Forse Carige cambierà ancora cda

 lettera43.it 10.7.18

A settembre assemblea degli azionisti per decidere sul board mentre cresce l’irritazione della famiglia Malacalza contro l’ad Fiorentino, appoggiato da Toti e dagli altri soci.

La resa dei conti in Banca Carige è fissata per fine settembre quando l’assemblea deciderà sulla revoca e il rinnovo dell’attuale cda e forse scioglierà una volta per tutte, a favore di uno o l’altro, la contesa tral’amministratore delegato Paolo Fiorentino e il primo azionista. La famigliaMalacalza, che ha il 20% dell’istituto, forse si aspettava, con la “Cassa”, di «avere una banca» che, in fin dei conti, non ha mai realmente posseduto e che adesso teme di perdere definitivamente a favore del management, determinato a perseguire il risanamento senza troppi riguardi verso gli interessi immediati degli azionisti, o a favore di altri soci come Raffaele Mincione e Gabriele Volpi che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non hanno fatto mai troppo mistero della loro intenzione di far pesare le proprie azioni.

Il consiglio d’amministrazione convocato per il 10 luglio a seguito delle dimissioni dei consiglieri Francesca Balzani e, prima di lei, di Stefano Lunardi e del presidente Giuseppe Tesauro si è aperto con il colpo di scena della richiesta di Mincione (socio con il 5,4%) di far decadere l’attuale board e chiamare l’assemblea ad esprimersi, unica strada attraverso cui, evidentemente, spera di ottenere quel peso all’interno del cda che finora gli è stato negato. Il board, dopo sei ore di riunione, ha aggiornato la pratica alla prossima riunione, verosimilmente in agosto, per poi convocare gli azionisti nella seconda metà di settembre. Nel frattempo Tesauro e Fiorentino si vedranno forse in tribunale, visto che il secondo ha annunciato querela contro il primo per aver associato il suo nome a quello del costruttore Parnasi. Adesso, per la presidenza, si fa il nome dell’ex sindaco Beppe Pericu.

L’IRRITAZIONE DEI MALACALZA

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Fino a settembre se ne vedranno delle belle. La famiglia Malacalza possiede il 20% dell’istituto a un prezzo di carico ben più alto dei livelli attuali, avendo comprato nel 2015 il maggior numero di titoli a un prezzo di circa 1,7 euro. Ieri il titolo ha chiuso a 0,0084 euro: tutto l’istituto in Borsa vale meno dell’ultimo aumento di capitale da 500 milioni di euro. Mal sopportano i Malacalza, quindi, l’autonomia di Fiorentino che vorrebbe muoversi liberamente (si fa per dire, visti i paletti posti dalla Bce) per portare la banca in un porto sicuro, anche se questo vorrà dire una cessione che, fatalmente, condannerà all’irrilevanza la famiglia genovese.

LA RETE DI TOTI

Il sostegno esplicito del presidente della Regione Giovanni Toti nei confronti di Fiorentino è probabilmente un altro motivo di irritazione. Toti, d’altra parte, è considerato molto vicino anche a Gabriele Volpi, azionista con il 9%. «Mi auguro che gli azionisti trovino un accordo, appoggino un piano di rilancio dell’amministratore delegato Fiorentino e finalmente si parta, dopo aver messo in sicurezza la banca, per un progetto di lungo periodo» ha detto ieri il leader forzista, con un chiaro riferimento all’attuale management che, pure, si è trovato in rotta di collisione con un presidente di “garanzia” del calibro di Tesauro.

È intervenuto anche Aldo Spinelli, già presidente del Genoa, soprattutto uomo di forti agganci politici nel centrosinistra prima e, oggi, nella Liguria di Toti. Nella banca lui ha l’1% e ha dichiarato: «L’errore da evitare è isolareFiorentino: è protagonista del risanamento della banca, abbandonarlo adesso non avrebbe senso. Mincione elemento destabilizzante? No, è un socio come gli altri. Ed è giusto che sia ascoltato e tenuto in considerazione». Frasi che non saranno piaciute ai Malacalza.

UNA BANCA CHE NON RIPARTE

Intanto, sul piatto della banca, c’è la necessità di lanciare un bond da 500 milioni che è stato più volte rimandato in attesa di «migliori condizioni di mercato» che non arrivano mai. La verità è che, quattro anni dopo l’arresto dell’ex presidente delll’istituto Giovanni Berneschi, tre aumenti di capitale, continui rivolgimenti nel management (nel posto di amministratore delegato si sono succeduti: Piero Montani, Giuseppe Bastianini, adesso Fiorentino), non si vede ancora l’uscita dal tunnel per una banca che, al contrario di Mps o degli istituti veneti, non ha avuto necessità di essere “salvata” ma che d’altra parte nemmeno sembra capace di ripartire autonomamente.