Scandalo 1MDB, sei persone sotto inchiesta

tvsvizzera.it 10.7.18

Il ministero pubblico della Confederazione ha avviato indagini formali nei confronti di sei persone nell’ambito dell’inchiesta del fondo sovrano malaysiano 1MDB, scandalo che aveva postato allo scioglimento della Banca della Svizzera Italiana (Bsi).

Michael Lauber
Il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber.

(Keystone)

Tra gli indagati ci sono due ex funzionari di Abu Dhabi e del gruppo petrolifero saudita Petrosaudi, ma non l’ex premier della Malaysia Razak. La decisione è stata comunicata dal procuratore generale della confederazione Michael Lauber dopo il suo incontro con la controparte malaysiana.

La Svizzera indaga dal 2015 su un’intricata vicenda con ramificazioni internazionali che interessa almeno sei paesi, tra cui la Svizzera, Stati Uniti, Lussemburgo e Singapore.

Il procedimento penale condotto dal Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) verte prevalentemente sull’appropriazione indebita di investimenti del fondo sovrano 1MDB (1 Malaysia Development Berhad) destinati ai progetti Petrosaudi, Tanjong/Genting e ADMIC (Abu Dhabi Media Investment Corporation) e di investimenti del fondo sovrano SRC nell’ambito delle risorse naturali.

Le accuse sono di amministrazione infedele, truffa per mestiere, corruzione attiva di pubblici ufficiali stranieri, riciclaggio di denaro aggravato e infedeltà nella gestione pubblica. Allo stadio attuale  risultano indagate sei persone fisiche e due istituti: la BSI, scioltasi in seguito allo scandali, e la Falcon, banca privata di Zurigo.

Najib Razak “non indagato”

Il fondo 1MDB è stato istituito dal primo ministro malaysiano Najib Razak. Circa 4,5 miliardi di dollari provenienti da questo fondo sarebbero stati sottratti per arricchire i direttori del fondo, uomini d’affari vicini al potere malaysiano, ufficiali degli Emirati Arabi Uniti, nonché lo stesso Razak.

Quest’ultimo, dopo nove anni quale premier, il 9 maggio scorso non è stato rieletto. In seguito in sue dodici proprietà gli è stato confiscato un patrimonio di almeno 273 milioni di dollari in contanti, gioielli, orologi e borsette di lusso.

Najib Razak una settimana fa è stato incriminato dall’Alta Corte di Kuala Lumpur per abuso di fiducia e abuso di potere in relazione allo scandalo. L’ex premier si è dichiarato innocente rispetto a tutte le accuse.

Il Mpc scrive che Najib Razak non figura tra gli accusati delle indagini svizzere e che per le parti coinvolte va comunque sempre applicata la presunzione di innocenza. Visti gli ultimi sviluppi in Malayisa, il Mpc afferma di essere interessato a rinnovare il dialogo con gli organi malaysiani responsabili al fine di avere una collaborazione il più efficiente possibile. Inoltre deve anche essere assicurato il coordinamento tra le autorità che si occupano dei procedimenti penali.

Isteria da “cigno nero”. Deputato Pd vuole denunciare il ministro Savona: “Procurato allarme”

http://contropiano.org/author/redazione-contropiano Stefano Porcari 11.7.18

Lo spettro del “cigno nero” nell’economia provoca qualche isteria. Tanto più se viene evocato un “Piano B” per farvi fronte. “Insieme a un gruppo di risparmiatori e di attivisti politici, stiamo valutando l’ipotesi di depositare alla Procura della Repubblica un esposto per verificare se le allusive affermazioni del ministro Paolo Savona costituiscano procurato allarme ai sensi dell’art. 658 del codice penale”. Ad annunciarlo è Gianfranco Librandi, deputato del Pd.
A rincarare la dose, ma senza arrivare alle minacce del deputato piddino, è l’ex ministro dell’economia Padoan. “Se un ministro di un governo dice che sta pensando a un piano B e che questo implica l’uscita dall’euro, questa è una affermazione che viene vagliata con molta attenzione, dai mercati in primo luogo” ha detto questa mattina ai microfoni di Radio Anch’io commentando le parole del ministro Savona.
Alla domanda se le dichiarazioni del ministro Savona stessero generando preoccupazione nei mercati, l’ex ministro Padoan ha fatto osservare che “lo stanno già facendo. Ci sono delle analisi del rischio Italia che mostrano che nei mercati esiste il ‘rischio di ridenominazione’, ossia sui mercati si sconta una possibile situazione in cui l’Italia sia costretta a uscire dall’euro con l’introduzione di una nuova lira”. In compenso Padoan sembra aver apprezzato il vicepremier del M5S: “le parole di Di Maio sono importanti perché vanno in direzione opposta. Il fatto che ci sia un ‘cigno nero’, cioè un evento imprevedibile e grave, non implica che si debba pensare come risposta un’uscita dall’euro”. Di Maio in una trasmissione televisiva a La 7, ha dichiarato che Il governo non sta pensando ad un Piano B per uscire dall’Euro. “Oggi le posso dire – ha detto il vicepremier Luigi Di Maio ad una specifica domanda durante la trasmissione Omnibus su La7 – che non ci sto pensando e il governo non sta lavorando a questo. Non possiamo immaginarlo nemmeno per un attimo”. “Il governo – ha aggiunto ancora – non vuole uscire dall’euro. Se poi gli altri cercheranno di cacciarci non lo so, ma questo non e’ nostra volontà, ne metteremo gli altri nelle condizioni di farlo”.
Ma cosa aveva detto il ministro per gli Affari europei Paolo Savona da suscitare tutto questo scombussolamento? In una audizione al Senato aveva risposto testualmente: “Mi dicono: tu vuoi uscire dall’euro? Badate che potremmo trovarci in situazioni in cui sono altri a decidere. La mia posizione e’ di essere pronti a ogni evenienza”. L’esperienza alla Banca d’Italia, ha aggiunto, “mi ha insegnato a essere pronti non ad affrontare la normalità ma il cigno nero, lo shock straordinario”.
Insomma un discorso di buon senso per ogni economista che abbia responsabilità di governo, incluso quello di avere un Piano di riserva per far fronte a scenari inediti – il famigerato “cigno nero”. Ma Savona ha evocato due non detti che sono un tabù: Piano B ed uscita dall’euro (scelta consapevolmente o indotta dall’esterna che sia). E su queste due parole la razionalità si perde per essere sostituita dall’isteria, e questa sì che fa danni, tanti danni, almeno quanto quelli provocati alla popolazione dall’entrata dell’Italia nell’Eurozona e nell’Unione Europea.

La trappola europea dello spread: il problema è l’atterraggio

coniarerivolta.org 30.5.18

LA LEZIONE

L’Italia è nel mirino della speculazione internazionale. Il prezzo dei titoli pubblici italiani è letteralmente crollato nelle ultime ore, portando i rendimenti sui BTP decennali dall’1,8% di inizio maggio ad oltre il 3,2% di fine mese. Questo aumento straordinario nel costo dell’indebitamento pubblico è dovuto ad una massa di vendite che si sono realizzate in un lasso di tempo relativamente ristretto, come testimoniato martedì mattina dall’inversione di un tratto della curva dei rendimenti, una curva che rappresenta per ogni scadenza il corrispondente tasso di interesse sul debito pubblico italiano e che di norma ha un andamento crescente, a riflettere il maggiore interesse richiesto per prestiti a più lunga scadenza: per qualche ora i BTP con scadenza 2020 pagavano un rendimento maggiore dei BTP con scadenza 2021, contro ogni logica economica – che associa a scadenze più lontane rendimenti più elevati – e coerentemente con le dinamiche speculative, quando i titoli sono scambiati non in virtù del loro rendimento ma solo allo scopo di trarre un profitto dalla variazione di prezzo di quelle attività finanziarie. Se le cause di questa svendita del debito pubblico italiano dovranno essere attentamente indagate, gli effetti dell’impennata nei rendimenti di quei titoli sono invece facilmente prevedibili. Attraverso una simile stretta sul costo dell’indebitamento pubblico i mercati – chiunque essi siano – stanno esercitando una pressione sulla politica italiana in una fase storica delicatissima, e cioè esattamente nel momento in cui una tornata elettorale aveva spazzato via le forze di governo degli ultimi venti anni, ossia Forza Italia ed il Partito Democratico. L’Europa funziona così: quando la macchina dell’austerità è in affanno, puntualmente interviene lo spread.

Era la fine del 2009 quando, con un simile incipit, prese il via la crisi del debito pubblico greco – l’inizio della crisi che finì per investire l’Europa tutta aprendo la stagione dell’austerità. I titoli pubblici decennali della Grecia vennero venduti in massa sui mercati finanziari, e videro i rendimenti crescere dal 4,6% dell’ottobre 2009 al 7,8% dell’aprile successivo. Notiamo che si trattò di un aumento del 70% dei tassi, realizzatosi nell’arco di sei mesi, mentre nella crisi italiana di queste settimane i BTP decennali hanno visto crescere il rendimento del 78% nel giro di un solo mese. Per arginare la crisi finanziaria, la Grecia decise di chiedere un aiuto alla cosiddetta Troika: Banca Centrale Europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale garantirono al governo ellenico un prestito capace di coprire il rifinanziamento del debito pubblico. In cambio di cosa? Della sottoscrizione di un Memorandum of Understanding, un documento che conteneva l’indicazione puntuale di tutte le misure di austerità che la Grecia avrebbe realizzato negli anni a seguire – volente o nolente. In pratica, l’incendio è stato spento solo quando la Grecia ha accettato di vincolare la sua politica economica ai diktat delle istituzioni europee e al FMI: qualche sospetto su chi abbia appiccato le fiamme sorge spontaneo.

La spirale nei tassi di interesse sul debito pubblico è effettivamente una china spaventosa, perché impegna una quota crescente di risorse pubbliche per il servizio del debito pubblico. Ma ritorna alla mente l’apertura dell’Odio di Kassovitz:

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.

La vertigine che ci provoca l’impennata dello spread fa effettivamente impressione, il maggiore costo del debito che comporta è un problema serio all’interno dei vincoli alla spesa imposti dall’Europa, ma il problema non è la caduta, è l’atterraggio: con il Memorandum, che ha posto fine alla caduta del prezzo dei titoli pubblici del Paese, la Grecia ha firmato la sua condanna a morte. Le politiche di austerità accettate in cambio di quell’aiuto, cioè della fine della caduta, hanno ridotto in cenere il tessuto produttivo ellenico generando una disoccupazione di massa, il crollo della produzione, la contrazione dei salari, la distruzione dello stato sociale, l’implosione del sistema sanitario nazionale. Una catastrofe che è stata indotta dall’aumento dello spread, ma che si è potuta realizzare solo grazie all’imposizione del principio della condizionalità agli aiuti finanziari offerti al Paese in crisi: la Grecia è stata abbandonata alla speculazione, e la condizione posta dai creditori per restituire al Paese la stabilità finanziaria è stata una rigida agenda di misure di austerità. La cieca austerità è stato il prezzo pagato dalla Grecia per frenare la folle corsa dello spread: una vera e propria trappola che porta dall’instabilità finanziaria alla macelleria sociale.

In queste ore ci stupiamo della deriva apertamente antidemocratica delle istituzioni europee, che hanno usato il Capo dello Stato per imporre il proprio orientamento alla politica economica italiana contro la volontà della maggioranza del Parlamento. La lezione della Grecia ci insegna che le cose possono andare peggio. In prossimità delle elezioni politiche del 2012, al secondo anno di austerità selvaggia, i leader dei due principali partiti – centrodestra (Nea Demokratia) e centrosinistra (PASOK) – sottoscrivono una lettera in cui si impegnano preventivamente a rispettare, in caso di vittoria alle elezioni, il dettato del Memorandum, ossia il percorso di tagli definito dai creditori della Troika. Due lettere gemelle che impegnano un esecutivo a realizzare una precisa politica economica del tutto indipendente dalla volontà popolare che sarà espressa nel voto: è la fine dell’influenza della democrazia parlamentare sul governo dell’economia. Noi stessi abbiamo avuto un piccolo assaggio di questi scenari greci nel 2011, quando la rincorsa dello spread convinse Berlusconi a lasciare il posto al governo Monti: le misure di austerità applicate allora, a partire dalla Riforma Fornero, furono la moneta di scambio pagata per convincere la BCE ad acquistare i titoli pubblici italiani ed arginare, così, l’instabilità finanziaria.

Si dirà che l’Italia non è la Grecia. Eppure, in queste ore concitate, il vicepresidente della BCE Vitor Constancio ha rilasciato un’inquietante intervista all’autorevole giornale tedesco Spiegel dove, commentando lo stallo politico dell’Italia, spiega che qualora il nostro Paese avesse bisogno di un soccorso da parte delle istituzioni europee, liquidità per arginare la corsa dello spread, dovrebbe tenere a mente che “qualsiasi eventuale intervento sarebbe soggetto al principio di condizionalità”, ovvero all’accettazione di un “programma di aggiustamento strutturale”: è il Memorandum che ha messo in ginocchio la Grecia. Chiosa Constancio: “Le regole su questo sono molto chiare, tutti dovrebbero ricordarle. L’Italia conosce le regole, forse dovrebbe dargli un ulteriore sguardo.”

Questo dispositivo disciplinante delle politiche economiche nazionali da parte delle istituzioni europee è ora articolato nella forma delle TMD (Transazioni Monetarie Definitive): se un Paese chiede aiuto alla Troika, interviene direttamente la Banca Centrale Europea con una massa di acquisti capace di contrastare qualsiasi volume di vendite, a patto che il Paese in questione sottoscriva un preciso Memorandum che legherà l’esborso delle varie tranches del prestito alla realizzazione di una serie di misure di austerità. Un cappio al collo dell’economia che è l’ultima spiaggia della governance europea, una minaccia atomica da usare nel caso in cui la politica italiana continui a ritardare la rigida applicazione del progetto neoliberista dell’austerità. Tutte le principali forze politiche italiane devono adeguarsi alla linea europeista, lasciando da parte qualsiasi dibattito sull’appartenenza del Paese alla moneta unica. Altrimenti, l’intervista di Constancio lascia poco spazio all’immaginazione: lo spread cresce, la trappola è pronta e manca solo qualcuno capace di trascinare l’Italia nell’incubo greco. Basterà chiedere aiuto all’Europa.

Guerra commerciale e austerità

coniarerivolta.org 11.7.18

boston

Negli ultimi tempi, si fa un gran parlare di “guerra dei dazi” tra Stati Uniti e Unione Europea. Si tratta, come cercheremo di argomentare, di un capolavoro di retorica che vale la pena analizzare, punto per punto, in tutte le sue sfaccettature. Prima però di addentrarci nei singoli argomenti, facciamo un passo indietro: cos’è un dazio? Dal punto di vista di un Paese che voglia limitare le importazioni, esso è una barriera al commercio internazionale che si manifesta sotto forma di una tassa pagata dalle imprese estere (e riscossa dallo Stato) in percentuale al valore del prodotto che vendono in quel paese. Occorre precisare che tali misure non riguardano direttamente specifici paesi – non sono dazi imposti sulla provenienza del bene commerciato – ma li colpiscono indirettamente. Esse, infatti, vengono applicate su quelle merci che tali paesi esportano in grande quantità nel paese che impone il dazio. Vediamo come funziona concretamente un dazio: supponiamo che l’Unione Europea inizi ad applicare un dazio del 5% sulle importazioni di ghisa e che il valore venduto, all’interno dell’Unione, da un’impresa straniera sia pari a 100 euro. Ciò significa che l’importo del dazio è pari a 5 euro. L’impresa straniera può decidere di reagire all’imposizione del dazio con tre modalità: decidere di pagare interamente il dazio senza farne ricadere le conseguenze sul compratore, ossia senza modificare il prezzo di vendita (rinunciando, in questo modo, a una parte dei profitti); decidere di aumentare il prezzo del bene per far sì che il dazio venga pagato interamente dal compratore (nel nostro caso, il prezzo aumenterebbe di 5 euro e l’esportatore perderebbe competitività rispetto alle imprese che operano senza l’imposizione di dazi); scegliere una posizione intermedia in cui sia venditore che compratore contribuiscono al pagamento del dazio (nel nostro caso, il prezzo aumenterebbe in misura minore di 5 euro).

Ora che abbiamo chiarito quale impatto può avere un dazio sulle imprese straniere, possiamo riprendere il discorso sulla “guerra dei dazi” tra Stati Uniti ed Unione Europea.

A marzo, Trump firmò la legge con la quale venivano introdotti dazi sulle importazioni di acciaio (25%) e di alluminio (10%) colpendo duramente la Cina – che a sua volta ha risposto prontamente con l’imposizione di dazi sull’importazione di alcuni prodotti, come la soia, che provengono principalmente dagli Stati Uniti – ma esentando temporaneamente l’Unione Europea dall’applicazione di questa misura. In pratica gli Stati Uniti sembravano voler colpire solo la Cina, tenendo esplicitamente fuori l’Unione Europea da questi primi fuochi della guerra dei dazi.

L’esenzione nei confronti dell’UE, che inizialmente doveva terminare alla fine di aprile, è stata estesa fino al mese di maggio ma ciò ovviamente non è bastato a placare gli animi dell’industria europea. Immediata infatti è stata la reazione di Juncker, presidente della commissione UE, che – dopo aver minacciato “reazioni dure” per una eventuale misura protezionistica degli Stati Uniti – ha rilanciato rinnovando l’appello affinché questa temporanea esenzione dai dazi diventasse permanente per l’Unione Europea. Si noti che la difesa del libero mercato non è mai una bandiera di principio: l’Europa non si sogna neppure di criticare i dazi americani contro la Cina, dai quali potrebbe addirittura trarre profitto, ma si preoccupa solo di implorare agli Stati Uniti l’esenzione per le merci europee. All’inizio della guerra dei dazi tra USA e Cina, infatti, l’Unione Europea si sfregava le mani in quanto questo avrebbe permesso alle imprese dei paesi membri della UE di aumentare le esportazioni sia negli Stati Uniti che in Cina, per un valore stimato tra i 4 e i 7 miliardi di euro nei prossimi due anni. La maggior parte di questo introito sarebbe arrivato proprio dagli Stati Uniti, dove è diretta la quota maggiore di esportazioni europee.

Sebbene dunque predichi il libero commercio, l’Unione Europea non avrebbe detto una parola se i dazi avessero colpito solamente la Cina: essa agita il vessillo del libero mercato solo quando ci guadagna o vede minacciati i suoi interessi. Durante il periodo 2008-2016, che ad eccezione del primo anno ricade sotto l’amministrazione Obama (2009-2017), sono state introdotte 1.084 misure – circa un quarto delle misure prese complessivamente in tutto il mondo – nel paese a stelle e strisce, che di fatto è la nazione con il maggior numero di provvedimenti che limitano il libero scambio. Tuttavia, solamente di recente tali iniziative hanno suscitato l’interesse, o meglio il risentimento, dell’Unione Europea. Il motivo sta nel fatto che i provvedimenti recenti colpiscono in misura sensibile le imprese europee, cosa che non avveniva nelle precedenti misure protezionistiche.

Qui entriamo nel campo della retorica o, per meglio dire, della propaganda. Nel corso degli ultimi trent’anni, è diventato un mantra l’espressione “the freer, the better”: più è libero (il mercato) e meglio è. Tuttavia resta da capire chi effettivamente ci guadagna dal libero mercato. Innanzitutto, ogni qualvolta si parla di processi di liberalizzazione di un mercato, si sta in realtà parlando della sua deregolamentazione. Questa dinamica, per la quale le regole sono un problema e vanno rimosse per lasciar fluire il mercato, vale tanto all’interno dei confini nazionali quanto all’esterno. In questo senso, non sorprende come all’interno di un impianto estremamente liberista, quale l’Unione Europea, le misure protezionistiche vengano declinate come “guerra dei dazi”.

Ma è sempre stato così? L’avversione alla regolamentazione è connaturata agli scambi internazionali? Senz’altro, no: negli anni in cui vigeva il sistema di Bretton Woods, dal secondo dopo guerra al 1971, il commercio internazionale era regolamentato da molte misure (come i dazi) che proteggevano alcuni settori strategici dei Paesi membri ma nessuno avrebbe mai pensato di definire quelle politiche come una minaccia, o peggio ancora una guerra. Una valida spiegazione di ciò la si può trovare nel fatto che i singoli Paesi perseguivano politiche di pieno impiego attraverso il sostegno alla domanda interna, che costituiva a sua volta una premessa per lo sviluppo del commercio internazionale.

L’allontanamento dei principi keynesiani dai menù di politica economica negli Stati Uniti e nei Paesi più sviluppati, dalla fine degli anni ’70, ha trasformato la visione del commercio internazionale. Prima, esso era visto come un frutto dello sviluppo. Oggi, in un mondo in cui il liberismo regna sovrano e il sostegno alla domanda attraverso un ruolo attivo dello Stato è un tabù, il commercio internazionale diventa uno strumento di un modello di crescita trainato dalle esportazioni. Ciò significa che le imprese dei paesi membri dell’Unione Europea ora sono costrette a gettarsi sui mercati internazionali per poter vendere i loro prodotti, data la scarsa domanda interna causata dalle politiche di austerità. Questo spiega perché l’imposizione dei dazi preoccupa, con dovute ragioni, le imprese che vedono ridotta la domanda rivolta verso i loro prodotti. Se la domanda interna è bassa, per stupidi dogmi neoliberisti ed una distribuzione del reddito sbilanciata a favore dei capitalisti, le esportazioni diventano fondamentali per le sorti delle imprese.

Ma qual è, in concreto, la conseguenza di tutto ciò sulle condizioni dei lavoratori? È una corsa selvaggia al taglio dei costi di produzione, in particolare dei salari, per inseguire la competitività. E gli strumenti utilizzati per ottenere questo risultato sono tristemente noti: austerità e deregolamentazione del mercato del lavoro (si veda il caso della Germania nel contesto europeo). Tutto ciò smonta la retorica dei benefici del commercio internazionale e svela la natura di classe della progressiva liberalizzazione degli scambi. Ciò, non significa, però, che qualsiasi restrizione del commercio internazionale possa avere conseguenze benefiche sulle condizioni dei lavoratori. Come molti strumenti di politica economica, anche i dazi possono essere utilizzati per favorire una o l’altra classe. Ci occuperemo di questo argomento in separata sede.

 

DOMINIO FINANZIARIO DIGNITA’ E VELLEITA

Marco della Luna contro informazione.info 6.7.18

Come salvare le riforme economico-fiscali del governo

Il Decreto Dignità, incontestabile come affermazione morale, incontra lo sfavore del mondo imprenditoriale e può avere effetti controproducenti sull’occupazione perché fa aumentare il costo del lavoro e i vincoli per gli investitori (ossia, per i capitalisti). Anche il reddito di cittadinanza, già ridotto da tempo a sussidio di disoccupazione, e assieme ad esso la flat tax, già spezzata in due aliquote, sembrano rinviati a quei soliti tempi migliori che non si sa quando arriveranno. Così i rivoluzionari progetti economici del nuovo governo minacciano di svaporare contro i vincoli della realtà esterna, e di tradursi in delusione e scontento. Quei progetti sono stati lanciati nella campagna elettorale senza fare i conti con l’oste, e ora possono diventare un boomerang.

Vi è una via per evitare questo flop. Il primo passo è far capire alla gente che ciò impedisce la realizzazione di quei progetti, come pure di un ancora più importante piano di investimenti infrastrutturali per il rilancio della produttività e dell’occupazione, sono gli stessi principi imposti come cardini dell’attuale sistema economico-finanziario globale (prima ancora che europeardo). E’ a tali principi che devono essere rivolte, pertanto, la pubblica attenzione, la critica scientifica, la denuncia sociale ed etica, e l’azione politica riformatrice.

Primo principio: la funzione, che è politica e sovrana, quindi pubblica, di creare la moneta, cioè il capitale finanziario, è esercitata da soggetti privati, come pure quella di collocarla e di stabilire rating, tassi etc., e ciò viene fatto secondo la loro privata convenienza di profitto, senza responsabilità verso l’interesse generale.

Secondo principio: i capitali e le merci e le imprese si spostano più o meno liberamente intorno al mondo, perlopiù senza barriere daziarie o di contingentamento; questo pone i lavoratori dei paesi occidentali in concorrenza con quelli di paesi che applicano condizioni di sfruttamento radicale dei lavoratori anche in fatto di previdenza e di antiinfortunistica; contemporaneamente, l’immigrazione di massa li pone altresì in concorrenza con una mano d’opera pronta a svendersi nel loro stesso paese.

Terza caratteristica: i paesi dell’area del dollaro e in ogni caso l’Italia sono sottoposti a un modello economico finanziarizzato, basato a) sulla rincorsa dell’attivo primario del bilancio pubblico, che si scarica sui contribuenti, sui servizi pubblici, sugli investimenti; b)sulla rincorsa dell’attivo della bilancia commerciale (sulla competizione nelle esportazioni), e insieme sulla difesa di un alto rapporto di cambio; e le due cose si scaricano sui salari, imponendone la riduzione per mantenere la competitività in ambito internazionale, con conseguente depressione della domanda interna; inoltre, realizzare avanzi primari significa che lo Stato toglie dall’economia più denaro di quanto ne immette, ossia che abbassa il livello di liquidità, quindi di solvibilità.

Con queste premesse, è ovvio che non si possano fare i provvedimenti fiscali e gli investimenti necessari e utili, nel medio termine, per la crescita, perché i vincoli di bilancio e il rating (condizioni di finanziabilità dei governi, fissate sul brevissimo termine) non lo permettono.

Ovvio è altresì che il capitale finanziario e gli imprenditori validi si dirigano verso verso le imprese e paesi in cui la loro rimunerazione è maggiore perché sono i più efficienti nella produzione, oppure perché consentono uno sfruttamento più radicale dei lavoratori e la libera esternalizzazione sulla società e sull’ambiente delle componenti nocive del processo produttivo (infortuni, inquinamento…); sicché, se per legge lo Stato, in nome della dignità e della stabilità del lavoro, introduce vincoli o tutele che rendano meno interessante per il capitale investire in quelle industrie e in quel paese, il capitale defluirà da quelle Industrie da quel paese lasciando disoccupazione.

Perciò se si vuole tutelare effettivamente sia la dignità del lavoro che i livelli occupazionali, che l’ambiente, è indispensabile cambiare i tre suddetti principi, incominciando con il recupero da parte degli Stati della sovranità monetaria per assicurare loro il rifornimento di moneta (la capacità di pagare sempre il proprio debito e di finanziare il proprio bilancio facendo gli investimenti necessari alla crescita e di pagare il debito pubblico), sottraendoli al ricatto monetario dei banchieri speculatori privati internazionali e ai golpi mediante spread.

Bisognerà inoltre creare barriere protezionistiche contro la concorrenza sleale in modo che i lavoratori del proprio paese non si trovano esposti alla concorrenza di lavoratori sottoposti a condizioni schiavistiche in paesi in cui il capitale riesce a scaricare completamente sulla popolazione generale e sull’ambiente le proprie esternalità.

In terzo luogo, bisognerà cambiare il modello generale dell’economia sopra descritto, mirato sui surplus commerciali, anche perché la rincorsa di tale surplus è in se stessa illogica dato che la somma dei saldi delle bilance commerciali è ovviamente zero.

Come primo passo per recuperare la sovranità monetaria, e ridare liquidità al sistema (qualora non si arrivi direttamente alla fine dell’Eurosistema o a una sua radicale e benefica riforma, suggerisco al governo l’introduzione di un mezzo monetario nazionale interno, una sorta di seconda moneta (ma non denominata come moneta), emesso magari da una rete di banche appositamente costituite, che lo creano prestandolo (come avviene con le normali banche di credito) ma lo accreditano non su un conto proprio, bensì su un conto dello Stato, e poi lo prendono a prestito dallo Stato a modico interesse per prestarlo ai clienti applicando un interesse maggiore.

Quella sopra da me delineata è una campagna innanzitutto culturale, di informazione e comunicazione generale – e nella capacità di comunicazione abbiamo due eccellenze: una in Salvini e un’altra, in generale, nelle Stelle. In secondo luogo, deve diventare una campagna europea e possibilmente non solo europea, e a questo fine ben si presta l’iniziativa salviniana della Lega delle Leghe.

Se non si riesce a informare-comunicare all’opinione pubblica e a internazionalizzare questa campagna, i suddetti progetti economici verranno soffocati e resi velleitari dalle stesse dimensioni della dottrina economica mainstream – e Mattarella, con Tria, traghetterà l’Italia attraverso una brevissima stagione “populista” per consegnarci nelle mani di Macron-Rothschild, di Soros e della Merkel o di chi per lei.

06.07.18 Marco Della Luna

Ex banchiere in Vaticano: I crolli sono pianificati per accompagnare in un nuovo ordine mondiale

politicamentescorretto.info 11.7.18

Gli oligarchi occidentali hanno pianificato il crollo demografico dell’Occidente per produrre una crisi economica al fine di accompagnarlo in un nuovo ordine mondiale, ha detto Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente della Banca Vaticana, durante un discorso alla prima conferenza della Accademia per la Vita Umana Giovanni Paolo II. Secondo LifeSiteNews.com (9 luglio) è “impensabile” per Gotti che i leader occidentali non sapessero cosa facevano rifiutando la vita (aborto) e la legge naturale (ideologia gay).

Le catastrofi volute a livello economico, geo-politico e sociale dovrebbero “persuadere” l’Occidente ad accettare l’eliminazione della sovranità nazionale e a istituire un “ambientalismo agnostico” come “religione universale”.

Per Gotti, la causa reale dietro queste piaghe è il “crollo delle nascite” in Occidente.

Secondo Gotti, gli autori di questo crollo al momento sono anche consulenti dei “vertici della Chiesa” [cioè di Papa Francesco].

Gotti li definisce “profeti gnostici” e nomina Paul Ehrlich, Jeffrey Sachs e l’ex segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon.

Lo Gnosticismo Moderno è una ideologia che punta a sostituire la realtà con l’ideologia.

 

Foto: Ettore Gotti Tedeschi, © Sentinelle del mattino International, CC BY-SA#newsLiogsnrcki

https://gloria.tv/article/gHWDDnfjk1682o1PQzfAHwQkq

Lacrime, mai abbastanza

 di: Luciano Scateni Lavocedellevoci.it

Cristiano Ronaldo, gli operai Fiat scioperano: ‘A lui i milioni, a noi calci nei c…’

silenziefalsita.it 11.7.18

Per Ronaldo 400 milioni, agli operai solo calci nei c…”

Lo si legge in un manifesto affisso dagli esponenti dei Si Cobas e dai cinque ex operai sul muro di recinzione dello stabilimento Fca di Pomigliano d’Arco.

Il licenziamento dei cinque ex lavoratori dello stabilimento era stato sentenziato dalla corte di Cassazione nelle scorse settimane.

E sull’acquisto di CR7 da parte della Juventus ha protestato anche l’USB (Unione sindacale di base) di Melfi a proposito dello stabilimento Fca della Basilicata.

“È inaccettabile che mentre ai lavoratori di Fca e Cnhi l’azienda continui a chiedere da anni enormi sacrifici a livello economico la stessa decida di spendere centinaia di milioni di euro per l’acquisto di un calciatore,” si legge in una nota diffusa dal sindacato.

Ci viene detto – prosegue la nota – che il momento è difficile, che bisogna ricorrere agli ammortizzatori sociali in attesa del lancio di nuovi modelli che non arrivano mai”.

“E mentre gli operai e le loro famiglie stringono sempre più la cinghia la proprietà decide di investire su un’unica risorsa umana tantissimi soldi,” aggiunge l’Usb.

Poi la domanda: “È giusto tutto questo?, è normale che una sola persona guadagni milioni e migliaia di famiglie non arrivino alla metà del mese?”

“Siamo tutti dipendenti dello stesso padrone – si legge ancora nella nota – ma mai come in questo momento di enorme difficoltà sociale questa disparità di trattamento non può e non deve essere accettata”.

“Gli operai Fiat hanno fatto la fortuna della proprietà per almeno tre generazioni, arricchiscono chiunque si muova intorno a questa società, e in cambio hanno ricevuto sempre e soltanto una vita di miseria,” fanno sapere.

“La proprietà dovrebbe investire in modelli auto che garantiscano il futuro di migliaia di persone piuttosto che arricchirne una soltanto, questo dovrebbe essere il fine di chi mette al primo posto gli interessi dei propri dipendenti, se ciò non avviene è perché si preferisce il mondo del gioco, del divertimento a tutto il resto,” conclude l’Usb.

Monte Paschi, Savona: “Bankitalia sapeva e trasferì il responsabile della vigilanza”

Banca Monte dei Paschi: tutti gli italiani dovrebbero sentire queste parole di Paolo Savona e chiedere che venga a galla la verità.

Alla fine scopriamo che tutti sapevano. Gli sciacalli sono stati lasciati liberi di muoversi, senza impedimenti da parte della politica, della magistratura o della vigilanza. E c’è ancora un morto che urla giustizia: David Rossi.

Ora ci è piu’ chiaro perché Mattarella non lo voleva come ministro dell’Economia.

IMOLAOGGI.IT 11.7.18

CLAN E COCAINA – MEGA OPERAZIONE DEI CARABINIERI NEL “BRONX” DI NAPOLI: SGOMINATE DUE ORGANIZZAZIONI CHE GESTIVANO LO SMERCIO DELLA POLVERE BIANCA – LA COCAINA VENIVA ORDINATA VIA TELEFONO E CONSEGNATA IN 24 ORE DOVUNQUE – SEQUESTRATI BENI PER 2,5 MILIONI DI EURO: TUTTO RUOTAVA INTORNO ALLA FIGURA DI PASQUALE MATARAZZO, CHE RIMBORSAVA I CLIENTI NON SODDISFATTI… – VIDEO

dagospia.com 11.7.18

 

Da www.ilmattino.it

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Tra Napoli, Cercola, Volla, San Giorgio a Cremano e Viareggio, i carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata hanno dato esecuzione a due ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di 20 indagati dal Gip di Napoli ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico e alla detenzione di stupefacenti.

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Contestualmente sono stati sottoposti a sequestro preventivo, ai fini della successiva confisca, due quote sociali, 10 rapporti finanziari e un’autovettura, per un valore complessivo di 2,5 milioni di euro.

Le attività investigative, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, hanno consentito di svelare l’esistenza di due gruppi criminali collegati tra loro per la commercializzazione di sostanza stupefacente, prevalentemente cocaina.

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Una prima piazza di spaccio è stata individuata nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, con epicentro nel complesso di edilizia popolare denominato “Bronx”, dove a gestire gli affari illeciti e a introitarne i ricavi erano esponenti di primissimo piano del clan Formicola: Giulia Formicola, Salvatore e Assunta Rispoli, rispettivamente, sorella e nipoti di Ciro Formicola, capo dell’omonimo clan e detenuto in regime di 41 bis.

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Tale articolazione malavitosa aveva rapporti “commerciali” illeciti, riguardanti il mercato dei narcotici, con un altro gruppo criminale, insistente nel comune di Volla e organizzato intorno alla figura di Pasquale Matarazzo.

Questo secondo gruppo, a sua volta, operava con il placet del clan Veneruso-Rea, egemone nei Comuni di Volla e Casalnuovo, con il quale il Matarazzo era legato in quanto cognato di Salvatore Alfuso, elemento di spicco del clan.

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Le indagini hanno evidenziato come, attraverso una rete di pusher che fungevano da corrieri a domicilio, la cocaina veniva ordinata via telefono o attraverso i più diffusi social network e consegnata h24 ovunque, anche all’esterno di plessi scolastici a studenti e a imprenditori presso le loro aziende.

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Inoltre, lo smercio di cocaina avveniva nei confronti di autotrasportatori che, giungendo presso il centro agroalimentare di Volla, prenotavano in anticipo le dosi di cocaina per consumarla durante il viaggio.

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Matarazzo, inoltre, attraverso un vero e proprio servizio di customer satisfaction, richiamava i propri clienti per sapere se erano stati serviti con soddisfazione e se era adeguato il taglio del narcotico in relazione al rapporto qualità-prezzo, rimborsando, all’occorrenza, i clienti non soddisfatti con dosi omaggio.

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L’attività ha permesso inoltre di documentare l’occupazione abusiva di un appartamento popolare, nel Comune di Volla, da parte del Matarazzo, il quale acquisendo tra l’altro la disponibilità di un ulteriore appartamento adiacente e sovrastante, procedeva illegittimamente a lavori di ristrutturazione per fini personali. I beni sono stati pertanto sottoposti a sequestro