Vi racconto le ultime fissazioni di Carlo Cottarelli

 startmag.it 7.7.18

Il commento di Gianfranco Polillo sulle più recenti esternazioni di Cottarelli

Carlo Cottarelli vs. Giovanni Tria. Mr. Forbice, candidato premier per qualche giorno, in una missione rilevatesi impossibile, teorizza il “fermi tutti”. Obiettivo primario è la riduzione del debito. Tutto il resto, come la sussistenza, viene dopo. Il ministro dell’Economia, dal canto suo, dopo aver bloccato una deriva tendenzialmente esplosiva innescata dal rialzo degli spread e dal crollo della borsa – quel famoso martedì nero del 29 marzo – insiste sull’opzione sviluppo. Nella futura legge di stabilità vi sarà posto sia per una riduzione del carico fiscale che per il reddito di cittadinanza.

Naturalmente, tutto dipenderà dai numeri e dalla possibile intesa con la Commissione europea, con la quale occorrerà discutere. Ma l’importante è non arrendersi. Non esiste un destino “cinico e baro” che condanna l’Italia ad una perenne stagnazione. In cui il reddito prodotto cresce sempre meno della media dell’Eurozona, dove la disoccupazione, nonostante i recenti progressi, continua a mietere vittime, soprattutto tra la generazione degli esclusi, e il Mezzogiorno italiano assume, sempre di più le caratteristiche del vecchio Terzo Mondo. Baratro dal quale la maggior parte dei Paesi del Pianeta, con la solo esclusione dell‘Africa sub-sahariana, sono usciti.

Chi ha ragione allora? Se si rimane all’interno di uno schema neo-classico, Cottarelli può rifarsi alla “tirannia dello status-quo”. In economia sono gli automatismi del mercato a dettar legge. In passato gli italiani si sono comportati come spensierate cicale. Oggi é il tempo delle formiche. La vecchia favola di Esopo, che ha segnato l’educazione delle generazioni uscite dal dopo guerra. Quando l’Italia era tutta da ricostruire. Ma se si parla di “politica economica”, la prospettiva cambia. Il mercato rimane un punto di riferimento centrale, ma non esclusivo. I suoi equilibri statici vanno, allora, riconsiderati in una prospettiva dinamica.

Nel quadro tendenziale del DEF, elaborato da Pier Carlo Padoan, lo scorso 26 aprile, si prevede un avanzo crescente del saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Dal 2,5 per cento del Pil del 2018, si dovrebbe giungere al 2,9 per cento del 2021. Elemento sempre più di natura strutturale. Come valutare quest’anomalia, perché di questo si tratta? L’Italia é infatti il Paese che ha il ritmo di crescita più basso dell’Eurozona, il più elevato livello di disoccupazione (fatta salva la Spagna), ma anche il più forte attivo dei conti con l’estero, secondo solo alla Germania. La prospettiva neo-classica rimuove questo elemento di contraddizione, ma la politica, ancor prima della politica economica, può forse far finta di nulla?

Potremmo parlare a lungo dei pericoli insiti in un equilibrio di sottoccupazione, come questi semplici elementi mettono in rilievo. Non averli attentamente valutati a partire dal 2012 (Governo Monti) ha provocato lo smottamento dell’intero sistema politico italiano. Ma in questa sede ci basta riportare un passo del documento dei 5 Presidenti, che non é certo il vecchio manifesto di Marx ed Engels. Scrivono, a più mani, Jean-Claude Juncker, Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi e Martin Schulz, nel testo: “Completare L’Unione economica e monetaria”.

“La procedura per gli squilibri macroeconomici dovrebbe anche promuovere riforme adeguate nei paesi che accumulano in modo persistente consistenti avanzi delle partite correnti, se detti avanzi sono dovuti, ad esempio, all’insufficienza della domanda interna e/o ad un basso potenziale di crescita, in quanto anche ciò è importante per assicurare il riequilibrio efficace nell’ambito dell’Unione monetaria”. Ci sembra la risposta migliore alle preoccupazioni di Carlo Cottarelli. Una carta importante da giocare in sede europea. Come Giovanni Tria ha iniziato a fare, stoppando i propositi franco-tedeschi sul riordino della governance bancaria.