Seneca oggi

di Annibale Gagliani – 11 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

«Quando il sole della cultura è basso, anche i nani sembrano giganti». Karl Kraus acceca con il suo pensiero totale i due-terzi della schiera di opinion leaders del ventunesimo secolo: nati da uno spermatozoo del consumismo, allattati al seno del populismo, sverginati dal Ministero delle banalità dell’omologazione culturale. In mezzo agli echi del tamburo battente di questa società cosmopolita – che schianta gli individui l’uno contro l’altro per sfruttarli tatticamente, svuotandoli del loro plus-valore intellettuale ed emozionale –, prendiamo per mano l’avvocato degli dei, conducendolo ai piedi del cassonetto dell’indifferenziata sociale: Anneo Lucio Seneca, per gli amici il giovane.

Nato a Cordova il 4 a.C., morto a Roma il 65 d.C., è il massimo esponente dello stoicismo romano, corrente filosofica pragmatica fondata ad Atene da Zenone di Cizio nel 300 a.C., in piena epoca di assoluto splendore della ragione. Seneca è il filosofo dei trattati etico-politici e dei dialoghi che più hanno animato gli studi sulle divinità nel medioevo. San Girolamo e Sant’Agostinohanno goduto di lui, Leibniz e Kant lo hanno sfidato, Dostoevskij e Camus lo hanno amato. I suoi sette libri su Le questioni naturali e le sue dieci tragedie teatrali, tratte dalla mitologia greca – tra le quali Medea, Agamennone ed Ercole – ne elevano la statura a saggio che può fendere ogni tempo, grazie, altresì, a lettere filosofiche, epigrammi e lodi, in grado di fare apprezzare tesi aforistiche di pura antitesi verso la mediocrità permanente.

In particolare il flusso di coscienza regalato al suo discepolo più caro, Lucilio, riversato nel dialogo La provvidenza e in Lettere a Lucilio, rappresenta un testamento epistolare verso la disumana umanità odierna. Lucilio, da adesso in poi, si trasforma in un giovane qualsiasi della ultra-contemporaneità, e poco importa se egli sia fracassato di manganellate al confine tra Messico o Stati Uniti o sorseggi uno scotch ai piedi della piscina di proprietà: la marea stoica abbraccia l’intera generazione.

Apriamo il cuore de La provvidenza, mettendolo in comunicazione con gli attori dello spirito del capitalismo:

Non abbiate paura, vi scongiuro, di cotesti patimenti che gli dei immortali usano come stimoli per i vostri cuori: la sventura è occasione di virtù.

Seneca si interroga sul perché della sofferenza e dove porti il maestrale degli eventi. Nel contesto competitivo dei giorni nostri a nessun uomo conviene esporre le proprie fragilità, predicando da sconfitto la paura delle avversità costanti. L’ansia di perdere soffoca le idee e ciò accade soprattutto ai giovani, portatori di vene congelate e sinapsi che ricercano il compito facile. La paura potrebbe essere subito smorzata se la si dominasse con la spiegazione ragionevole delle sue variabili. Ivano Dionigi chiarisce come il perché di Seneca sia ricerca di tali variabili:

Il quesito del De provvidentia si configura anzitutto come un labirinto, all’interno del quale la parola provvidenza s’intreccia e si smarrisce con altre, non meno decisive, di segno uguale o contrario: fato, fortuna, male, libertà, grazia.

Oggi interessa soltanto vivere bene e a lungo. L’ideale del buon vissuto è però rovesciato, se pensiamo che originariamente questo era legato in primis al sostantivo “resistenza”. Lo stoicismo dava questa ricetta per “vivere bene”: autocontrollo e distacco dalle cose terrene; dominio delle passioni con integrità morale e spirituale. Un’elevazione esistenziale che porta lo stoico non solo a sopportare coraggiosamente le sofferenze e i disagi, ma altresì ad aiutare chi è in difficoltà, attraverso un intelletto scevro di corruzione. È un bagno interminabile nel Lete saggezza. A tal proposito, Seneca appende al collo dei giovani una metafora poderosa:

Saldo e forte è solo l’albero che subisce il frequente assalto del vento; è il continuo scuotimento a dargli più robustezza, più tenaci radici: sono fragili le piante cresciute in una valle solatia. È dunque un vantaggio degli uomini buoni, perché siano senza paura, trovarsi spesso in situazioni paurose e tollerare pazientemente quelli che non sono mali se non per chi mal sopporta.

Di questo encomiabile punto di vista è dotato anche un altro fine pensatore della cultura classica, Demetrio:

Non c’è, mi sembra, essere più sventurato di chi non ha mai avuto alcuna avversità, perché non ha avuto la possibilità di mettersi alla prova.

Le avversità sono il pane quotidiano del ventunesimo secolo, ma la problematica impellente non è tanto il poter vincerle o meno, quanto il menefreghismo cronico che l’uomo dispone nei loro confronti. Perché sulle poltrone di pelle degli ultimi della società hi-tech il benessere è tutto. Le criticità sono sciagure divine: portano sfiancante fatica, tutto quello che l’uomo del Duemila odia. La soluzione più comoda che egli ha brevettato è di eluderle piuttosto che risolverle. Partecipare al caos del mondo su un divano, con smartphone tra le dita, sorseggiando bevande multinazionali. Bello, freschissimo. Seneca non è per niente d’accordo:

Ti prego, carissimo, fa’ la sola cosa che può renderti felice: distruggi e calpesta questi beni splendidi solo esteriormente, che uno ti promette o che speri da un altro; aspira al vero bene e godi del tuo. Ma che cosa è “il tuo”? Te stesso e la parte migliore di te. […] Il piacere sta sul filo, e si muta in dolore se non ha misura; ma è difficile tenere una giusta misura in quello che si crede un bene: solo il desiderio, anche intenso, del vero bene è senza pericoli. Vuoi sapere che cosa sia il vero bene o da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dagli onesti propositi, dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, dal tranquillo e costante tenore di vita di chi segue sempre lo stesso cammino. Quegli uomini che passano da un proposito all’altro o neppure passano, ma si lasciano portare dal caso, come possono avere sicurezza e stabilità se sono incerti e instabili?

Mettiti in gioco, uomo. Abbraccia i principi della sofferenza e non solo quelli anabolizzanti del capitalismo: te lo dice una mente che ha preferito l’esilio – in Corsica e in Egitto – piuttosto che la ghigliottina delle sue idee; te lo dice un cuore che ha preferito due condanne a morte – una da Caligola e l’altra da Nerone – piuttosto che mandare al rogo le sue idee. Te lo dice l’allievo numero uno di Quinto Sestio nella scuola del Grammaticus di Roma, palestra di retorica capace di sorreggere il mondo e non di fare un inutile puttanaio da social o talk show. Perché i buoni subiscono sofferenze? Per insegnare agli altri a soffrire: sono nati per servire da esempio. I buoni, i saggi, servono d’esempio in mezzo alle tenebre della cultura, e in questi passi delle Lettere a Lucilio, Seneca intravede come modello massimo la favella elegiaca e umile del primo filosofo, colui che vinse la cicuta:

In carcere Socrate continuò a discutere di filosofia e non volle fuggire, pur essendoci chi gli assicurava la fuga; rimase per liberare gli uomini dalla paura delle due disgrazie ritenute più dure: la morte e il carcere.

Paura del confronto, dettata dalla poca preparazione. Ricerca di modelli scarsi, dettata dalla mediocrità controllabile voluta dalle élite dominanti. Corsie preferenziali per i più fortunati: si raggiunge un obiettivo attraverso la corruzione e niente importa se si arriva al traguardo da perfetti incapaci. Si diventa molli, senza spina dorsale. Seneca lo sa bene, Alfonso Traina lo conferma:

Nessuno ha racchiuso più senso in meno parole. Marcet sine adversario virtus, “infrollisce la virtù senza avversario”.

Il populismo dell’ultima ora dà lo scettro dell’opinione pubblica a maschere di cartone dall’eloquio pirotecnico, che non lasciano nessuno strascico didattico. È un urlo continuo e vuoto sulla massa. Colpa di chi frusta le file: scelgono bene da chi farsi rappresentare per mantenere lo status quo. Ma ancor di più, colpa del popolo che è ben lontano dal pretendere un Seneca al governo, mentre è ben disposto ad accogliere “talenti” dell’universo televisivo o web. Gente fragilissima, insensibile, incapace di lasciare un segno nell’interlocutore e nella storia. A tale moda – che devasta completamente gli assetti psichici umani – Lucio Anneo si oppone:

L’arciere non deve colpire il bersaglio di quando in quando, ma deve sbagliare solo di quando in quando; non è un’arte quella che arriva allo scopo per caso. La saggezza è un’arte: miri al sicuro, scelga chi può fare progressi, si allontani da quelli su cui non ha speranze, e tuttavia non rinunci subito e, anche in casi disperati, tenti rimedi estremi. […] Che cosa, dunque, ti potrà insegnare quella filosofia tanto lodata e preferibile a tutte le arti e a tutti i beni? Naturalmente a voler piacere a te stesso più che al popolo, a valutare i giudizi, ma non in base al numero, a vivere senza paura degli dei e degli uomini, a vincere i mali o a mettervi un limite.

Il pensatore deve seguire l’ingegno e non la mandria. Chi comanda deve essere estremamente capace, pronto, preparato e dotato di strategie precise e inequivocabili. Deve inglobare rispettivamente: il trionfo sulle passioni; l’esame della propria coscienza; la consapevolezza di essere strumento della ragione; la ricerca continua della libertas interiore; il fiuto nel riconoscere i portatori di buon senso. Platone sosteneva che la leggerezza più catastrofica che una cerchia sociale possa compiere è di scambiare i cani con i lupi, i guardiani con i mastini della democrazia. Sappiamo bene che tutto ciò oggi è accaduto, è legge. Struttura divisa in due tronconi – elitisti e resto della massa – difesa da catene invisibili, potenzialmente velenose al tatto. Puoi essere un migrante che consegna la sua vita nelle mani taglienti del mare d’odio e vergogna dei giorni nostri, oppure un semplice studente di famiglia agiata che deve scegliere cosa fare in questo weekend: sai bene che il male e la mediocrità sono da sempre i tiranni che attanagliano l’ellisse, ma è inconcepibile non muovere un grammo della propria virtù per combatterli. Le carezze di Seneca possono fungere da sveglia, il bacio di Fernando Pessoa è già passo d’azione:

L’esistenza del male non può essere negata, ma la cattiveria dell’esistenza del male può non essere accettata.