Ma non fuggono dalla fame, gli africani che sbarcano da noi

Giorgio Cattaneo libreidee.org 12.7.18

Gli immigrati che arrivano in Europa dall’Africa sono per lo più (oltre l’80%) giovani maschi, di età compresa tra i 18 e i 34 anni, che viaggiano da soli. Le coppie e le famiglie sono una minoranza. Provengono da una serie di paesi dell’Africa subsahariana, anche se quest’anno c’è stato un picco di emigranti tunisini, con una prevalenza dall’Africa centrale e occidentale, da paesi come Nigeria, Senegal, Camerun, Costa d’Avorio, Ghana. La loro condizione sociale? Non è facile dirlo, perché ci sono situazioni anche molto diverse tra loro. Va detto, comunque, che esiste sul tema dell’immigrazione un falso mito: la maggioranza non fugge da situazioni di estrema povertà. In genere sono persone provenienti da centri urbani, ed è lì che maturano l’idea di lasciare il paese. Dunque mi sembra corretto sostenere che il grosso dei migranti appartenga al ceto medio: persone non ricche, ma nemmeno povere, in grado di pagare profumatamente chi organizza i viaggi. Un paio d’anni fa, in un’intervista, il ministro dei Senegalesi all’Estero ha detto: «Qui non parte gente che non ha nulla, parte gente che vuole di più». L’idea diffusa in Africa è che basta arrivare in Europa per godere del benessere, senza considerare però che dietro la ricchezza prodotta ci sono dei sacrifici.

Ad alimentare questa illusione sono vari fattori. Uno su tutti: i trafficanti, che come è noto gestiscono la gran parte dei viaggi verso l’Europa. Sono loro che rafforzano questa idea, lo fanno ovviamente per procurarsi clienti. È utile sottolineare che il 13 giugno è stato pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) un rapporto dal quale emerge che nel 2016 queste organizzazioni criminali hanno trasportato almeno 2,5 milioni di persone, delle quali quasi 400.000 verso l’Italia, ricavandone in tutto da 5,5 a 7 miliardi di dollari. Il rapporto spiega dettagliatamente come funziona l’avvicinamento ai clienti, l’opera di convincimento, nonché quali sono le varie tariffe. Chi arriva in Europa, per lo più, non fa altro che alimentare verso i propri parenti e amici in Africa l’idea che sia giunto ad un traguardo per cui vale la pena spendere e rischiare. La tendenza è quella di descrivere situazioni positive, anche quando non lo sono, per giustificare la propria scelta. Ma va detto che spesso, in effetti, chi arriva non ha nulla di cui lamentarsi: siccome quasi tutti chiedono e ottengono asilo, almeno nei primi anni godono di un sistema di protezione e di assistenza da far invidia a chi non è ancora partito.

Le traversate nel deserto, i campi di detenzione libici, le tragedie nel Mediterraneo: non dovrebbero rappresentare un deterrente nei confronti di chi vuole partire? Il punto è che queste situazioni le conosciamo più noi che loro. L’accesso ai mezzi d’informazione degli africani, anche di coloro che vivono nelle città, è molto limitato. Detto ciò, molti conoscono i rischi e sono disposti ad accettarli, così come non si può escludere che molti altri, magari in un primo momento intenzionati a partire, desistano proprio alla luce di queste tragedie. A tal proposito vorrei sottolineare l’importanza del lavoro di controinformazione che stanno svolgendo alcuni soggetti in Africa. Alcuni governi, così come molte conferenze episcopali africane, si stanno spendendo per spiegare ai giovani quanto costa, quanto si rischia e quanto poco si ottiene, nel lungo periodo, ad emigrare in paesi dove non c’è occupazione né possibilità concreta di integrazione economica e sociale. Stanno svolgendo questo lavoro i governi del Senegal e del Niger – dal 2014 anche quello del Mali, il quale sta facendo una forte propaganda per dimostrare che un paese dal quale emigrano i suoi cittadini più giovani e forti non crescerà mai. E ancora: quello della Sierra Leone, a partire dall’anno scorso e in collaborazione con le autorità religiose, sia cristiane che islamiche. Sono piccoli passi in avanti che incoraggiano i giovani non a fuggire ma a restare, per migliorare il proprio paese.

L’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) parla di oltre 60 milioni di profughi in generale. Se poi parliamo di rifugiati, ovvero di persone che fuggono all’estero da guerre e persecuzioni, la cifra è di circa 20 milioni. Di questi, soltanto una minoranza esigua arriva in Italia, chiede asilo e lo ottiene: per quantificare, nel 2015 sono stati 3.555, nel 2016 4.940 e nel 2017 6.578. Perché sono così pochi? Perché la maggior parte di chi fugge da una guerra trova asilo appena varca il confine; del resto, la Convenzione di Ginevra prevede che il profugo chieda tempestivamente asilo nel primo paese che ha firmato la Convenzione in cui mette piede. C’è poi un secondo motivo: chi fugge sotto la minaccia di persecuzione e di guerra cerca di rimanere il più vicino a casa perché l’idea è quella di tornarci il prima possibile.

Quanto incide sull’emigrazione anche lo sfruttamento delle risorse? C’è il land grabbing, ossia l’accaparramento delle terre da parte di paesi stranieri o industrie. Sicuramente sono fattori che hanno una loro incidenza. Le responsabilità vanno trovate anzitutto nei governi africani, i quali – per restare al tema del land grabbing – preferiscono vendere le terre ad industrie o a paesi che hanno fame di terre coltivabili (Cina, India, Arabia Saudita) incassando subito del denaro piuttosto che incentivare l’agricoltura locale anche tramite investimenti. L’Africa è ricca di risorse minerarie, penso al cobalto ma soprattutto al petrolio, il quale viene acquistato e pagato dalle compagnie, ma il problema è capire dove vanno a finire i soldi. Nel 2014, su 77 miliardi di dollari che avrebbe dovuto incassare l’ente nazionale del petrolio nigeriano, 14 non sono mai stati depositati. Sono finiti in qualche conto corrente, mentre sarebbero dovuti servire per lo sviluppo sociale del paese. La Nigeria, pur essendo il primo produttore di petrolio del continente, importa il greggio già raffinato dall’estero.

L’Africa da oltre 20 anni registra una crescita economica notevole, e in prima fila ci sono i paesi da cui proviene la maggior parte dei migranti, solo che queste risorse vengono dilapidate o se ne giovano poche élite. Al recente Consiglio Europeo, gli Stati si sono impegnati a contribuire ulteriormente al Fondo Ue per l’Africa inviando altri 500 milioni. È un modo per “aiutarli a casa loro” o per alimentare la corruzione? Questi 500 milioni sono un ulteriore quantitativo, che si aggiunge ai miliardi che ogni anno vengono destinati all’Africa dalla cooperazione allo sviluppo di Stati Uniti ed Europa. Infatti quando sento invocare un “Piano Marshall per l’Africa” resto basita, perché di risorse ne vengono già inviate in modo ingente, ma i destinatari, cioè i governi, sono poco affidabili. Un esempio: in Somalia, che è uno dei paesi maggiormente assistiti, la Banca Mondiale qualche anno fa ha dimostrato che ogni 10 dollari che vengono elargiti al governo, 7 spariscono nel nulla.

E’ possibile che, dove è forte la presenza del radicalismo islamico, quei soldi che spariscono nel nulla finiscano ad arricchire i gruppi jihadisti? Chi lo sa. Certo è che questi gruppi hanno fonti di reddito molto robuste e sponsor molto potenti. Inoltre sono spesso invischiati in traffici illegali: spaccio di droga, di armi, bracconaggio. Anni fa si è scoperto che gli Al Shabaad della Somalia ottengono circa il 40% dei proventi dalla vendita di zanne di elefante. Considerate che in Kenya c’è un detto: “Oggi è stato ucciso un elefante, domani sarà ucciso un uomo”, proprio per sottolineare la correlazione tra bracconaggio e terrorismo. Una ricerca delle Nazioni Unite rivela che nel 2050 ci sarà un’ulteriore crescita demografica dell’Africa e un declino dell’Occidente. L’immigrazione di massa come fenomeno sempre più ineluttabile? Anzitutto si tratta di proiezioni, non di dati certi. Non è affatto detto che tra trent’anni la situazione rimarrà la stessa di oggi, in termini demografici.

Delle buone politiche familiari e un cambio culturale potrebbero invertire la tendenza demografica in Occidente, così come è possibile in primo luogo che la popolazione africana non aumenterà come l’Onu prevede (già si registra una piccola variazione verso il basso rispetto ai pronostici di pochi anni fa) e poi che l’Africa diventi finalmente un continente in grado di svilupparsi e di convincere i propri giovani a non fuggire alimentando i traffici clandestini di migranti. A mio avviso il modus operandi di molte Ong è molto discutibile, perché entrano in contatto diretto con i trafficanti e prevedono il trasbordo quasi in acque territoriali libiche per poi dirigersi verso l’Italia, anche se battono bandiera di un altro Stato e se il porto più vicino sarebbe altrove. Già il precedente governo, con il ministro Minniti, aveva sollevato il problema e aveva pensato di prendere provvedimenti. Il nuovo governo si sta dimostrando solo più determinato, ma l’intento è rimasto quello di far rispettare la sovranità nazionale e le leggi internazionali.

Chiudere i porti significa smettere di “restare umani”? L’Europa in generale, ma nello specifico l’Italia, sono molto lontane dalla fase più prospera della loro storia: gli ultimi dati ci parlano di 5 milioni di italiani in povertà assoluta e centinaia di migliaia di italiani emigrano all’estero; l’Italia è 20esima tra i paesi di emigrazione. In questa situazione, è solo giusto impedire a delle persone di raggiungere un paese che può assisterli nel breve periodo, ma che non è in grado di garantire loro un futuro dignitoso. Chi arriva dall’Africa in Italia ha remotissime possibilità di costruirsi una vita: il più delle volte è destinato a vivere di espedienti, a lavorare in nero e in condizioni disumane magari in qualche campo di pomodori oppure ad ingrossare le fila della criminalità organizzata. Chiudere i porti può essere un modo per scoraggiare i viaggi clandestini. È importante che si alimenti il passaparola tra migranti stessi. Esistono tantissime testimonianze di giovani che hanno iniziato il viaggio verso l’Europa ma che non sono riusciti ad arrivare a destinazione, i quali affermano che se lo avessero saputo non avrebbero speso soldi e sprecato anni della propria vita per un’impresa così aleatoria. L’unico modo per scoraggiare questi progetti senza futuro è proprio quello di dimostrare che il viaggio della speranza è un’illusione, che a destinazione non si arriva: e chiudere i porti è il messaggio più netto che possa giungere.

(Anna Bono, dichiarazioni rilasciate a Federico Cenci per l’intervista “Bisogna scoraggiare gli africani a emigrare, ecco perché”, pubblicata da “In Terris” l’11 luglio 2018. Africanista dell’università di Torino, la professoressa Bono ha pubblicato importanti studi sul fenomeno dell’immigrazione di origine africana).

ALLIANZ (IL PIÙ GRANDE GRUPPO ASSICURATIVO TEDESCO) SCONSIGLIA AGLI IMPRENDITORI DI GERMANIA DI FARE INVESTIMENTI IN ITALIA (E SPECIALMENTE NEL SUD), E LE AGENZIE INTERNAZIONALI INDICANO IL “RISCHIO DA INCERTEZZA GIUDIZIARIA” COME UNA MINA AGLI INVESTIMENTI ESTERI NEL BEL PAESE: PROPRIO QUEL CHE SERVE PER RISOLLEVARE LA NOSTRA ECONOMIA…

dagospia.com 12.7.18

Alberto Brambilla per il Foglio

 

ALLIANZ ASSICURAZIONIALLIANZ ASSICURAZIONI

Il 5 giugno i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria-Gico di Catanzaro hanno eseguito la confisca del parco eolico Wind Farm di Isola di Capo Rizzuto. La confisca dell’ enorme impianto, che è uno dei più grandi d’ Europa e vale 350 milioni di euro, è stata disposta dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Crotone su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il provvedimento è indirizzato a Pasquale Arena, parente dell’ omonima famiglia di ‘ndrangheta ma incensurato, il quale detiene, tramite altri parenti, quote nella Purena Srl che con una quota di minoranza fa parte della Vent1 Capo Rizzuto Srl, società proprietaria del parco.

 

parco eolico Wind Farm di Isola di Capo RizzutoPARCO EOLICO WIND FARM DI ISOLA DI CAPO RIZZUTO

L’ azione giudiziaria mirata a colpire la cosca può, però, avere un contraccolpo indesiderato, rischiando di compromettere le prospettive di investimenti esteri in Italia e nel Mezzogiorno. La confisca di un bene richiede come presupposto che il bene stesso sia frutto di attività illecite o che ne costituiscano il reimpiego. Per capire, è utile un riepilogo.

 

eolicoEOLICO

Il parco eolico Wind Farm viene progettato e realizzato tra il 2005 e il 2009 dalla Enercon. E’ un impianto eolico composto da 48 aerogeneratori ed è considerato tra i più grandi d’ Europa. La società proprietaria, la Vent1 Capo Rizzuto Srl, ha prevalentemente soci tedeschi e in minima parte italiani. Wind Farm viene realizzato con un investimento di 230 milioni di euro, interamente finanziati dalla banca pubblica tedesca Hsh Nordbank specializzata in progetti “green”.

 

L’ origine del finanziamento è, dunque, la Hsh: l’ istituto di credito, con sede ad Amburgo, ha concesso il credito interfacciandosi anzitutto con il manager tedesco Ludwig Nyhuis della Nyhuis Beteilingungs GmbH & Co, la quale detiene il 19 per cento delle quote.

OLIVIER BAETE ALLIANZOLIVIER BAETE ALLIANZ

La tedesca Tiger Energy Project ha il 34, la sammarinese Seas Sr1 il 30, le tedesche Pommer & Schwarz ed Eden il 10 e il 7 rispettivamente. Secondo la difesa, non sono coinvolti cittadini italiani nelle trattative con Hsh.

 

Nel luglio 2012 la Dda di Catanzaro dispone il primo sequestro del parco che, secondo gli inquirenti, sarebbe nella disponibilità della famiglia Arena. I soci tedeschi mostrano i movimenti in denaro e viene per loro chiesta un’ archiviazione su cui il giudice italiano non ha ancora deciso. Il parco eolico viene dissequestrato. La procura tedesca di Osnabruck conferma, nell’ ambito di una rogatoria internazionale, che Hsh ha finanziato per intero il progetto Wind Farm.

 

PALE EOLICHEPALE EOLICHE

Nel 2016 la Dda di Catanzaro fa partire un nuovo procedimento in cui chiede una misura di prevenzione nei confronti di Pasquale Arena. Nel 2017 gli stessi pm, per aggirare il blocco rappresentato dalla procedura in riserva da oltre un anno, presentano una nuova richiesta di confisca, arricchita dalle dichiarazioni di un pentito. Il tribunale di Crotone, pur in presenza della medesima richiesta già formulata e rigettata, dispone la confisca del parco eolico sulla base delle medesime intercettazioni e sulle dichiarazioni del pentito secondo il quale l’ impianto è in mano alla criminalità organizzata.

 

eolicoEOLICO

Il tribunale di Crotone sosteneva che “non è il sistema dei finanziamenti, per i quali non si è raggiunta la prova della provenienza illecita, l’ elemento su cui si fonda la proposta (di confisca, ndr)”. Ritenendo lecito il finanziamento, pur ravvisando una presunta influenza di Pasquale Arena che però non ha a che fare con la provenienza del denaro, verrebbe meno un presupposto per l’ applicazione della confisca. In caso di conferma la prospettiva di nuovi investimenti tedeschi potrebbe risentirne?

MICHAEL DIEKMANN DI ALLIANZMICHAEL DIEKMANN DI ALLIANZ

 

Intanto, l’ assicurazione Allianz ha iniziato a sconsigliare agli operatori in Germania di investire nel Mezzogiorno. Che conseguenze avrebbe la conferma della confisca malgrado una pronuncia dei magistrati tedeschi che ha accertato l’ assenza di legami tra il finanziamento per realizzare il parco da parte di una banca pubblica e la ‘ndrangheta?

Contrastare la criminalità organizzata in Calabria è un compito improbo, cercare spazio per investire lì può esserlo altrettanto.

Banche, in Europa fusioni all’orizzonte

http://www.bluerating.com/author/telara 12.7.18

Il Financial Times dedica un servizio a una possibile stagione di M&A tra i grandi istituti finanziari del Vecchio Continente. Anche UniCredit tra i possibili protagonisti.

Quale potrebbe essere il prossimo deal? Una fusione tra Barclays e Standard Chartered, tra Deutsche Bank e Commerzbank, tra Nordea e Abn Amro o tra Société Générale e UniCredit? E’ l’interrogativo che fa da sfondo a un lungo articolo pubblicato sul Financial Times, in cui si analizzano i possibili scenari sul mercato bancario europeo, dove manca un player attivo su scala continentale. Il quotidiano britannico sottolinea che la più grande banca d’Europa, cioè lo spagnolo Banco Santander, vale nel compresso appena un quarto di un colosso statunitense come Jp Morgan Chase. Il Financial Times si chiede però se questo sia il momento giusto per mettere in campo queste operazioni visto che oggi il mondo bancario è interessato da problemi diversi rispetto a quelli dimensionali, come la possibile concorrenza di player esterni al settore quali le grandi aziende tecnologiche, sempre più propense a vedere servizi finanziari.

Intesa Sanpaolo, Mps, Banco Bpm, Ubi ecc. Perché le banche italiane gongolano per la svolta Bce sugli Npl

http://www.startmag.it/author/francesco_ninfole 12.7.18

L’articolo di Francesco Ninfole, giornalista di Mf/Milano finanza, sulla ultima mossa della Vigilanza Bce sugli Npl che è vista con apprezzamento dalle banche italiane come Intesa Sanpaolo, Mps, Banco Bpm, Ubi e non solo…

La Vigilanza Bce ha annunciato ieri l’approccio che seguirà sullo stock di crediti deteriorati delle banche, ma stavolta l’orientamento è diverso e più cauto rispetto a quello deciso sui nuovi flussi con l’addendum sugli npl. È stata così respinta la linea caldeggiata da Danièle Nouy, presidente della Vigilanza, che avrebbe voluto definire un calendario di svalutazioni come per i nuovi deteriorati.

CHE COSA HA SCRITTO LA BCE SUGLI NPL

Nel breve testo diffuso ieri non ci sono cifre né soglie di riduzione degli stock (come quelle che Francia e Germania hanno suggerito nella dichiarazione di Meseberg, senza però trovare sostegno a livello Ue). Al contrario c’è innanzitutto la precisazione che le attese della Vigilanza saranno «per singola banca». Nessuna indicazione di livelli uguali per tutti gli istituti, neanche come semplice attesa del supervisore. Fonti della Banca d’Italia hanno definito «ragionevole» l’approccio indicato ieri dal Single Supervisory Mechanism.

IL COMMENTO DI GUALTIERI (PD)

Roberto Gualtieri, presidente della commissione economica del Parlamento Ue, commenta con MF-Milano Finanza: «È positivo che l’ipotesi di un’estensione del calendar provisioning allo stock di npl sia stata finalmente e definitivamente archiviata, confermando un approccio caso per caso che consentirà di definire le aspettative attraverso un dialogo con le singole banche e di tenere conto della specifica natura dei loro portafogli». Per Gualtieri «si tratta, come il Parlamento europeo ha da tempo sottolineato, dell’unico approccio compatibile con le competenze attribuite al supervisore dalla legislazione europea, e del più adatto a conciliare il necessario sforzo di riduzione degli npl con la stabilità finanziaria. Siamo soddisfatti di aver contribuito a questo esito». Secondo il presidente della commissione parlamentare «è bene che dopo mesi di incertezza la discussione si sia finalmente chiusa. Auspichiamo ora che la Bce adotti metta in pratica questo approccio in modo equilibrato».

TUTTE LE NOVITA’ DELLA VIGILANZA BCE

Le aspettative, ha precisato Bce, saranno basate su «una valutazione comparata (benchmarking) di banche raffrontabili», che considererà «l’attuale incidenza degli npl della banca» e «le principali caratteristiche della sua situazione finanziaria». In sostanza si confronterà la situazione di banche simili, ma senza cluster o categorie predefinite: un potere che di fatto la Bce ha già oggi. L’obiettivo secondo Francoforte è «assicurare costanti progressi nella riduzione dei rischi» e «conseguire lo stesso livello di copertura per le consistenze e i flussi di npl in un orizzonte di medio termine». Nel tempo i nuovi npl saranno regolati con le normative in corso di definizione, in particolare quelle che si stanno definendo in ambito europeo dopo le prime proposte della Commissione Ue.

COME E’ CAMBIATA LA POSIZIONE DELLA BCE

Il linguaggio vago del testo Bce appare un compromesso necessario, considerando anche l’impegno profuso da Nouy negli scorsi mesi per una linea più dura. Nel giorno della pubblicazione della prima bozza di addendum (4 ottobre) la Bce aveva parlato di possibili misure sugli stock nel primo trimestre 2018: il messaggio ha preoccupato a lungo il mercato, ma poi non ha avuto seguito, anche perché c’è stata una forte reazione del mondo bancario e parlamentare. Anche un’analisi del braccio monetario della Bce avrebbe messo in guardia sui rischi di misure eccessivamente severe per il credito e il sistema finanziario. Alla fine Nouy, il cui mandato scade a fine anno, ha dovuto fare retromarcia.

CHE COSA SI DICE IN BANCA D’ITALIA

In Banca d’Italia si è osservato ieri che l’approccio banca per banca del Ssm rappresenta «un ragionevole punto di incontro tra la necessità di mantenere il dovuto rigore su un tema di primaria importanza per la complessiva riduzione dei rischi nel sistema bancario europeo e quella di tenere conto delle specificità delle singole banche per individuare un percorso graduale e sostenibile per l’adeguamento dei livelli di accantonamento sui crediti».

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

Ecomafia, un “business” in crescita

sputnicnews.com 12.7.18 Tatiana Santi

Il rapporto ecomafia 2018 presentato a Montecitorio da Legambiente dipinge un quadro allarmante: un business che vale 14 miliardi, il settore dei rifiuti il più colpito, seguono i delitti contro animali e fauna, il ciclo del cemento. Nel 2017 il numero di arresti è raddoppiato grazie alla legge sugli ecoreati, ma l’emergenza continua.

La legge sugli ecoreati entrata in vigore tre anni fa ha permesso l’inserimento dei delitti contro l’ambiente nel codice penale, un passo in avanti lungo una strada tutta in salita contro l’ecomafia. La legge non affronta tutti gli aspetti di quest’emergenza che richiede un forte impegno politico. È quanto emerge dal rapporto di Legambiente presentato recentemente alla Camera dei Deputati.

Quali misure sono necessarie per lottare contro le ecomafie, lo smaltimento illegali dei rifiuti e l’abusivismo? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Stefano Ciafani, presidente di Legambiente.

— Il rapporto sull’ecomafia 2018 rileva dati allarmanti: i reati contro l’ambiente valgono 14 miliardi di euro. Presidente Ciafani, possiamo dire che si tratta di un business in espansione?

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente
© FOTO : FORNITA DA STEFANO CIAFANI
Stefano Ciafani, presidente di Legambiente

— Sì, è un business che cresce, questa è la parte negativa del rapporto ecomafia 2018. Vi sono anche aspetti positivi. Di fronte alla forza delle mafie nel settore dei rifiuti, del cemento, nel racket degli animali e nei traffici illegali dei beni culturali grazie alla nuova legge sugli ecoreati, entrata in vigore 3 anni fa, lo scorso anno c’è stato il maggior numero di arresti. Lo scorso anno è più che raddoppiato il numero di indagini contro i trafficanti di rifiuti.

Grazie a questa legge c’è una risposta molto forte contro gli ecocriminali e gli ecomafiosi. Quello che emerge dal rapporto però è che questa legge affronta solo alcune delle questioni, perciò, quando abbiamo presentato alla Camera dei Deputati il rapporto, abbiamo fatto 10 proposte di modifica normativa per poter completare la rivoluzione avviata con l’approvazione della legge sugli ecoreati.

— Che cosa chiede Legambiente al governo? Quali passi vanno intrapresi?

— Chiediamo di mettere in campo un’azione di formazione per tutti gli operatori, a partire dai magistrati e dalle forze di polizia, è una legge che deve essere conosciuta in tutto il Paese. Questa legge deve essere utilizzata da tutte le procure a livello nazionale e a livello delle forze di polizia. Abbiamo chiesto di togliere la cosiddetta clausola di invarianza dei costi per lo Stato, la legge prevede che non vi siano costi ulteriori, ma sono necessari fondi pubblici per la formazione degli operatori.

Abbiamo chiesto al ministero dell’Ambiente di approvare i decreti attuativi della legge sulle agenzie regionali protezione dell’ambiente che mancano. Tali decreti servono per rendere uniformi sul territorio nazionale i controlli preventivi svolti dai tecnici delle APPA. Per contrastare il racket di animali abbiamo chiesto di inserire nel codice penale anche i delitti contro fauna e flora protette. Per fermare i trafficanti di opere d’arte abbiamo chiesto di approvare il delitto di attività organizzate per i beni culturali e i reperti archeologici.La richiesta più pressante che abbiamo fatto è quella di inaugurare una stagione di abbattimenti di strutture abusive e degli ecomostri che però può essere fatta solo se verrà approvata una modifica normativa, che toglierà la competenza dell’abbattimento ai comuni e la centralizzerà allo Stato. Questo perché gli abbattimenti degli ecomostri sono vittima del ricatto elettorale. I sindaci a volte sono stati minacciati di morte. Anche il ministro Costa conveniva sul fatto che le competenze in questo settore dovessero essere centralizzate.

— I principali reati contro l’ambiente sono legati al settore dei rifiuti. La mafia continua ad avere un ruolo centrale nel dramma dei rifiuti?

 Le ecomafie continuano a smaltire illegalmente i rifiuti nelle zone dove sono operative. Poi vi sono anche organizzazioni criminali, non necessariamente mafiose, che operano sul territorio nazionale con metodi simili a quelli delle ecomafie. Queste organizzazioni trafficano e smantellano illegalmente rifiuti industriali. Il fenomeno esiste ancora, però fortunatamente ci sono strumenti normativi per fermare questi traffici, lo scorso anno infatti è più che raddoppiato il numero degli arresti e il numero delle indagini. Grazie alla legge sugli ecoreati lo Stato sta mettendo in campo una risposta importante contro i trafficanti di rifiuti. La legge va utilizzata sempre di più.

— Fino a poco tempo fa i reati contro l’ambiente rappresentavano un tema poco dibattuto. Secondo lei ci vuole più attenzione mediatica nei confronti di questo problema?

— L’attenzione mediatica è molto importante. Abbiamo iniziato questo lavoro nel ’94, senza i media non avremmo mai sensibilizzato i cittadini e costretto la politica ad attuare delle norme per inserire i delitti contro l’ambiente nel codice penale. Ogni anno presentiamo il rapporto sulle ecomafie, parliamo delle aggressioni criminali messe in campo dalle organizzazioni mafiose, i media ci aiutano nel raccontarlo. Questo è fondamentale perché poi parlamento e governo approvino le norme che servono per contrastare questi fenomeni criminali. Senza i giornalisti non ce l’avremmo mai fatta.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

 

Leonardo: su ex manager Biraghi spunta una lettera di Profumo

S.N. finanzareport.it 12.7.18

L’ex capo della cyber-security avrebbe trovato un accordo per essere sollevato da ogni responsabilità


 
 

C’è stato un accordo tra Andrea Biraghi, il manager presunto “infedele” dimessosi nei giorni scorsi da Leonardo (ex Finemccanica), e l’amministratore delegato Alessandro Profumo, che in una lettera lo ha sollevato da ogni responsabilità per i fatti al centro delle accuse.

Lo scrive il Sole 24 Ore citando testualmente la lettera di Profumo all’ex responsabile della divisione Sistemi per la sicurezza e le informazioni (o cyber-security). “Egregio Ing. Biraghi, ci riferiamo al procedimento disciplinare posto in essere nei Suoi confronti e Le confermiamo che, tenuto conto anche di quanto da Lei osservato nelle Sue lettere del 18 maggio u.s., del 7 giugno u.s. e del 22 giugno u.s., come pure di quanto ad oggi emerso a seguito degli approfondimenti compiuti, allo stato non sono stati riscontrati elementi che, a parere della scrivente Società, fondino una Sua personale e colpevole responsabilità nei confronti della stessa”.

La lettera è datata 27 giugno, e benché discolpi il manager, Biraghi il giorno dopo si è dimesso, facendo appunto pensare a un accordo con l’azienda.

Biraghi si è dimesso infatti il 28 giugno, dopo un’indagine interna che gli contestava opacità nei rapporti con fornitori e altre operazioni, portando a un provvedimento di sospensione per 50 giorni.

Diverso invece il destino del capo degli acquisti, Stefano Orlandini, che è stato licenziato in tronco, mentre Biraghi lasciando Leonardo per dimissioni ha incassato le indennità contrattuali.

Biraghi, ricorda il Sole 24 Ore, era stato promosso capo della divisione cyber security a fine 2015 da Mauro Moretti e aveva avuto rapporti anche con Marco Carrai, amico dell’ex premier Matteo Renzi.

Attualmente la guida della cyber-security è stata affidata da Profumo a Norman Bone, di nazionalità scozzese e già a capo della divisione Sistemi avionici, mentre l’unità organizzativa acquisti e supply chain della divisione, in precedenza guidata da Orlandini, è stata invece affidata a Manuele Marra, attualmente capo acquisti informatici in Lgs.

Bce: l’Italia punta alla presidenza della vigilanza sulle banche

Massimo Morici panorama.it 12.7.18

A fine anno scade il mandato della francese Nouy. In pole, tre italiani: in ballo la supervisione degli istituti di credito e il nodo delle sofferenze

Danièle Nouy

Daniele Nouy, membro del Supervisory Board della BCE – Credits: DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images

 

A Francoforte non conta solo Mario Draghi, presidente della Bce. Lo sanno bene le grandi banche italiane, definite sistemiche, che sono alle prese con la gestione delle sofferenze bancarie. E che hanno avuto a che fare con il capo della vigilanza bancaria europea, la francese Danièle Nouy, una super burocrate con un passato all’autorità francese preposta alla vigilanza prudenziale e risoluzione delle crisi e come segretario generale del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria. Nominata a fine 2013, il suo mandato, iniziato il primo gennaio 2014 e di durata quinquennale, scadrà a fine 2018, un anno prima del termine dell’incarico affidato a Mario Draghi.

E se per la poltrona della Bce, quella che decide la politica monetaria, si vocifera da anni di un possibile incarico a un tedesco (il nome più citato è quelle del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann) o a un banchiere di un paese “core” vicino alla Germania, alla vigilanza ora si fanno più insistenti le indiscrezioni di una possibile ascesa di un italiano.

A caccia di poltrone

A porre la questione ai piani alti, è stato a inizio luglio il quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt, secondo cui il prossimo candidato alla vigilanza delle banche potrebbe venire da un paese del Sud Europa, con l’Italia che avrebbe “segnalato il suo interesse” proprio per il posto della Nouy.

Il quotidiano finanziario tedesco fa presente che il nostro paese è ben rappresentato oggi ai piani alti, ma rischia di non esserlo più nel giro di 18 mesi: a fine ottobre scade il mandato dell’alto rappresentate dell’Unione per gli Affari Esteri, Federica Mogherini; a luglio 2019 quello di Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo; e a fine 2019 quello di Mario Draghi.

Il nodo delle sofferenze

È naturale che un paese come l’Italia (terza economia dell’Eurozona e trai primi quattro per numero di abitanti) ambisca a nuovi incarichi. E la prima poltrona libera sarà appunto quella della Nouy: è un ruolo, il suo, piuttosto defilato, ma delicatissimo. Per capirlo, basta ritornare alle polemiche sugli stress test e sulle regole per rafforzare i bilanci delle banche europee imposte dalla Bce in anni recenti.

La vigilanza europea, infatti, è stata più volte accusata dalla stampa italiana di utilizzare due pesi e due misure: il guanto di velluto con le banche francesi e tedesche, molto attive sul mercato dei derivati, e il manganello con quelle italiane, che sono rimaste essenzialmente banche commerciali (l’investment banking è quasi del tutto assente nel nostro paese, salvo pochi casi).

Cominciano a circolare anche i primi nomi di italiani che potrebbero succedere a Nouy, professionisti stimati e tutti con esperienze nelle istituzioni europee. A partire da Andrea Enria, che dal 2011 guida l’Eba e che vanta un passato in Bankitalia e da consulente dell’ex premier Lamberto Dini (nel 1995). Gli altri papabili, inoltre, sono l’ex Bankitalia Ignazio Angeloni, che è nel consiglio della vigilanza bancaria europea dal 2014, e Fabio Panetta, membro del board di Bankitalia.

La partita, comunque, è tutta politica: l’indicazione della nomina del numero uno della vigilanza bancaria la fa formalmente il Consiglio dell’Unione europea, dopo l’ok del Parlamento europeo alla proposta relativa formata dal Consiglio direttivo della Bce.

Nuovo caso Strava, un’altra App spia militari e 007 COINVOLTI ANCHE ITALIANI. L’APPLICAZIONE FLOW SVELA INFORMAZIONI PRIVATE DI AGENTI DEI SERVIZI SEGRETI, BASI MILITARI, AEROPORTI E MOLTO ALTRO

ofcsreport 10.7.18

a cura di Veronica Di Benedetto Montaccini 

Solo sei mesi fa era esploso il caso Strava, l’App fitness dedicata al monitoraggio dell’attività fisica, ma che forniva informazioni sulle abitazioni e le vite di spie e militari che si allenano in località segrete, in particolare fra Siria e Afghanistan. La società ha negato la fuga di dati ma ha sospeso la mappa Explore.

Adesso è scoppiato un caso simile

Questo ultimo episodio riguarda Polar, gruppo finlandese attivo nel settore deltracking di sport e salute, che attraverso l’applicazione Flow potrebbe produrre conseguenze altrettanto gravi. Miliardi di investimenti in sicurezza e cybersicurezza, attività di intelligence, droni invisibili ai radar. Poi basta una corsetta e la copertura salta. L’applicazione non solo monitora le attività degli sportivi (bici, corsa, nuoto e sci) ma le mette in condivisione in una sorta di social network per atleti.

L’inchiesta di De Correspondent e Bellingcat

Sono state due testate, l’olandese De Correspondent e il sito investigativo Bellingcat, ad aver scoperto questo rischio. L’App Flow rivelerebbe infatti “abitazioni e vite di membri di agenzie d’intelligence, basi militari e aeroporti, siti di stoccaggio nucleare e ambasciate in tutto il mondo”.

Nel caso in cui non venga volutamente disattivato l’opzione condivisione,l’App rende visibile a tutti gli utenti le attività di un particolare individuo. Con la “heath map” di Strava era per esempio possibile visualizzare il percorso di un militare che faceva jogging nel compound aeroportuale in Iraq così come le sue attività magari una volta a casa, negli Stati Uniti o nei Paesi bassi.

Le rivelazioni

Ecco alcune delle geolocalizzazioni che sono state ritrovate: personale militare operativo in basi dove sono custodite armi nucleari, personale di intelligence attivo vicino a basi militari, agenti Fbi e analisti NSA, personale militare specializzato in cyber security e difesa missilistica, personale addetto ai sottomarini, un Ceo di una nota azienda che si allena in tutto il mondo, soldati russi in Crimea, personale militare a Guantanamo, truppe vicino al confine nordcoreano, addirittura personale di aviazione coinvolto in operazioni contro lo Stato islamico. La base per tutti questi dati è proprio la mappa Explore.

Gli italiani coinvolti

6460, questo il numero delle persone potenzialmente coinvolte provenienti da 69 nazionalità diverse. Nella lista nera delle nazionalità pubblicata dalle due testate che per prime hanno divulgato l’inchiesta, ci sono anche italiani. Non ci sono i nomi per ragioni di privacy ma 49 militari risultano lavorare nella base di Sigonella, sede dell’aeroporto militare italiano che ospita anche la Naval air station (Nas) della Marina statunitense. Si può risalire a nomi e cognomi, a indirizzi, a abitudini di persone dai quattro lati del pianeta.

Perché una App per correre ci svela i segreti della Cia

Del caso Strava se ne era accorto uno studente australiano, Nathan Ruser. Ha zoomato nei punti più scuri della mappa e ha notato che, nel bel mezzo del nulla digitale, spuntavano delle linee: si trovano in Siria, in Somalia, in Iran, in Afghanistan e sono i tragitti dei militari. Accedono all’applicazione, si agganciano al gps, magari lungo il perimetro della propria base. Ed eccole localizzate, disegnate da linee bianche, gialle e rosse senza bisogno di telecamere e infiltrati. La società continua a negare ma, tuttavia, ha sospeso Explore in via precauzionale, proprio per non rischiare.

Al momento la stragrande maggioranza degli utenti Polar mantiene i profili privati. Per questo basta in teoria accedere alle impostazioni. Un’opzione che il personale militare non aveva ritenuto necessaria. O, peggio, non sapeva esistesse.

 

Cassa depositi e prestiti, ecco fatti, nomi e indiscrezioni sulle nomine in ballo

Michele Arnese Startmag.it 12.7.18

Rush finale per le nomine ai vertici di Cdp.

In queste ore i partiti della maggioranza con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, stanno definendo la lista del Tesoro da presentare all’assemblea della Cdp (Cassa depositi e prestiti) in calendario il 13 luglio.

In azione sul dossier nomine c’è anche Davide Casaleggio, come ha svelato oggi il quotidiano La Stampa in un articolo di Federico Capurso, da tempo addentro alle segrete cose dei Cinque Stelle (fece rumore una sua intervista-scoop con l’ex assessore comunale a Roma, Paolo Berdini).

La Stampa ha scritto che il numero uno dell’associazione Rousseau è a Roma per seguire anche la partita delle nomine nelle società pubbliche: anche Rai e Gse (Gestore servizi energetici), oltre a Cdp.

I due maggiori nomi in corso per succedere come amministratore delegato di Cdp al posto di Fabio Gallia sarebbero Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei (Banca europea per gli investimenti), e Fabrizio Palermo, attuale direttore finanziario di Cdp.

Il Tesoro si è avvalso – come prevede la legge – di una società di cacciatori di teste per selezionare i candidati, la Spencer Stuart.

Casaleggio, secondo quanto si evince dalle indiscrezioni di Capurso della Stampa, avrebbe storto il naso leggendo il cv on line di Scannapieco perché nel 2007, dopo aver lasciato il Tesoro dove era direttore Privatizzazioni e Finanza, e prima di andare alla vicepresidenza della Bei, ha fatto parte dell’advisory board di Spencer Stuart per 2 mesi, “giugno e luglio”, hanno precisato ambienti della Bei.

D’altronde, fanno notare ai piani alti del Mef, i membri del comitato direttivo, il presidente e i vicepresidenti della Bei non posso aver alcun altro incarico durante il loro mandato. Dunque i retropensieri di Casaleggio jr svaniscono.

Ora, comunque, sarà il titolare del Mef, Giovanni Tria, a firmare i nomi della lista per il vertice della Cdp.