SPY FINANZA/ Governo-opposizione-banche, il caos che ci lascia indifesi

Difficile capire chi comandi nel Governo Conte, che però può contare su una fragile opposizione. Saranno i temi economici ed europei a decidere il destino del Paese. MAURO BOTTARELLI

Giuseppe Conte (Lapresse)Giuseppe Conte (Lapresse)

Scopro con sorpresa che il vero premier occulto di questo Paese sarebbe il ministro Paolo Savona: meno male, almeno sappiamo di avere un primo ministro, di fatto sotto mentite spoglie per preservarne l’importantissimo, segretissimo e delicatissimo lavoro. Immagino in seno alle autorità europee, forse per lavorarle ai fianchi. O per tessere alleanze sotterranee e raggiungere nuovi equilibri. Bene così, anche perché che Giuseppe Conte sia quantomeno part-time lo si è capito dopo il trionfale Consiglio Ue, dove ha ottenuto nientemeno che il risultato di ritrovarsi in minoranza e costretto a rincorrere quelli che oggi sono i propositi isolazionisti di Germania e Austria: da allora, ne avete più sentito parlare? Sparito. Forse lo tengono sotto una teca e lo tirano fuori soltanto per le occasioni ufficiali. D’altronde, se il vero capo del governo è il professor Paolo Savona, tutto torna.

Accidenti che furbi che sono questi del governo sovranista, sono riusciti anche a fare fesso il presidente della Repubblica e a bypassare il suo veto proprio sul nome dell’economista a palazzo Chigi. Ora, cerchiamo di essere seri. Questo governo ha dei meriti, in primis aver portato allo scoperto l’ipocrisia europea in fatto di immigrazione e qualche parte, pur estremizzata per lanciare il classico sasso nello stagno, del Decreto dignità, ma soprattutto dei demeriti gravi, almeno dal mio punto di vista. Primo, la gestione appunto del fallout politico relativo alla vicenda Aquarius, sostanziatosi in quella formula “su base volontaria” che dominerà ogni decisione presa a Bruxelles, vanificandone nei fatti qualsiasi risvolto positivo. Secondo, la decisione sull’autocertificazione dei vaccini, di fatto annullando l’unico provvedimento saggio preso da Beatrice Lorenzin in anni di carriera e sesquipedali cantonate. Terzo, appunto, il Decreto dignità, un’accozzaglia di limatura di precedenti provvedimenti dei governi Renzi e Gentiloni unite a mosse più drastiche, come quella sulle delocalizzazioni o sull’aumento dell’indennità di licenziamento fino a tre anni di stipendio, tutte finalizzate a spostare elettoralmente un po’ a sinistra l’asse del governo, fino a oggi smaccatamente a trazione leghista e di destra.

Oggi, poi, la questione Lega relativa ai rimborsi e alla decisione della Cassazione di pignorare ogni singolo centesimo riconducibile al Carroccio fino a raggiungere quota 49 milioni di euro complica la vicenda, dannatamente. Non solo da un punto di vista meramente pratico, la politica infatti costa, altrimenti ti ritrovi a fare i conti con Tangentopoli senza capire il perché, ma anche ideale: i Cinque Stelle, infatti, si trovano costretti a barcamenarsi e mediare su uno dei punti qualificanti del loro programma non solo di governo ma istitutivo, ovvero l’onestà, declinata unicamente come foglio da casellario da sbandierare in favore di telecamera, come mera assenza di punti di contatto con il codice penale.

Certo, con l’avvento al potere – anche solo amministrativo – certe fregole giustizialiste sono state molto ridimensionate, visto che dove prima bastava un avviso di garanzia per sancire l’espulsione del reietto di turno dal genere umano, ora si è già passati al primo grado di giudizio. Poi al secondo, poi alla Cassazione. E l’acrobatico sfoggio di mantenimento del piede in due scarpe di questi giorni parla chiaro al riguardo, un vero e proprio equilibrismo fra fiducia cieca nella magistratura e principio di buona fede dell’alleato di governo su cui si mette, ancora per un po’, la mano sul fuoco. Questo esecutivo, chiunque ne sia il premier reale ancorché occulto, è un’accozzaglia, la quale comincia le prove generale di liberi tutti in vista del periodo autunnale, quando saranno i conti economici a riempire il lavoro d’Aula, a oggi inesistente visto che il governo non invia provvedimenti su cui lavorare e votare e ai proclami belligeranti alla Siri di ricorso allegro al deficit per finanziare il libro dei sogni della campagna elettorale farà posto l’obbligo di rapportarsi con i vincoli europei firmati e accettati da questo Paese, fosse anche soltanto colpa dei pavidi governi che hanno preceduto quello in carica.

Le coperture non ci sono, a meno che l’inserimento della formula “su base volontaria” in sede europea, di fatto la licenza a farsi gli affari propri per Francia, Germania e Paesi del blocco Est (Austria presidente di turno compresa), non sia stato il prezzo da pagare per altra flessibilità, in questo caso declinabile nel potenziale e parziale utilizzo di fondi europei per finanziare uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale. Se sarà così, state certi che sarà il reddito di cittadinanza per un motivo relativamente sensato: i centri per il lavoro in Italia sono all’età della pietra rispetto a Paesi come la Germania e siccome la loro istituzione è di fatto prodromica a un sistema serio di sviluppo della politica occupazionale, farli anche con soldi europei appare un investimento reale per tutti. Quindi, facilmente accettabile anche da Bruxelles. E persino da Berlino e Parigi. E quindi spendibile per gli allocchi, tanto per guadagnare il tempo necessario che porti alle europee del prossimo maggio, poi ognuno per la sua strada.

Il problema, però, è quale alternativa esista allo status quo: il Pd? Lasciamo perdere, per carità di Patria. Forza Italia? Ultimamente Silvio Berlusconi è ospite epistolare fisso del Corriere della Sera e ha appena proceduto alla promozione di due fedelissimi, Antonio Tajani e Adriano Galliani, a vertici apicali del movimento, al fine di far partire quella che nelle intenzioni del Cavaliere deve essere la riscossa dopo il tonfo elettorale del 4 marzo e delle amministrative. Di fatto, sappiamo tutti quale sia il bersaglio grosso: drenare ceto medio che alle ultime elezioni ha scelto Lega, facendo proprio leva sulla natura estremistica e anti-moderata della coalizione di governo, cui Matteo Salvini sta partecipando con ruolo tutt’altro che marginale. Primo banco di prova, proprio il Decreto dignità e i mugugni al riguardo dell’imprenditoria piccola e media del Nord. Secondo, plausibilmente a settembre, la legge sulla legittima difesa.

C’è però un problema, di base. Per quanto Silvio Berlusconi scriva al Corriere, nell’immaginario collettivo la sua voce è quella dell’house organ di famiglia, Il Giornale. Queste due sono le prime pagine di ieri e sabato, istantanee di una propaganda che non ha nemmeno l’efficacia della notizia. Il titolo di ieri è nulla più che l’ennesima provocazione senza costrutto, visto che sperare che Salvini rompa adesso per la questione rimborsi appare abbastanza lunare, non fosse altro per l’incognita della reazione popolare che questo susciterebbe. Quella di sabato, invece, è esemplificativa del modo in cui si sta facendo opposizione “moderata” in questo Paese: di fatto, l’indiretta conferma che quanto detto da Matteo Salvini a Pontida – «Governeremo per 30 anni» – non sarebbe così campato in aria, quantomeno se a deciderne le sorti fosse appunto l’efficacia dell’opposizione.

Ora, quel titolo sulla fuga di capitali ci starebbe anche, io stesso usciti i dati di Target2 di maggio avevo prospettato quello scenario da 2012, ovvero un picco di 40 miliardi scappati dal nostro Paese con ogni probabilità in direzione Nord. Il problema è che fra l’uscita dei dati Target2 di maggio e la sparata de Il Giornale di sabato, ci sono stati di mezzo questi: ovvero la dimostrazione che non solo il flusso di outflows dai nostri istituti bancari è stato in quel mese nell’ordine dei 2 miliardi circa, quindi assolutamente nella parte non allarmante del range di volatilità mensile media, ma che quell’aggravamento dello sbilancio nel “conto corrente” europeo era dovuto a un acquisto con pochi precedenti da parte delle nostre banche di Btp, ovvero gli istituti italici compravano tutto il debito che i detentori esteri scaricavano in quei giorni di estrema instabilità e incertezza politica. Ora, poi, abbiamo un ulteriore aggravio dei conti di Target2, visto che a giugno altri 16 miliardi sembrano spariti dal nostro Paese: siamo a 56 in due mesi, di fatto la denuncia del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, il quale implicitamente dice ai suoi lettori che siamo di fronte a una fuga di massa di investitori e risparmiatori, spaventati dall’azione politica del governo e dal rischio di una patrimoniale per finanziare il libro dei sogni elettorali, soprattutto l’ennesimo provvedimento statalista e assistenzialista verso il Sud.

Di fatto, non è stato così. E se anche a giugno quei 16 miliardi fossero davvero usciti dal nostro Paese, sarebbero comunque la metà di quanto speso dalle nostre banche nell’ennesimo doom loop, come lo chiamano sui mercati: ovvero, il rapporto incestuoso fra istituti di credito e Tesoro, proprio ciò che la Vigilanza della Bce ci fa notare con tanta solerzia. Il problema è che se ci si pone dalla parte del torto, come fatto a maggio, poi è difficile spacciare la tesi della Germania cattiva e della Bce matrigna: tanto più che è proprio grazie al cuscinetto di liquidità garantito dagli acquisti corporate della Bce stessa che le nostre principali aziende hanno superato pressoché indenni lo shock sullo spread dei giorni precedenti alla formazione del governo, come confermava lo stesso Financial Times. Insomma, propaganda allo stato puro. E fatta male, per giunta. Perché, se ripeto che è assolutamente normale pensare a fughe di capitali dopo il dato grezzo di Target2, quando Deutsche Bank fornisce il report con il dettaglio sulla situazione bancaria, ignorarlo significa solo due cose: o malafede o poca completezza nel compiere il proprio lavoro. In un caso e nell’altro, pessimo servizio alla causa dell’opposizione. Moderata, tanto più.

Anche perché, al netto dei toni urlati che ormai paiono l’unica cosa che ecciti la gente, questo grafico ci mostra che le banche fanno di tutto, al pari di certa politica e certa informazione, affinché le istanze populiste e demagogiche godano di un’assicurazione sulla vita: a fronte di denaro a pioggia ricevuto in questi anni a costo zero dalla Bce e del credito verso imprese e famiglie cresciuto pochissimo e solo per brevi periodi, i titoli azionari del comparto sono quelli più generosi nello stacco cedole, quindi ancora i più ambiti, nonostante le criticità.

Con quali soldi pensate che vengano pagate cedole, dividendi e bonus? Con quelli che non vengono immessi nel sistema, cari signori. Tanto più che solo a maggio, le banche del nostro Paese hanno speso oltre 30 miliardi per comprare Btp sul mercato secondario, soldi che di certo non andranno a Pmi per restare a galla o a famiglie per arrivare a fine mese: a che pro, quindi, se non l’ennesimo capitolo di quel brutto libro tutto italiano chiamato capitalismo di relazione? Troppo facile gridare banalità e proclami alla Robespierre in sede di Commissione d’inchiesta sul sistema bancario, troppo facile attaccare Zonin o il padre della Boschi, troppo facile – soprattutto – occuparsi di certe cose solo quando fanno audience sui giornali e non quando andrebbero veramente denunciate, se ci si erge a difensore della classe media e a rappresentante della maggioranza silenziosa e operosa del Paese.

Il destino di questo governo è intrinsecamente unito a quello dell’Ue, intesa come sistema di alleanze e interessi, ma anche di scadenza elettorale della prossima primavera. Quindi, restano pochi mesi di danni potenziali, oltretutto limitati in nuce dai vincoli già posti dalle autorità Ue e formalmente ribaditi come intoccabili dal ministro dell’Economia: male che vada, si ballerà un po’ di cha cha cha dello spread prima di Natale, nulla che non si sia già visto. La partita vera è altra e altrove, sarebbe interessante più che altro sapere chi la giocherà, se Giuseppe Conte o il professor Paolo Savona, sedicente premier in incognito. Ma la vera tragedia, per chi intende la democrazia come qualcosa di serio e intangibile, è l’assenza di un’opposizione. Anzi, la presenza di un’opposizione simile, sia politica che a livello di informazione. Siamo al nulla. E dal nulla difficilmente nasce qualcosa.

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