“E Ora il Popolo!”. Un progetto continentale che scuote la “vecchia sinistra”

Giacomo Marchetti contropiano.org 9.7.18

Il dibattito sulle elezioni europee entra sempre più nel vivo in Francia.

Alcuni avvenimenti marcano in maniera abbastanza netta lo scenario che si sta configurando da qui ai prossimi mesi ed avranno sicuri riflessi nel dibattito politico italiano.

Accenniamo qui in sequenza i fatti che andremo ad analizzare nel corso del contributo per dare subito un quadro di ciò che dsi sta determinando.

Il primo dato su cui ragionare è l’intervista a Alexis Tsipras, per il settimanale francese “Le Point”, all’interno di un ampio dossier che il giornale, nel numero uscito il 28 giugno, dedica alla Grecia dal titolo significativo: Grèce, la rennaissance, in cui viene affrontato l’operato del governo greco al suo secondo mandato.

Lo speciale del giornale francese e l’intervista al leader di Syriza avviene a tre anni dal referendum del 5 luglio del 2015 in cui il popolo greco, nonostante la pressione delle élites della UE, si espresse a maggioranza per rifiutare le condizioni dettate dalla “Troika” in cambio di un sostegno supplementare, bocciando il memorandum proposto da Bruxelles.

Nel corso di questo entretien vi è un attacco esplicito a Mélenchon e alla France Insoumise, in cui Tsipras ribadisce l’assoluta mancanza di relazioni con la formazione francese e incalza il giornalista ponendo questa domanda: “cosa pensate che avrebbe fatto se avesse vinto le elezioni presidenziali?”

In sostanza, Tsipras crede che il leader della FI non avrebbe avuto “voglia di governare”.

Bisogna ricordare, che la FI – alle presidenziali vinte da Macron – ha sfiorato il 20%, non è però riuscita ad andare al ballottaggio e non ha volutamente dato indicazioni di voto per la “sfida a due” in cui al leader di “En Marche” era contrapposta Marine Le Pen.

La risposta alle dichiarazioni di Tsipras non si sono fatte attendere.

In un tweet apparso il giorno stesso è lo stesso Mélenchon che ribadisce:

Alexis Tsipras, contrariamente a te noi vogliamo governare e non essere sottomessi. No, noi non vogliamo governare come te contro i pensionati, i dipendenti pubblici e l’indipendenza del paese”.

Qualche ora prima, come riporta il sito di informazione Regards.fr, era stato il deputato della FI Adien Quatennens a prendere pubblicamente parola: “Voglio rassicurare Alexis Tsipras. La logica e le tappe che noi raggiungiamo mirano a dare la dimostrazione concreta della nostra capacità di governare”.

L’ultimo giorno del Congresso del Partie de Gauche, i delegati della formazione creata da Mélenchon nel 2008, successivamente alla sua uscita dal partito socialista, avevano deciso con 208 voti contro 2 e tre astenuti di uscire dal Partito della Sinistra Europea (SE-EL l’acronimo in italiano, PGE in francese) in cui era entrato nel 2010. Il Partito della SE era stato creato nel 2003 e raggruppa una trentina di formazioni comuniste, rosso-verdi, socialiste o democratiche di sinistra, di 17 stati membri dell’Unione Europea e 4 esterni.

Come riporta il sito d’informazione francese Politis.fr: alla fine del suo successivo congresso, rispetto all’adesione, il Partie de Gauche aveva temporaneamente sospeso la sua partecipazione al Partito della Sinistra Europea per protestare contro la conferma di Pierre Laurent, comunista francese, alla presidenza di questa formazione europea, in quanto quest’ultimo avrebbe fatto campagna “dietro il PS” alle elezioni amministrative a Parigi. Prima di raggiungerlo nuovamente per la campagna europea del 2014 di cui il candidato della Sinistra Europea alla presidenza della Commissione europea era proprio Alexis Tsipras. La dichiarazione adottata domenica ricorda che – come riporta Politis.fr –Il Partie de Gauche ha interpellato l’esecutivo del Partito della Sinistra Europea sul mantenimento di Syriza all’interno del Partie de Gauche Europeenne (PGE)”.

Il PG ha dunque preso atto del rifiuto della sua richiesta e delibera la sua uscita dal Partito della SE, considerando che: “la fase chiama più che mai alla chiarificazione di fronte alla politica di austerità della UE” e che “la piena applicazione di questa politica per un membro del Partito della Sinistra Europea non considera la più completa presa di posizione contro l’austerità degli altri partiti membri”, permettendo così “all’estrema destra di apparire come la sola risposta al ‘sistema’”.

In una intervista a Regards.fr, Éric Coquerel, uno dei due coordinatori nazionali del Partie de Gauche, chiarisce le posizioni del Partito uscite dall’ultimo Congresso, il ruolo del PG, i rapporti del sul partito con France Insoumise (di cui è parte organica e uno degli assi portanti), e gli scenari che si aprono per le prossime europee.

Nell’intervista, dal titolo significativo: “la sovranità popolare è la nostra ossessione”, viene ribadita la necessità della “rottura dei trattati europei”, per il recupero della sovranità popolare effettiva da parte dei popoli del continente.

Riguardo all’uscita dal Partito della Sinistra Europea, e alle prospettive continentali di un polo politico alternativo in Europa, non potrebbe essere più chiaro:

È una questione di coerenza politica. Il movimento di Alexis Tsipras, Syriza, membro del Partito della Sinistra Europea, ha deciso di allinearsi ad una logica di gestione dell’Europa così com’è. È un punto di rottura importante perché noi consideriamo che si deve uscire da questa logica di sostegno delle politiche liberali. E questo passa attraverso una uscita dei trattati esistenti in Europa. Questo non è negoziabile. È logico quindi, dentro questo quadro, di non appartenere alla stessa internazionale di Syriza. Maintenant le Peuple (E ora il popolo, secondo la dichiarazione di Lisbona sottoscritta da Fi, Podemos e Bloco de Isquierda, ndr) è l’alternativa per l’Europa”.

Più avanti nell’intervista, incalzato sulla strategia che prevede un Piano A e un Piano B, ribadisce:

Noi dobbiamo essere la terza via: quella della rottura progressista con l’attuale Unione Europea al servizio di una vera cooperazione europea, di una Europa dei popoli”.

In un articolo apparso sul blog di Mélenchon, melenchon.fr, in cui affronta gli esiti dell’ultimo G7 in Canada, Le monde change de base, la necessità di individuare una exit strategy all’attuale corso politico-economico viene sottolineata con forza:

Questo momento, è quello delle soluzioni.

Al protezionismo imperialista, noi opponiamo il protezionismo solidale, cioè la cooperazione piuttosto che la competizione per organizzare la produzione e lo scambio tra le nazione e i popoli”.

Al centro delle riflessioni del leader di FI c’è la coscienza che “una nuova era geo-politica comincia”.

Sono state settimane molto movimentate sul “fronte europeo” per il progetto Maintenant le peuple che ha coinvolto inizialmente, oltre a Fi e Podemos, il Bloco portoghese, anche Potere al Popolo e una parte importante della Linke che stanno dando vita ad un progetto ispirato proprio alla France Insoumise (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/06/01/la-tedesca-sahra-wagenknecht-rivela-i-contorni-del-suo-futuro-movimento-ispirato-agli-insoumise-0104573).

Il “fronte nord” di questa alleanza, iniziata con la firma il 12 aprile dell’Appello di Lisbona, si sta allargando comprendendo importanti realtà scandinave.

Mercoledì 27 giugno, Et Maintenant Le Peuple ha ufficializzato l’adesione dell’Alleanza rosso-verde danese, il Partito di Sinistra svedese e L’Alleanza di sinistra finlandese.

Queste formazioni portano un patrimonio importante per ciò che riguarda le questioni l’eco-socialismo e dei diritti delle donne.

Come ha dichiarato Caterina Martins, presidente della formazione alternativa portoghese: “noi creiamo le maggioranze future nei nostri paesi, sviluppando soluzioni concrete ai problemi posti”.

Il sito heuredupeuple.fr riporta sinteticamente le campagne a venire del movimento politico: “giustizia fiscale, le garanzie sociali, il cambiamento climatico e l’ecologia e dei diritti delle donne, il commercio internazionale, la questione migratoria così come la pace e il disarmo mondiale. Ogni delegazione coordinerà una campagna specifica. La France Insoumise si è impegnata sulla questione della militarizzazione dell’Unione Europea. Un nodo centrale per la Francia rispetto al suo contributo finanziario a questo progetto strettamente legato alla NATO”.

Intanto la FI ha lavorato da settimane per la selezione dei candidati e delle candidate delle prossime elezioni europee, un processo innovativo e trasparente che ha portato – anche attraverso l’interfaccia della piattaforma digitale – alla selezione di 66 tra candidate e candidati, lasciando “scoperta” la composizione di 13 candidature “d’apertura”.

Per una descrizione particolareggiata di come si è svolto questo processo conclusosi il 30 giugno rimandiamo al documento in cui ci può comprendere la composizione del Comitato, i suoi criteri di selezione, le scelte che ha operato, la dialettica interna che ha suscitato, nonché i profili dei candidati e delle candidate.

L’incipit di questo documento: Rapport du comité électoral – Reunion du 30 Juin, che si può leggere su franceinsoumise.fr, dà il senso dell’intera iniziativa:

Questo coinvolgimento collettivo intenso non ha avuto come unico obbiettivo altro che presentare la lista migliore, che rispecchiasse l’immagine del popolo francese e della diversità del movimento, per difendere il nostro programma europeo e mandare la più grande delegazione di insoumise possibile al Parlamento Europeo”.

Le altre formazioni – da Génération.es di B. Hamon al PCF, che ha scelto I. Brosard come capolista alle europee, così come “I Verdi”, di cui abbiamo relazionato in un contributo precedente, sembrano ancora sostanzialmente “al palo” rispetto all’elaborazione di una strategia convincente sulle Europee, dilaniati da conflitti interni sul gioco delle alleanze oppure “marginalizzati” rispetto ad una polarizzazione politica che contrappone nettamente, nell’opinione pubblica francese, due figure centrali negli ultimi mesi: Macron e Mélenchon, lasciando poco spazio (sopravvive, ma molto ridimensionata, l’ipotesi politica dell’ex Front Nationale).

Ritorniamo all’intervista su “Le Point”, citata ad inizio articolo, per comprendere meglio il percorso che il leader di Syriza ha intrapreso, consigliandone la lettura integrale, soprattutto a chi si ostina a collocare Tsipras “nel nostro campo”.

Traduciamo le due ultime domande, senza nascondere le difficoltà nel riuscire a metabolizzare questa operazione mediatica tesa a dare una immagine “vincente” del leader greco e a costruire una narrazione del paese ellenico che si distanza molto dalla realtà, se non per la sua appetibilità da parte delle classi agiate europee.

È. Gernelle e R.Gubert, autori dell’intervista, chiedono a Tsipras:

Sostenete il progetto di Emmanuel Macron di costituire un budget europeo per la zona Euro?

Certamente. È una direzione che dobbiamo intraprendere. Alcuni sono scettici, notoriamente i tedeschi. Ma l’Europa andrà meglio quando i nostri amici tedeschi si renderanno conto che ci sono altri parlamenti in Europa che possono esprimersi come il Bundestag! Certamente, il costo politico è significativo, ma la leadership necessita di accettare questo costo per il bene del popolo e dell’Europa.

Nel 2015, voi facevate paura all’Europa. Oggi è lei stesso preoccupato della progressione dei populismi in tutta l’Unione?

Alcuni dei nostri partner hanno commesso un errore nel 2015, al momento del referendum: la minaccia non veniva dalla sinistra che voleva una Europa migliore, ma dai nazionalisti che la combattevano in via di principio. Questo è una differenza enorme. Bisogna convincere che l’Europa è attrattiva. È necessario migliorarne il funzionamento, correggerne i difetti. Ma niente può essere peggio, per i popoli, che una Europa disintegrata.

Il Vaticano getta la maschera e si schiera con i potenti Conclave con i petrolieri e cardinali al meeting del Bilderberg

politicamentescorretto.info 6.6.18

di 

Improvviso interesse della centrali globaliste per l’Italia. Negli stessi giorni in cui il gruppo Bilderberg si raduna a Torino, a Roma, Bergoglio (El Papa) presiede un vertice, che ha lui convocato, con le Sette Sorelle  –  per la precisione, con i capi supremi delle multinazionali del greggio – e le loro finanziarie ausiliarie  transnazionali.   L’incontro si produrrà il 7-10 giugno. Le informazioni su questo enigmatico vertice Papa-Petrolieri  sono all’incirca scarse come quelle sul Bilderberg. L’incontro è infatti definito ”private”, ossia segreto e su inviti.

Come mai El Papa “delle periferie”, della “accoglienza” degli immigrati, che predica una Chiesa che prenda “l’odore delle pecore”,  si riunisce in  privato coi più potenti capitalisti, miliardari globalisti ossia attivi promotori delle  feroci iniquità del capitalismo terminale? “Chiedetelo a loro”,  vien voglia di dire parafrasando lo slogan dell’8 per Mille.

La scusa  per l’incontro, a leggere i comunicati-stampa ufficiosi, è la  comune preoccupazione dei miliardari del greggio e di El Papa per i mutamenti climatici. “E’uno dei più altamente significativi sviluppi”, sviolina il comunicato, “a dimostrazione di come  le grandi corporations lavorano con gli altri leader mondiali sui cambiamenti climatici, in coincidenza con il  completo ritiro del presidente Trump dal tema del riscaldamento globale”.

“Un anno fa Trump annunciava l’intenzione di ritirare l’America dal patto sul clima di Parigi,  che oggi è sostenuto da tutti i paesi tranne gli Usa. Tre anni fa, il Papa  Francesco ha scritto la sua enciclica Laudato Si sull’importanza di affrontare il cambiamento climatico: una prima volta nella storia della Chiesa”.

Lo si può ben dire:   la neo-chiesa di Bergoglio ha sostituito all’ansia per la salvezza  eterna delle anime la ansiosa sete per la salvezza del pianeta  –  minacciato,  come tutti sanno, da quell’inquinatore che è il genere umano.  In questo,  con perfetta coerenza, nel gennaio dell’anno scorso, il Vaticano ha chiamato alla Pontificia Accademia delle Scienze,  come relatore al convegno “Salvare il mondo naturale”, ossia  ad istruire i cristiani sui  loro nuovi compiti morali urgenti, l’entomologo Paul Ehrlich, celebre promotore dell’aborto selettivo e della sterilizzazione di massa per  disinnescare quella che chiamava “the Population Bomb”, la bomba demografica.

Il clima, il pianeta da salvare nelle sue  aree selvagge , belve e foreste, è una preoccupazione urgente per la sinistra intelligente, ovviamente, per i ricchi”progressisti”.  E quindi anche di Francesco.

Il comunicato dà una prima lista di partecipanti, avvertendo che è incompleta.  Ci saranno:

  • Larry Fink, CEO  di BlackRock, “la roccia invisibile che governa il mondo”, la sviolina  un articolo del Corriere, ossia il più grande fondo d’investimento del pianeta, “ con un patrimonio gestito di 6.3 trilioni di dollari, il Pil di Francia e Spagna messe insieme, quasi tre volte il nostro debito pubblico. La roccia nera deve la sua fortuna alla gestione patrimoniale: fondi pensione, banche, Stati”. E il “primo investitore straniero in Europa (e in Italia), azionista di peso in banche come la Deutsche Bank, Intesa San Paolo, Bnp, Ing, azionista rilevante anche nei settori dell’energia, chimica, trasporti, agroalimentare, aeronautica, immobiliare”.
  • https://www.corriere.it/video-articoli/2018/05/07/cos-davvero-blackrock-roccia-invisibile-che-governa-mondo/2a7fb442-51d8-11e8-b9b9-f5c6ed5dbf93.shtml
  •  Il mega-fondo ha messo l’occhio sul busines rappresentatato dai sistemi pensionistici d’Europa  ancora non abbastanza privatizzati: “Spinge la Commissione Ue a varare un piano di previdenza privata, poi gestisce il primo progetto pilota”, ha scritto il Fatto (BlackRock va all’assalto delle pensioni europee) https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/blackrock-va-allassalto-delle-pensioni-europee/  (ecco a cosa serve la Commissione UE).

Praticamente, Fink è  quel che  Don Vito Corleone è per Cosa Nostra:   è il “capo dei capi”  del globalismo. Ovviamente (cosa andate a pensare?) è un benefattore e un mecenate di tutte le buone cause “democratiche” nel senso del termine dell’ex presidente Obama (che tanto ha fatto per l’elezione di El Papa). Infatti BlackRock ha immediatamente dato un giudizio “negativo” sul governo italiano nuovo, il che ha fatto “impennare lo spread”, in combutta con la BCE, prima che intervenissero  JP Morgan e Citigroup, repubblicani, a rimetterlo al passo.

Gli altri invitati da Bergoglio nel privato conciliabolo:

Bob Dudley, presidente-amministratore delegato  (CEO)  di BP, la British Petroleum, sede a Londra, fatturato 240 miliardi di dollari.

Darren Woods, CEO di Exxon Mobil.

Incidentalmente,  sono le due compagnie più inquinatrici della storia, avendo la BP accettato di pagare 1,8miliardi di dollari per uno sversamento-monstre nel Golfo del Messico nel 2010, che ha distrutto l’attività della pesca in quel vasto tratto. E della Exxon si ricorda il disastro della superpetroliera Exxon Valdez, 1989, che ha inquinato il mare dell’Alaska.

Andiamo avanti. El Papa  voleva riunirsi anche con “Ben Van Beurden, CEO della oyal Dutch Shell”, che ha declinato avendo un precedente impegno.

Invece ci  saranno Eldar Sætre, CEO di Equinor, la petrolifera privatizzata parzialmente posseduta dal governo norvegese; lord John Browne,  oggi presidente esecutivo della petrolifera L1 Energy, ma ex CEO della BP.

E non mancherà – come poteva? – Ernest Moniz,  già segretario all’Energia  sotto l’allora Presidente Obama.

Ernes Moniz, l’ex ministro per l’energia di Obama

Questa presenza  è una conferma:  del fatto che Bergoglio è uno strumento volontario e attivista (un “asset”, dicono alla Cia) della multiforme strategia dell’asse Clinton-Obama: depurare la Chiesa degli aspetti sacramentali e soprannaturalistici che ne impediscono la “fusione-acquisizione” col protestantesimo; operare la suddetta fusione, generando un “cristianesimo generico” funzionale all’ideologia globalista: umanitaria (nel senso degli “Interventi umanitari”), moralistica (no alla “corruzione  dei politici” –   Mani Pulite nel Mondo come propone il cardinal Maradiaga braccio destro di Francesco), climatica e ambientalista.

 

Una super-ONG “umanitaria” dedita alla salvezza del pianeta e protettrice delle immigrazioni di massa pianificate, contro la sovranità di ogni Stato e per il “mercato”, che non è “corrotto come i politici”.

Dalle scarne notizie, si apprende che i petrolieri non parleranno con Francesco di clima, ma anche di investimenti:

“Il Papa, BlackRock e le grandi compagnie petrolifere si stanno sempre più concentrando sul cambiamento climatico” – attenzione, viene il bello – “in quanto fonti di energia più pulite sono diventate più competitive, e la pressione del pubblico su questa tema sta crescendo. L’incontro riflette questa convergenza”

Capito? Il primo fondo d’investimento del mondo è pronto a saltare sulle energie alternative  insieme alle Sette Sorelle, perché stanno diventando “competitive” sul piano economico, attraenti per i capitali liquidi americani; ma certo ciò richiede investimenti enormi di riconversione delle mega-infrastrutture, e un cambio di paradigma fra le popolazioni,  ossia una grande operazione di psico-propaganda che bolli l’uso del petrolio come  immorale verso Il Pianeta.  Dunque gli investitori  devono assicurarsi che l’autorità morale per eccellenza faccia parte del piano, collabori con le Finestre di Overton che lorsignori apriranno,  e cominci a predicare per le energie “pulite” (o sedicenti tali) e anatemizzare le “Inquinanti” (o cosiddette: si  veda l’improvvisa campagna occidentale conto il motore Diesel).

A Francesco è richiesto di  aggiungere alla lista dei Dieci Comandamenti (che del resto ha già sfoltito, abolendo il Sesto) il Peccato Capitale dell’uso di energie su cui gli investitori  hanno smesso di investire.

Infatti si apprende che a organizzare gli incontri e gli inviti è stata la università di Notre Dame dell’Indiana, più precisamente della sua “business school” che sta promuovendo  una “climate investing iniziative”, una iniziativa di investimento sul terrorismo climatico.

Il docente direttore di questa strana business school, Leo Burke, non ha voluto commentare la riunione papale di cui pare essere stato il manovratore:  con una mail, ha ricordato al giornalista indagatore che “abbiamo  già detto che ogni incontro sull’energia che implica il Vaticano sarà un dialogo privato con gli invitati”.

Esattamente la risposta che dà, da sempre, l’ufficio-stampa del Bilderberg.

Un portavoce Exxon ha invece risposto: la compagnia “spera che questo tipo di dialogo svilupperà soluzioni per la doppia sfida: gestire il rischio del cambiamento climatico e contemporaneamente soddisfare la domanda crescente di  energia, che è essenziale per alleviare la povertà e  migliorare gli standard di vita nel mondo in via di sviluppo”.  A tutti è nota l’ansia di Exxon per alleviare la povertà  nel Terzo Mondo.

Sabato, a chiusura del privato incontro, El Papa parlerà alle folle(sempre più scarse) dei nuovi comandamenti climatici elaborati con BlackRock.

a completamento della notizia, questa:

Per la prima a volta al Bilderberg invitato il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin

Quest’anno, non meno di 14 funzionari governativi ancora in carica parteciperanno all’incontro del Gruppo Globale. Essenzialmente, ministri, vice ministri, segretari di stato o primi ministri.

Per quanto riguarda la Francia, saranno presenti Jean-Michel Blanquer, ministro dell’istruzione, e il direttore della DGSE Bernard Émié. Il Bilderberg ha invitato il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ( prima volta nella storia, in 66 anni) 

Per quanto riguarda gli argomenti trattati, ci sono alcuni cliché come la Russia che viene menzionata ogni anno dal 2015. Si noti inoltre che il “populismo” e quella che chiamano l’era della post-verità preoccupa il gruppo dal 2017. Questo termine si riferisce alla crescente influenza dei social network e dei media alternativi e alla perdita dell’autorità dei media (che è ancora una volta molto presente quest’anno … almeno per partecipare alla riunione, non per conto).

TORINO, 5 GIUGNO 2018 – La 66a edizione del Gruppo Bilderberg si terrà dal 7 al 10 giugno 2018 a Torino, in Italia. Ad oggi, 128 partecipanti provenienti da 23 paesi hanno confermato la loro presenza. Come sempre, un gruppo eterogeneo di leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del mondo accademico e dei media sono stati invitati.
I principali argomenti di discussione di quest’anno includono:
  1. Populismo in Europa
  2. La sfida della disuguaglianza
  3. Il futuro del lavoro
  4. Intelligenza artificiale
  5. Gli Stati Uniti a metà strada

 

  • Leadership mondiale americana
  • Russia
  • Calcolo quantistico
  • Arabia Saudita e Iran
  • Il mondo “post-verità”
  • Eventi attuali
COMITATO DI GESTIONE DEL PRESIDENTE
Castries, Henri de (FRA), presidente dell’Istituto Montaigne; Ex Presidente e Chief Executive Officer, AXA
PARTECIPANTI
Achleitner, Paul M. (DEU), Presidente del Supervisory Board, Deutsche Bank AG; Tesoriere, riunioni del Bilderberg
Agius, Marcus (GBR), Presidente, PA Consulting Group
Alesina, Alberto (ITA), Nathaniel Ropes Professore di Economia, Università di Harvard
Altman, Roger C. (USA), fondatore e presidente senior, Evercore
Amorim, Paula (PRT), Presidente di Americo Amorim Group
Anglade, Dominique (CAN), vicepresidente del Quebec; Ministro dell’economia, della scienza e dell’innovazione
Applebaum, Anne (POL), editorialista, Washington Post; Professore di pratica, London School of Economics
Azoulay, Audrey (INT), direttore generale, UNESCO
Baker, James H. (USA), Direttore, Office of Net Evaluation, Ufficio del Segretario della Difesa
Barbizet, Patricia (FRA), presidente, Temaris & Associates
Barroso, José M. Durão (PRT), Presidente di Goldman Sachs International; Ex presidente della Commissione europea
Beerli, Christine (CHE), ex vicepresidente, Comitato internazionale della Croce Rossa
Berx, Cathy (BEL), Governatore, Provincia di Anversa
Beurden, Ben van (NLD), CEO, Royal Dutch Shell plc
Blanquer, Jean-Michel (FRA ), Ministro dell’istruzione nazionale, della gioventù e della vita comunitaria
Botín, Ana P. (ESP), Presidente del gruppo, Banco Santander
Bouverot, Anne (FRA), membro del consiglio di amministrazione; Ex CEO, Morpho
Brandtzæg, Svein Richard (NOR), Presidente e Chief Executive Officer, Norsk Hydro ASA
Brende, Børge (INT), Presidente, Forum economico mondiale
Brennan, Eamonn (IRL), direttore generale, Eurocontrol
Brnabic, Ana (SRB), Primo Ministro
Burns, William J. (Stati Uniti), Presidente, Carnegie Endowment for International Peace
Burwell, Sylvia M. (Stati Uniti), Presidente, American University
Caracciolo, Lucio (ITA), redattore capo, Limes
Carney, Mark J. (GBR), Governatore, Bank of England
Cattaneo, Elena (ITA), Direttore, Laboratorio di biologia delle cellule staminali, Università di Milano
Cazeneuve, Bernard (FRA), partner, August Debouzy; Ex primo ministro
Cebrián, Juan Luis (ESP), Presidente esecutivo, El País
Champagne, François-Philippe (CAN), Ministro del commercio internazionale
Cohen, Jared (USA), fondatore e CEO di Jigsaw presso Alphabet Inc.
Colao, Vittorio (ITA), CEO, Vodafone Group
Cook, Charles (USA), analista politico, The Cook report politico
Dagdeviren, Canan (TUR), Assistant Professor, MIT Media Lab
Donohoe, Paschal (IRL), ministro delle finanze, spesa pubblica e riforma
Döpfner, Mathias (DEU), Presidente e CEO, Axel Springer SE
Ecker, Andrea (AUT), Segretario generale, Ufficio federale Presidente austriaco
Elkann, John (ITA), Presidente, Fiat Chrysler Automobiles
Émie, Bernard (FRA), direttore della DGSE
Enders, Thomas (DEU), CEO di Airbus SE
Fallows, James (USA), scrittore e giornalista
Ferguson, Jr., Roger W. (Stati Uniti), Presidente e Chief Executive Officer, TIAA
Ferguson, Niall (USA), Milbank Family Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University
Fischer, Stanley (Stati Uniti), ex vicepresidente della Federal Reserve; Ex governatore della Banca di Israele
Gilvary, Brian (GBR), direttore finanziario del gruppo, BP plc
Goldstein, Rebecca (USA), Visiting Professor, New York University
Gruber, Lilli (ITA), redattore e conduttore “Otto e mezzo”, La7 TV
Hajdarowicz, Greg (POL), fondatore e presidente, Gremi International Sarl
Halberstadt, Victor (NLD), presidente della Bilderberg Meetings Foundation; Professore di Economia, Università di Leida
Hassabis, Demis (GBR), co-fondatore e CEO di DeepMind
Hedegaard, Connie (DNK), Presidente, Fondazione KR; Ex commissario europeo
Helgesen, Vidar (NOR), Ambasciatore per l’Oceano
Herlin, Antti (FIN), Presidente, KONE Corporation
Hickenlooper, John (USA), governatore del Colorado
Hobson, Mellody (USA), Presidente, Ariel Investments LLC
Hodgson, Christine (GBR), Presidente, Capgemini UK plc
Hoffman, Reid (Stati Uniti), co-fondatore, LinkedIn; Partner, partner di Greylock
Horowitz, Michael C. (USA), professore di scienze politiche, Università della Pennsylvania
Hwang, Tim (USA), direttore, Harvard-MIT Ethics and Governance o AI Initiative
Ischinger, Wolfgang (INT), Presidente della Conferenza di sicurezza di Monaco
Jacobs, Kenneth M. (Stati Uniti), Presidente e Chief Executive Officer, Lazard
Kaag, Sigrid (NLD), ministro del commercio estero e cooperazione allo sviluppo
Karp, Alex (USA), CEO, Palantir Technologies
Kissinger, Henry A. (Stati Uniti), Presidente, Kissinger Associates Inc.
Kleinfeld, Klaus (USA), CEO, NEOM
Knot, Klaas HW (NLD), Presidente, De Nederlandsche Bank
Koç, Ömer M. (TUR), presidente, Koç Holding AS
Köcher, Renate (DEU), direttore generale, Allensbach Institute for Public Opinion Research
Kotkin, Stephen (USA), professore di storia e affari internazionali, Università di Princeton
Kragic, Danica (SWE), professore, scuola di informatica e comunicazione, KTH
Kravis, Henry R. (Stati Uniti), Co-Presidente e Co-Chief Executive Officer, KKR
Kravis, Marie-Josée (Stati Uniti), Senior Fellow, Hudson Institute; Presidente, American Friends of Bilderberg
Kudelski, André (CHE), Presidente e Amministratore delegato, Gruppo Kudelski
Lepomäki, Elina (FIN), deputato, National Coalition Party
Leyen, Ursula von der (DEU), ministro della Difesa federale
Leysen, Thomas (BEL), Presidente di KBC Group
Makan, Divesh (USA), CEO, ICONIQ Capital
Mazzucato, Mariana (ITA), Professore di Economia dell’Innovazione e del Valore Pubblico, University College di Londra
Mead, Walter Russell (USA), Distinguished Fellow, Hudson Institute
Michel, Charles (BEL), Primo Ministro
Micklethwait, John (USA), redattore capo, Bloomberg LP
Minton Beddoes, Zanny (GBR), redattore capo, The Economist
Mitsotakis, Kyriakos (RCMP), Presidente, New Democracy Party
Mota, Isabel (PRT), presidente, Fondazione Calouste Gulbenkian
Moyo, Dambisa F. (Stati Uniti), economista e autore mondiale
Mundie, Craig J. (USA), Presidente, Mundie & Associates
Paesi Bassi, HM the King of the (NLD)
Neven, Hartmut (USA), direttore dell’ingegneria, Google Inc.
Noonan, Peggy (USA), autore e editorialista, The Wall Street Journal
Oettinger, Günther H. (INT), commissario per il bilancio e le risorse umane, Commissione europea
O’Leary, Michael (IRL), CEO, Ryanair DAC
O’Neill, Onora (GBR), Professore onorario emerito di filosofia, Università di Cambridge
Osborne, George (GBR), redattore, London Evening Standard
Özkan, Behlül (TUR), professore associato di Relazioni internazionali, Università di Marmara
Papalexopoulos, Dimitri (GRC), CEO, Titan Cement Company SA
Parolin, SE Pietro (VAT), Cardinale e Segretario di Stato
Patino, Bruno (FRA), direttore dei contenuti, Arte France TV
Petraeus, David H. (Stati Uniti), Presidente, KKR Global Institute
Pichette, Patrick (CAN), socio associato, iNovia Capital
Pouyanné, Patrick (FRA), Presidente e CEO di Total SA
Pring, Benjamin (USA), co-fondatore e CEO, Center for the Future of Work
Rankka, Maria (SWE), CEO della Camera di commercio di Stoccolma
Ratas, Jüri (EST), Primo Ministro
Rendi-Wagner, Pamela (AUT), MP; Ex ministro della salute
Rivera Díaz, Albert (ESP), presidente del partito Ciudadanos
Rossi, Salvatore (ITA), Vice Governatore, Banca d’Italia
Rubesa, Baiba A. (LVA), CEO, RB Rail AS
Rubin, Robert E. (Stati Uniti), copresidente emerito, Council on Foreign Relations; Ex segretario al Tesoro
Rudd, Amber (GBR), MP; Ex Segretario di Stato, Ministero dell’Interno
Rutte, Mark (NLD), Primo Ministro
Sabia, Michael (CAN), Presidente e Chief Executive Officer, Caisse de dépôt e Québec
Sadjadpour, Karim (USA), Senior Fellow, Carnegie Endowment for International Peace
Sáenz de Santamaría, Soraya (ESP), vice primo ministro
Sawers, John (GBR), Presidente e Partner, Macro Advisory Partners
Schadlow, Nadia (USA), ex vice consigliere per la sicurezza nazionale per la strategia
Schneider-Ammann, Johann N. (CHE), consigliere federale
Scholten, Rudolf (AUT), presidente, Bruno Kreisky Forum per il dialogo internazionale
Sikorski, Radoslaw (POL), Principal Investigator, Università di Harvard; Ex ministro degli affari esteri, Polonia
Simsek, Mehmet (TUR), Vice Primo Ministro
Skartveit, Hanne (NOR), scrittore politico, Verdens Gang
Stoltenberg, Jens (INT), Segretario generale, NATO
Summers, Lawrence H. (USA), Professore , Charles W. Eliot University, Università di Harvard
Thiel, Peter (USA), Presidente, Thiel Capital
Topsøe, Jakob Haldor (DNK), presidente, Haldor Topsøe Holding A / S
Wahlroos, Björn (FIN), Presidente, Gruppo Sampo, Nordea Bank, UPM-Kymmene Corporation
Wallenberg, Marcus (SWE), Presidente, Skandinaviska Enskilda Banken AB
Woods, Ngaire (GBR), Dean, Blavatnik School of Government, Università di Oxford
Yetkin, Murat (TUR), redattore capo, Hürriyet Daily News
Sailor, Gerhard (AUT), Presidente, Turner International

Scanu: sovranità svenduta illegalmente all’oligarchia Ue-Bce

libreeidee.org 3.6.18

Dalle parole di Mattarella, protagonista dello strano veto su Paolo Savona all’economia, fermato sulla soglia di quel ministero “in nome dei mercati”, sembrerebbe che i trattati europei abbiano ridotto a zero la nostra sovranità. Ma è davvero così? Aderendo ai trattati europei – si domanda Patrizia Scanu – abbiamo ridotto a tal punto la nostra sovranità, quantomeno cedendone una parte? E soprattutto: «Se abbiamo ceduto sovranità, era possibile farlo sulla base della nostra Costituzione?». Ovvero: «La classe politica che ha firmato quei trattati era legittimata dalla nostra Costituzione ad una cessione del genere? E se così non fosse, quali sarebbero le conseguenze e le azioni future da compiere?». In prospettiva: «Come si conciliano l’esercizio della sovranità e l’esigenza di costruire quell’Europa dei popoli che è il sogno mai realizzato della mia generazione?», si chiede Patrizia Scanu, dirigente del Movimento Roosevelt. «Che nozione di sovranità è adatta ad affrontare le sfide della globalizzazione? In concreto: come ci liberiamo adesso di una menzogna criminale che ci è stata raccontata per decenni?». Il gesto di Mattarella, aggiunge la Scanu, «appare rivelativo di un contenuto non espresso chiaramente per decenni, ma di importanza capitale per tutti noi: si tratta della compatibilità fra la nostra Costituzione (così invisa, per ovvie ragioni, alle élite politico-finanziarie che vorrebbero ridurci a periferia dell’Impero) e i trattati europei».

Sovranità? Un concetto complesso, «lungamente dibattuto nella filosofia del diritto, in parallelo al percorso storico che porta alla formazione degli Stati moderni». Intesa come sovranità dello Stato – argomenta Patrizia Scanu – esprime l’idea che lo Paolo SavonaStato, inteso come persona giuridica, abbia esclusivo poterenell’ambito del proprio territorio. Uno Stato indipendente da altri poteri esterni, che esercita una supremazia nei confronti dei suoi abitanti. Il filosofo Thomas Hobbes, che pure aveva una visione assolutista del potere statale, lo vedeva comunque originarsi da un “contratto sociale” stretto fra gli uomini: per contenere la violenza insita nella loro natura, gli individui cedono la sovranità allo Stato, sottomettendosi totalmente ad esso. «Nella versione più attuale, che si avvale delle riflessioni successive di Grozio, Althusius, Locke e soprattutto Rousseau, e delle discussioni dei coloni della Nuova Inghilterra fra ‘600 e ‘700 – spiega la professoressa Scanu – la sovranità non solo si origina, ma resta nel popolo, poiché gli esseri umani ne sono titolari a prescindere dall’ordinamento giuridico dello Stato». Si parla perciò di “sovranità popolare”, nel senso che i cittadini – individui liberi e sovrani, portatori di diritti – concordano di delegare allo Stato la sovranità, per far funzionare la società in modo ordinato, restandone però unici titolari.

I governanti – almeno nelle democrazie indirette – sono rappresentanti del popolo, scelti ed espressi dalla sovranità popolare e agiscono in nome e per conto del popolo, che li può revocare e sostituire. Come recita l’articolo 1 della Costituzione Italiana, “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ovvero la esercita per lo più nelle modalità della democrazia indiretta e rappresentativa e nella cornice dell’ordinamento giuridico dello Stato. La Costituzione, sottolinea Patrizia Scanu, prevede anche una limitazione alla sovranità. All’articolo 11, dice: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La Costituzione dice, insomma, che la sovranità è e resta del popolo, ma che lo Stato può accettare particolari limitazioni alla sovranità all’unico L'avvocato Marco Moriscopo di assicurare la pace e la giustizia a livello internazionale (sentite evidentemente come un bene superiore) e in condizioni di parità con altre nazioni.

Ma limitare – a certe condizioni – la propria sovranità vuol dire cederla? No: limitare e cedere non sono ha stessa cosa, come ha rilevato il Gip del tribunale di Cassino, Massimo Lo Mastro, in un decreto emesso in risposta ad una opposizione all’archiviazione di una denuncia dell’avvocato Marco Mori contro Laura Boldrini. «Proprio perché senza sovranità lo Stato non esisterebbe, i limiti della Costituzione in materia di compressione del potere d’imperio dello Stato sono rigorosi». Proprio per questo, scrive Lo Mastro, il legislatore si è occupato di sanzionare penalmente la lesione del potere d’imperio dello Stato: si parla infatti di “delitti contro la personalità giuridica internazionale dello Stato” ove ne risultino integrati gli estremi soggettivi e oggettivi. Sulla base dell’articolo 11 della Costituzione, aggiunge il magistrato, la sovranità non può dunque essere ceduta, ma solo limitata. E anche le mere limitazioni hanno ulteriori “limiti”: «Fermo il divieto assoluto di cessioni, la limitazione della sovranità può avvenire unicamente in condizioni di reciprocità ed al fine esclusivo (ogni altra soluzione è stata espressamente bocciata in seno all’Assemblea Costituente) di promuovere un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni».

Limitare, precisa il magistrato, significa «circoscrivere un potere entro certi limiti», ovvero «omettere di esercitare il proprio potere d’imperio (che pure deve rimanere intatto) in una determinata materia, oppure di esercitarlo all’interno di certi limiti generalmente riconosciuti dal diritto internazionale ai fini di pace e cooperazione fra le nazioni». Tutto questo, purché il contenimento del proprio potere (che “appartiene al popolo”) sia in ogni caso rispettoso dei limiti costituzionali. «La cessione di sovranità – chiosa Lo Mastro – comporta invece la consegna ad un terzo di un potere d’imperio proprio di uno Stato che così per definizione perde anche la propria indipendenza». Questo vuol dire che, se cessione di sovranità c’è stata – e c’è stata sicuramente, scrive Patrizia Scanu, visto che se per esempio la Bce è indipendente ed ha sovranità monetaria – significa che noi vi abbiamo rinunciato e abbiamo perso l’indipendenza. Una cessione dunque «non legittima»: chi l’ha permessa «ha commesso un reato». Alla lettera: «Nessun trattato europeo può avere più forza della nostra Costituzione. Un presidente della MattarellaRepubblica non può subordinare la sovranità popolare ai vincoli di trattati internazionali; semmai deve fare il contrario», scrive la Scanu, visto che «ha giurato di difendere la Costituzione», non i trattati europei.

Restando al popolo la sovranità, quei trattati «possono pacificamente essere ridiscussi o rigettati, purché nelle forme previste dalla Costituzione, ovvero se questa è la volontà del popolo, espressa con il voto». Questo, osserva Patrizia Scanu, «vuol dire anche che la via d’uscita da questa situazione intollerabile consiste nel riprendersi la sovranità così malamente compressa e calpestata». In altre parole: «Rivendicare sovranità – prima di tutto, sovranità monetaria – non vuol dire né tornare agli Stati nazionali del periodo pre-bellico né uscire dall’Unione Europea né necessariamente uscire dall’euro. Vuol dire al contrario portare a compimento quel processo di federazione europea che farebbe dell’Europa un contrappeso adeguato al dominio delle grandi potenze, Usa e Cina soprattutto (non certo spettatori disinteressati)». Significa «riprendersi la facoltà di emettere moneta nazionale», magari sotto forma di Stato-note o di crediti fiscali, come spiega da tempo l’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt: una misura percorribile anche senza uscire dall’euro. Vuol dire «riportare sotto controllo dei cittadini i poteri extranazionali, non eletti e cooptativi che ci hanno imposto questo ordine neoliberista», in primis la Commissione Europea e la Bce per «riportare in primo piano il benessere e i diritti dei cittadini, invece delle esigenze della finanza internazionale».

Insiste Patrizia Scanu: «Non è pensabile una sovranità europea che si costituisca per cessione della sovranità nazionale, come sommatoria di non-Stati, perché senza sovranità popolare non c’è Stato democratico, e se i cittadini di un paese non possono esprimere la loro volontà politica, non siamo più in democrazia». Lo Stato moderno? «E’ entrato in crisi con la globalizzazione, ma non abbiamo ancora inventato una forma politica diversa». I trattati europei? «Sono contratti giuridici fra Stati nazionali, che sono i soggetti contraenti, ciascuno pienamente titolare della propria sovranità: rinunciare ad essa è un suicidio». Impossibile fare scempio in questo modo del vecchio continente: «L’Europa è troppo ricca di storia e di differenze nazionali perché esse possano essere ignorate, ma è anche effettivamente portatrice di una cultura condivisa e di una coscienza comune. Lo scenario attuale è desolante, perché disattende i principi istitutivi dell’Unione Europea». Lo ricorda lo stesso Patrizia ScanuPaolo Savona nel 2015: in teoria, l’Ue aveva formalmente promesso «lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale», senza trascurare «la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri».

La crisi della Grecia – osserva Savona – ha mostrato quanto la realtà sia lontana dalle enunciazioni di principio: «Invece di uscire dal paradosso di un non-Stato europeo formato da non-Stati nazionali si intende approfondire questa strana configurazione istituzionale, perché appare vantaggiosa a pochi paesi capeggiati dalla Germania». Per Patrizia Scanu, «stiamo assistendo a una feroce competizione economica fra gli Stati dell’Unione, a cominciare dal mercantilismo tedesco, a uno spaventoso trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi e dall’economia reale ai mercati finanziari». E abbiamo governi che, uno dopo l’altro, «hanno tradito lettera e sostanza della Costituzione, cedendo progressivamente quote di sovranità per loro indisponibili, rendendoci subalterni a poteri oligarchici, estranei e autoreferenziali che tutto hanno a cuore, fuorché il nostro interesse di cittadini». Prima risposta: «Prendere consapevolezza del colossale inganno perpetrato a nostro danno, con l’illusione del sogno europeo». E quindi, «ridiscutere radicalmente i trattati europei, per rifondare l’Europa su basi autenticamente democratiche». Può sembrare un paradosso, conclude Patrizia Scani, ma «chi critica l’euro e i trattati europei ha l’Europa più a cuore di chi si straccia le vesti di fronte ad ogni ipotesi di cambiamento, come stanno facendo in questi giorni i dirigenti del Pd ormai in pieno stato confusionale, e intanto svende senza contraccambio (almeno per noi) la nostra sovranità nazionale, la nostra economia e il nostro futuro».

Tutti gli effetti della sberla di Eurostat a Padoan su Popolare Vicenza e Veneto Banca

di  startmag.it 4.4.18

Figura barbina del governo Gentiloni e del Tesoro sui conteggi relativi ai costi statali per il salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. E’ questo il senso “politico” della decisione giunta ieri da Eurostat, l’istituto europeo di statistica. Vediamo ora numeri, dettagli e analisi.

TUTTI I DETTAGLI

L’Eurostat ha smentito il governo sugli oneri del salvataggio delle banche venete. Secondo il ministero dell’Economia retto da Piercarlo Padoan, infatti, la spesa pubblica per il salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca doveva essere tenuta fuori dalla contabilità trattandosi di finanziamenti destinati a essere rimborsati. L’istituto europeo di statistica, invece, la pensa diversamente.

LA COMUNICAZIONE EUROSTAT

Nella comunicazione inviata all’Istat e pubblicata sul sito è scritto che “nel 2017 l’impatto sull’indebitamento è stimato pari a 4,7 miliardi. L’impatto diretto e indiretto sul debito è pari a 11,2 miliardi”.

IL RICONTEGGIO

A questo punto l’Istat dovrà calcolare i nuovi rapporti rispetto al Pil. Il debito, che secondo le indicazioni del Tesoro era sceso da 132 a 131,5%, dovrebbe attestarsi al 132,1% e il debito, stimato all’1,9%, dovrebbe salire al 2,1%. Come si è arrivati a questi valori? Nella sua valutazione Eurostat calcola il saldo tra le uscite totali per la liquidazione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza pari a 14,7 miliardi e le entrate stimate, come recuperi soprattutto dai crediti deteriorati, pari a 10 miliardi.

GLI EFFETTI DELLA DECISIONE

Qual è il reale effetto della decisione? “Il risultato – scrive Eurostat – è un impatto negativo di 4,7 miliardi da registrare” a valere sul deficit 2017. In relazione al debito, Eurostat considera le obbligazioni pari a 6,4 miliardi verso Intesa Sanpaolo come prestito e il finanziamento necessario per l’intervento di cassa a favore di Intesa per 4,8 miliardi: l’impatto sul debito, diretto e indiretto, ammonta dunque a 11,2 miliardi.

LA SOSTANZA DI EUROSTAT

Le cifre di Eurostat dicono che l’intervento di salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, con la cessione a Intesa Sanpaolo delle parti “good” accompagnata dalle garanzie e la creazione delle bad bank per gestire la cessione dei crediti deteriorati, va calcolato integralmente sia nel deficit sia nel debito.

I NUMERI DI PADOAN E GENTILONI

Il governo Gentiloni, invece, aveva stimato sul deficit un impatto nullo, “trattandosi di partite finanziarie” come spiegato dal ministero dell’Economia nell’ultima Nota di aggiornamento al Def, mentre aveva considerato nel debito solo il pagamento a Intesa Sanpaolo da 4,8 miliardi, ma non le garanzie.

LA RICHIESTA DELL’ISTAT

Era stata l’Istat a chiedere lumi all’Eurostat sulla correttezza dell’operazione, generando la risposta, negativa, di ieri: risposta che vale 4,7 miliardi di deficit e 11,2 miliardi di debito in più. Sul debito ricadono infatti le garanzie statali, fino a 6,4 miliardi potenziali, concesse a Intesa Sanpaolo guidata dall’amministratore delegato, Carlo Messina, a copertura dei rischi sui crediti delle banche in liquidazione. Rischi che, spiega Eurostat, pendono sullo Stato, per cui le due bad bank rientrano a pieno titolo nel perimetro pubblico. Questo significa, rispetto ai dati diffusi dall’Istat all’inizio di marzo, che il disavanzo 2017 pesa sul Pil per due-tre decimali in più e anche l’incidenza del debito sale più o meno della stessa misura.

L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE

Ma qual è dunque l’effetto della decisione di Eurostat? Anche se “imitato nel suo impatto sul Pil e sui conti del 2017”, scrive Dino Pesole del Sole 24 Ore, “il ricalcolo operato da Eurostat sugli effetti in termini di maggior debito e deficit del salvataggio delle banche venete impone di rivedere al rialzo il consuntivo reso noto dall’Istat lo scorso primo marzo”. Non si tratta di “valori rilevantissimi”, secondo il Sole, e “tuttavia suscettibili di complicare sia il giudizio europeo in programma per maggio, con annessa la richiesta di una manovra correttiva da almeno 3,4 miliardi (che probabilmente slitterà in attesa che si formi il nuovo governo), sia la successiva trattativa da avviare con la Commissione Ue, in vista della predisposizione della manovra di bilancio del 2019”.

CHE COSA HA DETTO OGGI L’ISTAT DOPO EUROSTAT

Complessivamente, le operazioni sulle banche in difficoltà impattano, per circa 6,3 miliardi sull’indebitamento 2017. Lo rileva l’Istat, spiegando che la contabilizzazione del salvataggio delle banche venete corrisponde a un trasferimento in conto capitale di 4,756 miliardi, secondo le indicazioni di Eurostat. A ciò vanno aggiunti 1,6 miliardi delle operazioni relative a Monte dei Paschi di Siena (ricapitalizzazione e ristoro dei junior bondholders). Cifra, questa, rivista (era stata calcolata in 1,1 miliardi).

Cosa farà Intesa Sanpaolo con i crediti di Popolare di Vicenza e Veneto Banca

 startmag.it 22.3.18

L’articolo di Luca Gualtieri, giornalista di Mf/Milano Finanza, su presente e futuro di Popolare di Vicenza e Veneto Banca

Intesa Sanpaolo ha stabilito definitivamente il perimetro del salvataggio delle due banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Alla fine dell’anno scorso l’istituto guidato da Carlo Messina ha concluso la laboriosa due diligence sui libri dei due istituti del Nord Est, messi in sicurezza a giugno. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, dopo l’esame il collegio di esperti nominato congiuntamente da Intesa, Tesoro e liquidatori avrebbe deciso di spostare nella due ex banche attività per 328 milioni (classificate a bilancio tra gli asset in via di dismissione): 14 milioni di crediti delle controllate estere Veneto Banka Croazia e Veneto Banka Albania e 314 milioni di crediti high risk successivamente riclassificati in bilancio come sofferenze o inadempienze probabili.

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

Se le esposizioni verso i due istituti esteri sono stati ritrasferite già nel gennaio scorso, gli impieghi ad alto rischio dovrebbero essere spostati nelle prossime finestre temporali di retrocessione previste dal contratto. Al momento del salvataggio, infatti, oltre a escludere tutte le esposizioni non performing, Intesa si era tenuta le mani libere sui cosiddetti crediti in bonis «high risk». Nel dettaglio si tratta di posizioni classificate come crediti retail e sme (small and medium enterprise) con probabilità di default maggiore del 4,25% e crediti corporate con probabilità di default maggiore dell’8,5%.

DOSSIER POSIZIONI

Le posizioni che non rispettino queste caratteristiche potranno essere retrocesse alla liquidazione coatta fino al 31 dicembre 2020. Nel dettaglio, 30 giorni prima della conclusione di ogni trimestre Intesa potrà inviare ai commissari una comunicazione scritta contenente l’individuazione dei singoli crediti ad alto rischio riclassificati e una dichiarazione del revisore legale dei conti. Entro dieci giorni dall’invio della comunicazione la banca procederà alla cessione degli stock in questione, ricevendo in cambio una somma corrispondente al valore lordo di bilancio dei crediti stessi al netto degli accantonamenti.

LA DUE DILIGENCE

La relazione definitiva sulla due diligence, confermando quanto già anticipato alla fine di dicembre, è stata depositata lo scorso 4 febbraio e, come previsto dal contratto, contiene l’inventario analitico delle poste attive e passive e definisce così il perimetro del salvataggio. Dal documento emerge uno sbilancio tra attivo e passivo di 6,4 miliardi, compensato da un credito verso la liquidazione coatta poi trasformato in un finanziamento fruttifero erogato da Intesa verso i due ex istituti veneti. Il finanziamento, coperto come previsto da una garanzia statale, è stato erogato già alla fine di dicembre per un importo di 6,35 miliardi (3,2 miliardi a Bpvi e 3,15 miliardi verso Veneto Banca), mentre il Tesoro ha rilasciato la garanzia con un decreto dello scorso 17 gennaio.

COSA HA FATTO LA CORTE DEI CONTI

Nel frattempo nei giorni scorsi la Corte dei Conti avrebbe dato il via libera alla registrazione del decreto che trasferisce i crediti deteriorati nella Società Gestione Attività. Secondo quanto si apprende, resterebbe solo da definire la modalità di finanziamento del veicolo guidato da Marina Natale. Sul tavolo ci sarebbe l’ipotesi di un finanziamento bancario per 200-300 milioni di euro che consentirebbe di avviare l’operatività. Oltre alle sofferenze infatti Sga dovrà gestire circa 9 miliardi di inadempienze probabili, cioè crediti che pur non essendo più in bonis non sono ancora scivolati in default. È buona prassi dell’attività bancaria evitare il deterioramento di queste esposizioni e fare il possibile per riportarle in bonis, incoraggiando il turnaround industriale e finanziario.

LA TEMPISTICA

Passaggi che richiedono però l’immissione di nuova finanza, cosa che le liquidazioni coatte amministrative non possono più fare e che Sga, da intermediario finanziario ex 106, può effettuare solo in misura limitata. Si è pertanto ragionato sulla concessione di una linea di credito revolving. Il prestito bancario avrebbe potuto superare l’impasse, anche se fino all’ultimo si sono svolti approfondimenti per verificare la compatibilità della mossa con la disciplina europea sugli aiuti di Stato. La linea di credito avrebbe dovuto infatti avere come collaterale i crediti confluiti nel frattempo in Sga (assistita tra gli altri da Kpmg e dallo studio legale milanese Rcc), ma non è chiaro se una soluzione di questo genere abbia incontrato il gradimento della Dg Comp. di Bruxelles.

(articolo di Mf/Milano Finanza)

LA FIERA DELL’EUFEMISMO: ”L’ERRORE DI MIO PADRE, ZONIN? DOVEVA FARSI DA PARTE PRIMA”. CERTO, QUELLO È STATO L’UNICO ERRORE – E SI LAMENTA PURE: ”LA FAMIGLIA IN QUELLA BANCA HA PERSO 24 MILIONI”. PERÒ GLI RESTANO ALTRE DECINE DI MILIONI, SOCIETÀ E VIGNETI. VISTO CHE IL PADRE PRIMA DEL CRAC HA INTESTATO TUTTO AI FIGLI – A DARE IL COLPO DI GRAZIA AI RISPARMIATORI DELLE BANCHE VENETE ORA CI PENSA LA GIUSTIZIA

dagospia.com 8.7.17

1. “L’ ERRORE DI ZONIN, MIO PADRE? DOVEVA FARSI DA PARTE PRIMA NOI ABBIAMO PERSO 24 MILIONI”

Gianluca Paolucci per ”La Stampa

la famiglia zonin nel palazzo di famigliaLA FAMIGLIA ZONIN NEL PALAZZO DI FAMIGLIA

«Doveva farsi da parte prima», dice Francesco Zonin parlando del padre Gianni. A mezzogiorno, tra i tavoli dei bar di piazza dei Signori, i vicentini combattono l’ afa a colpi di spritz. 43 anni, vicepresidente dell’ azienda di famiglia, Francesco preferisce parlare di mercato del vino che di disastri bancari. In una delle aziende del gruppo, la tenuta Altamura nei pressi di Brindisi, qualche giorno fa hanno tagliato 80 olivi. Qualcuno la vede come una “vendetta” per le vicende della banca.

«Ma no, sono cose che nel mondo dell’ agricoltura possono capitare. Al Sud come al Nord. Qualche anno fa in Lombardia rubarono da una vigna le barbatelle appena impiantate. Ora fa notizia perché si tratta di Zonin».

E perché Zonin è stato per 19 anni presidente di una banca che ha fatto perdere miliardi ai risparmiatori.

gianni zonin con i figliGIANNI ZONIN CON I FIGLI

«Finché le banche facevano raccolta e prestiti, le cose sono andate bene. Quando hanno iniziato a fare finanza, mio padre avrebbe dovuto capire che non era più la sua stagione. Noi glielo abbiamo detto più volte».

La vicenda della Popolare ha pesato, ovviamente, anche sui figli: «La mia famiglia ha perso 24 milioni di euro con la Popolare. Io, i miei fratelli, mia madre, mio padre, le società. Tutti avevamo azioni. Il patrimonio di mio padre era tutto investito nella banca».

francesco zoninFRANCESCO ZONIN

Certo, farsi vedere a spasso per via Montenapoleone mentre il governo spendeva oltre cinque miliardi dei contribuenti per salvare quella che era la “sua” banca non è stata una buona idea da parte del Cavalier Gianni Zonin. «Inopportuno, glielo abbiamo detto. Però è giusto che si sappia che non era andato a fare shopping, aveva accompagnato mia madre a salutare una sua amica».

francesco zoninFRANCESCO ZONIN

Era la prima uscita dopo mesi, dice Francesco. Dopo le foto, è tornato a chiudersi nella casa di Gambellara, nei pressi di Vicenza. «Con i giornalisti non parla. La strategia concordata con gli avvocati è questa. Quando potrà, se vorrà, dirà quello che deve dire».

Di certo c’ è che se qualcuno volesse rivalersi su Zonin per il disastro della banca troverebbe le sue casse personali vuote: le quote delle aziende, come noto, sono passate ai figli con sospetto tempismo: all’ inizio del 2016, quando Zonin era già indagato e quando la banca stava arrancando sempre più.

zonin shopping MontenapoleoneZONIN SHOPPING MONTENAPOLEONE

Per questo, in molti credono che sia stata una mossa studiata a tavolino per evitare sequestri. «Abbiamo solo anticipato un passaggio generazionale previsto da tempo. Quest’ anno sarebbe stata la sessantesima vendemmia di Gianni Zonin, che era entrato in azienda nel 1957. Avremmo dovuto fare una grande festa con il passaggio definitivo del testimone tra mio padre e noi e la sua nomina a presidente onorario». Un progetto che non è più d’ attualità: «Ovviamente no». Per il vecchio Cavaliere non si parla più neppure di presidenza onoraria della sua azienda.

2. BANCHE VENETE, LA GIUSTIZIA PUÒ ATTENDERE RITARDI NELL’ INCHIESTA E CONFLITTI TRA GIUDICI

Gianluca Paolucci per ”La Stampa

GIANNI ZONIN A VIA MONTENAPOLEONE MILANOGIANNI ZONIN A VIA MONTENAPOLEONE MILANO

La mancanza di giustizia è un provvedimento di sequestro da 108 milioni di euro ai danni della banca e di due ex manager che resta sei mesi sulla scrivania del gip di Vicenza. Poi concede il sequestro ma spedisce l’ indagine a Milano, che però non la vuole e la manda in Cassazione. Che deve ancora mettere in calendario la sua pronuncia.

La mancanza di giustizia sono le migliaia di denunce per truffa che i risparmiatori-azionisti di Veneto Banca hanno inviato alla procura di Treviso, che le girava a Roma «senza neppure guardarle», confessava mesi fa il procuratore capo di Treviso, Michele Dalla Costa.

GIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLIGIANNI ZONIN E VINCENZO CONSOLI

Un giro di posta andato avanti fino al maggio scorso, quando la Cassazione ha stabilito che la competenza per la truffa è di Treviso, dove tra qualche giorno dovrebbe arrivare un nuovo magistrato ad occuparsene. A due anni di distanza dalle prime denunce, sul filone della truffa – dal quale possono dipendere le rivalse in sede civile – a Veneto Banca non è successo assolutamente niente.

La mancanza di giustizia è la foto di Zonin in via Montenapoleone, nei giorni del salvataggio pubblico di quella che fu la “sua” banca (vedi articolo sotto). «Un arrogante.

Lo è sempre stato e lo è rimasto», dice Renato Bertelle, avvocato e presidente di una associazione di azionisti che criticava il “sistema Zonin” anche in tempi non sospetti.

montebello proteste sotto la villa di zoninMONTEBELLO PROTESTE SOTTO LA VILLA DI ZONIN

«È vero, è un arrogante e l’ arroganza è una malattia che non conosce cura – dice una persona che lo conosce bene -. La cosa peggiore è che non si ritiene responsabile di quanto è successo».

La sua eredità è un cumulo di macerie, neppure tanto metaforiche.

La Fondazione Roi, nata per essere la cassaforte culturale della città, rischia di finire commissariata. Aveva investito una fetta importante del suo patrimonio in azioni della Popolare. Gianni Zonin ne era il presidente ed è rimasto attaccato fino all’ ultimo, fino a quando un anno fa non è stato di fatto cacciato dal nuovo cda targato Atlante.

BARBOURSVILLE VINEYARDS ZONINBARBOURSVILLE VINEYARDS ZONIN

Il consigliere comunale di Vicenza Claudio Cicero chiede a Intesa di «vendere a un euro» la sede della banca al Comune, per trasformarla nel nuovo municipio: «Sarebbe un giusto risarcimento per una comunità tradita e ferita».

«Mi faccia un’ altra domanda», risponde il procuratore capo di Vicenza Antonino Cappelleri al più banale dei «come va?».

I ritardi del gip e il decreto del governo sul salvataggio vanificano una strategia dell’ accusa perseguita per mesi. «Il senso giuridico principale del sequestro era di azionare la responsabilità dell’ ente. Secondo la legge 231, quanto sequestrato sarebbe potuto andare a ristorare le persone offese».

ZONIN CON LA MOGLIEZONIN CON LA MOGLIE

Il decreto del governo ha poi svuotato la banca, trasferendo il ramo d’ azienda sano a Intesa Sanpaolo e lasciando le cause nella “bad bank” in liquidazione. Che prima di poter risarcire gli azionisti truffati, dovrà rimborsare il prestito a Intesa, lo Stato, le spese della procedura e tutti gli altri creditori. Quando è arrivato il giudizio del gip, il procuratore si è lasciato andare a qualche commento di troppo sul collega e si è beccato una censura dell’ Anm.

«È una questione di competenze che nelle piccole procure non ci sono ma anche, è innegabile, di condizionamenti ambientali», dice un investigatore che si è occupato a lungo di una delle due inchieste. A Vicenza è ancora vivo il caso dello scontro tra la gip Cecilia Carreri e l’ allora procuratore capo Antonio Fojadelli. La prima voleva che si indagasse su PopVicenza, il secondo no. La prima ha lasciato la magistratura mentre il secondo è stato assunto in banca.

Cappelleri dopo quasi due anni si appresta a chiudere il primo troncone dell’ inchiesta.

zonin popolare vicenzaZONIN POPOLARE VICENZA

Aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza per 19 persone, tra le quali lo stesso Zonin. Poi vediamo. Se i commissari dimostrano che la banca era in stato d’ insolvenza e se il tribunale la dichiarerà, allora potrà essere contestato il reato di bancarotta. Niente insolvenza, niente bancarotta.

Per Veneto Banca ha indagato la procura di Roma e l’ avviso di fine indagini è arrivato qualche settimana fa. Stessi reati, modalità analoghe. «Ma loro sono partiti prima», spiega Cappelleri. Anche qui potrebbe scattare la bancarotta, poi sarà da vedere quale sarà la procura competente. La giustizia può aspettare.

VIA COL VENETO! – IL COSTO DEL SALVATAGGIO DELLE BANCHE VENETE (10 MILIARDI) FINIRA’ SUI CONTRIBUENTI. MA SI SCOPRIRA’ FRA QUALCHE ANNO, LONTANO DALLE ELEZIONI – IL RESTO A CARICO DEGLI AZIONISTI E DEGLI OBBLIGAZIONISTI: COME PER L’ETRURIA – CON UN EURO, INTESA SI PRENDE LA PARTE “BUONA”

dagospia.com 22.6.17

Francesco Manacorda per la Repubblica

Dunque, le due banche venete verranno finalmente “salvate”, evitando una crisi potenzialmente devastante? E per “salvarle” basterà davvero l’ offerta di un euro arrivata ieri da Intesa Sanpaolo? Sono queste le domande a cui bisogna cercare una risposta nel giorno in cui pare sciogliersi uno dei nodi più intricati del nostro sistema creditizio. Quello di due banche di medie dimensioni che erano forti soprattutto nel forte Nord-Est, ma che all’ improvviso si sono scoperte debolissime.

DANIELE NOUYDANIELE NOUY

Oggi hanno un ammanco complessivo di capitale che la Bce calcola in 6,4 miliardi di euro e che vuole venga ripianato non solo dallo Stato, ma anche da soggetti privati. La risposta, nella tecnolingua delle vicende bancarie, sta innanzitutto nel fatto che il governo italiano, con l’ evidente consenso di Bruxelles, si prepara a non evitare il burden sharing, ma vuole dribblare il bail in.

Urge traduzione? Il burden sharing è una sorta di “mal comune mezzo gaudio” in chiave bancaria: se una banca è in dissesto, prima di poter ottenere l’ intervento pubblico, deve far pagare il peso di quel dissesto ai suoi azionisti e ai suoi obbligazionisti che hanno sottoscritto i bond subordinati, ossia la categoria più rischiosa. Il valore delle azioni viene tagliato e così quello delle obbligazioni subordinate (che possono essere anche convertite in azioni).

piercarlo padoan margrethe vestagerPIERCARLO PADOAN MARGRETHE VESTAGER

La regola del burden sharing era valida prima del 1° gennaio 2016, quando con la direttiva europea sulle risoluzioni bancarie – la Brrd – è entrato invece in vigore il più severo bail in: in questo caso, prima che i fondi pubblici possano intervenire, pagano non solo gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati, ma anche le altre categorie di obbligazionisti e infine chi ha oltre 100mila euro depositati sul conto corrente di quella banca.

Un “mal comunissimo”, insomma, ma che rappresenta tutt’ altro che un mezzo gaudio; specie per i correntisti delle banche che finora non hanno mai dovuto affrontare il rischio di un salasso: non è avvenuto nemmeno per l’ Etruria e le altre tre banche sorelle, visto che il governo agì nel novembre 2015 proprio per evitare il loro bail in dal gennaio successivo.

popolare vicenza 2POPOLARE VICENZA 2

Adesso la scelta italiana appare quella di procedere non a una risoluzione secondo le regole europee, ma a una liquidazione coatta delle due banche in base alle regole nazionali. Le norme comunitarie offrono spazio per farlo, l’ accordo politico con Bruxelles si considera garantito. In questo senso si dribbla la Brrd e si evita il bail in come il ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan aveva più volte assicurato.

Improponibile, del resto, dopo che si sono salvati i correntisti della rossa Mps e quelli della rosata Etruria, toccare gli “schei” dei depositanti in un Veneto più tinto di verde Lega: in campagna elettorale una mossa simile si sarebbe trasformata in un boomerang micidiale per le forze di governo.

veneto banca 2VENETO BANCA 2

Se passerà l’ operazione e Intesa Sanpaolo prenderà a quel prezzo simbolico il meglio che le due banche possono offrire (niente crediti deteriorati, ma nemmeno crediti ad alto rischio) qualcuno dovrà però pagare il conto per il credito di pessima qualità che resterà nelle casse di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Lo faranno azionisti e obbligazionisti subordinati, ma il grosso – una cifra che potrebbe essere vicina ai 10 miliardi – ce lo dovrà mettere lo Stato.

Nessun salvataggio è gratis, ovviamente, e questo lo pagheranno in buona parte i contribuenti. Per capire se ne sia valsa la pena ci vorrà molto tempo, probabilmente anni, durante i quali i commissari che gestiranno le banche in liquidazione cercheranno di recuperare i crediti andati a male a prezzi superiori ai 17-19 centesimi per ogni euro che offrono oggi i fondi specializzati.

carlo messina giovanni bazoliCARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

Una risposta positiva si può dare invece alla domanda sulla fine dei rischi di contagio per il sistema. Risolvendo il problema delle banche venete si sterilizza quello che pare l’ ultimo grande problema del sistema e restano casi minori di banche in difficoltà, come Carige. È una visione che condividono molti osservatori, come ad esempio Giuseppe Lusignani, vicepresidente di Prometeia, e che ritiene che «a questo punto i casi che preoccupano gli investitori sono drasticamente ridotti».

Ultima domanda legittima: ma allora Intesa-Sanpaolo ha fatto un affare offrendo un solo euro per la parte “buona” delle due consorelle venete? Difficile rispondere di sì, visto che – nonostante le speranze del Tesoro – non si è creata una fila di possibili acquirenti. Nessun altro è stato disposto a offrire nemmeno quell’ euro per avventurarsi nella palude bancaria, pur in parte bonificata, del Nord-Est.

 

“Magliette rosse”: la nuova frontiera della Sinistra Mondialista e dei suoi sodali

controinformazione.it 9.7.18

di Luciano Lago

Con il suo elettorato che gli ha voltato le spalle e con i suoi discorsi elitari la sinistra mondialista cerca disperatamente di trovare un appiglio per non scomparire e rimanere in prima fila sui media autoproclamando la propria “superiorità morale”.
L’occasione viene fornita dalle politiche antimigratorie del neo ministro Salvini, una sorta di “battaglia morale” in cui la sinistra si è gettata e si ritrova a difendere le ragioni della migrazione di massa e con quella gli interessi del business delle mafie transnazionali che lucrano sul fenomeno migratorio. Pronto il loro nuovo simbolo: la “maglietta rossa” che sostituisce la vecchia “bandiera rossa”, ormai passata alla Storia.

La sinistra ci riprova oggi con le magliette rosse domani, forse, con le mutande viola.

Gli esponenti di questa sinistra allo sbando, quelli come Renzi, Gentiloni, Graziano Del Rio, Maurizio Martina, Carlo Calenda, Alessandra Moretti e compagnia cantante, ridottasi a quattro ossa elettorali, sempre in baruffa fra di loro, passano il tempo a discettare su come risalire la corrente e riprendere il consenso perso irrimediabilmente dalla loro vecchia base elettorale.

Niente potrebbe segnare meglio la distanza dai questi personaggi della casta radical progressista dalla base popolare se non i discorsi e le campagne mediatiche impostate sulle “magliettte rosse” e sull’indignzione contro chi vuole opporsi al mondialismo, alla società aperta ed alla visione falsamente buonista ed universalista della sinistra progressista e mondialista.

Loro, i progressisti “radical snob”, nel loro mondo fatto di apericene, seminari e convegni, cattedre universitarie e grandi giornali, non riescono proprio a comprendere le ansie e le tensioni che oggi agitano il mondo del lavoro, di chi lo ha ma anche di chi lo cerca e non lo trova, di chi si vede affossato nell’ultima gradino della scala sociale e privato dei diritti sociali basilari, lavoro casa , assistenza santaria, sicurezza. ecc…

Magliette rosse e foto di Pamela, vittima dei nigeriani

Al contrario sempre loro, i progressisti “radical snob”, si sono rinchiusi nella loro insopportabole pretesa di superiorità moraleammantata dall’ipocrisia con cui pretendono di giudicare dall’alto della loro prosopopea con l’indice puntato contro chi viene giudicato un retrogrado, un razzista, un antieuropeo o, peggio, un fascista nostalgico del “male assoluto”.

La spocchia è quella cosa che accomuna il vecchio Scalfari con la Laura Boldrini, con il pseudo intellettuale di riferimento, Roberto Saviano, con gli opinionisti come Vittorio Zucconi , Furio Colombo, Massimo Giannini e presentatori  super pagati come Fabio Fazio,  tutti riveriti dai media del sistema. Il loro vizietto di farsi trovare sempre con il “ditino alzato” per dare lezioni morali e indicare la “impresentabilità” dei loro interlocutori non in linea con i dogmi del pensiero progressista e mondialista.

La tracotanza e la spocchia sono in realtà un vizio antico e consolidato della sinistra, un modo per ritenersi moralmente superiori e disprezzare le idee ed i concetti alternativi alla loro visione del mondo. Una forma di autogratificazione che alla lunga ha reso gli esponenti politici, intellettuali e mediatici di questa sinistra, un circolo chiuso di presunti “saggi”, detentori della “verità assoluta” che si dimostravano insopportabili per la loro vanteria e del tutto distanti dalle masse popolari conquistate dai discorsi “populisti” delle formazioni alternative.

Magliette rosse

D’altra parte, per comprendere il mondo di oggi, il vecchio schema destra/sinistra si dimostra del tutto obsoleto, così come le altre categorie tanto care a questa sinistra, come antifascismo/fascismo, categorie utilizzate dal sistema di potere per distrarre da quello che è attualmente l’unico vero spatiacque politico: globalisti contro sovranisti.

Gli esponenti della sinistra globalista non si sono però rassegnati ed hanno piuttosto individuato il loro prossimo terreno di consenso: i migranti, i gay e i rom. Lo ha dichiarato il “maitre a penser” della sinistra mondialista, Roberto Saviano, apertamente e senza infingimenti, di questo bisogna darne atto. Vedi: Saviano: Gay, migranti e rom…
Abbiamo già assistito alla mobilitazione nelle piazze: migranti e gay sempre in prima fila dietro gli striscioni ed i cartelli esibiti dai manifestanti aizzati dallla sinistra del PD, di “Liberi e Uguali”, dei Centri Sociali e dell’ANPI.

Sono loro la nuova mano d’opera e massa di manovra che verrà utilizzata per soffocare le istanze sovraniste dei cittadini e la loro richiesta di sicurezza e dignità sociale.
Lo si era capito e non ci vuole molto acume per prevedere che sarà questa la nuova frontiera della sinistra mondialista e dei suoi sodali.

Così Mario Draghi rassicura su post Qe e rischio Italia

 startmag.it 9.7.18

Che cosa ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso dell’audizione all’Europarlamento.

Rassicurazioni su Qe e solidità Italia. Le ha fornite oggi il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso dell’audizione all’Europarlamento.

Ecco che cosa ha detto Draghi sui vari aspetti toccati nell’audizione.

COSA SUCCEDE DOPO IL QE

“La nostra fiducia sulla dinamica dell’inflazione sta anch’essa aumentando”. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, in un’audizione all’Europarlamento, assicurando comunque che “la fine attesa degli acquisti netti di titoli a dicembre 2018 non significa che la nostra politica monetaria cesserà di essere espansiva”.

LE RASSICURAZIONI SU ITALIA E TARGET

Nello squilibrio negativo dell’Italia sul sistema ‘Target2′ “si sono viste cifre piuttosto elevate, ma non incoerenti con l’esperienza storica, non e’ qualcosa che non si e’ mai visto prima”, ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, a proposito del saldo negativo record dell’Italia, pari a 480,94 miliardi di euro a giugno, che registra la posizione della Banca d’Italia verso le altre banche centrali dell’Eurozona, in particolare la Bundesbank.

I DOSSIER EUROPEI

Nelle riforme future, inclusa quella sull’assicurazione comune dei depositi bancari, “non dobbiamo arenarci sulla distinzione fra riduzione dei rischi e condivisione dei rischi”. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi in un’audizione all’Europarlamento riferendosi alle resistenze tedesche a una maggiore condivisione prima che i rischi vengano ridotti. Draghi ha detto che “una sostanziale riduzione dei rischi e’ già avvenuta” e che “la condivisione dei rischi aiuta molto la loro riduzione”.

LE PAROLE SUL MECCANISMO DI STABILIZZAZIONE

“Per assorbire gli shock e ridurre i rischi di grandi crisi, l’Eurozona beneficerebbe anche di un meccanismo comune di stabilizzazione” economica, ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi in un’audizione all’Europarlamento, spiegando che la Bce “guarda con grande favore al rinnovato slancio in questa discussione”.

IL PACCHETTO DI RIFORME IN EUROPA

“Un’adozione tempestiva del pacchetto di riforme bancarie aiuterà a rafforzare ulteriormente la solidità del sistema finanziario”, ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, in un’audizione all’Europarlamento riferendosi alle riforme adottate al Consiglio Ue. Draghi ha invocato un “rapido processo” da parte del Trilogo (il confronto tra Commissione, Parlamento e Consiglio) e definito “altrettanto importante” l’accordo raggiunto sull’uso del fondo Esm come rete di protezione per il Fondo di risoluzione bancaria.

Carlo Messina – Paolo Politi – seconda parte

Caro Messina,

In mezzo a tutti gli scritti avvenuti in questi mesi con il Sig. Messina Direttore Generale e Consigliere Delegato di Intesa San Paolo desidero pubblicare parzialmente una mail ricevuta dal”Ufficio Procedimenti Penali dell’IstitutO”

Gentile dottor Politi,

 

rispondiamo in forza di procura rilasciata da Intesa Sanpaolo.

 

OMISSISS……….

 

Tenuto conto delle iniziative da lei promosse in sede penale nei confronti di esponenti del nostro Gruppo, le comunichiamo che non potremo che riscontrare richieste provenienti esclusivamente dall’Autorità Giudiziaria.

Distinti saluti.

Intesa Sanpaolo Group Services

Certified email message

On 13/06/2018 at 16:11:09 (+0200) the message “Cordusio Holding S.r.l. e Cordusio Limited” was sent by “uffprocpen@pec.intesasanpaolo.com” and addressed to:

paolopoliti@postacert.vodafone.it

The original message is attached.

Message ID: 54B38272.011C5D1A.F97C6494.9D452162.posta-certificata@legalmail.it

Desidero precisare fin da ora che nello stesso giorno sono partite mie PEC a Banca D’Italia sede di Roma nella figura del responsabile “sorveglianza Banche” e a Banca D’Italia sede di Torino sempre nella figura del responsabile alla sorveglianza banche – Consob – Mef

Da: paolo politi pec <paolopoliti@postacert.vodafone.it>
Oggetto: I: POSTA CERTIFICATA: Cordusio Holding S.r.l. e Cordusio Limited /RISPOSTA
Data: 18 giugno 2018 07:57:16 CEST

 

ESPOSTO NEI CONFRONTI DI INTESA SAN PAOLO – NELLA FIGURA DEI SUOI AMMINISTRATORI:
Alla Banca D’Italia – Roma nella figura del Responsabile Dipartimento Vigilanza bancaria e finanziaria bancaditalia@pec.bancaditalia.it
Al Direttore Banca D’Italia – Filiale di Torino torino@pec.bancaditalia.it
Al Presidente Consob Dott. Mario Nava consob@pec.consob.it
Ai Commissari Veneto Banca in LCA venetobancaspainliquidazioneca@cert.venetobanca.it
Ora dopo aver sollecitato ulteriormente in data odierna la Banca D’Italia che si e comportata professionalmente e con limpidezza  Caro Carlo Messina questi giochini che stai facendo ti confermo che hai sbagliato veramente persona. infatti se non ricevere tramite gli organi istituzionali entro domani una concreta risposta procedero a denunciarti nuovamente perche non stiamo parlando di una SNC ma di una SPA quotata in borsa ed altro ………………………… e ti consiglio VIVAMENTE DI RILEGGERE QUANTO INVIATO DAL TUO RSPONSABILE AI PROCEDIMENTI PENALI COMUNICANDOTI CHE NON ESISTE NESSUN DECRETO DA PARTE DELLA PROCURA COMPETENTE DOVE E RADICATA LA MIA DENUNCIA PENALE CHE MI ORDINA O TI ORDINA QUANTO DICHIARATO DAL TUO FUNZIONARIO.
Piccolo Appunto – e Tu vorresti essere il banchiere piu importante d’Europa con questa struttura? rifletti bene perche adesso sono veramente INCAZZATO peggio degli azionisti Veneti e non perdere nemmeno un ora per dimostrarti a te , alla Magistratura , Al Governo , a Banca DItalia che razza di porcate sono state  fatte – tanto tu sei il consigliere Delegato e ne rispondi in primis tu e il Tuo Presidente del CDa assieme ai Tuoi scagnozzi Barrese e company.
Quindi cerca di comportanti seriamente e da uomo perche adesso non c’e’ ne piu per nessuno.
Paolo Politi