Fotografare il disagio

di Dario Pellegrino – 9 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Il Sudafrica e gli incubi di Roger Ballen.

La fotografia ha sin dagli albori vissuto un senso d’inferiorità e inadeguatezza nei confronti dell’altolocata cugina madama la pittura, considerata per secoli l’arte par excellence. In questo contesto, gli artisti della fotografia hanno da sempre avuto un certo timore nell’intaccare il mezzo stesso, come alla ricerca di una purezza stilistica e tecnica che avrebbe finalmente dato lustro ad un’arte da poco considerata non più tra le “arti minori” (fondamentale in tal senso il manifesto del gruppo F64). Roger Ballen, fotografo da oltre quarant’anni, ha invece intrapreso una via alternativa, “sporcando” (e non abbellendo come i pittorialisti) con disegni e marchiature le pellicole e le stampe da lui stesso prodotte. Il disegno diventa un significante essenziale nelle sue immagini al punto da esserne talvolta il vero protagonista. L’interesse per i graffiti inizia negli anni ’60 proprio con la loro grande diffusione – la cosiddetta Street Art (tra tutti Basquiat, riferimento assoluto) – quando Ballen fotografa scene urbane in cui ogni muro, parete o marciapiede fa da vera e propria scenografia a quelli che lui stesso definisce attori. I graffiti, gli scarabocchi, perfino i segnali orizzontali, diventano decorazione artistica di immagini dal vago sentore teatrale.

The wall is like the artist’s canvas, the back of the canvas, the picture, the beginning of the painting. It’s the stage before the actors walk on.

Roger Ballen, però, non si accontenta di cercare l’inquadratura tra colorate opere di strada. Dagli USA si trasferisce in un Sudafrica in profondo cambiamento: l’apartheid è ufficialmente caduto sotto i colpi del nuovo mondo portato da Mandela e i suoi, travolto da una ventata di libertà e ridistribuzione della ricchezza. Il nemico è caduto, l’uomo bianco ha perso la sua forza tirannica: ora la nazione non può che migliorare, risollevandosi sulle sue stesse gambe dall’oppressione.

Johan and Bertie, Brothers, Western Transvaal (1987)

La realtà, invece, si rivela ben diversa: le città sono assediate dalle baraccopoli, la povertà non accenna a diminuire, il potere ha semplicemente cambiato colore della pelle. Il fotografo americano trapiantato in Africa va a cogliere proprio questo aspetto con la sua macchina fotografica, andando contro la propaganda di Stato che racconta al proprio popolo e al mondo intero che, dopo la rivoluzione, la Repubblica Sudafricana è radicalmente cambiata divenendo un Paese finalmente prospero e libero. Ballen vaga per le strade polverose dei quartieri più difficili delle città, immortalando il disagio sociale imperante, ritraendo ciò che il governo cerca di nascondere a tutti i costi. Nonostante fosse già considerato un artista promettente, lui che di professione fa il geologo, viene in qualche modo isolato dal mondo dell’arte e della fotografia, considerato quasi un reietto da tenere nell’ombra. La sua reazione è allora quella di automarginalizzarsi, seguendo gli emarginati dalla società.

Twins, Western Transvaal (1993)

Se con Platteland: Images from rural South Africa (pubblicato nel 1994) Ballen scava nelle piaghe di una società abbandonata a se stessa, è con la serie Outland (2001) che il suo lavoro si fa più profondo, ricercato e penetrante. Le immagini cambiano totalmente direzione: i ritratti, che prima mostravano le condizioni di povertà delle zone rurali, prendono una strada ermetica, dove simboli e mistero ci accompagnano sull’uscio dell’inconscio. I graffiti, prima artistici, sono espressione dell’individualità dei soggetti fotografati e iniziano ad essere contornati da oggetti di varia natura (fogli di giornale, posters, lampadine, cavi elettrici) inchiodati al muro, ormai unico sfondo possibile. Con Shadow Chamber (2005) e Asylum of the Birds (2014), Roger Ballen delinea il suo universo in maniera definitiva: una stanza oscura abitata (o infestata) da presenze enigmatiche e inquietanti. In queste serie fotografiche, l’artista si addentra nell’inconoscibile, nel reame delle ombre.

Rat Man (2000)

Twirling Wires (2001)

Five Hands (2006)

Un limbo, dove il tempo svanisce, in cui il mezzo fotografico perde le sue index qualities. Non c’è altro che quella stanza, dove tutto e nulla accade, dove la realtà si confonde con il sogno, in cui l’uomo si ritrova ad essere un animale chiuso in una tana oscura, colto nella sua totale pseudo intimità. L’osservatore vede quindi un universo che altrimenti sarebbe invisibile e non può fare altro che lasciarsi andare in liberi sentieri di sensazioni invece che farsi imprigionare da narrazioni didascaliche. Il primo cinema di David Lynch si unisce ai graffiti di Jean Michel Basquiat, le fotografie enigmatiche di Ralph Eugene Meatyard si fondono alle maschere disperate di Edward Munch, il surrealismo disturbante di Hans Bellmer incontra il mondo notturno di Brassäi.

The room becomes a place of the mind. If you are going back to the same room all the time, you are actually able to find a relationship between what’s inside and what’s outside.

Il non-luogo, scatola cranica dell’artista, si fa ogni-luogo che ingabbia creature che mostrano tutta la loro umanità e, quindi, tutto il loro animo profondamente animale. Vivi o morti, gatti, capre, ratti, uccelli e serpenti appaiono in posti dove non appartengono, e sono presenze ingombranti in uno spazio angusto da dove l’uomo non può sfuggire alla sua stessa natura (in alcune foto le persone assumono pose animali proprio a rimarcare questa profonda connessione).

Caged (2011)

Le persone ritratte sono veri e propri outsidersgente che vive al limite sapendo di non poter cambiare la propria condizione sociale e umana. Non hanno bisogno di indossare maschere: ciò che mostrano nelle fotografie è tutto ciò che sono. Le maschere, difatti, sono solitamente appese al muro, sullo sfondo, oppure posate su oggetti inanimati, così come i cavi elettrici, aggrovigliati lungo tutta l’immagine, o le grucce ripiegate a formare creature stilizzate che si muovono in una scenografia onirica. Facce, maschere, animali, statue e pupazzi creano uno sfondo che si fa spesso protagonista, intessendo un legame importante tra fine art e art brut.

Head Below Wires (1999)

Puppies in fishtanks (2000)

Roger Ballen mostra nella sua opera la condizione umana, dominata da accadimenti fortuiti, casualità, confusione e solitudine. Per ritrarre tutto ciò, l’artista compone situazioni in cui un caos controllato unisce in un solo attimo, quello fotografico, l’intensità della vita, l’enigma dell’inconscio e la poesia.

A lot of people in the postmodern world forget about that control, which is to me the most important concept in photography and separates it from other art forms. The crescendo in art making is that thing that you can’t control that then becomes integrated into the photograph. It’s the crucial concept of what Henri Cartier Bresson called the “decisive moment”.

L’uomo si disperde in un lungo vagare alla ricerca di un senso al tutto, ed ha come uniche vie quelle misteriose delle sensazioni, unico vero fine della vita.

Serpent Lady (2009)