L’Italia ha bisogno di una manutenzione straordinaria totale, ma il Codice Appalti è inadeguato. Bisogna riscrivere tutto

 scenari economici.it 9.7.18

 

Proprio questa primavera  Siteb denunciava come  si fossero utilizzato nel 2017  22 milioni di tonnellate di conglomerati bitumosi (asfalto) pari alla metà esatto di quanto utilizzato nel 2006. Quindi se vi rompete la schiena in una buca di Roma o della E 42 o di Reggio Emilia sappiate che non è un fatto casuale.

Di chi è la colpa di questi tagli:

  • dei vari vincoli di bilancio, leggi si stabilità, etc che hanno strozzato le amministrazioni locali, a partire dalle regioni sino a giungere i piccoli comuni, responsabili delle manutenzioni di gran parte del patrimonio pubblico italiano;
  • del codice degli appalti.

Ora se il primo problema può essere superato con la combinazione di vari strumenti che vanno da una nuova base di trattativa europea che scorpori gli investimenti,  ad una spending review che trasferisca i fondi, alla contabilizzazione dei moltiplicatori, ad una diversa definizione degli oneri di urbanizzazione comunale, il secondo tema è molto più spinoso. Il rischio è quello di avere i soldi a bilancio, denari che provengono alle tasse, quindi dal sangue e dal sudore degli italiani, e non poterne fare niente perchè non si è in grado di concludere gli appalti.

Il codice unico degli appalti, come ha notato anche Linkiesta , ha portato più danni che vantaggi. I bandi dei comuni sono calati del 38% mentre il totale appaltato è calato del 12%: una bella manovra restrittiva, secca a brutale, di cui i cittadini hanno pagato il prezzo con le loro mani, anzi con le loro schiene.

I problemi del codice unico degli appali? Semplici:

  • essere partiti con la bellezza di 181 errori su 220 articoli, e con la necessità di scrivere una cinquantina di decreti attuativi;
  • aver dato una sorta di “Funzione consulenziale” alla ANAC di Cantone, per cui tutti i comuni sono corsi a voler chiedere pareri in modo da lavarsi le mani da qualsiasi responsabilità, ma l’ANAC non è una società di consulenza, non ne ha la struttura, e questo ha portato un intasamento;
  • aver chiesto la presenza di tecnici garantii dall’ANAC solo in appalti molto grandi, sopra i 5,2 milioni di euro;
  • aver introdotto “L’offerta economicamente più vantaggiosa” al posto del “Massimo ribasso” solo sopra 1 milione di euro;
  • nello stesso tempo richiedere presentazione i progetti esecutivi per partecipare anche a bandi minimi, come la riasfaltatura di una strada;
  • aver introdotto un sistema di rating delle società appaltanti ed il SOA che, sostanzialmente, sono risultati eccessivamente punitivi.

Ora c’è un problema di codice da rivedere profondamente, non solo da ritoccare, anche sotto la luce delle innovazioni tecnologiche quali la blockchain che permetterebbero una maggiore pubblicizzazione delle gare anche nei confronti del pubblico generale, oltre ad una non modificabilità delle stesse e dei dati delle società partecipanti, una possibilità che , quando fu scritto il Codice, era al di la da venire. Inoltre ci sarebbe necessità di riscrivere una normativa completa con subito i regolamenti attuativi, magari con un periodo di transizione nel quale riaggiustare eventuali problemi.

L’Italia però ha un problema di manutenzioni ed un problema di emergenze terremoto ed idrogeologico. Come superare questi problemi? A mio personale problema sarebbe necessario un periodo emergenziale, regolato tramite decreto, della durata massima di sei mesi, durante il quale a fronte di una maggiore discrezionalità della PA i controlli venissero fatti in modo quasi automatico da parte delle forze dell’ordine e della GdF. Un momento di pausa per svolgere le attività emergenziali da un lato, ma anche pensare ad una ridefinizione del codice unico sulla base delle esperienze passate. L’emergenza, tale, limitata nel tempo, non eterna, non permanente. Al contrario vedremo un progressivo calo nei lavori pubblici e nelle manutenzioni, anche a fronte di necessità importanti manutentive.