Ma non fuggono dalla fame, gli africani che sbarcano da noi

Giorgio Cattaneo libreidee.org 12.7.18

Gli immigrati che arrivano in Europa dall’Africa sono per lo più (oltre l’80%) giovani maschi, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, che viaggiano da soli. Le coppie e le famiglie sono una minoranza. Provengono da una serie di paesi dell’Africa subsahariana, anche se quest’anno c’è stato un picco di emigranti tunisini, con una prevalenza dall’Africa centrale e occidentale, da paesi come Nigeria, Senegal, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana. La loro condizione sociale? Non è facile dirlo, perché ci sono situazioni anche molto diverse tra loro. Va detto, comunque, che esiste sul tema dell’immigrazione un falso mito: la maggioranza non fugge da situazioni di estrema povertà. In genere sono persone provenienti da centri urbani, ed è lì che maturano l’idea di lasciare il paese. Dunque mi sembra corretto sostenere che il grosso dei migranti appartenga al ceto medio: persone non ricche, ma nemmeno povere, in grado di pagare profumatamente chi organizza i viaggi. Un paio d’anni fa, in un’intervista, il ministro dei Senegalesi all’Estero ha detto: «Qui non parte gente che non ha nulla, parte gente che vuole di più». L’idea diffusa in Africa è che basta arrivare in Europa per godere del benessere, senza considerare però che dietro la ricchezza prodotta ci sono dei sacrifici.

Ad alimentare questa illusione sono vari fattori. Uno su tutti: i trafficanti, che come è noto gestiscono la gran parte dei viaggi verso l’Europa. Sono loro che rafforzano questa idea, lo fanno ovviamente per procurarsi clienti. È utile sottolineare che il 13 giugno è stato pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) un rapporto dal quale emerge che nel 2016 queste organizzazioni criminali hanno trasportato almeno 2,5 milioni di persone, delle quali quasi 400.000 verso l’Italia, ricavandone in tutto da 5,5 a 7 miliardi di dollari. Il rapporto spiega dettagliatamente come funziona l’avvicinamento ai clienti, l’opera di convincimento, nonché quali sono le varie tariffe. Chi arriva in Europa, per lo più, non fa altro che alimentare verso i propri parenti e amici in Africa l’idea che sia giunto ad un traguardo per cui vale la pena spendere e rischiare. La tendenza è quella di descrivere situazioni positive, anche quando non lo sono, per giustificare la propria scelta. Ma va detto che spesso, in effetti, chi arriva non ha nulla di cui lamentarsi: siccome quasi tutti chiedono e ottengono asilo, almeno nei primi anni godono di un sistema di protezione e di assistenza da far invidia a chi non è ancora partito.

Le traversate nel deserto, i campi di detenzione libici, le tragedie nel Mediterraneo: non dovrebbero rappresentare un deterrente nei confronti di chi vuole partire? Il punto è che queste situazioni le conosciamo più noi che loro. L’accesso ai mezzi d’informazione degli africani, anche di coloro che vivono nelle città, è molto limitato. Detto ciò, molti conoscono i rischi e sono disposti ad accettarli, così come non si può escludere che molti altri, magari in un primo momento intenzionati a partire, desistano proprio alla luce di queste tragedie. A tal proposito vorrei sottolineare l’importanza del lavoro di controinformazione che stanno svolgendo alcuni soggetti in Africa. Alcuni governi, così come molte conferenze episcopali africane, si stanno spendendo per spiegare ai giovani quanto costa, quanto si rischia e quanto poco si ottiene, nel lungo periodo, ad emigrare in paesi dove non c’è occupazione né possibilità concreta di integrazione economica e sociale. Stanno svolgendo questo lavoro i governi del Senegal e del Niger – dal 2014 anche quello del Mali, il quale sta facendo una forte propaganda per dimostrare che un paese dal quale emigrano i suoi cittadini più giovani e forti non crescerà mai. E ancora: quello della Sierra Leone, a partire dall’anno scorso e in collaborazione con le autorità religiose, sia cristiane che islamiche. Sono piccoli passi in avanti che incoraggiano i giovani non a fuggire ma a restare, per migliorare il proprio paese.

L’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) parla di oltre 60 milioni di profughi in generale. Se poi parliamo di rifugiati, ovvero di persone che fuggono all’estero da guerre e persecuzioni, la cifra è di circa 20 milioni. Di questi, soltanto una minoranza esigua arriva in Italia, chiede asilo e lo ottiene: per quantificare, nel 2015 sono stati 3.555, nel 2016 4.940 e nel 2017 6.578. Perché sono così pochi? Perché la maggior parte di chi fugge da una guerra trova asilo appena varca il confine; del resto, la Convenzione di Ginevra prevede che il profugo chieda tempestivamente asilo nel primo paese che ha firmato la Convenzione in cui mette piede. C’è poi un secondo motivo: chi fugge sotto la minaccia di persecuzione e di guerra cerca di rimanere il più vicino a casa perché l’idea è quella di tornarci il prima possibile.

Quanto incide sull’emigrazione anche lo sfruttamento delle risorse? C’è il land grabbing, ossia l’accaparramento delle terre da parte di paesi stranieri o industrie. Sicuramente sono fattori che hanno una loro incidenza. Le responsabilità vanno trovate anzitutto nei governi africani, i quali – per restare al tema del land grabbing – preferiscono vendere le terre ad industrie o a paesi che hanno fame di terre coltivabili (Cina, India, Arabia Saudita) incassando subito del denaro piuttosto che incentivare l’agricoltura locale anche tramite investimenti. L’Africa è ricca di risorse minerarie, penso al cobalto ma soprattutto al petrolio, il quale viene acquistato e pagato dalle compagnie, ma il problema è capire dove vanno a finire i soldi. Nel 2014, su 77 miliardi di dollari che avrebbe dovuto incassare l’ente nazionale del petrolio nigeriano, 14 non sono mai stati depositati. Sono finiti in qualche conto corrente, mentre sarebbero dovuti servire per lo sviluppo sociale del paese. La Nigeria, pur essendo il primo produttore di petrolio del continente, importa il greggio già raffinato dall’estero.

L’Africa da oltre 20 anni registra una crescita economica notevole, e in prima fila ci sono i paesi da cui proviene la maggior parte dei migranti, solo che queste risorse vengono dilapidate o se ne giovano poche élite. Al recente Consiglio Europeo, gli Stati si sono impegnati a contribuire ulteriormente al Fondo Ue per l’Africa inviando altri 500 milioni. È un modo per “aiutarli a casa loro” o per alimentare la corruzione? Questi 500 milioni sono un ulteriore quantitativo, che si aggiunge ai miliardi che ogni anno vengono destinati all’Africa dalla cooperazione allo sviluppo di Stati Uniti ed Europa. Infatti quando sento invocare un “Piano Marshall per l’Africa” resto basita, perché di risorse ne vengono già inviate in modo ingente, ma i destinatari, cioè i governi, sono poco affidabili. Un esempio: in Somalia, che è uno dei paesi maggiormente assistiti, la Banca Mondiale qualche anno fa ha dimostrato che ogni 10 dollari che vengono elargiti al governo, 7 spariscono nel nulla.

E’ possibile che, dove è forte la presenza del radicalismo islamico, quei soldi che spariscono nel nulla finiscano ad arricchire i gruppi jihadisti? Chi lo sa. Certo è che questi gruppi hanno fonti di reddito molto robuste e sponsor molto potenti. Inoltre sono spesso invischiati in traffici illegali: spaccio di droga, di armi, bracconaggio. Anni fa si è scoperto che gli Al Shabaad della Somalia ottengono circa il 40% dei proventi dalla vendita di zanne di elefante. Considerate che in Kenya c’è un detto: “Oggi è stato ucciso un elefante, domani sarà ucciso un uomo”, proprio per sottolineare la correlazione tra bracconaggio e terrorismo. Una ricerca delle Nazioni Unite rivela che nel 2050 ci sarà un’ulteriore crescita demografica dell’Africa e un declino dell’Occidente. L’immigrazione di massa come fenomeno sempre più ineluttabile? Anzitutto si tratta di proiezioni, non di dati certi. Non è affatto detto che tra trent’anni la situazione rimarrà la stessa di oggi, in termini demografici.

Delle buone politiche familiari e un cambio culturale potrebbero invertire la tendenza demografica in Occidente, così come è possibile in primo luogo che la popolazione africana non aumenterà come l’Onu prevede (già si registra una piccola variazione verso il basso rispetto ai pronostici di pochi anni fa) e poi che l’Africa diventi finalmente un continente in grado di svilupparsi e di convincere i propri giovani a non fuggire alimentando i traffici clandestini di migranti. A mio avviso il modus operandi di molte Ong è molto discutibile, perché entrano in contatto diretto con i trafficanti e prevedono il trasbordo quasi in acque territoriali libiche per poi dirigersi verso l’Italia, anche se battono bandiera di un altro Stato e se il porto più vicino sarebbe altrove. Già il precedente governo, con il ministro Minniti, aveva sollevato il problema e aveva pensato di prendere provvedimenti. Il nuovo governo si sta dimostrando solo più determinato, ma l’intento è rimasto quello di far rispettare la sovranità nazionale e le leggi internazionali.

Chiudere i porti significa smettere di “restare umani”? L’Europa in generale, ma nello specifico l’Italia, sono molto lontane dalla fase più prospera della loro storia: gli ultimi dati ci parlano di 5 milioni di italiani in povertà assoluta e centinaia di migliaia di italiani emigrano all’estero; l’Italia è 20esima tra i paesi di emigrazione. In questa situazione, è solo giusto impedire a delle persone di raggiungere un paese che può assisterli nel breve periodo, ma che non è in grado di garantire loro un futuro dignitoso. Chi arriva dall’Africa in Italia ha remotissime possibilità di costruirsi una vita: il più delle volte è destinato a vivere di espedienti, a lavorare in nero e in condizioni disumane magari in qualche campo di pomodori oppure ad ingrossare le fila della criminalità organizzata. Chiudere i porti può essere un modo per scoraggiare i viaggi clandestini. È importante che si alimenti il passaparola tra migranti stessi. Esistono tantissime testimonianze di giovani che hanno iniziato il viaggio verso l’Europa ma che non sono riusciti ad arrivare a destinazione, i quali affermano che se lo avessero saputo non avrebbero speso soldi e sprecato anni della propria vita per un’impresa così aleatoria. L’unico modo per scoraggiare questi progetti senza futuro è proprio quello di dimostrare che il viaggio della speranza è un’illusione, che a destinazione non si arriva: e chiudere i porti è il messaggio più netto che possa giungere.

(Anna Bono, dichiarazioni rilasciate a Federico Cenci per l’intervista “Bisogna scoraggiare gli africani a emigrare, ecco perché”, pubblicata da “In Terris” l’11 luglio 2018. Africanista dell’università di Torino, la professoressa Bono ha pubblicato importanti studi sul fenomeno dell’immigrazione di origine africana).

ALLIANZ (IL PIÙ GRANDE GRUPPO ASSICURATIVO TEDESCO) SCONSIGLIA AGLI IMPRENDITORI DI GERMANIA DI FARE INVESTIMENTI IN ITALIA (E SPECIALMENTE NEL SUD), E LE AGENZIE INTERNAZIONALI INDICANO IL “RISCHIO DA INCERTEZZA GIUDIZIARIA” COME UNA MINA AGLI INVESTIMENTI ESTERI NEL BEL PAESE: PROPRIO QUEL CHE SERVE PER RISOLLEVARE LA NOSTRA ECONOMIA…

dagospia.com 12.7.18

Alberto Brambilla per il Foglio

 

ALLIANZ ASSICURAZIONIALLIANZ ASSICURAZIONI

Il 5 giugno i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria-Gico di Catanzaro hanno eseguito la confisca del parco eolico Wind Farm di Isola di Capo Rizzuto. La confisca dell’ enorme impianto, che è uno dei più grandi d’ Europa e vale 350 milioni di euro, è stata disposta dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Crotone su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il provvedimento è indirizzato a Pasquale Arena, parente dell’ omonima famiglia di ‘ndrangheta ma incensurato, il quale detiene, tramite altri parenti, quote nella Purena Srl che con una quota di minoranza fa parte della Vent1 Capo Rizzuto Srl, società proprietaria del parco.

 

parco eolico Wind Farm di Isola di Capo RizzutoPARCO EOLICO WIND FARM DI ISOLA DI CAPO RIZZUTO

L’ azione giudiziaria mirata a colpire la cosca può, però, avere un contraccolpo indesiderato, rischiando di compromettere le prospettive di investimenti esteri in Italia e nel Mezzogiorno. La confisca di un bene richiede come presupposto che il bene stesso sia frutto di attività illecite o che ne costituiscano il reimpiego. Per capire, è utile un riepilogo.

 

eolicoEOLICO

Il parco eolico Wind Farm viene progettato e realizzato tra il 2005 e il 2009 dalla Enercon. E’ un impianto eolico composto da 48 aerogeneratori ed è considerato tra i più grandi d’ Europa. La società proprietaria, la Vent1 Capo Rizzuto Srl, ha prevalentemente soci tedeschi e in minima parte italiani. Wind Farm viene realizzato con un investimento di 230 milioni di euro, interamente finanziati dalla banca pubblica tedesca Hsh Nordbank specializzata in progetti “green”.

 

L’ origine del finanziamento è, dunque, la Hsh: l’ istituto di credito, con sede ad Amburgo, ha concesso il credito interfacciandosi anzitutto con il manager tedesco Ludwig Nyhuis della Nyhuis Beteilingungs GmbH & Co, la quale detiene il 19 per cento delle quote.

OLIVIER BAETE ALLIANZOLIVIER BAETE ALLIANZ

La tedesca Tiger Energy Project ha il 34, la sammarinese Seas Sr1 il 30, le tedesche Pommer & Schwarz ed Eden il 10 e il 7 rispettivamente. Secondo la difesa, non sono coinvolti cittadini italiani nelle trattative con Hsh.

 

Nel luglio 2012 la Dda di Catanzaro dispone il primo sequestro del parco che, secondo gli inquirenti, sarebbe nella disponibilità della famiglia Arena. I soci tedeschi mostrano i movimenti in denaro e viene per loro chiesta un’ archiviazione su cui il giudice italiano non ha ancora deciso. Il parco eolico viene dissequestrato. La procura tedesca di Osnabruck conferma, nell’ ambito di una rogatoria internazionale, che Hsh ha finanziato per intero il progetto Wind Farm.

 

PALE EOLICHEPALE EOLICHE

Nel 2016 la Dda di Catanzaro fa partire un nuovo procedimento in cui chiede una misura di prevenzione nei confronti di Pasquale Arena. Nel 2017 gli stessi pm, per aggirare il blocco rappresentato dalla procedura in riserva da oltre un anno, presentano una nuova richiesta di confisca, arricchita dalle dichiarazioni di un pentito. Il tribunale di Crotone, pur in presenza della medesima richiesta già formulata e rigettata, dispone la confisca del parco eolico sulla base delle medesime intercettazioni e sulle dichiarazioni del pentito secondo il quale l’ impianto è in mano alla criminalità organizzata.

 

eolicoEOLICO

Il tribunale di Crotone sosteneva che “non è il sistema dei finanziamenti, per i quali non si è raggiunta la prova della provenienza illecita, l’ elemento su cui si fonda la proposta (di confisca, ndr)”. Ritenendo lecito il finanziamento, pur ravvisando una presunta influenza di Pasquale Arena che però non ha a che fare con la provenienza del denaro, verrebbe meno un presupposto per l’ applicazione della confisca. In caso di conferma la prospettiva di nuovi investimenti tedeschi potrebbe risentirne?

MICHAEL DIEKMANN DI ALLIANZMICHAEL DIEKMANN DI ALLIANZ

 

Intanto, l’ assicurazione Allianz ha iniziato a sconsigliare agli operatori in Germania di investire nel Mezzogiorno. Che conseguenze avrebbe la conferma della confisca malgrado una pronuncia dei magistrati tedeschi che ha accertato l’ assenza di legami tra il finanziamento per realizzare il parco da parte di una banca pubblica e la ‘ndrangheta?

Contrastare la criminalità organizzata in Calabria è un compito improbo, cercare spazio per investire lì può esserlo altrettanto.

Banche, in Europa fusioni all’orizzonte

http://www.bluerating.com/author/telara 12.7.18

Il Financial Times dedica un servizio a una possibile stagione di M&A tra i grandi istituti finanziari del Vecchio Continente. Anche UniCredit tra i possibili protagonisti.

Quale potrebbe essere il prossimo deal? Una fusione tra Barclays e Standard Chartered, tra Deutsche Bank e Commerzbank, tra Nordea e Abn Amro o tra Société Générale e UniCredit? E’ l’interrogativo che fa da sfondo a un lungo articolo pubblicato sul Financial Times, in cui si analizzano i possibili scenari sul mercato bancario europeo, dove manca un player attivo su scala continentale. Il quotidiano britannico sottolinea che la più grande banca d’Europa, cioè lo spagnolo Banco Santander, vale nel compresso appena un quarto di un colosso statunitense come Jp Morgan Chase. Il Financial Times si chiede però se questo sia il momento giusto per mettere in campo queste operazioni visto che oggi il mondo bancario è interessato da problemi diversi rispetto a quelli dimensionali, come la possibile concorrenza di player esterni al settore quali le grandi aziende tecnologiche, sempre più propense a vedere servizi finanziari.

Intesa Sanpaolo, Mps, Banco Bpm, Ubi ecc. Perché le banche italiane gongolano per la svolta Bce sugli Npl

http://www.startmag.it/author/francesco_ninfole 12.7.18

L’articolo di Francesco Ninfole, giornalista di Mf/Milano finanza, sulla ultima mossa della Vigilanza Bce sugli Npl che è vista con apprezzamento dalle banche italiane come Intesa Sanpaolo, Mps, Banco Bpm, Ubi e non solo…

La Vigilanza Bce ha annunciato ieri l’approccio che seguirà sullo stock di crediti deteriorati delle banche, ma stavolta l’orientamento è diverso e più cauto rispetto a quello deciso sui nuovi flussi con l’addendum sugli npl. È stata così respinta la linea caldeggiata da Danièle Nouy, presidente della Vigilanza, che avrebbe voluto definire un calendario di svalutazioni come per i nuovi deteriorati.

CHE COSA HA SCRITTO LA BCE SUGLI NPL

Nel breve testo diffuso ieri non ci sono cifre né soglie di riduzione degli stock (come quelle che Francia e Germania hanno suggerito nella dichiarazione di Meseberg, senza però trovare sostegno a livello Ue). Al contrario c’è innanzitutto la precisazione che le attese della Vigilanza saranno «per singola banca». Nessuna indicazione di livelli uguali per tutti gli istituti, neanche come semplice attesa del supervisore. Fonti della Banca d’Italia hanno definito «ragionevole» l’approccio indicato ieri dal Single Supervisory Mechanism.

IL COMMENTO DI GUALTIERI (PD)

Roberto Gualtieri, presidente della commissione economica del Parlamento Ue, commenta con MF-Milano Finanza: «È positivo che l’ipotesi di un’estensione del calendar provisioning allo stock di npl sia stata finalmente e definitivamente archiviata, confermando un approccio caso per caso che consentirà di definire le aspettative attraverso un dialogo con le singole banche e di tenere conto della specifica natura dei loro portafogli». Per Gualtieri «si tratta, come il Parlamento europeo ha da tempo sottolineato, dell’unico approccio compatibile con le competenze attribuite al supervisore dalla legislazione europea, e del più adatto a conciliare il necessario sforzo di riduzione degli npl con la stabilità finanziaria. Siamo soddisfatti di aver contribuito a questo esito». Secondo il presidente della commissione parlamentare «è bene che dopo mesi di incertezza la discussione si sia finalmente chiusa. Auspichiamo ora che la Bce adotti metta in pratica questo approccio in modo equilibrato».

TUTTE LE NOVITA’ DELLA VIGILANZA BCE

Le aspettative, ha precisato Bce, saranno basate su «una valutazione comparata (benchmarking) di banche raffrontabili», che considererà «l’attuale incidenza degli npl della banca» e «le principali caratteristiche della sua situazione finanziaria». In sostanza si confronterà la situazione di banche simili, ma senza cluster o categorie predefinite: un potere che di fatto la Bce ha già oggi. L’obiettivo secondo Francoforte è «assicurare costanti progressi nella riduzione dei rischi» e «conseguire lo stesso livello di copertura per le consistenze e i flussi di npl in un orizzonte di medio termine». Nel tempo i nuovi npl saranno regolati con le normative in corso di definizione, in particolare quelle che si stanno definendo in ambito europeo dopo le prime proposte della Commissione Ue.

COME E’ CAMBIATA LA POSIZIONE DELLA BCE

Il linguaggio vago del testo Bce appare un compromesso necessario, considerando anche l’impegno profuso da Nouy negli scorsi mesi per una linea più dura. Nel giorno della pubblicazione della prima bozza di addendum (4 ottobre) la Bce aveva parlato di possibili misure sugli stock nel primo trimestre 2018: il messaggio ha preoccupato a lungo il mercato, ma poi non ha avuto seguito, anche perché c’è stata una forte reazione del mondo bancario e parlamentare. Anche un’analisi del braccio monetario della Bce avrebbe messo in guardia sui rischi di misure eccessivamente severe per il credito e il sistema finanziario. Alla fine Nouy, il cui mandato scade a fine anno, ha dovuto fare retromarcia.

CHE COSA SI DICE IN BANCA D’ITALIA

In Banca d’Italia si è osservato ieri che l’approccio banca per banca del Ssm rappresenta «un ragionevole punto di incontro tra la necessità di mantenere il dovuto rigore su un tema di primaria importanza per la complessiva riduzione dei rischi nel sistema bancario europeo e quella di tenere conto delle specificità delle singole banche per individuare un percorso graduale e sostenibile per l’adeguamento dei livelli di accantonamento sui crediti».

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

Ecomafia, un “business” in crescita

sputnicnews.com 12.7.18 Tatiana Santi

Il rapporto ecomafia 2018 presentato a Montecitorio da Legambiente dipinge un quadro allarmante: un business che vale 14 miliardi, il settore dei rifiuti il più colpito, seguono i delitti contro animali e fauna, il ciclo del cemento. Nel 2017 il numero di arresti è raddoppiato grazie alla legge sugli ecoreati, ma l’emergenza continua.

La legge sugli ecoreati entrata in vigore tre anni fa ha permesso l’inserimento dei delitti contro l’ambiente nel codice penale, un passo in avanti lungo una strada tutta in salita contro l’ecomafia. La legge non affronta tutti gli aspetti di quest’emergenza che richiede un forte impegno politico. È quanto emerge dal rapporto di Legambiente presentato recentemente alla Camera dei Deputati.

Quali misure sono necessarie per lottare contro le ecomafie, lo smaltimento illegali dei rifiuti e l’abusivismo? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Stefano Ciafani, presidente di Legambiente.

— Il rapporto sull’ecomafia 2018 rileva dati allarmanti: i reati contro l’ambiente valgono 14 miliardi di euro. Presidente Ciafani, possiamo dire che si tratta di un business in espansione?

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente
© FOTO : FORNITA DA STEFANO CIAFANI
Stefano Ciafani, presidente di Legambiente

— Sì, è un business che cresce, questa è la parte negativa del rapporto ecomafia 2018. Vi sono anche aspetti positivi. Di fronte alla forza delle mafie nel settore dei rifiuti, del cemento, nel racket degli animali e nei traffici illegali dei beni culturali grazie alla nuova legge sugli ecoreati, entrata in vigore 3 anni fa, lo scorso anno c’è stato il maggior numero di arresti. Lo scorso anno è più che raddoppiato il numero di indagini contro i trafficanti di rifiuti.

Grazie a questa legge c’è una risposta molto forte contro gli ecocriminali e gli ecomafiosi. Quello che emerge dal rapporto però è che questa legge affronta solo alcune delle questioni, perciò, quando abbiamo presentato alla Camera dei Deputati il rapporto, abbiamo fatto 10 proposte di modifica normativa per poter completare la rivoluzione avviata con l’approvazione della legge sugli ecoreati.

— Che cosa chiede Legambiente al governo? Quali passi vanno intrapresi?

— Chiediamo di mettere in campo un’azione di formazione per tutti gli operatori, a partire dai magistrati e dalle forze di polizia, è una legge che deve essere conosciuta in tutto il Paese. Questa legge deve essere utilizzata da tutte le procure a livello nazionale e a livello delle forze di polizia. Abbiamo chiesto di togliere la cosiddetta clausola di invarianza dei costi per lo Stato, la legge prevede che non vi siano costi ulteriori, ma sono necessari fondi pubblici per la formazione degli operatori.

Abbiamo chiesto al ministero dell’Ambiente di approvare i decreti attuativi della legge sulle agenzie regionali protezione dell’ambiente che mancano. Tali decreti servono per rendere uniformi sul territorio nazionale i controlli preventivi svolti dai tecnici delle APPA. Per contrastare il racket di animali abbiamo chiesto di inserire nel codice penale anche i delitti contro fauna e flora protette. Per fermare i trafficanti di opere d’arte abbiamo chiesto di approvare il delitto di attività organizzate per i beni culturali e i reperti archeologici.La richiesta più pressante che abbiamo fatto è quella di inaugurare una stagione di abbattimenti di strutture abusive e degli ecomostri che però può essere fatta solo se verrà approvata una modifica normativa, che toglierà la competenza dell’abbattimento ai comuni e la centralizzerà allo Stato. Questo perché gli abbattimenti degli ecomostri sono vittima del ricatto elettorale. I sindaci a volte sono stati minacciati di morte. Anche il ministro Costa conveniva sul fatto che le competenze in questo settore dovessero essere centralizzate.

— I principali reati contro l’ambiente sono legati al settore dei rifiuti. La mafia continua ad avere un ruolo centrale nel dramma dei rifiuti?

 Le ecomafie continuano a smaltire illegalmente i rifiuti nelle zone dove sono operative. Poi vi sono anche organizzazioni criminali, non necessariamente mafiose, che operano sul territorio nazionale con metodi simili a quelli delle ecomafie. Queste organizzazioni trafficano e smantellano illegalmente rifiuti industriali. Il fenomeno esiste ancora, però fortunatamente ci sono strumenti normativi per fermare questi traffici, lo scorso anno infatti è più che raddoppiato il numero degli arresti e il numero delle indagini. Grazie alla legge sugli ecoreati lo Stato sta mettendo in campo una risposta importante contro i trafficanti di rifiuti. La legge va utilizzata sempre di più.

— Fino a poco tempo fa i reati contro l’ambiente rappresentavano un tema poco dibattuto. Secondo lei ci vuole più attenzione mediatica nei confronti di questo problema?

— L’attenzione mediatica è molto importante. Abbiamo iniziato questo lavoro nel ’94, senza i media non avremmo mai sensibilizzato i cittadini e costretto la politica ad attuare delle norme per inserire i delitti contro l’ambiente nel codice penale. Ogni anno presentiamo il rapporto sulle ecomafie, parliamo delle aggressioni criminali messe in campo dalle organizzazioni mafiose, i media ci aiutano nel raccontarlo. Questo è fondamentale perché poi parlamento e governo approvino le norme che servono per contrastare questi fenomeni criminali. Senza i giornalisti non ce l’avremmo mai fatta.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

 

Leonardo: su ex manager Biraghi spunta una lettera di Profumo

S.N. finanzareport.it 12.7.18

L’ex capo della cyber-security avrebbe trovato un accordo per essere sollevato da ogni responsabilità


 
 

C’è stato un accordo tra Andrea Biraghi, il manager presunto “infedele” dimessosi nei giorni scorsi da Leonardo (ex Finemccanica), e l’amministratore delegato Alessandro Profumo, che in una lettera lo ha sollevato da ogni responsabilità per i fatti al centro delle accuse.

Lo scrive il Sole 24 Ore citando testualmente la lettera di Profumo all’ex responsabile della divisione Sistemi per la sicurezza e le informazioni (o cyber-security). “Egregio Ing. Biraghi, ci riferiamo al procedimento disciplinare posto in essere nei Suoi confronti e Le confermiamo che, tenuto conto anche di quanto da Lei osservato nelle Sue lettere del 18 maggio u.s., del 7 giugno u.s. e del 22 giugno u.s., come pure di quanto ad oggi emerso a seguito degli approfondimenti compiuti, allo stato non sono stati riscontrati elementi che, a parere della scrivente Società, fondino una Sua personale e colpevole responsabilità nei confronti della stessa”.

La lettera è datata 27 giugno, e benché discolpi il manager, Biraghi il giorno dopo si è dimesso, facendo appunto pensare a un accordo con l’azienda.

Biraghi si è dimesso infatti il 28 giugno, dopo un’indagine interna che gli contestava opacità nei rapporti con fornitori e altre operazioni, portando a un provvedimento di sospensione per 50 giorni.

Diverso invece il destino del capo degli acquisti, Stefano Orlandini, che è stato licenziato in tronco, mentre Biraghi lasciando Leonardo per dimissioni ha incassato le indennità contrattuali.

Biraghi, ricorda il Sole 24 Ore, era stato promosso capo della divisione cyber security a fine 2015 da Mauro Moretti e aveva avuto rapporti anche con Marco Carrai, amico dell’ex premier Matteo Renzi.

Attualmente la guida della cyber-security è stata affidata da Profumo a Norman Bone, di nazionalità scozzese e già a capo della divisione Sistemi avionici, mentre l’unità organizzativa acquisti e supply chain della divisione, in precedenza guidata da Orlandini, è stata invece affidata a Manuele Marra, attualmente capo acquisti informatici in Lgs.

Bce: l’Italia punta alla presidenza della vigilanza sulle banche

Massimo Morici panorama.it 12.7.18

A fine anno scade il mandato della francese Nouy. In pole, tre italiani: in ballo la supervisione degli istituti di credito e il nodo delle sofferenze

Danièle Nouy

Daniele Nouy, membro del Supervisory Board della BCE – Credits: DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images

 

A Francoforte non conta solo Mario Draghi, presidente della Bce. Lo sanno bene le grandi banche italiane, definite sistemiche, che sono alle prese con la gestione delle sofferenze bancarie. E che hanno avuto a che fare con il capo della vigilanza bancaria europea, la francese Danièle Nouy, una super burocrate con un passato all’autorità francese preposta alla vigilanza prudenziale e risoluzione delle crisi e come segretario generale del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria. Nominata a fine 2013, il suo mandato, iniziato il primo gennaio 2014 e di durata quinquennale, scadrà a fine 2018, un anno prima del termine dell’incarico affidato a Mario Draghi.

E se per la poltrona della Bce, quella che decide la politica monetaria, si vocifera da anni di un possibile incarico a un tedesco (il nome più citato è quelle del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann) o a un banchiere di un paese “core” vicino alla Germania, alla vigilanza ora si fanno più insistenti le indiscrezioni di una possibile ascesa di un italiano.

A caccia di poltrone

A porre la questione ai piani alti, è stato a inizio luglio il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, secondo cui il prossimo candidato alla vigilanza delle banche potrebbe venire da un paese del Sud Europa, con l’Italia che avrebbe “segnalato il suo interesse” proprio per il posto della Nouy.

Il quotidiano finanziario tedesco fa presente che il nostro paese è ben rappresentato oggi ai piani alti, ma rischia di non esserlo più nel giro di 18 mesi: a fine ottobre scade il mandato dell’alto rappresentate dell’Unione per gli Affari Esteri, Federica Mogherini; a luglio 2019 quello di Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo; e a fine 2019 quello di Mario Draghi.

Il nodo delle sofferenze

È naturale che un paese come l’Italia (terza economia dell’Eurozona e trai primi quattro per numero di abitanti) ambisca a nuovi incarichi. E la prima poltrona libera sarà appunto quella della Nouy: è un ruolo, il suo, piuttosto defilato, ma delicatissimo. Per capirlo, basta ritornare alle polemiche sugli stress test e sulle regole per rafforzare i bilanci delle banche europee imposte dalla Bce in anni recenti.

La vigilanza europea, infatti, è stata più volte accusata dalla stampa italiana di utilizzare due pesi e due misure: il guanto di velluto con le banche francesi e tedesche, molto attive sul mercato dei derivati, e il manganello con quelle italiane, che sono rimaste essenzialmente banche commerciali (l’investment banking è quasi del tutto assente nel nostro paese, salvo pochi casi).

Cominciano a circolare anche i primi nomi di italiani che potrebbero succedere a Nouy, professionisti stimati e tutti con esperienze nelle istituzioni europee. A partire da Andrea Enria, che dal 2011 guida l’Eba e che vanta un passato in Bankitalia e da consulente dell’ex premier Lamberto Dini (nel 1995). Gli altri papabili, inoltre, sono l’ex Bankitalia Ignazio Angeloni, che è nel consiglio della vigilanza bancaria europea dal 2014, e Fabio Panetta, membro del board di Bankitalia.

La partita, comunque, è tutta politica: l’indicazione della nomina del numero uno della vigilanza bancaria la fa formalmente il Consiglio dell’Unione europea, dopo l’ok del Parlamento europeo alla proposta relativa formata dal Consiglio direttivo della Bce.

Nuovo caso Strava, un’altra App spia militari e 007 COINVOLTI ANCHE ITALIANI. L’APPLICAZIONE FLOW SVELA INFORMAZIONI PRIVATE DI AGENTI DEI SERVIZI SEGRETI, BASI MILITARI, AEROPORTI E MOLTO ALTRO

ofcsreport 10.7.18

a cura di Veronica Di Benedetto Montaccini 

Solo sei mesi fa era esploso il caso Strava, l’App fitness dedicata al monitoraggio dell’attività fisica, ma che forniva informazioni sulle abitazioni e le vite di spie e militari che si allenano in località segrete, in particolare fra Siria e Afghanistan. La società ha negato la fuga di dati ma ha sospeso la mappa Explore.

Adesso è scoppiato un caso simile

Questo ultimo episodio riguarda Polar, gruppo finlandese attivo nel settore deltracking di sport e salute, che attraverso l’applicazione Flow potrebbe produrre conseguenze altrettanto gravi. Miliardi di investimenti in sicurezza e cybersicurezza, attività di intelligence, droni invisibili ai radar. Poi basta una corsetta e la copertura salta. L’applicazione non solo monitora le attività degli sportivi (bici, corsa, nuoto e sci) ma le mette in condivisione in una sorta di social network per atleti.

L’inchiesta di De Correspondent e Bellingcat

Sono state due testate, l’olandese De Correspondent e il sito investigativo Bellingcat, ad aver scoperto questo rischio. L’App Flow rivelerebbe infatti “abitazioni e vite di membri di agenzie d’intelligence, basi militari e aeroporti, siti di stoccaggio nucleare e ambasciate in tutto il mondo”.

Nel caso in cui non venga volutamente disattivato l’opzione condivisione,l’App rende visibile a tutti gli utenti le attività di un particolare individuo. Con la “heath map” di Strava era per esempio possibile visualizzare il percorso di un militare che faceva jogging nel compound aeroportuale in Iraq così come le sue attività magari una volta a casa, negli Stati Uniti o nei Paesi bassi.

Le rivelazioni

Ecco alcune delle geolocalizzazioni che sono state ritrovate: personale militare operativo in basi dove sono custodite armi nucleari, personale di intelligence attivo vicino a basi militari, agenti Fbi e analisti NSA, personale militare specializzato in cyber security e difesa missilistica, personale addetto ai sottomarini, un Ceo di una nota azienda che si allena in tutto il mondo, soldati russi in Crimea, personale militare a Guantanamo, truppe vicino al confine nordcoreano, addirittura personale di aviazione coinvolto in operazioni contro lo Stato islamico. La base per tutti questi dati è proprio la mappa Explore.

Gli italiani coinvolti

6460, questo il numero delle persone potenzialmente coinvolte provenienti da 69 nazionalità diverse. Nella lista nera delle nazionalità pubblicata dalle due testate che per prime hanno divulgato l’inchiesta, ci sono anche italiani. Non ci sono i nomi per ragioni di privacy ma 49 militari risultano lavorare nella base di Sigonella, sede dell’aeroporto militare italiano che ospita anche la Naval air station (Nas) della Marina statunitense. Si può risalire a nomi e cognomi, a indirizzi, a abitudini di persone dai quattro lati del pianeta.

Perché una App per correre ci svela i segreti della Cia

Del caso Strava se ne era accorto uno studente australiano, Nathan Ruser. Ha zoomato nei punti più scuri della mappa e ha notato che, nel bel mezzo del nulla digitale, spuntavano delle linee: si trovano in Siria, in Somalia, in Iran, in Afghanistan e sono i tragitti dei militari. Accedono all’applicazione, si agganciano al gps, magari lungo il perimetro della propria base. Ed eccole localizzate, disegnate da linee bianche, gialle e rosse senza bisogno di telecamere e infiltrati. La società continua a negare ma, tuttavia, ha sospeso Explore in via precauzionale, proprio per non rischiare.

Al momento la stragrande maggioranza degli utenti Polar mantiene i profili privati. Per questo basta in teoria accedere alle impostazioni. Un’opzione che il personale militare non aveva ritenuto necessaria. O, peggio, non sapeva esistesse.

 

Cassa depositi e prestiti, ecco fatti, nomi e indiscrezioni sulle nomine in ballo

Michele Arnese Startmag.it 12.7.18

Rush finale per le nomine ai vertici di Cdp.

In queste ore i partiti della maggioranza con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, stanno definendo la lista del Tesoro da presentare all’assemblea della Cdp (Cassa depositi e prestiti) in calendario il 13 luglio.

In azione sul dossier nomine c’è anche Davide Casaleggio, come ha svelato oggi il quotidiano La Stampa in un articolo di Federico Capurso, da tempo addentro alle segrete cose dei Cinque Stelle (fece rumore una sua intervista-scoop con l’ex assessore comunale a Roma, Paolo Berdini).

La Stampa ha scritto che il numero uno dell’associazione Rousseau è a Roma per seguire anche la partita delle nomine nelle società pubbliche: anche Rai e Gse (Gestore servizi energetici), oltre a Cdp.

I due maggiori nomi in corso per succedere come amministratore delegato di Cdp al posto di Fabio Gallia sarebbero Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei (Banca europea per gli investimenti), e Fabrizio Palermo, attuale direttore finanziario di Cdp.

Il Tesoro si è avvalso – come prevede la legge – di una società di cacciatori di teste per selezionare i candidati, la Spencer Stuart.

Casaleggio, secondo quanto si evince dalle indiscrezioni di Capurso della Stampa, avrebbe storto il naso leggendo il cv on line di Scannapieco perché nel 2007, dopo aver lasciato il Tesoro dove era direttore Privatizzazioni e Finanza, e prima di andare alla vicepresidenza della Bei, ha fatto parte dell’advisory board di Spencer Stuart per 2 mesi, “giugno e luglio”, hanno precisato ambienti della Bei.

D’altronde, fanno notare ai piani alti del Mef, i membri del comitato direttivo, il presidente e i vicepresidenti della Bei non posso aver alcun altro incarico durante il loro mandato. Dunque i retropensieri di Casaleggio jr svaniscono.

Ora, comunque, sarà il titolare del Mef, Giovanni Tria, a firmare i nomi della lista per il vertice della Cdp.

PATATE E FIGLI MASCHI – LOTTA NELLA FAMIGLIA CHE CONTROLLA IL GRUPPO SAN CARLO, 315 MILIONI DI FATTURATO L’ANNO: I FIGLI MASCHI AVEVANO PRESENTATO UN ESPOSTO PER CIRCONVENZIONE D’INCAPACE DOPO CHE IL PADRE AVEVA ASSEGNATO LA QUOTA DI CONTROLLO ALLA LORO SORELLA. MA LA PROCURA DÀ RAGIONE AL PATRON 83ENNE, FIGLIO DEL FONDATORE DEL COLOSSO CHE DETIENE IL 60% DEL MERCATO ITALIANO DEGLI SNACK SALATI

dagospia.com 12.7.18

Luigi Ferrarella per il ”Corriere della Sera

 

 

susanna vitaloniSUSANNA VITALONI

I due figli maschi contro il patron del marchio San Carlo, i fratelli contro la sorella tacciata in ipotesi persino di circonvenzione di incapace o di violenza privata dopo la malattia del padre, in una «guerra delle patatine» che vale il controllo di un gruppo alimentare da 315 milioni di fatturato l’anno e 2.200 dipendenti: e alla fine è l’«arbitro» togato, cioè la Procura della Repubblica e il Tribunale civile di Milano, a risolvere la disfida familiare e a dare ragione (almeno per ora) all’anziano capofamiglia e alla figlia da lui individuata come futura guida dell’impero.

 

alberto vitaloniALBERTO VITALONI

Il contenzioso nasceva dalla convinzione dei figli Francesco e Michele Vitaloni circa il deteriorarsi (fino a interruzione) dei rapporti con il padre Alberto, 83enne figlio del fondatore Francesco nel 1936, e presidente del colosso che detiene il 60% del mercato italiano degli snack salati, sponsor della nazionale di calcio e della squadra di moto «Sic 58» voluta dal papà dello scomparso campione Marco Simoncelli: e nasceva in particolare dall’idea che le mutate scelte paterne circa gli assetti azionari in famiglia fossero dipese da manipolazione e condizionamento riconducibili alla loro sorella Susanna.

 

alberto e susanna vitaloniALBERTO E SUSANNA VITALONI

 

In particolare i figli maschi lamentavano che il padre, dopo aver donato il 18 marzo 2016 a ciascuno dei tre figli tre identiche quote del 15%, e dopo un patto di sindacato con vincoli bilancianti l’equilibrio per 5 anni, il 21 ottobre 2016 (un mese dopo la morte della moglie Laura) avesse invece donato alla figlia Susanna la nuda proprietà di un ulteriore 35,04%, così dandole la maggioranza (50,04%) del controllo di «Unichips Finanziaria spa», holding a sua volta controllante il 100% di «San Carlo Gruppo Alimentare spa» e gli altri marchi «Pai, Flodor, Crecs, Highlander, Autentica Trattoria, Wacko’s»: un cambio di scelta che i figli adombravano fosse frutto di una capacità di autodeterminazione del padre viziata dall’influenza della sorella e del suo entourage dopo l’ictus che nell’ottobre 2015 aveva duramente segnato il papà.

patate san carloPATATE SAN CARLO

 

Ma nel procedimento davanti alla giudice Enrica Manfredini della sezione «volontaria giurisdizione» del Tribunale civile, volto a esaminare la richiesta dei figli maschi di nominare un «amministratore di sostegno» per il padre, l’altro ieri è stata trasmessa dalla Procura la richiesta di archiviazione dell’esposto del 17 luglio 2017 dei figli, firmata dal pm Luisa Baima Bollone dopo una lunga istruttoria che ha acquisito le testimonianze (oltre che dei diretti interessati e dei rispettivi consulenti economici) di molte persone incaricate della cura di Vitaloni: infermieri, fisioterapisti, domestici, autisti, comandanti di barche.

 

patatine san carloPATATINE SAN CARLO

La conclusione della Procura è che non emergano elementi tali da far ritenere le scelte pro-figlia del patron come frutto di circonvenzione operata dalla figlia o da terzi a suo danno, ma che al contrario esse siano conformi all’originaria volontà del padre, manifestata già prima della malattia ad esempio in un testamento del 2015.

 

Di certo la malattia (come evidenziato dal consulente dei figli, professor Picozzi) ha provato l’uomo colpito da perdurante afasia, ma essa – valuta la Procura – non ha inciso sulla sua capacità di autodeterminazione, perché Vitaloni (come evidenziato anche dal professor Angelo Giarda, il legale che l’ha seguito come potenziale “parte offesa” dei reati ipotizzati dall’esposto dei figli maschi) anche su argomenti complessi risulta in grado di compensare una efficace comunicazione attraverso segnali non verbali e circonlocuzioni.

patatine san carloPATATINE SAN CARLO

 

Di fronte a questa richiesta di archiviazione in sede penale, e agli sforzi della giudice tutelare Manfredini di favorire una ricomposizione tra litiganti sinora confrontatisi per interposta legione di avvocati sui vari fronti (da Giarda a Giorgio De Nova, da Laura Hoesch a Paolo Barozzi dello studio Grande Stevens, da Vincenzo Mariconda allo studio di Giulia Bongiorno prima che diventasse ministro), l’altro ieri in Tribunale i figli hanno ritirato la propria richiesta di nominare al padre un «amministratore di sostegno».

 

CARLO CRACCO NELLO SPOT DELLE PATATINECARLO CRACCO NELLO SPOT DELLE PATATINE

Resta in teoria ancora aperto un terzo fronte, quello davanti all’ottava sezione del Tribunale civile (giudice Angelo Mambriani), dove il padre dal giugno 2017 chiede ai figli maschi di pagargli una penale di 16,5 milioni per essersi resi asseritamente inadempienti rispetto al patto di sindacato con la propria condotta nell’assemblea del 23 maggio 2017: ma anche qui è possibile che in futuro sia stavolta il padre a deporre le armi giudiziarie contro i figli maschi nel quadro di una auspicata ricomposizione dei rapporti.

 

Di Maio: ‘Bye bye vitalizi’

silenziefalsita.it 12.7.18

Bye-bye-vitalizi

“È un giorno di festa: finalmente vengono aboliti i vitalizi! Bye bye vitalizi!”

Lo scrive Luigi Di Maio in un post pubblicato sul Blog delle Stelle.

Il vicepremier ricorda che il Movimento da lui guidato aspetta da tanto giornate come questa nella quale “un sogno diventa realtà”.

“E’ un sogno – continua – che ci parla di normalità, di regole che valgono per tutti, di ingiustizie che vengono cancellate”.

“Chi era in parlamento già nella scorsa legislatura si ricorderà il giorno, era proprio luglio del 2017, un anno fa, in cui la Camera ha approvato la legge sul taglio dei vitalizi. Il PD aveva facce da funerale, e noi ci abbracciavamo in aula,” scrive ancora Di Maio, che aggiunge:

“Quella legge doveva passare anche dal Senato, ma il PD bloccò tutto, e c’è voluto un governo del MoVimento 5 Stelle per riaprire il tema e portare a casa finalmente la vittoria”.

Ma questa, precisa, non è soltanto una vittoria del M5S, ma anche di tutti gli italiani in quanto viene abolita un’ingiustizia e si tratta di una “conquista di civiltà”.

“Solo alla Camera – continua – parliamo di 200 milioni di soldi dei cittadini risparmiati solo in questa legislatura”.

Infatti mentre i comuni mortali devono lavorare 40 anni per poter maturare i contributi per andare in pensione, agli ex parlamentari finora era bastato qualche anno di lavoro in parlamento per garantirsi il vitalizio a spese dei cittadini.

Il leader 5Stelle fa anche sapere che dopo gli ex deputati toccherà agli ex senatori e poi alle pensioni d’oro.

L’ufficialità dell’abolizione dei vitalizi agli ex deputati, conclude, “arriverà nel pomeriggio di oggi, sulla mia pagina Facebook vi terrò aggiornati sugli sviluppi”.


 

Popolare Vicenza e Veneto Banca, ecco cosa cambierà in Arca con la mossa di Bper e Popolare di Sondrio

http://www.startmag.it/author/claudia_cervini/ 12.7.18

Che cosa faranno Bper e Popolare di Sondrio con le quote di Arca che compreranno da Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Ecco numeri, dettagli e scenari sull’operazione che riguarda la società attiva nel risparmio gestito

Oggi Bper Banca  e Banca Popolare di Sondrio presenteranno in tandem l’offerta per rilevare il 40% di Arca Holding (che controlla Arca Fondi Sgr) in mano alle ex banche venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, finite in liquidazione.

LE INDISCREZIONI SU ARCA, POPOLARE DI SONDRIO E BPER

È quanto ha riferito una fonte a MF-DowJones, confermando che la presentazione dell’offerta avverrà nei tempi previsti (oggi scade il termine per questo primo step dell’asta).

BPER PERNO DELL’OPERAZIONE

La proposta dei due istituti è confezionata in modo tale che, qualora venga accettata, a fine partita Bper  avrà il controllo della holding.

IL PESO DELLA POPOLARE DELL’EMILIA ROMAGNA

Attualmente la banca guidato dall’amministratore delegato Alessandro Vandelli detiene circa il 32,7% di Arca, mentre laPopolare di Sondrio  guidata dal direttore generale Mario Alberto Pedranzini il 21,3%. L’obiettivo di breve termine è confermare la governance di Arca e mantenerne l’indipendenza.

GLI IMPEGNI DI POPOLARE SONDRIO E BPER

Quel che è certo è che le due banche si sono impegnate a rilevare l’intero pacchetto che era di Popolare Vicenza e Veneto Banca, i cui attivi performanti sono passati sotto l’egida di Intesa Sanpaolo , con l’obiettivo di evitare su questa quota l’ingresso di nuovi soci.

LE CARATTERISTICHE DELL’ASTA COMPETITIVA

All’asta competitiva non dovrebbero partecipare altri soggetti e in ogni caso la clausola di gradimento prevista nello statuto di Arca e l’assenza di accordi distributivi di lungo termine potrebbero far pendere l’ago della bilancia dalla parte degli istituti emiliano e valtellinese. Nel medio termine l’obiettivo dei due soci è favorire lo sviluppo di Arca nel settore dell’asset management.

IL FUTURO STRATEGICO DI ARCA E DEL RISPARMIO GESTITO

Se l’offerta verrà accettata, partirà anche una riflessione di natura strategica di medio-lungo periodo in merito all’ulteriore sviluppo e al futuro di Arca. Il gruppo del risparmio gestito a fine 2017 registrava, su un patrimonio in gestione superiore ai 32 miliardi, un margine di intermediazione di circa 150 milioni di euro e un utile netto di 61 milioni.

I NUMERI DI ARCA

Nello specifico, l’utile netto di Arca Holding a fine 2017 ha registrato un incremento del 99% che rifletteva, a detta dell’amministratore delegato Ugo Loser, performance commerciali e gestionali eccezionali.

GLI OBIETTIVI DI POPOLARE SONDRIO E BPER CON L’ACQUISTO

Il top management di Bper  e Sondrio a più riprese aveva aperto alla possibilità di giocare la partita per le quote di Arca. Lo stesso Vandelli lo scorso aprile aveva ventilato l’ipotesi di lanciare assieme a Pop Sondrio  un’offerta sulle partecipazioni delle ex venete. E Pedranzini a febbraio aveva assicurato: «I rapporti con Bper  su questo fronte sono eccellenti, non si sono mai verificati problemi e abbiamo dialogato in modo costruttivo. Abbiamo partecipazioni strumentali che ci permettono di avere partnership di alto livello: penso ad Arca Vita, Alba Leasing e sicuramente Arca Sgr, che ha avuto risultati brillanti. Abbiamo controllate che generano utili» e questo è un modello di business «che vogliamo mantenere».

LA CESSIONE DA PARTE DI POPOLARE VICENZA E VENETO BANCA

La cessione delle partecipazioni delle due ex banche venete non è una passeggiata di salute. Inizialmente si era ipotizzato una cessione tout court, passando magari attraverso un fondo internazionale di private equity.

L’ESITO DELLA TRATTATIVA

Alla fine però ha prevalso la soluzione italiana e i due soci di riferimento di Arca si sono fatti avanti per assumere il controllo.

LO SCENARIO DEL SETTORE

Proprio l’accordo tra Sondrio e Modena è stato l’aspetto più delicato della trattativa. A fine 2015, in un tentativo (vano) di Anima di aggiudicarsi la Sgr, l’asset era stato valutato 700-800 milioni di euro. Vandelli aveva tuttavia detto di considerare irrealistico tale valore.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

In TV, la pura e semplice verità è rivoluzionaria

Fabio Conditi comedonchisciotte.org 11.7.18

DI FABIO CONDITI

comedonchisciotte.org

Raccontare la pura e semplice verità in TV è un atto rivoluzionario.

Non finirò mai di ringraziare Vito Monaco per essere l’unico Giornalista in Italia, caso più unico che raro, che ha il coraggio di ospitarmi nelle sue trasmissioni televisive.

Quando mi ha chiamato per partecipare alla sua trasmissione del 22 giugno 2018, mi ha avvertito però subito, quasi scusandosi, che ci sarebbero stati anche dei fautori dell’Euro con i quali avrei dovuto confrontarmi, in una discussione che si preannunciava molto “accesa”.

Mi sono trovato davanti due esemplari in via di estinzione, una nostalgica PD ed un convinto “Più Europa”. Devo subito dire che la discussione “Euro sì o Euro no” non mi appassiona, anzi la ritengo fuorviante, perchè concentra la discussione su un aspetto secondario del problema.

I nostri problemi non sono necessariamente legati all’Unione Europea ed alla moneta Euro, ma sono la diretta conseguenza di sistema della moneta creata solo con il prestito e gli interessi, rendendoci completamente schiavi del debito.

Perchè il debito e le disuguaglianze aumentano in tutti i paesi del mondo, anche in quelli che non hanno adottato l’euro, a vantaggio dell’aristocrazia finanziaria costituita dall’1% della popolazione più ricca?

Il problema non è l’euro ma la spirale perversa del debito, che se vogliamo davvero affrontare e risolvere, dobbiamo prima comprendere come si genera e come può essere cancellato dalla nostra vita.

Oggi essere rivoluzionari in televisione, significa raccontare la pura e semplice verità, come ho cercato di fare nei miei interventi nella trasmissione Notizie Oggi Lineasera condotta da Vito Monaco su Canale Italia 53, nella puntata del 22 giugno 2018 dal titolo “Debito Pubblico: diamoci un taglio”:

Il sistema del debito (dal minuto 0:26)

La somma di tutti i PIL del mondo è pari a 75.000 mld di dollari, mentre il debito complessivo di tutti gli Stati nessuno escluso è superiore a 200.000 mld di dollari. Questo è il vero problema e non dipende certo dall’euro, che è adottato solo dall’Unione Europea.

comedonchisciotte controinformazione alternativa 10 5 distribuzione ricchezza

Il problema è il sistema del debito che è stato adottato in tutto il mondo, la scelta scellerata di far stampare denaro solo al sistema bancario attraverso i prestiti e gli interessi, mentre gli Stati si devono finanziare solo sui Mercati Finanziari. In questo modo il debito non può essere restituito e cresce in modo esponenziale, arricchendo l’1% della popolazione più ricca, quella che Karl Marx chiamava l’aristocrazia finanziaria.

Il rappresentante di “Più Europa” ha provato a controbattere sostenendo che la Grecia ha ridotto il suo debito, ma mi è bastato dargli due numeri per zittirlo subito: tutta la moneta in circolazione in Italia è pari a 2.200 mld di euro, il debito pubblico è pari a 2.300 mld di euro e quello privato a 3.300 mld di euro, totale 5.600 mld di euro. Matematicamente impossibile restituire tutti i debiti, neanche facendo scomparire tutta la moneta dalla circolazione.

Perchè si crea il debito ? (dal minuto 1:52)

Lo Stato crea solo lo 0,3% della moneta che usiamo, le monete metalliche, mentre le banconote vengono create dalla BCE ma prestate solo al sistema bancario, a causa dell’art.123 del TFUE che vieta prestiti agli Stati.

Denaro che usiamo in Italia

Il sistema bancario, che in Italia è privato, crea dal nulla la moneta elettronica bancaria, cioè il 93% di tutta la moneta che usiamo. In questo modo il 99,7% viene immesso nel sistema economico solo attraverso i prestiti e gli interessi. Quindi per esistere la moneta, ci deve essere anche il debito, ma questo è anche matematicamente inestinguibile, perchè cresce continuamente in modo esponenziale a causa degli interessi composti.

Il paradosso è che in un sistema così congeniato, se non ci fosse il debito non ci sarebbe la moneta, e se anche riuscissimo restituire il debito, che però è impossibile, la moneta scomparirebbe dalla circolazione.

La conseguenza più assurda è che in Italia spendiamo circa 200 mld di euro all’anno solo di interessi sul debito privato e pubblico, pari al 12% del nostro PIL. Una cifra rispetto alla quale il Reddito di Cittadinanza e la Flat Tax sono bazzeccole.

Il denaro deve essere creato dallo Stato senza debito (dal minuto 3:24)

Noi viviamo in un sistema in cui la moneta viene generata solo attraverso il debito, e il debito genera la moneta, quindi non c’è alcuna possibilità di eliminare questo problema, l’unica soluzione sarebbe quella che lo Stato ricominci a stampare denaro come già sta facendo con le monete metalliche.Sovranità monetaria dello Stato

Lo Stato è l’unico soggetto che può creare direttamente moneta senza generare debito, ma avendo ceduto le sue politiche monetarie alla Banca Centrale e la creazione della moneta elettronica alle banche private, è costretto a ricorrere ai Mercati per finanziare la sua spesa pubblica, diventando facilmente ricattabile.

In realtà lo Stato ha ancora la sovranità monetaria e potrebbe utilizzarla come e quando vuole per creare strumenti monetari e fiscali in grado di risolvere qualsiasi problema: monete metalliche, biglietti di stato, moneta elettronica con le banche pubbliche, moneta a valenza fiscale.

Questi strumenti monetari non generano debito, nè comportano il pagamento di interessi.

Il debito è cresciuto per il Divorzio Tesoro-Bankitalia (dal minuto 4:00)

Il debito è cresciuto in modo esponenziale in Italia da quando c’è stato il Divorzio tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, realizzato da Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi con una semplice lettera.

Non avendo più una Banca Centrale in grado di acquistare Titoli di Stato, lo Stato è stato costretto a finanziarsi esclusivamente sui Mercati Finanziari, con conseguente aumento esponenziale del debito pubblico e degli interessi pagati. In 36 anni, dal 1982 al 2018, abbiamo pagato circa 3.500 mld di euro di interessi sul debito pubblico, cioè più del 150%.

Mario Monti mente (dal minuto 4:29)

Mario Monti mente sapendo di mentire, quando dichiara “per fortuna il Trattato di Lisbona dice che l’Europa deve essere un’economia sociale di mercato altamente competitiva”, perchè in realtà l’obiettivo dei Trattati Europei è la piena occupazione. Infatti l’art.3 comma 3 del TUE è molto chiaro in proposito:

L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri“.

Il debito pubblico è stato monetizzato (dal minuto 5:16)

Mario Draghi ha dichiarato che non possono finire i soldi, per cui in questi ultimi anni ne ha creati dal nulla talmente tanti, da permettere al sistema bancario, di riacquistare circa il 50% di tutto il debito pubblico degli Stati, attraverso il QE (prestiti alle banche centrali) e gli LTRO/TLTRO (prestiti alle banche commerciali).

Attualmente, quando i Titoli di Stato detenuti da una banca vanno in scadenza, lo Stato li deve “rimborsare” e con questo denaro ricevuto ne vengono riacquistati di nuovi. Il problema è che per effetto dell’art.123 del TFUE, che vieta i prestiti agli Stati, i Titoli possono essere acquistati non dallo Stato stesso, ma solo dai Mercati Finanziari, che li comprano dallo Stato, guadagnando nell’intermediazione.

Infatti il denaro dalla BCE viene prestato a tasso zero o negativo, mentre lo Stato paga interessi ben maggiori quando colloca i Titoli di Stato sui Mercati Finanziari, soprattutto quando questi ultimi fanno salire artificiosamente lo Spread con attività speculative.

Il debito pubblico detenuto da Banca d’Italia può essere consolidato (dal minuto 6:42)

Quelli che dicono che il debito pubblico deve essere restituito dicono delle stupidaggini.

comedonchisciotte controinformazione alternativa bankitalia pubblicaLa Banca d’Italia, con i prestiti ricevuti attraverso il Quantitative Easing della BCE ma anche nell’ambito delle proprie attività di Investimento Ordinario, ha acquistato più di 400 mld di euro di titoli di Stato.

Attualmente, quando questi Titoli arrivano alla scadenza, lo Stato li deve “rimborsare” alla sua Banca Centrale e con questo denaro la Banca d’Italia ne acquista di nuovi sui Mercati Finanziari, che guadagnano notevolmente in questa attività, mentre lo Stato paga più interessi.

Se lo Stato decidesse di “consolidare” solo i Titoli di Stato detenuti da Banca d’Italia, questa parte del debito verrebbe trasformato da “redimibile” in “irredimibile”, quindi senza scadenza.

In questo modo il 20% del debito pubblico resterebbe permanentemente nell’attivo del bilancio di Banca d’Italia e non dovrebbe essere continuamente ricollocato sui Mercati Finanziari, con ovvi vantaggi sullo Spread e sul costo degli interessi.

Finanziarizzazone dell’economia (dal minuto 7:43)

Il fatto che quasi tutto il denaro viene creato dal nulla dalle banche con i prestiti e gli interessi, che lo utilizzano solo a favore di banche e mercati finanziari, anzichè per l’economia reale, è il motivo per cui quest’ultima diventa facile preda della Finanza.

Perchè tutto il denaro viene creato solo da banche private e non direttamente dallo Stato ?

In realtà è lo Stato che autorizza le banche centrali e le banche commerciali a creare il denaro, per cui il denaro può essere creato dallo Stato per conto dei cittadini. Quindi non ha alcun senso affermare che lo Stato non ha soldi e deve restituire il debito.

Le Banche Pubbliche (dal minuto 8:42)

In Germania più del 50% del sistema bancario è pubblico e finanzia l’economia reale, e questo rappresenta un grosso vantaggio competitivo per il sistema tedesco.

Inoltre l’acquisto dei Titoli di stato da parte delle banche pubbliche, con prestiti ricevuti dalla BCE a tasso negativo, permette allo stato tedesco di risparmiare notevolmente sugli interessi, contribuendo ad aumentare lo nostro Spread.

Il governo M5S-Lega deve quanto prima attuare quella parte del suo contratto che pèrevede due banche pubbliche, una per gli investimenti, utilizzando Cassa Depositi e Prestiti, una per il credito, nazionalizzando Monte dei Paschi di Siena.

Solo in questo modo siamo in grado di rispettare quanto previsto dall’art.47 della nostra Costituzione: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito“.comedonchisciotte-controinformazione-alternativa-circolo-vizioso_sire

Le politiche di austerity (dal minuto 9:48)

In questi ultimi 10 anni ci hanno imposto politiche di austerity con la promessa che l’anno successivo ci sarebbe stata la ripresa, ma quella che abbiamo avuto tutti gli anni è stata solo una ripresa … per i fondelli!

Le politiche di austerity hanno un problema, finiscano per innescare un circolo vizioso nel quale l’aumento delle tasse e la riduzione della spesa pubblica, provocano una riduzione della domanda interna e del PIL, con conseguente peggioramento delle entrate fiscali e dei parametri macroeconomici come il debito ed il rapporto debito/PIL. Servono politiche espansive, ma senza generare debito.

Come si esce dal debito ? (dal minuto 10:28)

Il debito pubblico deve essere monetizzato come è stato fatto in questi ultimi anni, ma questa monetizzazione deve diventare permanente in modo che non costituisca un problema per uno Stato sovrano come è ancora l’Italia.

Per rendere il debito pubblico inoffensivo, bastano due soli articoli di una “Legge sul debito pubblico”:

  • Art.1 – Vengono consolidati tutti i titoli di stato detenuti da Banca d’Italia (più di 400 mld di euro), che saranno trasformati in un “debito irredimibile”, cioè che non deve essere rimborsato perchè senza scadenza, e con interesse zero.
  • Art.2 – I Titoli di Stato di nuova emissione avranno valenza fiscale, cioè i detentori dopo la scadenza potranno scegliere, in alternativa al pagamento in euro da parte dello Stato, di utilizzare i titoli come “sconto” per la riduzione delle tasse. In questo caso, al valore nominale del titolo potrà essere aggiunto un interesse pari a quello del titolo, applicato per il periodo che va dalla scadenza fino al giorno del suo effettivo utilizzo come detrazione fiscale.

Questo secondo articolo serve per evitare le speculazioni finanziarie, perchè in questo modo si azzera il rischio di perdere il capitale alla scadenza, potendo utilizzare il titolo anche per pagare le tasse.

Come si esce dalla crisi economica ? (dal minuto 14:56)

Per uscire dalla crisi economica bisogna fare politiche espansive, per le quali lo Stato deve e può utilizzare la propria sovranità monetaria e fiscale, senza violare i Trattati Europei, anzi contribuendo a raggiungere gli obiettivi sacrosanti previsti dall’art.3 comma 3 del TUE sopra citato.

comedonchisciotte-controinformazione-alternativa-primi-100-giorni

Le soluzioni sono essenzialmente quattro:

– lo Stato deve riprendere il controllo della sua Banca Centrale attraverso il riacquisto delle quote di partecipazione che devono tornare in mano ad aziende pubbliche;

– bisogna creare un sistema di banche pubbliche a sostegno degli investimenti e del risparmio nell’economia reale, oltre che per acquistare Titoli di Stato italiani, risparmiando sugli interessi;

– consolidamento del debito detenuto da Banca d’Italia e titoli di stato a valenza fiscale;

– creazione di un Sistema Integrato di Riduzione Erariale che permetta sia il Reddito di Cittadinanza che la Flat Tax senza aumentare il debito Pubblico.

Per analizzare a fondo quest’ultima soluzione, certamente la più importante ed innovativa, che abbiamo chiamato S.I.R.E., cioè Sistema Integrato di Riduzione Erariale, che permette di realizzare il Reddito di Cittadinanza e la Flat Tax senza fare debito, dovrò scrivere un altro articolo nelle prossime settimane.

comedonchisciotte controinformazione alternativa 2018 09 15 bologna riforma del sistema monetario navile boIntanto vi preannuncio che sabato 15 settembre 2018 alle ore 16,00 siete tutti invitati a Bologna in Via Gorki n.16, nella Sala Centofiori da 300 posti che il Comune di Bologna ci ha gentilmente concesso con il suo Patrocinio, dove spiegheremo la nostra visione rivoluzionaria del mondo e di come sia possibile cambiarlo per vivere tutti più felici.

Fabio Conditi

Presidente dell’associazione Moneta Positiva

http://monetapositiva.blogspot.it/

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

11.07.2018

SFIDERANNO L’UE? E’ BENE CHE POI SAPPIANO DIFENDERCI. (Salvini, Conte vs Bruxelles, ma le famiglie italiane?)

paolobarnard.info 12.7.18

 

Scrivo queste righe per due motivi che ritengo di estrema centralità per la tutela di aziende e famiglie italiane, terra-terra e nei fatti.

Primo: ciò che gli elettori italiani hanno per le mani è il peggiore di tutti i casi. Cioè un governo che non ha la più pallida intenzione di portarci fuori dall’Economicidio dell’Eurozona, e che invece ha abbracciato la rovinosa politica del “Dentro l’Europa ma contestiamo l’Europa”. Più sotto spiego con dettagli autorevoli ma comprensibili perché la seconda equivale a quella che in economia si chiama ‘a recipe for suicide’, cioè una ricetta per il suicidio.

Secondo: purtroppo l’elettorato sovranista euroscettico, che è balzato alla ribalta per la prima volta nella nostra Storia dopo il voto del 4 di marzo, è caratterizzato quasi ovunque da infantili fantasie di vittoria, e di fede cieca in un macho “mo’ ci pensano loro!” attribuito a figure come Matteo Salvini, Claudio Borghi o Albero Bagnai. Tali fantasie non hanno nessuna attinenza con la realtà se si ha ben presente il letale potere di fuoco dell’Unione Europea, dell’Eurozona e dei Mercati a fronte dell’Italia non sovrana, quindi quadriplegica. Insistere in questa sciocca epica è una marcia certa verso una catena di disastri. Il punto è che per costruire una seria opposizione a UE ed euro vanno, come prima cosa, precisamente comprese le armi del nemico, se no si è solo dei dilettanti, e non sono affatto certo che neppure i Borghi, Bagnai e Salvini le capiscano davvero. Di nuovo: più sotto la storia completa.

Eppure – e sono due anni che me lo chiedo – basterebbe che questi elettori dessero un’occhiata a Brexit per svegliarsi dalle loro pie illusioni sui loro condottieri e sulla forza dell’Italia.

La Gran Bretagna, come prima cosa, possiede tutte le armi che l’Italia quadriplegica non ha più: ha moneta sovrana, ha un Parlamento sovrano, non ha vincoli di spesa pubblica inseriti nella Costituzione (il nostro Pareggio di Bilancio), e ha una Banca Centrale sovrana. Poi l’Inghilterra ha altri ‘pezzi da novanta’ che all’Italia mancano, come lo strapotere del suo polo finanziario, la possente rete di commerci ereditata dal passato coloniale più ricco della Storia, un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, una forza militare che ha un peso nel mondo, una classe politica forte e un popolo che da ottocento anni, quando conta, sa farsi sentire. Eppure è davanti agli occhi di tutti come un’oligarchia di burocrati autocratici a Bruxelles le stia facendo passare le pene dell’inferno per il solo fatto di voler esercitare il volere popolare. E si badi bene: l’UE ha sulla Gran Bretagna meno della metà dei mezzi che invece ha sull’Italia per affossarci economicamente, fate i conti. Per chi ha un minimo di sale in zucca, questo articolo e tutta la fanfara macho del “Salvini, Borghi, Bagnai, mo’ ci pensano loro!” potrebbe finire qui.

L’altro fatto desolante sul ‘delusional state’ del fan club speranzoso, ma anche di molta stampa nostrana, è come ogni volta che un Conte o un Tria ottengono in sede europea un risultato, qui scoppia la curva ultras a gridare “Abbiamo piegato l’Europa!!!”. Ciò che non viene capito è questo (e non sarebbe difficile): quando un avversario che ha cento volte la tua forza cede di fronte a te, non è perché tu sei forte, è solo perché non voleva neppure sporcarsi un pollice in quella determinata questione, non ne aveva al momento urgenza né convenienza. Ma tant’è, la curva ultras e i suoi politici capipopolo non si tengono più.

Allora offro ai lettori una guida molto seria sull’arsenale che l’Unione Europea, l’Eurozona e i Mercati potrebbero scatenarci addosso ogni volta che l’esecutivo del “Dentro l’Europa ma contestiamo l’Europa” si muoverà di conseguenza. E su ogni caso pongo ad esso una domanda insieme drammatica e responsabile: Quando sfiderete la UE, davvero saprete poi difenderci? E pretendo risposte certe, perché il bagno di sangue non lo vivranno i Salvini, Borghi, Bagnai, ma voi.

 

DA QUESTO DOVRANNO SAPERCI DIFENDERE.

1) Primo sbarramento di fuoco della UE dei Mercati.

Le regole della Commissione UE di Bruxelles, della BCE, dei Trattati UE, sono tutte sovranazionali, cioè più potenti delle leggi nazionali, ma di rado sono nell’interesse pubblico poiché, come anche da me dimostrato in inchieste, vengono redatte nella maggioranza dei casi da lobby industriali e finanziarie presso la compiacente Commissione (il Parlamento UE ha poteri limitati). Un’Italia che volesse contestarne alcune nel suo interesse unico (e non come il Regolamento di Dublino che era inviso a quasi tutti ormai), si troverà davanti a un muro furente, perché il blocco forte in Europa esclude in via categorica che un Paese membro possa “minare gli standard europei” mostrandosi al mondo come ‘isola felice’ dentro la UE. In altre parole: uno degli aspetti più infami di come fu pensata questa Unione è che si vuole proibire a qualunque capo di governo di perseguire una via che finisca per dimostrare al mondo quanto pro-elite e illiberali sono tutti gli altri – questo è il vero significato di “minare gli standard europei”. Una vera galera.

Sapete cosa significa ciò? Significa che se mai il presente governo volesse davvero mettere in discussione regolamenti o linee guida europee per noi cruciali come l’età pensionabile e durata contributiva, la pesca e agricoltura, i prodotti tipici, i salari minimi, la tassazione del capitale o corporate, la concorrenza, i social networks, gli standard delle prestazioni sanitarie, i regolamenti dei salvataggi bancari, e altri, si troverebbe davanti esattamente lo stesso sbarramento di fuoco ad ‘alzo zero’ con cui Bruxelles sta quasi demolendo la Gran Bretagna. Le conseguenze finanziarie delle tensioni politiche che ne risulterebbero ad ogni singolo episodio sarebbero per il nostro Ministero del Tesoro forse letali (sotto i dettagli). Domanda: questo governo ha i mezzi per far meglio di Londra contro l’UE?

2) Secondo sbarramento di fuoco della UE dei Mercati.

La seconda micidiale spada di Damocle che abbiamo sulla testa se disobbediamo a Bruxelles si chiama QT della BCE. SignificaQuantitative Tightening, che è l’esatto opposto del QE, il Quantitative Easing, con cui la Banca Centrale Europea ha dal 2015 acquistato colossali quantità di titoli di stato dell’Eurozona, quindi anche italiani, per artificiosamente mantenerne alti i valori, bassi gli interessi, e per immettere liquidità in un continente che, paradosso dei paradossi, è strangolato dalle Austerità che la stessa BCE invocò. Il QT è quindi l’annuncio, che Draghi ha già fatto, per cui non ci comprerà più i nostri titoli di stato, ma a quel punto per l’Italia sarà panico. Dovete sapere che la realtà dei governi tecnici da Monti in poi fu che lo spread sui nostri titoli decennali rimase con loro comunque altissimo, fra i 500 bps e i 350, prova che Monti e Fornero non servivano a riguadagnarci la fiducia dei Mercati che infatti non arrivò mai, ma solo a distruggere pensioni e Stato Sociale a favore dei soliti noti. Spread alto è sintomo che i Mercati comprano pochi titoli italiani e corrono a comprare quelli tedeschi. Con degli spread così alle stelle se non fosse stato per il QE di Draghi che da allora ci ha comprato vagonate di titoli, noi oggi saremmo molto vicini alla Grecia. In altre parole: siamo ancora il Paese più o meno normale che oggi tutti vedete solo perché la BCE ha tenuto immense sacche di sangue attaccate al nostro Ministero del Tesoro acquistandoci i titoli, ma quando col QT le staccherà che ci succede?

Succede che Roma dovrà finanziarsi minuto dopo minuto sui Mercati emettendo titoli con interessi già in partenza più alti, che quindi gli costeranno molto di più, ma soprattutto succede questo: con Roma a quel punto del tutto sola e appesa alla ‘rianimazione’ dei Mercati per ottenere i fondi anche solo per pagare i farmaci salvavita o i cancellini delle scuole, i baldi Salvini, Borghi, Bagnai non potranno proprio permettersi di fare la voce grossa con Bruxelles su qualsiasi cosa, in particolare sul meno-euro.Questo perché ogni smorfia di disapprovazione di Bruxelles significa in automatico l’ansia dei Mercati e il rischio che non finanzino l’Italia a sufficienza, ovvero Roma che annaspa per finanziarsi su qualsiasi asta di titoli e senza più le immense trasfusioni del QE di super-Mario a salvarla. Saremo devastati, e non si scherza. Come ho già scritto su Twitter, solo il pasticcio del 27 maggio sulla nomina di Savona è costato all’Italia 66 miliardi di ricchezza perduta in poche ore per il panico dei Mercati (sell off! sell off!), con un’asta di titoli a 6 mesi che non trovava nessun compratore e il Tesoro ha dovuto pagare gli interessi più alti da 5 anni per scovarne qualcuno. Non si scherza con ste cose, perché il rischio è che poi l’intera Italia perda credibilità agli occhi dei Mercati che ci finanziano, infatti in quelle ore Giuseppe Sersale di Anthilia Capital Partners a Milano rilasciò alla Reuters questa drammatica dichiarazione: “Stiamo scontando una totale perdita di fiducia nelle prospettive per le finanze pubbliche italiane”.

Immaginate quindi cosa arriverà addosso al buon Di Maio se osa annunciare sforamenti del Fiscal Compact (il micidiale pareggio di bilancio che soffoca la nostra spesa pubblica) o se osa annunciare sussidi per auto elettriche; o se Salvini si permetterà di disobbedire sull’Unione Bancaria e ai salvataggi delle banche. Ripeto: ci possono chiudere i rubinetti del finanziamento di sopravvivenza del Paese stesso, in poche ore, e col QT già annunciato non avremo più salvagenti della BCE. Domanda: questo governo mentre disubbidisce alla UE ha i mezzi per difenderci da eventi così sistemici?

3) Terzo sbarramento di fuoco della UE dei Mercati.

Le banche si rifinanziano al bisogno chiedendo prestiti alle Banche Centrali del loro Paese. Con l’Italia in Eurozona, le nostre banche dipendono in ciò dalla BCE. Questi rifinanziamenti sono essenziali e senza di essi il sistema bancario smetterebbe di funzionare. La BCE quindi regolarmente rifornisce le cosiddette riserve bancarie con prestiti e negli ultimi anni di crisi l’ha fatto con due speciali programmi chiamati LTRO e TLTRO. Le banche in questione ricevono la liquidità dalla BCE ma devono dargli in cambio garanzie, ed esse sono principalmente titoli di Stato che avevano in cassa. E qui entriamo di nuovo nel luogo dove l’Italia euroscettica disobbediente potrebbe essere macellata dai Mercati e dalla BCE.

Riconsideriamo un qualsiasi caso in cui un Salvini sfida le regole UE o Eurozona. Come spiegato prima, l’Italia dell’euro ha perduto ogni possibilità di crearsi una propria moneta e la deve trovare pregando i Mercati di dargliela quando comprano i nostri titoli. Ma sempre come spiegato prima, ogni volta che Bruxelles alza la cresta a fronte di una sfida italiana alle sue regole scatta l’ansia dei Mercati, che quindi stentano a comprarci titoli o che li svendono in massa per il terrore di perderci. Entrambe queste cose hanno un immediato effetto negativo sui nostri titoli di Stato: essi perdono di valore. Ma ricordatevi che nelle essenziali operazioni di rifinanziamento delle banche presso la BCE, in cambio del cash esse devono offrire una garanzia soprattutto in titoli di Stato. E se a causa di una crisi fra il nostro Salvini e Bruxelles il valore di quei titoli è sceso, automaticamente scende il potere delle nostre banche di rifinanziarsi.

Questo è un dramma a tutto campo che fra l’altro non si limita solo alle garanzie in titoli ma che aggredisce a catena molte altre forme di garanzie in mano a chiunque. E’ un terremoto per le imprese che poi otterranno ancora meno prestiti, per i consumatori, e per la Borsa italiana coi noti crolli che ai cittadini inesperti appaiono come drammi da film, ma che invece hanno poi conseguenze serie su tutti. Un effetto Domino da lacrime e sangue. E’ precisamente accaduto proprio fra il 27 e 29 maggio scorso, nella cosiddetta crisi Savona-Mattarella. Quindi di nuovo siamo alla mercé di forze esterne soverchiati che indirettamente ci possono punire gettandoci in crisi gravissime ad ogni nostra disobbedienza dei diktat UE. Fra l’altro, l’odierno esecutivo sa che punizioni del genere andrebbero a colpire il sistema bancario italiano mentre vive la sua peggior crisi dei bilanci nella Storia del Paese (vedi sotto). Domanda: questo governo mentre disubbidisce alla UE ha i mezzi reali per difendere noi e il nostro sistema creditizio?

4) Quarto sbarramento di fuoco della UE dei Mercati.

Siamo sempre nell’ambito del rapporto fra banche italiane e BCE di Mario Draghi. La BCE possiede un’altra arma soverchiante, la Risk Control Framework, che attribuisce al suo Governing Council il potere di tagliare fuori dalle vitali operazioni di credito qualsiasi banca col pretesto di presunte carenze nelle garanzie che possono offrire. Quest’arma è stata usata per spezzare la schiena all’Irlanda nel 2010 e alla Spagna nel 2012 e costringerle all’obbedienza cieca a Bruxelles, con lacrime e sangue versate dalle gente comune. Una mossa del genere per le già gravissimamente ‘sofferenti’ banche italiane (quasi 300 miliardi di NPLs, cioè di crediti inesigibili, nella pancia) sarebbe davvero la fine. Il poco conosciuto Risk Control Framework è letteralmente la pallottola nel cranio della vittima già esanime a terra, e non esiste dubbio che sarà usato sotto pressione della Germania proprio per replicare sulla disobbediente Roma giallo-verde l’infame coercizione di Irlanda e Spagna. Non c’è bisogno di ricordare cosa un collasso bancario anche d’istituti di medio calibro causerebbe al già dolorante tessuto lavorativo e aziendale italiano. Ma c’è di più e peggio: 

Proprio perché le nostre banche sono, assieme alle indiane, quelle con in pancia il maggior tasso di crediti inesigibili (NPLs) al mondo, esse ora dipendono disperatamente dalla disponibilità di colossi finanziari esteri che gli comprino intere tranche di quei crediti ‘marci’ a prezzi scontatissimi, pur di sbarazzarsene per non fallire poi i test della BCE, una bocciatura che porterebbe conseguenze inimmaginabili. Ad esempio è di poco fa la notizia che gli ‘squali’ finanziari globali Pimco e Elliott Capital sono interessati a 10 miliardi di NPLs che la nostra BPM di Milano deve assolutamente far sparire dai suoi libri contabili. Intesa ne ha appena ‘sganciati’ 11 miliardi alla svedese Intrum AB tirando un enorme sospiro di sollievo. Ma di nuovo: un esecutivo giallo-verde disobbediente che fa innervosire troppo i Mercati si tradurrebbe in una fuga di questi ‘spazzini di crediti marci’ purtroppo vitali all’Italia bancaria oggi. Vi lascio immaginare le conseguenze con quasi 300 miliardi di buchi bancari che ci affossano. Domanda: di nuovo, questo governo mentre disubbidisce alla UE ha i mezzi reali per difendere noi e il nostro sistema creditizio? 

5) Quinto sbarramento di fuoco della UE dei Mercati.

 

Partiamo sempre dall’ipotesi di un qualsiasi scontro fra il presente esecutivo e l’asse Germania-Francia-Bruxelles-BCE sui diktat che finora hanno piagato l’Italia, come ad esempio il divieto per il nostro Tesoro di liberamente disporre delle sue emissioni di debito, che l’economista della Lega Claudio Borghi vorrebbe proprio sfidare coi noti mini-bot. Esistono in macrofinanza polizze assicurative per gli investitori contro i rischi d’insolvenza sia degli Stati che di attori privati. La forma più nota si chiama Credit Default Swaps. Il problema è che durante le crisi come quelle che l’Italia ebbe con Berlusconi vs UE nel 2011 o quella del 27 maggio, il costo di queste polizze scatta in alto. Già questo ha ripercussioni negative su tutto il panorama degli investimenti da noi, ma ha un’altra micidiale conseguenza. Un improvviso rialzo dei Credit Default Swaps fa immediatamente sobbalzare le famigerate agenzie di rating, come Standard & Poor’s o Fitch o Moody’s, quelle che con i loro voti positivi o negativi possono condannare un’intera nazione a crolli disastrosi per i governi, l’economia e le famiglie col lavoro.

E dunque anche qui l’Italia di eventuali mosse anti-euro/anti-UE è schiacciata in una tagliola micidiale a ogni rialzo di queste polizze dettato dal solito panico dei Mercati padroni. Che poi diventa anche una brutta crisi della statura internazionale dell’Italia nel momento in cui, come lampeggiano di rosso i nostri Credit Default Swaps, il contagio italiano si può spargere a quelli di altri Paesi considerati meno stabili, come Spagna e Grecia, o addirittura ai Credit Default Swaps del sistema bancario di Stati considerati non a rischio. Infatti a maggio ci sono andate di mezzo la Deutsche Bank e quattro banche francesi con in cima la BNP Paribas. Insomma una ‘tempesta perfetta’ attorno all’Italia con ulteriore perdita di credibilità presso chi oggi ci finanzia tutto. Possiamo permetterci crisi così una in fila all’altra a ogni passo euroscettico di Borghi o a ogni sbraito macho di Salvini? E la domanda si ripete: l’esecutivo ci deve dire chiaro che mezzi ha mentre disubbidisce alla UE per difendere il Paese da questi livelli di pericolo.

6) Sesto sbarramento di fuoco della UE dei Mercati.

Ogni volta che negli ultimi tempi l’Italia democratica ha dato segni di non allinearsi con ciò che l’autocratica burocrazia di Bruxelles considera ordine, i capitali sono volati via dall’Italia. Per considerare solo episodi recenti ed eclatanti: successe durante il golpe finanziario che destituì Silvio Berlusconi nel novembre 2011, in occasione del referendum del 4 dicembre 2016 che umiliò Renzi-pupillo UE, e in occasione dello scontro Savona-Mastella (questo vide 40 miliardi sparire dall’Italia e probabilmente atterrare in Germania). Sono soldi veri che svaniscono dalla ricchezza nazionale e che, se si trasformano in un’emorragia per il solito fenomeno del panico dei Mercati, possono spaccarci in due come nazione. Anche qui è cruciale il ruolo della BCE.

 

Quando grandi capitali ‘fuggono’ dalle riserve della Banca d’Italia per emigrare all’estero, la BCE usa il sistema di pagamenti intra-nazione dell’Eurozona chiamato Target 2 per far passare la liquidità ovunque sia diretta, e così fa in ogni altro Stato membro. Ma di norma usa lo stesso Target 2 per poi bilanciare lo svuotamento accaduto, versando suoi fondi nel sistema bancario vittima. Ma eccoci a un altro ricatto che ci può piovere addosso da Francoforte in caso di una qualsiasi nostra ribellione all’ordine euro: la BCE non è affatto tenuta a bilanciare una fuga di capitali, e fa rabbrividire l’idea che durante una di queste fughe causata appunto dal salviniano “Dentro l’Europa ma contestiamo l’Europa” il suo Governing Council finga di dibattere tecnicalità e ci costringa alla resa non versandoci un centesimo, con la Banca d’Italia in fibrillazione mentre le sue riserve bancarie di euro o altre valute si seccano come acqua nel deserto. Ignazio Visco sa perfettamente che in quel caso vi è un’alta probabilità dell’effetto contagio e quindi del collasso bancario nazionale, persino della corsa agli sportelli dei cittadini disperati in stile Argentina o Grecia. Domanda: Lega e 5 Stelle coi loro economisti saprebbero difendere il Paese anche in questa odiosa ma devastante ‘vendetta’ della BCE?

 

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I sei poteri di fuoco del sistema euro e Unione Europea che ho elencato, a cui se ne possono aggiungere altri, sono minacce letali per il nostro Paese, spero che ai lettori questo sia ora più che chiaro.Richiederebbero quindi da parte governativa italiana, e dalla struttura economica e sociale del Paese, un altrettanto massiccio potere di fuoco. La mia opinione è che l’esecutivo in carica non ne possegga neppure l’ombra, ma ciascuno di voi giudichi da sé. La cosa invece a mio parere chiara, e in seguito drammatica, è questa:

Mentre sarà di certo possibile che il governo Conte porti a casa vittorie di serie B in sede europea, escludo che mai otterremo nulla di sistemico e sostanziale a favore di un Paese la cui prima ricchezza nazionale ai tempi della sovranità monetaria era proprio un ampio debito pubblico, che sempre si traduce (con moneta sovrana) in un enorme credito verso cittadini e aziende, e che ci rese in pochi decenni di moneta Lira la settima potenza mondiale partendo praticamente da zero. Ma peggio:

Il rischio insito nel machismo di Salvini e nella sicumera dei suoi economisti è che, proprio a fronte di quanto descritto sopra, la loro politica del “Dentro l’Europa ma contestiamo l’Europacondanni l’Italia a continui scontri demolitori con lo strapotere dell’Unione Europea, dell’Eurozona e dei Mercati che di nuovo ci causeranno povertà, disoccupazione, crollo della competitività, per poi solo arrivare al punto in cui il Tesoro sarà talmente alla rincorsa di un qualsiasi Mercato che lo finanzi da fargli gridare a nome dell’Italia “Resa incondizionata a qualsiasi vostro diktat, ma per pietà finanziateci le casse”, altro che meno-Europa. A quel punto a raccogliere le lacrime e sangue non saranno i succitati politici, ma voi e i vostri figli.

Ne consegue che le scelte responsabili per il Paese sono due:

O stiamo in Europa senza il rovinoso “Dentro l’Europa ma contestiamo l’Europa” e investiamo massicciamente in Disruption per spingere la nostra economia in alto (lavoro) mente l’euro la comprime in basso (disoccupazione). Oppure si va all’Armageddondella Lega dei Populismi europei con l’esplosione dell’Eurozona, ma a quel punto al ministero del Tesoro deve sedere Joseph Stiglitz, non questi di oggi.

Spero dopo questo articolo di non sentire mai più nessuno che mi dice “Salvini, Borghi, Bagnai, mo’ ci pensano loro!”. La politica del “Dentro l’Europa ma contestiamo l’Europa” rischia di distruggerci. La realtà è grave e richiede intelligenza.