SPY FINANZA/ La tempesta sulle banche “annunciata” da Draghi e nascosta dai giornali

Se n’è parlato molto poco, ma Mario Draghi nell’audizione al Parlamento europeo ha di fatto lanciato un allarme sulla situazione delle banche europee. MAURO BOTTARELLI

Mario Draghi (Lapresse)Mario Draghi (Lapresse)

Non so voi, ma più passa il tempo, più i giorni ci regalano perle di saggezza del sovanismo nostrano in libera uscita, più mi sento come l’alieno arrivato sulla Terra da Marte mirabilmente tratteggiato dalla penna di Ennio Flaiano. Sicuramente è colpa mia, pensate che ancora ritengo indebitarsi un errore e perseverare in questa scelta, pur mascherandola da flessbilità o deroga in nome della crescita (o presunta tale), un attentato al futuro delle prossime generazioni. Quelle che, stranamente, preferiscono infatti fare fagotto e prendere un biglietto low-cost per la perfida Germania o per la traballante (inteso come status europeo) Gran Bretagna, piuttosto che restare in questo Paese, saltellando fra un lavoro a tempo determinato e uno stage a 400 euro al mese, senza nemmeno i ticket restaurant per il pranzo. 

Sarò anti-patriottico, ma il mio appello ai ventenni (ma anche trentenni) è e rimane questo: se ne avete la possibilità, anche tirata per il collo, andatevene da qui. E di corsa. Perché la situazione può solo peggiorare. Ieri ho fatto una rassegna stampa particolarmente attenta rispetto all’audizione di Mario Draghi in Commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo, tenutasi lunedì pomeriggio. Nell’ordine, venivano messe in evidenza queste argomentazioni. Sui conti pubblici italiani, attendiamo i fatti, perché finora ci sono stati solo annunci. Accidenti, aspettavamo Draghi per una dichiarazione di siffatta profondità. Ma si sa, questo Paese non sa guardarsi allo specchio e discutere senza ideologia di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, esiste solo la contrapposizione fra contrade, come al Palio di Siena: quindi, quelle parole del numero uno della Bce potevano essere piegate alla bisogna, vendendole a scelta come atto d’accusa verso la politica economica del governo tutta basata su promesse o come assoluzione in assenza di prove di colpevolezza. 

C’è stato poi l’appello all’unità dell’Europa, mai come oggi necessaria di fronte alle sfide del nuovo protezionismo innescato dalla politica commerciale di dazi degli Usa verso Ue e Cina, scaturita in un vero e proprio conflitto globale: anche qui, diciamo che non si è ecceduto in fantasia. E poi i tassi di interesse, i quali resteranno bassi anche dopo la fine del Qe, quantomeno per tutta la prima metà del prossimo anno: lo sappiamo da un anno, almeno, è stato il mantra di ogni conferenza stampa post-riunioni del board. Eppure, qualcosa di davvero interessante Draghi lo ha detto lunedì. E non solo per il contesto in cui ha parlato, proprio per il contenuto. 

Ecco la prima parte: «Un paracadute per le banche dell’eurozona, creando un Fondo di risoluzione unico dal Meccanismo europeo di stabilità, dovrebbe essere reso operativo il più presto possibile e deve essere dotato di procedure decisionali rapide ed efficienti». Ora, la seconda parte, sempre parlando del Sistema europeo di assicurazione dei depositi (Edis): «Non dovremmo essere frenati dalla distinzione tra riduzione del rischio e condivisione del rischio. Ricordiamo i progressi fatti sulla riduzione del rischio dalle banche, che in dieci anni hanno alzato del 67% il Common Equity Tier 1. In secondo luogo, la condivisione dei rischi aiuta notevolmente la riduzione del rischio, basti vedere il caso della Federal Deposit Insurance Corporation degli Stati Uniti, che ha risolto con successo 500 banche senza causare instabilità finanziaria». Infine, la terza parte: «Il Quantitative easing fa parte del nostro strumentario. Se ci sarà bisogno di questo strumento lo riutilizzeremo. Adesso non vediamo alcuna condizione per un prolungamento del programma di acquisti di asset oltre le date già comunicate». 

Ora, ripeto, essendo l’alieno di Flaiano, è ovvio che io non percepisca le notizie come gli umani, quindi non stupitevi se quanto avete letto ieri riguardo l’intervento di Draghi non mi dica assolutamente niente, se non la fiera della banalità. Altresì, perdonate la mia ingenuità extraterrestre se, invece, sentirmi dire dal capo della Bce non solo che serve e in fretta un paracadute per le banche dell’eurozona, oltretutto con pieni poteri e capacità di intervento immediata, ma addirittura che il Qe, intesa come misura straordinaria di espansione monetaria (leggi monetizzazione del debito), non è più da considerarsi tale, poiché ora fa parte a pieno titolo dello “strumentario” dell’Eurotower, mi fa suonare qualche campanello d’allarme. E ripeto, il fatto che lo abbia detto in una sede come quella del Parlamento Ue non è secondario, visto che è stato proprio il Consiglio europeo di due settimane fa a dare via libera formale all’utilizzo degli stanziamenti in capo all’Esm per il Fondo di risoluzione bancaria, rimandando però la discussione attuativa all’Europarlamento nella sessione autunnale. 

Lunedì Mario Draghi ha detto altro, di fatto ha dato un ordine: il paracadute per le banche europee non può attendere l’autunno, serve il più presto possibile. Perché? Pura precauzione? Certo, può essere, ma non certo da parte di un banchiere centrale e, soprattutto, da uno come Draghi con un passato dall’altra parte della barricata, ovvero a capo della divisione europea di Goldman Sachs: dire quelle parole equivale infatti a sanguinare in una piscina piena di squali. Se lo ha fatto è perché sa che c’è ancora un minimo di tempo prima che i mercati si muovano, non fosse altro per la confusione che regna attorno alle mosse della Casa Bianca e, soprattutto, della Banca centrale cinese. Ma quel tempo non solo non è eterno. ma nemmeno ascrivibile all’arco di attesa di pochi mesi, quel fondo serve prima della fine del Qe, pare aver detto Draghi fra le righe. 

E la Bundesbank, non dice nulla? Di fatto, Draghi ha istituzionalizzato in una sede istituzionale il Qe come mezzo di intervento statutario della Bce, creando un precedente grande come una casa per il suo successore dal prossimo anno: come mai il buon Jens Weidmann questa volta non ha avuto nulla di cui strepitare al riguardo, dopo i fuochi d’artificio che sparò per le mosse che seguirono il famoso whatever it takes? Forse perché fra i principali candidati ad avere bisogno di un sostegno, anche soltanto potenziale e in fase di deterrenza rispetto ad assalti speculativi finali, è Deutsche Bank? La quale il 3 settembre prossimo, a meno di un +40% in Borsa del suo titolo in un mese e mezzo, dirà addio alla quotazione nell’indice benchmark europeo Euro Stoxx 50, rischiando come estremo atto di vergogna a seguito della revisione di liberare un posto a favore di Unicredit. 

Qual è il vero stato di salute della banche europee, al netto della cagnara strumentale messa in atto in sede di Vigilanza prima sulla riforma della governance di popolari e credito cooperativo e poi sugli Npl, così tossici da avere la fila di fondi e banche (compresa la stessa Deutsche Bank) per acquistarli a prezzo di saldo? Quanto detto da Draghi lunedì – e debitamente ignorato da media ma anche da professoroni troppo impegnati in cervellotiche supercazzole per l’abbandono dell’euro – è di portata drammaticamente epocale, perché con il sorriso sulle labbra tipico delle dissimulazioni emergenziali, il capo della Bce ha scoperchiato almeno due volte il vaso di Pandora dell’innominabile: il Qe come strumento statutario pronto a essere riutilizzato quasi per via ordinaria in caso di necessità e la stringente urgenza di operare in sede europea in modo da schermare il sistema bancario dell’eurozona da un pericolo (o più pericoli) che lo stesso Draghi, evidentemente, vede come imminenti, dietro l’angolo. 

Ora, lasciate che in chiusura il vostro alieno vi ponga una domanda. Al netto di quanto vi ho detto finora, come leggete e interpretate queste parole? Eccole: «La scelta strategica deve essere di partecipare maggiormente all’Unione europea impegnando di più l’Italia nelle responsabilità comuni, anche con un portafoglio economico nella prossima Commissione europea. Altrimenti l’economia italiana potrebbe finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani. In questa primavera, in Argentina, il tasso di sconto ha perfino raggiunto il 40%. Con la lira italiana, negli anni Ottanta, il tasso di sconto fu anche del 19%». E ancora: «L’Ue eviti l’imposizione di un assorbimento patrimoniale sulle banche per il possesso di titoli pubblici che sono riserve di liquidità bancaria. I conflitti fra gli Stati in questi campi metterebbero in difficoltà gli Stati che hanno più debiti. I numeri dei tetti dei crediti deteriorati debbono essere motivati in modo trasparente e non debbono soffocare la ripresa». Chi lo ha detto? Il presidente dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, ieri mattina all’assemblea annuale dell’organizzazione. 

Perché evocare scenari argentini per l’Italia, in caso di poca adesione all’Ue? Teme l’uscita dalla moneta unica? Forse sa qualcosa che noi non sappiamo, magari di agende di governo parallele che filtrano da ambienti contigui al Mef? O da ministeri molto vicini alla questione Ue? E cosa intende, quando chiede maggior partecipazione? Forse evitare al prossimo appuntamento in programma di reiterare il veto posto da Giuseppe Conte proprio relativamente all’attuazione immediata del trasferimento di fondi Esm al Fondo di risoluzione bancaria, ragione che ha spostato ogni decisione fattuale e operativa all’autunno? Forse Patuelli ha giocato di sponda con Draghi, in tal senso? Forse ci sono rischi reali per il nostro sistema, inteso come istituti usciti faticosamente da vortici di crisi di liquidità che rischiano di non reggere il combinato di attacco speculativo e fine del Qe, dopo devastanti aumenti di capitale e tagli? E sui crediti deteriorati, se la battaglia è assolutamente condivisibile, siamo certi di avere tutte le carte in regola per attaccare lancia in resta la Vigilanza Bce? 

Mi tocca, purtroppo, riproporre questi due grafici, perché questo Paese ha il brutto vizio, oltre di avere la memoria corta, anche di scaricare sugli altri le proprie colpe, passando automaticamente dalla parte del torto, quando invece ha ragione in maniera percentualmente maggioritaria. Di quale ripresa frenata parla Patuelli, quella che da anni e anni ormai vede gli impieghi dei nostri principali istituti destinati all’incestuoso e perverso meccanismo di sostegno del debito pubblico attraverso l’acquisto con il badile di Btp? 

I grafici relativi al mese di maggio parlano chiaro: a fronte di uscite dai conti per circa 2 miliardi, assolutamente nel range di volatilità media mensile, i nostri istituti hanno comprato obbligazioni del Tesoro per oltre 30 miliardi, una cifra che non si vedeva dal 2012. Quale ripresa finanziano, quegli acquisti? E, attenzione, sono uomo di mondo, so che il debito le banche lo comprano perché sanno che, in questo modo, il governo di turno avrà un occhio di riguardo nei loro confronti, ma, allora, smettiamola di prenderci in giro, imputando alle normative sugli Npl, ancora da decidere, il freno alla crescita e alla ripresa: ciò che non è stato prestato a famiglie e imprese – e i dati Bce al riguardo parlano impietosamente chiaro, al netto di aste Ltro e quant’altro le banche abbiano ottenuto in questi anni di emergenza – è andato nell’acquisto di debito pubblico, il famoso doom loop che la Vigilanza Ue e i Paesi del Nord, Germania in testa, ci imputano come peccato originale del sistema bancario. 

E finché i dati daranno loro ragione, è inutile gridare al cattivone di turno: la Germania ha avuto politici meno cialtroni dei nostri che hanno tutelato Sparkasse e Landesbanken dai lacciuoli europei, tanto che l’80% dei sistema bancario tedesco, proprio perché facente capo a quella fattispecie di istituti, è di fatto statale e quindi non sotto vigilanza Bce. La colpa è solo nostra e di chi mandiamo a rappresentarci in Europa, non dell’Europa stessa. E, francamente, anche di chi dovrebbe raccontare le cose come stanno, anziché spaccare il capello in quattro rispetto a una riforma dell’euro che appare argomento attuale e concreto quanto il sesso degli angeli. Per il semplice fatto che, o ci svegliamo, o l’euro non ci sarà più del tutto. Ma forse, questo è proprio il risultato che qualche irresponsabile al governo – insieme ai suoi apprendisti stregoni, colti dalla sindrome di Andy Warhol riguardo i 5 minuti di celebrità che non si negano a nessuno – vuole raggiungere. 

Attenti alle parole di Draghi che non vi hanno voluto raccontare, ci dicono che di sabbia nella clessidra ne è rimasta davvero poca.