Scandalo 1MDB, sei persone sotto inchiesta

tvsvizzera.it 10.7.18

Il ministero pubblico della Confederazione ha avviato indagini formali nei confronti di sei persone nell’ambito dell’inchiesta del fondo sovrano malaysiano 1MDB, scandalo che aveva postato allo scioglimento della Banca della Svizzera Italiana (Bsi).

Michael Lauber
Il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber.

(Keystone)

Tra gli indagati ci sono due ex funzionari di Abu Dhabi e del gruppo petrolifero saudita Petrosaudi, ma non l’ex premier della Malaysia Razak. La decisione è stata comunicata dal procuratore generale della confederazione Michael Lauber dopo il suo incontro con la controparte malaysiana.

La Svizzera indaga dal 2015 su un’intricata vicenda con ramificazioni internazionali che interessa almeno sei paesi, tra cui la Svizzera, Stati Uniti, Lussemburgo e Singapore.

Il procedimento penale condotto dal Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) verte prevalentemente sull’appropriazione indebita di investimenti del fondo sovrano 1MDB (1 Malaysia Development Berhad) destinati ai progetti Petrosaudi, Tanjong/Genting e ADMIC (Abu Dhabi Media Investment Corporation) e di investimenti del fondo sovrano SRC nell’ambito delle risorse naturali.

Le accuse sono di amministrazione infedele, truffa per mestiere, corruzione attiva di pubblici ufficiali stranieri, riciclaggio di denaro aggravato e infedeltà nella gestione pubblica. Allo stadio attuale  risultano indagate sei persone fisiche e due istituti: la BSI, scioltasi in seguito allo scandali, e la Falcon, banca privata di Zurigo.

Najib Razak “non indagato”

Il fondo 1MDB è stato istituito dal primo ministro malaysiano Najib Razak. Circa 4,5 miliardi di dollari provenienti da questo fondo sarebbero stati sottratti per arricchire i direttori del fondo, uomini d’affari vicini al potere malaysiano, ufficiali degli Emirati Arabi Uniti, nonché lo stesso Razak.

Quest’ultimo, dopo nove anni quale premier, il 9 maggio scorso non è stato rieletto. In seguito in sue dodici proprietà gli è stato confiscato un patrimonio di almeno 273 milioni di dollari in contanti, gioielli, orologi e borsette di lusso.

Najib Razak una settimana fa è stato incriminato dall’Alta Corte di Kuala Lumpur per abuso di fiducia e abuso di potere in relazione allo scandalo. L’ex premier si è dichiarato innocente rispetto a tutte le accuse.

Il Mpc scrive che Najib Razak non figura tra gli accusati delle indagini svizzere e che per le parti coinvolte va comunque sempre applicata la presunzione di innocenza. Visti gli ultimi sviluppi in Malayisa, il Mpc afferma di essere interessato a rinnovare il dialogo con gli organi malaysiani responsabili al fine di avere una collaborazione il più efficiente possibile. Inoltre deve anche essere assicurato il coordinamento tra le autorità che si occupano dei procedimenti penali.

Isteria da “cigno nero”. Deputato Pd vuole denunciare il ministro Savona: “Procurato allarme”

http://contropiano.org/author/redazione-contropiano Stefano Porcari 11.7.18

Lo spettro del “cigno nero” nell’economia provoca qualche isteria. Tanto più se viene evocato un “Piano B” per farvi fronte. “Insieme a un gruppo di risparmiatori e di attivisti politici, stiamo valutando l’ipotesi di depositare alla Procura della Repubblica un esposto per verificare se le allusive affermazioni del ministro Paolo Savona costituiscano procurato allarme ai sensi dell’art. 658 del codice penale”. Ad annunciarlo è Gianfranco Librandi, deputato del Pd.
A rincarare la dose, ma senza arrivare alle minacce del deputato piddino, è l’ex ministro dell’economia Padoan. “Se un ministro di un governo dice che sta pensando a un piano B e che questo implica l’uscita dall’euro, questa è una affermazione che viene vagliata con molta attenzione, dai mercati in primo luogo” ha detto questa mattina ai microfoni di Radio Anch’io commentando le parole del ministro Savona.
Alla domanda se le dichiarazioni del ministro Savona stessero generando preoccupazione nei mercati, l’ex ministro Padoan ha fatto osservare che “lo stanno già facendo. Ci sono delle analisi del rischio Italia che mostrano che nei mercati esiste il ‘rischio di ridenominazione’, ossia sui mercati si sconta una possibile situazione in cui l’Italia sia costretta a uscire dall’euro con l’introduzione di una nuova lira”. In compenso Padoan sembra aver apprezzato il vicepremier del M5S: “le parole di Di Maio sono importanti perché vanno in direzione opposta. Il fatto che ci sia un ‘cigno nero’, cioè un evento imprevedibile e grave, non implica che si debba pensare come risposta un’uscita dall’euro”. Di Maio in una trasmissione televisiva a La 7, ha dichiarato che Il governo non sta pensando ad un Piano B per uscire dall’Euro. “Oggi le posso dire – ha detto il vicepremier Luigi Di Maio ad una specifica domanda durante la trasmissione Omnibus su La7 – che non ci sto pensando e il governo non sta lavorando a questo. Non possiamo immaginarlo nemmeno per un attimo”. “Il governo – ha aggiunto ancora – non vuole uscire dall’euro. Se poi gli altri cercheranno di cacciarci non lo so, ma questo non e’ nostra volontà, ne metteremo gli altri nelle condizioni di farlo”.
Ma cosa aveva detto il ministro per gli Affari europei Paolo Savona da suscitare tutto questo scombussolamento? In una audizione al Senato aveva risposto testualmente: “Mi dicono: tu vuoi uscire dall’euro? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione e’ di essere pronti a ogni evenienza”. L’esperienza alla Banca d’Italia, ha aggiunto, “mi ha insegnato a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il cigno nero, lo shock straordinario”.
Insomma un discorso di buon senso per ogni economista che abbia responsabilità di governo, incluso quello di avere un Piano di riserva per far fronte a scenari inediti – il famigerato “cigno nero”. Ma Savona ha evocato due non detti che sono un tabù: Piano B ed uscita dall’euro (scelta consapevolmente o indotta dall’esterna che sia). E su queste due parole la razionalità si perde per essere sostituita dall’isteria, e questa sì che fa danni, tanti danni, almeno quanto quelli provocati alla popolazione dall’entrata dell’Italia nell’Eurozona e nell’Unione Europea.

La trappola europea dello spread: il problema è l’atterraggio

coniarerivolta.org 30.5.18

LA LEZIONE

L’Italia è nel mirino della speculazione internazionale. Il prezzo dei titoli pubblici italiani è letteralmente crollato nelle ultime ore, portando i rendimenti sui BTP decennali dall’1,8% di inizio maggio ad oltre il 3,2% di fine mese. Questo aumento straordinario nel costo dell’indebitamento pubblico è dovuto ad una massa di vendite che si sono realizzate in un lasso di tempo relativamente ristretto, come testimoniato martedì mattina dall’inversione di un tratto della curva dei rendimenti, una curva che rappresenta per ogni scadenza il corrispondente tasso di interesse sul debito pubblico italiano e che di norma ha un andamento crescente, a riflettere il maggiore interesse richiesto per prestiti a più lunga scadenza: per qualche ora i BTP con scadenza 2020 pagavano un rendimento maggiore dei BTP con scadenza 2021, contro ogni logica economica – che associa a scadenze più lontane rendimenti più elevati – e coerentemente con le dinamiche speculative, quando i titoli sono scambiati non in virtù del loro rendimento ma solo allo scopo di trarre un profitto dalla variazione di prezzo di quelle attività finanziarie. Se le cause di questa svendita del debito pubblico italiano dovranno essere attentamente indagate, gli effetti dell’impennata nei rendimenti di quei titoli sono invece facilmente prevedibili. Attraverso una simile stretta sul costo dell’indebitamento pubblico i mercati – chiunque essi siano – stanno esercitando una pressione sulla politica italiana in una fase storica delicatissima, e cioè esattamente nel momento in cui una tornata elettorale aveva spazzato via le forze di governo degli ultimi venti anni, ossia Forza Italia ed il Partito Democratico. L’Europa funziona così: quando la macchina dell’austerità è in affanno, puntualmente interviene lo spread.

Era la fine del 2009 quando, con un simile incipit, prese il via la crisi del debito pubblico greco – l’inizio della crisi che finì per investire l’Europa tutta aprendo la stagione dell’austerità. I titoli pubblici decennali della Grecia vennero venduti in massa sui mercati finanziari, e videro i rendimenti crescere dal 4,6% dell’ottobre 2009 al 7,8% dell’aprile successivo. Notiamo che si trattò di un aumento del 70% dei tassi, realizzatosi nell’arco di sei mesi, mentre nella crisi italiana di queste settimane i BTP decennali hanno visto crescere il rendimento del 78% nel giro di un solo mese. Per arginare la crisi finanziaria, la Grecia decise di chiedere un aiuto alla cosiddetta Troika: Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale garantirono al governo ellenico un prestito capace di coprire il rifinanziamento del debito pubblico. In cambio di cosa? Della sottoscrizione di un Memorandum of Understanding, un documento che conteneva l’indicazione puntuale di tutte le misure di austerità che la Grecia avrebbe realizzato negli anni a seguire – volente o nolente. In pratica, l’incendio è stato spento solo quando la Grecia ha accettato di vincolare la sua politica economica ai diktat delle istituzioni europee e al FMI: qualche sospetto su chi abbia appiccato le fiamme sorge spontaneo.

La spirale nei tassi di interesse sul debito pubblico è effettivamente una china spaventosa, perché impegna una quota crescente di risorse pubbliche per il servizio del debito pubblico. Ma ritorna alla mente l’apertura dell’Odio di Kassovitz:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

La vertigine che ci provoca l’impennata dello spread fa effettivamente impressione, il maggiore costo del debito che comporta è un problema serio all’interno dei vincoli alla spesa imposti dall’Europa, ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio: con il Memorandum, che ha posto fine alla caduta del prezzo dei titoli pubblici del Paese, la Grecia ha firmato la sua condanna a morte. Le politiche di austerità accettate in cambio di quell’aiuto, cioè della fine della caduta, hanno ridotto in cenere il tessuto produttivo ellenico generando una disoccupazione di massa, il crollo della produzione, la contrazione dei salari, la distruzione dello stato sociale, l’implosione del sistema sanitario nazionale. Una catastrofe che è stata indotta dall’aumento dello spread, ma che si è potuta realizzare solo grazie all’imposizione del principio della condizionalità agli aiuti finanziari offerti al Paese in crisi: la Grecia è stata abbandonata alla speculazione, e la condizione posta dai creditori per restituire al Paese la stabilità finanziaria è stata una rigida agenda di misure di austerità. La cieca austerità è stato il prezzo pagato dalla Grecia per frenare la folle corsa dello spread: una vera e propria trappola che porta dall’instabilità finanziaria alla macelleria sociale.

In queste ore ci stupiamo della deriva apertamente antidemocratica delle istituzioni europee, che hanno usato il Capo dello Stato per imporre il proprio orientamento alla politica economica italiana contro la volontà della maggioranza del Parlamento. La lezione della Grecia ci insegna che le cose possono andare peggio. In prossimità delle elezioni politiche del 2012, al secondo anno di austerità selvaggia, i leader dei due principali partiti – centrodestra (Nea Demokratia) e centrosinistra (PASOK) – sottoscrivono una lettera in cui si impegnano preventivamente a rispettare, in caso di vittoria alle elezioni, il dettato del Memorandum, ossia il percorso di tagli definito dai creditori della Troika. Due lettere gemelle che impegnano un esecutivo a realizzare una precisa politica economica del tutto indipendente dalla volontà popolare che sarà espressa nel voto: è la fine dell’influenza della democrazia parlamentare sul governo dell’economia. Noi stessi abbiamo avuto un piccolo assaggio di questi scenari greci nel 2011, quando la rincorsa dello spread convinse Berlusconi a lasciare il posto al governo Monti: le misure di austerità applicate allora, a partire dalla Riforma Fornero, furono la moneta di scambio pagata per convincere la BCE ad acquistare i titoli pubblici italiani ed arginare, così, l’instabilità finanziaria.

Si dirà che l’Italia non è la Grecia. Eppure, in queste ore concitate, il vicepresidente della BCE Vitor Constancio ha rilasciato un’inquietante intervista all’autorevole giornale tedesco Spiegel dove, commentando lo stallo politico dell’Italia, spiega che qualora il nostro Paese avesse bisogno di un soccorso da parte delle istituzioni europee, liquidità per arginare la corsa dello spread, dovrebbe tenere a mente che “qualsiasi eventuale intervento sarebbe soggetto al principio di condizionalità”, ovvero all’accettazione di un “programma di aggiustamento strutturale”: è il Memorandum che ha messo in ginocchio la Grecia. Chiosa Constancio: “Le regole su questo sono molto chiare, tutti dovrebbero ricordarle. L’Italia conosce le regole, forse dovrebbe dargli un ulteriore sguardo.”

Questo dispositivo disciplinante delle politiche economiche nazionali da parte delle istituzioni europee è ora articolato nella forma delle TMD (Transazioni Monetarie Definitive): se un Paese chiede aiuto alla Troika, interviene direttamente la Banca Centrale Europea con una massa di acquisti capace di contrastare qualsiasi volume di vendite, a patto che il Paese in questione sottoscriva un preciso Memorandum che legherà l’esborso delle varie tranches del prestito alla realizzazione di una serie di misure di austerità. Un cappio al collo dell’economia che è l’ultima spiaggia della governance europea, una minaccia atomica da usare nel caso in cui la politica italiana continui a ritardare la rigida applicazione del progetto neoliberista dell’austerità. Tutte le principali forze politiche italiane devono adeguarsi alla linea europeista, lasciando da parte qualsiasi dibattito sull’appartenenza del Paese alla moneta unica. Altrimenti, l’intervista di Constancio lascia poco spazio all’immaginazione: lo spread cresce, la trappola è pronta e manca solo qualcuno capace di trascinare l’Italia nell’incubo greco. Basterà chiedere aiuto all’Europa.

Guerra commerciale e austerità

coniarerivolta.org 11.7.18

boston

Negli ultimi tempi, si fa un gran parlare di “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Unione Europea. Si tratta, come cercheremo di argomentare, di un capolavoro di retorica che vale la pena analizzare, punto per punto, in tutte le sue sfaccettature. Prima però di addentrarci nei singoli argomenti, facciamo un passo indietro: cos’è un dazio? Dal punto di vista di un Paese che voglia limitare le importazioni, esso è una barriera al commercio internazionale che si manifesta sotto forma di una tassa pagata dalle imprese estere (e riscossa dallo Stato) in percentuale al valore del prodotto che vendono in quel paese. Occorre precisare che tali misure non riguardano direttamente specifici paesi – non sono dazi imposti sulla provenienza del bene commerciato – ma li colpiscono indirettamente. Esse, infatti, vengono applicate su quelle merci che tali paesi esportano in grande quantità nel paese che impone il dazio. Vediamo come funziona concretamente un dazio: supponiamo che l’Unione Europea inizi ad applicare un dazio del 5% sulle importazioni di ghisa e che il valore venduto, all’interno dell’Unione, da un’impresa straniera sia pari a 100 euro. Ciò significa che l’importo del dazio è pari a 5 euro. L’impresa straniera può decidere di reagire all’imposizione del dazio con tre modalità: decidere di pagare interamente il dazio senza farne ricadere le conseguenze sul compratore, ossia senza modificare il prezzo di vendita (rinunciando, in questo modo, a una parte dei profitti); decidere di aumentare il prezzo del bene per far sì che il dazio venga pagato interamente dal compratore (nel nostro caso, il prezzo aumenterebbe di 5 euro e l’esportatore perderebbe competitività rispetto alle imprese che operano senza l’imposizione di dazi); scegliere una posizione intermedia in cui sia venditore che compratore contribuiscono al pagamento del dazio (nel nostro caso, il prezzo aumenterebbe in misura minore di 5 euro).

Ora che abbiamo chiarito quale impatto può avere un dazio sulle imprese straniere, possiamo riprendere il discorso sulla “guerra dei dazi” tra Stati Uniti ed Unione Europea.

A marzo, Trump firmò la legge con la quale venivano introdotti dazi sulle importazioni di acciaio (25%) e di alluminio (10%) colpendo duramente la Cina – che a sua volta ha risposto prontamente con l’imposizione di dazi sull’importazione di alcuni prodotti, come la soia, che provengono principalmente dagli Stati Uniti – ma esentando temporaneamente l’Unione Europea dall’applicazione di questa misura. In pratica gli Stati Uniti sembravano voler colpire solo la Cina, tenendo esplicitamente fuori l’Unione Europea da questi primi fuochi della guerra dei dazi.

L’esenzione nei confronti dell’UE, che inizialmente doveva terminare alla fine di aprile, è stata estesa fino al mese di maggio ma ciò ovviamente non è bastato a placare gli animi dell’industria europea. Immediata infatti è stata la reazione di Juncker, presidente della commissione UE, che – dopo aver minacciato “reazioni dure” per una eventuale misura protezionistica degli Stati Uniti – ha rilanciato rinnovando l’appello affinché questa temporanea esenzione dai dazi diventasse permanente per l’Unione Europea. Si noti che la difesa del libero mercato non è mai una bandiera di principio: l’Europa non si sogna neppure di criticare i dazi americani contro la Cina, dai quali potrebbe addirittura trarre profitto, ma si preoccupa solo di implorare agli Stati Uniti l’esenzione per le merci europee. All’inizio della guerra dei dazi tra USA e Cina, infatti, l’Unione Europea si sfregava le mani in quanto questo avrebbe permesso alle imprese dei paesi membri della UE di aumentare le esportazioni sia negli Stati Uniti che in Cina, per un valore stimato tra i 4 e i 7 miliardi di euro nei prossimi due anni. La maggior parte di questo introito sarebbe arrivato proprio dagli Stati Uniti, dove è diretta la quota maggiore di esportazioni europee.

Sebbene dunque predichi il libero commercio, l’Unione Europea non avrebbe detto una parola se i dazi avessero colpito solamente la Cina: essa agita il vessillo del libero mercato solo quando ci guadagna o vede minacciati i suoi interessi. Durante il periodo 2008-2016, che ad eccezione del primo anno ricade sotto l’amministrazione Obama (2009-2017), sono state introdotte 1.084 misure – circa un quarto delle misure prese complessivamente in tutto il mondo – nel paese a stelle e strisce, che di fatto è la nazione con il maggior numero di provvedimenti che limitano il libero scambio. Tuttavia, solamente di recente tali iniziative hanno suscitato l’interesse, o meglio il risentimento, dell’Unione Europea. Il motivo sta nel fatto che i provvedimenti recenti colpiscono in misura sensibile le imprese europee, cosa che non avveniva nelle precedenti misure protezionistiche.

Qui entriamo nel campo della retorica o, per meglio dire, della propaganda. Nel corso degli ultimi trent’anni, è diventato un mantra l’espressione “the freer, the better”: più è libero (il mercato) e meglio è. Tuttavia resta da capire chi effettivamente ci guadagna dal libero mercato. Innanzitutto, ogni qualvolta si parla di processi di liberalizzazione di un mercato, si sta in realtà parlando della sua deregolamentazione. Questa dinamica, per la quale le regole sono un problema e vanno rimosse per lasciar fluire il mercato, vale tanto all’interno dei confini nazionali quanto all’esterno. In questo senso, non sorprende come all’interno di un impianto estremamente liberista, quale l’Unione Europea, le misure protezionistiche vengano declinate come “guerra dei dazi”.

Ma è sempre stato così? L’avversione alla regolamentazione è connaturata agli scambi internazionali? Senz’altro, no: negli anni in cui vigeva il sistema di Bretton Woods, dal secondo dopo guerra al 1971, il commercio internazionale era regolamentato da molte misure (come i dazi) che proteggevano alcuni settori strategici dei Paesi membri ma nessuno avrebbe mai pensato di definire quelle politiche come una minaccia, o peggio ancora una guerra. Una valida spiegazione di ciò la si può trovare nel fatto che i singoli Paesi perseguivano politiche di pieno impiego attraverso il sostegno alla domanda interna, che costituiva a sua volta una premessa per lo sviluppo del commercio internazionale.

L’allontanamento dei principi keynesiani dai menù di politica economica negli Stati Uniti e nei Paesi più sviluppati, dalla fine degli anni ’70, ha trasformato la visione del commercio internazionale. Prima, esso era visto come un frutto dello sviluppo. Oggi, in un mondo in cui il liberismo regna sovrano e il sostegno alla domanda attraverso un ruolo attivo dello Stato è un tabù, il commercio internazionale diventa uno strumento di un modello di crescita trainato dalle esportazioni. Ciò significa che le imprese dei paesi membri dell’Unione Europea ora sono costrette a gettarsi sui mercati internazionali per poter vendere i loro prodotti, data la scarsa domanda interna causata dalle politiche di austerità. Questo spiega perché l’imposizione dei dazi preoccupa, con dovute ragioni, le imprese che vedono ridotta la domanda rivolta verso i loro prodotti. Se la domanda interna è bassa, per stupidi dogmi neoliberisti ed una distribuzione del reddito sbilanciata a favore dei capitalisti, le esportazioni diventano fondamentali per le sorti delle imprese.

Ma qual è, in concreto, la conseguenza di tutto ciò sulle condizioni dei lavoratori? È una corsa selvaggia al taglio dei costi di produzione, in particolare dei salari, per inseguire la competitività. E gli strumenti utilizzati per ottenere questo risultato sono tristemente noti: austerità e deregolamentazione del mercato del lavoro (si veda il caso della Germania nel contesto europeo). Tutto ciò smonta la retorica dei benefici del commercio internazionale e svela la natura di classe della progressiva liberalizzazione degli scambi. Ciò, non significa, però, che qualsiasi restrizione del commercio internazionale possa avere conseguenze benefiche sulle condizioni dei lavoratori. Come molti strumenti di politica economica, anche i dazi possono essere utilizzati per favorire una o l’altra classe. Ci occuperemo di questo argomento in separata sede.

 

DOMINIO FINANZIARIO DIGNITA’ E VELLEITA

Marco della Luna contro informazione.info 6.7.18

Come salvare le riforme economico-fiscali del governo

Il Decreto Dignità, incontestabile come affermazione morale, incontra lo sfavore del mondo imprenditoriale e può avere effetti controproducenti sull’occupazione perché fa aumentare il costo del lavoro e i vincoli per gli investitori (ossia, per i capitalisti). Anche il reddito di cittadinanza, già ridotto da tempo a sussidio di disoccupazione, e assieme ad esso la flat tax, già spezzata in due aliquote, sembrano rinviati a quei soliti tempi migliori che non si sa quando arriveranno. Così i rivoluzionari progetti economici del nuovo governo minacciano di svaporare contro i vincoli della realtà esterna, e di tradursi in delusione e scontento. Quei progetti sono stati lanciati nella campagna elettorale senza fare i conti con l’oste, e ora possono diventare un boomerang.

Vi è una via per evitare questo flop. Il primo passo è far capire alla gente che ciò impedisce la realizzazione di quei progetti, come pure di un ancora più importante piano di investimenti infrastrutturali per il rilancio della produttività e dell’occupazione, sono gli stessi principi imposti come cardini dell’attuale sistema economico-finanziario globale (prima ancora che europeardo). E’ a tali principi che devono essere rivolte, pertanto, la pubblica attenzione, la critica scientifica, la denuncia sociale ed etica, e l’azione politica riformatrice.

Primo principio: la funzione, che è politica e sovrana, quindi pubblica, di creare la moneta, cioè il capitale finanziario, è esercitata da soggetti privati, come pure quella di collocarla e di stabilire rating, tassi etc., e ciò viene fatto secondo la loro privata convenienza di profitto, senza responsabilità verso l’interesse generale.

Secondo principio: i capitali e le merci e le imprese si spostano più o meno liberamente intorno al mondo, perlopiù senza barriere daziarie o di contingentamento; questo pone i lavoratori dei paesi occidentali in concorrenza con quelli di paesi che applicano condizioni di sfruttamento radicale dei lavoratori anche in fatto di previdenza e di antiinfortunistica; contemporaneamente, l’immigrazione di massa li pone altresì in concorrenza con una mano d’opera pronta a svendersi nel loro stesso paese.

Terza caratteristica: i paesi dell’area del dollaro e in ogni caso l’Italia sono sottoposti a un modello economico finanziarizzato, basato a) sulla rincorsa dell’attivo primario del bilancio pubblico, che si scarica sui contribuenti, sui servizi pubblici, sugli investimenti; b)sulla rincorsa dell’attivo della bilancia commerciale (sulla competizione nelle esportazioni), e insieme sulla difesa di un alto rapporto di cambio; e le due cose si scaricano sui salari, imponendone la riduzione per mantenere la competitività in ambito internazionale, con conseguente depressione della domanda interna; inoltre, realizzare avanzi primari significa che lo Stato toglie dall’economia più denaro di quanto ne immette, ossia che abbassa il livello di liquidità, quindi di solvibilità.

Con queste premesse, è ovvio che non si possano fare i provvedimenti fiscali e gli investimenti necessari e utili, nel medio termine, per la crescita, perché i vincoli di bilancio e il rating (condizioni di finanziabilità dei governi, fissate sul brevissimo termine) non lo permettono.

Ovvio è altresì che il capitale finanziario e gli imprenditori validi si dirigano verso verso le imprese e paesi in cui la loro rimunerazione è maggiore perché sono i più efficienti nella produzione, oppure perché consentono uno sfruttamento più radicale dei lavoratori e la libera esternalizzazione sulla società e sull’ambiente delle componenti nocive del processo produttivo (infortuni, inquinamento…); sicché, se per legge lo Stato, in nome della dignità e della stabilità del lavoro, introduce vincoli o tutele che rendano meno interessante per il capitale investire in quelle industrie e in quel paese, il capitale defluirà da quelle Industrie da quel paese lasciando disoccupazione.

Perciò se si vuole tutelare effettivamente sia la dignità del lavoro che i livelli occupazionali, che l’ambiente, è indispensabile cambiare i tre suddetti principi, incominciando con il recupero da parte degli Stati della sovranità monetaria per assicurare loro il rifornimento di moneta (la capacità di pagare sempre il proprio debito e di finanziare il proprio bilancio facendo gli investimenti necessari alla crescita e di pagare il debito pubblico), sottraendoli al ricatto monetario dei banchieri speculatori privati internazionali e ai golpi mediante spread.

Bisognerà inoltre creare barriere protezionistiche contro la concorrenza sleale in modo che i lavoratori del proprio paese non si trovano esposti alla concorrenza di lavoratori sottoposti a condizioni schiavistiche in paesi in cui il capitale riesce a scaricare completamente sulla popolazione generale e sull’ambiente le proprie esternalità.

In terzo luogo, bisognerà cambiare il modello generale dell’economia sopra descritto, mirato sui surplus commerciali, anche perché la rincorsa di tale surplus è in se stessa illogica dato che la somma dei saldi delle bilance commerciali è ovviamente zero.

Come primo passo per recuperare la sovranità monetaria, e ridare liquidità al sistema (qualora non si arrivi direttamente alla fine dell’Eurosistema o a una sua radicale e benefica riforma, suggerisco al governo l’introduzione di un mezzo monetario nazionale interno, una sorta di seconda moneta (ma non denominata come moneta), emesso magari da una rete di banche appositamente costituite, che lo creano prestandolo (come avviene con le normali banche di credito) ma lo accreditano non su un conto proprio, bensì su un conto dello Stato, e poi lo prendono a prestito dallo Stato a modico interesse per prestarlo ai clienti applicando un interesse maggiore.

Quella sopra da me delineata è una campagna innanzitutto culturale, di informazione e comunicazione generale – e nella capacità di comunicazione abbiamo due eccellenze: una in Salvini e un’altra, in generale, nelle Stelle. In secondo luogo, deve diventare una campagna europea e possibilmente non solo europea, e a questo fine ben si presta l’iniziativa salviniana della Lega delle Leghe.

Se non si riesce a informare-comunicare all’opinione pubblica e a internazionalizzare questa campagna, i suddetti progetti economici verranno soffocati e resi velleitari dalle stesse dimensioni della dottrina economica mainstream – e Mattarella, con Tria, traghetterà l’Italia attraverso una brevissima stagione “populista” per consegnarci nelle mani di Macron-Rothschild, di Soros e della Merkel o di chi per lei.

06.07.18 Marco Della Luna

Ex banchiere in Vaticano: I crolli sono pianificati per accompagnare in un nuovo ordine mondiale

politicamentescorretto.info 11.7.18

Gli oligarchi occidentali hanno pianificato il crollo demografico dell’Occidente per produrre una crisi economica al fine di accompagnarlo in un nuovo ordine mondiale, ha detto Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente della Banca Vaticana, durante un discorso alla prima conferenza della Accademia per la Vita Umana Giovanni Paolo II. Secondo LifeSiteNews.com (9 luglio) è “impensabile” per Gotti che i leader occidentali non sapessero cosa facevano rifiutando la vita (aborto) e la legge naturale (ideologia gay).

Le catastrofi volute a livello economico, geo-politico e sociale dovrebbero “persuadere” l’Occidente ad accettare l’eliminazione della sovranità nazionale e a istituire un “ambientalismo agnostico” come “religione universale”.

Per Gotti, la causa reale dietro queste piaghe è il “crollo delle nascite” in Occidente.

Secondo Gotti, gli autori di questo crollo al momento sono anche consulenti dei “vertici della Chiesa” [cioè di Papa Francesco].

Gotti li definisce “profeti gnostici” e nomina Paul Ehrlich, Jeffrey Sachs e l’ex segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon.

Lo Gnosticismo Moderno è una ideologia che punta a sostituire la realtà con l’ideologia.

 

Foto: Ettore Gotti Tedeschi, © Sentinelle del mattino International, CC BY-SA#newsLiogsnrcki

https://gloria.tv/article/gHWDDnfjk1682o1PQzfAHwQkq

Lacrime, mai abbastanza

 di: Luciano Scateni Lavocedellevoci.it

Cristiano Ronaldo, gli operai Fiat scioperano: ‘A lui i milioni, a noi calci nei c…’

silenziefalsita.it 11.7.18

Per Ronaldo 400 milioni, agli operai solo calci nei c…”

Lo si legge in un manifesto affisso dagli esponenti dei Si Cobas e dai cinque ex operai sul muro di recinzione dello stabilimento Fca di Pomigliano d’Arco.

Il licenziamento dei cinque ex lavoratori dello stabilimento era stato sentenziato dalla corte di Cassazione nelle scorse settimane.

E sull’acquisto di CR7 da parte della Juventus ha protestato anche l’USB (Unione sindacale di base) di Melfi a proposito dello stabilimento Fca della Basilicata.

“È inaccettabile che mentre ai lavoratori di Fca e Cnhi l’azienda continui a chiedere da anni enormi sacrifici a livello economico la stessa decida di spendere centinaia di milioni di euro per l’acquisto di un calciatore,” si legge in una nota diffusa dal sindacato.

Ci viene detto – prosegue la nota – che il momento è difficile, che bisogna ricorrere agli ammortizzatori sociali in attesa del lancio di nuovi modelli che non arrivano mai”.

“E mentre gli operai e le loro famiglie stringono sempre più la cinghia la proprietà decide di investire su un’unica risorsa umana tantissimi soldi,” aggiunge l’Usb.

Poi la domanda: “È giusto tutto questo?, è normale che una sola persona guadagni milioni e migliaia di famiglie non arrivino alla metà del mese?”

“Siamo tutti dipendenti dello stesso padrone – si legge ancora nella nota – ma mai come in questo momento di enorme difficoltà sociale questa disparità di trattamento non può e non deve essere accettata”.

“Gli operai Fiat hanno fatto la fortuna della proprietà per almeno tre generazioni, arricchiscono chiunque si muova intorno a questa società, e in cambio hanno ricevuto sempre e soltanto una vita di miseria,” fanno sapere.

“La proprietà dovrebbe investire in modelli auto che garantiscano il futuro di migliaia di persone piuttosto che arricchirne una soltanto, questo dovrebbe essere il fine di chi mette al primo posto gli interessi dei propri dipendenti, se ciò non avviene è perché si preferisce il mondo del gioco, del divertimento a tutto il resto,” conclude l’Usb.

Monte Paschi, Savona: “Bankitalia sapeva e trasferì il responsabile della vigilanza”

Banca Monte dei Paschi: tutti gli italiani dovrebbero sentire queste parole di Paolo Savona e chiedere che venga a galla la verità.

Alla fine scopriamo che tutti sapevano. Gli sciacalli sono stati lasciati liberi di muoversi, senza impedimenti da parte della politica, della magistratura o della vigilanza. E c’è ancora un morto che urla giustizia: David Rossi.

Ora ci è piu’ chiaro perché Mattarella non lo voleva come ministro dell’Economia.

IMOLAOGGI.IT 11.7.18

CLAN E COCAINA – MEGA OPERAZIONE DEI CARABINIERI NEL “BRONX” DI NAPOLI: SGOMINATE DUE ORGANIZZAZIONI CHE GESTIVANO LO SMERCIO DELLA POLVERE BIANCA – LA COCAINA VENIVA ORDINATA VIA TELEFONO E CONSEGNATA IN 24 ORE DOVUNQUE – SEQUESTRATI BENI PER 2,5 MILIONI DI EURO: TUTTO RUOTAVA INTORNO ALLA FIGURA DI PASQUALE MATARAZZO, CHE RIMBORSAVA I CLIENTI NON SODDISFATTI… – VIDEO

dagospia.com 11.7.18

 

Da www.ilmattino.it

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Tra Napoli, Cercola, Volla, San Giorgio a Cremano e Viareggio, i carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata hanno dato esecuzione a due ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di 20 indagati dal Gip di Napoli ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico e alla detenzione di stupefacenti.

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Contestualmente sono stati sottoposti a sequestro preventivo, ai fini della successiva confisca, due quote sociali, 10 rapporti finanziari e un’autovettura, per un valore complessivo di 2,5 milioni di euro.

Le attività investigative, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, hanno consentito di svelare l’esistenza di due gruppi criminali collegati tra loro per la commercializzazione di sostanza stupefacente, prevalentemente cocaina.

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Una prima piazza di spaccio è stata individuata nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, con epicentro nel complesso di edilizia popolare denominato “Bronx”, dove a gestire gli affari illeciti e a introitarne i ricavi erano esponenti di primissimo piano del clan Formicola: Giulia Formicola, Salvatore e Assunta Rispoli, rispettivamente, sorella e nipoti di Ciro Formicola, capo dell’omonimo clan e detenuto in regime di 41 bis.

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Tale articolazione malavitosa aveva rapporti “commerciali” illeciti, riguardanti il mercato dei narcotici, con un altro gruppo criminale, insistente nel comune di Volla e organizzato intorno alla figura di Pasquale Matarazzo.

Questo secondo gruppo, a sua volta, operava con il placet del clan Veneruso-Rea, egemone nei Comuni di Volla e Casalnuovo, con il quale il Matarazzo era legato in quanto cognato di Salvatore Alfuso, elemento di spicco del clan.

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Le indagini hanno evidenziato come, attraverso una rete di pusher che fungevano da corrieri a domicilio, la cocaina veniva ordinata via telefono o attraverso i più diffusi social network e consegnata h24 ovunque, anche all’esterno di plessi scolastici a studenti e a imprenditori presso le loro aziende.

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Inoltre, lo smercio di cocaina avveniva nei confronti di autotrasportatori che, giungendo presso il centro agroalimentare di Volla, prenotavano in anticipo le dosi di cocaina per consumarla durante il viaggio.

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Matarazzo, inoltre, attraverso un vero e proprio servizio di customer satisfaction, richiamava i propri clienti per sapere se erano stati serviti con soddisfazione e se era adeguato il taglio del narcotico in relazione al rapporto qualità-prezzo, rimborsando, all’occorrenza, i clienti non soddisfatti con dosi omaggio.

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L’attività ha permesso inoltre di documentare l’occupazione abusiva di un appartamento popolare, nel Comune di Volla, da parte del Matarazzo, il quale acquisendo tra l’altro la disponibilità di un ulteriore appartamento adiacente e sovrastante, procedeva illegittimamente a lavori di ristrutturazione per fini personali. I beni sono stati pertanto sottoposti a sequestro

Il salvataggio delle banche? Vuol dire che i soldi ci sono…

http://contropiano.org/author/redazione-contropiano contropiano.org 28.6.17

Il “salvataggio” delle due banche venete, a beneficio di BancaIntesa, grida vendetta già al primo sguardo (vedi http://contropiano.org/news/news-economia/2017/06/26/banche-venete-uno-spudorato-regalo-ad-intesasanpaolo-093318). Per esserne sicuri, però, bisogna far parlare gli economisti. Radio Città Apertaha intervistato Maurizio Donato, docente all’università di Teramo.

Grazie della tua disponibilità. Aiutaci a capire un pochino meglio di cosa si tratta… IntesaSanPaolo ha firmato con i liquidatori della Popolare di Vicenza e Veneto Banca il contratto di acquisto al prezzo simbolico di un euro di alcune attività e passività facenti capo alle due banche venete, con autorizzazione unanime del consiglio di amministrazione. Si parla di operazioni di salvataggio delle due banche… A noi sembra un grande affare a pochissimo prezzo per Intesa San Paolo. Però da profani ci affidiamo a te per capire qualcosa di più.

I profani, come dici tu, ci beccano spesso, perché non c’è dubbio che si tratta di un buon affare in cui sono coinvolti diversi attori, a cominciare dalle banche. E la parola che hai detto – “alcune attività” – è un po’ la parola chiave. Cioè, ci sono attività redditizie e queste Intesa San Paolo ha voluto acquistare, sia pure alla cifra simbolica di un euro, e ci sono attività che sono andate male, crediti irrecuperabili o difficilmente recuperabili. Ed è qui il punto, se vuoi, politico della questione: i debiti irrecuperabili, Intesa San Paolo ha detto: “quelli non li compro, se li accolli la bad bank dello Stato italiano”, cioè i contribuenti, “e noi invece prendiamo solo quello che ci interessa”. E’ interessante perché possano venire fuori questioni che riguardano almeno tre soggetti: il governo italiano, l’Unione europea e la crisi in generale. Se vuoi diciamo qualche parola su ognuna di queste questioni.

Certamente.

La prima questione riguarda il governo italiano, cioè l’idea che ci siano fondi pubblici a disposizione – lo dico come battuta – è una buona notizia. Perché evidentemente tutte le volte che vengono rivolte richieste al governo per interventi vari, per finanziare il contratto dei dipendenti pubblici oppure per andare incontro alla lotta contro la povertà, oppure per tutti i servizi sociali… tutte le volte ci si dice che “i fondi non ci sono”. Quindi sapere invece che tutto questo non è del tutto vero, ma che da un certo punto di vista le risorse ci sono, possiamo dire – facendo una battuta – è una buona notizia. Per esempio, se una forza politica o anche i movimenti sociali di opposizione chiedessero al governo di abbassare drasticamente l’Irpef sui lavoratori dipendenti, la “terza fase” del progetto di riforma fiscale del governo Renzi e per il quale hanno sempre detto: “lo faremmo volentieri ma i fondi non ci sono”… Bene, a questo punto noi sappiamo che il governo italiano, lo Stato italiano, non sta messo così male, perché quando si sanno chiedere le cose i fondi ci sono… quindi questa è una prima notizia. Abbiamo fondi pubblici.

Interessante da ricordare quando magari chiuderanno il prossimo ospedale perché non ci sono soldi per finanziare la sanità, oppure quando taglieranno altre prestazioni sanitarie. E’ interessante sapere che esistono fondi pubblici a disposizione. Bene …

L’altra questione riguarda direttamente l’Unione europea. Spesso e giustamente noi – “noi” nel senso della sinistra di opposizione, i movimenti sociali, persone che comunque esprimono un punto di vista critico sulla società – abbiamo molte critiche da fare all’Unione europea. Eppure in alcuni casi può capitare, non è sorprendente, che alcune regole dell’Unione europea siano migliori di quelle precedentemente adottate dagli stati nazionali. Il bail-in è una procedura di risoluzione delle crisi, dal mio punto di vista, migliore, più favorevole rispetto al bail out. Lo abbiamo detto tante volte. Quando una impresa va male, l’impresa chiude; e, in questi casi, quando una banca va male, non si può chiedere aiuto allo Stato… Ed è lo stesso discorso di prima sui fondi pubblici, questa volta detto non sotto forma di battuta: quando le imprese vanno male, devono essere loro a rimetterci. E tutto questo anche al di là di quello che possono essere i risvolti penali, perché pare che in questi casi ce ne siano… Qui invece, dal giorno in cui è stato approvato il bail in c’è stato un susseguirsi di articoli sulla stampa che dicevano “ma no, non è possibile, non è giusto…” Mentre io invece credo, personalmente, che il bail in sia meglio del bail out. Cioè: non si possono chiamare i contribuenti a risanare situazioni che le imprese, magari “non per colpa loro”, ma semplicemente perché la crisi va in questo modo, abbiano contribuito a creare. C’è la questione degli obbligazionisti, ma anche in questo caso io ho un punto di vista leggermente diverso da quello che sento andare per la maggiore: “poveri piccoli risparmiatori…” Beh, insomma… Quando si tratta di guadagnarci, mi sembra che i poveri piccoli risparmiatori non si facciano tanti problemi a prendere i soldi, senza neanche chiedersi da dove vengono. E quando fai un affare, se le cose vanno male… Beh, vanno male…

Sono spunti interessanti di riflessione. A noi questa vicenda ricorda tantissimo – sempre un po’ da profani – la vicenda di Alitalia del 2008, la famosa divisione in good e bad company. Ai privati va quello che di buono rimane per poi devastarla ulteriormente e al pubblico, allo Stato, ai contribuenti, vanno le passività. Se poi tutto viene giustificato con la salvezza delle infrastrutture nazionali”, che poi in realtà sono anch’esse private, quale è la priorità? Salvare ovviamente i posti di lavoro, le infrastrutture… Oppure, essendo purtroppo in un mercato che è libero e governato da norme capitalistiche, il ragionamento dovrebbe essere: ma per quale motivo il governo deve intervenire in questo modo? A questo punto nazionalizzi. Se l’intervento del governo è sempre e solo quello di accollarsi le perdite per salvaguardare gli interessi dei privati… allora non è forse meglio nazionalizzare la struttura, la banca, la compagnia che si vuole salvare?

Non c’è dubbio. Gli affari che vanno bene, vanno bene sia al pubblico che al privato, che non è proprio la stessa cosa… Comunque, per capirci: le aziende importanti che vanno male, sì, credo anche io che la cosa migliore sia procedere sul piano della nazionalizzazione. Tuttavia qui c’è un aspetto ancora più interessante, che era il terzo punto che avevo indicato, cioè: good company, bad company... Ossia la parte di business e la parte che va male. Io comincio a pormi il problema di come sia e di come vada evolvendo il rapporto tra attivi e passivi nella dinamica dell’accumulazione capitalistica. Voglio dire: finché si tratta di pensare che fra 100 affari che vanno in porto uno ne va male, allora il bilancio potrebbe essere tale da dir: d’accordo, cerchiamo solo di evitare che i costi degli affari andati male pesino esclusivamente sulle spalle dei lavoratori e andiamo avanti così. Però, nel caso delle banche, l’impressione è che quelli che vengono definiti i non performing loans, cioè crediti incagliati, deteriorati, inesigibili ma, più in generale, tutto quello che riguarda attività anche produttive, che però non può essere completamente valorizzato perché non c’è più la possibilità che tutto quello che produci venga venduto in modo profittevole… Se il rapporto fra le cose che vanno bene e le cose che vanno male comincia ad essere molto sbilanciato sul secondo versante, io non so questa storia come possa andare avanti. Il prof. Giavazzi, che è l’alfiere, in qualche modo, del pensiero capitalistico, sul Corriere della Sera “vabbeh, il governo ha fatto bene perché almeno abbiamo risolto un problema, adesso non si potrà più dire che le banche italiane vanno male, adesso abbiamo messo a posto le banche…” Ecco, io non credo che sia così. Credo che a dieci anni dallo scoppio della crisi il vantarsi, attraverso artifici contabili, di avere fatto uno +0,8 di Pil anziché uno +0,7, non ci dia la possibilità di dire che siamo fuori della crisi. Quindi non credo che queste decisioni del governo, poi, risolvano. Sicuramente sono un buon affare per Messina e per IntesaSanPaolo, però è evidente che non puoi ogni volta trovare un escamotage, come dicevi, una volta per Alitalia, una volta per Veneto Banca e per la Popolare di Vicenza… C’è da chiedersi se davvero è un sistema in cui tutti vanno avanti e c’è solo qualcuno che rimane indietro – che è poi la narrazione dominante – per cui dovremmo solo stare un po’ più attenti a quelli che rimangono indietro. O se per caso non stia succedendo proprio il contrario: che pochi grandi gruppi forti, transnazionali, ce la fanno e tutto il resto rimane indietro. E allora non si tratta più di intervenire una tantum, ma di ripensare proprio la politica economica.

Che vada ripensata la politica economica a noi appare quasi lapalissiano, anche nella nostra piccola visione. Giavazzi è quello dell’”austerità espansiva”, se non sbaglio…

Sì, l’ossimoro più infelice che abbia potuto inventare…

L’”austerità espansiva” è quella che ha portato, ad esempio, la Grecia a diventare un paese a pezzi. Mi hai fatto venire in mente una domanda: è possibile che coloro i quali “pensano” questa politica economica – a livello mondiale – in realtà non in grado di farlo o lo facciano in malafede? Mi spiego bene. Sono talmente aberranti alcuni meccanismi – per esempio quello per cui si è arrivati al salvataggio di queste banche – che sembra assurdo che un economista importante dica: è un’operazione giusta… Dopo quasi 10 anni, vuol dire che un certo tipo di analisi o si basa su presupposti sbagliati o è fatta per raggiungere obiettivi sbagliati. Non so se è chiara la mia domanda…

Come no! Oppure un micidiale mix di entrambe le cose… Io penso, da un lato, che lo svolgimento della crisi mette il ceto politico imprenditoriale, di governo, di comando, nelle condizioni di non avere più tanti strumenti. Ho l’impressione che siano costretti a rincorrere lo svolgimento della crisi senza elaborare grandi teorie. Fanno quello che possono, tant’è che credo abbiano rinunciato, da alcuni anni – questa è un po’ una novità – ad una narrazione rassicurante. L’ultima, quella dell’austerità espansiva, era così evidentemente assurda che non è stato possibile sostenerla più di un tanto. Certo, c’è qualcuno che insiste fino alla fine dei suoi giorni, però è evidente che non è così. Siamo prigionieri di questa doppia difficoltà. Da un lato non puoi continuare con l’austerità – parlo soprattutto dell’Unione Europea, cioè del nostro ambito di riferimento – perché non puoi continuare a tagliare la spesa pubblica. Vedevo che il responsabile dei tagli alla spesa pubblica in Italia, anche se credo che sia una persona di origine israeliana, Yoram Gutgeld, si vantava di aver tagliato 30 miliardi di euro. Ma non credo ci sia molto da vantarsi. D’altro canto, con i livelli di debito pubblico in relazione al Pil, che sono elevati non solo per un paese come l’Italia, ma per tutti i grandi paesi del mondo, è impossibile, o almeno è molto difficile, dentro i vincoli dei rapporti di produzione capitalistici, inventarsi qualcosa di più. Quindi sono incapaci? Non lo so, anche perché molti di questi sono, ai loro livelli, il top del top. La malafede è un fatto sociale. Il rappresentante di Banca Intesa, il membro del governo, il dirigente della commissione che si occupa di questo per l’Unione europea, sono tutti membri di una stessa classe dirigente oligarchica europea che ragiona in maniera consona a quelli che sono gli interessi della propria classe. E dunque non vanno al di là di quello, né potrebbero farlo, forse …

Volendo concludere con un obiettivo da porsi… E’ sempre più evidente che il sistema è tendenzialmente in corto circuito. Si può dire che viene portato artificialmente avanti il sistema economico su cui si basa il nostro mondo?

Guarda, io direi così, riprendendo quella che ho detto come prima frase, che è un po’ una battuta e un paradosso, e un po’ no. Ma lo dico soprattutto per chi non ha rinunciato al tentativo non soltanto di parlare o scrivere, cioè di fare l’intellettuale critico, ma ai piccoli o grandi gruppi, sociali o politici, a chi si pone anche l’obiettivo di intervenire politicamente volta per volta: cercare la contraddizione. Cercare la contraddizione principale nel loro modo di essere, tirarla fuori e giocargliela contro. In questo momento la contraddizione principale mi sembra proprio questa: mentre si continua a dire che non c’è un euro, che non c’è una lira, che non c’è un pezzo di moneta per niente, magicamente, tutte le volte che si tratta di dover salvare grandi imprese o banche, i quattrini vengono fuori. Allora questo, forse, è un punto sul quale si può insistere, cioè avere un obiettivo forte, unificante. Lo nominavo così perché mi sembra sufficientemente rappresentativo di una platea enorme di persone: una fortissima riduzione dell’Irpef sul lavoro dipendente. Una richiesta del genere mette comunque il governo e le forze politiche in difficoltà, li costringe a dover rispondere come hanno risposto fino ad oggi, cioè “sarebbe giusto”, perché non possono dire che non è giusto, e “lo vorremmo fare, peccato che non abbiamo le risorse”. Un caso del genere può servire per dire: “benissimo, avete tirato fuori altri cinque, forse 12, ma forse 17 miliardi”…. Poi rispondono: “sì, ma avevamo già previsto un fondo ad hoc”. Fondo vuol dire che ci sono 50 miliardi di euro a disposizione. Non credo che si tratti di dividere i lavoratori bancari dai lavoratori di tutti gli altri settori. E’ giusto salvare tutti i lavoratori, ma è giusto soprattutto che quando un’azienda o una banca non ce la fa ad andare avanti con il proprio business, passi la mano… Tu dicevi: nazionalizzazione. Siano i lavoratori delle banche, delle imprese, quelli che dopo che la proprietà ha detto “io non ci riesco”, a dire “bene, ci proviamo noi e vediamo se riusciamo ad andare un pochettino avanti”.

Bene. Grazie Maurizio per la tua disponibilità e la tua chiarezza.

Grazie a voi.

ABBIAMO VINTO SPARANDOCI SUL PIEDE

pianoinclinato.it 26.6.17

Gli eventi che ruotano attorno al destino delle due banche venete hanno subìto negli ultimi tre giorni una accelerazione impressionante: prima la dichiarazione di ammissibilità alla liquidazione coatta amministrativa (LCA) invece del bail in, e poi domenica è stato emanato il decreto per darle una cornice legale e prevedere i fondi pubblici per la cessione delle parti sane delle due banche a Intesa. Infine, nella tarda serata di domenica arriva la luce verde da Bruxelles: ok all’aiuto di Stato da 17 miliardi e alla vendita con sussidio pubblico ad Intesa.

Cerchiamo di capire un pò cosa sta succedendo.

La LCA viene scelta in luogo della risoluzione se e solo se alcuni obiettivi della BRRD vengono realizzati meglio in tale schema piuttosto che nell’altro. Vediamone i principali, e poi discuteremo dell’onere sul debito pubblico parlando del piano di Intesa.
Naturalmente è ovvio che la LCA non può garantire l’obiettivo della continuità delle funzioni bancarie perchè con la liquidazione l’attività bancaria cessa e i contratti di conto corrente si sciolgono.
Per garantire continuità servirebbe che fosse già disponibile un acquirente per rilevare integralmente parte delle aziende, che guarda caso c’è.

Diverso è invece il discorso della stabilità finanziaria e la tutela dei depositanti e degli investitori protetti, e qui il combinato disposto della BRRD e della Comunicazione sugli aiuti di Stato viene incontro al Governo.
La norma sugli aiuti di Stato prevede che non sia previsto il bail in (cioè la conversione e la riduzione di azionisti, subordinati e obbligazionisti senior) di quelle banche in crisi per le quali si è optato per una procedura di liquidazione nazionale.
Per le banche in LCA è sufficiente applicare il burden sharing (conversione e riduzione di azioni e subordinati).
Quindi la tutela degli obbligazionisti senior è maggiore rispetto a quella della BRRD, e non verranno toccati.
E comunque i casi di misselling sono tutelati da norme ad hoc e meritevoli di rimborso. Poi su chi paghi possiamo discuterne, ma sappiamo bene quali tasche saranno chiamate alla buona opera.

Come è possibile che si possa disapplicare la famigerata brrd?
Il trucco sta nelle limitate dimensioni delle banche in crisi: se l’Autorità di Vigilanza non le ritiene dimensionalmente importanti e tali da creare contagio, allora si può disapplicare la brrd e -a certe condizioni, tuttavia rispettate nel caso travagliato delle due venete- applicare la normativa nazionale, e in quel caso lo Stato – entro determinati paletti – può intervenire direttamente qualora consideri importante salvaguardare l’economia locale dall’impatto negativo della liquidazione.

PASSATA LA FESTA GABBATO LO SANTO
Questo proverbio lo ritengo azzeccato per la situazione.
Riepiloghiamo: la normativa europea è nata per evitare il ricorso continuo e automatico al bail out, metodo per socializzare perdite di banche che altrimenti privatizzerebbero enormi utili.
Altro obiettivo importantissimo dovrebbe essere quello di limitarne il moral hazard e l’assunzione di rischi eccessivi, visto che a pagare sarebbero gli azionisti ma anche tutti quegli investitori che sorreggono finanziariamente le banche.
Cosa ne abbiamo ottenuto? Che proprio quelle banche di dimensioni contenute che si ritenevano principale obiettivo e vittima sacrificale del bail in, invece possono non essere bailinate bensì aiutate con mezzi pubblici; d’altro canto le banche ‘too big to fail’ rimangono pericolosamente troppo bigper bailinarle senza tail risks e turbolenze all’economia intera, e quindi si potrebbe chiudere un occhio sugli interventi pubblici.

ARRIVANO I PIRATI….PER SALVARCI

Come visto sopra, l’obiettivo della continuità della attività bancaria si può raggiungere solo con l’intervento di un terzo che si affianchi alla procedura di liquidazione e si tiri in macchina parte degli assets delle due banche fallite.
Il piano di Intesa prevede però un ingente esborso pubblico pari a 17mld, maggiore di quello prevedibile con la risoluzione (più o meno 3 miliardi di GACS per agevolare la ricapitalizzazione della bad bank, e altri 2 miliardi per rimborsare gli obbligazionisti retail bailinati, secondo miei calcoli): senza i bond senior, depositi e crediti in bonis, le banche in liquidazione avranno bisogno di essere ricapitalizzate con fondi pubblici necessariamente.
Inoltre Intesa ha già fatto sapere di volere la ‘neutralizzazione dei crediti ceduti ai fini del CET1’, esoterica formula per invocare che qualcun altro metta un adeguato capitale regolamentare per finanziare la cessione delle attività di modo da non metterci una lira di tasca propria e garantire alle proprie Fondazioni corposi dividendi. E sono poco più di 5 miliardi
Lo stesso ‘scippo’ delle DTA provocherà una riduzione del patrimonio delle banche in liquidazione, tra l’altro senza che esista il presupposto giuridico per tale trasferimento, visto che gli npl che hanno generato queste partite fiscali rimangono in capo alle banche venete…
In cauda venenum, Intesa vuole lasciare anche i crediti IN BONIS ma con rating bruttino a marcire in banche non operative e con strutture preposte alla mera liquidazione dei crediti. Questo significherà per parecchi imprenditori e famiglie di trovarsi con il rubinetto chiuso e con ogni probabilità l’obbligo di aderire ad un piano di rientro.
Personalmente mi attendo parecchie difficoltà per aziende e famiglie in Veneto, vedremo, intanto Intesa, malgrado le dichiarazioni pubbliche dei suoi vertici, si dimostra tutto fuorchè un generoso mecenate.
Somiglia più a un pirata che pranzi con lo spezzatino.

Il Governo preferisce spendere 17 miliardi dei contribuenti, con le clausole iva pronte a scattare e il debito pubblico arenato sulla traiettoria sbagliata, per salvare 1 miliardo di bond senior dal bail in e sussidiare Intesa SanPaolo e i suoi azionisti?
Fossero anche tutti e 7 a rischio azzeramento, è mai possibile che sia logico spendere oltre il doppio per garantire la continuità di due banche?
Vi confesso che trattandosi di un esborso pubblico su cui la DGComp ha responsabilità, confidavo nella Vestager.
Le rigide regole della DGComp prevederebbero infatti una asta pubblica per la vendita degli assets al miglior offerente, e in caso di aiuto di Stato per facilitare la vendita degli assets, la banca acquirente deve promettere di provvederne alla ristrutturazione e al ridimensionamento per evitare contraccolpi alla concorrenza.
Detto così sembrano tutti presupposti compketamente elusi dall’offerta e dalle intenzioni di Intesa.
Intesa non offre certamente il miglior prezzo, anzi si fa pagare per rilevare una attività che le darà un grande beneficio in termini di quote di mercato in un’area molto produttiva.
Che Ca de Sass intenda ‘ridimensionare’ questi attivi mi sembra pura fantasia.
Forse verranno fuori controversi, qualcuno farà causa. Ma la Commissione si è espressa a favore. E basta.
Confidiamo solo che questi finanziamenti pubblici ad Intesa abbiano la stessa buona sorte del TARP negli Usa, e provvedano ad un generoso rimborso con interessi allo Stato.

IL COLPO INFERTO ALLA BRRD

La BRRD non ne esce bene, lo abbiamo visto. Molti sovranisti ne saranno entusiasti, beati loro.
Già fra i commentatori si dice che la soluzione potrebbe essere quella di una ulteriore armonizzazione delle leggi fallimentari nazionali, ma non credo che il problema sia (solo) questo.
Il vero problema è culturale perchè esistono paesi e politici e banchieri refrattari a accettare normalissimi principi di mercatosecondo cui pagano prima gli azionisti, poi gli investitori e infine i creditori; refrattari ad accettare e svolgere vigilanze stringenti e emanare legislazioni che contrastino il moral hazard ostacolando quelle fonti, anche finanziarie, che lo alimentano e sostengono; refrattari a recidere quel cordone che lega politica e finanza rendendole simbiotiche a danno dei contribuenti e risparmiatori.
Paesi così hanno di fronte a sè un solo avvenire: il declino.

CANTO DI NATALE IN VENETO

pianoinclinato.it luglio 2017

Canto di natale

Per fortuna che almeno c’è un Alieno a farci sorridere, altrimenti non ci resterebbe altro che piangere dalla vicenda delle due banche venete.
La parte che più mi piace è la secessione al grido 《ora semo pari con gli sghei sotrati dai teroni》, un grido epico degno dei Serenissimi di vecchia memoria.

Anche a me la vicenda delle due banche liquidate ha favorito riflessioni fra il reale e il possibile, una cosa a metà strada fra una cattiva digestione e un sonno agitato.

IL SOGNO DEL NATALE PRESENTE
canto di natale 1

Perchè Intesa SanPaolo non ha fatto come le altre, acquistando e rivolgendosi al mercato per i capitali?
Cinicamente parlando, i consiglieri di Cà de Sass sono stati più furbi e più preparati in punto di diritto: credo che abbiano visto l’opportunità di crescere in un’area ad alto valore aggiunto, ma che le proprie Fondazioni azioniste non potessero affrontare una ricapitalizzazione privata da 3,5 miliardi, nè tuttavia volessero vedersi diluite.
Non è un mistero che la governance della più grande banca italiana sia ancora nelle mani delle sue Fondazioni.

È scandalosa la sfacciataggine dei vertici di Intesa che sembra quasi provino gusto a farci sapere di aver completato questa operazione di “salvataggio” garantendo (con i soldi di tutti) la distribuzione dell’obolo ai propri azionisti, Fondazioni in testa.
Il secondo punto che trovo preoccupante è il ripudio della certezza del diritto da parte delle Istituzioni europee che dovrebbero invece garantire autonomia e indipendenza : dove sono finiti gli articoli della Comunicazione UE del 2013 che prevedono una gara aperta trasparente e non condizionale come presupposto per gli aiuti al cessionario di una liquidazione?

Quanto accaduto garantisce la resilienza di una serie di ‘posizioni di rendita’ che proprio nulla hanno a che fare con la concorrenza:

  1. il perpetuarsi di azionariati finanziariamente troppo deboli per supportare adeguatamente una banca in sviluppo, eppure ancora influenti sui suoi vertici e le loro decisioni;
  2. la simbiosi fra Istituzioni pubbliche e Fondazioni che ad entrambe ha garantito negli ultimi 20 anni la trasmissione dell’influenza sull’allocazione del risparmio degli italiani e un potere sulla scrittura delle leggi, in un reciproco rapporto autoreferenziale e biunivoco;
  3. la garanzia del dividendo ad ogni costo.

Questo è a mio parere il panorama che dobbiamo temere. Nulla di nuovo direte, ma accidentacciosembravano cose che fossimo sulla strada di abbandonare alle nostre spalle grazie alla indipendenza delle massime autorità di vigilanza europee.
E se avete dei dubbi sulle trame Palazzo-Banca, potete pure osservare come Intesa stia già sistemando le sue pedine come se le venete fossero già ‘roba sua’ e neppure fosse previsto un ok di quella buffa cosa chiamata Parlamento.
L’ azzardo morale e le interferenze politichetornano vittoriose. Ottimo risultato, complimenti a noi.

IL SOGNO DEL NATALE PROSSIMO
canto di natale 2

Un’altra preoccupazione è l’effetto emulazione.
La risoluzione (leggasi: bail in di azioni, subordinati, senior e a cascata ogni altro strumento assoggettabile) si è dimostrata aggirabile contando sulle ridotte dimensioni delle banche coinvolte. Neppure il crollo di due banche, seppur molto influenti sull’economia della medesima regione ad alto prodotto lordo, è stata considerata ragione sufficiente per considerare ‘sistemici’ gli effetti del loro default.
L’Italia è piena di banche di ridotte dimensioni, di carattere locale o regionale, caratterizzate da fenomeni più o meno marcati di misselling a piccoli risparmiatori ignari di strumenti finanziari assoggettabili a bailin.
far da corollario c’è sempre la solita inesauribile e incrollabile allergia alla disciplina di mercato.
Temo che questi presupposti faranno d’ora innanzi preferire la via della liquidazione con aiuti pubblici piuttosto della risoluzionequalora non esistano possibilità di restituire redditività di lungo termine all’ente in crisi: la liquidazione garantirà che il nefasto bail in non scatti e invece passi un più soft burden sharing(azzeramento o conversione di azioni e subordinati) che favorisce sonni più quieti a Governo e Vigilanti nazionali;. L’intervista rilasciata sabato da Visco ad Augias me lo ha implicitamente confermato.
Inoltre la normativa europea sugli aiuti di Stato è piuttosto tenera con quelli concessi per supportare crisi di carattere regionale, senza contare che la vicenda Intesa crea un precedente immenso e non aggirabile.
Certo si dovrà passare attravero il necessario azzeramento della banca in crisi piuttosto che cercare di garantirne la continuazione in autonomia tramite gli strumenti della risoluzione.
Gli effetti, tragicissimi, saranno i seguenti: tutela “selvaggia” del risparmio tradito a spese dei contribuenti, piuttosto che perseguire le banche e i soggetti responsabili (e chi non ha vigilato); aiuti a pioggia ai soggetti acquirenti sul modello Intesa, in aperto spregio della Tutela della Concorrenza; aumento del moral hazard perchè quel circolo vizioso di 《privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite》 non viene reciso per nulla; simbiosi assolutamente intatta fra politica e salotti buoni della finanza.

La concentrazione del settore avverrà comunque, come prevedeva Patuelli, ma a questo punto è da chiedersi:

chi la paga?

Si noti che è -al negativo- la stessa domanda che lo Schauble di Alieno rivolge alla platea. Non è mai un caso.
Un caso particolare credo riguarderà tutte le centinaia di piccoli crediti cooperativi. Come sapete si sono quasi equamente divisi fra le due holding Iccrea e Ccb, pur mantenendo dalle Capogruppo autonomia giuridica e decisionale in proporzione diretta al rischio da ciascuna assunto.

Ora sono ancora in fase di produzione i ‘Patti di Coesione’ che ne regoleranno i rapporti interni, ma qualora alcune delle Bcc dovessero entrare in crisi e non riuscissero a presentare piani di ristrutturazione adeguati (e di scriocchiolanti ve ne sono molte, lo sappiamo) cosa è lecito attendersi?
Il Fondo Temporaneo creato ad hoc sarebbe la prima e corretta risposta, ma lo sappiamonecessiterebbe di una governance e un controllo migliori e di risorse che ad oggi scarseggiano. Possiamo quindi scartare il dubbio che vengano avanzate richieste di aiuti di Stato per favorirne la liquidazione?

IL SOGNO DEL NATALE CHE SAREBBE SE…

canto di natale 3

Ma dopo questi brutti sogni ne ho fatto anche un altro, che in un sussulto di indignazione il nostro Parlamento, ovvero la Corte di Giustizia Europea o entrambi, bocciassero il decreto o lo riformulassero.

Sì bravo, ma a che prezzo per il destino delle due venete e dei risparmiatori?

Al prezzo che se Intesa volesse concludere lo stesso l’operazione dovrà anche farsi in parte carico degli oneri. D’altronde lo prevede lo stesso preambolo della Comunicazione citata.
Nessun problema per il rimborso delle spese anticipate per la procedura di liquidazione, nè per gli ‘aiuti alla ristrutturazione’, leggasi prepensionamenti, che a mio parere sono aiuti legittimi.
Posso invece dare qualche suggerimento, non richiesto temo, sugli aiuti pari a 3,5 miliardi (art.4 comma 1 lettera b d.l.99) per la neutralizzazione delle RWA legate alla acquisizione dei crediti buoni delle due banche venete: questi glieli si può concedere a patto di sospendere per almeno un anno la distribuzione di dividendi (dichiarati 3,4 miliardi) e restituire l’anticipo l’anno dopo. Altro che prendersi i soldi e girare l’impegno del rimborso alla liquidazione (art.4 comma 3).

Per fare un lavoro ben fatto, anche la Commissione Europea potrebbe emendare la Comunicazione 2013 modificando  il testo così:

《sia condizione necessaria all’autorizzazione degli aiuti di stato il divieto per il beneficiario di distribuire dividendi in misura proporzionale agli aiuti ricevuti e per il periodo che questi esplicano i propri effetti》.

Piuttosto che quanto scritto in decreto, avrei preferito addirittura un prestito partecipativo con fondi pubblici a favore degli azionisti di Intesa che volessero aderire all’aumento di capitale – via mercato – necessario per acquisire le due venete.

E se Intesa rifiutasse?

Plausibile. Ma tranquilli, a condizioni poco più gradevoli al palato e stesse pietanze servite, qualche banca straniera in Veneto ci metterebbe casa volentieri. Vi ricordate quei begli anni in cui si cercava di salvare una certa discutibile italianità con formule al limite della negromanzia (per esempio Pop.Verona che comprasse BNL)?

Ecco, io temo non siano mai passati.

Analisi della Nota di Bankitalia sul caso Banche venete

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Analisi della Nota di Bankitalia sul caso Banche venete

La Commissione d’Inchiesta della Regione Veneto, nella persona del Presidente Consigliere Maurizio Conte, ha chiesto a Bankitalia quali provvedimenti ha preso la stessa relativamente alla crisi delle Banche Venete:

“compatibilmente con le disposizioni sul segreto d’ufficio anche nei confronti delle pubbliche amministrazioni, di cui all’articolo 7 del decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385, “Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia”, Lei riferisse sui provvedimenti di carattere generale ed individuale assunti dalla Banca d’Italia, conseguentemente alla crisi del sistema bancario in Veneto e degli Istituti bancari Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. La Commissione desidererebbe, altresì, essere da Lei informata sui provvedimenti di vigilanza ispettiva ed informativa la Banca d’Italia abbia assunto, nei confronti dei predetti Istituti.”

La Nota di Bankitalia fu inviata dal dottor Barbagallo, capo del dipartimento di Vigilanza della Banca d’Italia, alla Commissione d’inchiesta della Regione Veneto con lettera del 15 aprile 2016.

Qui si propone una analisi dettagliata di quanto dichiarato da Bankitalia.

 

NOTA DI BANKITALIA

ANALISI

1

“Con la presente nota si fornisce riscontro alle richieste formulate dalla Commissione d’inchiesta istituita dal Consiglio regionale del Veneto per indagare sui fatti che hanno coinvolto il sistema bancario regionale, con particolare riferimento agli intermediari Banca Popolare di Vicenza (BPV) e Veneto Banca (VB).

Le vicende delle due Popolari sono venute all’attenzione dell’opinione pubblica quando è stata data notizia delle indagini avviate dalla Magistratura. Nel dibattito pubblico che è seguito la Banca d’Italia è stata più volte chiamata in causa, spesso sulla base di presupposti sbagliati o di malintesi. L’Istituto non ha replicato per rispetto nei confronti della Magistratura inquirente, con la quale da mesi attivamente collabora. Pur non potendo entrare nel merito delle questioni oggetto d’indagine, in relazione alle quali la Banca d’Italia è tenuta al rispetto del segreto d’ufficio, alla luce della richiesta formulata da codesta Commissione, si possono fornire i seguenti riferimenti al fine di meglio chiarire alcuni fatti relativi all’azione di vigilanza esercitata su BPV e VB.

La crisi del sistema bancario veneto non riguarda solamente i casi di Veneto Banca e Banca Popolare Vicentina ma tutte le popolari venete (oltre trenta), alcune nate addirittura nella seconda metà dell’800.

Dopo più di un secolo, il Veneto in pochi anni non ha più nessuna banca veneta e i risparmiatori veneti hanno perso i loro risparmi.

DOMANDA: Com’è possibile che tutto questo sia accaduto in pochi anni e sotto la vigilanza di Bankitalia?

Bankitalia ha fallito nello scopo di vigilare “sulla sana e prudente gestione” dei singoli istituti e del sistema nella sua interezza e non ha assolto la funzione istituzionale di tutela del risparmio (principio sancito dalla Costituzione, art. 47).

DOMANDA: perché compensi e stipendi degli esponenti di Bankitalia e del suo governatore non sono collegati ai risultati conseguiti, come invece Bankitalia impone alle banche?

2

In via preliminare, si ritiene opportuno soffermarsi su due problematiche che, seppure con tempistiche e impatti differenti, si sono presentate in entrambe le banche venete e che sono legate alla loro comune natura di banche popolari non quotate. Si tratta, in particolare, delle modalità di determinazione del prezzo delle azioni e dei finanziamenti concessi dalle banche alla clientela per la sottoscrizione delle azioni della banca medesima.

Non si capisce perché Bankitalia risponda esclusivamente su due problemi dove la stessa non ha istituzionalmente responsabilità (modalità di determinazione del prezzo delle azioni e azioni finanziate), omettendo invece di rispondere su quelli dove ha responsabilità oggettive quali le cause che hanno determinato il deprezzamento del valore delle azioni conseguente al cambio di valutazione dei crediti introdotto dalla Banca d’Italia stessa (vd. punto 12) e/o la responsabilità sul cd “rischio sistemico” (vd. punto 1)

3

Relativamente al prezzo delle azioni, per le banche popolari non quotate il codice civile

1[nota 1: Art. 2528 del codice civile] attribuisce la responsabilità di fissare il prezzo all’assemblea dei soci, su proposta degli amministratori.

Nessun potere diretto sulla determinazione del prezzo è conferito alla Banca d’Italia, che non ha conseguentemente adottato provvedimenti specifici su questa materia. La Banca d ‘Italia ha ciononostante più volte richiamato entrambe le banche a dotarsi di idonee procedure e criteri obiettivi per attribuire un prezzo alle sue azioni, restando ferma la responsabilità degli organi aziendali, in particolare l’assemblea, di determinare quel prezzo.

Secondo quanto asserito, l’autodeterminazione del prezzo è legittima (prevista dal Codice civile, art. 2528) e sono i soci stessi gli artefici delle loro perdite visto che loro stessi hanno autodeterminato il prezzo.

Ma il problema del prezzo delle azioni e le perdite registrate dalla base sociale va inquadrato in una cornice ben diversa su cui la nota della vigilanza sorvola.

Nel caso “Banche venete” infatti, il problema non è stato tanto la modalità di determinazione del prezzo delle azioni ma la valutazione dell’attivo della banca e quindi dei crediti da cui sono discese le perdite (azione svolta a partire dal 2012 da Bankitalia (vedi punto 12) e solo di conseguenza il depauperamento del valore delle azioni.

4

Riguardo alla raccolta di capitale (ed emissione di azioni) a fronte di finanziamenti erogati dalle stesse banche emittenti ai sottoscrittori delle azioni (cosiddette azioni finanziate) occorre effettuare una precisazione molto importante: civilisticamente, i finanziamenti eventualmente accordati da una banca a un cliente in coincidenza con l’acquisto da parte di quest’ultimo di azioni della banca stessa sono legittimi alle condizioni di cui all’art. 2358 del codice civile. A fini prudenziali, tuttavia, la normativa di settore prevede che le azioni acquistate grazie a un finanziamento della banca emittente non possono essere conteggiate nel patrimonio di vigilanza. La ragione è evidente: il patrimonio

La prassi delle azioni finanziate ben tollerata, apprezzata e valutata da sempre dalla vigilanza, esiste da quando sono nate le banche popolari (già dalla fine dell’800) che, proprio per la natura stessa di cooperativa, richiedevano la sottoscrizione di azioni quale patto di reciproca solidarietà tra socio e banca.

È una prassi legittima (art. 2358 del codice civile) di cui alle banche si contesta non tanto il fatto in sé, quanto l’errore di conteggio nel patrimonio di vigilanza.

A questo punto, grave si presenta l’omissione in tal senso per lunghi anni da

 

è considerato da quelle regole come il primo cuscinetto di sicurezza per assorbire eventuali perdite; esso deve essere quindi costituito da risorse vere, non a elevato rischio di essere vanificate da un finanziamento non restituito.

Va peraltro tenuto presente che il legame fra acquisto e finanziamento non è rilevabile su base cartolare (ossia con verifiche “a distanza”); solo un’ispezione in loco, e solo se mirata, può rivelarlo, come poi avvenuto per entrambi gli intermediari.

parte degli ispettori di Bankitalia di un fenomeno sempre tollerato e mai normato, se non in seguito all’azione esercitata dalla Magistratura e al maggiore impulso fornito dalla vigilanza della BCE

Riguardo il fatto che tale fenomeno non sia rilevabile “su base cartolare” (ossia con verifiche a distanza o segnalazioni di vigilanza) ma solo con ispezioni in loco ciò è una vera e propria elusione delle proprie responsabilità.

È la stessa Bankitalia in virtù della “vigilanza informativa” che stabilisce, esercitando il proprio potere, cosa e quando le banche devono segnalare e lo fa con due precise circolari (n 272/08 “Matrice dei conti” e Circolare 154/91 “Segnalazioni di vigilanza delle istituzioni creditizie e finanziarie. Schemi di rilevazione e istruzioni per l’inoltro dei flussi informativi” e successivi aggiornamenti.)

Tra l’altro, tali informazioni erano già disponibili all’Autorità di vigilanza in quanto i finanziamenti sono registrati nella cosiddetta “centrale dei rischi” e come noto gli aumenti di capitale sociale deliberati dalle due Popolari Venete erano riservati a clientela retail e con diritto di prelazione ai soci, come si desume dai prospetti informativi autorizzati dall’altra autorità di Vigilanza “Consob”.

È imbarazzante ricordare alla Banca d’Italia che l’ingresso dei soci nella compagine delle Banche popolari è soggetto alla cosiddetta “clausola di gradimento” da parte di Bankitalia e vi sono precisi limiti all’acquisto di azioni stabiliti dalla stessa Banca d’Italia, il cui superamento è soggetto a preventiva autorizzazione da parte proprio di Banca d’Italia.

5

Ai fini della corretta comprensione degli interventi di seguito descritti è inoltre utile ricordare che, con l’avvio del Meccanismo di vigilanza unico (MVU), a partire dal 4 novembre 2014 la Banca centrale europea (BCE) è il soggetto responsabile della supervisione sui gruppi bancari “rilevanti”, identificati mediante un’apposita metodologia (allo stato sono 14 in Italia e tra questi anche i gruppi Veneto Banca e Popolare di Vicenza), in coordinamento con le autorità nazionali competenti (in Italia, la Banca d’Italia). L’attività di vigilanza viene svolta dai Joint Supervisory Team (JST), team composti da personale della BCE e della Banca d’Italia, che costituiscono il principale veicolo di cooperazione tra dette Autorità e il primo

degli intermediari. degli interventi si riferimento alla

interlocutore
descrizione
genericamente
Vigilanza per indicare la competente Autorità di supervisione.

Nella farà dizione

L’Autorità di vigilanza, nel tentativo di deresponsabilizzarsi sostenendo che dal 2014 è responsabile la BCE, omette di evidenziare come per gli atti antecedenti di oltre un decennio sia invece responsabile lei stessa.

6

Tanto premesso si procederà a illustrare separatamente le due situazioni delle banche oggetto della richiesta di codesta Commissione.

Bankitalia non fa nessun riferimento ai “fatti che hanno coinvolto il sistema bancario regionale” riguardo tutte le popolari e BCC venete.

7

VENETO BANCA

Nel caso di VB i primi forti segnali di scadimento della situazione tecnica vennero da accertamenti ispettivi condotti nel 2013 dalla Banca d ‘Italia.

Con questa affermazione Bankitalia certifica l’inadeguatezza della propria vigilanza informativa, regolamentare, cartolare ma anche delle precedenti ispezioni per più di un decennio precedente il 2013.

DOMANDA: Bankitalia ha preso provvedimenti nei confronti degli ispettori che hanno ricoperto inadeguatamente il loro ruolo?

8

Gli ispettori della Banca d’Italia rilevarono, tra l’altro, per la prima volta, il fenomeno delle azioni finanziate; VB non aveva infatti dedotto dal patrimonio di vigilanza il capitale raccolto a fronte di finanziamenti erogati dalla stessa VB a1 sottoscrittori delle sue azioni.

Come detto prima Bankitalia (vd. punto 4) aveva tutti gli strumenti per intercettare (persino a distanza su base cosiddetta “cartolare”) le azioni finanziate. È comunque quantomeno anomalo che non le abbia intercettate per lo meno nelle

 

Fu inviata una lettera indirizzata agli esponenti aziendali (cosiddetta “lettera contestuale”) in cui, ai sensi dell’art. 53, 3° comma, lettera b), del D. Lgs. 385/93, la Banca d ‘Italia chiese la convocazione di una riunione degli organi aziendali che recasse all’ordine del giorno l’esame e la discussione della complessiva situazione aziendale sulla base delle risultanze ispettive e della stessa “lettera contestuale”, con l’assunzione delle conseguenti urgenti decisioni. Fu richiesta a VB una radicale svolta nei propri assetti di governance, mediante iniziative decise e tempestive in netta discontinuità con il passato, e l’avvio di un’azione correttiva tesa, tra l’altro al rafforzamento della posizione patrimoniale.

ispezioni in loco precedenti.

L’obiezione non è però sul fatto in sé, ma su un errato conteggio nel patrimonio (“mancata deduzione dal patrimonio di vigilanza”) come previsto dalla normativa Bankitalia.

Non contesta quindi il danno ai cittadini quanto una anomalia amministrativa, non rispondente alle proprie norme.

9

In considerazione delle problematiche emerse, la Banca d’Italia richiese di pervenire, nel più breve tempo possibile, a un’operazione d’integrazione con altro intermediario di adeguato standing, che consentisse di avviare un percorso di riposizionamento strategico e di riequilibrio tecnico patrimoniale in un quadro di corrette dinamiche di governance.

L’”altro intermediario” che avrebbe dovuto acquistare Veneto Banca era Banca Popolare di Vicenza. La stessa BPV che nel 2014 avrebbe dovuto acquisire anche Banca Popolare di Marostica e persino Banca Etruria.

La stessa BPV che nel 2015 fu poi liquidata.

DOMANDA: come può essere che una banca considerata di “adeguato standing” al punto da poter acquisire altre banche, meno di un anno dopo sia considerata da liquidare?

Questo dimostra la responsabilità della Vigilanza e addirittura l’inadeguatezza dell’azione di supervisione.

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Tenuto conto di quanto emerso in sede ispettiva, la Banca d’Italia chiese in ogni caso di procedere al ricambio integrale degli organi

amministrativo e di controllo 2[nota 2: All ‘epoca la Vigilanza non aveva il potere di rimuovere gli esponenti aziendali quando la loro permanenza in carica fosse di pregiudizio per la sana e prudente gestione. Tale potere, in passato più volte invocato dalla Banca d ‘Italia, è stato introdotto nell’ordinamento nazionale recentemente con il D. Lgs . n . 72/2015.]

A fronte dei rilievi contestati, nell’agosto 2014 la Banca d’Italia irrogò sanzioni pecuniarie nei confronti degli esponenti di VB per un ammontare complessivo pari a oltre 2,7 milioni di euro.

Bankitalia si limita a chiedere il ricambio dei vertici e a sanzionare. Una risposta generica e poco incisiva, al di sotto delle capacità di intervento di Bankitalia, che invece ha l’obbligo e gli strumenti per poter intervenire (vd. Testo unico bancario, D.Lgs n. 385/93 e Legge sul risparmio n. 262/05)

A fronte di informazioni da lei stessa evidenziate negli anni (vd. Relazioni annuali Economie regionali), Bankitalia avrebbe potuto e dovuto agire in via prudenziale per prevenire il deprezzameto del patrimonio dei soci ed evitare che le stesse banche finanziassero oltre i limiti sostenibili, con provvedimenti

 

In sede di controdeduzioni nell’ambito del procedimento sanzionatorio, VB ammise la sussistenza del fenomeno delle “azioni finanziate” rilevato negli accertamenti ispettivi, pur fornendone una ricostruzione significativamente più circoscritta e operando quindi solo parzialmente le richieste deduzioni dal patrimonio di vigilanza; la deduzione dell’intero importo, rilevato in sede ispettiva, non avrebbe comportato la riduzione dei livelli patrimoniali al di sotto dei limiti regolamentari allora vigenti.

Tenuto conto delle risposte aziendali e delle misure correttive prospettate dall’intermediario, che non apparivano idonee ad assicurare il deciso mutamento del governo aziendale richiesto, la Banca d’Italia, a gennaio e a marzo 2014, ribadiva nuovamente alla banca di dare seguito alla “lettera contestuale”, incluse le richieste di procedere all’integrale ricambio degli organi societari e di rettificare il patrimonio di vigilanza secondo quanto emerso in sede ispettiva. Nella lettera inviata a marzo, si richiedeva altresì l’integrale lettura delle missive della Banca d’Italia all’Assemblea dei soci di VB, chiamata a deliberare il bilancio 2013, al fine di assicurare piena consapevolezza da parte dei soci circa la situazione aziendale e le connesse misure assunte dalla Vigilanza.

Nell’aprile 2014, VB procedette al rinnovo degli organi sociali, con la nomina di un nuovo Consiglio di amministrazione e di un nuovo Collegio sindacale; tuttavia, non ci fu un’effettiva e radicale svolta nella governance, posto che l’allora Amministratore delegato venne confermato nel management della banca con il ruolo di Direttore Generale, mantenendo ampi poteri e deleghe, e rappresentando di fatto, in assenza della figura dell’Amministratore Delegato, la cinghia di trasmissione tra la struttura operativa e gli organi amministrativi della Banca.

Sempre nell’aprile 2014 fu avviata l’attività operativa del comprehensive assessment (CA)

3[nota 3: In prossimità dell ‘avvio del MVU , la BCE e le Autorità di Vigilanza bancaria nazionali competenti svolsero una valutazione approfondita sui bilanci dei gruppi bancari “rilevanti “(comprehensive assessment),

amministrativi come ad esempio:

  • –  l’imposizione in periodi di utili quali il 2011 e il 2012 del divieto di distribuzione di utili
  • –  l’imposizione di “requisiti per rischio di credito” maggiorati rivolti

a contenere l’evoluzione peggiorativa di cattivi affidamenti a tutela del valore delle azioni

Non averlo fatto è una omissione dei propri doveri.

 

composto da una revisione della qualità degli attivi (AQR) e da un esercizio di stress.], che impegnarono la Vigilanza fino alla pubblicazione dei risultati nell’ottobre dello stesso anno. VB fu sottoposta al CA 2014.

 

11

Terminato il CA, fu programmata immediatamente un’ispezione mirata, da effettuare nel primo semestre 2015, sulla governance, sulle remunerazioni e sul sistema dei controlli interni, con l’obiettivo di effettuare un follow-up sui rilievi emersi nel precedente accesso ispettivo; uno specifico approfondimento è stato condotto sul fenomeno delle “azioni finanziate”.

L’ispezione in loco ha messo in luce la reiterazione della prassi delle “azioni finanziate” senza deduzione dal patrimonio di vigilanza. Questo ha comportato un impatto negativo sotto il profilo patrimoniale per circa 300 milioni di euro, registrato dalla banca nella relazione trimestrale al 30 settembre e nel bilancio d’esercizio 2015; ulteriori 56 milioni di euro sono emersi dal completamento delle analisi svolte dalla funzione di revisione interna della banca su richiesta della Vigilanza, al fine di coprire la residuale parte di posizioni non esaminate nell’ambito del campionamento effettuato dagli ispettori.

Come prima (punto 7), i risultati dell’indagine del 2015 (vedi punto seguente) certificano automaticamente le responsabilità degli ispettori Bankitalia nel decennio precedente.

12

La situazione patrimoniale ha inoltre risentito anche del deterioramento del portafoglio creditizio che ha comportato la contabilizzazione di oltre 700 milioni di euro di rettifiche di valore su crediti nel bilancio 2015. La necessità di “squalificare” le azioni finanziate e di recepire le ulteriori perdite emerse hanno imposto alla banca di ricostituire i margini patrimoniali regolamentari. La Vigilanza ha richiesto a VB di ripristinare il rispetto dei requisiti patrimoniali prudenziali, di dare attuazione al proprio piano strategico , di individuare prontamente misure volte a fronteggiare eventuali esigenze impreviste di liquidità e rafforzare le strutture organizzative, i processi , le procedure e le strategie relative alle sue

funzioni di controllo interno 4[nota 4: Con riferimento alle irregolarità riscontrate nel corso

Bankitalia non menziona il motivo di tali rettifiche di valore sui crediti (da lei definite erroneamente “perdite”, in quanto sono solo accantonamenti prudenziali), dovuto a due specifiche azioni di Bankitalia avvenute proprio a partire dal 2012:

  1. 1)  Ciclo di ispezioni molto restrittive e “qualitative” (non oggettive) sulla classificazione dei crediti delle banche, quindi lasciando ampia discrezione ai singoli ispettori, con alta possibilità di differenze tra istituto e istituto nella classificazione di ciò che è considerato credito deteriorato.
  2. 2)  Cambio repentino del criterio di calcolo del valore degli immobili a garanzia di fondi deteriorati, con
 

dell’accesso ispettivo, le competenti strutture della Banca d’Italia e della BCE stanno esaminando i rilievi ispettivi per valutare l’opportunità o meno di avviare eventuali procedure sanzionatorie.].

introduzione del principio di “pronto realizzo”

Questi due fatti hanno modificato radicalmente il calcolo delle sofferenze creando il vero e proprio SCANDALO BANCHE VENETE. Vediamo come.

1) Per stessa ammissione di Bankitalia la “La verifica della qualità degli attivi (AQR) nel periodo 2012-13” è stata condotta “fornendo agli ispettori criteri più stringenti riguardo alla valutazione delle garanzie, dei tempi di recupero e dei tassi di attualizzazione” da condurre sui “profili qualitativi”, in maniera quindi non oggettiva, tracciabile e confrontabile. (fonte “Analisi dei prestiti deteriorati condotta dalla banca d’Italia: principali caratteristiche e risultati” capitolo “3.2. Metodologia e fasi dell’analisi ispettiva in loco”).

Ad esempio: una ditta che aveva ricevuto un fondo da due istituti diversi poteva essere considerata nella banca veneta insolvente (definitiva incapacità di restituire il fondo) e nella banca non veneta un incaglio (temporanea incapacità di restituire).

Questo ha significato un improvviso AUMENTO DEI CREDITI CLASSIFICATI come deteriorati.

2) Il 15° aggiornamento del 2 luglio 2013 alla Circolare n. 263 del 27 dicembre 2006 (provvedimento normativo di “vigilanza regolamentare” di Bankitalia) modifica i criteri di valutazione dei crediti deteriorati costringendo le banche a ricalcolare il valore degli immobili con il principio del “pronto realizzo”. In sostanza, il valore di quell’immobile diventa quello che si ottiene vendendolo immediatamente all’asta.

– Con la scarsa liquidità presente

   
  • –  In piena crisi economica
  • –  Con un mercato immobiliare in recessione
  • –  Con la rigidità dei meccanismi di aste dei tribunali (e addirittura la sospensione delle aste nei tribunali di Treviso e Padova per assenze di offerte)

    questo ha equivalso ad AZZERARE IMPROVVISAMENTE IL VALORE delle ipoteche, trasformandoli conseguentemente in “crediti marci”, “buchi di bilancio”.. in una parola nella “malagestio veneta”. In realtà il valore di quegli immobili non era ovviamente zero.

    Di fatto Bankitalia, pienamente consapevole della congiuntura economica e immobiliare (in particolare proprio nel Veneto, da lei attestata/dichiarata ad esempio nella Relazione economica Bankitalia 2013 – Regione Veneto) ha deliberatamente scelto di applicare una norma estremamente stringente (applicata in modalità cosi rigorosa solo in Italia), causando il crollo del valore dei crediti delle banche.

    Nella fase di maggiore congiuntura economica, l’azione della vigilanza invece di essere anti-ciclica è stata pro-ciclica, contribuendo ad aggravare la situazione economica nazionale e della regione Veneto in particolare, dove il fenomeno si è espresso con particolare violenza.

    Si evidenzia che il nuovo principio valutativo è stato applicato non tanto ai nuovi crediti concessi (come è giusto che sia per ogni norma di nuova introduzione) bensì calcolato su prestiti rilasciati anche più di 10 anni prima, con criteri differenti autorizzati dalla stessa Bankitalia.

    Mutui di medio lungo termine concessi quindi tra il 2000 e il 2012, con il beneplacito dell’allora vigilanza Bankitalia, che non sono mai stati contestati, si sono improvvisamente trasformati in “malagestio

   

veneta” nel 2013.

Poiché le ispezioni di Bankitalia fatte prima del 2013 non hanno mai eccepito su questi fondi, significa che:

– O esistevano i presupposti di finanziabilità e il deterioramento è pertanto conseguenza della crisi economica che Bankitalia avrebbe dovuto intercettare per tempo e limitare, introducendo forme di controllo prudenziale idonee a salvaguardare i risparmiatori, in virtù della sua responsabilità (*)

– O la diversa valutazione del merito creditizio e del valore delle garanzie è chiaramente l’effetto del cambio dei criteri di Bankitalia a seguito della sua circolare (in piena crisi economica e con il senno del dopo, una scelta anticiclica).

In caso diverso è corretto rivalersi sugli ispettori Bankitalia e le società di revisione che nel tempo hanno certificato i bilanci che quindi avrebbero dichiarato il falso nel decennio precedente.

In tutti e tre i casi la responsabilità di questi numeri e di quello che ne conseguì è di Bankitalia.

(*) […] ha il compito di monitorare nel continuo, con efficaci strumenti, l’evoluzione attuale e prospettica degli intermediari per coglierne tempestivamente l’eventuale deteriorarsi e introdurre forme di controllo prudenziale idonee a limitare i rischi e salvaguardare in tal modo sana e prudente gestione degli intermediari e tutela dei risparmiatori (Cfr “La vigilanza sulle banche e sui gruppi bancari” A.M Tarantola Vice direttore Generale Banca d’Italia responsabile della Vigilanza. Edizioni Il Mulino)

13

A partire da agosto 2015 sono stati sostituiti il vertice dell’esecutivo e gran parte dell’alta dirigenza; nell’ottobre 2015 la banca ha nominato un nuovo Presidente e, a dicembre, un nuovo Vice Presidente al posto dei precedenti, dimissionari; è stato definito un

I consigli di Bankitalia di trasformarsi in SPA e quotarsi in borsa per sanare la situazione hanno dimostrato il completo fallimento della strategia dell’Autorità e della sua capacità di vigilanza prudenziale.

 

piano di rafforzamento patrimoniale, per 1 miliardo di euro, il cui buon esito è assicurato dalla presenza di un consorzio di garanzia; è previsto un radicale progetto di riforma del governo societario, avviato con la recente trasformazione in società per azioni, che si completerà con la quotazione in Borsa. Nel complesso, l’insieme di queste iniziative sono potenzialmente idonee a ristabilire il rispetto dei requisiti patrimoniali imposti dalla Vigilanza e a sanare la maggior parte delle carenze riguardanti la gestione delle azioni della banca.

Con riferimento alle irregolarità riscontrate nel corso dell’accesso ispettivo, le competenti strutture della Banca d’Italia e della BCE stanno esaminando i rilievi ispettivi per valutare l’opportunità o meno di avviare eventuali procedure sanzionatorie.

Giova sottolineare che la trasformazione di VB in società per azioni è stata deliberata nel quadro delle disposizioni legislative (decreto- legge 24 gennaio 2015, n. 3, convertito con legge 24 marzo 2015, n. 33) che hanno dato avvio a un processo di riforma più volte auspicato dalla Banca d ‘Italia e divenuto ormai ineludibile; come in più occasioni richiamato 5[nota 5: Audizioni alla Camera dei Deputati del 17 febbraio 2015 del Direttore Generale della Banca d’Italia, dott. Salvatore Rossi e del 9 dicembre 2015 del Capo Dipartimento Vigilanza Bancaria e Finanziaria della Banca d’Italia, dott. Carmelo Barbagallo.], le debolezze nell’assetto di governance delle banche popolari rappresentano un fattore di vulnerabilità specifico del sistema bancario italiano, che ha limitato a lungo la capacità delle stesse di ricorrere al mercato dei capitali e di raggiungere adeguati livelli di patrimonializzazione.

Per VB, inoltre, la trasformazione in società per azioni si inserisce nell’ambito di un processo di modifica degli assetti di governance che prevede anche la quotazione in Borsa. Si tratta di interventi che accresceranno notevolmente la capacità di accesso al mercato dei capitali; contribuiranno alla risoluzione delle criticità che

Come dimostra l’esperienza di Banca Popolare di Vicenza, la quotazione in Borsa in assenza di una vigilanza bancaria attenta, non è la risposta alla crisi di un modello, come poteva essere quello cooperativo, nato nel secolo scorso.

Investire in azioni bancarie italiane non è infatti profittevole per tre motivi:

  • –  Con i tassi bassi (o negativi) la forbice dei tassi (differenza tra tassi attivi su impieghi e tassi negativi su raccolta) è prossima allo zero e pertanto la gestione del denaro, o “margine di interesse” che costituisce la fonte primaria dell’attività bancaria storica, è praticamente nulla;
  • –  Il margine da servizi generato dalle componenti commissionali delle banche è ormai limitato al minimo
  • –  Le rettifiche di valore imposte create da Banca d’Italia con il cambio di criterio (che tuttavia non sono ancora perdite ma semplici accantonamenti) hanno un alto impatto sul conto economico delle banche

    Un investitore consapevole difficilmente investe su una attività in perdita a meno che non sia uno speculatore professionista come dimostra l’oscillazione e forte deprezzamento dei titoli bancari italiani registrati nel 2015 e 2016.

    Da ciò discende che la scelta fatta da Bankitalia di spingere banche già in crisi alla quotazione comporta un chiaro trasferimento di ricchezza dai soci veneti a investitori spregiudicati e professionali.

 

caratterizzano l’attuale processo di determinazione del prezzo delle azioni, che la legge riserva alle competenze dell’Assemblea degli azionisti. La quotazione fornirà, inoltre, garanzie sulla liquidabilità dell’investimento per i soci che vorranno dismettere le azioni in loro possesso.

 

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Sotto il profilo della vigilanza prudenziale, l’intero progetto rappresenta un passaggio molto importante per la banca e per i suoi azionisti in quanto consente il ripristino di adeguati margini patrimoniali e darà luogo a un radicale processo di modifica degli assetti di governance.

I presupposti prima e i fatti intervenuti poi hanno di fatto contraddetto quanto previsto e auspicato dalla Vigilanza stessa.

Proprio sotto il profilo della vigilanza prudenziale, il provvedimento legislativo del 2015 che impone la trasformazione in SPA delle “popolari” e la moral suasion imposta da Bankitalia a quotarsi, hanno generato un chiaro depauperamento del valore del patrimonio di queste banche, delle loro azioni e del patrimonio dei loro soci.

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BANCA POPOLARE DI VICENZA

Nel caso della BPV, gli sviluppi più recenti dell’azione di vigilanza hanno avuto a oggetto l’operatività in azioni proprie. Nel 2013, in particolare, sono stati effettuati diversi interventi di vigilanza (con lettere e nel corso di incontri) per richiamare la banca a uno scrupoloso rispetto dei limiti normativi di carattere prudenziale previsti all’epoca (prima del 2014) per il riacquisto delle azioni proprie e per porre all’attenzione della banca l’esigenza di non ingenerare nei soci aspettative di sicura e pronta liquidabilità del titolo azionario o di garanzia di un rendimento minimo dell’azione.

Dal 2014, a seguito dell’entrata in vigore di un

regolamento europeo 6[nota 6: 575 del 26 giugno 2013.], le verifiche della Vigilanza sull’operatività in azioni proprie hanno assunto ancora maggiore rilievo. Mentre fino a tutto il 2013 la Vigilanza era chiamata ad autorizzare tali riacquisti solo se essi eccedevano il 5 per cento del capitale, dal gennaio del 2014 l’autorizzazione è invece richiesta in ogni caso. Il criterio per decidere se autorizzare o no è puramente di natura prudenziale: nel momento in cui la banca riacquista le proprie

Le anomalie rilevate riguardano l’operatività in “azioni proprie” e in particolare il riacquisto delle stesse per garantire la pronta liquidabilità del titolo azionario. Tale profilo, se censurabile sotto il profilo amministrativo quando operato in violazione di norme, in realtà è più garantista per il socio che vede così soddisfatto il rimborso delle azioni al bisogno.

Ovviamente vanno comunque garantiti idonei meccanismi che rispettino la par condicio dei soci e invece questo sembra non essere avvenuto. In realtà, ancora una volta in piena crisi è intervenuta una normativa regolamentare, questa volta di matrice comunitaria (regolamento EU n. 575/2013) che ha sottoposto a vincolo autorizzativo il riacquisto delle azioni rimettendo al controllo e autorizzazione della Banca d’Italia tale processo. E questo sembrerebbe non esserci stato.

La nota di Bankitalia conclude limitando la criticità al tema del riacquisto azioni senza averlo comunicato e al fenomeno delle già note “azioni finanziate” (vd punto 8)

 

azioni dai suoi soci riduce il patrimonio e ciò deve essere attentamente valutato dalla Vigilanza.

Nel corso del 2014 emerse che la BPV acquistava azioni proprie senza aver prima richiesto l’autorizzazione alla Vigilanza. In quella fase la Banca d’Italia era impegnata nell’esercizio di comprehensive assessment in vista del passaggio all’ MVU. D’intesa con le nuove strutture europee di vigilanza, la Banca d’Italia inserì, tra gli obiettivi di un’ispezione programmata per l’inizio del 2015, l’operatività in azioni proprie.

L’ispezione in loco, condotta da personale della Banca d’Italia sotto l’egida dell’MVU, oltre a far emergere i riacquisti di azioni proprie effettuati dalla BPV senza la necessaria autorizzazione, mise in luce un diverso problema, vale a dire quello delle azioni finanziate. L’ispezione infatti rivelò come la BPV non avesse dedotto per un ammontare cospicuo dal patrimonio di vigilanza il capitale raccolto a fronte di finanziamenti erogati dalla stessa BPV ai sottoscrittori delle sue azioni senza comunicarli alla Vigilanza 7[nota 7: Le operazioni non dedotte dal patrimonio di vigilanza richiamate nel testo non vanno confuse con altre operazioni di sottoscrizione di azioni realizzate nel 2013 e nel 2014 ed esplicitamente finanziate dalla banca ai sensi dell’art. 2358 del codice civile. Nel prendere atto di queste ultime, la Vigilanza aveva raccomandato con lettera a BPV il rispetto delle condizioni previste nella normativa civilistica, sottolineando che da un punto di vista prudenziale gli aumenti sarebbero stati computabili nel patrimonio dell’intermediario solo per la quota parte dei finanziamenti via via rimborsati dai soci.].

Questo ha comportato un impatto negativo sotto il profilo patrimoniale di circa 1 miliardo di euro, che è stato registrato dalla banca nella relazione semestrale al 30 giugno e nel bilancio d’esercizio 2015. La situazione patrimoniale ha inoltre risentito anche del deterioramento del portafoglio creditizio, che ha comportato la contabilizzazione di l ,3

Non dice nulla invece su fattori ben più rilevanti quali:

– i profili gestionali della banca. Ad esempio si ricorda il conflitto di interessi nella vendita alla “Popolare di Vicenza” di palazzo Repeta, di proprietà Bankitalia, a prezzi superiori a quelli di mercato.

– le modalità con cui gli ispettori hanno determinato il legame tra finanziamento e acquisto azioni che determina il fenomeno delle azioni finanziate (stante l’assenza di criteri oggettivi l’ispettore Bankitalia dispone di ampia discrezionalità) . Nuovamente si rimarca il fatto che fosse una prassi esistente e mai censurata da Bankitalia;

– omogeneità dei criteri adottati dalla vigilanza per il tramite dei suoi ispettori in altre banche (fenomeni uguali devono essere valutati con criteri oggettivi e non soggettivi in maniera analoga in tutto il sistema bancario) (vedi punto 11);

– il cambio del criterio per il calcolo degli immobili dato dalla Circolare Bankitalia e le “rettifiche prudenziali di valore/ valutazione portafoglio crediti” (vedi punto 11)

 

miliardi di euro di rettifiche di valore nel bilancio 2015 (+54% rispetto all’anno precedente).
La Vigilanza, già a seguito delle prime evidenze che stavano emergendo dagli accertamenti ispettivi avviati a febbraio 2015, ha sollecitato la BPV ad adottare immediati interventi correttivi.

Una volta conclusi gli accertamenti ispettivi, la Vigilanza ha assunto le conseguenti decisioni formali, che hanno imposto alla banca di ricostituire i margini patrimoniali regolamentari, di prevedere un nuovo piano industriale e un piano per fronteggiare le eventuali emergenze connesse con il reperimento della liquidità, di rafforzare le strutture organizzative, i processi, le procedure e le strategie relative alle sue funzioni di controllo interno.

 

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Sotto la spinta dell’azione di vigilanza, l’alta dirigenza di BPV è stata rinnovata; nel Consiglio di Amministrazione si sono dimessi gli esponenti maggiormente coinvolti nelle criticità rilevate dall’ispezione, sono stati sostituiti tutti i responsabili delle funzioni di controllo interno. La banca, in coerenza con il nuovo piano industriale, ha poi deliberato un piano complessivo di rafforzamento patrimoniale o di modifica radicale della corporate governance che comprende la trasformazione in S.p.A. (approvata dall’Assemblea lo scorso 3 marzo), un aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro e la quotazione in Borsa delle azioni (tramite un’operazione di Initial Public Offering, IPO).

Come già evidenziato per VB, il complesso degli interventi consentirà di accrescere notevolmente la capacità di accesso al mercato dei capitali, contribuirà alla risoluzione delle criticità che caratterizzano l’attuale processo di determinazione del prezzo delle azioni e assicurerà la liquidabilità dell’investimento per i soci che vorranno dismettere le azioni in loro possesso.

Si tratta anche in questo caso di un passaggio molto importante per la banca e per i suoi azionisti, che si concluderà con il rinnovo

Come nel punto 12 si ricorda il completo fallimento e anzi il danno conseguito dai risparmiatori da tali indicazioni di Bankitalia.

L’aumento di capitale sociale (con vendita a clientela “inconsapevole” con la piena consapevolezza di Bankitalia), il cambio di governance e la quotazione hanno fatto inesorabilmente crollare il valore delle azioni praticamente a zero e rendere le banche preda del fondo “Atlante”.

A questo proposito si fa notare che Fondo Atlante, composto essenzialmente da Unicredit e Intesa, ha acquistato i crediti in sofferenza delle banche venete.

DOMANDA: come mai Bankitalia ha autorizzato due banche italiane ad acquistare i “crediti marci” di cui le banche venete, sempre da Bankitalia, erano invece costrette a liberarsi?

DOMANDA: perché se sono sofferenze considerate insolvibili nelle banche venete, quando diventano di Unicredit e Intesa prevedono addirittura guadagni? Non sarebbe stato giusto lasciarle alle banche

 

integrale degli organi aziendali; il nuovo Consiglio di amministrazione e il nuovo Collegio sindacale saranno infatti nominati dall’Assemblea degli azionisti successivamente al completamento dell’aumento di capitale e della quotazione in Borsa.

venete e concedere lo stesso tempo previsto dai due Istituti affinché fruttino?

Delle due l’una: o non è vero che sono prestiti insolvibili o bankitalia tratta diversamente le banche venete dalle altre.

Di fatto Unicredit e Banca Intesa con una mossa si sono aggiudicati la conquista del nord est Italiano e del 25% delle masse amministrate Italiane.

Inoltre se fino al 2012 le “Popolari Venete” e le BCC (ben più di 30) detenevano praticamente il monopolio del mercato bancario mentre i due principali players bancari nazionali Unicredit e Intesa avevano perso completamente le masse amministrate, oggi a causa della perdita di fiducia dopo lo “scandalo indotto banche venete”, la proporzione è completamente invertita, spostando i risparmi dei Veneti su Unicredit e Banca intesa.

I principali due azionisti di Bankitalia.

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Infine, si fa presente che sono ancora in corso presso le autorità competenti , Banca d’Italia e BCE, le valutazioni circa l’avvio di procedure sanzionatorie a carico dell’intermediario e dei soggetti coinvolti nei fatti riscontrati negli ultimi accertamenti ispettivi.”

DOMANDA: tra i “soggetti coinvolti” sono compresi anche gli ispettori che condussero ispezioni nel decennio anteriore al 2013 senza rilevare le “difformità” contestate dalla stessa Bankitalia a partire dal 2013?

OSSERVAZIONI AGGIUNTIVE

  • –  Per più di 100 anni famiglie e imprese sono state legate a doppio filo con le loro banche locali ricevendo fidi e affidando i propri risparmi alle stesse anche come azionisti. Ciò sembra essere stato cancellato con un colpo di spugna in pochi anni a causa del fallimento del modello di vigilanza di Bankitalia che ha penalizzato le piccole banche locali per premiare le grandi banche internazionali. I nuovi “padroni del risparmio veneto” non più collegati al territorio da un rapporto di tipo popolare e cooperativo, continueranno a finanziare le famiglie e piccole imprese?
  • –  Osservando l’andamento fortemente oscillatorio dell’Euro Stoxx bancario ci si domanda se è questo il modello di stabilità auspicato da Bankitalia.
  • –  Se fosse stata una sola banca si poteva pensare che fosse responsabilità dei suoi esponenti ma le cronache hanno dimostrato che è un problema sistemico. In considerazioni delle gravi mancanze e interventi imprudenti della vigilanza, si ritiene sia possibile agire in via risarcitoria direttamente sugli stessi ispettori per i clienti e soci delle banche danneggiate.

Gli abitanti della prima casa in canapa italiana: “Materiale eccezionale, viviamo benissimo”

politicamentescorretto.info 3.7.18

I signori Franchini sono gli abitanti della prima casa in canapa e calce costruita in Italia: ci vivono da ormai 3 anni e mezzo ed il bilancio che tracciano è davvero positivo, sotto diversi punti di vista.

“Sono meravigliato di come si vive in questa casa”, ha raccontato il signor Franchini a canapaindustriale.itspiegando che: “Ero abituato alle case normali ed a sentire l’umidità, ora quella sensazione sulla pelle è solo un ricordo e secondo me è una cosa eccezionale”. A maggior ragione se si pensa che la zona è in piena pianura Pianura Padana con temperature e tassi di umidità che in estate sono davvero elevati. “Quando vieni da fuori ed entri in casa è una sensazione bellissima, ormai ci sono abituato ma le prime volte rimanevo stupito e sono davvero contento di questa scelta”.

Ci troviamo a San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna ed il progetto, curato da Olver Zaccanti, geometra e tecnico di ANAB che da anni si prodiga per far conoscere questo metodo di costruzione sostenibile, è iniziato nel 2009 ed è stato completato nel 2012. Nel mezzo c’è stato il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna e fatto crollare o danneggiato diverse abitazioni della zona, ma quella dei signori Franchini ne è uscita indenne grazie alle caratteristiche della canapa e calce; come ha spiegato Zaccanti, “dal punto di vista antisismico la canapa e la calce sono perfettamente in sintonia con la struttura in legno all’interno e quindi si muovono in armonia tra di loro senza creare lesioni; naturalmente per terremoti di un certo tipo: se si va oltre il sesto-settimo grado della scala Richter cominceranno ad esserci delle lesioni anche in questo caso, però anche da questo punto di vista abbiamo a che fare con un materiale che eventualmente si potrebbe frantumare ma non rovesciare, migliorando anche in questo caso la sicurezza delle persone”.

Signori Franchini

Ed anche per ciò che riguarda i consumi energetici e le bollette canapa e calce si rivela un materiale dalle ottime prestazioni. Non c’è l’impianto di raffreddamento, perché non necessario, mentre quello di riscaldamento è alimentato da una pompa di calore; sono inoltre presenti pannelli solari.
“Non accendiamo i caloriferi fino a dicembre”, ci ha spiegato il signor Franchini, puntualizzando che “essendo tutto elettrico ed avendo i pannelli fotovoltaici, è una casa a costo zero; anzi, mi rimane in tasca qualcosa. “La casa è stata costruita pensando al massimo risparmio energetico”, ha sottolineato Zaccanti: “Sono indipendenti e la casa è staccata dalla rete del gas”.

Mario Catania

Fonte Canapaindustriale.it