L’uomo non sopporta più sé stesso

alcesteilblog.blogspot.com 5.7.18

Cosa nasconde quest’ansia da finis terrae, tale cupio dissolvi, lo slancio forsennato verso l’informe scambiato come libertà somma, una corsa disperata, piangente, maledetta, eppure, nell’intimo, anelata in uno spasimo doloroso e abietto? Tale rivolgimento lo si nota negli ambiti più disparati: un pervertito, vestito da Carnevale, istoria le chiappe con l’augurio: “Confini aperti per tutti i migranti come i nostri culi”: una summa grottesca, e difficilmente eguagliabile per chiarezza.
La voglia di farla finita. Un suicidio, nient’altro. Il suicidio del’umano. Essere altra cosa, un oggetto, forse. L’insoddisfazione della propria carne, dei propri pensieri. Divenire altro: Beanotherone, non a caso, è uno dei giochi di ruolo che appare nel famigerato depliant della mostra “Post Human Plus”. Per ora è presentato quale gioco, un di-vertimento, appunto; presto sarà la norma. Cosa si prova a essere …? L’importante è rinunciare a ciò che si è: anoressia, botulino e plastica hard, mutilazioni, tatuaggi invasivi sono la risposta disperata, occultata quale moda, a tale compulsione. L’attrazione per il perverso polimorfo e l’androgino, l’astrattismo decorativo, persino la voglia di vacanze (l’homo turisticus) appare fenomeno di un’insoddisfazione ormai strutturale della nuova psicologia umana.
A questo ha portato il potere.
 

L’uomo non sopporta più sé stesso, la sua parte umana, ciò che essa ha prodotto nei millenni. È incapace di comprenderla poiché gli strumenti per farlo non sono più nelle sue mani. La preterizione della cultura classica (perseguita con la tenacia degli psicopatici: via latino, greco, arte, storia, filosofia) ha irreggimentato eserciti di coglioni.
 
L’essere umano freme nello stracciarsi le antiche vesti che l’hanno reso tale. Basta, non ne può più di arte, filosofia, letteratura, scuola, etica e scienza. Tutto ciò che definisce e accresce lo spirito gli è di troppo. 
 
Chi sa più capire alcune parole, certe sfumature verbali che fanno sostanza? Chi è in grado di sottilizzare, oramai? Dove sono gli umanisti, color che tutto stringono in un cerchio di coscienza vasto e crepuscolare? Come possiamo pretendere di sapere cos’è il mondo se le parole svaniscono e, con esse, il pensiero che sottintendono? Più parole più pensiero, meno parole meno pensiero. La civiltà verbale edifica, la povertà verbale distrugge. Un contadino del Trecento custodiva nell’animo molte più sfumature concettuali di Bill Gates, ma questo è un dato irricevibile per l’homo levis. Quando Bertoldo insaporisce un tozzo di pane al fumo dell’arrosto d’un bettoliere e, richiesto d’un compenso, lo paga col suono della moneta, quel Bertoldo applica proporzioni logico-verbali proibite al citrullo medio italiano. Bertoldo, poi, sapeva rubare, ingannare, plagiare, pietire, ungere; conosceva i fossi, gli animali, la fica, i frutti e i fioretti; era parte del paesaggio, consisteva in una tradizione.
Giro continuamente e vedo coglioni, non mi vengono in mente altre parole. Leggo e trovo coglioni ancora più coglioni. Grandi firme della rivoluzione digitale o della controinformazione: perfetti coglioni. Bitcoin, AI, blockchain, guerricciole: ma di cosa parlano? Non vedono l’Utopia che li sovrasta? La pace perpetua. L’uomo liofilizzato. Il classismo diluito nell’avanspettacolo. La violenza scende, si compiono meno reati. L’umanità è quieta come un paziente sotto sedazione. Gli scoppi di violenza son appannaggio di non-democrazie o di individui che sentono immediata la fine di un’epoca. Omicidi-suicidi, suicidi, malattie mentali fuori controllo. Ma si tratta di piccinerie. Presto, come nel romanzo di Philip Dick, la Terra consisterà in una placida legione di malati mentali con la camicia di forza.
Pornografia, droghe legalizzate, credito facile, amoralità ridanciana, vacanze, sport: ecco la camicia di forza.
Null’altro chiede il coglione alla vita. Settant’anni? Ottanta? Novanta? Da vivere così, un giorno dopo l’altro, sminuzzato fra centinaia di irrilevanze, in attesa di non si sa cosa: minuscoli atti di edonismo, reiterazioni di narcisismi, stupidaggini. Ditemi: cos’è la vita?
Occorre sempre imparare. Leggo il post di un europeista d’acciaio: “Oggi i diciottenni si stanno preparando per gli esami delle medie superiori. Cent’anni fa andavano in trincea a farsi massacrare. L’Europa è necessaria”. È un argomento convincente, difficile da controbattere. Aggiungerei, da avvocato del diavolo: “Cent’anni fa c’erano ancora i servi della gleba, oggi no. Viva il progresso”. A tale obiezione cosa opporre? Questo: la pace e i diritti civili, assieme al credito facile, sono l’humus di una degenerazione spaventosa che ha, di fatto, cancellato l’Occidente in mezzo secolo. Ancora l’advocatus diaboli: “Se questo era il prezzo da pagare, è giusto averlo pagato. La morte non è il peggio, infatti? Vi abbiamo dato una casa, un auto e una sciabordio tranquillo sulle rive di un lago immobile. Cosa volete di più?”. A questo punto non so ribattere poiché non ho argomenti, solo sensazioni, o predilezioni. Non mi piace vivere come si vive oggi, lo trovo non-umano, umiliante, un respirare senza vivere. Tanto che, alla fine, mi manca pure il respiro.
 
Camere di eutanasia, Euthanasia Rooms, Dignity Rooms. Ecco il prezzo da pagare.
 
Per animali, per uomini allo stremo, malati o moribondi, ma anche per chi non vuole più vivere, per cui il fardello della vita pesa troppo: la fine è di là da venire eppure … quanto peso sulle spalle! Di fronte un rettilineo inanimato: è troppo! Nessuna curva, nessun insulto della fortuna! Non placido o tranquillo: inanimato! Anche batteri e parassiti hanno abbandonato le acque del futuro: l’asepsi dell’umano va avanti, va oltre, supera l’inimmaginabile! A che pro quindi l’esistenza! L’eterno riposo dona a noi, Signore, Tu, Alto Latore della Luce!
Quando una civiltà muore i poeti cantano la tragedia mentre la realtà si acconcia alla barzelletta. Francisco Pizarro, a capo di centosessantotto spagnoli, fronteggia i cinquemila Incas di Atahuallpa. L’Inca, assiso su un trono d’oro a baldacchino recato a braccio dai nobili del regno, non si capacita dell’arroganza di quei barbari. Li scruta dall’alto, i visi truci e butterati, barbuti e luridi; Atahuallpa ha parole di sprezzo, rifiuta la Bibbia, getta la parola sacra, quel sordo accumulo di segni, lontano da sé. In quel rifiuto si decide il destino di milioni. Il Libro Sacro, onusto di parole incomprensibili, assomiglia alla lancia dei feziali romani: Pizarro, infatti, a quel diniego, si sente investito di una giustificazione mistica; ordina, perciò, il giusto massacro: gli spagnoli spazzano via, da subito, centinaia di uomini: gli aristocratici Inca, orrendamente mutilati dalle spade toledane, non reagiscono: la loro unica preoccupazione consiste nel sorreggere quel trono d’oro; che il sovrano non tocchi terra! Sarebbe inammissibile! Chi cade sotto il baldacchino, perciò, è subito rimpiazzato, in una processione terribile, eroica e farsesca; nonostante le mani mozze qualcuno tenta di reggere il peso con le spalle, con la testa, disperatamente; il cumulo di cadaveri è gigantesco e insensato. La battaglia che segue un massacro senza resistenze. Migliaia cadono senza capacitarsi di ciò che accade. Lo scontro di civiltà è sproporzionato. Induriti da febbri e pestilenze e arricchiti dalle astuzie tattiche dispiegate nei secoli, da Annibale Barca ai proconsoli romani sin ai Goti, che Borges credeva antenati degli argentini, abili nella manovra e nel tradimento, gli Spagnoli vantano una logica di sterminio libera dal dato posticcio del cerimoniale e dell’onore. Atahuallpa è fatto prigioniero nel proprio stesso palazzo. Non comprende, ancora. Pizarro lo condanna a morte. Il “più grande di tutti i principi della terra” passa dall’incredulità allo stupore all’accettazione di un destino ignobile. Ora, solo ora, capisce la distruzione improvvisa: implora pietà, piange, bacia la croce, grida di accettare il battesimo e implora persino un nuovo nome, il nome di chi lo ha vinto: Francisco. Tutto inutile.
Pochi anni completano la rovina. 
 
Il figlio di Atahuallpa, Francisco, diviene il manutengolo degli invasori: egli stesso si occupa di soffocare nel sangue una rivolta capeggiata dai vecchi sacerdoti ordinandone il depezzamento in pubblico, a futura memoria. A Cajamarca, Quito e Cuzco, annerite dagli incendi, i vecchi e i malati, distesi nelle strade deserte, aspettano un futuro che mai arriverà. Il declino, rapido e allucinato, ha bloccato la storia Inca in un presente senza sbocchi e spiegazioni ove le nuove coordinate di senso sono riposte in idoli incomprensibili (un uomo crocefisso! una Vergine madre!) e in un linguaggio infernale, distillato da centinaia di guerre e suburre e dialetti: da Romolo, colui iniziò lento la disfatta degli Etruschi, a Scipione che vinse i Punici, dai biondi Goti sin agli Arabi che introdussero bagni e biblioteche e quei centri di traduzione (a Siviglia, Ishbilīyya) in cui l’Occidente e la Castiglia recuperarono le sottigliezze della scienza classica e la propria identità.
Ma la storia non si sazia mai abbastanza di umiliazioni. Pizarro stupra una sacerdotessa cugina di Atahuallpa, Chimpu Ocllo, poi la regala a un suo capitano. Chimpu è battezzata Isabel Suárez. Dall’unione nasce Garcilaso de la Vega. Garcilaso “è uomo di prosa minuziosa e garbata. Elogia l’invasore nella lingua dell’invasore, che ha fatto sua. Con una mano saluta la conquista come opera della Divina Provvidenza: i conquistatori, braccia di Dio, hanno evangelizzato il nuovo mondo e la tragedia ha pagato il prezzo della salvezza. Con l’altra mano dice addio al regno degli Incas, prima distrutto che conosciuto, e lo evoca con nostalgie da paradiso”.
E di tutto questo cosa rimane se non cenere? Cenere, dimenticanza o, se il destino ha deciso di vestire la tunica del carnefice, una finzione hollywoodiana. Chimpu Ocllo come Pocahontas, la bimba di Powhotan: altri invasori, altra lingua, altre distruzioni. Non c’è solo Hollywood, però.
Terrence Malick trarrà dalla storia di Pocahontas un grande film: The new world; Giovanni Luigi Bonelli uno degli snodi narrativi più memorabili di Tex; Neil Young la canzone eponima di Rust never sleeps: accanto all’altra, My my hey hey, altrettanto bella, dove allude a un tal Johnny Rotten, alias John Lydon, voce dei Sex Pistols.
Il nuovo mondo: e quale? Qual è il nuovo mondo? A quale prezzo si paga? 
 
Strappare la vita da sé stessi: ci avete pensato? Il bene inestimabile, dolce: indegno d’esser vissuto! Ecco la poesia più celebre di Catullo, sopravvissuta al fango didascalico degli anni liceali. Semplice, e profonda d’echi lucreziani. In essa ci si ferma spesso al dato amoroso, evidente e solare, ignorando il recesso oscuro che vi alberga – uno sfondo cosmico che esalta, per contrasto, i “basia mille”, i mille baci, come in certi quadri barocchi ove i tre quarti di atramento rendono abbagliante il superstite quarto di visi, oggetti e movenze.
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevi lux
nox est perpetua una dormienda
Il sole può tramontare e sorgere,
ma noi, tramontata la nostra breve luce,
dormiremo una sola notte eterna
La “nox perpetua”, “una dormienda”, la certezza della fine, la fine della nostra felice individuazione, un colpo di fortuna inspiegabile, folle e irripetibile, come ben considerava il genio Maupassant ne La tomba*; solo questo taglio implacabile a cui nessuno può sottrarsi, freddo e imperituro, la Morte, può dare valore all’incipit celeberrimo: “Vivemus”; e al suo dolce corollario: “atque amemus”.
Ignorare la psicologia sottesa all’adagio di Eraclito: “La malattia rende la salute piacevole e buona, la fame la sazietà la fatica il riposo”, questo ci fa rinunciare alla vera felicità e rende inutile l’umano e, quindi, la vita. 
 
Il laido parvenue Trimalcione fa gettare un piccolo scheletro d’argento snodabile sul desco dei commensali. L’oggettino assume pose grottesche, da contorsionista. Quindi il padrone di casa sentenzia: “Poveri noi, a cosa si riduce quella povera cosa che è l’uomo! Così diverremo una volta che l’Orco ci avrà rapito! Dunque viviamo, e bene, finché siamo in tempo”. “Ergo vivamus”: egli parla con estrema saggezza: da schiavo divenne libero, da povero ricco, da affamato crapulone: conosce, perciò, schiavitù e libertà, fame e sazietà, povertà e ricchezza.
E quando la vivremo mai, noi, la vita? Impossibile! Senza terrore e disperazione non v’è la felicità. Lo so, è un pensiero cinico. Spietato. Irricevibile. Cento partivano per il Carso o Gallipoli, rientravano, forse, in trenta. La metà erano feriti nell’animo e nel corpo, eppure il seme della vera speranza ritornava tra i sopravvissuti, potente, epidemico: le donne sorridevano tra le bandiere, era la pace, la pace vera, la pace dopo la guerra e i carnai, c’era una volontà, vasta e implacabile, di vivere!
Un tizio, inebriato dalla tecnologia, trova un nuovo balocco. Stavolta cade in estasi davanti a un grafico. E cosa rappresenta quel grafico? La svolta epocale rappresentata dall’introduzione della macchina a vapore: James Watt, 1775
La svolta, secondo il grafico, e l’adoratore d’esso, illustra “il grado di sviluppo sociale e umano, che significa benessere e quindi possibilità democratiche. Per 9700 anni filati le condizioni di vita del popolo comune rimasero sostanzialmente identiche, a un livello abominevole, spesso peggio degli animali selvatici … la disruption di allora si portò dietro una buona dose di lacrime e sangue prima di darci la modernità del benessere, che tuttavia furono nulla confronto a 9700 anni di vita abietti oltre l’immaginabile”. Seguono lodi sperticate: alla nuova disruption e alle incipienti AI; e consigli: alle famiglie che si devono acconciare al progresso; e fulmini: contro l’arretratezza italiana. Che l’Italia sia arretrata in questo campo non deve stupire: è il Paese con più storia e più lignaggio: in realtà resiste inconsciamente al nichilismo, per inerzia quasi metafisica. Che una civiltà sia arretrata significa poco: una civiltà, degna di tale nome, vive secondo equilibri che si è creata nei millenni. Spezzare quegli equilibri in nome di un progresso provoca, sempre (e dico: sempre), l’estinzione morale e materiale dei supposti beneficiati.
Riconoscere a ogni civiltà il proprio senso. Ogni minuscola concrezione umana, la più bislacca o folle, nasconde profondissime ragioni. Esige rispetto, non alterigia parademocratica. Se un tale, dal basso dell’insipienza, gonfia il petto cicalando di abiezione, ha capito nulla dell’umanità e della vita in generale. Egli dà corda solo al dissolvimento dell’umano, altro che progresso. Non è dissimile dagli Inglesi, questi utilitaristi del Nulla, che vollero insegnare a vivere agli Azande. Massimo Fini relaziona tale empito di bontà fanatica alla voce “Azande” nel suo Il ribelle dalla A alla Z: i subdoli effetti comici che il lettore ravviserà non dovranno, però, inficiare una lettura profonda e tragica della vicenda.
Bertoldo, il furbo e irsuto Bertoldo, diviene dignitario alla corte del re Alboino. Dame profumate, arazzi, argenti e morbide stoffe ora lo circondano; cibi raffinati allietano il desco. Eppure egli è infelice, talmente infelice che una bile nera gli allaga il cuore: si lascia morire. Perché, perché, gli chiedono. Perché, Bertoldo, perché, proprio ora che hai tutto! E lui: “Sì, ho tutto, tutto ciò che non avevo prima, ma non posso mangiare rape e fagioli”.
Rispettare ogni cultura non significa sentirsi di eguale dignità a quella cultura. Io, personalmente, rispetto i finlandesi. Mai, tuttavia, vivrei come loro. Che dire? Mi sembrano degli scemotti. Soprattutto quando pretendono, col loro naso da ubriaconi, mercé una minuta e ottusa legislazione europea, di insegnarmi a potare gli olivi. 
 
E però, la tecnologia … il ben-essere …
In effetti avere una lavatrice equivale a essere bene-stanti. Un tale Johnny Rotten, alias John Lydon, voce dei Sex Pistols, intuì che il punk era finito quando Siouxsie Sioux, frontwoman dei Banshees, si comprò una lavatrice. Benessere e creatività, benessere e rivoluzione, a volte, non vanno a braccetto.
Il libro è finito, come oggetto culturale, con gli smartphone. Un altro progresso: l’ortografia, la grammatica e la logica sentitamente ringraziano. I Masai vivevano in modo abietto? I Pigmei? Gli Aborigeni del Lazio? I Macedoni? Gli Incas? I Navajos? Gli Italiani? La disruption li ha annientati, evidentemente: saranno ora più felici? Sono domande precise, non allusioni da fricchettone. Mia nonna si recava al lavatoio, come le sue antenate cinquecentesche: viveva in modo abietto? La plebe sotto Ottaviano Augusto viveva in modo abietto? E chi lo sa. A leggere Petronio, no. C’erano gli schiavi, però! Dubito che gli schiavi dell’età imperiale, ricchi di vitto e alloggio, se la passassero peggio di un contrattista a progetto d’una compagnia telefonica in attesa d’essere licenziato dalle AI. Trimalcione era un liberto, d’altronde. Il suo piccolo podere confinava a nord con Terracina, a sud con Taranto.
Vi sono pure libri, ben scritti da qualche disfattista, secondo cui le comunità neolitiche era prospere, stabili e tranquille: tutto, men che abiette. E come se la passava il popolicchio sotto Anassimandro, primo metafisico dell’Occidente e sommo ecista? A mio avviso non troppo male. E i cinesi sotto il Khan? I Babilonesi sotto Hammurabi?
Il soldo creato dal nulla crea la tecnologia che crea la democrazia moderna, ovvero un’accozzaglia di matite copiative al servizio del neofeudalesimo nichilista. Il Rinascimento nacque grazie a un usuraio, ma i fiorini che andavano a sovvenzionare Botticelli e Ghiberti erano d’oro, sonanti, come la moneta di Bertoldo, sporchi di sangue e sudore, mai gratuiti o impalpabili.
La tecnologia è scienza? A me Elon Musk sembra un perfetto coglione che ne sa meno, in fatto di vita e felicità, della servetta che derise Talete, primo scienziato, quand’egli cadde in un fosso. O del Sileno: “Meglio per te, uomo, non essere mai nato!”. O del prelato di Fellini che ammonisce: “La vita non fu creata, uomini, per la vostra felicità”. O di Marco Aurelio che paragonava l’esistenza a un breve viaggio per mare: “T’imbarcasti. Hai navigato. Sei giunto. Ora scendi”.
La Sorella Morte dimorava fra gli uomini, benigna, poiché attizzava la vita.
Per questo Musk non sa, è insipiente, ovvero: sprovvisto di sapienza.
La sapienza, cos’è? Spesso si arriva a essa in quello stato indefinibile a mezzo tra la veglia e il sonno, tramite accecanti brandelli di ricordo. L’estate, nel primo pomeriggio, i sistri delle cicale a fare da bordone, è una perfetta stasi dell’esistenza. Il senso temporale si prosciuga permettendo il riaffiorare di relitti sacri del nostro passato: ogni cosa, creduta morta, è presente con pari dignità: un gesto scomparso, un paesaggio, una parola, persino i profumi sono lì con noi, veri, attuali, la volgare coscienza annientata: allora, con sicurezza, possiamo affermare: questa è la verità. E siamo noi, solo noi! Se potessimo estendere tale verità a un popolo, a una tradizione: questa la sapienza. E di cosa avremmo bisogno allora?
La maggior parte di noi vive, riconosciamolo, suvvia!, come Elon Musk, in modo abietto, avendo rinunciato alla parte di umanità migliore, quella che promana dal passato. Il mondo attende una folla di potenziali suicidi a cui la tecnologia risponderà in modo tecnologico: implementando l’eutanasia di massa.
Un australiano, dall’ominoso nome di Nitschke, Philip Nitschke, ha ideato la capsula Sarco (è l’abbreviazione di sarcofago) buona “per darsi la morte riempiendola con azoto. Per realizzarla basta una stampante 3D”. Nitschke è presidente dell’associazione “Exit” che cura il suicidio assistito. La propaganda opera sempre allo stesso modo: prima ammanta il tutto nella carta stagnola del pietismo e della bontà, quindi passa all’incasso. “Exit” per moribondi, comabondi o sofferenti estremi. Chi non è d’accordo? Poi, impercettibilmente, lo scivolamento: sì, va bene, ma anche pazzi, depressi, infelici, malati hanno il diritto, il diritto!, a togliersi dalle scatole quel fardello che è divenuta la propria vita. Non è l’uomo, ormai non più abietto, bensì libero dalle pastoie della morale vetusta, un essere totalmente liberato? Nel futuro, allora, tutti avranno diritto a una euthanasia machine, a una Sarco: “la capsula monoposto ha un comodo lettino al suo interno … dopo esser stata chiusa ermeticamente e reclinata, viene riempita con azoto causando la morte per asfissia”.
L’abilità di determinare il momento e la maniera della propria morte è un diritto umano fondamentale e dovrebbe essere rispettato da tutti”.
Beyond the terminally ill who are seeking options for a dignified way to end their life, the Sarco is also intended to open up the conversation about death and euthanasia without the underlying connotations of fear and shock”.
Questi pensieri, che qualcuno definirà estetizzanti, da esteta della poltrona, aspettano però una confutazione. Konrad Lorenz, da etologo insigne, uno che i parademocratici si affrettarono a definire paranazista, allude con chiarezza allo spegnimento progressivo dell’umano. Strappare l’umano da sé stessi e rendersi la vita indegna d’esser vissuta in nome del progresso tecnologico. Questo non è nemmeno un piano: pare, meschinamente, l’evoluzione psicologica di una specie che escogita, inconsapevole, la propria fine. Non ravvedo dolo in tale suicidio di massa, solo la stupidità che deriva dalla cesura irrevocabile con l’Antico Ordine.
Cosa faranno nel 2100?, mi chiedo. Senza lavoro, senza scuola, senza amore. Avranno ancora voglia di respirare? Le ore peseranno come piombo. Difficile vivere per l’uomo totalmente liberato; libero da ogni costrizione, soprattutto quelle del dovere e della carne. E i nuovi signori? Si annoieranno pure loro; qualcuno diverrà pazzo, altri si stancheranno presto del nuovo balocco; il sadismo sfogherà questa mancanza di mete, tale orizzonte monocromo; si tornerà a uccidere: del tutto legalmente, ovvio. Di cosa si avrà paura? Forse di nulla, nemmeno della Morte, che sarà sconfitta.
Quando nessuna luce animerà gli occhi ci sarà qualcuno a ricordarsi della Sibilla, l’eterna Sibilla, prigioniera a Cuma in un’ampollina, cui chiesero, indiscreti: “Sibilla, Sibilla, cosa vuoi?”. E lei: “Voglio morire”.

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