Che cosa penso del Savona-pensiero

http://www.startmag.it/author/gianfranco_polillo/ 13.7.18

Il commento di Gianfranco Polillo

Che Paolo Savona non fosse una persona facile, lo si sapeva da tempo. Nulla da eccepire sulla sua competenza tecnica, maturata nei lunghi anni passati in Banca d’Italia e poi come membro del gotha finanziario italiano. Compresa la breve esperienza politica come Ministro dell’Industria. Ma quella era ancora la coda delle Prima repubblica – il 1993/94 – quando la struttura dei partiti politici italiani era in grado di fare da filtro e temperare le pulsioni individuali. Cose che appartengono al passato. Nel frantumarsi di ogni sede collettiva, l’estro individuale diventa dominus assoluto. Il protagonismo la cifra dell’agire politico.

Questo spiega perché – caso più unico che raro – in poco più di un mese, il neo Ministro per gli affari europei, Mister Europa, sia incorso in due forti rimbrotti. Il primo cartellino giallo, come si ricorderà, fu esibito dal Presidente della Repubblica, che si oppose, con determinazione, alla sua nomina a Ministro dell’economia fino a sfiorare una complicata crisi istituzionale. Oggi è la volta di Luigi Di Maio, costretto a prendere le distanze dalla sua ultima esternazione nelle auliche sedi del Parlamento. Per alcuni versi, un peccato. Perché non tutto il Savona-pensiero è da gettare alle ortiche.

Nella sua introduzione, il Ministro aveva toccato argomenti importanti e condivisibili. Aveva richiamato l’attenzione su un problema fin troppo nascosto nel dibattito sulla situazione italiana: quell’eccesso nelle partite correnti della bilancia dei pagamenti, che si traduce in “risparmio interno non utilizzato”. Ad esclusivo beneficio dei concorrenti esteri. Da qui la necessità di una politica attenta non solo alle questioni dell’offerta, vale a dire delle necessarie riforme di carattere strutturale, ma rivolta a far crescere la domanda interna (consumi ed investimenti) almeno fino al punto in cui quel surplus non è riassorbito dalla politica di sviluppo. Oggi impedita dall’esistenza di un vincolo esterno fin troppo rigido e da un’architettura istituzionale che non risponde al disegno individuato dai “Padri Fondatori della Comunità Europea”.

Dato quest’assunto, il resto era conseguente. Contenere nel tempo la spesa corrente per far crescere quella per investimenti, per sfruttare in pieno il suo “moltiplicatore nei settori in cui si vogliono indirizzare gli investimenti per rimuovere le strozzature allo sviluppo”. Quindi utilizzare questa nuova leva – la maggior crescita del Pil – per realizzare il programma di Governo: flat tax, reddito di cittadinanza, riforma della legge Fornero. Obiettivi da conseguire senza fretta, ma con la gradualità necessaria al fine di mantenere il giusto equilibrio nei conti pubblici e non allarmare i mercati. Perché “giusto o sbagliato che sia, la politica del Governo ne deve tener conto”.
Logica avrebbe voluto che la conclusione della sua analisi fosse la proposta di una modifica delle regole del fiscal compact, proprio per tener conto degli andamenti dei conti con l’estero. Un Paese in surplus deve reflazionare, un Paese in deficit, al contrario, deve deflazionare. Nel primo caso più deficit, nel secondo meno. Ed invece Savona si è avventurato in un triplice salto mortale, proponendo una modifica dello statuto della Bce, prendendo a paragone le altre banche centrali. Ossia organismi di Stati unitari (che siano federali o meno conta poco) che nulla hanno a che vedere con la complicata situazione istituzionale dell’Eurozona.

La Bce chiamata, quindi, a monetizzare almeno parte del debito sovrano dei singoli Stati. Cosa indubbiamente auspicabile, specie se si considera che il quantitative easing sta per essere archiviato. Ma con quale realismo? Mario Draghi, nonostante le continue insistenze, non è riuscito a completare l’Unione bancaria, prevedendo l’assicurazione europea sui depositi. Muro dei Tedeschi e non solo. Pensare di andare ben oltre questa frontiera è come scalare l’Everest, comodamente seduti sul dorso di un mulo. Sarà quindi interessante assistere ai futuri colloqui tra il Presidente della BCE e lo stesso Paolo Savona: da questi annunciati, con una certa insistenza.

Ad infiammare il dibattito politico non sono stati, tuttavia, questi argomenti, la cui dignità è evidente. Savona ha commesso un’ingenuità, non sappiamo quanto non voluta. Il suo riferimento all’eventualità della presenza di un minaccioso “cigno nero”, di un possibile shock in grado di escludere l’Italia dalla moneta unica, ha canalizzato l’attenzione generale. Sono stati in molti a considerarlo una sorta di lapsus che richiamava alla memoria i suoi precedenti scritti sulla necessità di un “piano B” per mettere l’Europa con le spalle al muro. E semmai congedarsi, senza rimpianti. È stato quindi facile per Luigi Di Maio ribattere: non esistono cospiratori che operano nell’ombra contro l’Italia. Non esistevano, aggiungiamo noi, nemmeno nei confronti della Grecia. Ed il peso specifico dell’Italia è cinque volte tanto. Escluderla dalla moneta unica sarebbe la fine dell’euro. Almeno così come l’abbiamo conosciuto.

Non inganni il parallelo con la Brexit, le cui difficoltà sono sotto gli occhi di tutti. L’Inghilterra ha sempre avuto un piede dentro l’Europa e l’altro al di là dell’Atlantico: sulla sponda americana. Delle regole del Continente ha scelto solo quelle che potevano portare acqua al suo mulino. E nonostante tutto, quella separazione sta mostrando difficoltà impreviste. Senza, per altro trovare le compensazioni ipotizzate nel maggior sviluppo delle sue piazze finanziarie. Una delle motivazioni più forti avanzate, per giustificare una sorta di ritorno ad un passato imperiale. L’Italia con il suo asfittico mercato finanziario, dove predominano i titoli del debito e non i movimenti dei capitali, non avrebbe nemmeno questa parvenza di giustificazione. Quindi evitiamo di evocare scenari catastrofici. Non fanno scattare gli anticorpi. Ma rendono più fragile una situazione già fin troppo complicata.