Il pensiero contro-rivoluzionario

di Diego B. Panetta – 10 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Ha attraversato gli ultimi secoli della storia d’occidente, avendo sempre dalla sua la chiarezza dei principi e la volontà di trasmettere l’eterno. Originatosi dalla critica alla rivoluzione francese, propone e ribadisce una teologia della storia ben precisa, opposta radicalmente alla filosofia della storia moderna.

Il punto d’inizio del nostro studio non può che partire da quell’evento di immensa portata storica, politica e spirituale che ha rappresentato la rivoluzione francese. Papa Benedetto XVI utilizza parole della massima chiarezza quando, spiegando le conseguenze dell’irrompere di ciò che Kant definì come il regno dell’anticristo, afferma che:

Dal punto di vista ideale […] la fondazione sacrale della storia e dell’esistenza statuale viene rigettata: la storia non si misura più in base ad un’idea di Dio ad essa precedente e che le dà forma; lo Stato viene oramai considerato in termini puramente secolari, fondato sulla razionalità e sul volere dei cittadini.

Il termine rivoluzione, per la scuola contro-rivoluzionaria, assume una veste universale, densa di colorature e tratti specifici che non identifica solamente un singolo episodio storico, bensì un processo che si irradia lungo tutta la storia dell’umanità e che trova nella ribellione di lucifero, il suo atto di nascita. La teologia della storia fa procedere da tale evento il dato costitutivo della rivoluzione nelle sue implicazioni metafisiche, politico-sociali e storiche. La constatazione di ciò permise a mons. Jean-Joseph Gaume (1802 – 1879) di mostrare come dietro tale termine non ci fosse altro che un odio formale per ogni ordine in cui l’uomo non è riconosciuto come re e come Dio.

Presa del palazzo delle Tuileries (Jean Duplessis-Bertaux, 1793)

Questa definizione denuncia al contempo l’essenza e il fine della rivoluzione, la quale procede per tappe

influenzata e condizionata, in sensi diversi, da fattori esterni di ogni tipo – culturali, sociali, economici, etnici, geografici e altri – e seguendo a volte vie molto sinuose, essa tuttavia continua a procedere incessantemente verso il suo tragico fine.
(Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-rivoluzione, Sugarco)

La radicalità del processo rivoluzionario, così come il suo fine, è presente nella Divina Rivelazione, la quale in diversi passi delle Scritture ci mette in guardia dall’animus di lotta che il cristiano deve avere per non soccombere: «Militia est vita hominis super terram et sicut dies mercenarii dies ejus (Giobbe 7,1); «la vita dell’uomo sulla terra è un tempo di servizio e i suoi giorni sono come quelli di un mercenario». Nella Lettera agli Efesini, Dio, per bocca di san Paolo, ci rammenta inoltre chi sono i veri nemici da combattere:

La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze (Potestà), contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti (Ef 6,12).

A testimonianza della natura dei mali che attanagliano gli avvenimenti della storia, che hanno sempre una radice metafisica.

La prima scintilla contro-rivoluzionaria la troviamo nel pensiero del politico e filosofo irlandese, Edmund Burke (1729 – 1797). Nativo di Dublino, figlio di un avvocato di religione anglicana e di una donna cattolica, venne educato secondo i principi della religione paterna, deciso – su consiglio del padre – ad intraprendere la carriera forense. Ben presto abbandonerà questo proposito, continuando tuttavia ad approfondire il diritto europeo continentale ed inglese, dedicandosi alla filosofia, alla politica e alla letteratura. Nel 1765 Burke venne eletto alla Camera dei comuni, nei cui seggi siederà per oltre vent’anni. Lungo questo arco di tempo ingaggerà diverse battaglie parlamentari che lo faranno divenire celebre in Europa e oltre mare. Una di queste è l’appoggio che egli fornì alle colonie americane che si opponevano alla tassazione arbitraria proveniente dalla madre patria, avvertendo i pericoli insiti in tale manovra, alquanto avventata e assolutista, da parte dell’impero britannico. Gli eventi futuri gli daranno ragione, tuttavia sarà uno strenuo oppositore dell’indipendenza delle colonie. Ciò che però lo consacrerà definitivamente come uomo politico e fine pensatore, in tutta Europa, sarà la sua opera più nota, che costituisce un primo mattone fondamentale del pensiero contro-rivoluzionario e, più in generale, un testo guida del pensiero conservatore: Reflections on the Revolution in France (Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia) pubblicato nel 1790. Divenuto da subito un vero e proprio bestseller, il libro trae la propria origine da un carteggio con un aristocratico francese, Dupont, il quale a pochi mesi dallo scoppio della Rivoluzione francese, chiede al politico irlandese un parere su ciò che sta avvenendo.

Edmund Burke (Sir Joshua Reynolds, 1771)

Burke deplora ciò che è accaduto in Francia; non vi è niente di salvabile in un rovesciamento così radicale di sistema che è andato avviandosi ben presto verso una tirannia artatamente preparata anzitempo da filosofi illuminati imbevuti di un freddo e cinico razionalismo. Burke, così come la tradizione anglosassone di cui si fa portavoce, è un pragmatico ed esalta quella filosofia del pregiudizio, in assenza della quale popoli come quello francese, sotto la spinta dei più biechi istinti e ammaliati da concetti astratti, avevano dato libero sfogo a tutto il loro livore dimenticando i più elementari principi del vivere sociale, spogliando la Chiesa dei loro beni, trucidando ecclesiastici e nobili e instaurando un regime dispotico che nulla aveva a che fare con la libertà tanto sbandierata. Emblematica, per Burke, è la sorte che si è abbattuta sulla regina di Francia, Maria Antonietta, verso cui provava un’enorme gratitudine per il decoro, l’eleganza e l’alto senso di dignità nel sopportare tutti gli eventi che l’avrebbero condotta alla ghigliottina, assieme al Re consorte. Ciò che stava accadendo – situazione analizzata da Burke lucidamente e con largo anticipo nelle sue conseguenze – rappresentava una trasformazione epocale:

Ma il tempo della cavalleria è passato. E’ succeduto ad esso quello dei sofisti, degli economisti e dei calcolatori; e la gloria dell’Europa è estinta per sempre. Mai, mai più, noi potremo vedere quel sentimento generoso di lealtà che reca omaggio al rango e al sesso, quella fiera sottomissione, quella dignitosa obbedienza, quella subordinazione dello spirito, che mantiene viva anche nello stato di servitù la fiamma di una fervente libertà. La generosa magnanimità di vita, la disinteressata difesa della patria, alimentatrice di grandi sentimenti e di eroiche imprese, tutto è finito. E’ finita quella sensibilità dei principi, quella castigatezza dell’onore per la quale una leggera violazione valeva come un colpo, ispirava il coraggio e mitigava la ferocia, nobilitava tutto ciò che toccava togliendo perfino al vizio una metà della sua degradazione e purificando ogni grossolanità.
(Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia)

Se dell’autore appena affrontato, a buona ragione si può parlare di prima “scintilla” contro-rivoluzionaria, è di “fuoco” che si parlerà al nominare il conte Joseph De Maistre (1753-1821), vero fondatore della scuola contro-rivoluzionaria. Nato in una famiglia dell’aristocrazia sabauda, a Chambéry, in Savoia, si avvia ben presto alla carriera giuridica, alla quale affianca una sentita passione per gli studi filosofici e teologici e per gli avvenimenti politici del tempo.

Joseph_de_Maistre_by_Villain

Fortemente influenzato da Burke e dal suo libro di denuncia sugli avvenimenti accaduti in Francia, fu costretto all’esilio a causa dell’invasione francese della Savoia. Rientrerà in patria nel 1797, intanto tre anni prima aveva iniziato la scrittura di una delle sue opere più importanti: Considérations sur la France (Considerazioni sulla Francia). Nel 1802, Vittorio Emanuele I lo invia come ambasciatore a San Pietroburgo, esperienza che lo farà conoscere a livello internazionale e che gli permetterà di scrivere alcuni anni più tardi Les soirées de Saint-Pétersburg (Le serate di San Pietroburgo). Rientrato in patria pubblicherà infine l’ultima sua opera capitale: Du Pape (Del Papa).

Il pensiero di De Maistre darà una fisionomia alla scuola ben netta che rimarrà sostanzialmente inalterata. La fede cattolica permetterà al brillante scrittore savoiardo di inserire la battaglia rivoluzione/contro-rivoluzione in un contesto teologico che le è più congeniale. Si può affermare, senza timore di errare, che è ciò che mancava al Burke che, ricordiamo, era di fede anglicana. Il tema della caduta dell’uomo, che si sviluppa in tre fasi, sta alla base della sua visione politico-filosofica. Se il peccato originale contrassegnerà teologicamente ed antropologicamente il rapporto uomo – Dio, questo non impedirà all’Onnipotente l’elargizione di grazie ai giusti che lo meriteranno, nonostante tutto. Le altre due fasi: quella del Diluvio universale e della torre di Babele, rivelano l’orgoglio e la pertinacia degli uomini nel perseverare nella cupidigia e nell’errore, a cui Dio non può che corrispondere con castighi pari ai peccati del genere umano. La decadenza del medioevo (tempo nel quale «[…] la filosofia del Vangelo governava la società[…]» Leone XIII, Enciclica Immortale Dei), con l’inizio dell’Umanesimo e con la radicale frattura causata dal protestantesimo, sino ad arrivare alla Rivoluzione francese, non rappresentano altro che tappe attraverso cui il processo storico rivoluzionario, iniziato con il peccato originale, continua, a velocità sempre più elevata. Il rimedio che De Maistre propone è un ritorno all’ordine:

Ma quando l’uomo agisce per ristabilire l’ordine, egli si associa con l’Autore di quest’ordine; egli viene favorito dalla natura, vale a dire dall’insieme di quelle cause seconde che sono come i ministri della Divinità. […] Francesi, è in mezzo al fragore dei canti infernali, delle bestemmi e dell’ateismo, delle grida di morte e dei lunghi gemiti dell’innocenza sgozzata, è al bagliore degli incendi, sulle rovine dei troni e degli altari, arrossati dal sangue del migliore dei re e di una innumerevole folla di vittime, è col disprezzo dei costumi e della pubblica fede, è in mezzo ad ogni tipo di delitto, che i vostri seduttori e vostri tiranni hanno fondato ciò che chiamano la vostra libertà.
(J. De Maistre, Considerazioni sulla Francia, Il Giglio)

Al vicario di Cristo e successore di Pietro spetterà un ruolo fondamentale: essere l’arbitro e il garante della pace contro gli abusi delle nazioni. De Maistre, inoltre, eserciterà una forte influenza  sul Concilio ecumenico Vaticano I (1868 1870), che proclamerà il dogma dell’infallibilità papale in materia di fede e morale, in presenza di alcune condizioni. Già nel 1819, nel suo Du Pape il pensatore di Chambéry, era arrivato a sostenere non solo l’infallibilità del magistero straordinario del papa (così come fu accolto dal Concilio), ma anche di quello ordinario.

Joseph de Maistre (Karl Vogel von Vogelstein, 1810)

Amico di questi, nonché anch’egli eminente protagonista della scuola contro-rivoluzionaria del tempo, è il visconte francese Louis De Bonald (1754 – 1840). Egli fu inizialmente un entusiasta sostenitore della Rivoluzione francese, ma dovette ricredersi ben presto in seguito alla Costituzione civile del clero e alla spoliazione dei beni ecclesiastici. Circostanza questa che lo porterà ad abbandonare la Francia per farvi ritorno con l’avvento del potere napoleonico. Particolarmente significativi sono gli scritti: Teoria del potere politico e religioso scritto durante l’esilio tedesco, nel 1795, e Legislazione primitiva del 1802. Il filosofo francese contesta in particolare la tesi

rousseauiana, secondo cui agli albori della società umana vi sarebbe stato un contratto tra gli uomini. Conformemente alla filosofia classica, egli ritiene che la natura dell’uomo sia, per nascita e origine divina, socievole e che la società sia frutto di questa tendenza innata presente in ciascun individuo. La società, che si articola a sua volta in diverse società (domestica, religiosa, politica) riflette la struttura della Trinità. Essa infatti si compone di tre “persone sociali”: potere, ministro, soggetto, le quali hanno origine in Dio pur mantenendosi distinte nei ruoli. La natura socievole dell’uomo è affermata grazie al linguaggio, di cui l’uomo dispone sin da subito. Prima di ogni pensiero, infatti, il linguaggio “è”. Esso non è una convenzione che noi creiamo dal nulla, esso ci attesta l’esistenza di Dio.

Quasi contemporaneo di De Bonald, è lo svizzero Karl Ludwig von Haller (1768 – 1854). A differenza dei pensatori esaminati, che hanno analizzato l’aspetto teologico-politico del processo rivoluzionario, von Haller può essere definito come il “giurista” della scuola contro-rivoluzionaria. A lui si deve l’opera monumentale, La Restaurazione della scienza politica (1816 – 1834). Ciò che rende unico von Haller è la sua concezione privatistica dello Stato, che si collega idealmente alla concezione medievale della politica e del diritto, allorquando i caratteri assolutistici della statualità moderna non si erano ancora affermati (è importante ricordare che per la dottrina contro-rivoluzionaria l’assolutismo monarchico è già un segno di cedimento ad una visione filosofico-politica che troverà la sua consacrazione con la modernità). La distinzione tra diritto pubblico e diritto privato non ha motivo d’esistere, per il giurista di Berna, in quanto il primo è diretta emanazione del secondo, ricavato per deduzione logica dal diritto privato naturale stabilito da Dio. Il centralismo dello stato moderno, giunto al suo apice con la rivoluzione francese, che non ammette pluralismi alla sua base e che esautora ogni corpo intermedio, è intrinsecamente illegittimo e antitetico alla concezione monarchica tradizionale.

Karl Ludwig von Haller

Integerrimo difensore delle libertà locali fu anche Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa (1768 – 1838), appartenente ad una tra le più insigni famiglie dell’aristocrazia napoletana. Gli studi filosofici e giuridici condotti a Roma, in un collegio gesuita, lo preservarono dall’influenza rivoluzionaria presente a Napoli, dove era arrivata financo a corte. Motivo di grande scontro, che gli costerà una condanna a cinque anni di carcere, fu proprio la strenua opposizione che questi condusse al governatore vicario nominato dal re, Luigi Pignatelli, a causa dell’impostazione assolutista che intese dare al governo della città di Napoli, privando di rappresentatività i Sedili, storiche assemblee cittadine. Successivamente verrà reintegrato a corte per la fedeltà dimostrata alla monarchia borbonica in tutti i momenti critici in cui si trovò a vivere il regno, salvo abbandonarla nuovamente a causa dell’insorgere di altrettanti conflitti interni, cosa che non gli impedirà di difendere sempre la causa del legittimismo e la figura della sovrana Maria Carolina.

Contro-rivoluzionari italiani da ricordare – e su cui per brevità di spazio non è possibile soffermarvisi – sono, inoltre, il marchese Cesare Taparelli d’Azeglio (1763 – 1830) (padre del politico Massimo), presidente dell’associazione contro-rivoluzionaria Amicizia Cattolica, di cui importante esponente fu il sacerdote cuneese Pio Brunone Lanteri (1759 – 1830); il conte Monaldo Leopardi (1776 – 1847) (padre del poeta Giacomo) di cui si segnala, in particolare, il suo Catechismo filosofico e Catechismo sulle rivoluzioni, mons. Giuseppe Baraldi (1778 – 1832), il conte e politico piemontese, Clemente Solaro della Margarita (1792 – 1869), energico oppositore della politica di Cavour che porterà all’unificazione italiana; il conte vercellese Emiliano Avogadro della Motta (1798 – 1865), il quale partecipò alla fase preparatoria della definizione del dogma dell’Immacolata concezione; infine, lo storico napoletano Giacinto de’ Sivo (1814 – 1867).

Antonio Capece Minutolo

Ma tra le voci più note del XIX secolo, c’è sicuramente il marchese di Valdegamas Juan Donoso Cortés (1809 – 1853). Politico e diplomatico spagnolo, la sua azione si svolgerà in un momento di forti tensioni in Spagna che porterà a fronteggiarsi due visioni del mondo, avendo come banco di prova la questione dinastica. Da una parte i seguaci di Don Carlos, pretendente maschile al trono e fratello dell’ultimo re, da cui il nome il nome di Carlismo, di impostazione cattolica e contro-rivoluzionaria; dall’altra i così detti “afrancensados”, ossia i “francesizzati”, coloro che parteggiavano per gli ideali dell’ illuminismo e della rivoluzione francese, i quali si ritrovavano nel sostenere i diritti della figlia dell’ultimo re, nonché futura regina di Spagna, Isabella II. Donoso Cortés si forma inizialmente sugli autori dell’epoca, questo gli permetterà di aderire ai valori liberali del secolo e di schierarsi al fianco di Isabella II. Rivedrà le sue posizioni più tardi, a cui accompagnerà una conversione alla fede cattolica molto forte che lo segnerà nella vita, come nel pensiero.

Di fondamentale importanza, per comprendere la sua visione, è il Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo (1851), un trattato fondamentalmente teologico, attraverso il quale esamina le ideologie moderne, trovandosi perfettamente d’accordo – seppur da sponde opposte – con l’assunto di Proudhon secondo il quale: […] alla base della nostra politica troviamo sempre la teologia. Fu il primo a scorgere i pericoli insiti nel processo rivoluzionario, che avrebbe inevitabilmente condotto al comunismo. Il ritorno all’ordine non può prescindere da un ristabilimento della religione cattolica, avendo, la rivoluzione – come si è appena detto – un sostrato marcatamente antireligioso. La fama di Donoso Cortés giunse sino in Vaticano, dove il beato Pio IX lo volle come consultore privato (Lettera al cardinal Fornari) nella redazione di quello che può considerarsi il manifesto contro-rivoluzionario per eccellenza, vale a dire il Sillabo, promulgato l’8 dicembre 1864.

Juan Donoso Cortés

Una data casuale dunque? Si potrebbe rispondere così: secondo Giovanni Cantoni, voce tra le più importanti e autorevoli quando si parla di contro-rivoluzione, si distinguono due fasi della scuola contro-rivoluzionaria: quella iniziale, la “patristica”, a sfondo più apologetico, e la “scolastica”, di impronta sistematica, che inquadra gli eventi storici in modo sintetico e secondo un filo conduttore ben preciso. Questo passaggio, dall’una all’altra fase, avvenne grazie alla scoperta del Trattato della vera devozione alla Santa Vergine (1842), di san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673 – 1716) instancabile predicatore che aveva eletto la Vandea come suo centro di evangelizzazione. Sulla scorta di questo testo, la guerra tra Rivoluzione e Contro-rivoluzione viene letta nel contesto teologico dello scontro tra la Donna e il serpente, tra la Madonna e il diavolo. Da qui il costante riguardo che la scuola contro-rivoluzionaria avrà per le apparizione mariane – in particolar modo quelle di La Salette (1846) e Fatima (1917) – senza dimenticare i messaggi del Sacro Cuore di Gesù a Paray-le-Monial (1673 – 1690).

In analogia alla rappresentazione partitica, nel XIX secolo si va diffondendo una fazione di “sinistra” del pensiero contro-rivoluzionario, che a sua volta si suddivide in due rami: positivista l’uno e spiritualista l’altro. Appartiene al primo segmento il filosofo francese August Comte (1798 – 1857), ateo, fondatore del positivismo, il quale considera l’evento rivoluzionario privo di sbocchi concreti e incapace di dare una visione nuova all’umanità. Seguace del pensiero di Comte è Charles Maurras (1868 – 1952), giornalista e politico francese, dichiaratamente agnostico, capo dell’Action Francaise, formazione monarchica che mira alla restaurazione sul trono di Francia dei Borbone. Striderà con la visione contro-rivoluzionaria classica, per così dire, il marcato nazionalismo e soprattutto l’assenza di una prospettiva metafisica, di cui si è detto in precedenza, che costituisce il fulcro di una qualsivoglia critica alla rivoluzione francese e al processo rivoluzionario osservato nella sua totalità. Tuttavia ciò non impedì ai cattolici di convenire con la formazione di Maurras sul terreno della prassi e di appoggiarla sino alla condanna dell’Action Francaise, da parte di Pio XI, nel 1926.

Charles Maurras

Il ramo spiritualista trova come suo interpreti e sistematizzatori principali lo scrittore ed esoterista francese, René Guenon (1886 – 1951) e il filosofo romano Julius Evola (1898 – 1974). Il primo aprirà al secondo il “mondo della Tradizione”, dallo stesso Evola ampiamente descritto e sviluppato in molti dei suoi testi. Nel suo libro principe: Rivolta contro il mondo moderno, egli descriverà nella prima parte cosa intende con il termine “Tradizione” e come si strutturavano le diverse civiltà tradizionali; nella seconda parte delineerà la decadenza della civiltà moderna contrassegnata dalle quattro cadute (rinascimento, protestantesimo, rivoluzione francese, rivoluzione bolscevica) dell’uomo, che ne ha segnato l’involuzione. Se – per quanto riguarda la filosofia della storia – si possono trovare sostanziali similitudini con la visione contro-rivoluzionaria classica, essa trova un punto di arresto determinante quando la Tradizione a cui si allude contempla l’esistenza di un principio universale all’inizio di tutto, che non ammette dualità (male e bene), di cui noi siamo parte essendo un riflesso dell’ordine che ci sovrasta. Questa verità, secondo il suddetto ramo, caratterizzerebbe tutte le religioni, ma pochi riescono ad elevare gli occhi oltre ciò che viene celato dai sistemi di culto esteriori. Per mezzo dell’esoterismo e di una iniziazione è sperimentabile esistenzialmente la “Tradizione primordiale”, che è all’origine di tutte le vie metafisiche/religiose.

Il pensiero contro-rivoluzionario entra nel XX secolo accresciuto di un bagaglio teologico, storico, filosofico notevole, oltre che di un radicamento che si irradia ben oltre i confini del continente europeo. L’America latina fornirà ad esso valenti pensatori, fini indagatori della realtà dagli arguti paradossi come lo scrittore colombiano Nicolas Gomez Davila (1913 – 1994). Autore senz’altro sui generis per via del fatto che concepì l’opera che lo fece diventare noto, per mezzo di raccolte di aforismi, con i quali dissacrava tutti i miti della modernità: dalla democrazia al razionalismo sfrenato, passando per gli innumerevoli cliché che il processo rivoluzionario in atto aveva offerto al mondo.

René Guenon

Ma se di fuori dal comune si deve parlare, beh sicuramente tale epiteto lo merita il “filosofo-contadino” francese Gustave Thibon (1903 – 2001). Formatosi totalmente al di fuori di qualsiasi percorso scolastico/accademico, ha tratto dal suo contatto con la “viva terra” gli elementi necessari per impostare una critica alle alienazioni prodotte dalla vita urbana, dalla vita nelle metropoli cittadine, la quale stravolgendo la dimensione ontologica del vivere (il rapporto con la natura, con la ciclicità delle stagioni, con la terra) finisce con l’oscurare – sino a farla estinguere – la vita religiosa dell’uomo.

Il XX secolo è anche l’epoca in cui sorgeranno, attorno a personalità di spicco appartenenti alla scuola contro-rivoluzionaria, anche delle associazioni che avranno il compito di promuovere e diffondere tali tesi nella società. E’ ciò che farà il giornalista francese Jean Ousset (1914 – 1994) con l’organizzazione La Cité Catholique, la prima associazione contro-rivoluzionaria europea, sorta nel 1949 e scioltasi nel 1963. Il pensiero di Ousset si può trovare nel suo libro: Pour qu’il règne (1959). Esso è un testo piuttosto ampio dove viene sviluppato il processo rivoluzionario attraverso l’esame dei passaggi storici dirimenti (Protestantesimo, Rivoluzione francese, laicismo/socialismo) a cui si va aggiungere l’infiltrazione modernista e progressista di parte del clero, che da dentro la Chiesa si batte per far sposare questa ai principi rivoluzionari.

Gustave Thibon

Infine, per concludere questa ampia trattazione, bisogna ricordare il pensatore e uomo d’azione brasiliano Plinio Correa de Oliveira (1908 – 1995), docente universitario, giornalista, già deputato al parlamento brasiliano e fondatore della Società brasiliana di difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP), cui sarà affiancata da numerose filiali e associazioni consorelle in altri Paesi del mondo. Le tesi fondamentali del pensiero di Correa de Oliveira sono esposte in Rivoluzione e Contro-rivoluzione (1959), definita dal sociologo Massimo Introvigne come «la più elegante sintesi della scuola e del pensiero contro-rivoluzionario». Ciò che colpisce del testo di Correa de Oliveira è, infatti, la sua sinteticità e, nello stesso tempo, la sua chiarezza nel descrivere le quattro tappe del processo rivoluzionario, che hanno condotto al processo di distruzione della civiltà cristiana. La prima di natura religiosa (Protestantesimo), la seconda di natura politica (Rivoluzione francese), la terza di natura economica (socialismo/comunismo), la quarta di natura culturale (rivolta studentesca del ’68).

Il moto rivoluzionario, originato dall’orgoglio (che sfocia nell’aspetto ugualitario della Rivoluzione) e dalla sensualità (che sfocia nell’aspetto liberale della Rivoluzione) ha tre livelli di profondità: nei fatti, nelle idee e nelle tendenze. Normalmente un occhio attento percepisce come un’azione sia il prodotto di un’idea, Correa de Oliveira afferma che ciò che condiziona e influenza le idee sono le tendenze, in questi termini:

Dio ha stabilito relazioni misteriose e mirabili fra certe forme, colori, suoni, profumi, sapori e certi stati d’animo, con questi mezzi si possono chiaramente influenzare a fondo mentalità […].
(Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-rivoluzione, Sugarco)

Ne consegue che l’attenzione alla bellezza artistica, all’eleganza degli ambienti e alla raffinatezza degli stili architettonici saranno della massima importanza per la restaurazione della civiltà cristiana.

Se la Rivoluzione è il disordine, la Contro-Rivoluzione è la restaurazione dell’Ordine. E per Ordine intendiamo la pace di Cristo nel Regno di Cristo. Ossia, la civiltà cristiana, austera e gerarchica, sacrale nei suoi fondamenti, antiugualitaria e antiliberale.