INTERNAZIONALI L’economia di Putin non fa gol

Andrea Goldstein lavoce.info 13.7.18

Nonostante l’enorme potenziale, la Russia è sulla strada del declino economico. La crescita demografica è nulla e l’economia continua a fare affidamento su estrazione di risorse minerali e settori protetti. Non può certo essere un modello per l’Italia.

Perché la Russia cresce poco

Tutti gli occhi sono puntati sulla Russia. La Coppa del mondo di calcio è stata un successo d’immagine per Vladimir Putin e l’incontro di Helsinki con Donald Trump ne sancirà l’assoluzione politica, a quattro anni dall’invasione della Crimea. Per alcuni in Occidente il presidente russo, al potere dal 2000, è un esempio fulgido di governante illuminato che agisce nell’interesse della nazione e al servizio del popolo. Peccato che il bilancio della Putinomics sia modestissimo.

Primo paese al mondo per superficie e nono per popolazione, terzo produttore di petrolio e secondo di gas, ricco di ogni materia prima, da sempre la Russia ha un enorme potenziale. Negli ultimi venti anni la crescita è stata però insoddisfacente: a parte il rimbalzo tecnico dell’inizio del XXI secolo dopo la crisi, la Russia ha raramente fatto meglio rispetto ad alcuni gruppi di paesi comparabili, come l’Opec e i Bics (Brasile, Cina, India e Sudafrica): fatto 100 il Pil del 2000 (in dollari costanti del 2010), l’indice arriva a 176 per la Russia nel 2017, a 204 per l’Opec senza il Venezuela, a 320 per i Bics.

Figura 1 – Tasso di crescita annua del Pil (in dollari costanti del 2010)

Fonte: World Bank, WDI database.

Il reddito pro capite (espresso in parità di potere d’acquisto) è passato da 14 mila dollari (costanti) 2011 nel 2000 a 24.765 nel 2017, ma se un russo è mediamente molto più abbiente di un cinese o un indiano, in compenso in questi paesi l’aumento è stato decisamente superiore (da 3.700 e 2.495, rispettivamente, a 15.309 e 6.426). Il ritorno dell’inflazione e l’erosione del potere d’acquisto dei salari hanno provocato un impoverimento: secondo la definizione dell’Istituto federale di statistica Rosstat (135 euro al mese), nel 2016 quasi un russo su sette viveva nell’indigenza (Macro Poverty Outlook for Europe and Central Asia).

I motivi dell’insoddisfacente andamento, che i media controllati dal Cremlino sono riusciti a imputare alle sanzioni, sono vari. La crescita demografica è nulla (solo Giappone e Italia fanno peggio nel G20), l’età mediana è di gran lunga la più elevata tra i Brics e oltretutto c’è un netto squilibrio di genere, troppe femmine e pochi maschi. Anche se l’ingresso nel Wto è servito a combattere certi malfunzionamenti dell’economia di mercato, due decenni di un regime che ha fatto della stabilità il suo slogan hanno lasciato in eredità monopoli inefficienti e pervasivi – come i mastodonti dell’energia Gazprom e Rosneft, Rosatom (nucleare), Rosoboronexport (militare-industriale) e Rossijskie železnye dorogi (ferrovie).

Salvare il sistema bancario è costato all’erario più del 3 per cento del Pil e ha lasciato nelle mani dello stato circa il 65 per cento degli attivi, ormai vicini a 80 per cento dopo la nazionalizzazione di Otkritie e Bin. Mentre gli alti tassi d’interesse necessari per garantire un minimo di stabilità monetaria e il pessimo clima imprenditoriale deprimono gli investimenti: in un’economia che resta fortemente dipendente dalle risorse energetiche, le riserve si assottigliano, quelle di petrolio sono passate da 114 miliardi di barili (1996) a 110 (2016), nel caso del gas c’è stato un aumento, risibile però rispetto a quelli in Qatar, Iran, Turkmenistan e Usa (BP’s Statistical Review of World Energy).

Troppa fiducia nel settore energetico

La composizione della crescita è quella di sempre: estrazione di risorse minerali e settori protetti (non-tradable). Resta invero preoccupante come neanche le contro-sanzioni che penalizzano le importazioni di prodotti occidentali (come i formaggi italiani) e il deprezzamento del rublo siano sufficienti a promuovere la sostituzione delle importazioni, che nel 2014 rappresentavano l’85–90 per cento della domanda di beni strumentali e il 50–70 per cento di quella di beni di consumo. Ci sono pochissimi casi di marchi capaci di farsi notare sulla scena internazionale (Natura Siberica nella cosmetica, Kaspersky nella sicurezza informatica), mentre in compenso un quarto della popolazione urbana vive nelle 319 monogorod, città sovietiche, spesso in Siberia, con alti tassi d’inquinamento, alcolismo e suicidi (The effect of rapid privatisation on mortality in mono-industrial towns in post-Soviet Russia: a retrospective cohort study).

In teoria, un punto di forza per diversificare l’economia ci sarebbe: il capitale umano. Gli studenti russi sono i più brillanti al mondo (What Makes a Good Reader: International Findings from PIRLS 2016). Piuttosto che nella zona economica speciale di Skolkovo, gli startuppari però preferiscono cercare fortuna all’estero, sognando di emulare Sergej Brin di Google, o Pavel Durov di Telegram. E nella patria di Isaac Asimov ci sono 3 robot ogni 10mila lavoratori, rispetto a una densità media mondiale di 74.

La Russia non è a un bivio. La strada del suo declino economico è tracciata dalla demografia e dall’esaurimento della manna energetica. Le riforme strutturali sono viste sempre più come un cavallo di Troia dell’Occidente e politiche impregnate di retorica anti-occidentale, ideologia autarchica e pratiche autoritarie non servono certo per migliorare le prospettive.

Stagnazione non equivale però a collasso: la Russia resta una potenza nucleare, il prezzo del petrolio, quantomeno nel prossimo quinquennio, non dovrebbe subire un nuovo tracollo e l’assenza di alternative percorribili garantisce la stabilità politica che sta a cuore agli investitori stranieri che fanno credito al Cremlino. Ma sicuramente la Russia non è un modello per l’Italia.

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