 

La storia del neoliberismo sulla scena internazionale inizia nel 1973. In risposta all’embargo petrolifero dell’OPEC di quell’anno, gli Stati Uniti minacciarono un’azione militare contro gli Stati arabi a meno che questi non accettassero di investire i loro petrodollari eccedenti attraverso le banche di investimento di Wall Street, cosa poi avvenuta. Le banche dovettero quindi capire cosa fare con tutto questo denaro e, dal momento che l’economia nazionale era stagnante, decisero di spenderlo all’estero sotto forma di prestiti ad alto interesse ai Paesi in via di sviluppo, che avevano bisogno di fondi per superare lo shock dell’aumento dei prezzi del petrolio, soprattutto in considerazione degli alti tassi di inflazione del tempo. Le banche pensarono che si trattasse di un investimento sicuro perché presumevano che i governi non potessero fallire.

 

 

Ma si sbagliavano. Poiché i prestiti erano effettuati in dollari statunitensi, erano per questo vincolati alle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi. Quando nei primi anni ’80 il Volcker Shock esplose e i tassi di interesse salirono alle stelle, i Paesi in via di sviluppo più vulnerabili – a cominciare dal Messico – scivolarono sull’orlo del default, dando il via alla cosiddetta “crisi del debito del Terzo mondo“. Sembrava che la crisi del debito avrebbe distrutto le banche di Wall Street e quindi minato l’intero sistema finanziario internazionale. Per prevenire una simile crisi, gli Stati Uniti sono intervenuti per mettere il Messico e altri Paesi in condizione di rimborsare i loro prestiti. Lo hanno fatto riproponendo il FMI. In passato, il FMI aveva utilizzato i propri fondi per aiutare i paesi a risolvere i problemi della bilancia dei pagamenti, ma ora gli Stati Uniti avrebbero usato il FMI per assicurarsi che i paesi del Terzo mondo rimborsassero i loro prestiti alle banche di investimento private. Secondo David Harvey, durante questo stesso periodo – a partire dal 1982 – le istituzioni di Bretton Woods furono sistematicamente “epurate” dalle influenze keynesiane e divennero portavoce dell’ideologia neoliberista.

Il piano avrebbe dovuto funzionare così: il FMI offriva di differire i debiti dei Paesi in via di sviluppo a condizione che questi accettassero una serie di “programmi di riforme strutturali”. Le riforme strutturali promuovevano una radicale deregolamentazione del mercato, partendo dal presupposto che ciò dovesse automaticamente migliorare l’efficienza economica, aumentare la crescita economica e consentire quindi il rimborso del debito. Per far ciò venivano tagliati i sussidi governativi per aspetti come alimentazione, sanità e trasporti, privatizzato il settore pubblico, ridotte le norme sul lavoro, l’uso delle risorse e l’inquinamento ed abbassate le tariffe commerciali al fine di creare “opportunità di investimento” e aprire nuovi mercati di consumo. Inoltre si mirava a mantenere bassa l’inflazione in modo che il valore del debito del terzo mondo verso il FMI non diminuisse, anche se ciò riduceva la capacità dei governi di stimolare la crescita. Molte di queste politiche erano specificamente progettate per promuovere gli interessi delle multinazionali, alle quali era spesso data la libertà di acquistare beni pubblici, fare offerte per i contratti governativi e rimpatriare i profitti a proprio piacimento.

 

 

Questi stessi principi neoliberisti erano imposti ai paesi in via di sviluppo attraverso la Banca Mondiale, che concedeva prestiti per progetti di sviluppo vincolati da “condizionalità” economiche, tra le quali una liberalizzazione forzata del mercato (in particolare durante gli anni ’80). In altre parole, il FMI e la Banca mondiale sfruttarono il debito come strumento per manipolare le economie di Stati sovrani. Anche l’Organizzazione mondiale del commercio – insieme a vari accordi bilaterali di libero scambio, come il NAFTA – promuove il neoliberismo, concedendo ai paesi in via di sviluppo l’accesso ai mercati occidentali solo in cambio di riduzioni tariffarie, che hanno l’effetto di indebolire l’industria locale nei paesi poveri. Nessuna di queste istituzioni è democratica. Il potere di voto nel FMI e nella Banca Mondiale viene ripartito in base alla quota di proprietà finanziaria di ogni nazione, proprio come nelle corporazioni. Le decisioni importanti richiedono l’85% dei voti, e gli Stati Uniti, che detengono circa il 17% delle azioni di entrambe le società, esercitano di fatto il potere di veto. Nell’OMC, le dimensioni del mercato determinano il potere contrattuale, e quindi i Paesi ricchi riescono sempre a imporre la loro opinione. Se i Paesi poveri scelgono di disobbedire alle regole del commercio che danneggiano le loro economie, i Paesi ricchi possono reagire con pesanti sanzioni.

 

 

L’effetto finale di questa fase neoliberale della globalizzazione è stato una corsa al ribasso: poiché le multinazionali possono governare il mondo alla ricerca delle “migliori” condizioni di investimento, i Paesi in via di sviluppo devono competere tra loro per offrire il lavoro più economico e risorse, spesso al punto di concedere vacanze fiscali prolungate e ingressi gratuiti agli investitori stranieri. Tutto questo ha portato fantastici profitti alle multinazionali occidentali (e ora cinesi). Ma invece di aiutare i Paesi poveri, come inizialmente si prefiggevano, le politiche neoliberali di aggiustamento strutturale li hanno praticamente distrutti. Prima degli anni ’80, i Paesi in via di sviluppo avevano un tasso di crescita pro capite superiore al 3%. Ma durante l’era neoliberista i tassi di crescita si sono dimezzati, scendendo all’1,7%[7]. L’Africa sub-sahariana illustra bene questa tendenza al ribasso. Durante gli anni ’60 e ’70, il reddito pro capite è cresciuto ad un tasso modesto dell’1,6%. Ma quando la terapia neoliberale fu forzatamente applicata al continente, a partire dal Senegal nel 1979, il reddito pro capite cominciò a scendere ad un tasso dello 0,7% all’anno. Il PNL del paese africano medio si è ridotto di circa il 10% durante il periodo neoliberale dell’adeguamento strutturale [8]. Di conseguenza, il numero di africani che vivono nella povertà è più che raddoppiato dal 1980[9]. Il grafico 3 illustra come la stessa cosa sia accaduta in America Latina. L’ex-economista della Banca mondiale William Easterly ha dimostrato che più prestiti di aggiustamento strutturale vengono ricevuti da un Paese, più è probabile che la sua economia subisca un collasso[10].

 

Figura 3. Indice del reddito pro-capite in America Latina: effettivo e tendenziale 1950-2003

Fonte: W. Easterly, The White Man’s Burden (Londra, Penguin, 2006).

 

 

Quanto è successo non dovrebbe sorprendere. Qui è evidente un innegabile doppio standard: i politici occidentali hanno detto ai Paesi in via di sviluppo che devono liberalizzare le loro economie per crescere, ma questo è esattamente ciò che l’Occidente non ha fatto durante il proprio periodo di consolidamento economico. Come ha dimostrato l’economista di Cambridge Ha-Joon Chang, ognuno dei paesi ricchi di oggi ha sviluppato la propria economia attraverso misure protezionistiche. Di fatto, fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna erano i due paesi più aggressivamente protezionisti del mondo: costruivano il loro potere economico usando sussidi governativi, tariffe commerciali, brevetti ristretti – tutto ciò che oggi il copione neoliberista condanna. William Easterly nota che i paesi non occidentali che non hanno implementato principi di libero mercato in maniera indiscriminata sono riusciti a svilupparsi ragionevolmente bene, tra cui il Giappone, la Cina, l’India, la Turchia e le “Tigri” dell’Asia orientale.

 

 

Il punto chiave che se ne può dedurre è che il neoliberismo è l’utilizzo selettivo dei principi del libero mercato a favore di potenti attori economici. Ad esempio, i politici statunitensi celebrano il libero mercato se questo consente alle imprese di sfruttare manodopera a basso costo all’estero e indebolire i sindacati nazionali. Ma d’altra parte si rifiutano di ascoltare le richieste dell’OMC di abolire i loro massicci sussidi agricoli (che distorcono il vantaggio competitivo dei paesi del Terzo mondo), perché ciò andrebbe contro gli interessi di una potente lobby aziendale. I salvataggi bancari del 2008 forniscono un altro esempio di questo doppio standard. Un vero mercato libero avrebbe lasciato che fossero le banche a pagare per i propri errori. Il neoliberismo, tuttavia, spesso significa intervento statale per i mercati ricchi e libero mercato per i poveri. In effetti, molti dei problemi prodotti dal neoliberismo potrebbero essere mitigati da un’applicazione più equa dei principi di mercato. Nel caso del commercio agricolo, ad esempio, i Paesi poveri trarrebbero enormi benefici da una maggiore liberalizzazione del mercato. Un altro tipico esempio è il sistema tedesco. Basandosi su una teoria nota come ordoliberismo, la Germania usa l’intervento statale per prevenire i monopoli e incoraggiare la concorrenza tra le piccole e medie imprese.

 

 

Come conseguenza della globalizzazione neoliberale, il divario di reddito tra il quinto delle persone del mondo che vivono nei Paesi più ricchi e il quinto nei più poveri si è ampliato in modo significativo, passando da 44:1 nel 1980 a 74:1 nel 1997 [11]. Il grafico 4 illustra questa tendenza, che l’analista Lant Pritchett ha giustamente descritto come “divergenza al massimo livello”. Oggi, come conseguenza di queste politiche, le 358 persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza del 45% più povero della popolazione mondiale, ovvero 2,3 miliardi di persone. In modo ancora più scioccante, i primi 3 miliardari hanno la stessa ricchezza di tutti i Paesi meno sviluppati messi insieme, ovvero 600 milioni di persone[12]. Queste statistiche segnalano un massiccio trasferimento di ricchezza e risorse dai Paesi poveri ai Paesi ricchi e da individui poveri a individui ricchi. Oggi, l’1% più ricco della popolazione mondiale controlla il 40% della ricchezza mondiale, il 10% più ricco controlla l’85% della ricchezza mondiale e il 50% più povero controlla solo l’1% della ricchezza mondiale [13].

 

Figura 4. Divergenza dei redditi in paesi ricchi e poveri 1970-1995

Fonte: Rapporto sullo sviluppo mondiale della Banca Mondiale 1999/2000.

 

 

Se la politica neoliberale ha portato a tassi di crescita economica peggiori (e in molti casi stagnanti o in calo), allora il rapido accumulo di ricchezza da parte di persone ricche e Paesi ricchi non è avvenuto solo appropriandosi della poca crescita, ma più efficacemente rubando ai più poveri. Ad esempio, secondo un recente articolo dell’Economist, quasi tutti i guadagni derivanti dalla ripresa post-crisi negli Stati Uniti sono stati accumulati dall’1%. Mwntre uno studio di Global Financial Integrity dimostra come dal 1970 le multinazionali abbiano letteralmente rubato fino a 1,17 miliardi di dollari solo dall’Africa sui prezzi di trasferimento e altre forme di evasione fiscale.

 

 

Un altro mondo è possibile

 

 

La lezione principale che si può trarre da questa storia è che il modello neoliberista è stato creato – intenzionalmente – da specifiche persone. E poiché è stato creato dalle persone, può essere annullato dalle persone. Non è una forza della natura, e non è inevitabile; un altro mondo è infatti possibile.

 

 

Ma come ci si arriva? Negli Stati Uniti, un primo passo cruciale sarebbe quello di emendare la Costituzione in modo da precludere la possibilità di dare personalità giuridica alle imprese. In seguito alla recente sentenza Citizens United vs. FEC, che consente alle imprese di spendere somme di denaro illimitate per la pubblicità a fini politici come un esercizio della “libertà di parola”, numerose campagne hanno fatto progressi verso questo obiettivo. Un secondo passo sarebbe quello di rafforzare il potere dei lavoratori come contropartita contro l’eccesso di potere del capitale. Ciò potrebbe essere fatto mantenendo il salario minimo federale ancorato all’inflazione, approvando l’Employee Free Choice Act con una disposizione “card check” che consentirebbe ai lavoratori di formare sindacati senza timore di intimidazioni da parte dei datori di lavoro e modificando il Taft-Hartley Act per autorizzare sportelli sindacali e sportelli di agenzie. Un terzo passo sarebbe quello di ri-regolamentare il settore finanziario, ripristinando il Glass-Steagall Act, che – fino alla sua abrogazione nel 1999 – moderava la speculazione finanziaria e separava le banche commerciali da quelle di investimenti.

 

 

La resistenza popolare contro il neoliberismo si è sviluppata dopo la crisi finanziaria del 2008. Non solo la crisi ha rivelato i difetti di una deregolamentazione estrema, ma i politici conservatori hanno cercato di sfruttare la recessione per giustificare misure di austerità senza precedenti con la scusa della “riduzione del deficit”, come disastrosi tagli all’assistenza sanitaria, all’istruzione, ai programmi di case a prezzi accessibili, ai buoni alimentari e altri programmi sociali (mentre miliardi di dollari dei contribuenti vengono elargiti alle banche private).

In altre parole, i politici sperano di aggiustare la crisi del capitalismo neoliberista prescrivendo ancora più neoliberalismo. Questo è vero non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. Non sorprende che questa sfacciata presa di potere abbia favorito l’ascesa di nuovi movimenti sociali come Occupy Wall Street, gli “indignati” in Spagna e in Grecia, e in Gran Bretagna la più grande ondata di proteste studentesche e scioperi da oltre cinquant’anni.

 

 

Sul piano internazionale, la soluzione più comune alle crisi umanitarie è stata “l’aiuto allo sviluppo”, che – dopo circa quarant’anni – non ha avuto un impatto significativo. Ciò non sorprende, vista la contraddizione che sta alla base del modello di sviluppo, che distribuisce gli aiuti nello stesso momento in cui impone adeguamenti strutturali economici. Come ha sottolineato l’economista Robert Pollin, anche se l’Occidente avesse rispettato le raccomandazioni del Millennium Development Project delle Nazioni Unite e aumentato gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo a 105 miliardi di dollari l’anno (un invito quanto meno improbabile), questa somma sarebbe ancora troppo poco rispetto a quanto i Paesi in via di sviluppo hanno perso a seguito dell’adeguamento strutturale a partire dagli anni ’80, che ammonta a circa 480 miliardi di dollari all’anno in termini di PIL potenziale. Di nuovo, l’irrazionalità della cooperazione economica è che di solito viene usato come un modo per contrabbandare le stesse identiche politiche economiche che hanno creato il problema. Tale è l’egemonia dell’ideologia neoliberale nell’economia di oggi.

 

 

Le soluzioni che affrontano i problemi reali in gioco potrebbero includere quanto segue: in primo luogo, democratizzare la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’OMC per garantire che i Paesi in via di sviluppo abbiano la capacità di difendere i loro interessi economici. Joseph Stiglitz, che è stato licenziato dal suo incarico di capo economista della Banca Mondiale per la sua critica a queste istituzioni, ha dedicato la sua carriera allo sviluppo di proposte in questo senso. In secondo luogo, azzerare tutti i debiti del Terzo mondo – il grido di protesta del movimento di alter-globalizzazione – in modo da ridurre la leva che i Paesi ricchi hanno sulle economie dei paesi poveri. In terzo luogo, eliminare le condizioni generali di aggiustamento strutturale associate agli aiuti esteri e ai prestiti per lo sviluppo, riconoscendo che ogni Paese ha esigenze uniche. In quarto luogo, istituire un salario minimo internazionale ancorato ai costi locali della vita come modo di mettere un limite alla “caduta verso il basso”. In quinto luogo, consentire ai Paesi poveri di ripristinare i livelli di crescita di cui godevano prima del periodo neoliberista utilizzando misure strategiche quali dazi all’importazione, sussidi, disavanzi fiscali marginali, bassi tassi di interesse, restrizioni sui prezzi di trasferimento e investimenti statali nelle industrie nascenti.

 

 

Infine, forse la cosa più importante, dobbiamo rivendicare l’idea di libertà. Dobbiamo respingere la versione neoliberista della libertà come deregolamentazione del mercato, che è in realtà solo una licenza per i ricchi di accumulare e sfruttare, e arbitrio per pochi di guadagnare a spese di molti. Dobbiamo affermare che una regolamentazione ponderata può di fatto promuovere la libertà, se per libertà intendiamo la libertà dalla povertà e dal bisogno, la libertà di avere la dignità umana di base offerta da una buona istruzione, una casa e assistenza sanitaria e la libertà di guadagnarsi un salario dignitoso dopo una dura giornata di lavoro. Invece di accettare che la libertà significhi scardinare l’economia dai vincoli della società democratica, dobbiamo affermare che la vera libertà comporta il controllo dell’economia per aiutarci a realizzare obiettivi sociali specifici, democraticamente raggiunti e ratificati collettivamente.

 

[1] Harvey, David. 2005. A Brief History of Neoliberalism. London: Oxford University Press.

[2] Stiglitz, Joseph. 2010. Freefall. New York: W.W. Norton & Co.

[3] Executive Excess 2006, the 13th annual CEO compensation survey from the Institute for Policy Studies and United for a Fair Economy.

[4] U.S. Census Bureau, Historical Income Tables: Families.

[5] Chang, Ha-Joon. 2007. Bad Samaritans: The Guilty Secrets of Rich Nations and the Threat to Global Prosperity. London: Random House. Pg. 26.

[6] Hickel, Jason and Arsalan Khan. 2012. “The Culture of Capitalism and the Crisis of Critique,” Anthropological Quarterly 85(1).

[7] Chang. 2007. Pg. 27.

[8] Chang. 2007. Pg. 28.

[9] World Bank. 2007. World Development Indicators.

[10] Easterly, William. 2007. The White Man’s Burden. Penguin Books.

[11] United National Development Programme. 1999. Human Development Report 1999: Globalization with a Human Face. New York. Pg. 38.

[12] Milanovic, Branko. 2002. “True World Income Distribution, 1988 and 1993.” Economic Journal,

[13] United Nations University. 2009. 2008 Annual Report.

I Farmaci Antireflusso Aumentano il Rischio di Ictus (li prende inutilmente un paziente su due)

Politicamentescorretto.info 6.7.18

Gliinibitori di pompa protonica come il lansoprazolo,sono farmaci usati per il trattamento di acidità di stomacoereflusso gastroesofageo, che aumentano il rischio di incorrere in unictus ischemico.

Ad affermarlo è uno studio scientifico danese svolto dallaDanish Heart Foundation a Copenhagen in Danimarca. I ricercatori hanno osservato gli effetti collaterali di questi farmaci antireflusso analizzando le informazioni di quasi 250mila pazienti nel corso di quasi sei anni.

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Ulteriori info

Gli inibitori di pompa protonica sono stati associati ad effetti negativi sulle funzioni vascolari”, ha dichiarato Thomas Sehested, MD, autore principale dello studio e ricercatore presso la Danish Heart Foundation di Copenhagen. “Volevamo ora verificare se gli inibitori di pompa protonica rappresentassero anche un rischio di ictus ischemico, soprattutto in considerazione del loro crescente utilizzo nella popolazione generale”.

Effetti collaterali dei farmaci antireflusso

Infatti questi farmaci antireflusso sono già noti per i loro effetti potenzialmente negativi sulle funzioni vascolari come

Infarto

Insufficienza renale

Demenza

Sono stati associati anche a:

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Ulteriori info

Carenza di magnesio

Perdita di massa ossea

Frattura dell’anca

Infezioni

Cancro allo stomaco

Carenza vitamina B12

Sintomi psichiatrici come depressione, ansia, confusione mentale

Ed ora a:

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Bevi questo per perdere 1kg durante la notte

Ictus ischemico

L’ictus ischemico, il tipo più comune di ictus, è causato da coaguli che bloccano il flusso del sangue verso o nel cervello.

Lo studio danese sui farmaci antireflusso

I ricercatori hanno analizzato i dati di 244.679 pazienti danesi, di età media 57 anni, che avevano avuto un’endoscopia, una procedura utilizzata per identificare le cause del mal di stomaco e dell’indigestione.

Durante quasi sei anni di follow-up, 9.489 pazienti hanno avuto un ictus ischemico per la prima volta nella loro vita. I ricercatori hanno determinato se l’ictus si è verificato mentre i pazienti utilizzavano uno dei quattro diversi tipi di farmaci per il bruciore di stomaco: omeprazolo, pantoprazolo, lansoprazoloed esomeprazolo.

Il rischio di ictus è, IN MEDIA, del 21% più alto fra i pazienti che assumevano inibitori di pompa protonica.

Questa percentuale varia in base aldosaggio:

A dosaggio minimo, non sono state registrate variazioni significative

A dosaggio massimo, il rischio varia dal 30% in più per il lansoprazolo fino al 94% del pantoprazolo

Gli H2 bloccanti, un’altra famiglia di farmaci usati contro l’acidità di stomaco, non sembrano invece mostrare rischi di questo tipo, ma gli autori della ricerca spingono alla prudenza: si tratta di uno studio osservazionale, non in grado di stabilire relazioni causali, di conseguenza non è possibile affermare che gli H2 bloccanti siano meglio degli inibitori di pompa protonica in assoluto.

Attenzione agli effetti collaterali dei farmaci antireflusso

I ricercatori invitano più che altro alla prudenza nell’utilizzo indiscriminato di questi farmaci: «Un tempo si credeva che gli inibitori di pompa protonica fossero sicuri e privi di grossi effetti collaterali» spiegano. «questo studio mette in discussione il profilo di sicurezza cardiovascolare di questi farmaci».

Per i medici che li prescrivono, la raccomandazione è di verificare attentamente se il loro utilizzo è giustificato, e per quanto tempo: «Sappiamo già da studi precedenti che molte persone, soprattutto i più anziani, assumono gli inibitori di pompa protonica per periodi molto più lunghi di quanto prescritto».

Conclusione

I medici dovrebbero consigliare i farmaci antireflusso nella fase acuta della malattia, ma una volta passata bisogna pensare a guarire e l’unico modo per farlo è appunto una sana alimentazione e tante alternative naturali come la betaina cloridrato. Ci sono anche dei casi estremi in cui la chirurgia rappresenta l’unica alternativa. Gli inibitori di pompa protonica a lungo termine danneggiano il cuore e rovinano la salute in particolare con ipomagnesiemia. l farmaci dovrebbe essere assunti per un periodo circoscritto su raccomandazioni del proprio medico curante.

Fonte Dionidream

Povero Matteo, vittima di complotto di magistrati e media

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Quando l’acqua arriva al mento e continua a salire provi a galleggiare, ma se lo sforzo si protrae dai fondo alle ultime risorse di ossigeno per urlare “aiuto”. E’ l’estrema ratio prima di affogare, l’inutile bugia rivolta a se stessi, nella consapevolezza che nessuno accorrerà in soccorso. Come i pugili messi alle corde, in attesa del knock out, il “ce l’ho duro” della Lega prova ad deviare l’attenzione dall’ingiunzione della Cassazione, che ha ordinato al tribunale di Genova di scoprire e recuperare i 49 milioni truffati allo Stato. Il banale escamotage di Salvini è la richiesta di incontrare il Presidente della Repubblica, con l’irricevibile motivazione di un attacco alla democrazia di cui sarebbe responsabile la magistratura.

I media hanno attesa con cristiana pazienza che il Quirinale si pronunciasse sulla richiesta e infine sono stati accontentati: non esiste alcuna richiesta. Saltano i nervi della Lega e l’escandescenza trova sfogo nella minaccia di querele contro chiunque scriva o dica che ha rubato i 49 milioni. L’indice punta anche Saviano, che quell’accusa ha esplicitato pubblicamente. Questi replica che querelare uno scrittore è un atto che va incontro al regime russo di Putin e comparire in tribunale gli offrirebbe l’opportunità per costringere il querelante a dire la verità sui 49 milioni della truffa.

Berlusconi e i suoi “onorevoli” avvocati hanno fatto scuola: attacchi ai magistrati. denunce di complotti politici, uso selvaggio della durata dei processi per mettervi fine con la prescrizione e il commento che l’imputato è da considerare innocente fino alla sentenza dell’ultimo grado di giudizio, a cui non si arriva quasi mai.

Che ne pensano i paladini dell’etica politica, i Casaleggio, Grillo, Di Maio, Di Battista, il ministro della Giustizia pentastellato? Giggino vice premier, glissa, dice con ironia degna di uno spettacolo del comico genovese che la cosa non gli crea imbarazzo e per non cadere nel ridicolo che comunque la giustizia farà il suo corso. Un colpo al cerchio, uno alla botte, classica posizione pilatesca. Il resto è silenzio greve, ma anche speranza che l’inciampo giudiziario (la procura di Genova ritiene che siano coinvolti anche Salvini e Maroni) possa chiarire ai neo sostenitori della Lega con chi hanno a che fare.

In piena bufera mediatica e politica, Salvini spara di nuovo a zero sul dramma dell’immigrazione. Con uno scippo degno dei più abili borseggiatori sottrae 42 milioni destinati all’accoglienza e li smista al progetto di espulsione dei migranti. In trance agonistica non si ferma qui. E’ in errore chi pensava che il massimo della disumanità Salvini lo avesse toccato con le centinaia morti nel Mediterraneo, conseguenza dello stop alle navi di soccorso e alla chiusura dei porti italiani. Il ministro degli interni, che adocchia il balcone di palazzo Venezia, dove ambisce affacciarsi e arringare la folla con voce stentorea, ha ispirato la circolare del Viminale che invita tagliare drasticamente i permessi umanitari a madri, minori e malati. Cos’erano di diverso le leggi razziali, il primato della razza ariana?

Il commento quotidiano nella vignetta di Elle Kappa (la Repubblica): Lui “Su bambini e donne incinte Salvini ha parlato da papà”. Lei: “E di solito quando parla da papà c’è qualcuno che annega”.

In casa grillesca i segnali di incoerenza e contraddittorietà non mancano mai. La Grillo ministra della salute (non ha contato nulla l’omonimia con il comico genovese?) si esibisce in un doppio salto mortale. Decreta che per essere ammessi a scuola e negli asili basta esibire l’autocertificazione, una semplice dichiarazione delle avvenute vaccinazioni e al tempo stesso (è incinta) annuncia che vaccinerà il figlio. Nel Paese del “fatta la legge trovato l’inganno”, ecco la domanda, quanti furbetti bareranno, mettendo a rischio la salute dei bambini in contatto con i propri? I casi di morbillo in Europa non sono pochi, ma il primato, sostiene l’Inghilterra, è del nostro Paese. Anche questa è l’Italia.

ENI / GIACIMENTI IN GHANA, MA RESTANO I MACIGNI GIUDIZIARI

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Vi racconto le ultime fissazioni di Carlo Cottarelli

 startmag.it 7.7.18

Il commento di Gianfranco Polillo sulle più recenti esternazioni di Cottarelli

Carlo Cottarelli vs. Giovanni Tria. Mr. Forbice, candidato premier per qualche giorno, in una missione rilevatesi impossibile, teorizza il “fermi tutti”. Obiettivo primario è la riduzione del debito. Tutto il resto, come la sussistenza, viene dopo. Il ministro dell’Economia, dal canto suo, dopo aver bloccato una deriva tendenzialmente esplosiva innescata dal rialzo degli spread e dal crollo della borsa – quel famoso martedì nero del 29 marzo – insiste sull’opzione sviluppo. Nella futura legge di stabilità vi sarà posto sia per una riduzione del carico fiscale che per il reddito di cittadinanza.

Naturalmente, tutto dipenderà dai numeri e dalla possibile intesa con la Commissione europea, con la quale occorrerà discutere. Ma l’importante è non arrendersi. Non esiste un destino “cinico e baro” che condanna l’Italia ad una perenne stagnazione. In cui il reddito prodotto cresce sempre meno della media dell’Eurozona, dove la disoccupazione, nonostante i recenti progressi, continua a mietere vittime, soprattutto tra la generazione degli esclusi, e il Mezzogiorno italiano assume, sempre di più le caratteristiche del vecchio Terzo Mondo. Baratro dal quale la maggior parte dei Paesi del Pianeta, con la solo esclusione dell‘Africa sub-sahariana, sono usciti.

Chi ha ragione allora? Se si rimane all’interno di uno schema neo-classico, Cottarelli può rifarsi alla “tirannia dello status-quo”. In economia sono gli automatismi del mercato a dettar legge. In passato gli italiani si sono comportati come spensierate cicale. Oggi é il tempo delle formiche. La vecchia favola di Esopo, che ha segnato l’educazione delle generazioni uscite dal dopo guerra. Quando l’Italia era tutta da ricostruire. Ma se si parla di “politica economica”, la prospettiva cambia. Il mercato rimane un punto di riferimento centrale, ma non esclusivo. I suoi equilibri statici vanno, allora, riconsiderati in una prospettiva dinamica.

Nel quadro tendenziale del DEF, elaborato da Pier Carlo Padoan, lo scorso 26 aprile, si prevede un avanzo crescente del saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Dal 2,5 per cento del Pil del 2018, si dovrebbe giungere al 2,9 per cento del 2021. Elemento sempre più di natura strutturale. Come valutare quest’anomalia, perché di questo si tratta? L’Italia é infatti il Paese che ha il ritmo di crescita più basso dell’Eurozona, il più elevato livello di disoccupazione (fatta salva la Spagna), ma anche il più forte attivo dei conti con l’estero, secondo solo alla Germania. La prospettiva neo-classica rimuove questo elemento di contraddizione, ma la politica, ancor prima della politica economica, può forse far finta di nulla?

Potremmo parlare a lungo dei pericoli insiti in un equilibrio di sottoccupazione, come questi semplici elementi mettono in rilievo. Non averli attentamente valutati a partire dal 2012 (Governo Monti) ha provocato lo smottamento dell’intero sistema politico italiano. Ma in questa sede ci basta riportare un passo del documento dei 5 Presidenti, che non é certo il vecchio manifesto di Marx ed Engels. Scrivono, a più mani, Jean-Claude Juncker, Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi e Martin Schulz, nel testo: “Completare L’Unione economica e monetaria”.

“La procedura per gli squilibri macroeconomici dovrebbe anche promuovere riforme adeguate nei paesi che accumulano in modo persistente consistenti avanzi delle partite correnti, se detti avanzi sono dovuti, ad esempio, all’insufficienza della domanda interna e/o ad un basso potenziale di crescita, in quanto anche ciò è importante per assicurare il riequilibrio efficace nell’ambito dell’Unione monetaria”. Ci sembra la risposta migliore alle preoccupazioni di Carlo Cottarelli. Una carta importante da giocare in sede europea. Come Giovanni Tria ha iniziato a fare, stoppando i propositi franco-tedeschi sul riordino della governance bancaria.

ROBOT IN TRIBUNALE / ELIMINANO LA CORRUZIONE GIUDIZIARIA ?

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

 

L’avevamo scritto, paradossalmente, giorni fa, a proposito dell’incredibile processo Borsellino quater. Se tante toghe se ne lavano le mani di inchieste pur al calor bianco e delegano tutto alle forze dell’ordine, poliziotti o carabinieri che siano, che fine fa la giustizia?

A questo punto tanto val piazzare in aula un bel calcolatore tuttofare, capace di sfornare sentenze calde come sfoglialelle.

Detto fatto. A quanto pare i sogni si traducono subito in realtà. Ed ecco che all’Accademia dei Linceihanno organizzato una giornata di studi sul tema che così sintetizza il Corriere della Sera del 6 luglio: “E se in tribunale a decidere sarà un robot?”. All’ambizioso progetto, a quanto pare, lavora da ben tre anni un team di studiosi capeggiato dall’accademico dei Lincei Natalino Irti, nel pedigree una prestigiosa presidenza del Credito Italiano e come vice all’Enel.

Così dettaglia il Corsera:” Il lavoro svolto finora si è focalizzato sul tema della prevedibilità delle decisioni giudiziarie e sulla certezza del diritto. Nel 2016 si è già tenuto un convegno dedicato a ‘La calcolabilità giuridica‘”.

Ma il tema del summit organizzato per il 7 luglio alla stessa Accademia dei Lincei è ancora più suggestivo: “La decisione robotica”. Spiega Irti: “La decisione robotica e le tecnologie in genere sono in una fase di intenso sviluppo e la ricerca in diversi settori contribuisce alla loro rapida crescita. Anche il decidere delle macchine è oggetto delle ricerche in corso”.

E ancora: “Il mondo giuridico deve essere parte integrante anche tecnica di questa rivoluzione, poiché il concetto di decisione chiama quella di responsabilità  e perchè tra le attività decisorie di maggior impatto e rilievo ci sono le decisioni dei giudici”.

Per ora, si parla di un contributo alla smaltimento dell’enorme carico di arretrati derivante da una miriade di contenziosi soprattutto civili, dalle liti condiminiali agli incidenti automobilistici.

Ma pensiamo per un momento al futuro, neanche lontano.

E poniamo subito un tema non campato per aria. Meglio un robot oppure un giudice corrotto od incapace, per questioni che non si riducano ad un sottoscala o ad un tamponamento?

In questi giorni abbiamo assistito a due situazioni giudiziarie ai confini della realtà. Una di proporzioni gigantesche, colossali: il Borsellino quater, dove si è stato dimostrato per tabulas un letterale “Depistaggio di Stato” organizzato da servitori infedeli dello Stato per affossare verità e giustizia sulla strage di via D’Amelio: calpestando per due volte la memoria di quel giudice coraggio, Paolo Borsellino, e l’infinito dolori di figli e familiari.

Il secondo caso riguarda un giudice siciliano corrotto che rischiava – via Renzi – di assurgere a ben più alte cariche dello Stato e invece beccato con le mani nella maramellata, pardòn nelle mazzette.

Ebbene: in questi due casi sarebbe stato meglio affidarsi alle scelte, alle decisioni, alle valutazioni di un robot, perfettamente indottrinato, oppure a quelle di un giudice in carne ed ossa?

Andrebbe chiesto ai ricercatori che hanno brevettato quel supercomputer e hanno lavorato intorno al tema coordinato dal professor Natalino Irti: ma esiste un virus “anticorruzione” da poter iniettare nel robot affinchè possa agire facendo in modo che una buona volta per tutte le “Legge sia uguale per tutti?”.

E’ una pura utopia? La risposta non è di poco conto: soprattutto per i milioni di italiani che non riescono da una vita ad assaporare il senso e il gusto della giustizia, con la G maisuscola. E sono ogni giorno calpestati e massacrati dallo Stato.

Crac banche popolari: Veneto Banca condannata a risarcire 150mila euro

vicenzatoday.it 6.7.18

Crac banche popolari: Veneto Banca condannata a risarcire 150mila euro
„È la decisione dell’arbitro istituito presso la Consob che nei giorni scorsi ha accolto le domande dell’avvocato Matteo Moschin, il quale tutela 5 risparmiatori traditi: “prossima mossa agire su Intesa San Paolo”“

Centocinquantamila euro di risarcimento a 5 risparmiatori traditi. È la decisione dell’arbitro istituito presso la Consob che nei giorni scorsi ha accolto le domande dell’avvocato Matteo Moschin e condannato Veneto Banca al risarcimento integrale del danno oltre rivalutazione ed interessi subito dai chi ha sottoscritto le azioni prima del crac dell’istituto bancario. Veneto Banca è però in liquidazione coatta e quindi l’avvocato ha annunciato che agirà nei confronti di Intesa San Paolo.

“Si tratta di un’ottima notizia. La circostanza per cui la Veneto Banca (ma anche la Popolare di Vicenza) continui ad essere condannata dall’A.C.F. dimostra inequivocabilmente la bontà della nostra tesi, suffragata peraltro da quanto rilevato da Consob, Bce e Bankitalia nelle rispettive relazioni, da cui emerge che la truffa è stata perpetrata in modo scientifico e massivo ai danni della collettività dei risparmiatori”, ha dichiarato l’avvocato Matteo Moschin, sottolineando: “Pur di riuscire a vendere le azioni da essa emesse, la Veneto Banca ha falsificato in modo scientifico e massivo i profili dei suoi clienti, classificando come esperti di finanza e speculatori dei soggetti con nessuna conoscenza in materia e senza la benchè minima propensione al rischio, eh ha indotto comuni risparmiatori ad acquistare tali azioni spacciandole per prodotti redditizi, facilmente liquidabili e a rischio zero. Ciò è dimostrato dal fatto che l’Arbitro per le controversie finanziarie continua ad accogliere le domande formulate per conto dei risparmiatori traditi da Veneto Banca. Sfortunatamente, a seguito della messa in liquidazione coatta della Veneto Banca, non mi sarà possibile agire nei confronti della Veneto Banca per ottenere il dovuto in forza della pronuncia dell’A.C.F.”.

La prossima mossa del legale è quella di agire quindi nei confronti di Intesa San Paolo, cessionaria dell’azienda Veneto Banca e in quanto tale, in base alle comuni norme civilistiche (codice civile e testo unico bancario), “tenuta a risarcire i danni cagionati dalla Veneto Banca, come peraltro già statuito dal Gup di Roma, dott. Ferri, e dal giudice civile di Vicenza, dott. Giglio”, specifica Moschin che annuncia di avere circa 200 procedimenti ancora pendenti avanti l’A.C.F..

“Ritengo che la stragrande maggioranza di tali procedimenti si concluderà con una pronuncia a noi favorevole – conclude Moschin – sarò, naturalmente, sempre costretto ad agire nei confronti di Intesa San Paolo, sempre naturalmente che la politica, fino ad ora completamente assente, non decida di affrontare la questione in modo equo e ragionevole, assicurando ai risparmiatori traditi la tutela dei loro diritti”.

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Perché banche e fintech non potranno non collaborare

http://www.startmag.it Sebastiano Torrini 7.7.18

 

Ecco i cinque motivi perché allearsi fa bene a vecchi e nuovi operatori della finanza secondo BorsadelCredito.it avallata da un recente report di Capgemini e LinkedIn, in collaborazione con Efma

Il futuro dei financial services? Sta nella collaborazione tra Fintech e banche. È questa la teoria che secondo BorsadelCredito.it guiderà le scelte future di entrambi gli “schieramenti”. Una teoria confermata da un recente report di Capgemini e LinkedIn, in collaborazione con Efma che trae spunto dal World FinTech Report 2018, nel quale si legge che “le società Fintech, innovando con le tecnologie emergenti, reinventano l’esperienza dei clienti dei servizi finanziari”.

UNA COLLABORAZIONE WIN-WIN INEVITABILE IN UN MIX DI FIDUCIA DEL CLIENTE ED EFFICIENZA DI PROCESSI

In sostanza, sottolinea il World FinTech Report 2018 “la competizione e le aspettative sempre più elevate trainano la domanda di servizi più convenienti e personalizzati. Per fornirle, le Fintech utilizzano i dati dei clienti e nel contempo sono in grado di offrire servizi online rapidi e disponibili 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana e attraverso qualsiasi device”. Dall’altro lato le istituzioni finanziarie tradizionali “adottano misure Fintech per migliorare la loro customer experience, al contempo rafforzando i propri vantaggi competitivi, ovvero la gestione del rischio, le infrastrutture, le competenze normative, il patrimonio di fiducia dei clienti, l’accesso al capitale, e così via. Le aziende tradizionali e le fintech possono dunque beneficiare di una relazione collaborativa e simbiotica”. Le prime, osserva BorsadelCredito.it, “ riuscendo a offrire processi digitali, efficienti e in maniera agile: in definitiva più prodotti e servizi; le seconde godendo della maggior fiducia che il cliente ha ancora nei brand tradizionali, oltre che della massa critica di banche e istituzioni finanziarie tradizionali. Insomma, si tratta di una collaborazione win-win, o forse sarebbe meglio dire, inevitabile”.

CINQUE MOTIVI DI COLLABORAZIONE. IL PRIMO: POCHE SOVRAPPOSIZIONI DI MERCATO

Per BorsadelCredito.it sono cinque motivi per cui una collaborazione tra banche o confidi e marketplace lending è utile e redditizia per entrambi. Prima di tutto perché “banche e marketplace lending operano in mercati con poche sovrapposizioni. Il focus delle prime è maggiormente diretto verso operazioni complesse e aziende più grandi, mentre il marketplace lending è più adatto a imprese di piccole e medie dimensioni e a prestiti commisurati ad esse. Il taglio medio dei prestiti erogati nel mese di maggio da BorsadelCredito.it, ultimo della nostra rilevazione periodica, è ammontato a 194mila euro. Un valore che per le banche non è particolarmente redditizio: secondo Kmpg esiste un potenziale di 50 miliardi di euro di domande di credito da parte delle imprese, che gli istituti finanziari tradizionali non evadono proprio per una questione di size, cioè di dimensione troppo contenuta dell’azienda. Sono prestiti troppo piccoli per fare margine: quelli sotto i 100mila euro sono, per le banche, addirittura un costo. Si gioca su campi affini, ma separati: dunque collaborare aumenta il valore di entrambe le squadre”.

UN PRODOTTO DI CREDITO ALTERNATIVO È UN’OCCASIONE DI FIDELIZZAZIONE

Secondo punto: “Per la banca, avere la possibilità di offrire un prodotto di credito alternativo è un’occasione di fidelizzazione. Di fatto la possibilità di poter includere un prodotto come quello di BorsadelCredito.it nella gamma della banca offre uno strumento aggiuntivo per soddisfare le richieste del cliente e dunque fidelizzarlo. Se la cosa può apparire ancora lontana per un Paese come il nostro, vale la pena ricordare che in Gran Bretagna, dal settembre 2016, esiste un referral scheme che prevede che ogni richiesta di finanziamento fatta da una PMI e rigettata dalla banca debba essere segnalata alle piattaforme che possono offrire un servizio alternativo. In sostanza un procedimento istituzionalizzato che stimoli la collaborazione fruttuosa tra banche e fintech, a favore delle PMI: la Gran Bretagna in termini di innovazione è un faro che illumina il nostro cammino”.

IL REFERRAL SCHEME È UNO STRUMENTO DI DIVERSIFICAZIONE DEL RISCHIO

“Il referral scheme – che può nascere da un accordo privato tra una banca e una fintech e non deve necessariamente piovere dall’alto di un’imposizione del legislatore – è inoltre uno strumento di diversificazione del rischio. In sostanza – sottolinea BorsadelCredito.it, se un cliente impresa viene dirottato per alcune operazioni verso la piattaforma di marketplace lending, il rischio non è più interamente concentrato sulla banca. E in tempi di Basilea 3 e dell’infinito irrigidirsi dei requisiti patrimoniali non è mai un male. Le banche italiane, vale la pena ricordarlo, siedono su una montagna di non performing loan, crediti inesigibili da 200 miliardi di euro, che certamente sta diminuendo, ma con un ritmo ancora troppo lento. Trovare dei partner in piattaforme come i marketplace lending aiuta la banca a trovare una soluzione al cliente, senza perdersi future opportunità in linea con il proprio business”.

SI RISPONDE A UN’ESIGENZA DI BREVE TERMINE DELL’IMPRENDITORE

fintech“Una collaborazione con il marketplace lending offre alle banche la possibilità di rispondere a un’esigenza di breve termine dell’imprenditore, per cui il fattore tempo è spesso una chiave imprescindibile di successo”. BorsadelCredito.it, sottolinea “riesce, grazie all’algoritmo e all’analisi dei big data, a dare l’esito della richiesta di prestito ai suoi clienti nel giro di 24 ore e a erogare fisicamente il denaro sul conto corrente del destinatario in pochi giorni, spesso solo tre. Se la banca ha la stessa opzione, può sfruttarla per risolvere al suo potenziale cliente un problema impellente, costruendosi un capitale di fiducia che poi sarà utile nello sviluppo di un rapporto di lungo termine”.

IL RITORNO DI IMMAGINE PER LA BANCA IN TERMINI DI EFFICIENZA È ENORME

Fatto che porta diretti alla quinta e ultima ragione: “Il ritorno di immagine per la banca in termini di efficienza è enorme. Secondo Accenture, in Europa il numero di operatori tradizionali si è ridotto del 40% rispetto al 2015 da 8.500 a circa 5.300 a favore dell’ingresso di altri attori di origine Fintech (oltre 800), che rappresentano oggi il 12% degli operatori (challenger banks, payments, specialist). In questo contesto le istituzioni finanziarie che hanno intrapreso grandi processi di innovazione presentano percentuali di valore futuro maggiori di almeno il 30% rispetto alle realtà meno dinamiche. Inoltre, l’analisi mostra che circa i 2/3 dei consumatori (65%) è composta da persone digitalmente evolute o addirittura “esperte di digitale”; questi consumatori si aspettano anche nell’ambito dei servizi finanziari un’esperienza simile a quella offerta dai GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), estremamente personalizzata e in ‘real time’. Ed è chiaro che la banca che riesca a dare di sé un’immagine più Fintech avrà una marcia in più”, conclude BorsadelCredito.it.

Valerio Malvezzi: perchè il Popolo italiano DEVE riprendersi la sovranità monetaria (Presentazione alla Camera dei Deputati)

scenarieconomici.it 6.7.18

Ecco la presentazione del Prof. Valerio Malvezzi svolta alla Camera dei Deputati il 4 Luglio 2018, in occasione della presentazione del libro: “La Sovranità appartiene al Popolo o allo Spread”. Vi raccomando di seguire TUTTA la presentazione, perchè le ultime diapositive saranno shoccanti.

 

https://docs.google.com/presentation/d/e/2PACX-1vSkARAGWasOFc8ZthM1EaVXyXDcScBYrD-yPle5HmzCXZvnCYk-cMKT9fbsk0K9ojjU4_ryFSBhlkoi/embed?start=true&loop=true&delayms=15000

 

FLAT TAX & REDDITO DI CITTADINANZA/ Alla fine l’Europa ci imporrà la patrimoniale

L’economia rallenta e cresce il rischio povertà. Si possono portare riforme fiscali e sostegno al reddito fuori dal calcolo deficit/Pil? Secondo LUIGI CAMPIGLIO la Ue non lo accetterà

LaPresseLaPresse

S&P taglia le stime di crescita 2018 dell’Italia all’1,3% e l’Istat, oltre a segnalare un’economia in rallentamento, dagli ordini all’export, lancia l’ennesimo allarme: un terzo degli italiani è a rischio povertà. Per l’Italia diventa sempre più urgente intervenire per dare una svolta, pur mantenendo i saldi di bilancio. E proprio ieri è stata ventilata l’ipotesi, maturata in un vertice interministeriale tra titolari di dicasteri che si occupano di materie europee, di chiedere alla Ue la possibilità di stralciare dal rapporto deficit/Pil le riforme fiscali (leggasi flat tax) e le misure a sostegno del reddito (cioè il reddito di cittadinanza). Bruxelles accetterà questa impostazione?  “Premesso che si tratta di una proposta che sta in piedi e che ha una notevole rilevanza – risponde Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano – non sono ottimista sull’accoglimento da parte dell’Europa”.

Perché?

La questione vera è che dobbiamo tenere presenti due aspetti: da un lato, il decoupling tra crescita – anemica, val sempre la pena ricordarlo – dell’economia italiana e andamento della povertà e delle diseguagliaqnze; dall’altro, dobbiamo ricordare un numero, di cui poco o quasi mai si parla, ma che in Europa riporteranno a galla, e che possiamo sintetizzare così: sì, è vero – ci diranno a Bruxelles – avete questa situazione economica difficile e questi squilibri, ma il vostro rapporto tra ricchezza privata e Pil è elevatissimo. Ecco il numero: oggi l’ordine di grandezza di quel rapporto è pari a 7 volte. E negli ultimi anni, nonostante la crisi, ha avuto una crescita accentuata.

Questo cosa comporta?

Veniamo al nocciolo della questione: siamo considerati un Paese “ricco” se calcoliamo la ricchezza come rapporto, molto elevato, capitale (finanziario e reale)/Pil. Un rapporto – e questo è un dato importante – che negli ultimi 15 anni è cresciuto in modo veloce, proprio mentre l’economia decelerava. La questione vera è che un rapporto così dipende da come viene letto e interpretato.

In che senso?

Secondo me, è la conseguenza della nostra crisi. Resto molto convinto che sia la prova provata dei fattori che hanno contribuito alla nostra crisi.

Quali sono questi fattori?

Gli elementi forti sono due: la decelerazione del Pil e il crollo demografico. La combinazione di questi due fattori ha originato l’esplosione di questo rapporto. Lo stock della ricchezza reale, che è composta essenzialmente da patrimonio industriale e stock abitativo – quest’ultima tra l’altro è la voce che è cresciuta di più in Italia prima della crisi -, è il numeratore, mentre il Pil è il denominatore, ma il denominatore in questi anni è inciampato pesantemente a causa di una serie di politiche sbagliate. Dunque, abbiamo un denominatore in affanno e un numeratore che non va male, ma, prima cosa, dobbiamo ricordarci che le attività finanziarie, finchè sono sulla carta, finchè non sono liquide, finchè i guadagni non vengono realizzati, rimangono, appunto, solo sulla carta. Se il giorno dopo l’asset cade, il guadagno è perso. E in più le attività finanziarie sono molto concentrate: basti pensare che il Qe ha beneficiato solo i redditi molto elevati, il famoso 1%, dove si trova la parte più consistente della ricchezza finanziaria.

E la ricchezza reale?

Anche questa è concentrata, ma un po’ meno. Basti pensare alla quota di italiani che hanno le case di proprietà. Ma anche in questo caso, un conto è abitare nel centro di Milano, un altro nell’hinterland. Se la casa viene messa a reddito, il ritorno è ottimo. Se ci si vive, viene imputato come reddito ciò che uno pagherebbe qualora non fosse di proprietà ma dovesse andare in affitto. È il cosiddetto affitto figurativo, che viene trattato come fosse un reddito da capitale e rientra nel calcolo del Pil.

Sta dicendo che sono ricchezze che creano una sorta di illusione ottica?

No, la ricchezza reale e finanziaria è più un simbolo, anche se molto concreto. Però, per fare un esempio, qualora si ricevesse un’impresa in eredità, un conto è decidere di vivere di rendita, un altro conto è continuare l’attività di impresa: in questo caso a trarne giovamento sarebbe anche la crescita economica. Non a caso, negli Stati Uniti il rapporto ricchezza/Pil è più basso, intorno a 5, ma questo non vuol dire che noi siamo “ricchi” e gli americani “poveri”. Piuttosto, meno il rapporto va all’insù, più un Paese è dinamico, cresce con maggiore impeto. Ed è quello che sta accadendo nei Paesi dell’Est o in Germania. Un solo dato: in Italia, nel periodo 2007-2017 il Pil pro capite in termini reali è calato dell’8,4%, in Germania è cresciuto del 10%. Il che vuol dire che i tedeschi hanno affrontato il decennio della crisi con una crescita media dell’1%.

Alla luce di quanto detto, che cosa dobbiamo aspettarci dall’Europa?

Dobbiamo essere consapevoli che, qualora chiedessimo di scomputare dal rapporto deficit/Pil le riforme fiscali e le misure a sostegno del reddito, ci verrà chiesto di introdurre una patrimoniale. Direi che è scontato che ci risponderanno così, ci diranno: voi siete ricchi.

Ma il ministro Tria ha smentito che questa ipotesi sia sul tavolo e finora abbiamo detto che questa ricchezza va interpretata nel modo corretto…

Infatti noi dobbiamo essere consapevoli di questo e pronti ad affrontare questa obiezione. Noi non siamo un Paese così “ricco” come quei dati fanno supporre, siamo un Paese di grandi potenzialità, che però non sappiamo sfruttare a pieno. Ma questi ratio vanno interpretati per non legittimare nuovi aumenti di austerity, perché con un livello così deteriorato tra povertà e Pil noi dobbiamo fare politiche di riforme e di crescita.

Flat tax e reddito di cittadinanza si faranno insieme, di pari passo. Che ne pensa?

Il reddito di cittadinanza è un sostegno alla disoccupazione, mentre la flat tax potrebbe funzionare se fatta con intelligenza. Certo non deve limitarsi a essere un bonus a vantaggio dei redditi più alti.

Torniamo all’Europa. Alle nostre poposte obietteranno solo con la patrimoniale?

No. Secondo me, anche se nessuno lo dirà apertamente a muso duro, aleggerà una seconda obiezione: ben altri sacrifici hanno fatto la Grecia, il Portogallo, la Spagna, dove ancora oggi la disoccupazione è al 17%. Paesi tutti “torchiati” dalla Troika in questi 10 anni. Insomma, a Bruxelles qualcuno alzerà il dito per obiettare: perché all’Italia viene riservato un trattamento più soft?

Siamo un grande Paese e poi oggi l’Europa sembra volerci concedere tempo, non è così?

Sì, è vero. Con la guerra dei dazi che può deflagrare da un momento all’altro anche per un nonnulla, in Europa guardano ai margini potenziali di crescita interni, finora non utilizzati appieno. Un’Italia che ritorna a respirare e a crescere è fondamentale. Ma per farlo non bisogna ammazzare la domanda interna, come è stato fatto; questa è cattiva politica. Con i consumi bassi, anche l’export non corre come dovrebbe, avanzo commerciale e posizione netta con l’estero si affievoliscono. Se esistesse una domanda interna cche potesse bilanciare questi rischi, la politica economica, e anche estera, dell’Italia sarebbe più solida e coraggiosa.

Professore, secondo lei, visto che a Bruxelles dovremo affrontare una trattativa non facile, meglio che a condurla sia un ministro combattivo come Savona o uno più diplomatico come Tria?

Savona è sicuramente un ministro competente, ma, alla luce delle sue dichiarazioni passate sulle ipotesi di uscita dell’Italia dall’euro, susciterebbe una certa perplessità nei suoi interlocutori. Trovo invece che Tria mostri un atteggiamento positivo quando dice: noi possiamo camminare da soli, ma se volete darci una mano saremo in grado di andare più veloci. È un atteggiamento negoziale che può aprire spazi e legittimazione. Questo è quel che deve fare la politica.

(Marco Biscella)

FINANZA/ Il piano di Savona per la rivoluzione dell’Italia

Giovedì si è riunito il Comitato interministeriale per gli Affari europei, presieduto da Paolo Savona, che ha preso un’importante decisione. Ce ne parla GIULIO SAPELLI

Paolo Savona (Lapresse)Paolo Savona (Lapresse)

Giovedì si è riunito per la prima volta con il nuovo Governo il Comitato interministeriale per gli Affari europei, istituito con la Legge 234 del 2012. Il Professor Paolo Savona, ministro per gli Affari europei, lo presiedeva, alla presenza dei due vicepresidenti del Consiglio, del ministro dell’Economia, e dei ministri delle Politiche agricole, delle Infrastrutture, dei Rapporti col parlamento e la Democrazia diretta, della Pubblica amministrazione e, per finire, degli Affari regionali e delle Autonomie. Tutto ciò in previsione della riunione in seduta congiunta il 10 luglio delle Commissioni di Camera e Senato delle politiche per l’Unione europea. 

Un atto di alto valore simbolico e insieme di profondo significato operativo: Governo e Parlamento insieme si apprestano a discutere puntualmente quello che è il punto archetipale che fonda il rapporto tra istituzioni comunitarie e politiche economiche di stabilità e di crescita. Il comunicato emesso contiene un’affermazione importante e veramente inconsueta. Riferendosi a quella connessione, testé citata, così si afferma: “(su tale connessione) occorre operare se si vuole che il mercato comune e l’euro sopravvivano sul piano del consenso politico che trae alimento nella crescita del benessere economico e sociale dei paesi membri”, e si sottolinea fortemente l’importanza di realizzare investimenti pubblici con il duplice scopo di innalzare l’attuale, insoddisfacente, tasso di crescita reale e, in tal modo, avviare la rimozione di quei dualismi di produttività che, si dice, “minano lo sviluppo socio-economico e la stessa efficacia della politica monetaria comune”. 

Si tratta di affermazioni che escono direttamente, per chi ne conosce la prosa, dalla penna del Professor Paolo Savona. Il fatto che si scelga una linea tutta contenuti, dall’indubitabile e alto profilo tecnico, per iniziare a discutere delle questioni europee, sconfessa tutte le tesi di coloro che affermano che questo sia un governo populista, ossia che scelga il confronto con i trattati europei, che sono da cambiare, sulla base della demagogia e sull’astratta e altrettanto demagogica richiesta di fuoriuscita dall’euro, uscita che altro non farebbe che colpire, con terribili convulsioni, proprio quei ceti sociali e quegli apparati produttivi che, con i nuovi investimenti, si vorrebbe invece proteggere e rilanciare. 

L’ambizione di Savona è certamente quella di creare una task force operativa di alta qualità tecnica, ma che abbia nel contempo una execution politica e questo non può che essere effettuato se non con il coordinamento dei vari ministeri. In un’Europa in cui il governo Macron è indebolito da uno sfaldamento della sua base parlamentare, che pare progressivo per le proteste che solleva la sua politica sociale e istituzionale, con una Germania in cui l’indebolimento della Merkel è così preclaro da disvelare tutta la debolezza, non solo della grande coalizione, ma anche dello storico rapporto tra Cdu e Csu, è importante il proporsi di un’Italia ragionante che tiene il punto sulla necessità di cambiare profondamente la politica economica europea: e questo partendo, più che dalla moneta e dal fisco, dagli investimenti che creino crescita reale. 

Reale perché si dà vita a nuovi stock di capitale fisso, a nuove imprese, a nuove infrastrutture, indirettamente, ma fortemente rivoluzionando la filosofia sin qui seguita della Cassa depositi e prestiti. Protesa, quest’ultima, a divenire un nuovo ospedale di salvataggio di aziende malate, tipo l’Iri degli anni Trenta, invece che l’asse di creazione di un nuovo Stato imprenditore, robusto e sano. 

Orbene, la politica italiana inizia il suo risveglio, inizia a configurare un suo nuovo destino, superando servilismi e subalternità. Tipici della borghesia compradora e delle sue classi politiche che negli ultimi vent’anni ci hanno mal governato.