L’Unione europea è una polveriera

Marco Fontana Sputniknews 9.7.18

L’Unione europea è diventata una gigantesca polveriera sul punto di esplodere: i leader nazionali sono chiamati ad assumersi la responsabilità di fare da artificieri, occupandosi finalmente delle questioni scomode che fino a ieri avevano serenamente ignorato, minimizzato o demandato ai Paesi politicamente o economicamente più deboli del gruppo.

L’avvento del Governo giallo-verde pare aver aperto una breccia nell’apparente solidità dell’edificio europeo. Nei suoi muri grigi e sempre più soffocanti il voto italiano del 4 marzo ha prodotto uno squarcio ben maggiore di quello che fecero gli elettori britannici che scelsero la Brexit, che dopo i primi allarmi apocalittici di certa stampa è stata trattata più come una regolazione di conti economici che come una discussione sui valori e sui programmi. Lo scossone della Brexit sembrava essere stato riassorbito, l’élite europeista credeva di aver nuovamente sedato gli animi esacerbati dei cittadini continentali, dopo che quelli isolani si erano espressi negativamente.

Nell’ultimo periodo, invece, il livello di scontro a Bruxelles e a Strasburgo è arrivato alle scazzottate metaforiche, specialmente su temi decisivi come le politiche migratorie, i parametri di bilancio, le difformità fiscali (in particolare per i colossi del web). In certi punti, i muri del castello eurocratico sono danneggiati, in altri vengono rinforzati, in altri ancora sembrano sul punto di crollare da un momento all’altro. Tra una battaglia vinta in sede legislativa e una persa a livello di opinione pubblica — e viceversa — qualcosa si muove nel profondo e lo fa in maniera sempre più potente.L’Unione europea è diventata una gigantesca polveriera sul punto di esplodere: i leader nazionali sono chiamati ad assumersi la responsabilità di fare da artificieri, occupandosi finalmente delle questioni scomode che fino a ieri avevano serenamente ignorato, minimizzato o demandato ai Paesi politicamente o economicamente più deboli del gruppo. È veramente musica per le orecchie di coloro che da anni denunciano la mancata presa in carico dei problemi europei — in particolare da parte delle presunte “locomotive”, cioè la Francia e la Germania. Si vedano come esempio significativo le affermazioni di Julian Nida-Rümelin, ex ministro della Cultura durante il governo Schröder:

Quando si è raggiunta l’intesa sulla valuta comune — esempio perfetto di omogeneizzazione e liberalizzazione — le diverse economie non erano convergenti, né si gettarono le basi perché lo divenissero nel tempo, e infatti le differenze tra Germania, Grecia, Italia e Francia sono divenute più grandi, non più piccole.

Queste parole sintetizzano perfettamente l’origine di quelli mali che stanno degenerando nell’implosione (o esplosione) dell’Unione e mostrano le colpe non solo degli Stati più vituperati come Grecia o Italia, ma di tutti gli Stati membri che hanno evitato come la peste qualunque principio federale di natura solidale.

Nida-Rümelin continua a spiegare:

Le stesse difficoltà si registrano sul fronte della libera circolazione di persone e merci. Non parlo delle migrazioni transoceaniche, ma della migrazione interna all’Europa, quella dal 2004. In Inghilterra, anche per via della lingua, sono arrivati in pochi anni due milioni di migranti dall’Est Europa, e quell’invasione è stata tra le cause della Brexit. Vedo la stessa frettolosità applicata alle migrazioni transcontinentali, dove i migranti non diffondono in tutti i 28 Paesi europei, ma solo nei primi 5 o 6.

Julian Nida-Rümelin è un docente universitario tedesco di Filosofia, che nei primi anni Duemila era stato chiamato da Gerhard Schröder a ricoprire un incarico nel suo governo. Ecco quindi che finalmente un personaggio qualificato e di alta levatura ammette che l’Unione Europea è stata fondata su basi sbagliate, su regole improvvisate da burocrati, sull’egoismo di pochi a discapito dei molti. Non saranno solo le parole, per quanto lucide e vere, a risolvere i problemi del Vecchio Continente, ma senza un primo segnale di consapevolezza non si può nemmeno iniziare il percorso di recupero.Dunque, nessuna meraviglia se il consenso verso l’Unione Europea è in continuo calo nella popolazione dei Paesi membri. Rispetto al 2007 la quota dei cittadini europeisti è scesa di 5 punti, passando da 58 a 53, mentre quella dei totalmente contrari è salita da 13 a 16. L’Italia risulta essere al terz’ultimo posto in questa speciale classifica: alla fine dello scorso anno, appena il 32% degli italiani ha dichiarato di essere a favore dell’Unione Europea. Infine, sono tredici i Paesi nei quali la maggioranza dei cittadini dice non avere nessuna fiducia nei confronti di Bruxelles. Non possiamo più pensare che si tratti solo di un cambiamento temporaneo di umore o di una passeggera ondata di proteste. Qualcosa si muove nel profondo, e speriamo si tratti dell’inizio di cambiamenti positivi.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

 

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