Comprendere l’ascesa globale del populismo

Di Saint Simon – Luglio 15, 2018 vocidallestero.it

Da LSE Ideas un approfondimento sul populismo, fenomeno multiforme e non nuovo nella storia occidentale, del quale l’autore Michael Cox, in maniera intellettualmente onesta e scevra dai pregiudizi liberali, cerca di dare una definizione, tracciare origini e motivazioni storiche e marcare le differenze col passato. Il populismo, sostiene Cox, è anche la reazione occidentale al malgoverno dell’ordine neoliberale, innestatosi sul crollo del comunismo, alle sue élite incapaci e al senso di impotenza provato dalle società dell’Occidente di fronte a repentini cambiamenti che minano la propria sicurezza e coesione. Il populismo, conclude, al momento non è una minaccia alla globalizzazione, ma ha ancora tanta strada da percorrere di fronte a sé.

 

di Michael Cox, 12 febbraio 2018

 

 

Questa è la versione aggiornata di un documento originariamente presentato alla Royal Irish Academy a Dublino il 31 maggio 2017, apparso nel volume 28 di Irish Studies in International Affairs.

 

 

Lo spettro del populismo

 

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi” scriveva Karl Marx nel 1848. Oggi sembrerebbe che un altro spettro molto differente infesti l’Europa. Non è il comunismo – che è stato consegnato al proverbiale cestino della storia – ma un altro pericoloso “ismo”, il populismo.

 

Naturalmente c’è stata una grande molteplicità di populismi in passato. La Russia ne ha avuto di propri durante gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, una versione simile ma politicamente meno radicale crebbe negli Stati Uniti negli anni ’90 del 1800 e da allora è riapparsa diverse volte in molteplici variazioni (il Maccartismo fu a proprio modo una rivolta populista contro il liberalismo), e poi ci sono state le molte varietà di populismo che quando ero studente mi venivano presentate come il principale problema in America Latina negli anni del dopoguerra. Quindi per certi versi lo studio di quello che è conosciuto come populismo non è nuovo. Posso ben ricordare infatti di avere letto il mio primo libro sull’argomento nel 1969, quando studiavo politica, uno studio alquanto pregiato della London School of Economics (LSE), a cura della grande coppia Ernest Gellner e Ghita Ionescu, intitolato Populism: its meanings and national characteristics [Populismo: suo significato e caratteristiche nazionali, ndt].

 

Quindi potremmo dire che non c’è nulla di nuovo. Ma sarebbe sbagliato – chiaramente c’è qualcosa di abbastanza significativo e nuovo che sta accadendo oggi. Per un verso il problema populista (se lo è davvero) sembra essere migrato in Europa, dove prima non aveva una gran presa; e per un altro verso ha assunto una forma molto più diffusa. Mentre i precedenti populismi avevano un carattere specificamente nazionale, questo nuovo populismo ha assunto una forma più internazionale.

 

Se ascoltiamo la maggior parte dei leader europei, il populismo sembrerebbe oggi essere diventato la sfida politica della nostra era. L’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, un uomo che non usa mezzi termini, ha parlato di una marea crescente di “populismo demagogico” che se non viene trattato frontalmente e con decisione potrebbe facilmente compromettere l’intero edificio europeo. Un rapporto della Chatham House è arrivato all’incirca alle stesse conclusioni nel 2011. “La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti estremisti”, scrive il suo autore, “è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea” (1) – uno sviluppo che rappresenta una sfida non solo all’Europa, ma alla stessa democrazia.

 

Chi è un populista?

 

Ma è un fenomeno solo europeo? Chiaramente no. Attraverso l’Atlantico, negli USA, un dragone simile se non esattamente identico, che emette ogni tipo di suono spiacevole e pestifero, è sorto nella forma di Donald Trump, uno dei pochissimi miliardari che nella storia moderna rivendica anche di essere un “uomo del popolo”. Ma miliardario o meno, questo fenomeno politico davvero straordinario, una combinazione di Gatsby e Howard Hughes con l’aggiunta di un goccio di Randolph Hearst per buona misura, ha portato “sorpresa e spavento” in egual proporzione. Infatti, attingendo allo scontento popolare in quelli che Gavin Essler venti anni fa definì gli “Stati Uniti della Rabbia” (2), Trump ha scosso l’establishment USA (per non menzionare i loro soci europei) dalle fondamenta, dicendo cose che non si dovrebbero dire in compagnia di gentiluomini.

 

Inoltre, si ricorderà che non fu soltanto Trump a inveire contro le élite e i potenti durante la campagna presidenziale USA del 2016. Bernie Sanders potrebbe definirsi un socialista. E potrebbe non aver mai detto molte delle cose scioccanti che ha detto Trump. Ma alcuni dei suoi obiettivi – naturalmente le corporation che, ha sostenuto, hanno tradito i lavoratori americani, e i finanzieri di Wall Street – non erano così dissimili da quelli identificati da Trump. Hillary può aver vinto la nomination democratica alla fine. Ma Sanders ha inspirato i suoi sostenitori come la Clinton non ha mai fatto.

 

Ma se Sanders e Trump possono essere classificati insieme come populisti, allora chi, ci si potrebbe chiedere, non è un populista? E dove passano le linee di faglia ideologiche? Allora anche Jeremy Corbyn dovrebbe essere definito un populista? Dopotutto rivendica di parlare in nome dei “molti” anziché dei “pochi”. Ma lo stesso fa anche la May, che nella sua corsa per ottenere il consenso delle classe bianca lavoratrice ha parlato abbastanza apertamente di governare in favore degli “abbandonati” e di chi è stato ritenuto “da gestire”, per fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti, non soltanto per i ricchi e i potenti.

 

Questa è stata anche la narrazione dominante di partiti politici come Syriza in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia, e Podemos in Spagna – e tutti e tre sono di sinistra. Ciò naturalmente non può essere detto del Front National in Francia, ma oggi in Europa non c’è una populista più rampante di Marine Le Pen, che ha fatto campagna contro l’Unione Europea e la sua gemella, la “globalizzazione sfrenata”, che nelle sue parole stanno entrambi “mettendo a rischio” la “civiltà” francese. Infatti, mentre il vittorioso ex banchiere Macron ha fatto appello ai più istruiti nelle città prospere come Lione e Tolosa, la Le Pen ha passato la maggior parte del suo tempo facendo campagna nelle malmesse città del Nord-est, parlando a lavoratori i cui genitori (se non proprio loro) una volta votavano comunista.

 

Comprendere i populisti

 

Il populismo sembrerebbe così sfidare la facile classificazione politica. Ma su una cosa la maggior parte degli autori sul soggetto sembra essere unita. A loro non piace il populismo e sono stati inclini ad affrontare il soggetto con una misto di enorme sorpresa – chi tra loro ha previsto la Brexit e Trump nel 2016? – mescolata con un forte pizzico di antipatia ideologica.

 

Questo preconcetto non è passato inosservato, naturalmente. Infatti, John Stepek, in un pezzo su MoneyWeek, ha sottolineato molto giustamente che, per quanto ne sapeva, “la maggior parte degli editoriali” che trattavano di populismo tendeva a ricadere in due categorie principali: “beffardo o paternalistico” (3). Il controverso sociologo Frank Furedi è stato ancora più aspro. Populismo, ha sostenuto, è virtualmente diventata un’offesa diretta contro chiunque sia critico dello status quo. Peggio ancora, ciò implica che la rivolta che oggi affronta l’Occidente non è la legittima risposta a problemi profondi, ma piuttosto è il problema stesso (4).

 

Questa è la conclusione a cui chiaramente si arriva in un libro influente sul tema. I populisti possono rivendicare di parlare in nome del popolo, sostiene Jan-Werner Muller nel suo studio dalle buone recensioni What is Populism? [Cos’è il populismo?, ndt] (5). Ma non si dovrebbe farsi raggirare. Quando i populisti prenderanno davvero il potere, avverte, creeranno uno stato autoritario che escluderà tutti quelli che non sono considerati parte del popolo. Pertanto state attenti ai populisti. Possono parlare il linguaggio democratico. Ma nascosto dietro a tutta quella retorica c’è un impulso pericolosamente anti-democratico.

 

Questa avversione nei confronti del populismo può essere comprensibile, dato che molto di quello che i populisti dicono è profondamente preoccupante dal punto di vista liberale. Inoltre, come i loro critici hanno legittimamente sottolineato, le loro politiche possono essere – e hanno dimostrato di essere – molto allarmanti. Tuttavia, siamo di fronte a un dilemma. Da un lato ci sono gli analisti del populismo che tendono per lo più a guardare al fenomeno tenendo sempre il naso all’insù, come se ci fosse un cattivo odore nella stanza. Dall’altro, si sono milioni di “persone comuni” là fuori che votano questi movimenti. Se non altro, dice qualcosa dello stato dell’Occidente il fatto che, mentre la maggior parte degli intellettuali si allinea alla critica del populismo, alcuni di sicuro in modo più corretto di altri, milioni di loro concittadini votano in massa per partiti e individui che la maggior parte degli accademici e degli esperti sembra disapprovare.

 

Trump può non essere il mio genere (o il vostro), ma dopotutto ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi. Tuttavia “noi” sembriamo detestare lui e quelli che hanno votato per lui. La Brexit non era la mia opzione preferita, ma ha raccolto più voti del Remain e lo ha fatto perché ha attinto a qualcosa di importante.

 

Il mio punto è semplice, ma importante. Il populismo non ci deve piacere, non dobbiamo andarci d’accordo. E non dovremmo dimenticare il nostro ruolo di critici. Ma dovremmo almeno provare a distanziarci dalle nostre preferenze politiche e ideologiche, e provare ad andare oltre lo sdegno morale nei confronti di qualcosa che a molti di noi può non piacere e cercare invece di capire che cosa sta succedendo. Perché, chiaramente, qualcosa sta accadendo. E cos’è quel qualcosa? Non dovremmo esagerare. Né dovremmo concludere che il mondo che abbiamo conosciuto sta per collassare. Non è così. Ma le placche tettoniche si stanno muovendo. L’umore in Occidente si sta inasprendo. Molti milioni di persone ovviamente sono molto infelici del vecchio ordine e hanno espresso la loro alienazione votando in massa contro l’establishment.

 

Che cos’è il populismo?

 

Ma allora che cos’è il populismo? La risposta a questa semplice domanda non è affatto chiara. Il populismo riflette una profonda diffidenza verso l’establishment predominante; il sospetto che questo establishment, nella visione della maggior parte dei populisti, non governi per il bene comune, ma cospiri contro il popolo; e che il popolo, comunque definito, sia il vero depositario dell’anima della nazione.

 

I populisti tendono per lo più ad essere anche nativisti e sospettosi nei confronti degli stranieri (sebbene sia più probabile constatarlo a destra che a sinistra). Spesso e volentieri sono scettici sui fatti presentati dalla stampa di regime, e nella maggior parte dei casi (e di nuovo ciò è più vero per la destra rispetto alla sinistra) gli intellettuali non piacciono loro molto. Né in generale piacciono loro le grandi città e i tipi metropolitani che ci vivono.

 

I populisti sono (per usare un termine reso popolare da David Goodhart) i “somewheres” – cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario degli “anywheres” [le persone senza radici, i cosmopoliti, ndVdE] (6). Infatti, sostiene l’autore, la linea di faglia in Gran Bretagna (e lo stesso potrebbe essere vero in molti altri paesi Occidentali) è tra coloro che vengono Da Qualche Posto [somewhere in inglese, ndt]: le persone che hanno radici in specifici posti o comunità, di solito una piccola città o la campagna, socialmente conservatrici, spesso meno istruite, e coloro che vengono Da Qualunque Posto [anywhere, in inglese, ndt]: senza legami, spesso metropolitani, socialmente liberali, laureati e che sono inclini a sentirsi a casa quasi dappertutto. Ma sono i “somewheres” che dobbiamo comprendere, poiché sono loro dopotutto a costituire la vera base di quella che vediamo come la rivolta populista.

 

Che cosa ha causato l’ascesa del populismo?

 

Che cosa ha causato questa impennata nel sostegno al populismo? Ci sono almeno tre narrazioni in competizione.

 

1) Una è stata fornita non molto tempo fa da Moises Naim, editore della rivista Foreign Policy. Egli concorda che il populismo va preso sul serio; ma non ha coerenza intellettuale. È soltanto una “tattica” retorica che i demagoghi usano sempre in tutto il mondo, e continueranno ad usarla, per ottenere il potere e quindi tenerlo stretto. Per come la mette Naim:

 

“Il fatto è che il populismo non è un’ideologia. Invece, è una strategia per ottenere e trattenere il potere. È in circolazione da secoli, e di recente sembra riaffiorare in tutta la sua forza, spinto dalla rivoluzione digitale, dalle economie precarie e dalla minacciosa insicurezza di ciò che ci aspetta” (7).

 

Questo tuttavia non rende il populismo meno pericoloso. Infatti, il populismo è invariabilmente divisivo, prospera sul complottismo, trova nemici perfino dove non esistono, criminalizza tutte le opposizioni, esagera le minacce esterne, e soprattutto insiste che i suoi critici in casa stanno soltanto lavorando per governi stranieri. Eppure si perderebbe tempo – suggerisce – cercando delle cause più profonde per questo particolare fenomeno.

 

2) Un secondo – più influente – punto di vista è che il populismo nella sua forma attuale è una ricerca di senso in quel che Tony Giddens ha già definito il “mondo fuori controllo” della globalizzazione – un mondo che secondo Giddens come minimo sta “scuotendo i nostri modi di vivere, non importa dove ci capiti di vivere”. Inoltre, questo mondo, dice Giddens, sta emergendo in “modo anarchico, disordinato… pieno di preoccupazioni, parimenti sfregiato da profonde divisioni e dalla sensazione di essere tutti in preda a forze su cui non abbiamo alcun controllo”(8). In effetti, non è solo che non abbiamo alcun controllo. A causa della velocità e della profondità dei cambiamenti che intervengono attraverso le frontiere tradizionali, molti cittadini si sentono come se il mondo non solo li stesse superando, ma come se minasse la loro consolidata nozione di identità nata in tempi più stabili. Tutti hanno sentito questa perdita. Ma è stata sperimentata soprattutto da una schiera più anziana di persone bianche che vogliono semplicemente riportare indietro le lancette dell’orologio a un tempo in cui le persone nella loro città assomigliavano tutte a loro, sembravano tutte come loro e avevano persino la stessa lealtà della maggior parte di loro: in altre parole un’età in cui c’erano meno immigrati e anche meno mussulmani a vivere in mezzo a loro.

 

La globalizzazione e i fattori socio-economici ovviamente hanno un ruolo in questo racconto, come rende chiaro Giddens. Ma secondo questa narrazione al centro del moderno problema populista non c’è tanto l’economia, quanto l’identità e il senso, motivati da una serie di confuse, ma non per questo meno fondamentali domande su chi sono, cosa sono, vivo ancora nel mio paese circondato da persone che condividono gli stessi valori e la stessa fedeltà?

 

3) C’è comunque un terzo modo di intendere il populismo. E questo sostiene che il moderno populismo è meno il risultato di una crisi di identità in quanto tale e molto più il risultato di ciò che l’economista indiano (ora consigliere del primo ministro indiano Modi) Arvind Subramanian ha definito “iperglobalizzazione” (9). Quest’ultima forma di globalizzazione, egli nota, è cominciata lentamente negli anni ’70 del ventesimo secolo, ha accelerato rapidamente negli anni ’80, è decollata sul serio negli anni ’90 e ha continuato ad accelerare da allora – cioè, fino al crollo del 2008. Per anni i risultati di questa corsa di trent’anni a capofitto verso il futuro sono sembrati soltanto positivi e benefici. Infatti, secondo i molti difensori della globalizzazione, il nuovo ordine economico ha generato un’enorme ricchezza, attratto economie che una volta erano chiuse, fatto crescere il PIL mondiale, incoraggiato lo sviluppo reale in paesi che sono stati poveri per anni, e quel che è più importante di tutto in termini del benessere umano, ha aiutato a ridurre anche la povertà. Non sorprende che l’India, la Cina e i paesi in via di sviluppo abbiano amato questo nuovo ordine mondiale. Erano i suoi beneficiari.

 

Ma per l’Occidente più in generale ha creato nel tempo ogni tipo di problema collaterale. La ricchezza è diventata sempre più concentrata nelle mani di pochi, come dimostrato da Thomas Piketty (10). I redditi della classe media hanno ristagnato. Nel frattempo, molti membri della classe operaia dei paesi occidentali si sono trovati costretti a lasciare il lavoro o perché i posti di lavoro migravano altrove o a causa di un afflusso di merci importate a basso costo in gran parte provenienti dalla Cina. E per aumentare i loro problemi economici, l’immigrazione ha abbattuto il prezzo del loro lavoro. Quindi quello che poteva essere stato grandioso per le grandi aziende e il consumatore – per non parlare dei cinesi – si è trasformato in uno tsunami economico per i tradizionali bastioni del lavoro.

 

Le cause più ampie del populismo

L’impatto del neoliberalismo?

 

Una parte cruciale di questa interpretazione “materialista” del populismo è stata fornita più recentemente da James Montier e Philip Pilkington. I due non negano il fatto che la globalizzazione ha importanti svantaggi. Al contrario, la globalizzazione è grande parte della causa del populismo. Ma sviluppano il ragionamento ulteriormente, insistendo sul fatto che ciò che ha portato alla crisi reale dell’Occidente non è solo la globalizzazione in astratto, ma ciò che loro definiscono più precisamente “un sistema guasto di governance economica”.

 

Il sistema che definiscono “neoliberalismo” si è manifestato negli anni ’70 del ‘900 e da allora è stato caratterizzato da quattro “politiche economiche rilevanti”, una delle quali soltanto identificano come globalizzazione, essendo le altre tre:

 

“l’abbandono del pieno impiego come un obiettivo politico desiderabile e la sua sostituzione con un obiettivo di inflazione…; un’attenzione a livello aziendale sulla massimizzazione del valore per gli azionisti, piuttosto che sul reinvestimento e la crescita…; e la ricerca di mercati del lavoro flessibili e la distruzione di sindacati e organizzazioni dei lavoratori” (11).

 

Preso insieme, ritengono gli autori, questo nuovo ordine neoliberale non solo ha inclinato la bilancia verso il capitale, a sfavore del lavoro. Il regime che ha creato ha anche dato origine a inflazione più bassa, tassi di crescita più bassi, tassi d’investimento più bassi, crescita della produttività più bassa, e una propensione gravemente deflazionistica nell’economia mondiale. Inoltre la crisi del 2008, anziché minare questo ordine, ha soltanto reso le cose molto, molto peggiori. E dato tutto questo, non dovremmo essere sorpresi che ci sia stato un contraccolpo sotto forma di populismo. Forse l’unica sorpresa è che non sia successo prima.

 

La fine del comunismo

 

Naturalmente, non si è tenuti a scegliere tra queste diverse narrazioni. Tutte contengono elementi di verità. Tuttavia a mio avviso lasciano fuori anche parti importanti della storia.

 

Una delle cose lasciate fuori – o forse non sottolineata abbastanza – è l’enorme impatto a lungo termine che ha avuto, e ancora ha, sul mondo in cui viviamo il fallimento del comunismo e il collasso dell’URSS. Prima del 1989 e del 1991 sembrava esserci un certo tipo di equilibrio nel mondo: alcuni limiti integrati nel funzionamento del libero mercato. Comunque sia, per la fine degli anni ’90 tutto questo era stato spazzato via. Il biennio 1989-1991 a mio parere ha portato l’Occidente a un livello molto alto di hubris e presunzione. Ora tutto era possibile; e anche se ha causato sofferenze ad alcuni, è valso la pena pagarne il prezzo per il bene generale; e in ogni caso non c’era nessuna seria opposizione. O alcuna alternativa. Così si poteva tirar dritto a prescindere.

 

Né potevamo immaginarci cosa poteva significare per l’Occidente l’ingresso di enormi economie a basso salario come la Cina nel club del mercato mondiale. Molti economisti vi diranno senza alcun dubbio, e lo fanno, che il libero scambio è sempre un bene sul lungo termine. Lo ha detto Ricardo, lo ha detto Adam Smith, lo ha detto Keynes, lo ha detto anche Milton Friedman. Quindi deve essere la cosa migliore. Inoltre, se pure si sono persi posti di lavoro nella UE e negli USA, questo, ci viene detto, ha poco a che fare col libero scambio e ne ha molto con le nuove tecnologie a minore impiego di manodopera. Infatti, tutti questi posti di lavoro nella manifattura, in Europa e negli Stati Uniti, se ne sarebbero andati comunque a causa della tecnologia e dell’automazione. Ma ci sono ampie prove a suggerire una storia piuttosto differente: che di fatto milioni di posti di lavoro sono andati perduti in Occidente a causa delle economie emergenti che si sono unite al gioco. Non è soltanto un mito nazionalista. In ogni caso, non si dovrebbe essere rimasti sorpresi quando politici come Trump e i suoi equivalenti populisti in Europa hanno lanciato le loro invettive contro la globalizzazione e hanno raccolto i voti.

 

Impotenza

 

Ma non riguarda soltanto l’economia. Direi che il populismo è un’espressione molto occidentale di un senso di impotenza: l’impotenza dei cittadini ordinari di fronte a enormi cambiamenti in corso attorno a loro; ma anche l’impotenza dei leader e dei politici occidentali che non sembrano davvero avere una risposta alle molte sfide che l’Occidente sta affrontando oggi. Molta gente comune potrebbe sentire di non avere il controllo e potrebbe esprimerlo sostenendo i movimenti e i partiti populisti che promettono di ridargli il controllo. Ma in realtà sono i partiti politici tradizionali, i politici tradizionali così come le tradizionali strutture di potere ad essere impotenti in egual misura. Impotenti nel fermare il flusso di migranti dal Medio Oriente e dall’Africa. Impotenti nel controllare le frontiere dei loro stessi stati nazionali. Impotenti quando hanno a che fare con la minaccia terrorista. Impotenti nell’impedire le delocalizzazioni e l’evasione fiscale. E impotenti nel ridurre la disoccupazione in misura significativa nella maggior parte dell’Eurozona.

 

Ora, tutto questo avrebbe anche potuto essere gestito se non fosse stato per altri due fattori: uno, chiaramente, è stato la crisi finanziaria del 2008. Come suggerito sopra, questa non solo ha dato un duro colpo alle economie occidentali e alla UE in particolare; ha anche minato la fiducia nella competenza dell’establishment, dai banchieri agli economisti della LSE. Chi mai crederebbe di nuovo agli esperti dopo il 2008? O penserebbe che possano essere dalla sua parte? L’altro fattore è stato una serie di importanti battute d’arresto nel campo della politica estera che vanno dall’Iraq alla Libia. Queste non solo hanno fatto danni enormi al Medio Oriente, ma hanno esposto l’Occidente e i leader occidentali all’accusa di essere incompetenti e privi di buonsenso strategico. Naturalmente non è stata una coincidenza che uno dei temi su cui Trump è tornato più volte nel tempo sia stata la guerra in Iraq – una chiara dimostrazione, a suo avviso, che non si può affidare la sicurezza dell’America all’”establishment”.

 

Gli spostamenti della potenza globale

 

Infine, mi chiedo anche quanto la diffusa nozione che è in corso uno spostamento della potenza globale all’interno dell’ordine internazionale non abbia anche contribuito all’ascesa del populismo in Occidente. Dopo tutto, negli ultimi anni abbiamo sentito lo stesso mantra, proferito dalla maggior parte del nostri cosiddetti intellettuali: vale a dire, che il “resto del mondo”, visto come l’Asia, la Cina o quell’interessante combinazione conosciuta come i BRIC presto condurrà il mondo.

 

Come ho sostenuto altrove, questa idea di un enorme spostamento di potere che sta conducendo a un mondo o post-americano o post-occidentale o addirittura post-liberale è stata molto esagerata. Cionondimeno, è divenuta per molti la nuova verità della nostra era; quasi il senso comune dei nostri tempi. E ha avuto conseguenze, volute o meno, e una di queste è stata far sentire molte persone che vivono in Occidente profondamente incerte sul proprio futuro. Questo a sua volta ha fatto guardare molte di queste persone a quei politici e movimenti che dicono che difenderanno l’Occidente; o, nel contesto americano, renderanno di nuovo grande l’America. Inoltre, l’opinione che sia avvenuto o sia in corso uno spostamento di potere ha anche aiutato nel Regno Unito a sostenere la Brexit. Infatti in UK l’argomento che la UE in particolare sia nel suo declino terminale, e che si dovrebbe guardare ad altre parti dell’economia mondiale – Cina e India in modo evidente – ha chiaramente giocato un ruolo importante nel mobilitare la causa della Brexit.

 

Il populismo pone una minaccia alla globalizzazione?

 

In che misura, tuttavia, il populismo rappresenta una seria minaccia per la globalizzazione? La risposta più semplice non è quella che alcuni allarmisti potrebbero indurvi a credere – almeno questo è ciò che i “fatti” dicono se misurate la globalizzazione con indicatori quali i flussi finanziari transnazionali, il turismo internazionale e gli investimenti esteri diretti. Secondo ognuna di queste misure, il mondo non si sta de-globalizzando. Né è probabile che lo faccia fino a quando i suoi cinque maggiori attori economici (Unione Europea, Stati Uniti, Cina, India e Giappone) continueranno a sostenere politiche che favoriscono una maggiore integrazione, non minore, catene di approvvigionamento più estese, non meno estese, e a vedere un vantaggio continuo a livello economico nel far parte di un mercato mondiale. A questo punto le forze a favore della globalizzazione sembrerebbero ancora molto più forti di quelle contrarie.

 

La globalizzazione potrebbe essere ancora al sicuro. Tuttavia, le argomentazioni a favore non vengono più usate con la stessa fiducia che vedevamo dieci o quindici anni fa. E se la compromissione di quella che Simon Fraser ha definito “l’ortodossia pro-globalizzazione del periodo post-Guerra fredda” (12) continua, allora potremmo benissimo trovarci di fronte ancora più sfide per l’ordine economico liberale. La reazione populista, si sospetta, ha ancora una lunga strada da percorrere.

 

LSE IDEAS è il think tank di politica estera della London School of Economics. Colleghiamo la conoscenza accademica della diplomazia e della strategia con le persone che la usano.

 

Sull’autore

 

Il professor Michael Cox è direttore di LSE IDEAS e docente di Relazioni internazionali. È un noto esperto internazionale, che ha pubblicato numerosi articoli sugli Stati Uniti, le relazioni transatlantiche, l’ascesa dell’Asia e i problemi che affliggono l’UE e l’impatto che questi cambiamenti hanno sulle relazioni internazionali.

 

Bibliografia

 

[1] Matthew Goodwin, ‘Right response: understanding and countering populist extremism in Europe’, Chatham House, Europe Programme Report, September 2011

 

[2] Gavin Esler, The United States of Anger: people and the American Dream (New York, 1997)

 

[3] John Stepek, ‘What’s driving populism, and why it matters to investors’MoneyWeek, 4 April 2017

 

[4] Frank Furedi, ‘Populism on the ropes? Don’t be so sure’Spiked, 15 May 2017, see also ‘Populism: a defence’, Spiked, 29 November 2016

 

[5] Jan-Werner Muller, What is Populism? (Philadelphia, 2016)

 

[6] David Goodhart, The road to somewhere: the populist revolt and the future of politics (London, 2017)

 

[7] Moses Naim, ‘How to be a populist’, The Atlantic, 21 April 2017

 

[8] Anthony Giddens, Runaway world: how globalization is reshaping our lives(London, 1999)

 

[9] Arvind Subramanian & Martin Kessler, ‘The Hyperglobalizations of Trade and its Future‘, Peterson Institute for International Economics, Working Paper Series, WP13-6, July 2013

 

[10] Thomas Piketty, Capital in the 21st Century (Paris, 2013)

 

[11] James Montier & Philip Pilkington, ‘The deep causes of secular stagnations and the rise of populism’, GMO White Paper, March 2017

 

[12] Simon Fraser, ‘The tide of globalisation is turning’, The World Today, April-May 2016, 38-41: 38

Saviano: ‘Senza migranti morirebbe l’agricoltura italiana’. Pioggia di critiche su Facebook

silenziefalsita.it 15.7.18

Questa frase che Roberto Saviano ha incluso in un post su Facebook ha suscitato le critiche degli utenti.

“‘Senza migranti morirebbe l’agricoltura italiana’: detta così sembra che abbiamo bisogno di schiavi, perchè con salari legali ci sarebbero tranquillamente gli italiani a lavorare nei campi…”, scrive un cittadino.

Un altro utente fa notare all’autore di Gomorra che “a Carrara è morto un italiano con 6 gg di contratto”. E gli chiede: “Te ne sei preoccupato? L’agricoltura muore senza immigrati? I diritti muoiono con gli immigrati che accettano di lavorare nei campi sottopagati”. E e E ancora: “Giustamente gli italiani si rifiutano di andare a lavorare a quelle condizioni. Già te l’ho detto….limitati a fare il tuo mestiere di scrittore… se ancira lo sai fare!!!”

Si legge ancora tra i commenti al post di Saviano: “‘Senza gli immigrati l’agricoltura in Italia morirebbe’. Già, un mare di schiavi sottopagati è sempre utile.”

Un altro utente commenta: “I migranti sono necessari perché è grazie a loro e al loro sfruttamento che i lavori vengono sottopagati, allineando i nostri salari ai loro. Quindi o ti adegui o te ne vai, o emigri tu italiano.”

Un cittadino osserva che i problemi dell’agricoltura italiana sono altri: “Si Roberto Saviano, sa davvero perché l’agricoltura italiana sta morendo? Sa perché gli agricoltori hanno costi e tasse tali da farli chiudere e lasciare i campi incolti? Sa perché conviene più importare l’aglio dalla cina, l’olio dal nord Africa e le carni dall’est europeo? Potrebbe darmi risposte a riguardo, senza fare politica, senza demagogia e soprattutto tenendo conto dei reali costi in materia?”.

“L’agricoltura italiana è viva e vegeta….è la vecchia politica che l’ha penalizzata… l’olio tunisino ti dice qualcosa?,” domanda un utente.

Mondiale, che ne sarà dei dodici stadi?

tvsvizzera.it 15.7.18

Stadio di calcio visto dall'interno, con retro di una porta in primo piano, spalti attorno e apertura in alto
La Cosmos Arena di Samara vista dall’interno.

(Keystone)

Il Campionato mondiale di calcio 2018 è costato 15 miliardi di dollari, in buona parte denaro pubblico. Molto è stato speso per gli stadi, che potrebbero tuttavia costituire un’eredità scomoda. L’analisi di un esperto.

Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, considera Russia 2018Link esterno il migliore mondiale di tutti i tempi. Di certo è il più caro di sempre, e al di là della sostenibilità della spesa ci si chiede che ne sarà degli stadi.

Molti costruiti da zero, negli altri casi rinnovati completamente, gli impianti utilizzati per il mondialeLink esterno sono veri e propri gioielli, moderni. Allora qual è il problema?

Troppo grandi per il calcio russo

“Gli stadi sono troppo grandi, difficilmente si riuscirà a farne un uso ragionevole”, risponde Martin MüllerLink esterno, professore di geografia umana all’Università di Losanna, studioso dell’impatti dei grandi eventi.

“Sei di questi impianti non ospitano neppure club della massima serie del campionato, le cui partite hanno comunque un numero di spettatori talmente basso da nemmeno lontanamente riempirli. C’è poi un altro problema: gli stadi sono così cari che i club non possono permettersi la loro manutenzione”. 

Un’occasione mancata?

In altre parole, se un grande evento permette grossi investimenti nelle città di provincia, i soldi non dovrebbero essere spesi in manufatti come grandi arene o alberghi di lusso.

“Non sono queste le cose di cui si ha bisogno. Servirebbero piuttosto scuole, strade o infrastrutture per la sanità”, prosegue Müller.

VIDEO:

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/14-07-2018-mondiali-un-bilancio-finanziario?id=10687133&station=rete-uno

Certo, il prestigio accumulato dalla Russia con questo mondiale è difficile da stimare finanziariamente. Ma se già prima dell’evento i club russi ricevevano molto denaro pubblico, il mantenimento degli stadi costosi non migliorerà le cose.

EUGENIO SCALFARI / ECCO LA RINASCENTE NUOVA SINISTRA

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Amenità domenicali. Come di consueto il dì di festa il fondatore-affondatore de La Repubbica, Eugenio Scalfari, che ha convocato becchino Mario Calabresi per la bisogna, parla nel suo proverbiale Editoriale con Popolo, proprio come l’amico Francesco da San Pietro. Per il resto, il suo Tempo lo dedica ai colloqui con Dio.

Planando sulle bollenti terre domenicali stavolta il Vate decide di farsi una camminatina sui carboni ardenti. 

Così parla il Profeta: “Il vero problema del nostro Paese è la sinistra. Ma c’è mai stata per lungo tempo, oppure quasi mai nella storia dell’Italia moderna?”.

Ci vorrebbe solo un Maurizio Crozza in forma smagliante per proseguire nell’intervento, che svolazzando da Mazzini e Garibaldi, Diderot e Voltaire, passa poi all’ottimismo della ragione. 

“In Italia tuttavia l’ipotesi di una rinascita è accettabile”. E poi: “In Italia stiamo vivedo un momento che vede il potere in mano alla destra. La sinistra tuttavia è in grado di rinascere. Come? Con chi? Questi sono gli interrogativi ai quali rispondere”.

Siamo alla nuova scoperta dell’America o al vaccino antipolio di Sabin? Affidiamoci allora al Profeta per la nostra camminata nel deserto.

“La sinistra italiana rinasce nel dopoguerra mondiale con Palmiro Togliatti e la sua squadra”. Partiamo un po’ da lontanuccio, ma affidiamoci alla nostra ispirata guida. “C’erano con lui – rammenta – Ingrao, Amendola, Napolitano, Reichlin, Longo. Berlinguer”. La polvere del deserto si fa sempre più densa e avvolgente. 

Visto che nei deserti è difficile trovar piste, per un bel po’ c’imbattiamo in Bierre e nel caso Moro, nella sagoma di Ciriaco De Mita. Poi, improvvisa, spunta una lapide: c’è scritto 4 marzo. 

Ed ecco, di nuovo, quell’assilante domanda: “C’è un’altra sinistra che forse potrebbe risvegliare coscenze e impegno indispensabili in un Paese democratico?

Tornano quelle ossessive nebbie: “si dirà che altri partiti un tempo estremanente importanti sono del tutto scomparsi: la Dc non esiste più, la socialdemocrazia altrettanto”. 

Ma ecco che, giunti in fondo al baratro fatto di antropoidi padani e 5 Stelle matti da legare,  vediamo spuntare un luce. Fioca, ma quanto basta per accompagnarci verso il radioso futuro. 

Leggiamo allora, in un misto tra estasi e devozione, le tavole della nuova democrazia in arrivo da quel Cielo che tanto spesso il nostro Vate frequenta.

“Abbiamo bisogno di una sinistra nuova, moderata, adatta a gestire quello che sta accadendo non solo nel nostro Paese ma soprattutto nel continente del quale facciamo parte. L’impegno della nuova sinistra si basa soprattutto sulla necessità di allargarne lo spazio politico”.

Ma eccoci ai nuovi Apostoli nominati su campo: “I quadri ci sono e sono già perfettamente in grado di questa operazione ricostruttiva: Prodi, Veltroni, Gentiloni, Fassino, Minniti, Zingaretti, Delrio, Calenda. Ma bisogna allargare ideologicamete e civilmente il quadro dirigente. Ne dovrebbero far parte Bonino, Casini, Zagrebelsky e molti altri ancora che incidano non sul partito ma sul rapporto con popolo”. 

Ma “Siamo su Scherzi a parte”? Riaffidarci ai carnefici che ci hanno già spolpati e/o fatti a fettine? Ai cervelloni che ci hanno portato al massacro? E osiamo aggiungerci anche la radicalchic portabandiera italiana e internazionale del filantropo Mangia-Paesi George Soros, l’eterno Dc ora trasvestito da Pd e un ottimo cattedratico adatto al museo delle cere? 

Ma fateci il piacere, avrebbe “pittato” Totò.   

 

Le elites globaliste temono la pace, vogliono la guerra

comedonchiscjiotte.org 15.7.18

DI FEDERICO PIERACCINI

strategic-culture.org

Talvolta, la realtà è più strana della fantasia. Quello che segue è talmente sbalorditivo che, per dargli credibilità, è necessario citare le fonti e riportare le frasi esattamente così come sono.

Un tipico esempio è questo titolo: “Cresce la paura per un possibile accordo di pace fra Trump e Putin”. Il Times, evidentemente, non teme una escalation militare in Ucraina, uno scontro armato in Siria, un finto avvelenamento in Inghilterra o una nuova Guerra Fredda. Il Times non ha paura dell’apocalisse nucleare, della fine dell’umanità, delle sofferenze di centinaia di milioni di persone. No, uno dei più autorevoli e rispettati quotidiani del mondo si preoccupa di una prospettiva di pace! Il Times teme che i capi di stato delle due superpotenze nucleari riescano a parlare fra di loro. Il Times ha paura che Putin e Trump siano in grado di raggiungere una qualche forma di accordo che possa allontanare il pericolo di una catastrofe globale. Questi sono i tempi in cui viviamo. E questi sono i media con cui abbiamo a che fare. Il problema del Times è che influenza l’opinione pubblica nel peggior modo possibile, confondendo, ingannando e disorientando i suoi lettori. Non è un caso che il mondo in cui viviamo sia sempre più scollegato dalla logica e dalla razionalità.

Anche se da questo meeting non scaturirà nessun passo in avanti significativo, la cosa più importante che si sarà ottenuta sarà il dialogo fra i due leaders e l’apertura di canali per futuri negoziati fra le due parti.

Nell’articolo del Times si da per scontato che Trump e Putin vogliano raggiungere un accordo riguardante l’Europa. L’insinuazione (dell’articolista) è che Putin stia manipolando Trump allo scopo di destabilizzare l’Europa. Per anni siamo stati inondati con menzogne del genere dai media, megafono degli editori e dei loro azionisti, tutti appartenenti al conglomerato del Deep State. I fatti hanno però dimostrato che Putin ha sempre voluto un’Europa forte ed unita, un’Europa che fosse integrabile nel sogno euroasiatico. Putin e Xi Jinping preferirebbero vedere un’Unione Europea più resistente alle pressioni americane e in grado di esprimere una maggiore indipendenza. La combinazione delle migrazioni di massa e delle sanzioni contro Russia ed Iran, che hanno finito con il danneggiare gli Europei, apre la strada a partiti alternativi, non necessariamente desiderosi di ottemperare agli ordini di marcia di Washington.

L’obbiettivo di Trump per questo meeting sarà quello di convincere Putin a fare ulteriori pressioni sull’Europa e sull’Iran, magari in cambio del riconoscimento della Crimea e della fine delle sanzioni. Per Putin e per la Russia questo è un problema strategico. Anche se le sanzioni sono un inconveniente, le priorità principali di Mosca sono sempre l’alleanza con l’Iran, la necessità di intensificare i rapporti con i paesi europei e la sconfitta del terrorismo in Siria. Forse solo una revisione del trattato ABM e il ritiro di queste armi dall’Europa sarebbe un’offerta che potrebbe interessare Putin. In ogni caso, la realtà ci insegna che il trattato ABM è un pilastro del complesso militare-industriale di Washington e che sono proprio le nazioni dell’Est Europeo a volere questi sistemi offensivi e difensivi nelle loro nazioni, come deterrente nei confronti della Russia.

Sono vittime della loro stessa propaganda, o ci sono milioni di dollari che arrivano nelle tasche di qualcuno? Sia come sia, in realtà, questo non ha importanza. Il punto cruciale per Mosca sarà il ritiro dei sistemi ABM Aegis Ashore, anche quelli imbarcati sulle navi da guerra. Ma questo è qualcosa che Trump non sarà in grado di negoziare con i propri capi militari. Per il complesso militare-industriale, il sistema AMB, grazie a manutenzione, migliorie e commissioni dirette ed indirette, è una miniera d’oro, che in tanti vorrebbero continuare sfruttare.

Dal punto di vista del Cremlino, la rimozione delle sanzioni rimane la condizione indispensabile per la ripresa di normali relazioni con l’Occidente. Ma questo è difficile da ottenere, dato che Mosca ha poco da offrire come contropartita a Washington. Gli strateghi del Pentagono chiedono il ritiro dalla Siria, la fine del sostegno al Donbass e la cessazione dei rapporti con l’Iran. Ci sono semplicemente troppe divergenze per arrivare ad un punto in comune. Inoltre, le sanzioni europee contro la Russia vanno a beneficio di Washington, ma, contemporaneamente, danneggiano la stessa Europa e perciò indeboliscono uno dei maggiori concorrenti commerciali degli Stati Uniti. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo per il Nucleare Iraniano – Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – può essere visto nella stessa luce: impedire agli alleati degli Stati Uniti di commerciare con l’Iran.

Putin terrà fede ai suoi accordi con la Siria e con i suoi alleati, riluttante a mancare di parola, anche di fronte ad un riconoscimento della Crimea. D’altro canto, come già menzionato, la sua priorità rimane la rimozione degli ABM e, mentre la Crimea è già sotto il controllo della Federazione Russa, la Siria continua ad essere un territorio instabile, che rischia di trasferire il terrorismo islamico al ventre molle della Russia, nel Caucaso. Per Mosca, l’intervento in Siria è sempre stato una questione di sicurezza nazionale, e continuerà ad essere così, anche di fronte alle irrealistiche offerte di Trump.

Bisogna tenere a mente che Putin lavora con una strategia di medio-lungo termine in Medio Oriente, dove Iran, Siria e l’intero arco sciita servono a controbilanciare l’aggressività e l’egemonia dei Sauditi e degli Israeliani. Questa strana alleanza si è dimostrata l’unico modo per scongiurare una guerra e ridurre le tensioni nella regione, e questo perchè le folli azioni di Netanyahu o di Mohammad bin Salman vengono controbilanciate dall’agguerrito esercito iraniano. Prevenire un confronto fra Iraniani e Sauditi/Israeliani significa anche non far apparire Teheran troppo debole o troppo isolata. Considerazioni del genere sembrano essere oltre la portata degli strateghi di Washington, non parliamo poi di quelli di Tel Aviv o di Riyadh.

Anche se sarà difficile che possa scaturire un risultato positivo dall’incontro fra Trump e Putin, è importante, in primo luogo, che ci sia un meeting, contrariamente all’opinione del Times. I media e il conglomerato di potere che ruota intorno al Deep State americano temono sopratutto la diplomazia. La stessa narrativa che aveva preceduto e seguito l’incontro fra Trump e Kim Jon-un viene ora riproposta, pari pari, alla vigilia del meeting fra Trump e Putin.

Washington basa il suo potere sulla forza, sia economica che militare. Ma questa forza è determinata, a sua volta, dall’atteggiamento assunto e dall’immagine proiettata. Gli Stati Uniti e il loro Deep State considerano le trattative con gli avversari sbagliate e controproducenti. Per loro, dialogo è sinonimo di debolezza, e ogni concessione è vista come una resa. Questo è il risultato di 70 anni di eccezionalismo americano e 30 anni di unipolarismo hanno dato agli Stati Uniti la capacità di decidere unilateralmente il destino degli altri.

Oggi, in un mondo multipolare, le dinamiche sono differenti, e perciò più complesse. Non si può sempre utilizzare una mentalità da somma zero, come fa il Times. Il resto del mondo capisce che un dialogo fra Putin e Trump è qualcosa di positivo, ma non dobbiamo dimenticare che, come è successo in Corea, se la diplomazia non porta ad un progresso significativo, allora i falchi che circondano Trump torneranno di nuovo alla carica. I compiti che spettano a Rouhani, Putin e Kim Jon-un sono complessi e abbastanza differenti l’uno dall’altro, ma hanno in comune la convinzione che il dialogo sia l’unico modo per evitare una guerra catastrofica. Ma, apparentemente, la pace non è il miglior risultato possibile per tutti.

Federico Pieraccini

Fonte: http://www.strategic-culture.org

Link: https://www.strategic-culture.org/news/2018/07/13/globalist-elite-fears-peace-wants-war.html

13.07.2018

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Banche commerciali: ABC della creazione di euro e depositi di Marco Saba.

scenarieconomici.it 15.7.18

Premessa: il denaro bancario (elettronico) è tutto creato dalle banche, unici soggetti che hanno accesso ai circuiti di movimentazione dello stesso (MOTI, SWIFT, CLEARSTREAM, EUROCLEAR, RTGSS, etc.).

Le banche utilizzano un proprio unico conto di cassa per tutte le operazioni dei flussi del denaro bancario chiamato normalmente CONTO ACCENTRATO. Le posizioni dei singoli clienti sono collegate alle operazioni sul conto accentrato. Le banche registrano contabilmente la movimentazione del denaro elettronico.

Le banche creao depositi e creano moneta (ammissione di Bankitalia con risposta scritta del 23 gennaio 2017 alla commissione finanze riunita Camera e Senato nel 2017, audizione dell’ispettore capo Carmelo Barbagallo. Testualmente: “creazione di depositi (che rappresentano la quasi totalità del denaro bancario).” e “strumenti monetari creati dal sistema bancario, denominati anche moneta bancaria e costituiti in larga parte dai conti di deposito.”).

https://app.publitas.com/groups/41971/publications/344208/editor/hotspots/1

Domanda: quando e come le banche commerciali creano “euro”?

Risposta: le banche commerciali creano euro scritturali, creando depositi intestati alla clientela denominati in euro, in tre modi principali:

1 – quando la banca effettua prestiti o aperture di credito (crea un deposito a nome del cliente registrando un’uscita di cassa di denaro bancario della banca)

2 – quando la banca accetta depositi di contante materiale allo sportello (crea un deposito a nome del cliente registrando un’uscita di cassa di denaro bancario della banca, trattiene il contante versato senza annullarlo. Si tratta di clonazione, ovvero dematerializzazione del contante materiale senza distruzione o annullamento dell’originale)

3 – quando la banca paga forniture di merci, servizi o stipendi (crea un deposito a nome del cliente registrando una uscita di cassa di denaro bancario corrispondente. La passività corrisponderebbe ai beni e servizi acquistati, andando in pareggio…)

Domanda: cosa c’è che non va nella contabilizzazione della creazione?

Risposta: il denaro viene creato effettivamente direttamente nel conto del cliente simulando una uscita di cassa senza corrispettiva previa entrata, dovuta alla creazione, nella cassa stessa della banca.

Esempio del primo caso sopra: la banca ha cassa zero. Crea cento euro nel conto del cliente (crea un deposito) e registra la corrispondente uscita di cassa. Ma, nella realtà, il deposito è creato ex novo senza che la cifra creata sia apparsa prima, ALLA CREAZIONE, come entrata nella cassa della banca (come se la banca avesse speso disponibilità preesistenti – o fosse andata sotto zero – invece di aver creato il denaro).

Risultato contabile: cassa della banca, meno cento euro (- 100), deposito del cliente: + 100. La banca lavora con flussi negativi di cassa (va sotto zero) che compensa, a fine giornata, col deposito del cliente CREATO DOPO l’uscita di cassa.

La banca è contabilmente a zero, anche se sono stati creati ex novo cento euro. La creazione del capitale è nascosta al pubblico contabilmente.

Il cliente ha cento euro sul conto che prima non c’erano, ma la banca è in pari, tra depositi e cassa.

Il cliente spende i 100 euro. La banca è a meno 100. Il cliente restituisce i cento euro piu’ gli interessi. La banca ora è a cassa zero (piu’ gli interessi) e il conto del cliente è a zero. Appaiono solo gli interessi pagati che risulteranno nel Conto economico della banca (ma il capitale sarà sparito contabilmente, mentre si troverà nel conto accentrato della banca dove è stato registrato quando il cliente ha ripagato il debito alla banca).

Quindi la banca, sostanzialmente, crea denaro fuori bilancio senza registrarselo, lo spende registrandone l’uscita, e “soffre” se non viene restituito interamente perchè rimane un falso buco di cassa dopo la creazione del deposito. Piu’ una banca è grande e piu’ sono le transazioni registrate quotidianamente nel conto accentrato della banca e piu’ sarà complesso ricostruirne tutti i movimenti.

Domanda: cosa non si legge nel bilancio finale della banca?

Risposta: Nel bilancio finale della banca non si legge la creazione del denaro a favore della banca stessa che ne ha poi disposto con gli impieghi. La banca sfrutta, con un gioco scorretto di prestidigitazione contabile, l’art.1834 del codice civile. La banca pretende di finanziarsi – non causa pro causa, ex post factum – con gli stessi depositi che ha creato facendoli sembrare disponibili prima che li avesse utilizzati.

Domanda: perchè non si legge la creazione di denaro nei flussi di cassa o rendiconto finanziario della banca?

Risposta: La banca commerciale sfrutta una eccezione contabile per le società d’intermediazione che le permette di riportare AL NETTO i flussi di cassa, senza indicarli in maniera progressiva. In questo modo è piu’ difficile ricostruire la mancata registrazione del nuovo denaro creato nella parte attiva (ENTRATE) dei flussi di cassa alla creazione. Le banche centrali, dal canto loro, non pubblicano nemmeno il Rendiconto Finanziario talché diventa impossibile ricostruire la creazione del denaro.

Domanda: Esiste un registro, tipo catasto, usato dalle banche per riportare la creazione di denaro bancario e dove i notai, ad esempio, possano controllare la provenienza del denaro usato dalle banche nei contratti (antiriciclaggio)?

Risposta: No.

Domanda: Esiste o è mai esistito uno STUDIO DI SETTORE per le banche commerciali o la banca centrale ?

Risposta: No, per i codici ATECO 64.11.00 (Attività della Banca Centrale) e 64.19.10 (Intermediazione monetaria di istituti monetari diverse dalle Banche centrali) non esistono studi di settore.

Domanda: in sostanza, in parole semplici, cosa si vede nel bilancio annuale di una banca?

Risposta: Un banchiere svizzero, Francois De Siebenthal, ha riassunto la situazione cosi’: “Analizzare il bilancio di una banca è inutile, è come guardare a una vasca da bagno per stabilire quanta acqua è rimasta. Senza un contatore dell’acqua a monte, non possiamo sapere quante volte la vasca è stata riempita e svuotata precedentemente. E, soprattutto, dov’è finita l’acqua che è passata nella vasca (il denaro non contabilizzato alla creazione, una volta che viene restituito alla banca)”.

In sostanza, l’enormità della situazione è visibile controntando il conto economico e lo stato patrimoniale. Le cifre enormi dello stato patrimoniale non trovano corrispondenza nemmeno nel rendiconto finanziario, che dovrebbe rivelare le fonti di finanziamento dell’azienda.

Domanda: che strumenti avrebbe il magistrato che volesse approfondire la situazione per la singola banca?

Risposta: il magistrato puo’ avvalersi d’ufficio dello strumento dell’accertamento giudiziario dello stato d’insolvenza acquisendo dalla banca tutti i documenti contabili necessari ad appurare e ricostruire quanto sopra.

Domanda: cosa dicono le banche in merito?

Risposta: recentemente un legale di una banca ha commentato cosi’ a proposito di un mutuo:

“Il mutuo erogato dalla banca con denaro da essa creato contabilmente come “euro”, anche se la medesima non ne ha la facoltà, è pertanto valido perché il mutuatario lo ha comunque utilizzato…”.

Domanda: cosa vuol dire dunque “euro scritturali”?

Risposta: “Si potrebbe quindi sostenere che il denaro è sempre scritturale e che il denaro è intrinsecamente una unità di conto. La valuta, sotto forma di monete, banconote o altri oggetti fisici, può essere vista come manifestazione fisica dell’unità di conto. La valuta fisica sarebbe quindi solo un’altro modo per mantenere i conti, una forma più tangibile di contabilità.”

– Banca centrale della Finlandia, The Great Illusion of Cryptocurrencies, 2018, pag.6

https://helda.helsinki.fi/bof/bitstream/handle/123456789/15564/BoFER_1_2018.pdf?

sequence=1&isAllowed=y

Domanda: dove trovare altra documentazione autorevole in italiano?

Risposta:

– Falsità nei bilanci delle banche – in: “False attestazioni del credito bancario”, di G.B. Frescura, 2018

https://falsobancario.it/

– “Il Non-Mutuo Bancario”, Avv. Silvio Orlandi, ed. Sindimedia, 2018

https://www.mondadoristore.it/Il-non-mutuo-bancario-Silvio-Orlandi/eai978883199402/

– Monete – antiche e nuove – sotto le lenti della contabilità moderna, di Biagio Bossone, Massimo Costa, 2018 (documento originale pubblicato in inglese nel sito della Banca Mondiale “The “accounting view” of money: money as equity” e qui tradotto):

https://scenarieconomici.it/monete-antiche-e-nuove-attraverso-le-lenti-della-contabilita-moderna-di-biagio-bossone-massimo-costa/

– L’iniziativa del pubblico ministero e i poteri officiosi del Tribunale – in: “L’accertamento giudiziario dello stato d’insolvenza delle banche alla luce della riforma della legge fallimentare” – Prof. Emma Sabatelli, 2012

http://www.dirittobancario.it/rivista/fallimento/accertamento-giudiziario-stato-insolvenza-delle-banche-alla-luce-della-riforma-della-legge-fallimentare

– “Note per uno studio di settore sull’attività bancaria”, di Marco Saba, 2014

http://centralerischibanche.blogspot.com/2014/05/note-per-uno-studio-di-settore.html

CODICE CIVILE
TITOLO V
Delle Società
CAPO V — Società per azioni
Sezione IX. — Del bilancio
Art. 2423

Redazione del bilancio

– [1] Gli amministratori devono redigere il bilancio di esercizio, costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico e dalla nota integrativa.

– [2] Il bilancio deve essere redatto con chiarezza e deve rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio.

– [3] Se le informazioni richieste da specifiche disposizioni di legge non sono sufficienti a dare una rappresentazione veritiera e corretta, si devono fornire le informazioni complementari necessarie allo scopo.

– [4] Se, in casi eccezionali, l’applicazione di una disposizione degli articoli seguenti è incompatibile con la rappresentazione veritiera e corretta, la disposizione non deve essere applicata. La nota integrativa deve motivare la deroga e deve indicarne l’influenza sulla rappresentazione della situazione patrimoniale, finanziaria e del risultato economico. Gli eventuali utili derivanti dalla deroga devono essere iscritti in una riserva non distribuibile se non in misura corrispondente al valore recuperato.

– [5] Il bilancio deve essere redatto in unità di euro, senza cifre decimali, ad eccezione della nota integrativa che può essere redatta in migliaia di euro

Marco Saba

La sistematica distruzione dello Stato sociale. La lobby di Soros e il fisco premiante per Ronaldo

Clairemont Ferrand silenziefalsita.it 15.7.18

stato-sociale

Penso che sia bene rinfrescarci la memoria ricordando che in Italia fino ai primi anni 90’ resistette uno Stato sociale tra i migliori al mondo.

Fu messo in piedi per calcolo geopolitico nel clima della Guerra Fredda, in funzione di deterrenza contro l’ingresso nel potere centrale statale del PCI, mentre già era presente nel governo di diverse e importanti città e regioni (definite città e regioni rosse per distinguerle da quelle bianche controllate dalla DC).

Non si può negare e tanto meno rinnegare il salto di civiltà che fino ad allora fece l’Italia estendendo il benessere a un vastissimo strato della popolazione, allargando la promozione sociale anche alle classi sociali più disagiate e promuovendo l’istruzione sociale fino alla laurea in contesti familiari dove pochi anni prima a mala pena l’istruzione consisteva nella scuola elementare.

Naturalmente come le migliori opere umane anche questa non poteva essere, e infatti non era, perfetta.

Ci furono abusi importanti per le cifre di macro economia mobilitate (in quegli anni esplose il debito pubblico italiano) e inaccettabili dal punto di vista delle giustizia sociale.

Le baby pensioni, le pensioni di invalidità concesse con manica larghissima (un eufemismo) e poi con pratiche illegali e corruttive largamente diffuse nel meridione, ma con numeri significativi sia al centro che al nord Italia, erano la punta dell’iceberg di un sistema che questi e altri abusi (solo per esempio ricordo i costi enormi dei partiti tutti a carico dello Stato) condotti in maniera sistematica avevano portato al collasso dello Stato Sociale.

E così si fece la scelta scriteriata di buttare via e l’acqua sporca e il bambino.

Questa scelta drastica fu facilitata anche dal fatto che con la fine della Guerra Fredda il PCI non fece più paura e venne assorbito con il significativo cambio del nome (PDS) nel sistema ‘occidentale’.

In effetti il mutamento era stato così radicale fino a cambiarne il DNA.

E così si arrivò fino al punto che D’Alema bombardò l’ex Jugoslavia, per compiacere gli americani in particolare i circoli Dem dei Clinton, avendone in cambio l’accreditamento.

Roba da far esplodere il più solido degli stomaci.

Da qui cominciò l’inarrestabile corsa all’indietro dei diritti sociali.

Ci fu una impressionante accelerazione nell’azione distruttiva delle tutele sociali a favore della parte più debole della popolazione italiana a partire dalla cosiddetta super crisi delle banche americane (vi ricorderete il crack Leman e i mutui Sub Prime made in USA, ovvero, in buon italiano, farlocchi).

I costi di quella crisi sistemica americana furono scaricati su tutto il mondo, prima di tutto sull’Europa.

L’Italia pagò il prezzo più alto tra le nazioni europee.

Infatti il governo Monti, il primo dei governi tecnici, cioè senza legittimazione popolare tramite elezioni, con regia di Napolitano, iniziò il bombardamento sistematico di ciò che era rimasto ancora in piedi delle tutele e dei diritti sociali (la famigerata legge Fornero, lo scatenamento di Equitalia contro la parte più debole dei contribuenti – cioè quelli che non ce la facevano a pagare le tasse dichiarate e quindi NON EVASE -, l’annichilimento delle piccole imprese, la riduzione delle tutele per i dipendenti delle grandi aziende private, sopratutto le multinazionali).

Allo sciagurato governo Monti, subentrò il governo Letta, sempre non eletto ma scelto discrezionalmente da Napolitano per continuare le politiche di Monti.

Il ragazzo non si rivelò all’altezza del compito affidatogli, e Napolitano, impaurito dalla ipotizzata probabile vittoria del M5S alle europee, lo congedò facendo fare a Matteo Renzi il lavoro sporco per cacciarlo. Napolitano assistette silente all’arroganza baldanzosa (vi ricorderete: Enrico stai sereno… indirizzato da Renzi a Letta).

Il governo del Bomba si caratterizzò per un’accentuazione delle politiche antipopolari, una per tutte il Jobs Act (in inglese… per nascondere la sostanza), sempre sotto la guida di Napolitano.

Queste politiche antipopolari si cercò di coprirle distraendo l’attenzione con la pressione politica e mediatica per i diritti civili, come se questi fossero la merce di scambio per la perdita di diritti sociali consolidati.

Ma la gente sa benissimo che di soli diritti civili non si campa, senza peraltro rinnegarli e tanto meno combatterli, quando non siano semplice fumo negli occhi o polverone mediatico mirato ad ottenere la distrazione della gente dalle cose che contano davvero.

Ma anche questo ragazzo non seppe portare a compimento il lavoro affidatogli da Napolitano e incappò in una serie di sconfitte nelle elezioni amministrative e nel referendum.

Napolitano avrebbe voluto che togliesse il disturbo, un po’ alla Letta, ma il Bomba non era il tipo da usa e getta…

E così Renzi si incaponì sino alla disfatta delle elezioni politiche del 4 marzo scorso.

E non si sa fino a quanto durerà il suo incaponimento e quali strade percorrerà.

Comunque, alla fine cedette alle pressioni in favore di Gentiloni, per cercare di presentare un volto parzialmente nuovo, mite e moderato, per continuare le stesse politiche.

L’unica nota di discontinuità di Gentiloni fu l’abolizione dei voucher, per evitare il referendum promosso dalla CGIL, e per cercare di recuperare l’elettorato tradizionale di riferimento, ma il Jobs Act, e cioè la sostanza delle politiche riduttive dei diritti sociali, non venne minimamente riformato.

Ora ci troviamo una legislazione da riformare profondamente per riequilibrare il potere negoziale tra le parti deboli e quelle forti del mercato del lavoro e per sostenere in via prioritaria le piccole imprese che danno lavoro in Italia e non delocalizzano in giro per il mondo globalizzato per pagare il meno possibile la forza lavoro.

Dobbiamo sempre aver presente che la globalizzazione, spinta all’inverosimile con l’incoraggiamento delle migrazioni, punta ad avere carne da macello in abbondanza da sottopagare e usare a piacimento.

Non ci vuole molto a capire che l’abbondanza di manodopera scatena nei fatti una guerra tra i poveri che sono già tanti in Italia e quelli che arrivano in maniera artificialmente indotta da tutte le parti del mondo, sopratutto dall’Africa sub-sahariana.

Questo è esattamente l’effetto sociale ed economico cercato e voluto dal capitalismo finanziario ‘compassionevole’ alla Soros, al quale non interessa nulla dei migranti che considera come oggetti da muovere da un posto all’altro del mondo.

Questa lobby che muove capitali così ingenti che possono far tremare interi Stati, vuole avere manodopera a basso costo in Europa e Stati Uniti per fare concorrenza alla Cina sullo stesso suo terreno.

Queste masse enormi di persone, i poveri occidentali e i poveri provenienti dalla migrazione promossa nei paesi di origine facendo balenare aspettative false, per loro rappresentano non persone, non individui detentori di diritti sociali, ma semplici oggetti.

Ai poveri italiani e europei e ai poveri migranti, la lobby di cui Soros fa parte vuole non solo togliere i diritti sociali (esaltando però quelli che loro chiamano diritti civili, in pratica fumo negli occhi), ma, con lo sradicamento per gli uni dalle proprie tradizioni popolari e per gli altri dal proprio Paese, vuol togliere pure l’anima, la stessa primordiale dignità umana.

Ecco perché trovo quanto mai azzeccato il nome che Luigi Di Maio ha scelto per il decreto appena approvato: Decreto Dignità.

E’ una prima importantissima azione concreta nella direzione giusta di riappropriazione di diritti e dignità, appunto, e non ho il minimo dubbio che se ne aggiungeranno altre sempre più importanti e incisive.

Consentitemi ancora un’altra nota in tema di globalizzazione a uso e consumo di chi ha già uno strapotere economico e finanziario.

Il super intelligente ministro dell’economia, il renziano Padoan, ha pensato bene prima di andar via di fare una norma per attrarre in Italia i ricchi globalizzati e apolidi, la cui patria è il dio denaro, mettendo un tetto di 100.000 euro alla tassazione qualsiasi sia il reddito imponibile.

Così commenta Luciano Cerasa sul Fatto Quotidiano:

“E qui viene in soccorso a braccia aperte l’imposta ‘attrai Paperoni’ introdotta dall’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan nella legge di Bilancio 2017 con l’obiettivo di attirare nuovi capitali, consumi e investimenti nel Belpaese. In cosa consiste? Gli ultra ricchi che trasferiscono la propria residenza in Italia pagano un’imposta ‘a forfait’ di 100 mila euro all’anno per 15 anni su tutti i redditi, ma limita lo sconto a quelli di fonte estera. Per le attività internazionali di Ronaldo si tratterebbe sempre di un risparmio fiscale ingentissimo, tra compensi, premi e sponsor. Tuttavia nel 2014 la Fiat si è trasformata in FCA, con sede legale in Olanda e sede fiscale in Gran Bretagna, per cui tutto quello che il gruppo procaccerà a Ronaldo (compreso l’ingaggio?) rientrerà nella quota fissa”.

Ecco come vorrebbe il mondo la lobby di Soros: solo chi ha tanti soldi è una persona, gli altri non sono individui, non sono neanche persone, ma numeri, semplici oggetti di produzione e di consumo (di cibo spazzatura, ovviamente).

Solo chi ha tanti capitali può avere una legislazione fiscale ad hoc, cui bisogna oltretutto soddisfare ogni desiderio.

A questa lobby hanno obbedito prontamente in tutto e per tutto i governi globalisti ‘de sinistra’ da Monti in poi, fino a Gentiloni.

Ma dal 4 marzo la musica è cambiata e cambierà sempre di più e sempre di più incisivamente con il Governo Conte.


 

SEGRETISSIMO: LA STRATEGIA DI RIVINCITA POLITICA DEL PD DAL SUO THINK TANK. For Your Eyes Only.

by Guido da Landriano scenari economici.it 15.7.18

Dati i potenti ed occulti mezzi di Scenari Economici, “L’occulta organizzazione”, parola di David Gross (salvo avere una pagina “Chi siamo” nella Home, ma questo è secondario), in collaborazione con DottorDoom, siamo riusciti ad  avere il piano segreto di analisi politica e  di rilancio del PD predisposto, in una riunione semisegreta, a Tartano dai circoli Dossetti. A predisporre analisi e piano è la mente più lucida, più attenta, più fine del PD, il Richelieu dell’Economia rossa e, nello stesso tempo, la sua Eminenza Grigia politica: il professor Giampaolo Galli.

Solo per i vostri occhi un estratto e traetene il giusto insegnamento.

Insomma avevamo ragione, siamo stati bravissimi, le nostre politiche erano perfette…. però gli Italiani hanno preferito Salvini che non vuole l’Europa delle Banche , dell’Immigrazione, della Finanza. Quindi la politica “Giusta” del PD era per Europa, Immigrazione, Finanze, Banche, contro popoli e lavoro… Se lo dice Galli sarà SICURAMENTE così.

2) IDENTITA’ PIDDINA

200 mila immigrati per “Pagarci le pensioni”. Magari si potrebbero fare più italiani, oppure , come in Giappone, meccanizzare i processi produttivi e renderli più “Capital intensive”, dopo aver riassorbito la disoccupazione. Però è più astuto importare 200 mila schiavi che fare avanzamento tecnologico.  Del rsto “NON POSSONO ESSERE COME SALVINI” e si vede….. Che poi le casse pubbliche traggano vantaggio da questi immigrati É TUTTO DA VEDERE: come notava questo articolo gli immigrati nel 2015 costavano 16 miliardi e generavano entrate pubblcihe per 11, 5 miliardi di perdita. Un affare.

3) ANALISI ECONOMICA

L’Italia è l’ancora dell’Europa, senza l’Italia la UE crescerebbe come gli USA:

Il fatto che l’Italia non cresca in Europa , anzi la zavorri, farebbe pensare a qualsiasi testa meno fine di Galli che forse è proprio l’Unione a non funzionare, ma per Galli è tutta colpa del fatto che NON ABBIAMO AMATO ABBASTANZA LE RIFORME. LE RIFORME SONO IL BENE ASSOLUTO:

l’INCAZZATURA DEGLI ITALIANI NON É DOVUTA ALLE RIFORME.  Non avere la pensione ed essere esodati rende felici, Avere un lavoro precario è una gioia. La colpa dell’incazzatura degli italiani É DELLA DECRESCITA! Naturalmente la decrescita è dovuta al destino cinico e baro, mica alle scelte dei governi degli ultimi 25 anni. Maledetto destino.

NON C’É STATA AUSTERITA’ Non è VERO, come dimostra Galli in questo grafico:

Il surplus primario (differenza fra spese e tasse) che cresce dal 2011, superando perfino il 4% al netto dell’effetto di ciclo SI É GENERATO DA SOLO, mica per la differenza fra maggiore tasse e minore spese, cioè per una politica di austerità e repressione economica. Sono stati i famigerati NANETTI DEL TESORO a crearla.

Poi NON É VERO CHE NON SIA MIGLIORATO L’INDICE DI GINI DURANTE GLI ULTIMI GOVERNI….

Se l’indice di Gini (che indica la disuguaglianza) vi sembra piatto dopo il 2010 (mentre era molto migliorato negli anni novanta, prima dell’euro…) è SOLO UN’ILLUSIONE OTTICA CAUSATA DAL POPULISMO.

LA POVERTA’? DOVUTA AGLI IMMIGRATI:

La Povertà aumenta , lo dice perfino Galli, ma è tutta colpa degli immigrati che però , presumibilmente “Hanno migliorato la loro condizione” (come faccia lui a saperlo non si sa). quindi l’idea di base è fare dell’Italia una sorta di media fra il Brukina Faso e l’Europa, creando un nuovo Lumpenproletariat, sottoproletariato povero , che si affianchi a quello nostro. Geniale, Astutamente Geniale.

POTEVANO FARE DI PIU’?

Sono senza parole, HA CAPITO TUTTO!!!!! Galli è veramente il gallo della Politica.

Insomma HAN FATTO TUTTO GIUSTO, non potevano fare diversamente , il cammino era indicato, con il pilota automatico. Il governo era inutile, e forse per questo gli Italiani li hanno mandati a casa: erano inutili. NON HANNO SBAGLIATO NULLA , tutto perfetto.

Lasciamo la restante parte del PIANO , con le indicazioni operative, riservati per Salvini o Di Maio. Comunque dopo aver letto questa analisi siamo sicuri che i vertici dell’attuale governo devono iniziare a tremare. NON POSSONO SFUGGIRE  AD UN TALE GENIO DELL’ECONOMIA E DELLA POLITICA. Non hanno scampo. Preparatevi a fare le valigie, GALLI VI STA PER SFRATTARE.

La lettera di Salvini al Corriere della Sera: ‘Da 35 euro al giorno per immigrato scenderemo a circa 25 senza ridurre i servizi”

silenziefalsità.it 15.7.18

Matteo Salvini ha scritto una lettera al Corriere della Sera per rispondere all’editoriale di Antonio Polito.

Il ministro dell’Interno prende “punto” dall’articolo del giornalista del Corriere per spiegare ciò che il governo intende fare a proposito di immigrazione e non solo.

“Sono al Viminale da un mese e mezzo e sono sbarcate 3.716 persone. Nello stesso periodo dell’anno scorso erano state 31.421,” spiega Salvini, che critica quanto sostenuto da Polito, ovvero che abbia subito “il primo smacco della campagna d’estate” nel caso della nave Diciotti.

“Non sono d’accordo: – scrive il vicepremier – in un primo momento due immigrati sono stati indagati e tutti gli altri interrogati”.

“D’altronde, – aggiunge – le violenze a bordo non sono tollerabili. Per questo avevo chiesto l’immediato accertamento delle responsabilità. E ieri sono scattati dei fermi”.

Quel che è certo, prosegue Salvini, è che l’Italia non è più un “Paese colabrodo”. Peraltro, sottolinea, lo stesso Polito gli riconosce “l’indiscutibile merito” di aver scosso l’ipocrisia europea.

E fa notare l’ultimo successo del governo Conte: “i cento immigrati che volevano arrivare in Sicilia e che Francia e Malta hanno accettato di accogliere. Non era mai successo”.

“Eppure non mi basta: voglio invertire la rotta rispetto ai disastrosi anni del Pd,” continua, spiegando come:

“Le Commissioni territoriali (quelle che devono riconoscere o meno la protezione internazionale) hanno 250 funzionari in più. Entro fine anno ne arriveranno almeno altri 170. E useremo fondi europei per tagliare la burocrazia. Risultato: sarà più veloce identificare gli immigrati”.

Il leader della Lega fa anche sapere che è stata emanata “una direttiva per dare criteri più stringenti per la concessione della cosiddetta “protezione umanitaria”. Questa, spiega, è una “anomalia italiana”.

“Sulle nostre coste si sono contati 650mila arrivi e ora si registrano oltre 130mila pratiche pendenti: vanno smaltite in fretta,” aggiunge Salvini, che annuncia tagli nei costi della gestione dei migranti:

“Da 35 euro al giorno per immigrato scenderemo a circa 25 — senza ridurre i servizi — con un risparmio di 500 milioni l’anno e che investiremo in sicurezza”.

Leggi la lettera di Salvini al Corriere della Sera

La guerra informatica russa costa come un F35: ma colpisce più duro

Davide Bartoccini occhi della guerra.it 15.7.18

L’intera campagna di “guerra informatica” perpetrata dal Cremlino negli ultimi 5 anni è costata come un singolo jet da combattimento F-35: ma la potenza di quale di queste due “armi” ha influito di più sull’equilibrio mondiale?

Il quesito è stato posto da Timothy Snyder, storico americano che ha recentemente rivisitato le teorie sulla guerra di von Clausewitz, che definiva “la guerra come l’uso della violenza da parte di uno stato per imporre la propria volontà a un altro”, determinando che oggi giorno negli scontri tra superpotenze, dove la tecnologia bellica a raggiunto i più letali orizzonti, quella informatica permette a uno stato di “ingaggiare direttamente la volontà del nemico, senza impiegare il mezzo della violenza”.

stato questo il rivoluzionario approccio della Russia: instaurare una guerra dell’informazione basata su un esercito di troll -supportati da cyber divisioni di esperti hacker – con l’obiettivo di modificare la percezione dell’Occidente con conseguenze tangibili sulle scelte delle democrazie in Europa e negli Stati Uniti, oltre che in patria. Quando gli occidentali iniziarono a sentir parlare dell’ “esercito di troll di Vladimir Putin”, all’incirca cinque anni fa, la strategia russa sembrava assurda. Secondo quanto scrive Snyder “Il presidente Obama nel marzo 2014 aveva liquidato la Russia definendola un debole “potere regionale”. Ma il Cremlino – pur continuando ad investire in armamenti e rafforzando la sua temibile flotta sottomarina – investita un budget annuale in “commentatori del web” e redattori di fake news per un importo analogo a quello di un solo caccia multiruolo F-35 Joint Strike Fighter (indicativamente 120 milioni di dollari): inquinando il voto democratico, attirando sempre più sostenitori e ammiratori in Occidente, e cambiando il punto di vista di milioni di contribuenti all’estero – oltre a mantenere il completo controllo sull’opinione pubblica russa.

Al centro di questa rete di disinformazione o informazione mirata, un esercito di semplici commentatori guidati da abili professionisti del cyber-warfare che hanno condotto e conducono compagne su temi come la guerra in Ucraina, lo sforzo bellico della Nato in Siria, ma sopratutto le elezioni democratica occidentali. Sonomolti infatti a sospettare che notizie costruite e divulgate ad arte abbiano favorito l’elezione del presidente repubblicano Donal Trump a discapito della democratica Hillary Clinton.

Snyder, definito un insolito storico-attivista, ritiene che questi metodi di manipolazione e inganno introdotti della Russia siano la base di una strategia a lungo termine da impiegare contro “obiettivi scelti”. Una strategia mossa da una superpotenza che non ha mai raggiunto un vero status democratico, a causa degli astuti movimenti di alcune élite che al crollo dell’Unione Sovietica hanno di fatto saputo mantenere il potere fino ad oggi,con un presidente quattro volte eletto come Vladimir Vladimirovič Putin .Snyder vede inoltre in Trump un partner junior di un “progetto russo più ampio”, non una causa dunque, ma più un effetto. Preoccupandosi di un’America sempre più simile alla Russia: un paese sulla via dell’oligarchia economica e che vive di informazioni distorte.

Ciò che non si può non considerare, è come le spese per questa “guerra silenziosa” siano ben più letali delle nuove piattaforme armate delle superpotenze che, si spera, non si scontreranno mai più su un aperto campo di battaglia; ma a colpi di tweet elettorali, di propaganda e anti-propaganda, di disinformazione, spionaggio e malware.

La guerra commerciale tra USA e Cina rischia di travolgere il mondo

Matteo Bressan occhidella guerra.it 15.7.18

Così come l’11 settembre del 2001, la guerra in Iraq del 2003 e la crisi economico finanziaria del 2008 hanno assestato un duro colpo all’ordine internazionale post 1989, l’attuale guerra commerciale, iniziata formalmente lo scorso 6 luglio tra Stati Uniti e Cina, sta rappresentando la più grande guerra commerciale nella storia dell’economia e dell’umanità, dalle cui conseguenze lo stesso commercio globale potrebbe esser travolto. Venerdì 6 luglio, gli Stati Uniti hanno iniziato a imporre tasse punitive del 25% su un totale di 34 miliardi di dollari di merci importate dalla Cina. In risposta, lo stesso giorno, la Cina ha annunciato l’imposizione di tariffe su 34 miliardi di prodotti statunitensi. In merito, il Ministero del Commercio cinese ha rilevato che la Cina è stata costretta ad agire in questo modo per difendere gli interessi fondamentali del paese e della popolazione.

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Sebbene i mercati continuino a sperare in successivi accordi per fermare l’escalation, disinnescare quella che Pechino ritiene la più grande guerra commerciale della storia potrebbe richiedere passi più urgenti, rispetto a quanto fatto sino ad oggi da parte di Unione Europea, Giappone, Canada e altri paesi. La guerra dei dazi non solo sembra destinata a far calare i commerci e a deprimere la crescita, ma rischia di compromettere in modo irreversibile il sistema economico internazionale in vigore dalla seconda guerra mondiale. In una guerra commerciale non vi sono infatti vincitori ed è quindi inevitabile che nel combattere la guerra commerciale delle più grandi dimensioni della storia dell’umanità, sia Stati Uniti che Cina dovranno pagare un prezzo e sopportare le perdite.

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USA, i danni maggiori si riscontreranno nei seguenti settori: perdita dell’ampio spazio di cooperazione futura tra Cina e Usa; entrambe le parti saranno danneggiate dalla perdita dei grandi vantaggi portati dalla suddivisione della catena industriale a livello globale; il mondo perderà l’importante opportunità storica della ripresa economica. Inoltre, se le tensioni commerciali tra Cina e Usa non saranno risolte in modo appropriato, si assisterà ad un crollo del 40% del commercio mondiale, l’ordine e i regolamenti internazionali creati in molti anni di lavoro perderanno efficacia con un conseguente stato di caos dell’economia mondiale e, l’aspetto più importante, gli Usa perderanno la possibilità di enormi guadagni sul mercato cinese.

Anche la Cina dovrà pagare un prezzo elevato nella contrapposizione commerciale con gli Usa, ma proprio l’enorme mercato di consumo fatto da circa 1,4 miliardi di persone può consentirle, anche nei momenti più difficili, di attuare una circolazione interna. Al contempo, il 91% della crescita economica cinese deriva dalla domanda interna e il 60% della domanda interna è guidato dal consumo. La domanda di consumo è in costante aggiornamento e il mercato è pieno di vitalità. Ancora più importante, il numero delle aziende innovative in Cina è al secondo posto al mondo e lo sviluppo guidato dall’innovazione ha reso l’economia cinese più resistente. Inoltre, la Cina ha ampliato costantemente la propria apertura in base a una strategia consolidata, il che ha rafforzato notevolmente la fiducia del mondo esterno. La lotta contro la guerra commerciale degli Usa è per la Cina una “lotta di destino nazionale”. Nel far fronte a questa “lotta di destino nazionale”, i cinesi sono disposti a sopportare perdite temporanee nella vita personale, condividere un momento difficile con un governo responsabile, unirsi in uno sforzo concertato e mantenere la situazione generale a lungo termine di sviluppo economico sostenuto e di ringiovanimento nazionale.

Il peso di questa guerra commerciale non ricade, tuttavia, soltanto su sulla Cina e sugli Stati Uniti, tanto che gli altri paesi non possono considerarsi “passanti o “spettatori”, ma protagonisti. Secondo le statistiche, fino all’8 luglio, le misure adottate dai vari paesi nei confronti degli Stati Uniti hanno interessato 75 miliardi di dollari di prodotti statunitensi. Di questi, 34 miliardi di dollari sono riconducibili alle contromisure applicate dalla Cina. È un po’ come se fosse una “guerra tra due paesi”. Tuttavia, un rapporto di ricerca della Syracuse University mostra che l’87% dei computer e dei prodotti elettronici “made in China” soggetti alle tariffe degli Stati Uniti sono prodotti da società multinazionali che operano in Cina, soltanto il 13% è riconducibile ad aziende cinesi. Eppure prima della Cina, diversi Paesi interessati avevano già attuato contromisure: il Canada aveva imposto tariffe su prodotti d’importazione statunitensi per un valore di circa 12 miliardi e 600 milioni di dollari e il Messico aveva lanciato un secondo giro di contrattacchi, imponendo dazi doganali su 3 miliardi di merci Usa.

Durante una conferenza stampa congiunta tenuta con il ministro degli Esteri austriaco il 5 luglio, il ministro degli Esteri cinese, nonché membro del Consiglio di Stato, Wang Yi, ha affermato che la Cina si oppone al protezionismo commerciale non solo per salvaguardare i propri interessi legittimi, ma anche per salvaguardare gli interessi comuni del resto del mondo, ivi compresa l’Unione europea. La Cina è ora in prima fila nella lotta contro l’unilateralismo, il protezionismo commerciale e auspica che nessuno la colpisca a tradimento. Preoccupazioni sono state lanciate anche dalla Vice Presidente di Confindustria, Licia Mattioli, che, intervistata da Radio Cina Internazionale, ha osservato che le politiche protezionistiche adottate da Trump rappresentano un’azione in controtendenza al processo di globalizzazione economica e che avranno un enorme impatto sulle imprese italiane.

Una guerra commerciale danneggerebbe quindi tutto il mondo, non solo Cina e Stati Uniti. Se si vorranno realmente risolvere questi problemi, gli Stati Uniti dovrebbero cambiare metodo per risolvere gli attriti commerciali. Cina e Usa potrebbero lavorare ad un accordo per promuovere insieme l’economia digitale, accelerare i negoziati sul Bilateral Investment Treaty (BIT), rafforzare la cooperazione nel quadro dell’iniziativa One Belt One Road e nei settori degli investimenti e delle infrastrutture, sviluppandosi insieme su mercati terzi sempre nell’ambito di questo progetto e promuovere il Free Trade Agreement (FTA) tra Cina e Usa. La possibilità di un FTA tra i due Paesi non è ancora stata discussa e, nel caso dell’avvio di un accordo bilaterale, secondo quanto affermato dell’Istituto Peterson, Cina e Stati Uniti potrebbero aumentare di 500 miliardi di dollari il volume dei loro scambi.

Tanti esperti e studiosi, funzionari e media si sono espressi su quanto accaduto, condannando la politica commerciale portata avanti dall’amministrazione Trump, esprimendo la propria preoccupazione per le conseguenze che questa potrà avere e ritenendo che la politica dell’America First propugnata da Trump, non avrà successo.

In un’intervista rilasciata al China Media Group, il direttore del Centro di ricerca spagnolo sulla politica cinese, Xulio Rios, ha affermato che l’obiettivo finale della guerra commerciale lanciata dagli Stati Uniti è la massimizzazione dei propri interessi nazionali e la salvaguardia della propria posizione egemonica, per far fronte alla ripresa della Cina. Xulio Rios ha sottolineato che l’impatto globale di questa guerra commerciale è paragonabile a quello della crisi finanziaria globale del 2008 provocata dalla crisi dei mutui subprime negli Usa. Infine, secondo l’inviato a New York del quotidiano La Stampa, Paolo Mastrolilli, dietro alle motivazione della guerra dei dazi vi sarebbero la preoccupazioni statunitensi per la crescita della Cina nel settore della robotica, dell’intelligenza artificiale e dell’hi-tech, che starebbe mettendo in discussione la leadership mondiale americana nella produzione di tecnologica

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps e non solo. Ecco cosa cosa fare con i bond subordinati

di Angelo Baglioni startmag.it 15.7.18

L’articolo dell’economista Angelo Baglioni pubblicato su LaVoce.info che approfondisce l’iniziativa di due autorità europee (European Banking Authority e European Securities Markets Authority) in merito alle obbligazioni bancarie emesse non solo in Italia

Eba ed Esma ammettono ora che il coinvolgimento dei risparmiatori nel bail-in può creare gravi problemi al sistema. Perciò propongono l’esenzione degli investitori al dettaglio. Il nostro governo dovrebbe fare tesoro del documento per trattare in Europa.

IL DOCUMENTO DELLE DUE AUTORITÀ

Il 30 maggio, due autorità europee (European Banking Authority e European Securities Markets Authority) hanno emanato un importante documento, in cui ammettono che l’applicazione del bail-in agli investitori al dettaglio solleva seri problemi, e danno alle banche e alle autorità del settore precisi suggerimenti per evitare che gli stessi problemi si ripresentino in futuro. Purtroppo, si tratta appunto di suggerimenti.

CHE COSA CONTENGONO LE INDICAZIONI

Le due autorità non hanno i poteri per imporli: per essere attuate, le loro indicazioni dovrebbero essere fatte proprie dalle banche e da altre autorità del settore, quelle di supervisione (Banca centrale europea e – per l’Italia – Banca d’Italia e Consob) e quelle di risoluzione (Single Resolution Board). Non solo, le indicazioni arrivano anche in ampio ritardo: se fossero state date, e messe in pratica, nella fase di introduzione della direttiva sul bail-in (Bank Recovery and Resolution Directive), cioè nel 2014-2015, si sarebbero evitati i danni che molti risparmiatori hanno subito.

I 3 MESSAGGI FONDAMENTALI

Comunque, meglio tardi che mai. Vediamo dunque di che si tratta: i messaggi del documento sono sostanzialmente tre.

In Europa, le obbligazioni bancarie detenute dagli investitori al dettaglio sono ancora molte: 262 miliardi di euro, di cui 50 sono titoli subordinati, particolarmente rischiosi. La metà delle obbligazioni bancarie è concentrata in Italia (132 miliardi), di cui una ventina sono subordinati: siamo il paese nel quale l’eredità delle emissioni obbligazionarie del passato è di gran lunga più pesante, rispetto agli altri partner europei. Si potrebbe pensare che il problema si risolva da solo, man mano che le obbligazioni vanno in scadenza, ma è vero solo in parte. Lo stesso rapporto ci dice che la durata di questi titoli è piuttosto lunga: tra quattro anni, in Europa ve ne saranno in giro ancora 64 miliardi, di cui 25 subordinati. Va da sé che questi sono solo quelli già emessi oggi, andranno quindi aggiunti quelli di nuova emissione.

LA DISINFORMAZIONE

Le due autorità lamentano che in troppi casi i risparmiatori non sono stati adeguatamente informati sui rischi dei titoli, in particolare quelli subordinati, violando le regole a protezione dei consumatori di servizi finanziari: a volte è stato lasciato intendere agli investitori che le obbligazioni fossero altrettanto sicure dei depositi, cosa ovviamente non vera. Sarebbe fin troppo facile dire: l’avevamo detto. Il documento chiede alle banche di informare gli investitori dei rischi in cui incorrono non solo nel momento in cui vendono un prodotto di investimento, ma anche dopo, se qualcosa di rilevante cambia nelle caratteristiche del prodotto (material change): questo è esattamente il caso dell’entrata in vigore del bail-in.

Le due autorità raccomandano che il principio, largamente disatteso in passato, venga applicato in futuro, anche per rispettare la direttiva Mifid II entrata in vigore all’inizio di quest’anno.

ESENTARE GLI OBBLIGAZIONISTI DAL BAIL-IN

Le due autorità prendono atto che l’applicazione del bail-in agli investitori al dettaglio, soprattutto se poco informati, può essere destabilizzante, minacciando la fiducia nel sistema bancario. Da questa constatazione segue l’indicazione più innovativa del documento: le autorità chiamate ad applicare la Brrd dovrebbero seriamente considerare la possibilità (prevista dalla direttiva stessa) di esentare dal bail-in gli investitori al dettaglio in obbligazioni bancarie.

Per essere efficace, l’esenzione dovrebbe essere prevista nei cosiddetti “piani di risoluzione”, che sono una sorta di testamento in cui si delinea come dovrebbe essere gestita una situazione di crisi, tale da condurre potenzialmente al bail-in dei creditori. Il Srb (Single Resolution Board) sta predisponendo questi piani per ciascuna banca europea che rientra sotto il suo controllo (significativa). Si spera che Srb e autorità di risoluzione nazionale accolgano l’invito di Eba ed Esma. Per agevolare il loro compito, occorre che il nuovo requisito relativo alle passività da aggredire in caso di bail-in (Minimum Requirement on Eligible Liabilities) sia introdotto in modo coerente con il suggerimento delle due autorità: in pratica, venga soddisfatto mediante obbligazioni (subordinate e non-preferred senior) detenute da investitori istituzionali, oltreché con azioni (sulle linee di quanto suggerivamo in un altro articolo).

UN INVITO AL GOVERNO

Se il nuovo governo pensa veramente di dare seguito al suo annuncio di volere tutelare il risparmio degli italiani (pag. 31 del contratto di governo), dovrebbe partire dal documento congiunto Eba-Esma e premere in sede europea affinché venga recepito e messo in pratica dalle altre autorità. Bisogna farlo in fretta, perché la definizione del requisito Mrel (Minimum Requirement on Eligible Liabilities) e dei piani di risoluzione è in fase avanzata. E bisogna farlo con competenza, uscendo dai proclami generici ed entrando nei dettagli tecnici, che sono quelli sui quali si gioca la partita in Europa.

Tutti i rischi di isolamento per l’Italia con la prossima tornata di nomine in Europa

di Roberto Sommella startmag.it 15.7.18

L’approfondimento dell’editorialista Roberto Sommella sui prossimi appuntamenti e scadenze in Europa relativi a nomine in istituzioni chiave

Narrano le cronache parioline di un bancomat che osò l’inosabile, catturare la carta di colui che firma le banconote della moneta unica. Mario Draghi la prese con filosofia e un sorriso, come a dire, proprio a me. Nei prossimi mesi questo aneddoto popolare romano che sconfina nella leggenda potrebbe però diventare un incubo per molti europeisti: la disgregazione prima dell’area Schengen, poi della libera circolazione delle merci e dei capitali e infine il bersaglio grosso: l’euro.

Solo 12 mesi fa questo sarebbe stato un racconto di fantafinanza, ma la nascita di ben 70 partiti euroscettici negli ultimi anni e la presidenza austriaca di turno, che di certo non si mostra sensibile ai temi dell’integrazione, rendono la partita dei rinnovi di una decina di cariche comunitarie una sfida decisiva.

L’Unione Europea che guarda a volte con sospetto l’Italia non avverte peraltro il terremoto che si apre sotto i suoi piedi. Eppure un europeo su due e oltre il 70% degli italiani vogliono la presa dei palazzi del potere da parte delle formazione sovraniste, perché confidano nella loro capacità di riformare l’architettura comunitaria. Il governo di Giuseppe Conte è nato anche come esito di questo spread sociale.

La rivoluzione forse è solo all’inizio, molte le cose che cambieranno. Per la prima volta muterà l’assetto del Parlamento Europeo, che non sarà più diviso tra le due grandi famiglie storiche, i conservatori e i riformisti, finora elementi di equilibrio tra le forze e i paesi dell’Ue, che poggiavano a loro volta sull’asse politico tedesco tra la Cdu e la Spd.

Con tutti i suoi limiti, l’assise che si divide inutilmente in due sedi costose, monumento involontario alle ragioni del nazionalismo, resta però decisiva nel dare il suo assenso ai commissari e a tutte le cariche più importanti nell’Ue. Chi siederà su quegli scranni avrà quindi molta voce in capitolo.

Nell’ultimo quarto di secolo tutti i presidenti della Commissione, del Parlamento e del Consiglio europeo, sono stati espressione di un accordo tra popolari e socialisti. Non sarà più così. I socialdemocratici europei sono in grande crisi, si dovrà capire dove si collocheranno il partito di Emmanuel Macron, il Movimento Cinque Stelle e la Lega, mentre anche l’uscita degli inglesi, dal momento che i loro conservatori non fanno parte del Partito Popolare Europeo e invece i laburisti sono nel gruppo dei progressisti, avrà i suoi effetti.

L’equilibrio politico europeo risulterà perciò rivoluzionato e si entrerà in una nuova fase, sulla carta più instabile, con l’Italia grande incognita, stretta tra i francesi e i tedeschi, da sempre abituati a fare da soli ma il cui direttorio mostra crepe preoccupanti.

Nello stesso tempo, cambieranno tutti i vertici delle istituzioni europee e personaggi quali Jean Claude Juncker, Mario Draghi e Donald Tusk, non saranno ricandidati o ricandidabili ai vertici di Commissione, Bce e Consiglio europeo. Per la prima volta il vertice dell’Eurotower verrà rinnovato a ridosso delle elezioni del Parlamento Europeo, appena finito il programma di riacquisto dei titoli di Stato, che tanto ha protetto il debito pubblico italiano.

La sostituzione dell’ex governatore è il cardine del toto-poltrone comunitario. Gli subentrerà Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank o qualche fidato banchiere centrale del Nord, solo se Angela Merkel, dopo aver retto alle spallate della Csu bavarese, strapperà un buon risultato alle consultazioni di maggio 2019, frenando l’impatto del gruppo Visegrad e delle altre coalizioni sovraniste che Matteo Salvini vorrebbe riunire in una super Lega.

Da questo braccio di ferro discende tutto, andare avanti con un’interpretazione flessibile dello statuto della Bce, come durante il mandato di Draghi, oppure imboccare il rigore teutonico, o addirittura tornare, nella peggiore delle ipotesi, al serpente monetario e una maggiore flessibilità dei vari cambi con monete di nuovo nazionali.

Anche il successore della potente Margrethe Vestager, commissario alla concorrenza, l’iron woman del nuovo millennio che ha messo sotto scacco Google & C, in un’epoca in si impongono nuovi dazi, potrà imporre una svolta protezionistica o meno al mercato più ricco del mondo. Non è una cosa di poco conto.

Come se non bastassero le incognite, sul far dell’autunno 2019 e poi nel 2010 andranno rinnovati anche il vertice della Vigilanza Centrale, retto dalla francese Danièle Nouy e poi quello dell’Eba, ora guidato dall’italiano Andrea Enria da Londra e in futuro in via di trasloco a Parigi, come esito della Brexit.

Secondo il quotidiano economico tedesco, Handelsblatt, che cita fonti interne alla Commissione Ue, l’Italia punterebbe a guidare il board della Vigilanza unica e in pista ci sarebbero tre nomi, dal già citato Enria (che però è stato riconfermato alla guida dell’Eba fino al 2020, il secondo nome in pista sarebbe quello di Ignazio Angeloni, che è già membro del meccanismo di vigilanza unificata in rappresentanza della Bce, e vanta un forte legame con il presidente della Bce Mario Draghi. Infine il quotidiano tedesco cita anche Fabio Panetta, componente del Consiglio di vigilanza del Meccanismo di vigilanza unico nonché membro del direttorio e vice direttore generale della Banca d’Italia.

Nomi a parte, per ora del resto anche prematuri, si può dire che su banche, prodotti finanziari e risparmio, il cuore della forza europea, pende un’ipoteca non indifferente: i regolamenti resteranno gli stessi ora in vigore e verranno attuati con analoga determinazione?

Sicuramente il rebus vale anche per l’Italia, che comunque vada non potrà più contare sulla contemporanea presenza di concittadini ai vertici comunitari e su figure autorevoli quali appunto Mario Draghi, Antonio Tajani e Federica Mogherini, membri di una pattuglia tricolore eterogenea ma di sicuro rispetto.

L’Unione si trova al centro di una rivoluzione geo politica. È contemporaneamente nel mirino degli Usa di Donald Trump, che erigono barriere commerciali, e della Russia di Vladimir Putin, ancora sottoposta alle sanzioni di Bruxelles. Tutti i governi sanno che non basta più crescere se aumentano disuguaglianze e si riduce il benessere. Ma probabilmente non si rendono ancora conto che la scelta degli uomini che guideranno lo scacchiere dell’Ue nei prossimi anni sarà decisiva. Dietro ai bancomat che erogano soldi ci sono competenze, relazioni, trattati. E persone.

(articolo pubblicato sul settimanale Milano Finanza)

Vi spiego perché l’enorme liquidità sui mercati non ha ridotto i debiti

Di Guido Salerno Aletta startmag.it 15.7.18

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sull’andamento dei debiti mondiali

Il risultato è paradossale: dopo dieci anni di politiche economiche, fiscali e monetarie, volte a porre rimedio ad una crisi determinata da debiti eccessivi, il volume complessivo dei debiti mondiali è aumentato ancora.

La loro crescita è esponenziale: alla fine del terzo trimestre del 2017 ammontavano complessivamente a 233 mila miliardi di dollari. Rispetto alla vigilia della crisi, convenzionalmente fissata al terzo trimestre del 2007, l’incremento è stato di 71 mila miliardi di dollari: un valore, questo, sostanzialmente pari ai debiti complessivi esistenti nel 1997, quando erano stati pari a 70 mila miliardi.

Nello stesso periodo ventennale, il pil mondiale a valori correnti è passato da 31,8 mila a 79,8 mila miliardi di dollari. In vent’anni, il pil è aumentato di 2,5 volte, mentre il debito si è moltiplicato per 3,3.

Il fenomeno, ben conosciuto, va sotto il nome di finanziarizzazione dell’economia. Pone un rischio sempre più grave per la stabilità globale, soprattutto ora che è in corso la normalizzazione delle politiche monetarie, che conduce a tassi di interesse tendenzialmente più elevati di quelli adottati in questi anni per favorire i debitori.

In realtà, lungi dal perseguire l’obiettivo dell’esdebitamento attraverso l’inflazione dei prezzi al consumo e dei redditi, che riduce il valore reale del debito nominale contratto in precedenza, la liquidità immessa dalle banche centrali è servita ad estendere ulteriormente la rete del debito. Quest’ultimo, contratto a condizioni estremamente convenienti vista la enorme disponibilità di risorse a tassi di interesse talora negativi, pone ora prospettive inquietanti che riguardano un po’ tutta l’economia mondiale.

Da un aumento dei tassi, già in corso sul dollaro, hanno da temere innanzitutto i Paesi emergenti, le imprese e le famiglie americane, e tutte le imprese che si sono lanciate in colossali progetti di acquisizione e di buy-back. In prospettiva, aumenterà l’onere per il debiti pubblici ed il costo delle politiche di risanamento.

In Italia, infatti, il pareggio strutturale è fondato su un avanzo primario capace di assorbire l’intero ammontare della spesa per interessi. Più diventa pesante l’onere di questi ultimi, e più questa strategia diviene deflazionistica, riducendo il tasso di crescita.

La dinamica dei debiti nei diversi settori fornisce indicazioni assai rilevanti. Nel 1997 presentavano una percentuale di debito sostanzialmente analoga: la maggior quota spettava comunque alle società non finanziarie (con 22 mila miliardi di dollari e 64% del pil mondiale); seguivano i governi (19 mila miliardi e 58%) e le banche (14 mila miliardi e 53%); infine, venivano le famiglie (11 mila miliardi e 42%).

Nel decennio successivo, al terzo trimestre del 2007, si rileva una assoluta stabilità della percentuale dei debiti pubblici sul pil, ferma al 58% del pil mondiale: è il frutto delle politiche post-keynesiane e neoliberiste su entrambe le sponde dell’Atlantico, con la abolizione generalizzata del finanziamento del deficit pubblico con mezzi monetari da parte delle banche centrali. Il debito delle società finanziarie sale di 13 punti sul pil, mentre quello delle famiglie cresce di 15 punti: sono l’effetto della compensazione tra interventi pubblici e privati e di una dinamica inferiore dei redditi da lavoro.

La ritirata dello Stato e la compressione delle richieste salariali dopo la caduta del Comunismo si fanno sentire. Tutto però si scarica sul debito delle società finanziarie, che passa in valore assoluto da 14 mila a 53 mila miliardi di dollari (moltiplicandosi per 3,8 volte) e dal 53% all’86% del pil mondiale (crescendo di 33 punti). Il settore finanziario era cresciuto e si era esposto al rischio in modo straordinariamente elevato: l’aumento dei tassi di interesse, volto a frenare in America la dinamica del mercato immobiliare, esaurì le risorse disponibili delle famiglie sub-prime che dichiararono default, facendo detonare la crisi finanziaria.

Dopo la crisi del 2008, il debito globale cresce ancora, ma in modo diverso. Le società non finanziarie lo aumentano, passando da 43 mila a 68 mila miliardi di dollari (+ 25 mila miliardi) e dal 77% al 92% del pil (+15 punti), ma lo usano principalmente per lanciare operazioni di acquisizione e per finanziare il riacquisto di azioni proprie. Il debito delle famiglie si accresce di poco, passando da 34 mila a 44 mila miliardi di dollari e di appena 2 punti sul pil, dal 57% al 59%.

I governi, chiaramente incolpevoli visto il loro comportamento nel decennio precedente, pagano invece il prezzo più alto: il loro indebitamento passa da 33 mila a 63 mila miliardi di dollari (+30 mila miliardi), con un rapporto sul pil mondiale che sale di ben 29 punti passando dal 58% all’87%. La grande sorpresa, frutto delle politiche adottate dalle banche centrali, è rappresentata invece dall’andamento del debito del settore finanziario: aumenta di appena 5 mila miliardi di dollari in valore assoluto, passando da 53 mila a 58 mila miliardi di dollari, ma diminuisce di ben 6 punti in rapporto al pil passando dall’86% all’80%. Il sistema finanziario è salvo, gli Stati sono stati messi in un vicolo cieco, le imprese e le Borse sono state illuse con un diluvio di liquidità che ha fatto sfolgorare i listini.

I fattori critici sono tre. Primo, il persistere ed in taluni casi l’accrescersi degli squilibri internazionali, tra Paesi che hanno un avanzo strutturale delle partite correnti ed altri un saldo perennemente passivo. In secondo luogo, si manifesta l’incapacità del sistema dei cambi valutari di equilibrare questi squilibri per via dei conflitti interni ai rispettivi sistemi economici, con le imprese non finanziarie che tifano per una moneta debole al fine di scoraggiare l’importazione ed il sistema finanziario che ha necessità di una valuta forte per finanziare lo squilibrio commerciale e per intermediare maggiori risorse provenienti dall’estero: il sistema del Fmi deciso a Bretton Woods per le monete e quello fondato sul Wto per il libero commercio, non assicurano più né l’equilibrio internazionale, né l’interdipendenza.

Da ultimo, ci sono le politiche monetarie accomodanti e non convenzionali adottate in questi anni dalle banche centrali: hanno avuto un effetto positivo dal punto di vista congiunturale e sintomatico, alleviando il costo del finanziamento del debito per i debitori, chiunque fossero, Stati, imprese e famiglie, ma negativo sotto il profilo strutturale perché la liquidità è stata immessa nel circuito finanziario e non in quello economico.

Se fosse stata immessa attraverso quest’ultimo, finanziando direttamente i deficit pubblici, la moneta aggiuntiva sarebbe entrata in circolazione ed avrebbe creato le condizioni per un aumento dei prezzi al consumo e successivamente dei salari, abbattendo il valore reale dei debiti contratti. Invece, per obbedire alla logica della competizione mercantilista, fondata sulla stabilità assoluta dei prezzi e sulla riduzione dei prezzi e dei salari che comporta la deflazione, la liquidità aggiuntiva è stata fornita al sistema finanziario: averlo liberato dalla detenzione di debito pubblico con i cosiddetti Qe, o di obbligazioni private, è assolutamente indifferente. Le banche centrali hanno offerto al sistema finanziario i mezzi aggiuntivi per aumentare il debito globale, e così è stato.

Il debito delle famiglie americane ha superato nuovamente il picco del 2008, con 3,84 trilioni di dollari per quello non legato all’acquisto della casa e 9,38 trilioni per mutui. I debiti per l’acquisto di auto e sulle carte di credito continuano ad aumentare. Sono letteralmente esplosi, intanto, gli student loans: passati da 0,61 trilioni di dollari del 2008 a 1,41 trilioni del primo trimestre di quest’anno. Il cerino è acceso.

La stretta creditizia prossima ventura ed il padulo nero

phastidio.net 11.7.18

Se siete stanchi di leggere e sentire proclami senza senso lanciati da esponenti di un governo e di una maggioranza che minaccia quotidianamente di suicidare il paese davanti all’Europa, per dare una dimostrazione tangibile della propria forza negoziale, oggi vi segnalo un articolo “tecnico” ma in realtà non troppo, che fornisce la misura di quanto sia ancora lunga la traversata nel deserto per le banche italiane e di conseguenza per il nostro sistema economico, e di quanto costerà al paese lo scalone nello spread che ha salutato l’avvento del governo gialloverde.

Sul Sole, un’analisi di Luca Davi che prende le mosse dalle considerazioni della Banca d’Italia e del governatore Ignazio Visco, segnala che le banche italiane hanno un problema di costo della raccolta, cioè di quanto devono pagare per approvvigionarsi di fondi, che poi vengono ovviamente prestati a famiglie ed imprese.

La prima determinante del problema è l’aumento dei tassi d’interesse. Esso è frutto di due circostanze: la ripresa economica in atto in Eurozona, col conseguente avvio del ritiro delle misure straordinarie della Bce note come easing quantitativo; ed i movimenti dello spread, che riflettono il rischio di uno specifico emittente nazionale.

La seconda determinante è data dalle norme europee che stabiliscono quali e quante sono le passività bancarie che possono essere sacrificate per assorbire una risoluzione, cioè un bail-in. Si tratta del cosiddetto MREL (Minimum Requirement on Eligible Liabilities and Own Funds), di cui ho scritto un anno addietro (quindi non è esattamente un fulmine a ciel sereno, anche se qualche ripetente e fuoricorso di lungo corso dirà il contrario). Le banche dovranno emettere titoli “sacrificabili”; che, in quanto tali, costeranno di più in termini di tasso d’interesse per indurre gli investitori istituzionali ad acquistarli.

Secondo stime di Bankitalia, potrebbe essere necessario emettere titoli del genere per 30-60 miliardi. In parallelo a ciò, occorre sapere che stanno arrivando a scadenza i finanziamenti agevolati della Bce alle banche, i cosiddetti Tltro, e che entro il 2020 scadranno obbligazioni bancarie per 150 miliardi di euro. L’articolo segnala che alcune banche, per coniugare esigenze di raccolta e sicurezza degli strumenti offerti soprattutto al retail, hanno ripreso ad emettere i cosiddetti covered bond, obbligazioni ad elevato rating, garantite dagli attivi di una banca, in genere mutui ipotecari o crediti verso la Pa.

In Italia, questi strumenti hanno paletti normativi ben precisi, quali un total capital ratio di almeno il 9% e patrimonio e fondi propri per almeno 250 milioni, che rischiano di tagliar fuori le banche più piccole, ma c’è sempre la speranza che a ciò si rimedi per iniziativa in atto di Bankitalia.

Torniamo alle fonti di prossimo maggior costo della raccolta bancaria:riguardo al Mrel, lo scorso aprile Bankitalia, nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria, stimava un maggior costo della raccolta, ad esso legata, per 10-30 punti base. Come scrive oggi Davi sul Sole,

«Il rischio è che le banche reagiscano alla novità regolamentare o con una stretta alle attività ponderate per il rischio (Rwa) oppure con un rialzo dei costi dei prestiti»

In soldoni, il rischio è che si arrivi a restrizioni sul volume di credito erogato e/o ad aumento del suo costo. Da domani inizia la “conversazione” a tre (il cosiddetto trilogo) tra parlamento europeo, Commissione e Consiglio Ue, per definire la riforma della direttiva BRRD, quella del bail-in. E i termini della questione non sono, si badi bene, centrati sulla possibilità che la direttiva medesima venga cancellata, bensì sul quantum di fondi “sacrificabili” in caso di risoluzione di una banca:

Sul tavolo del trilogo Ue ci sono le proposte del Parlamento che, con una mossa non scontata, ha previsto che i titoli subordinati assorbibili non possano superare il 18% degli attivi ponderati per il rischio. Dall’altra, invece, c’è la proposta del Consiglio, a trazione franco-tedesca, che prevede un livello ben più alto, pari all’8% delle passività, pari al 20-25% degli Rwa. In questo quadro l’Italia, c’è da scommetterci, farà la sua battaglia, come si è visto già in occasione dell’astensione di fronte alla proposta Ecofin di maggio e della proposta formalizzata dal Parlamento. A prometterlo è lo stesso ministro Tria, che evidenzia che il pacchetto bancario varato dall’Ecofin di maggio ha «problematicità su cui l’Italia si misurerà». La partita, su questo, non è facile. Ma il guanto di sfida a Bruxelles, anche su questo fronte, è lanciato.

Quindi, prendete nota: il ministro Tria cercherà di ridurre il danno per le nostre banche; non andrà a pestare alcun pugno sul tavolo ma argomenterà con la competenza che gli è propria. Ma la cornice del bail-in resta. Si mettano quindi il cuore in pace, i nostri sovranisti con la stampante sempre accesa nel sottoscala: potete divertirvi vaneggiando di cigni neri e massimi sistemi, oppure fare sfoggio della vostra crassa e giovanile ignoranza da dropout di “successo” in un paese in bancarotta civile e culturale, oppure ancora potete escogitare “geniali” piani per estorcere (ma solo nella vostra disancorata mente) soldi al resto d’Europa ma la realtà sta sempre e comunque altrove.

Come se non bastasse questo oneroso vincolo di realtà chiamato Mrel, aggiungete l’aumento di circa un punto percentuale dello spread dall’insediamento del nostro governo sovranista che è il premio al rischio di tutte le cazzate che leggiamo ed ascoltiamo quotidianamente, e che è del tutto Made in Italy, e potrete forse afferrare perché rischiamo di avere un autunno (ma anche un inverno, una primavera, ed oltre) di stretta creditizia. Ma voi proseguite pure a cercare di difendervi dal cigno nero fatto in casa, mi raccomando. Alla fine, l’unico volatile che otterrete sarà un gigantesco padulo.