Deutsche Bank e non solo, ecco tutti gli affanni delle banche tedesche

Roberta Castellarin startmag.it 8.7.18

L’articolo di Roberta Castellarin, giornalista di Mf/Milano finanza, con l’opinione di Andrea Caraceni, ad di Cfo Sim, su un raffronto tra banche italiane e banche tedesche (come Deutsche Bank)

Negli ultimi mesi le azioni delle banche italiane hanno risentito dell’aumentata volatilità dei listini e dello spread in rialzo. Ma secondo Andrea Caraceni, amministratore delegato di Cfo Sim, offrono invece buone opportunità di investimento.

IL COMMENTO DI CARACENI SU BANCHE ITALIANE E TEDESCHE

“Il settore bancario quotato a Piazza Affari sta vivendo un momento positivo. A parte due casi, Carige e Banca Popolare di Sondrio che non hanno completamente risolto i problemi di governance e di forma societaria, possiamo affermare che le banche italiane listate abbiano superato le difficoltà degli ultimi anni e si apprestino a chiudere l’anno in crescita”, dice Caraceni. Che aggiunge: “Ci sono casi di eccellenza, sia in termini di dimensione, fondamentale per poter competere a livello internazionale, come Unicredit e Intesa San Paolo, sia di redditività con realtà più piccole come Credem, che hanno saputo modificarsi e adattarsi alla nuova realtà del mercato”.

IL CASO DEUTSCHE BANK

L’amministratore delegato di Cfo Sim sottolinea: “Questo andamento positivo delle banche italiane emerge ancora maggiormente se confrontato con altre nazioni, su tutte la Germania. Il recente caso di Deutsche Bank  la cui controllata americana che gestisce asset per 133 miliardi di dollari, non ha passato la seconda parte degli stress test annuali della Federal Reserve per carenze ampie e critiche. Questo caso lo ritengo essere solo la punta di un iceberg, visto che le banche tedesche oltre ad avere in pancia ancora moltissimi derivati, hanno mantenuto un modello di business poco efficiente”.

LE MAGNAGNE DELLE BANCHE TEDESCHE

Caraceni aggiunge: “Da sempre infatti sono afflitte da una bassa redditività di base e da un livello di costi operativi fra i più alti dell’Eurozona. Per ciò che riguarda i derivati attivi in portafoglio delle banche tedesche, il fenomeno è ancora più grave di quello che emerge, considerato che sono circa un terzo del totale europeo e che i titoli più opachi e rischiosi, quelli definiti di livello tre, sono circa il 40% del capitale netto tangibile, contro circa il 9% delle banche italiane”.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

Quando l’America aveva abbattuto un jet di linea iraniano e aveva festeggiato!

HOSSEIN NAZARI

counterpunch.org

Ogni anno, il tre di luglio, una dozzina di bambini iraniani, a bordo di un battello, gettano in mare dei gladioli per commemorare la memoria di donne, uomini e bambini innocenti, i cui corpi avevano galleggiato, come fiori, nelle acque del Golfo Persico. Quest’anno, la triste cerimonia segna il trentennale dell’abbattimento di un aereo di linea della Iran Air da parte della marina degli Stati Uniti, che aveva causato la morte dell’equipaggio e dei passeggeri, 290 persone in tutto, compresi 66 bambini. Il Volo 655 era in rotta da Teheran a Dubai e si trovava nello spazio aereo iraniano, sopra lo Stretto di Hormuz nel Golfo Persico, quando era stato abbattuto da un incrociatore lanciamissili della marina degli Stati Uniti, l’USS Vincennes, in quella che si sarebbe rivelata una delle più sanguinose catastrofi nella storia dell’aviazione mondiale.

Questo tragico evento aveva segnato un momento cruciale nei fin troppo deteriorati rapporti fra Iran e Stati Uniti. Infatti, questo incidente è stato solo uno dei molti episodi nella storia dell’Iran che hanno contribuito a rendere gli Iraniani sempre più ostili nei confronti delle politiche del governo americano verso il loro paese. Quasi quarant’anni prima, nel 1953, come ha rivelato di recente la pubblicazione di alcuni documenti desecretati della CIA, un colpo di stato orchestrato dalla stessa CIA aveva esautorato il Primo Ministro, democraticamente eletto, dell’Iran, il Dr. Mohammad Mosaddegh, che aveva nazionalizzato con successo l’industria petrolifera iraniana e scatenato, in questo modo, la collera degli Inglesi. Questo golpe, che aveva trasformato una festa nazionale in uno degli eventi storici più traumatici dell’inconscio collettivo della nazione iraniana, giustifica molto del sospetto e dello scetticismo iraniano nei confronti delle politiche americane, e di conseguenza inglesi, attinenti l’Iran. L’intervento americano negli affari iraniani non si era fermato al putsch.

Negli anni successivi al colpo di stato, diversi governi americani, insieme al regime israeliano, avevano aiutato lo Shah in carica a creare e a sviluppare il suo famoso apparato di intelligence, la SAVAK, responsabile delle torture e della morte di decine di migliaia di Iraniani prima della Rivoluzione Islamica del 1979. Dopo la Rivoluzione Islamica, diverse amministrazioni statunitensi avevano imposto all’Iran una serie di sanzioni “devastanti” e, durante gli otto anni della guerra scatenata dall’Iraq contro l’Iran, gli Stati Uniti avevano fatto tutto quello che era in loro potere per aiutare e favorire l’aggressione irachena, non solo fornendo a Saddam immagini satellitari e intelligence riguardanti i campi di battaglia, ma dotandolo anche di armi chimiche e ad alta tecnologia. L’abbattimento del Volo 655 non era stato perciò un evento completamente inaspettato per gli Iraniani, abituati all’aggressività americana, ma solo un’altro dei tragici traumi inflitti dagli Stati Uniti alla loro memoria collettiva.

Quello che, comunque, in questa tragedia è parimenti deplorevole  è l’atteggiamento americano verso la “controparte” iraniana. Il governo degli Stati Uniti aveva dichiarato che l’equipaggio della nave da guerra aveva confuso l’Airbus A300 iraniano con un cacciabombardiere Grumman F-14 Tomcat, dando chiaramente la colpa al pilota iraniano. Questa affermazione, in ogni caso, è assolutamente in malafede, dato che l’incrociatore americano era dotato dei più sofisticati radar dell’epoca, che potevano facilmente distinguere gli aerei civili da quelli militari. Inoltre, altre due navi da battaglia dagli Stati Uniti che si trovavano nel Golfo Persico avevano (correttamente) identificato come civile il jet iraniano. Indagini condotte da fonti indipendenti avevano confermato che il Capitano William Rogers, che era al comando della nave, aveva tenuto un comportamento imprudente, irresponsabile ed aggressivo e che la tragedia era stata tutto meno che inevitabile. Quasi due mesi dopo il disastro, un rapporto stilato dal Pentagono aveva confermato che tutte le “prove” a cui avevano fatto riferimento i rappresentanti ufficiali degli Stati Uniti per incriminare l’Iran erano da considerarsi nulle.

Quello che è ancora più assurdo in questo dramma che è costato la vita a 290 esseri umani è l’arroganza e la supponenza con cui gli Stati Uniti hanno affrontato l’argomento. Non solo non hanno mai ammesso nessun comportamento scorretto, ma, fino ad ora, si sono sempre rifiutati di porgere le scuse ufficiali all’Iran. Infatti, il 2 agosto 1988, l’allora Vice-Presidente degli Stati Uniti, George H.W. Bush, aveva dichiarato, senza un briciolo di rimorso, che “Io non chiederò mai scusa a nome degli Stati Uniti, mai. Non mi importa quali siano i fatti… non mi scuserò per questa America.” L’11 luglio 1988, l’Assistente Presidenziale per le Relazioni con la Stampa aveva rilasciato una dichiarazione in cui si affermava che “il Presidente ha deciso che gli Stati Uniti offriranno un indennizzo a titolo di favore, non per responsabilità od obblighi legali di alcun genere.” Gli Stati Uniti avevano poi tentato di insabbiare ulteriormente l’incidente, addossando la colpa della tragedia alla guerra Iran-Iraq. La dichiarazione rilasciata dall’Ufficio per le Relazioni con la Stampa del Presidente riporta:

La responsabilità di questo tragico incidente, e della morte di centinaia di migliaia di altre vittime innocenti, a causa della guerra Iran-Iraq, è tutta a carico di quelli che si rifiutano di porre termine al conflitto. Un fardello di responsabilità particolarmente pesante grava sul governo iracheno, che, per almeno un anno, si è rifiutato di accettare e applicare la Risoluzione 598 del Consiglio di Sicurezza, continuando ad attaccare proditoriamente naviglio inoffensivo e neutrale, con i relativi equipaggi, nelle acque internazionali del Golfo.

Altrettanto oltraggiosa era stata la dichiarazione in cui si condannava il “deprecabile precedente del sempre più frequente utilizzo di armi chimiche da ambo le parti.”

Dovevano passare più di dieci anni prima che l’amministrazione di Bill Clinton esprimesse unicamente un tiepido rammarico e offrisse una riparazione economica al governo iraniano. Comunque, tanto per aggiungere la beffa al danno subito dalla nazione iraniana, tutto l’equipaggio della Vincennes era stato decorato per aver partecipato ad un’azione di guerra e al Capitano William Rogers, il comandante della Vincennes, era stato insignito della Legione al Merito “per la condotta straordinariamente meritoria nell’espletamento di un’impeccabile servizio, dall’aprile 1987 al maggio 1989.”

L’abbattimento del Volo 655 è solo una, fra le molte, testimonianze storiche del comportamento suprematista degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran e contribuisce a chiarire il motivo per cui l’Iran ha sempre trovato difficile aver fiducia nell’Occidente, specialmente negli Stati Uniti. Anche se potrebbe essere solo un altro episodio di storia americana, già da tempo dimenticato, più di un quarto secolo dopo il tragico ricordo del Volo 655 è ancora scolpito nella memoria di molti Iraniani, che ricordano come se fosse ieri il terribile incidente. Questo probabilmente è il motivo per cui i recenti comportamenti anti-iraniani, le dichiarazioni di Donald Trump, che definisce un paese di 80 milioni di persone “una nazione terrorista,” il suo ritiro illegale dal trattato JCPOA, il divieto ai cittadini iraniani di entrare negli Stati Uniti e l’imposizione di nuove sanzioni all’Iran, ormai non meravigliano più nessuno. Negli ultimi quarant’anni gli Stati Uniti hanno sempre fatto praticamente  tutto quello che potevano, non solo per compromettere la Repubblica Islamica, ma anche per rendere più difficile la vita dei comuni cittadini. Quello che sembrano non aver ancora capito, però, è il fatto che, nonostante le loro molte differenze, i problemi interni e le difficoltà economiche, gli Iraniani, di fronte alla minaccia e alla rivalità dello straniero, tendono ad unirsi, specialmente adesso che l’uomo della Casa Bianca è riuscito a disperdere tutti i possibili dubbi sulle intenzioni degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran.

Forse quest’anno, il 4 luglio, durante tutti i festeggiamenti per l’indipendenza degli Stati Uniti, potrebbe valere la pena di fare una pausa e pensare al prezzo che ha dovuto pagare l’Iran per la propria indipendenza dall’Occidente, compresa una guerra, sanzioni disumane e gladioli che galleggiano sulle acque del Golfo Persico.

 

Hossein Nazari

Fonte: http://www.counterpunch.org

Link: https://www.counterpunch.org/2018/07/04/when-america-downed-an-iranian-airliner-and-celebrated-it/

04.07.2018

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Vi spiego perché attaccano Silenzi e Falsità

Non riuscendo a trovare scandali nel Movimento 5 Stelle, l’Espresso della “Tessera n.1 del Pd” Carlo De Benedetti si è specializzato nella produzione di aria fritta.

Vittorio Malagutti nel numero del settimanale uscito oggi in edicola mi tira in ballo in un articolo intitolato “Sovranisti con la cassa in Svizzera”.

Ritengo opportuno fare alcune precisazioni a riguardo.

Io non ho alcuna cassa in Svizzera. Quella semmai ce l’ha l’ex (la guida del gruppo editoriale GEDI ora è passata al figlio Marco) datore di lavoro di Malagutti, Carlo De Benedetti, che ha la residenza fiscale nel paese elvetico.

E non ho soldi nascosti all’estero, come vorrebbe insinuare l’articoletto.

Il mio tesoro sono i lettori di Silenzi e Falsità, che aumentano giorno dopo giorno a causa della disinformazione dei media mainstream.

Vorrei ricordare a proposito che la pagina Facebook collegata al nostro sito “Silenzi e falsità della stampa italiana” nel mese di maggio è risultata 14esima nella classifica dei media italiani più attivi sui social.

Forse qualcuno inizia ad avere paura.

infatti questo non è il primo attacco che subiamo dai dipendenti di De Benedetti.

Prima di Malagutti hanno attaccato Silenzi e Falsità:

– il giornalista noto per la fake news su “Beatrice Di Maio” Jacopo Iacoboni de La Stampa (altro giornale del gruppo GEDI di De Benedetti, già di Fca, azienda guidata dall’altro illustre cittadino svizzero Sergio Marchionne)

i ricercatori universitari italiani finanziati dall’Open Society di George Soros e da Repubblica

– Annalisa Cuzzocrea e Matteo Pucciarelli su Repubblica

– Susanna Turco sull’Espresso

Gli obiettivi di questi attacchi, e nello specifico di questo falso scoop dell’Espresso, sono due:

– screditare il Movimento 5 Stelle perché mio fratello Pietro Dettori è socio dell’Associazione Rousseau

– screditare le voci alternative che smascherano le bufale dei media come Repubblica, come abbiamo fatto in svariate occasioni

Ma questi signori hanno sbagliato tutto.

Se davvero vogliono mettere in difficoltà Silenzi e Falsità smettano di raccontare balle e inizino a fare informazione come si deve.

Le loro bugie ci danno la forza di andare avanti.

Posta una statua di John Maynard Keynes a Roma. La giusta richiesta perchè il famoso

 scenarieconomici.it 7.6.18

 

Ieri un gruppo di coraggiosi ha posto sull’Esquilino, a due passi dalla Banca d’Italia, una statua del grande economista inglese John Maynard Keynes.

Sulla Statua è stata posta un’epigrafe che riporta la famosa frase “Nel lungo periodo siamo tutti morti” (Non l’esatto opposti citato dai media maistream… compreso quello che ha realizzato il video), traduzione della frase “But this long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead” che l’economista pose nel suo libro “A Tract on  monetary reform” del 1923.

Il gesto, di altro valore simbolico perchè la statua si trova davanti ala Vecchia Zecca ed è stata posta da Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre, autori del film PIIGS, in cui si ponevano in luce i danni della politica di austerità voluta ed applicata dall’Unione Europea.

Effettivamente una grande città come Roma meriterebbe una via o una statua dedicata a Keynes ed anche a Federico Caffè, ma per ora il nome di questi economisti sembra fare troppa paura…. Un governatore della Banca d’Italia potrebbe anche piangere, sentendoli nominare…..

Qui una breve biografia di Keynes:

E , per chi volesse sentirlo, il suo annuncio sulla fine del Gold Standard  nel Regno Unito:

Estrazione illegale? Il Congo chiede i danni

FEDERICO FRANCHINI caffè.ch 8.7.18

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La vicenda dell’oro della Repubblica democratica del Congo (Rdc) e della raffineria Argor-Heraeus potrebbe non essere finita. Per lo meno da un punto di vista congolese. Il Paese africano ha infatti chiesto al Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) di poter consultare il dossier riguardante la procedura penale che Berna aveva aperto, e poi – va detto per correttezza – chiuso con un abbandono, nei confronti di una delle più importanti raffinerie d’oro del mondo. Il motivo della richiesta? Kinshasa intende agire civilmente nei confronti dell’azienda di Mendrisio.
Possibile? Andiamo con ordine. Nel 2013, in seguito ad una denuncia dell’Ong ginevrina Trial, la procura federale aveva aperto un procedimento penale. La causa: tre tonnellate d’oro raffinate in Ticino e provenienti da una zona dove era in corso uno dei conflitti armati più sanguinosi degli ultimi decenni e dove i combattenti si erano impossessati delle concessioni aurifere per arricchirsi e acquistare armi.
I potenziali capi d’accusa erano pesanti: riciclaggio di denaro e complicità in crimini di guerra. Nel marzo 2015, era però arrivato un decreto d’abbandono, firmato dal procuratore federale Andreas Müller, che aveva spazzato via le accuse, da sempre considerate prive di fondamento da parte della società. La procura, ricordiamo, aveva stabilito che non era possibile determinare che l’azienda sapeva che stava raffinando dell’oro di provenienza illegale. Tuttavia, nel decreto d’abbandono c’è anche scritto che la raffineria avrebbe potuto sapere che l’oro proveniva, con grande probabilità, dal Congo e che la vendita del metallo avrebbe potuto servire al finanziamento del conflitto. Il caso sembrava ad ogni modo chiuso. Tre anni più tardi, però, ecco che le autorità congolesi potrebbero riprendere in mano il dossier. È quanto emerge da una sentenza del Tribunale amministrativo federale (Taf), resa nota dalla newsletter giudiziaria Gotham City.
La sentenza concerne un ricorso con il quale la Rdc si è opposta alla decisione della procura federale di non trasmetterle il dossier in questione. Lo Stato africano aveva infatti chiesto di poter consultare il fascicolo dell’Mpc con lo scopo di procedere civilmente nei confronti della raffineria (e di altre due società coinvolte nella vicenda) e di farsi rimborsare per i danni di cui si ritiene vittima. Il Congo ritiene che i dati contenuti nel dossier lo riguardino nella misura in cui riguardano il saccheggio di tre tonnellate d’oro estratte illegalmente dal suo territorio da parte di milizie ribelli. Di fronte al rifiuto della Procura federale, Kinshasa ha fatto ricorso davanti alla giustizia. Ricorso che è stato parzialmente accolto dai giudici di San Gallo: la causa è rinviata all’Mpc che dovrà adesso riesaminare la domanda d’accesso al dossier.
Contattato dal Caffè, Pierre Bayenet, l’avvocato svizzero che rapprsenta il Paese africano, dice di sperare che, grazie a questa decisione, il Congo possa “ottenere una compensazione legittima per il saccheggio di cui il suo suolo è stato vittima”.

Richiedenti l’asilo a lezione d'”amore”

PATRIZIA GUENZI caffe.ch 8.7.18

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Migranti e sessualità. È ancora tabù. Per la Svizzera e per gli stranieri. Spesso si aspetta che siano i richiedenti l’asilo a farsi avanti, a chiedere un consiglio, una visita ginecologica, un contraccettivo… Nel canton Vallese, invece, il responsabile del Dipartimento sanità è convinto che un progetto di integrazione debba comprendere anche la sessualità. Ha quindi organizzato dei corsi di educazione sessuale, obbligatori, per richiedenti l’asilo: dall’età del consenso alle mutilazioni genitali femminili, dall’autonomia sessuale ai metodi contraccettivi all’intimità. “Queste persone devono conoscere le strutture esistenti dove rivolgersi per chiedere aiuto – spiega Véronique Eckert, consulente sessuale che si occupa dei corsi -. Bisogna semplificare il più possibile l’accesso alle informazioni”.
Informazioni che in Ticino il Centro di registrazione di Chiasso assicura ai migranti appena arrivati. “Molto generiche – spiega la responsabile del Centro, Micaela Crippa -. Per i nostri ospiti forse sarebbe prematuro un corso, ma in generale iniziative di questo tipo sono senz’altro positive”. Anche per Brenno Balestra. Il primario di medicina interna all’ospedale di Mendrisio, “nosocomio di frontiera” per i migranti, ammette infatti che questo è un aspetto ancora trascurato. “Tuttavia – osserva -, non vorrei che queste iniziative siano dettate più da un bisogno nostro (di sicurezza, di ‘civilizzazione’), non dei migranti”. E tornano alla mente i fatti di Colonia del Capodanno 2016: decine di donne avevano denunciato alla polizia tedesca di essere state stuprate da un gruppo di uomini di origine nordafricana. Per il sindaco di Colonia non c’erano prove che tra gli aggressori ci fossero profughi.
Comunque sia, è evidente l’esigenza di parlare di sesso, ma anche di sentimenti, di parità tra uomo e donna coi richiedenti l’asilo. “C’è ancora la tendenza a considerare il sesso un affare privato – osserva la direttrice dell’Associazione Salute Sessuale Svizzera, Barbara Berger -, ma ricordiamo che per uno straniero l’accesso alle informazioni è molto più complicato”. Berger da sempre insiste sull’importanza di sostenere soprattutto i gruppi più vulnerabili e in settimana ha sollecitato la Confederazione affinché garantisca l’accesso alle cure e limiti le disuguaglianze e le discriminazioni nel campo della salute. “In particolare nei confronti delle donne in gravidanza – sottolinea -, per le quali le attenzioni sono spesso insufficienti, come lo dimostrano studi recenti. Faccio un esempio: i corsi preparto, dovrebbero essere tradotti simultaneamente”.
Monica Marcionetti, di Antenna May Day, a Lugano, che collabora con consultori e altri servizi di aiuto ai migranti, ha qualche perplessità sull’obbligatorierà di questi corsi: “Imporli mi sembra poco opportuno – osserva -. Penso sia meglio creare prima un clima di fiducia, come cerchiamo di fare noi durante gli incontri, per aiutare queste persone a confidare eventuali timori, difficoltà o problemi legati anche alla loro sfera sessuale”.
Prima del canton Vallese, la Germania ha organizzato “lezioni di sesso”, proprio sull’onda dello scandalo del Capodanno 2016, con una pagina web, “Zanzu”. Un elenco, in dodici lingue, per i nuovi arrivati su quali comportamenti tenere se vogliono avere rapporti sessuali con le donne tedesche. Un’iniziativa che Heinz-Jürgen Voss, esperto in sessuologia dell’Università di Merseburg, ha subito definito “razzista”, perché parte dal presupposto che gli stranieri hanno un’educazione sessuale inferiore a quella dei tedeschi. Melete Solomon, psicologa, coordinatrice di Amic, Associazione di mediatrici interculturali a Ginevra, replica: “Ciò che per noi occidentali è la normalità, salutarsi con un bacio o un abbraccio, stringersi la mano, per chi proviene da Paesi come la Siria, Afghanistan o Eritrea non lo è. Spiegare i nostri usi e costumi è fondamentale”. Ma anche, aggiunge Véronique Eckert, “affrontare il tema dell’uguaglianza tra uomo e donna, della contraccezione, dei sentimenti, del pudore, spiegare cosa vuol dire un no”.
E Berger invita tutti a prestare più attenzione e sensibilità nei confronti delle ragazze mutilate, costrette a sposarsi giovanissime con la forza, o violentate durante il viaggio verso l‘Europa. Un percorso molto pesante per alcune di loro. “C’è ancora molto da fare, non tutte le regioni della Svizzera garantiscono gli stessi trattamenti”, dice.
Dal 2014 i cantoni dispongono di un programma di integrazione che aiuta ogni migrante a orientarsi, identificarsi nella nuova realtà, affrontare le questioni legate ai temi culturali, della politica, del lavoro e della salute. “Per molti stranieri è ancora un tabù la sessualità – osserva Solomon -. Le donne si vergognano a farsi vedere incinte, hanno difficoltà a chiedere aiuto. L’accesso ad ogni e qualsiasi informazione di orgine sessuale è un loro diritto”.
Un diritto, certo, ma forse non così urgente. Prima ci sono altri bisogni, secondo Brenno Balestra. “Non sono sicuro che l’educazione sessuale sia una delle necessità più immediate per queste persone in cerca di asilo, di sicurezza, di occupazione, di familiari dispersi, di cure mediche immediate, ecc. – osserva il medico -. Diverso è, probabilmente, in un programma d’integrazione una volta ottenuto l’asilo e risolti i problemi più immediati. Sarebbe però interessante sapere cosa ne pensano i migranti stessi”.

p.g.

L’Europa risparmia sui migranti e poi spende e spande per le armi. Strasburgo approva il nuovo programma militare

Carmine Gazzanni lanotiziagiornale.it 6.7.18

Juncker

Da una parte la difficile partita sui migranti, per la quale l’Unione europea ancora non intraprende una strada chiara ed evidente, dall’altra il capitolo sulle spese militari, su cui la posizione dell’Ue è più che mai incontrovertibile: finanziare, finanziare, finanziare. Come denunciato dalla Rete europea contro il commercio di armi (Enaat), in cui rientra anche l’italiana Rete per il Disarmo, nel silenzio generale pochi giorni fa il Parlamento europeo ha adottato il “Programma europeo di sviluppo industriale per la difesa”, proposto dalla Commissione europea nel giugno 2017.

Ma di cosa stiamo parlando? In sintesi, secondo l’associazione, di sovvenzioni per l’industria degli armamenti. In questo modo, infatti, “il Parlamento Europeo sancisce il passaggio di paradigma dell’UE verso una sicurezza basata sulle armi (“hard security”) e con risposte principalmente militari a problemi complessi, nonché un’eccessiva influenza del complesso militare-industriale sugli sviluppi politici dell’UE”. Le stesse società ed aziende che hanno accompagnato e consigliato l’Unione europea, tra cui anche l’italiana Leonardo, in questo percorso potranno essere i principali beneficiari del fondo. Che non sarà di poco conto: il programma, infatti, sposterà ogni anno almeno 500 milioni di euro del bilancio globale Ue 2019- 2020 verso lo sviluppo di nuove armi, “comprese tecnologie militari controverse quali i sistemi d’arma senza equipaggio o completamente autonomi”, a cominciare dai cosiddetti “killer robots”.

Ma non è tutto. Come denuncia ancora l’Enaat, infatti, di questo passo si arriverà facilmente al vero obiettivo finale. Il “Programma europeo di sviluppo industriale per la difesa”, infatti, altro non è che il precursore del Fondo per la Difesa che, nei piani della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker dovrebbe comportare, se non si dovesse intervenire, nel periodo 2021-2027 un versamento totale di 13 miliardi di euro all’industria degli armamenti dal solo bilancio dell’Ue, “più di quanto si destina all’aiuto umanitario. Con decine di miliardi ulteriori provenienti da possibili contributi nazionali”. Il rischio è concreto e, almeno per ora, a poco sono servite le denunce delle associazioni. Senza dimenticare la petizione firmata in tutta Europa da oltre 800 scienziati e accademici, con un testo che invita l’Unione europea a interrompere il finanziamento della ricerca militare. Chiedendo anche ai propri colleghi nella comunità scientifica e di ricerca di unirsi all’iniziativa. Finora tutto tace. E Strasburgo, nel frattempo, approva.

Carlyle avvia la cessione di Comdata: incarico a Bnp e Ubs

http://carlofesta.blog.ilsole24ore.com/2018/07/07/

Il fondo di private equity Carlyle avvia la cessione del gruppo Comdata, tra i leader europei nel settore dei contact center.

Dopo lo shopping in Europa, con una crescita dimensionale per l’azienda, divenuta ormai una vera e propria multinazionale, ora Comdata potrebbe essere ceduta dal fondo statunitense nella seconda parte dell’anno. Così il gruppo finanziario americano, guidato in Italia da Marco De Benedetti, starebbe iniziando a valutare la valorizzazione della partecipazione, viste anche le numerose sollecitazioni arrivate da possibili acquirenti e i dossier presentati da diverse banche d’affari. Un mandato in questa direzione sarebbe così stato affidato alle banche d’affari Bnp Paribas e Ubs. Il fondo Usa è entrato in Comdata nel 2016: ora detiene l’80% della società. L’altro 20% è in mano ad altri azionisti e ai manager.

La società è cresciuta per acquisizioni negli ultimi anni, tra cui l’ultima della parigina Cca International. Sotto la guida del ceo Massimo Canturi,  Comdata Group punta a raggiungere quest’anno, un fatturato globale di un miliardo di euro, dei quali circa 300 milioni provenienti dalle attività in Francia, mercato importante per l’azienda assieme a l’Italia. Il 2017 si era invece chiuso con 769 milioni di euro di ricavi.

Lega, indagine su 100 conti in 40 banche: così la Procura cerca i milioni «scomparsi»

di Andrea Pasqualetto corriere.it 8.7.18

Al vaglio della Procura di Genova i rapporti bancari nel mondo del Carroccio

Dal nostro inviato
GENOVA — Conti correnti, libretti di risparmio, depositi, rapporti bancari di ogni genere. Gli uomini del Nucleo di polizia economica di Genova stanno cercando di districarsi nel complesso mondo finanziario della Lega, centrale e periferica. Un’indagine che al momento ha fissato l’ordine di grandezza del sistema: una quarantina di istituti di credito nei quali sono stati aperti quasi cento conti di varia natura. I numeri danno l’idea del lavoro che sta affrontando la procura, dove è stato aperto un fascicolo per riciclaggio del quale si sta occupando la Finanza. Non ci sono indagati, ha detto il procuratore capo Francesco Cozzi, che nei giorni scorsi aveva precisato come questi movimenti di denaro «possano essere anche leciti, si tratta di verificarlo».

Il fascicolo è stato aperto sulla base della denuncia di un ex revisore dei contidella Lega, Stefano Aldovisi, condannato il 24 luglio 2017 al processo per i cosiddetti «rimborsi truffa» che ha visto sul banco degli imputati anche il vecchio leader del Carroccio Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Alla sentenza aveva fatto seguito, il 4 settembre, un sequestro preventivo di 49 milioni di euro, considerato dai giudici il prezzo della truffa che si sarebbe consumata fra il 2008 e il 2010. Ma gli investigatori nelle casse della Lega di milioni ne hanno trovati solo 3.

«Al 31 dicembre del 2011 nel bilancio del movimento politico c’era un attivo di 47.791.649 euro, dei quali 20,3 in titoli e 12,8 milioni di liquidità», ha scritto Aldovisi nel suo esposto chiedendo alla procura di indagare sui flussi di denaro che nei sei anni successivi hanno portato a prosciugare le casse del Carroccio. L’ex revisore ha suggerito al pm un servizio del settimanale L’Espresso nel quale si parla 19,8 milioni di euro trasferiti dai conti di due banche di riferimento del partito, la filiale Unicredit di Vicenza e la sede milanese della Banca Aletti, «per essere messi in sicurezza».

La segnalazione di Aldovisi non è disinteressata naturalmente. L’uomo dei conti della Lega del Senatùr sta infatti tentando di recuperare i 40 mila euro che gli sono stati sequestrati il 30 novembre scorso come conseguenza della condanna. In sostanza, Aldovisi sostiene che il denaro esiste, basta cercarlo, e l’indagine sul riciclaggio punta a questo. E incrocia inevitabilmente lo strascico del processo per i rimborsi pubblici, rispetto al quale la procura potrebbe dover presto recuperare quei 49 milioni, forte della sentenza della Cassazione che ha affermato il principio dei sequestri sulle entrate future del partito e dell’ «ovunque si trovi il denaro e presso chiunque». Principi che devono però essere prima recepiti dal tribunale del Riesame e poi diventare esecutivi.

Senza aspettare quella data, la Guardia di finanza va a caccia del denaronell’ambito dell’inchiesta sul riciclaggio. Imbattendosi in un labirinto di bonifici, prelievi, giroconti, da una banca all’altra, dal centro alle periferie. È spuntata la bolzanina Sparkasse dell’epoca Maroni, la Popolare di Vicenza e molte altre banche: una quarantina appunto. Sono state avviate rogatorie con l’estero e si cerca di capire il legame economico fra la vecchia Lega e la «Lega per Salvini premier», che è un soggetto autonomo. «Però attenzione — hanno avvertito prudentemente in procura — non è detto che i movimenti siano illegali».

Gad, il Rolex e San Francesco

ROSANNA SPADINI comedonchisciotte.org 7.7.18

DI ROSANNA SPADINI

comedonchisciotte.org

L’appello di Gad Lerner per i migranti dal suo terrazzo assolato e col Rolex al polso, ha destato una serie di critiche sulla sua pagina Twitter. Il giornalista ha postato una foto con la camicia rossa in adesione all’appello «Maglietta rossa», un’iniziativa lanciata da Libera e altre associazioni che chiede alle persone di indossare – oggi – una maglietta rossa che è diventato il simbolo dei migranti morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa.  «È solo un piccolo gesto di attenzione, ma facciamolo #magliettarossa #7luglio per fermare l’emorragia di umanità», rappresentato naturalmente dal governo Salvimaio, e soprattutto da Salvini.

Gad ha inizialmente risposto con ironia alle critiche: «Se guarda bene, caro il mio proletario, ho anche il Rolex al polso», dice infatti a un commentatore che aveva commentato «bel terrazzo». «Il suo problema non è il Rolex ma l’assenza di senso del ridicolo», scrive qualcun altro.

Giusto commento per l’ambiguità di Gad (vera o interessata?), mettere in evidenza proprio la mancanza del senso del ridicolo e la cattiva fede di un giornalista, che dovrebbe diffondere le vere cause del fenomeno immigrazione e invece si piega ai diktat del capitale globalizzato.

Grandissimo Gad, ancora immerso nei vecchi schemi di un falso giornalismo politico, che ha rinunciato all’indagine profonda dei fenomeni, quindi relegato alla superficialità dell’indagine sociale e dei giudizi politico valoriali. La prassi per altro è ovvia, il dibattito pubblico gaddiano si deve necessariamente svolgere secondo principi stereotipati, discutere per concetti a grana grossa quando la realtà postmoderna è fatta di grana sottilissima, seguire ossessivamente la bussola ontologica del pensiero unico piddino, senza sentire la necessità di decidere caso per caso, odiare il nemico fascista, razzista, populista e adorare l’amico nero che arriva martoriato sulle navi delle santificate Ong.

Non importa se tutti noi siamo costretti a vivere in una bolla mediatica dove i network rappresentano il braccio armato del potere globalizzato, riprodotto magistralmente proprio dai volti insipidi e scialbi di Lerner, Boldrini, Renzi, Bersani, Cuperlo, D’Alema, Boeri… e tutta la ditta della cosiddetta sinistra.

Fascismo e razzismo esistono solo nelle loro denunce anacronistiche, per altro sostenute da persone che hanno ricalcato negli ultimi anni un razzismo al contrario, contro i milioni di giovani precari italiani, costretti ad espatriare all’estero per trovare un lavoro decente, contro i milioni di poveri italiani in continuo aumento, contro i numerosi imprenditori che si sono tolti la vita per il dissesto finanziario delle loro attività.

Peccato che il grande Gad non sia stato in grado di percepire la vera essenza del populismo di governo, che così rozzo e così brutale, ha però percepito nel profondo la realtà, quindi si è fatto carico di denunciare il verbo crudele delle politiche globalizzate, che negli ultimi trent’anni hanno fissato le coordinate per lo sgretolarsi del tessuto sociale, l’esaltazione della libertà dell’individuo a scapito della dimensione sociale, la volgarità di una libertà fasulla, che produce l’aumento dell’impotenza collettiva e la paralisi della politica, diventata sempre più insignificante.

Il vecchio Gad attinge al gigantesco cantiere del pensiero unico globalizzato, di cui lui fa  parte a pieno titolo, con i suoi profeti e architetti, pronti a celebrare prevedibili comportamenti sociali e a demonizzarne altri. Il pensiero obbligato, politically correct della falsa sinistra, che criminalizza e scomunica le idee divergenti, e anche la stessa libera indagine documentata dei fatti.

Su questi diktat sono state costruite fedeltà obbligate, che continuano ad oscurare il vero conflitto esistente, quello dell’eurocrazia mondialista contro il nazionalismo sovranista.

Il radical chic porta un rolex al polso e se ne fotte dei proletari che hanno perso il lavoro o che sono destinati ad un precariato a vita. Perché invece non dice che questo meccanismo di accoglienza, gestito da Ong e Cooperative varie, rappresenta una nuova tratta degli schiavi, su cui lucrano molti soggetti privi di scrupoli? Perché si mette alle dipendenze dell’affarismo mondialista, e cerca di colpire emotivamente l’elettorato, per permettere alle Ong di vendere il loro carico prezioso a qualche agenzia filantropica, mentre in realtà sono proprio loro gli aguzzini negrieri?

Perché non dice nulla dei sindacati liberisti, che stringono accordi con il capitale, destinando i proletari senza rolex a precarizzazione selvaggia o disoccupazione sistemica, e riducendo l’Italia ad economia da terzo mondo e a terra di sfruttamento, mentre i metalmeccanici tedeschi hanno raggiunto le 28 ore settimanali con aumento dei salari? Perché non dice che CgilCislUil  e Confindustria hanno osteggiato contratti decorosi per i lavoratori, e stanno già progettando privatizzazioni di fondi pensione, sanità privata, formazione sul lavoro, perché questo sembra essere diventato il loro primo interesse?

Dei «fascisti» al governo denuncia nei suoi tweet gli errori: il razzismo, l’inciviltà, la superficialità, l’astuta propaganda populista. Nulla di nuovo sotto il sole del resto, nel tempo liquido e selvaggio del fenomeno immigrazione, nessuno si sarebbe aspettato che Gad potesse capire.

Ma non dovrebbe sfuggire all’attenzione nemmeno che esiste un razzismo anche verso gli italiani, da parte di quelle forze politiche che hanno negato loro il lavoro, il welfare e un reddito minimo garantito che consenta di sopravvivere con dignità a questa crisi devastante, che arricchisce i pochi (proprio quel George Soros che finanzia le Ong) e affama i tanti.

Il neoliberismo mondialista del capitale domina ancora la propaganda mediatica, attraverso tv, network e talk show, quindi grazie alla sua posizione egemone, diffonde propaganda istituzionale pro-immigrazione e pro-eurocrazia, servendosi per altro di una pseudo «sinistra», censoria e mercenaria, che occupa storicamente tutti gli spazi «culturali» al fine di oscurare, delegittimare, criminalizzare e attaccare, i critici del modello economico proposto.

Li vediamo tutti i giorni a Omnibus, L’aria che tira, Tagadà, Otto e mezzo, In onda, Di Martedì, Porta a Porta…

Il metodo tipicamente fascista è il loro, perché impone quotidianamente la propria visione del mondo, senza ammettere alcuna replica, tacciata sempre e comunque d’immoralità, estremismo, populismo, irrazionalismo, nonché di fake news.

Basterebbe affermare che la sinistra è in profonda crisi da anni semplicemente perché ha smesso di fare la «sinistra», cioè di occuparsi dei problemi delle classi medie e di quelle meno abbienti. Si è fatta stordire dalle sirene del neoliberismo, dimenticando le proprie radici, ha abdicato al proprio ruolo di tutela dei più deboli, non ha combattuto contro la distruzione dei diritti sociali (libertà, sicurezza, lavoro, rapporti sociali, welfare), sostituiti talvolta solo da diritti detti civili (unioni civili, ius soli) e dal diritto di collaborare a portare guerra e distruzione al comando dei padroni del vapore (Nato, Usa), contro chi si sarebbe macchiato di violazione dei diritti umani (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria).

Nel frattempo si è consolidata un’élite finanziaria sovranazionale, eurocratica, eminentemente atlantista, che attraverso l’accumulo di ricchezze, impensabili nel quadro della vecchia lotta di classe e con gli strumenti tecnologici di cui mantiene il monopolio, si assicura una concentrazione di potere senza precedenti nella storia. Processo che ha potuto avanzare senza incontrare grandi ostacoli grazie soprattutto alla complicità esplicita, di giornali, intellettuali e programmi, che si qualificano di sinistra. Una complicità a volte pienamente consapevole, e quindi colpevole, dovuta alla definitiva incomprensione dei nuovi rapporti di forza, alla mancata comprensione dei mutamenti radicali avvenuti nella società e nell’economia, alla sudditanza nei confronti dei dominanti.

Perché il vecchio Gad non racconta di come i vari soggetti della commedia hanno affrontato il fenomeno della fuga dei cervelli, giovani generazioni destinate a cercare lavoro all’estero, costretti dalla violenza di una globalizzazione che ha prodotto chiusura di fabbriche, perdita di posti di lavoro, migrazioni selvagge promotrici di dumping salariale e di ulteriori trasferimenti di ricchezza dal basso verso l’alto. La sinistra ha dimenticato le proprie origini, ha tradito i propri elettori e giustamente è destinata all’estinzione. Poco male, il fantasioso segretario del PD ha già in mente di dare vita ad un nuovo partito neoliberista, che segnerà definitivamente la fine della sinistra storica in Italia. E la cosa gli riuscirà perfettamente, perché è esperto nel mestiere di tagliare fondi al welfare, alla ridistribuzione della ricchezza e di fornirli invece al default bancario.

Le grandi inchieste giornalistiche degne di Gad potrebbero essere: i gatti neri sono fascisti o profughi? Gli italiani prima dell’euro vivevano nel mesozoico? L’Italia presto arriverà su Marte grazie agli immigrati? Ma Salvini è uno dei figli illegittimi di Adolf Hitler sparsi per il mondo?

Insomma, appare sempre più chiaro come Gad, Renzi, Martina, Boldrini &com si siano dati al  filantropismo francescano, sembra vogliano recuperate l’umiltà, la carità e l’ascolto del poverello di Assisi. Si dessero almeno alla vita ascetica e come Francesco, parlassero a frate sole e sorella luna, che magari solo i cardellini li potrebbero ascoltare.

 

Rosanna Spadini

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

07.07.2018

Gli hawaiani dicono che Mark Zuckerberg è “il Volto del Neocolonialismo”

DI JON LETMAN E JULIA CARRIE WONG

TheGuardian.com

Gli avvocati del CEO di Facebook hanno intentato una causa legale contro centinaia di hawaiani che vivono nel mezzo della sua tenuta di 700 acri a Kauai: allarme tra i vicini,

Qualche giorno dopo Natale, Mark Zuckerberg ha condiviso una  serie di foto che lo mostravano con la sua famiglia nella sua proprietà di 700 acri – da 100 milioni di dollari  – a Kauai. Il CEO di Facebook e sua moglie “si sono innamorati di quella comunità e delle montagne verdeggianti” è stato scritto e hanno deciso di “piantare lì le loro radici e unirsi alla comunità”.

Due giorni dopo, gli avvocati di Zuckerberg hanno presentato azioni legali contro qualche centinaio di hawaiani che vivono un piccoli possedimenti dentro i confini della proprietà di Zuckerberg. Un accenno a questo “quiet title”, è apparso per la prima volta sul Honolulu Star-Advertiser, che usa questo termine legale per chiarire la storia spesso complicata che – nella proprietà terriere delle Hawaii – serve a spingere i proprietari a vendere i loro lotti di terreno. In certi casi, chi cerca di difendersi e non vuole vendere è obbligato a pagare anche le spese legali del querelante che – in questo caso – sarebbe il quinto uomo più ricco del mondo.

Le cause legali di Zuckerberg hanno provocato una reazione negativa da parte dei locali che vedono questo miliardario mettersi sulla lunga e dolorosa storia della conquista degli occidentali e delle espropriazioni che hanno dovuto subire i nativi hawaiani.

“Questa è la faccia del neocolonialismo”, ha detto Kapua Sproat, professore di legge all’Università delle Hawaii, originario di Kauai. “Anche se l’obbligo a una vendita forzata potrebbe non prevedere li spostamento fisico delle persone, questo è l’ultimo chiodo che serviva per chiudere la bara con cui dobbiamo lasciare la nostra terra”.

“Per noi, nativi delle Hawaii, la terra è il nostro progenitore. È come un nonno ” – ha aggiunto – “e nessuno di voi vorrebbe vendere sua nonna.”

Kauai, conosciuta come la Garden Island, è stata a lungo uno dei parchi-giochi preferiti da vacanzieri, registi di Hollywood e da milionari che hanno comprato qui la loro seconda o terza casa. Le foreste ricche di natura selvaggia, le cascate e le lunghe spiagge di sabbia sono state il set di film come Jurassic Park e I Pirati dei Caraibi, mentre la sua atmosfera tranquilla, rilassata, dolce e tropicale, ha attratto rockstar, celebrità e più di un miliardario russo.

Ma il fatto che parecchi ricchi malihini (nuovi arrivati) stiano venendo a comprare qui la casa delle vacanze sta rendendo sempre più profondo il baratro sociale che esiste coi i kamaaina (i nativi o chi abita da parecchio tempo alle Hawaii).

“La gente che, da molte generazioni, viene a vivere alle Hawaii, come in un paradiso, ha sempre vissuto sulle nostre spalle”- ha detto Mason Chock, membro del consiglio di Kauai – “Sono arrivati e si sono comprati la terra  così i prezzi sono aumentati troppo, tanto che ormai solo chi viene dall’estero e  chi non abita a Kauai può permettersi di vivere a Kauai.”

Intorno a un verde promontorio che si affaccia verso nord sul Pacific, un muretto di pietra lavica lungo un miglio demarca una proprietà che, dalla strada, sembra carina ma irrilevante. Un cartello dice “grazie per non sconfinare”, ma niente fa pensare che quella terra appartenga al CEO di Facebook. La gestione della terra, “āina” – come si dice alle Hawai – era responsabilità di tutti alle Hawaii ed era caratterizzata dal legame della famiglia con la terra come dice Sproat. La privatizzazione cominciò con il Māhele nel 1848, quando si cominciò a dividere la terra del re, da quella del governo e quella del popolo. Il Kuleana Act del 1850 aveva lo scopo di permettere ai nativi hawaiani di rivendicare il loro titolo sulle terre da loro coltivate, ma alla fine agli indigeni fu riconosciuto il diritto su meno dell’1% della superficie delle terre delle Hawaii.

Nel corso delle generazioni, le quote di proprietà di quei piccoli lotti di terra – le kuleana – sono state ancora suddivise tra gli eredi e oggi certi hawaiani nemmeno sanno di aver avuto, in passato, un proprio diritto sulla terra in cui vivono. È questa confusione che il quiet title lawsuit dovrebbe provare a dissipare.

FacebookTwitterPinterest       Le proprietà di Zuckerberg – Foto: Jon Letman

Chi è stato chiamato in giudizio nelle cause legali di Zuckerberg sono i discendenti di chi, una volta, deteneva il titolo originale del kuleana di piccoli lotti che si trovano in mezzo alla sua tenuta.

Gli avvocati e i rappresentanti di Zuckerberg non hanno voluto rispondere alle ripetute richieste del Guardian, ma in un post su Facebook del 19 gennaio, il CEO ha spirgato di essere in buona fede, nelle sue azioni legali ed ha detto che sta compiendo tutti gli sforzi per ripagare equamente i proprietari dei lotti”, in questo sembra essere appoggiato anche da uno dei proprietari di un lotto di terra kuleana, Carlos Andrade, professore in pensione ed ex insegnante di studi hawaiani presso l’Università delle Hawaii.

Andrade, che assiste Zuckerberg nel processo quiet title, secondo l’Honolulu Star-Advertiser non ha voluto rispondere alle domande del Guardian.

Makaala Kaaumoana, executive director di un gruppo ambientale di Hanalei, Kauai, ha detto che il lawsuits potrebbe aiutare a far riconoscere e a informare i discendenti su quel legame con la terra di cui potrebbero ormai non essere più a conoscenza, cosa che sarebbe “a good thing”.

“E’ sempre molto triste quando una famiglia perde la sua terra, per qualsiasi ragione, ma almeno in questi casi questa gente viene compensata” ha detto.

E Matt Goodale, un signore che possiede una proprietà di 10 acri con alberi di pane, di banano, mango, litchi e longan che si trova a circa un miglio e mezzo dalla proprietà di Zuckerberg, ha detto che l’acquisto del terreno da parte del CEO è stato molto meglio che non costruire un comprensorio con 80 ville, come si era detto in precedenza.

“Quello che sta facendo fa vedere che cerca di fare la cosa giusta”, ha detto Goodale. Ma per molti altri, le azioni legali di Zuckerberg sono superflue e poco amichevoli.

“Zuckerberg dice che vuole rispettare la cultura locale e i valori hawaiani ma … mi è sempre stato insegnato che se hai un problema con qualcuno vai a bussare alla sua porta,  ti siedi, kukakuka [discuti] e hooponopono [fai quello che è giusto fare] ” ha detto Kaniela Ing di Maui, che rappresenta lo stato delle Hawaii . “Non si comincia una conversazione con qualcuno, facendogli causa”.

E critica Zuckerberg perché “sta usando gli stessi mezzi legali che usarono i baroni dello zucchero, quando cominciarono a sfruttare le Hawaii, secoli fa”, e ha detto di aver in programma l’introduzione di una nuova legge dello Stato per riformare il quiet title. Una proposta che consentirebbe ai proprietari di un kuleana di mettersi insieme e formare un trust, con la finalità di ottenere un prezzo più equo per la propria terra.

Zuckerberg ha già preso le sue precauzioni ed ha costruito un muro lungo un miglio e le sue cause legali fanno pensare a quando cercherà di impedire alla gente di accedere alla spiaggia pubblica passando per la sua proprietà privata.

Molti nativi hawaiani, tra cui la famiglia di Sproat, vanno regolarmente sulla spiaggia di Pilaa per pescare e per raccogliere le alghe, che servono alla gente che segue lo stile di vita tradizionale per “tenere in fresco le cose”

“Abbiamo aspettato che si mettesse in contatto” ha detto Hope Kallai, che vive sulla stessa strada di Zuckerberg, nella proprietà accanto. Kallai ha detto che lei e altri vicini hanno cercato di raggiungere gli avvocati e il ranch manager di Zuckerberg senza riuscirci. Sapevano che il miliardario era in città per Natale, solo perché hanno visto le guardie del suo security che parcheggiavano sulla strada.

“È uno che vive dentro a una bolla. Sarebbe molto meglio se potessimo sederci insieme intorno a un tavolo e parlare. Parlare di costruire ponti e non muri “- ha detto Kallai – “Ma lui ha costruito un muro alto due metri.”

 

Fonte: www.theguardian.com

Link: https://www.theguardian.com/technology/2017/jan/23/mark-zuckerberg-hawaii-land-lawsuits-kauai-estate

23.01.2017

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario 7.7.18

Libia: sul campo neutro di Tripoli, Italia-Francia 1-0 ENI AVVIA LA FASE 2 DI BAHR ESSALAM E SUL TAVOLO TORNA LA VOLONTÀ DI RILANCIARE IL TRATTATO DI AMICIZIA FIRMATO NEL 2008.

ofcsreport 7.7.18

ENI AVVIA LA FASE 2 DI BAHR ESSALAM E SUL TAVOLO TORNA LA VOLONTÀ DI RILANCIARE IL TRATTATO DI AMICIZIA FIRMATO NEL 2008

Prima la visita di Matteo Salvini e adesso quella di Enzo Moavero Milanesi. La Libia sta finalmente tornando al centro degli interessi italiani. Il ministro degli Esteri  è volato a Tripoli per una serie di incontri con le autorità locali. E a breve essere la volta anche del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che già in occasione della visita del ministro dell’Internoaveva manifestato al premier del governo di unità nazionale la volontà di un prossimo incontro.

Dopo anni di politica estera poco incisiva in Libia, a parte il lavoro dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti orientata a fermare lo sbarco di immigrati,  il governo targato Pd non ha mostrato (almeno ufficialmente) grande interesse per il Paese nordafricano. Qualcuno potrebbe dire che tutto questo non corrisponde al vero, ma se qualcosa il precedente governo ha fatto è riuscito comunque e tenerlo ben nascosto.

Il Trattato di amicizia tra Libia e Italia

Moavero Milanesi è andato in Libia con i seguenti obiettivi: sostegno dell’Italia alle legittime Istituzioni libiche, centralità del dialogo politico e di riconciliazione nazionale, partenariato strategico (economia, sicurezza, flussi migratori). E tra i risultati della missione non passano inosservate le parole del ministro degli Esteri libico, Mohamed Siyala, che in conferenza stampa ha sottolineato la volontà di rilanciare il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia firmato nel 2008.

Ma non solo. Lo scambio tra i due Paesi continuerà, e non solo per fermare il traffico di immigrati. Il ministro degli Esteri italiano ha confermato il sostegno al governo di unità nazionale voluto dall’Onu e per questo il 9 luglio incontrerà a Roma il delegato Onu per la Libia, Salamè. Il governo di Sarraj, però, non è in grado di controllare il Paese, frammentato in diverse realtà. Per questo motivo il dialogo prima o poi dovrà coinvolgere anche altri esponenti come il generale Khalifa Haftar. Un’operazione già tentata dalla Francia che a fine maggio riunì intorno a un tavolo il premier Sarraj, Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti Aguila Salah, e quello del Consiglio di stato, Khaled al-Meshri. Al centro dell’incontro la questione del voto in Libia indicato per dicembre prossimo. Ma da quel vertice non è emerso nulla di impegnativo, al punto che gli impegni presi durante l’incontro non si sono tradotti in un documento firmato dai libici.

Minacce all’Italia

Nel panorama complesso della Libia il ruolo di Haftar, uomo forte della Cirenaica, non può essere ignorato. Proprio durate la visita di Moavero Milanesi, una tribù orientale fedele ad Haftar ha respinto quella che chiamano “l’ingerenza dell’Italia in Libia”, dicendo che i loro figli sono pronti per il “jihad contro i fascisti”. In una dichiarazione trasmessa dal canale televisivo di proprietà di Khalifa Haftar, “Libia Al-Hadat”, infatti, un gruppo della tribù Jawazi ha affermato di monitorare “i tentativi dell’Italia di creare una base coloniale in Libia” e sono pronti a sollevare “la bandiera del Jihad” contro quello che chiamano “lo Stato coloniale fascista d’Italia “.

Eni annuncia la fase 2 nel più grande giacimento di gas in Libia

In ogni caso, la visita a sorpresa del ministro degli Esteri è sul solco delle iniziative affinché l’Italia torni in Libia con un peso specifico anche per contrastare l’ingerenza francese, tesa a espandere gli interessi economici nel Paese nordafricano. E proprio la parte economica in questi giorni ha segnato un punto a favore del nostro Paese. L’Eni, presente in Libia dal 1959 dove produce attualmente circa 320.000 barili di olio equivalente al giorno, ha annunciato il via alla seconda fase del progetto offshore Bahr Essalam in joint venture con la compagnia nazionale libica.

“National Oil Corporation (Noc) e Eni – si legge in una nota – annunciano che Mellitah Oil & Gas, società operativa compartecipata paritariamente da Eni e Noc, hanno avviato la produzione dal primo pozzo del progetto offshore Bahr Essalam Fase 2 a soli tre anni dalla Decisione finale d’investimento (Fid). Entro una settimana circa è prevista la messa in produzione di due ulteriori pozzi, mentre altri sette pozzi entreranno in produzione entro ottobre.  La fase 2 del progetto completa lo sviluppo del più grande giacimento a gas in produzione nell’offshore libico, incrementando il potenziale produttivo di circa 400 milioni di piedi cubi di standard gas al giorno (MMSCFD). La fase 2 sarà completata tra settembre e ottobre, portando la produzione totale del campo a 1.100 MMSCFD”.

Bahr Essalam, situato a circa 120 chilometri a nord-ovest di Tripoli, contiene oltre 260 miliardi di metri cubi di gas in posto. Esso viene inviato attraverso la piattaforma di Sabratha all’impianto di trattamento a terra di Mellitah dove viene raccolto, compresso e inviato principalmente alla rete nazionale libica.

Il Presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di accordo nazionale della Libia, Fayez Al-Saraj, ha partecipato alla cerimonia di apertura e ha ringraziato i lavoratori di Noc, Eni e Mellitah Oil & Gas per i loro sforzi nello sviluppo del settore petrolifero in Libia.

“Lo start-up della fase 2 del progetto offshore Bahr Essalam darà decisamente valore aggiunto all’economia nazionale – ha commentato Al-Saraj – In passato abbiamo perso enormi opportunità di investimento a causa della mancanza di budget. Tuttavia, oggi siamo impegnati più che mai a incoraggiare gli investimenti nel settore petrolifero e a garantire promettenti opportunità ai giganti internazionali che rispondano agli interessi di queste partnership e creino una crescita che dia nuove speranze ai giovani libici. Pertanto, tutte le parti devono intensificare gli sforzi per avere più profonda comprensione ed essere più disponibili a un compromesso nell’interesse dei giovani di questo paese che sono i veri protagonisti per la sua stabilità”.

Il presidente di Noc, Mustafa Sanalla, ha aggiunto: “Noc è impegnata a garantire e aumentare la produzione di gas per alimentare le centrali elettriche libiche. Questo aiuterà lo sviluppo del mercato interno e ridurrà le costose importazioni di combustibili liquidi. Questa strategia libererà risorse finanziarie significative; essenziali, data l’enormità delle sfide che sta affrontando tutto il paese. Eni è la dimostrazione della fiducia che le compagnie petrolifere internazionali hanno in Noc e il successo che le partnership legittime possono offrire a tutti i libici”.

Per l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, “Bahr Essalam è il frutto della relazione di lunga data tra Noc e Eni e rappresenta un’importante pietra miliare nel garantire alla Libia una maggiore sicurezza dell’approvvigionamento energetico. Il progetto dimostra ulteriormente la fiducia e il riconoscimento che Eni ha in Noc come unica società petrolifera nazionale legittima; quella con la quale continueremo a lavorare in maniera esclusiva nel paese. L’avvio della produzione, con eccellente time-to-market in un contesto così sfidante, è un risultato straordinario di Mellitah Oil & Gas. Siamo orgogliosi di dire che l’avvio della fase 2 di Bahr Essalam per i prossimi 15 anni giocherà un ruolo importante nel fornire alla Libia il gas necessario per alimentare la ripresa del paese”.

Rossi di vergogna

di Andrea Romani – 7 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

La risposta umanitaria delle anime belle alla noia borghese del sabato pomeriggio.

Inseguire le alzate di testa del variegato mondo del progressismo italiano costituisce un esercizio realmente complesso, di titanica pazienza e di ancor più dura sopportazione. Chi legge indossi i nostri panni: vorremmo discutere di storia e politica, classe e nazione, economia e Stato; contribuire alla crescita di un dibattito che nel tempo risulta sempre più articolato e perciò degno di attenzione e considerazione. A vent’anni (e rotti, ahinoi) vorremmo gettare ponti, costruire strade, rialzare il logoro e glorioso labaro della civiltà italiana e riportarlo dove merita, sostituendo alla viltà degli ultimi trent’anni il genio di trenta secoli.

Così però non è, e pertanto ci scusiamo in anticipo con il nostro unico padrone, il lettore. Dalle alte vette della teoria scendiamo a rotta di collo verso l’afa della pianura, nel grigio meriggio di un fine settimana di luglio. Cosa troviamo? L’ennesima iniziativa “umanitaria”, con hashtag e foto su Twitter d’ordinanza. L’inziativa de #magliettarossa andrebbe bellamente ignorata, visto che il promotore (quel don Ciotti che, secondo Vangelo, dovrebbe religiosamente valutare prima di scagliare per primo le pietre del j’accuse moraleggiante) e i vari aderenti costituiscono il meglio del nulla sinistrorso, l’intellighenzia senza intelligenza di un’area borghese e liberale che semplicemente schifa le masse e da esse (e da noi) è gentilmente ricambiata. D’altro canto, chi passa da Gramsci a Sua Santità Saviano I da Nuova York, chi ogni giorno dall’alto del pied-a-terre a Capalbio ruggisce contro i proletari lazzaroni, non merita altro che lo scherno e il silenzio. Oggi preferiamo il primo dei due rimedi.

Ci soffermiamo con la mano ferma del chirurgo che incide il bubbone soltanto per cogliere, ancora una volta, come si possa discendere senza problemi verso un abisso sempre più profondo e spaventoso, che inorridisce pensando a quanto tale schiatta abbia governato e saccheggiato l’Italia in ogni suo ramo per tre decenni. A maggior ragione, se si pensa che- seppur a eoni di distanza- le legioni del bene affondino le loro radici in un terreno “marxista” (ci perdoni la bonanima di Karl) e “operaio”, sintetizzato nel santino da portafoglio di Berlinguer (eh, quando c’era il piccì…).

Andiamo ai fatti. Ci informa Repubblica che

il 7 luglio è il giorno della magliette rosse, dunque, da portare sulla pelle per non dimenticare la tragedia dei migranti. Sono quelle che indossavano i bambini morti in mare, quelli riportati cadavere e fotografati sulle spiagge della Libia; quella del piccolo Alan recuperato morto poco dopo che il gommone sul quale viaggiava affondò nel settembre nel 2015; di rosso le mamme vestono i loro bambini prima della partenza sperando che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori.

Ora, ferma restando la decisa condanna alla tratta di esseri umani– che a costoro sfugge, in quanto il migrante per costoro è un simbolo e non un Uomo- quello che traspare è il classico minestrone di buonismo borghese, carità un tanto al chilo e retorica da parrocchia alla moda. Ci si aspetterebbe una forte presa di posizione sui meccanismi che portano alle tragedie nel Mediterraneo; un’analisi degli effetti dei fenomeni migratori sulle popolazioni di partenza e su quelle di destinazione; un ragionamento coraggioso in merito a chi profitta di tali orrori.

Rolex al polso e villa proletaria: sintesi perfetta.

Invece nulla. L’uso ossessivo dell’infanzia morta come cardine propagandistico dovrebbe già dare il segno della bassezza dell’iniziativa. Ancora una volta, la manfrina pietosa svela la truffa pecoreccia di simili iniziative, antipolitiche e perciò liberaliorganiche alla narrazione delle classi dominanti reazionarie. I meccanismi di indignazione che pensavamo ormai appartenessero soltanto all’Inghilterra vittoriana e allo schifoso sistema sociale statunitense costituiscono invece l’unica forma di presenza nella scena nazionale di una legione di idioti e burattini, esponenti di una borghesia miserabile ancora in grado di annaspare con il suo tanfo di morte gli italiani. Vuoti a perdere, essi devono riempire con un impegno da sabato pomeriggio l’inutilità della loro esistenza, seguendo per convenzione da gregge i buoni maestri del moralismo più meschino.

Siamo pertanto soddisfatti che il colore scelto sia il rosso, lo stesso di due secoli di battaglie operaie, vessillo dell’orgoglio e delle lotte di generazioni di lavoratori. Indosso ai loro petti rachitici e alle panze strabordanti, in terrazzi altoborghesi e su fisionomie lombrosiane, il vermiglio accesso segnala meglio di mille articoli il pastello della loro infinita vergogna.

M5S, taglio dei vitalizi in Sicilia: ‘Costano 18 milioni l’anno. E li incassano gli eredi degli ex deputati’

silenziefalsita.it 8.7.18

taglio-dei-vitalizi-in-Sicilia

Il Movimento 5 Stelle ha presentato una proposta di delibera all’ufficio di presidenza per il taglio dei vitalizi in Sicilia che secondo i loro calcoli costano ogni anno 17-18 milioni di euro ai contribuenti della regione.

Lo ha fatto sapere il capogruppo 5Stelle all’Assemblea Regionale Siciliana Giancarlo Cancelleri, il quale ha spiegato che “il vitalizio del primo presidente della Regione viene ancora erogato perché va ai suoi eredi”

Nell’isola i vitalizi erano già stati aboliti già nel 2012, spiega Il Fatto Quotidiano, “quando i deputati regionali hanno cominciato a maturare il diritto a un assegno erogato solo dopo i 65 anni di età e solo su base del sistema contributivo. Ogni anno, però, rimangono da pagare i vitalizi maturati negli anni precedenti”.

Se la proposta dei pentastellati dovesse essere approvata, sarebbe modificato il regolamento relativo trattamento pensionistico dei deputati siciliani tramite la rideterminazione della misura degli assegni.

“Spero di non sentire più che i vitalizi non ci sono. Dal 2012 sono stati aboliti, ma ci sono quelli dei deputati di legislature precedenti,” ha dichiarato Cancelleri, che ha aggiunto:

“Abbiamo anche introdotto dei limiti minimi quindi non c’è nessuna vendetta politica. Il minimo per chi ha fatto una legislatura è di 660 euro netti al mese, per chi ne ha fatte due è il doppio”.

“È una proposta estremamente ragionevole – ha continuato – che punta a taglia circa 8-9 milioni all’anno. Noi stiamo riconoscendo la reversibilità solo al coniuge del deputato per mettere fine alla vergognosa vicenda del parlamento siciliano nel quale il vitalizio è come il maiale: non si butta via nulla. È praticamente eterno”.

Il leader del M5S si è detto poi “ottimista sul fatto che la nostra proposta possa passare in consiglio di presidenza”.

“Abbiamo presentato questa proposta adesso – ha spiegato – perché ci sono le condizioni politiche affinché sia approvata. Li ho già chiamati i colleghi, qualcuno mi ha detto: la voto”.


 

Di Battista: ‘Tu che indossi la maglietta rossa quando eri al governo del Paese non hai fatto nulla per contrastare l’ignobile business sulla pelle dei migranti’

silenziefalsita.it 8.7.19

Tu-che-indossi-la-maglietta-rossa

“Ehi tu che indossi una maglietta rossa sei lo stesso lacchè di Napolitano, colui che convinse il governo a dare via libera ai bombardamenti in Libia, preludio di una delle crisi migratorie più gravi della storia?”.

Esordisce così Alessandro Di Battista in un durissimo post contro le magliette rosse pubblicato sulla propria pagina Facebook.

“Sei tu, ti riconosco, – prosegue l’ex deputato – sei stato il supporter di Hillary Clinton, ti ci sei fatto anche i selfie insieme, ma è lei che convinse Obama ad uccidere Gheddafi e non lo fece per le violazioni dei diritti umani ma per fare un favore all’amico francese, quel Sarkozy che aveva ricevuto milioni di euro dallo stesso Gheddafi e che aveva paura che un giorno costui avrebbe parlato”.

E ancora:

“Tu che indossi la maglietta rossa quando eri al governo del Paese non hai fatto nulla per contrastare l’ignobile business sulla pelle dei migranti”.

“Non hai mai fatto controlli – continua – su quelle cooperative che si intascavano milioni lasciando alla povera gente soltanto briciole. E perché non l’hai fatto? Perché erano bacini di voti!”

“Tu con la maglietta rossa – prosegue l’esponente 5Stelle – ti indigni, ti ergi a paladino dei più deboli, ti scandalizzi per il muro di Trump (che tra l’altro è il muro di Bush padre e figlio, di Clinton marito e moglie e del premio Nobel per la pace Obama) ma taci di fronte a quello in Cisgiordania”.

Poi si rivolge a chi indosse le magliette rosse, che dovrebbero avute indossare “almeno 100 negli ultimi 20 anni, una per ciascuna delle cause che fanno fuggire gli africani o i messicani dalle loro case”.

“E senza rendertene neppure conto sei tu stesso una di quelle cause,” attacca Di Battista, che precisa:

“Ci sono tante bravissime persone che oggi indossano una maglietta rossa ma c’è un mucchio di gente ipocrita che ha deciso di sposare quella solidarietà pelosa ottima alleata del sistema e della reiterazione delle ingiustizie”.

E conclude: “Quanto conformismo e quanta viltà si nasconde nella facile solidarietà. Ed è quel conformismo che ti fa credere che tu stia facendo qualcosa di buono anche se non stai facendo assolutamente niente”.