Comprendere l’ascesa globale del populismo

Di Saint Simon – Luglio 15, 2018 vocidallestero.it

Da LSE Ideas un approfondimento sul populismo, fenomeno multiforme e non nuovo nella storia occidentale, del quale l’autore Michael Cox, in maniera intellettualmente onesta e scevra dai pregiudizi liberali, cerca di dare una definizione, tracciare origini e motivazioni storiche e marcare le differenze col passato. Il populismo, sostiene Cox, è anche la reazione occidentale al malgoverno dell’ordine neoliberale, innestatosi sul crollo del comunismo, alle sue élite incapaci e al senso di impotenza provato dalle società dell’Occidente di fronte a repentini cambiamenti che minano la propria sicurezza e coesione. Il populismo, conclude, al momento non è una minaccia alla globalizzazione, ma ha ancora tanta strada da percorrere di fronte a sé.

 

di Michael Cox, 12 febbraio 2018

 

 

Questa è la versione aggiornata di un documento originariamente presentato alla Royal Irish Academy a Dublino il 31 maggio 2017, apparso nel volume 28 di Irish Studies in International Affairs.

 

 

Lo spettro del populismo

 

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi” scriveva Karl Marx nel 1848. Oggi sembrerebbe che un altro spettro molto differente infesti l’Europa. Non è il comunismo – che è stato consegnato al proverbiale cestino della storia – ma un altro pericoloso “ismo”, il populismo.

 

Naturalmente c’è stata una grande molteplicità di populismi in passato. La Russia ne ha avuto di propri durante gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, una versione simile ma politicamente meno radicale crebbe negli Stati Uniti negli anni ’90 del 1800 e da allora è riapparsa diverse volte in molteplici variazioni (il Maccartismo fu a proprio modo una rivolta populista contro il liberalismo), e poi ci sono state le molte varietà di populismo che quando ero studente mi venivano presentate come il principale problema in America Latina negli anni del dopoguerra. Quindi per certi versi lo studio di quello che è conosciuto come populismo non è nuovo. Posso ben ricordare infatti di avere letto il mio primo libro sull’argomento nel 1969, quando studiavo politica, uno studio alquanto pregiato della London School of Economics (LSE), a cura della grande coppia Ernest Gellner e Ghita Ionescu, intitolato Populism: its meanings and national characteristics [Populismo: suo significato e caratteristiche nazionali, ndt].

 

Quindi potremmo dire che non c’è nulla di nuovo. Ma sarebbe sbagliato – chiaramente c’è qualcosa di abbastanza significativo e nuovo che sta accadendo oggi. Per un verso il problema populista (se lo è davvero) sembra essere migrato in Europa, dove prima non aveva una gran presa; e per un altro verso ha assunto una forma molto più diffusa. Mentre i precedenti populismi avevano un carattere specificamente nazionale, questo nuovo populismo ha assunto una forma più internazionale.

 

Se ascoltiamo la maggior parte dei leader europei, il populismo sembrerebbe oggi essere diventato la sfida politica della nostra era. L’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, un uomo che non usa mezzi termini, ha parlato di una marea crescente di “populismo demagogico” che se non viene trattato frontalmente e con decisione potrebbe facilmente compromettere l’intero edificio europeo. Un rapporto della Chatham House è arrivato all’incirca alle stesse conclusioni nel 2011. “La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti estremisti”, scrive il suo autore, “è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea” (1) – uno sviluppo che rappresenta una sfida non solo all’Europa, ma alla stessa democrazia.

 

Chi è un populista?

 

Ma è un fenomeno solo europeo? Chiaramente no. Attraverso l’Atlantico, negli USA, un dragone simile se non esattamente identico, che emette ogni tipo di suono spiacevole e pestifero, è sorto nella forma di Donald Trump, uno dei pochissimi miliardari che nella storia moderna rivendica anche di essere un “uomo del popolo”. Ma miliardario o meno, questo fenomeno politico davvero straordinario, una combinazione di Gatsby e Howard Hughes con l’aggiunta di un goccio di Randolph Hearst per buona misura, ha portato “sorpresa e spavento” in egual proporzione. Infatti, attingendo allo scontento popolare in quelli che Gavin Essler venti anni fa definì gli “Stati Uniti della Rabbia” (2), Trump ha scosso l’establishment USA (per non menzionare i loro soci europei) dalle fondamenta, dicendo cose che non si dovrebbero dire in compagnia di gentiluomini.

 

Inoltre, si ricorderà che non fu soltanto Trump a inveire contro le élite e i potenti durante la campagna presidenziale USA del 2016. Bernie Sanders potrebbe definirsi un socialista. E potrebbe non aver mai detto molte delle cose scioccanti che ha detto Trump. Ma alcuni dei suoi obiettivi – naturalmente le corporation che, ha sostenuto, hanno tradito i lavoratori americani, e i finanzieri di Wall Street – non erano così dissimili da quelli identificati da Trump. Hillary può aver vinto la nomination democratica alla fine. Ma Sanders ha inspirato i suoi sostenitori come la Clinton non ha mai fatto.

 

Ma se Sanders e Trump possono essere classificati insieme come populisti, allora chi, ci si potrebbe chiedere, non è un populista? E dove passano le linee di faglia ideologiche? Allora anche Jeremy Corbyn dovrebbe essere definito un populista? Dopotutto rivendica di parlare in nome dei “molti” anziché dei “pochi”. Ma lo stesso fa anche la May, che nella sua corsa per ottenere il consenso delle classe bianca lavoratrice ha parlato abbastanza apertamente di governare in favore degli “abbandonati” e di chi è stato ritenuto “da gestire”, per fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti, non soltanto per i ricchi e i potenti.

 

Questa è stata anche la narrazione dominante di partiti politici come Syriza in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia, e Podemos in Spagna – e tutti e tre sono di sinistra. Ciò naturalmente non può essere detto del Front National in Francia, ma oggi in Europa non c’è una populista più rampante di Marine Le Pen, che ha fatto campagna contro l’Unione Europea e la sua gemella, la “globalizzazione sfrenata”, che nelle sue parole stanno entrambi “mettendo a rischio” la “civiltà” francese. Infatti, mentre il vittorioso ex banchiere Macron ha fatto appello ai più istruiti nelle città prospere come Lione e Tolosa, la Le Pen ha passato la maggior parte del suo tempo facendo campagna nelle malmesse città del Nord-est, parlando a lavoratori i cui genitori (se non proprio loro) una volta votavano comunista.

 

Comprendere i populisti

 

Il populismo sembrerebbe così sfidare la facile classificazione politica. Ma su una cosa la maggior parte degli autori sul soggetto sembra essere unita. A loro non piace il populismo e sono stati inclini ad affrontare il soggetto con una misto di enorme sorpresa – chi tra loro ha previsto la Brexit e Trump nel 2016? – mescolata con un forte pizzico di antipatia ideologica.

 

Questo preconcetto non è passato inosservato, naturalmente. Infatti, John Stepek, in un pezzo su MoneyWeek, ha sottolineato molto giustamente che, per quanto ne sapeva, “la maggior parte degli editoriali” che trattavano di populismo tendeva a ricadere in due categorie principali: “beffardo o paternalistico” (3). Il controverso sociologo Frank Furedi è stato ancora più aspro. Populismo, ha sostenuto, è virtualmente diventata un’offesa diretta contro chiunque sia critico dello status quo. Peggio ancora, ciò implica che la rivolta che oggi affronta l’Occidente non è la legittima risposta a problemi profondi, ma piuttosto è il problema stesso (4).

 

Questa è la conclusione a cui chiaramente si arriva in un libro influente sul tema. I populisti possono rivendicare di parlare in nome del popolo, sostiene Jan-Werner Muller nel suo studio dalle buone recensioni What is Populism? [Cos’è il populismo?, ndt] (5). Ma non si dovrebbe farsi raggirare. Quando i populisti prenderanno davvero il potere, avverte, creeranno uno stato autoritario che escluderà tutti quelli che non sono considerati parte del popolo. Pertanto state attenti ai populisti. Possono parlare il linguaggio democratico. Ma nascosto dietro a tutta quella retorica c’è un impulso pericolosamente anti-democratico.

 

Questa avversione nei confronti del populismo può essere comprensibile, dato che molto di quello che i populisti dicono è profondamente preoccupante dal punto di vista liberale. Inoltre, come i loro critici hanno legittimamente sottolineato, le loro politiche possono essere – e hanno dimostrato di essere – molto allarmanti. Tuttavia, siamo di fronte a un dilemma. Da un lato ci sono gli analisti del populismo che tendono per lo più a guardare al fenomeno tenendo sempre il naso all’insù, come se ci fosse un cattivo odore nella stanza. Dall’altro, si sono milioni di “persone comuni” là fuori che votano questi movimenti. Se non altro, dice qualcosa dello stato dell’Occidente il fatto che, mentre la maggior parte degli intellettuali si allinea alla critica del populismo, alcuni di sicuro in modo più corretto di altri, milioni di loro concittadini votano in massa per partiti e individui che la maggior parte degli accademici e degli esperti sembra disapprovare.

 

Trump può non essere il mio genere (o il vostro), ma dopotutto ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi. Tuttavia “noi” sembriamo detestare lui e quelli che hanno votato per lui. La Brexit non era la mia opzione preferita, ma ha raccolto più voti del Remain e lo ha fatto perché ha attinto a qualcosa di importante.

 

Il mio punto è semplice, ma importante. Il populismo non ci deve piacere, non dobbiamo andarci d’accordo. E non dovremmo dimenticare il nostro ruolo di critici. Ma dovremmo almeno provare a distanziarci dalle nostre preferenze politiche e ideologiche, e provare ad andare oltre lo sdegno morale nei confronti di qualcosa che a molti di noi può non piacere e cercare invece di capire che cosa sta succedendo. Perché, chiaramente, qualcosa sta accadendo. E cos’è quel qualcosa? Non dovremmo esagerare. Né dovremmo concludere che il mondo che abbiamo conosciuto sta per collassare. Non è così. Ma le placche tettoniche si stanno muovendo. L’umore in Occidente si sta inasprendo. Molti milioni di persone ovviamente sono molto infelici del vecchio ordine e hanno espresso la loro alienazione votando in massa contro l’establishment.

 

Che cos’è il populismo?

 

Ma allora che cos’è il populismo? La risposta a questa semplice domanda non è affatto chiara. Il populismo riflette una profonda diffidenza verso l’establishment predominante; il sospetto che questo establishment, nella visione della maggior parte dei populisti, non governi per il bene comune, ma cospiri contro il popolo; e che il popolo, comunque definito, sia il vero depositario dell’anima della nazione.

 

I populisti tendono per lo più ad essere anche nativisti e sospettosi nei confronti degli stranieri (sebbene sia più probabile constatarlo a destra che a sinistra). Spesso e volentieri sono scettici sui fatti presentati dalla stampa di regime, e nella maggior parte dei casi (e di nuovo ciò è più vero per la destra rispetto alla sinistra) gli intellettuali non piacciono loro molto. Né in generale piacciono loro le grandi città e i tipi metropolitani che ci vivono.

 

I populisti sono (per usare un termine reso popolare da David Goodhart) i “somewheres” – cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario degli “anywheres” [le persone senza radici, i cosmopoliti, ndVdE] (6). Infatti, sostiene l’autore, la linea di faglia in Gran Bretagna (e lo stesso potrebbe essere vero in molti altri paesi Occidentali) è tra coloro che vengono Da Qualche Posto [somewhere in inglese, ndt]: le persone che hanno radici in specifici posti o comunità, di solito una piccola città o la campagna, socialmente conservatrici, spesso meno istruite, e coloro che vengono Da Qualunque Posto [anywhere, in inglese, ndt]: senza legami, spesso metropolitani, socialmente liberali, laureati e che sono inclini a sentirsi a casa quasi dappertutto. Ma sono i “somewheres” che dobbiamo comprendere, poiché sono loro dopotutto a costituire la vera base di quella che vediamo come la rivolta populista.

 

Che cosa ha causato l’ascesa del populismo?

 

Che cosa ha causato questa impennata nel sostegno al populismo? Ci sono almeno tre narrazioni in competizione.

 

1) Una è stata fornita non molto tempo fa da Moises Naim, editore della rivista Foreign Policy. Egli concorda che il populismo va preso sul serio; ma non ha coerenza intellettuale. È soltanto una “tattica” retorica che i demagoghi usano sempre in tutto il mondo, e continueranno ad usarla, per ottenere il potere e quindi tenerlo stretto. Per come la mette Naim:

 

“Il fatto è che il populismo non è un’ideologia. Invece, è una strategia per ottenere e trattenere il potere. È in circolazione da secoli, e di recente sembra riaffiorare in tutta la sua forza, spinto dalla rivoluzione digitale, dalle economie precarie e dalla minacciosa insicurezza di ciò che ci aspetta” (7).

 

Questo tuttavia non rende il populismo meno pericoloso. Infatti, il populismo è invariabilmente divisivo, prospera sul complottismo, trova nemici perfino dove non esistono, criminalizza tutte le opposizioni, esagera le minacce esterne, e soprattutto insiste che i suoi critici in casa stanno soltanto lavorando per governi stranieri. Eppure si perderebbe tempo – suggerisce – cercando delle cause più profonde per questo particolare fenomeno.

 

2) Un secondo – più influente – punto di vista è che il populismo nella sua forma attuale è una ricerca di senso in quel che Tony Giddens ha già definito il “mondo fuori controllo” della globalizzazione – un mondo che secondo Giddens come minimo sta “scuotendo i nostri modi di vivere, non importa dove ci capiti di vivere”. Inoltre, questo mondo, dice Giddens, sta emergendo in “modo anarchico, disordinato… pieno di preoccupazioni, parimenti sfregiato da profonde divisioni e dalla sensazione di essere tutti in preda a forze su cui non abbiamo alcun controllo”(8). In effetti, non è solo che non abbiamo alcun controllo. A causa della velocità e della profondità dei cambiamenti che intervengono attraverso le frontiere tradizionali, molti cittadini si sentono come se il mondo non solo li stesse superando, ma come se minasse la loro consolidata nozione di identità nata in tempi più stabili. Tutti hanno sentito questa perdita. Ma è stata sperimentata soprattutto da una schiera più anziana di persone bianche che vogliono semplicemente riportare indietro le lancette dell’orologio a un tempo in cui le persone nella loro città assomigliavano tutte a loro, sembravano tutte come loro e avevano persino la stessa lealtà della maggior parte di loro: in altre parole un’età in cui c’erano meno immigrati e anche meno mussulmani a vivere in mezzo a loro.

 

La globalizzazione e i fattori socio-economici ovviamente hanno un ruolo in questo racconto, come rende chiaro Giddens. Ma secondo questa narrazione al centro del moderno problema populista non c’è tanto l’economia, quanto l’identità e il senso, motivati da una serie di confuse, ma non per questo meno fondamentali domande su chi sono, cosa sono, vivo ancora nel mio paese circondato da persone che condividono gli stessi valori e la stessa fedeltà?

 

3) C’è comunque un terzo modo di intendere il populismo. E questo sostiene che il moderno populismo è meno il risultato di una crisi di identità in quanto tale e molto più il risultato di ciò che l’economista indiano (ora consigliere del primo ministro indiano Modi) Arvind Subramanian ha definito “iperglobalizzazione” (9). Quest’ultima forma di globalizzazione, egli nota, è cominciata lentamente negli anni ’70 del ventesimo secolo, ha accelerato rapidamente negli anni ’80, è decollata sul serio negli anni ’90 e ha continuato ad accelerare da allora – cioè, fino al crollo del 2008. Per anni i risultati di questa corsa di trent’anni a capofitto verso il futuro sono sembrati soltanto positivi e benefici. Infatti, secondo i molti difensori della globalizzazione, il nuovo ordine economico ha generato un’enorme ricchezza, attratto economie che una volta erano chiuse, fatto crescere il PIL mondiale, incoraggiato lo sviluppo reale in paesi che sono stati poveri per anni, e quel che è più importante di tutto in termini del benessere umano, ha aiutato a ridurre anche la povertà. Non sorprende che l’India, la Cina e i paesi in via di sviluppo abbiano amato questo nuovo ordine mondiale. Erano i suoi beneficiari.

 

Ma per l’Occidente più in generale ha creato nel tempo ogni tipo di problema collaterale. La ricchezza è diventata sempre più concentrata nelle mani di pochi, come dimostrato da Thomas Piketty (10). I redditi della classe media hanno ristagnato. Nel frattempo, molti membri della classe operaia dei paesi occidentali si sono trovati costretti a lasciare il lavoro o perché i posti di lavoro migravano altrove o a causa di un afflusso di merci importate a basso costo in gran parte provenienti dalla Cina. E per aumentare i loro problemi economici, l’immigrazione ha abbattuto il prezzo del loro lavoro. Quindi quello che poteva essere stato grandioso per le grandi aziende e il consumatore – per non parlare dei cinesi – si è trasformato in uno tsunami economico per i tradizionali bastioni del lavoro.

 

Le cause più ampie del populismo

L’impatto del neoliberalismo?

 

Una parte cruciale di questa interpretazione “materialista” del populismo è stata fornita più recentemente da James Montier e Philip Pilkington. I due non negano il fatto che la globalizzazione ha importanti svantaggi. Al contrario, la globalizzazione è grande parte della causa del populismo. Ma sviluppano il ragionamento ulteriormente, insistendo sul fatto che ciò che ha portato alla crisi reale dell’Occidente non è solo la globalizzazione in astratto, ma ciò che loro definiscono più precisamente “un sistema guasto di governance economica”.

 

Il sistema che definiscono “neoliberalismo” si è manifestato negli anni ’70 del ‘900 e da allora è stato caratterizzato da quattro “politiche economiche rilevanti”, una delle quali soltanto identificano come globalizzazione, essendo le altre tre:

 

“l’abbandono del pieno impiego come un obiettivo politico desiderabile e la sua sostituzione con un obiettivo di inflazione…; un’attenzione a livello aziendale sulla massimizzazione del valore per gli azionisti, piuttosto che sul reinvestimento e la crescita…; e la ricerca di mercati del lavoro flessibili e la distruzione di sindacati e organizzazioni dei lavoratori” (11).

 

Preso insieme, ritengono gli autori, questo nuovo ordine neoliberale non solo ha inclinato la bilancia verso il capitale, a sfavore del lavoro. Il regime che ha creato ha anche dato origine a inflazione più bassa, tassi di crescita più bassi, tassi d’investimento più bassi, crescita della produttività più bassa, e una propensione gravemente deflazionistica nell’economia mondiale. Inoltre la crisi del 2008, anziché minare questo ordine, ha soltanto reso le cose molto, molto peggiori. E dato tutto questo, non dovremmo essere sorpresi che ci sia stato un contraccolpo sotto forma di populismo. Forse l’unica sorpresa è che non sia successo prima.

 

La fine del comunismo

 

Naturalmente, non si è tenuti a scegliere tra queste diverse narrazioni. Tutte contengono elementi di verità. Tuttavia a mio avviso lasciano fuori anche parti importanti della storia.

 

Una delle cose lasciate fuori – o forse non sottolineata abbastanza – è l’enorme impatto a lungo termine che ha avuto, e ancora ha, sul mondo in cui viviamo il fallimento del comunismo e il collasso dell’URSS. Prima del 1989 e del 1991 sembrava esserci un certo tipo di equilibrio nel mondo: alcuni limiti integrati nel funzionamento del libero mercato. Comunque sia, per la fine degli anni ’90 tutto questo era stato spazzato via. Il biennio 1989-1991 a mio parere ha portato l’Occidente a un livello molto alto di hubris e presunzione. Ora tutto era possibile; e anche se ha causato sofferenze ad alcuni, è valso la pena pagarne il prezzo per il bene generale; e in ogni caso non c’era nessuna seria opposizione. O alcuna alternativa. Così si poteva tirar dritto a prescindere.

 

Né potevamo immaginarci cosa poteva significare per l’Occidente l’ingresso di enormi economie a basso salario come la Cina nel club del mercato mondiale. Molti economisti vi diranno senza alcun dubbio, e lo fanno, che il libero scambio è sempre un bene sul lungo termine. Lo ha detto Ricardo, lo ha detto Adam Smith, lo ha detto Keynes, lo ha detto anche Milton Friedman. Quindi deve essere la cosa migliore. Inoltre, se pure si sono persi posti di lavoro nella UE e negli USA, questo, ci viene detto, ha poco a che fare col libero scambio e ne ha molto con le nuove tecnologie a minore impiego di manodopera. Infatti, tutti questi posti di lavoro nella manifattura, in Europa e negli Stati Uniti, se ne sarebbero andati comunque a causa della tecnologia e dell’automazione. Ma ci sono ampie prove a suggerire una storia piuttosto differente: che di fatto milioni di posti di lavoro sono andati perduti in Occidente a causa delle economie emergenti che si sono unite al gioco. Non è soltanto un mito nazionalista. In ogni caso, non si dovrebbe essere rimasti sorpresi quando politici come Trump e i suoi equivalenti populisti in Europa hanno lanciato le loro invettive contro la globalizzazione e hanno raccolto i voti.

 

Impotenza

 

Ma non riguarda soltanto l’economia. Direi che il populismo è un’espressione molto occidentale di un senso di impotenza: l’impotenza dei cittadini ordinari di fronte a enormi cambiamenti in corso attorno a loro; ma anche l’impotenza dei leader e dei politici occidentali che non sembrano davvero avere una risposta alle molte sfide che l’Occidente sta affrontando oggi. Molta gente comune potrebbe sentire di non avere il controllo e potrebbe esprimerlo sostenendo i movimenti e i partiti populisti che promettono di ridargli il controllo. Ma in realtà sono i partiti politici tradizionali, i politici tradizionali così come le tradizionali strutture di potere ad essere impotenti in egual misura. Impotenti nel fermare il flusso di migranti dal Medio Oriente e dall’Africa. Impotenti nel controllare le frontiere dei loro stessi stati nazionali. Impotenti quando hanno a che fare con la minaccia terrorista. Impotenti nell’impedire le delocalizzazioni e l’evasione fiscale. E impotenti nel ridurre la disoccupazione in misura significativa nella maggior parte dell’Eurozona.

 

Ora, tutto questo avrebbe anche potuto essere gestito se non fosse stato per altri due fattori: uno, chiaramente, è stato la crisi finanziaria del 2008. Come suggerito sopra, questa non solo ha dato un duro colpo alle economie occidentali e alla UE in particolare; ha anche minato la fiducia nella competenza dell’establishment, dai banchieri agli economisti della LSE. Chi mai crederebbe di nuovo agli esperti dopo il 2008? O penserebbe che possano essere dalla sua parte? L’altro fattore è stato una serie di importanti battute d’arresto nel campo della politica estera che vanno dall’Iraq alla Libia. Queste non solo hanno fatto danni enormi al Medio Oriente, ma hanno esposto l’Occidente e i leader occidentali all’accusa di essere incompetenti e privi di buonsenso strategico. Naturalmente non è stata una coincidenza che uno dei temi su cui Trump è tornato più volte nel tempo sia stata la guerra in Iraq – una chiara dimostrazione, a suo avviso, che non si può affidare la sicurezza dell’America all’”establishment”.

 

Gli spostamenti della potenza globale

 

Infine, mi chiedo anche quanto la diffusa nozione che è in corso uno spostamento della potenza globale all’interno dell’ordine internazionale non abbia anche contribuito all’ascesa del populismo in Occidente. Dopo tutto, negli ultimi anni abbiamo sentito lo stesso mantra, proferito dalla maggior parte del nostri cosiddetti intellettuali: vale a dire, che il “resto del mondo”, visto come l’Asia, la Cina o quell’interessante combinazione conosciuta come i BRIC presto condurrà il mondo.

 

Come ho sostenuto altrove, questa idea di un enorme spostamento di potere che sta conducendo a un mondo o post-americano o post-occidentale o addirittura post-liberale è stata molto esagerata. Cionondimeno, è divenuta per molti la nuova verità della nostra era; quasi il senso comune dei nostri tempi. E ha avuto conseguenze, volute o meno, e una di queste è stata far sentire molte persone che vivono in Occidente profondamente incerte sul proprio futuro. Questo a sua volta ha fatto guardare molte di queste persone a quei politici e movimenti che dicono che difenderanno l’Occidente; o, nel contesto americano, renderanno di nuovo grande l’America. Inoltre, l’opinione che sia avvenuto o sia in corso uno spostamento di potere ha anche aiutato nel Regno Unito a sostenere la Brexit. Infatti in UK l’argomento che la UE in particolare sia nel suo declino terminale, e che si dovrebbe guardare ad altre parti dell’economia mondiale – Cina e India in modo evidente – ha chiaramente giocato un ruolo importante nel mobilitare la causa della Brexit.

 

Il populismo pone una minaccia alla globalizzazione?

 

In che misura, tuttavia, il populismo rappresenta una seria minaccia per la globalizzazione? La risposta più semplice non è quella che alcuni allarmisti potrebbero indurvi a credere – almeno questo è ciò che i “fatti” dicono se misurate la globalizzazione con indicatori quali i flussi finanziari transnazionali, il turismo internazionale e gli investimenti esteri diretti. Secondo ognuna di queste misure, il mondo non si sta de-globalizzando. Né è probabile che lo faccia fino a quando i suoi cinque maggiori attori economici (Unione Europea, Stati Uniti, Cina, India e Giappone) continueranno a sostenere politiche che favoriscono una maggiore integrazione, non minore, catene di approvvigionamento più estese, non meno estese, e a vedere un vantaggio continuo a livello economico nel far parte di un mercato mondiale. A questo punto le forze a favore della globalizzazione sembrerebbero ancora molto più forti di quelle contrarie.

 

La globalizzazione potrebbe essere ancora al sicuro. Tuttavia, le argomentazioni a favore non vengono più usate con la stessa fiducia che vedevamo dieci o quindici anni fa. E se la compromissione di quella che Simon Fraser ha definito “l’ortodossia pro-globalizzazione del periodo post-Guerra fredda” (12) continua, allora potremmo benissimo trovarci di fronte ancora più sfide per l’ordine economico liberale. La reazione populista, si sospetta, ha ancora una lunga strada da percorrere.

 

LSE IDEAS è il think tank di politica estera della London School of Economics. Colleghiamo la conoscenza accademica della diplomazia e della strategia con le persone che la usano.

 

Sull’autore

 

Il professor Michael Cox è direttore di LSE IDEAS e docente di Relazioni internazionali. È un noto esperto internazionale, che ha pubblicato numerosi articoli sugli Stati Uniti, le relazioni transatlantiche, l’ascesa dell’Asia e i problemi che affliggono l’UE e l’impatto che questi cambiamenti hanno sulle relazioni internazionali.

 

Bibliografia

 

[1] Matthew Goodwin, ‘Right response: understanding and countering populist extremism in Europe’, Chatham House, Europe Programme Report, September 2011

 

[2] Gavin Esler, The United States of Anger: people and the American Dream (New York, 1997)

 

[3] John Stepek, ‘What’s driving populism, and why it matters to investors’MoneyWeek, 4 April 2017

 

[4] Frank Furedi, ‘Populism on the ropes? Don’t be so sure’Spiked, 15 May 2017, see also ‘Populism: a defence’, Spiked, 29 November 2016

 

[5] Jan-Werner Muller, What is Populism? (Philadelphia, 2016)

 

[6] David Goodhart, The road to somewhere: the populist revolt and the future of politics (London, 2017)

 

[7] Moses Naim, ‘How to be a populist’, The Atlantic, 21 April 2017

 

[8] Anthony Giddens, Runaway world: how globalization is reshaping our lives(London, 1999)

 

[9] Arvind Subramanian & Martin Kessler, ‘The Hyperglobalizations of Trade and its Future‘, Peterson Institute for International Economics, Working Paper Series, WP13-6, July 2013

 

[10] Thomas Piketty, Capital in the 21st Century (Paris, 2013)

 

[11] James Montier & Philip Pilkington, ‘The deep causes of secular stagnations and the rise of populism’, GMO White Paper, March 2017

 

[12] Simon Fraser, ‘The tide of globalisation is turning’, The World Today, April-May 2016, 38-41: 38

Saviano: ‘Senza migranti morirebbe l’agricoltura italiana’. Pioggia di critiche su Facebook

silenziefalsita.it 15.7.18

Questa frase che Roberto Saviano ha incluso in un post su Facebook ha suscitato le critiche degli utenti.

“‘Senza migranti morirebbe l’agricoltura italiana’: detta così sembra che abbiamo bisogno di schiavi, perchè con salari legali ci sarebbero tranquillamente gli italiani a lavorare nei campi…”, scrive un cittadino.

Un altro utente fa notare all’autore di Gomorra che “a Carrara è morto un italiano con 6 gg di contratto”. E gli chiede: “Te ne sei preoccupato? L’agricoltura muore senza immigrati? I diritti muoiono con gli immigrati che accettano di lavorare nei campi sottopagati”. E e E ancora: “Giustamente gli italiani si rifiutano di andare a lavorare a quelle condizioni. Già te l’ho detto….limitati a fare il tuo mestiere di scrittore… se ancira lo sai fare!!!”

Si legge ancora tra i commenti al post di Saviano: “‘Senza gli immigrati l’agricoltura in Italia morirebbe’. Già, un mare di schiavi sottopagati è sempre utile.”

Un altro utente commenta: “I migranti sono necessari perché è grazie a loro e al loro sfruttamento che i lavori vengono sottopagati, allineando i nostri salari ai loro. Quindi o ti adegui o te ne vai, o emigri tu italiano.”

Un cittadino osserva che i problemi dell’agricoltura italiana sono altri: “Si Roberto Saviano, sa davvero perché l’agricoltura italiana sta morendo? Sa perché gli agricoltori hanno costi e tasse tali da farli chiudere e lasciare i campi incolti? Sa perché conviene più importare l’aglio dalla cina, l’olio dal nord Africa e le carni dall’est europeo? Potrebbe darmi risposte a riguardo, senza fare politica, senza demagogia e soprattutto tenendo conto dei reali costi in materia?”.

“L’agricoltura italiana è viva e vegeta….è la vecchia politica che l’ha penalizzata… l’olio tunisino ti dice qualcosa?,” domanda un utente.

Mondiale, che ne sarà dei dodici stadi?

tvsvizzera.it 15.7.18

Stadio di calcio visto dall'interno, con retro di una porta in primo piano, spalti attorno e apertura in alto
La Cosmos Arena di Samara vista dall’interno.

(Keystone)

Il Campionato mondiale di calcio 2018 è costato 15 miliardi di dollari, in buona parte denaro pubblico. Molto è stato speso per gli stadi, che potrebbero tuttavia costituire un’eredità scomoda. L’analisi di un esperto.

Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, considera Russia 2018Link esterno il migliore mondiale di tutti i tempi. Di certo è il più caro di sempre, e al di là della sostenibilità della spesa ci si chiede che ne sarà degli stadi.

Molti costruiti da zero, negli altri casi rinnovati completamente, gli impianti utilizzati per il mondialeLink esterno sono veri e propri gioielli, moderni. Allora qual è il problema?

Troppo grandi per il calcio russo

“Gli stadi sono troppo grandi, difficilmente si riuscirà a farne un uso ragionevole”, risponde Martin MüllerLink esterno, professore di geografia umana all’Università di Losanna, studioso dell’impatti dei grandi eventi.

“Sei di questi impianti non ospitano neppure club della massima serie del campionato, le cui partite hanno comunque un numero di spettatori talmente basso da nemmeno lontanamente riempirli. C’è poi un altro problema: gli stadi sono così cari che i club non possono permettersi la loro manutenzione”. 

Un’occasione mancata?

In altre parole, se un grande evento permette grossi investimenti nelle città di provincia, i soldi non dovrebbero essere spesi in manufatti come grandi arene o alberghi di lusso.

“Non sono queste le cose di cui si ha bisogno. Servirebbero piuttosto scuole, strade o infrastrutture per la sanità”, prosegue Müller.

VIDEO:

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/14-07-2018-mondiali-un-bilancio-finanziario?id=10687133&station=rete-uno

Certo, il prestigio accumulato dalla Russia con questo mondiale è difficile da stimare finanziariamente. Ma se già prima dell’evento i club russi ricevevano molto denaro pubblico, il mantenimento degli stadi costosi non migliorerà le cose.

EUGENIO SCALFARI / ECCO LA RINASCENTE NUOVA SINISTRA

 di: MARIO AVENA lavocedellevoci.it

Amenità domenicali. Come di consueto il dì di festa il fondatore-affondatore de La Repubbica, Eugenio Scalfari, che ha convocato becchino Mario Calabresi per la bisogna, parla nel suo proverbiale Editoriale con Popolo, proprio come l’amico Francesco da San Pietro. Per il resto, il suo Tempo lo dedica ai colloqui con Dio.

Planando sulle bollenti terre domenicali stavolta il Vate decide di farsi una camminatina sui carboni ardenti. 

Così parla il Profeta: “Il vero problema del nostro Paese è la sinistra. Ma c’è mai stata per lungo tempo, oppure quasi mai nella storia dell’Italia moderna?”.

Ci vorrebbe solo un Maurizio Crozza in forma smagliante per proseguire nell’intervento, che svolazzando da Mazzini e Garibaldi, Diderot e Voltaire, passa poi all’ottimismo della ragione. 

“In Italia tuttavia l’ipotesi di una rinascita è accettabile”. E poi: “In Italia stiamo vivedo un momento che vede il potere in mano alla destra. La sinistra tuttavia è in grado di rinascere. Come? Con chi? Questi sono gli interrogativi ai quali rispondere”.

Siamo alla nuova scoperta dell’America o al vaccino antipolio di Sabin? Affidiamoci allora al Profeta per la nostra camminata nel deserto.

“La sinistra italiana rinasce nel dopoguerra mondiale con Palmiro Togliatti e la sua squadra”. Partiamo un po’ da lontanuccio, ma affidiamoci alla nostra ispirata guida. “C’erano con lui – rammenta – Ingrao, Amendola, Napolitano, Reichlin, Longo. Berlinguer”. La polvere del deserto si fa sempre più densa e avvolgente. 

Visto che nei deserti è difficile trovar piste, per un bel po’ c’imbattiamo in Bierre e nel caso Moro, nella sagoma di Ciriaco De Mita. Poi, improvvisa, spunta una lapide: c’è scritto 4 marzo. 

Ed ecco, di nuovo, quell’assilante domanda: “C’è un’altra sinistra che forse potrebbe risvegliare coscenze e impegno indispensabili in un Paese democratico?

Tornano quelle ossessive nebbie: “si dirà che altri partiti un tempo estremanente importanti sono del tutto scomparsi: la Dc non esiste più, la socialdemocrazia altrettanto”. 

Ma ecco che, giunti in fondo al baratro fatto di antropoidi padani e 5 Stelle matti da legare,  vediamo spuntare un luce. Fioca, ma quanto basta per accompagnarci verso il radioso futuro. 

Leggiamo allora, in un misto tra estasi e devozione, le tavole della nuova democrazia in arrivo da quel Cielo che tanto spesso il nostro Vate frequenta.

“Abbiamo bisogno di una sinistra nuova, moderata, adatta a gestire quello che sta accadendo non solo nel nostro Paese ma soprattutto nel continente del quale facciamo parte. L’impegno della nuova sinistra si basa soprattutto sulla necessità di allargarne lo spazio politico”.

Ma eccoci ai nuovi Apostoli nominati su campo: “I quadri ci sono e sono già perfettamente in grado di questa operazione ricostruttiva: Prodi, Veltroni, Gentiloni, Fassino, Minniti, Zingaretti, Delrio, Calenda. Ma bisogna allargare ideologicamete e civilmente il quadro dirigente. Ne dovrebbero far parte Bonino, Casini, Zagrebelsky e molti altri ancora che incidano non sul partito ma sul rapporto con popolo”. 

Ma “Siamo su Scherzi a parte”? Riaffidarci ai carnefici che ci hanno già spolpati e/o fatti a fettine? Ai cervelloni che ci hanno portato al massacro? E osiamo aggiungerci anche la radicalchic portabandiera italiana e internazionale del filantropo Mangia-Paesi George Soros, l’eterno Dc ora trasvestito da Pd e un ottimo cattedratico adatto al museo delle cere? 

Ma fateci il piacere, avrebbe “pittato” Totò.   

 

Le elites globaliste temono la pace, vogliono la guerra

comedonchiscjiotte.org 15.7.18

DI FEDERICO PIERACCINI

strategic-culture.org

Talvolta, la realtà è più strana della fantasia. Quello che segue è talmente sbalorditivo che, per dargli credibilità, è necessario citare le fonti e riportare le frasi esattamente così come sono.

Un tipico esempio è questo titolo: “Cresce la paura per un possibile accordo di pace fra Trump e Putin”. Il Times, evidentemente, non teme una escalation militare in Ucraina, uno scontro armato in Siria, un finto avvelenamento in Inghilterra o una nuova Guerra Fredda. Il Times non ha paura dell’apocalisse nucleare, della fine dell’umanità, delle sofferenze di centinaia di milioni di persone. No, uno dei più autorevoli e rispettati quotidiani del mondo si preoccupa di una prospettiva di pace! Il Times teme che i capi di stato delle due superpotenze nucleari riescano a parlare fra di loro. Il Times ha paura che Putin e Trump siano in grado di raggiungere una qualche forma di accordo che possa allontanare il pericolo di una catastrofe globale. Questi sono i tempi in cui viviamo. E questi sono i media con cui abbiamo a che fare. Il problema del Times è che influenza l’opinione pubblica nel peggior modo possibile, confondendo, ingannando e disorientando i suoi lettori. Non è un caso che il mondo in cui viviamo sia sempre più scollegato dalla logica e dalla razionalità.

Anche se da questo meeting non scaturirà nessun passo in avanti significativo, la cosa più importante che si sarà ottenuta sarà il dialogo fra i due leaders e l’apertura di canali per futuri negoziati fra le due parti.

Nell’articolo del Times si da per scontato che Trump e Putin vogliano raggiungere un accordo riguardante l’Europa. L’insinuazione (dell’articolista) è che Putin stia manipolando Trump allo scopo di destabilizzare l’Europa. Per anni siamo stati inondati con menzogne del genere dai media, megafono degli editori e dei loro azionisti, tutti appartenenti al conglomerato del Deep State. I fatti hanno però dimostrato che Putin ha sempre voluto un’Europa forte ed unita, un’Europa che fosse integrabile nel sogno euroasiatico. Putin e Xi Jinping preferirebbero vedere un’Unione Europea più resistente alle pressioni americane e in grado di esprimere una maggiore indipendenza. La combinazione delle migrazioni di massa e delle sanzioni contro Russia ed Iran, che hanno finito con il danneggiare gli Europei, apre la strada a partiti alternativi, non necessariamente desiderosi di ottemperare agli ordini di marcia di Washington.

L’obbiettivo di Trump per questo meeting sarà quello di convincere Putin a fare ulteriori pressioni sull’Europa e sull’Iran, magari in cambio del riconoscimento della Crimea e della fine delle sanzioni. Per Putin e per la Russia questo è un problema strategico. Anche se le sanzioni sono un inconveniente, le priorità principali di Mosca sono sempre l’alleanza con l’Iran, la necessità di intensificare i rapporti con i paesi europei e la sconfitta del terrorismo in Siria. Forse solo una revisione del trattato ABM e il ritiro di queste armi dall’Europa sarebbe un’offerta che potrebbe interessare Putin. In ogni caso, la realtà ci insegna che il trattato ABM è un pilastro del complesso militare-industriale di Washington e che sono proprio le nazioni dell’Est Europeo a volere questi sistemi offensivi e difensivi nelle loro nazioni, come deterrente nei confronti della Russia.

Sono vittime della loro stessa propaganda, o ci sono milioni di dollari che arrivano nelle tasche di qualcuno? Sia come sia, in realtà, questo non ha importanza. Il punto cruciale per Mosca sarà il ritiro dei sistemi ABM Aegis Ashore, anche quelli imbarcati sulle navi da guerra. Ma questo è qualcosa che Trump non sarà in grado di negoziare con i propri capi militari. Per il complesso militare-industriale, il sistema AMB, grazie a manutenzione, migliorie e commissioni dirette ed indirette, è una miniera d’oro, che in tanti vorrebbero continuare sfruttare.

Dal punto di vista del Cremlino, la rimozione delle sanzioni rimane la condizione indispensabile per la ripresa di normali relazioni con l’Occidente. Ma questo è difficile da ottenere, dato che Mosca ha poco da offrire come contropartita a Washington. Gli strateghi del Pentagono chiedono il ritiro dalla Siria, la fine del sostegno al Donbass e la cessazione dei rapporti con l’Iran. Ci sono semplicemente troppe divergenze per arrivare ad un punto in comune. Inoltre, le sanzioni europee contro la Russia vanno a beneficio di Washington, ma, contemporaneamente, danneggiano la stessa Europa e perciò indeboliscono uno dei maggiori concorrenti commerciali degli Stati Uniti. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo per il Nucleare Iraniano – Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – può essere visto nella stessa luce: impedire agli alleati degli Stati Uniti di commerciare con l’Iran.

Putin terrà fede ai suoi accordi con la Siria e con i suoi alleati, riluttante a mancare di parola, anche di fronte ad un riconoscimento della Crimea. D’altro canto, come già menzionato, la sua priorità rimane la rimozione degli ABM e, mentre la Crimea è già sotto il controllo della Federazione Russa, la Siria continua ad essere un territorio instabile, che rischia di trasferire il terrorismo islamico al ventre molle della Russia, nel Caucaso. Per Mosca, l’intervento in Siria è sempre stato una questione di sicurezza nazionale, e continuerà ad essere così, anche di fronte alle irrealistiche offerte di Trump.

Bisogna tenere a mente che Putin lavora con una strategia di medio-lungo termine in Medio Oriente, dove Iran, Siria e l’intero arco sciita servono a controbilanciare l’aggressività e l’egemonia dei Sauditi e degli Israeliani. Questa strana alleanza si è dimostrata l’unico modo per scongiurare una guerra e ridurre le tensioni nella regione, e questo perchè le folli azioni di Netanyahu o di Mohammad bin Salman vengono controbilanciate dall’agguerrito esercito iraniano. Prevenire un confronto fra Iraniani e Sauditi/Israeliani significa anche non far apparire Teheran troppo debole o troppo isolata. Considerazioni del genere sembrano essere oltre la portata degli strateghi di Washington, non parliamo poi di quelli di Tel Aviv o di Riyadh.

Anche se sarà difficile che possa scaturire un risultato positivo dall’incontro fra Trump e Putin, è importante, in primo luogo, che ci sia un meeting, contrariamente all’opinione del Times. I media e il conglomerato di potere che ruota intorno al Deep State americano temono sopratutto la diplomazia. La stessa narrativa che aveva preceduto e seguito l’incontro fra Trump e Kim Jon-un viene ora riproposta, pari pari, alla vigilia del meeting fra Trump e Putin.

Washington basa il suo potere sulla forza, sia economica che militare. Ma questa forza è determinata, a sua volta, dall’atteggiamento assunto e dall’immagine proiettata. Gli Stati Uniti e il loro Deep State considerano le trattative con gli avversari sbagliate e controproducenti. Per loro, dialogo è sinonimo di debolezza, e ogni concessione è vista come una resa. Questo è il risultato di 70 anni di eccezionalismo americano e 30 anni di unipolarismo hanno dato agli Stati Uniti la capacità di decidere unilateralmente il destino degli altri.

Oggi, in un mondo multipolare, le dinamiche sono differenti, e perciò più complesse. Non si può sempre utilizzare una mentalità da somma zero, come fa il Times. Il resto del mondo capisce che un dialogo fra Putin e Trump è qualcosa di positivo, ma non dobbiamo dimenticare che, come è successo in Corea, se la diplomazia non porta ad un progresso significativo, allora i falchi che circondano Trump torneranno di nuovo alla carica. I compiti che spettano a Rouhani, Putin e Kim Jon-un sono complessi e abbastanza differenti l’uno dall’altro, ma hanno in comune la convinzione che il dialogo sia l’unico modo per evitare una guerra catastrofica. Ma, apparentemente, la pace non è il miglior risultato possibile per tutti.

Federico Pieraccini

Fonte: http://www.strategic-culture.org

Link: https://www.strategic-culture.org/news/2018/07/13/globalist-elite-fears-peace-wants-war.html

13.07.2018

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Banche commerciali: ABC della creazione di euro e depositi di Marco Saba.

scenarieconomici.it 15.7.18

Premessa: il denaro bancario (elettronico) è tutto creato dalle banche, unici soggetti che hanno accesso ai circuiti di movimentazione dello stesso (MOTI, SWIFT, CLEARSTREAM, EUROCLEAR, RTGSS, etc.).

Le banche utilizzano un proprio unico conto di cassa per tutte le operazioni dei flussi del denaro bancario chiamato normalmente CONTO ACCENTRATO. Le posizioni dei singoli clienti sono collegate alle operazioni sul conto accentrato. Le banche registrano contabilmente la movimentazione del denaro elettronico.

Le banche creao depositi e creano moneta (ammissione di Bankitalia con risposta scritta del 23 gennaio 2017 alla commissione finanze riunita Camera e Senato nel 2017, audizione dell’ispettore capo Carmelo Barbagallo. Testualmente: “creazione di depositi (che rappresentano la quasi totalità del denaro bancario).” e “strumenti monetari creati dal sistema bancario, denominati anche moneta bancaria e costituiti in larga parte dai conti di deposito.”).

https://app.publitas.com/groups/41971/publications/344208/editor/hotspots/1

Domanda: quando e come le banche commerciali creano “euro”?

Risposta: le banche commerciali creano euro scritturali, creando depositi intestati alla clientela denominati in euro, in tre modi principali:

1 – quando la banca effettua prestiti o aperture di credito (crea un deposito a nome del cliente registrando un’uscita di cassa di denaro bancario della banca)

2 – quando la banca accetta depositi di contante materiale allo sportello (crea un deposito a nome del cliente registrando un’uscita di cassa di denaro bancario della banca, trattiene il contante versato senza annullarlo. Si tratta di clonazione, ovvero dematerializzazione del contante materiale senza distruzione o annullamento dell’originale)

3 – quando la banca paga forniture di merci, servizi o stipendi (crea un deposito a nome del cliente registrando una uscita di cassa di denaro bancario corrispondente. La passività corrisponderebbe ai beni e servizi acquistati, andando in pareggio…)

Domanda: cosa c’è che non va nella contabilizzazione della creazione?

Risposta: il denaro viene creato effettivamente direttamente nel conto del cliente simulando una uscita di cassa senza corrispettiva previa entrata, dovuta alla creazione, nella cassa stessa della banca.

Esempio del primo caso sopra: la banca ha cassa zero. Crea cento euro nel conto del cliente (crea un deposito) e registra la corrispondente uscita di cassa. Ma, nella realtà, il deposito è creato ex novo senza che la cifra creata sia apparsa prima, ALLA CREAZIONE, come entrata nella cassa della banca (come se la banca avesse speso disponibilità preesistenti – o fosse andata sotto zero – invece di aver creato il denaro).

Risultato contabile: cassa della banca, meno cento euro (- 100), deposito del cliente: + 100. La banca lavora con flussi negativi di cassa (va sotto zero) che compensa, a fine giornata, col deposito del cliente CREATO DOPO l’uscita di cassa.

La banca è contabilmente a zero, anche se sono stati creati ex novo cento euro. La creazione del capitale è nascosta al pubblico contabilmente.

Il cliente ha cento euro sul conto che prima non c’erano, ma la banca è in pari, tra depositi e cassa.

Il cliente spende i 100 euro. La banca è a meno 100. Il cliente restituisce i cento euro piu’ gli interessi. La banca ora è a cassa zero (piu’ gli interessi) e il conto del cliente è a zero. Appaiono solo gli interessi pagati che risulteranno nel Conto economico della banca (ma il capitale sarà sparito contabilmente, mentre si troverà nel conto accentrato della banca dove è stato registrato quando il cliente ha ripagato il debito alla banca).

Quindi la banca, sostanzialmente, crea denaro fuori bilancio senza registrarselo, lo spende registrandone l’uscita, e “soffre” se non viene restituito interamente perchè rimane un falso buco di cassa dopo la creazione del deposito. Piu’ una banca è grande e piu’ sono le transazioni registrate quotidianamente nel conto accentrato della banca e piu’ sarà complesso ricostruirne tutti i movimenti.

Domanda: cosa non si legge nel bilancio finale della banca?

Risposta: Nel bilancio finale della banca non si legge la creazione del denaro a favore della banca stessa che ne ha poi disposto con gli impieghi. La banca sfrutta, con un gioco scorretto di prestidigitazione contabile, l’art.1834 del codice civile. La banca pretende di finanziarsi – non causa pro causa, ex post factum – con gli stessi depositi che ha creato facendoli sembrare disponibili prima che li avesse utilizzati.

Domanda: perchè non si legge la creazione di denaro nei flussi di cassa o rendiconto finanziario della banca?

Risposta: La banca commerciale sfrutta una eccezione contabile per le società d’intermediazione che le permette di riportare AL NETTO i flussi di cassa, senza indicarli in maniera progressiva. In questo modo è piu’ difficile ricostruire la mancata registrazione del nuovo denaro creato nella parte attiva (ENTRATE) dei flussi di cassa alla creazione. Le banche centrali, dal canto loro, non pubblicano nemmeno il Rendiconto Finanziario talché diventa impossibile ricostruire la creazione del denaro.

Domanda: Esiste un registro, tipo catasto, usato dalle banche per riportare la creazione di denaro bancario e dove i notai, ad esempio, possano controllare la provenienza del denaro usato dalle banche nei contratti (antiriciclaggio)?

Risposta: No.

Domanda: Esiste o è mai esistito uno STUDIO DI SETTORE per le banche commerciali o la banca centrale ?

Risposta: No, per i codici ATECO 64.11.00 (Attività della Banca Centrale) e 64.19.10 (Intermediazione monetaria di istituti monetari diverse dalle Banche centrali) non esistono studi di settore.

Domanda: in sostanza, in parole semplici, cosa si vede nel bilancio annuale di una banca?

Risposta: Un banchiere svizzero, Francois De Siebenthal, ha riassunto la situazione cosi’: “Analizzare il bilancio di una banca è inutile, è come guardare a una vasca da bagno per stabilire quanta acqua è rimasta. Senza un contatore dell’acqua a monte, non possiamo sapere quante volte la vasca è stata riempita e svuotata precedentemente. E, soprattutto, dov’è finita l’acqua che è passata nella vasca (il denaro non contabilizzato alla creazione, una volta che viene restituito alla banca)”.

In sostanza, l’enormità della situazione è visibile controntando il conto economico e lo stato patrimoniale. Le cifre enormi dello stato patrimoniale non trovano corrispondenza nemmeno nel rendiconto finanziario, che dovrebbe rivelare le fonti di finanziamento dell’azienda.

Domanda: che strumenti avrebbe il magistrato che volesse approfondire la situazione per la singola banca?

Risposta: il magistrato puo’ avvalersi d’ufficio dello strumento dell’accertamento giudiziario dello stato d’insolvenza acquisendo dalla banca tutti i documenti contabili necessari ad appurare e ricostruire quanto sopra.

Domanda: cosa dicono le banche in merito?

Risposta: recentemente un legale di una banca ha commentato cosi’ a proposito di un mutuo:

“Il mutuo erogato dalla banca con denaro da essa creato contabilmente come “euro”, anche se la medesima non ne ha la facoltà, è pertanto valido perché il mutuatario lo ha comunque utilizzato…”.

Domanda: cosa vuol dire dunque “euro scritturali”?

Risposta: “Si potrebbe quindi sostenere che il denaro è sempre scritturale e che il denaro è intrinsecamente una unità di conto. La valuta, sotto forma di monete, banconote o altri oggetti fisici, può essere vista come manifestazione fisica dell’unità di conto. La valuta fisica sarebbe quindi solo un’altro modo per mantenere i conti, una forma più tangibile di contabilità.”

– Banca centrale della Finlandia, The Great Illusion of Cryptocurrencies, 2018, pag.6

https://helda.helsinki.fi/bof/bitstream/handle/123456789/15564/BoFER_1_2018.pdf?

sequence=1&isAllowed=y

Domanda: dove trovare altra documentazione autorevole in italiano?

Risposta:

– Falsità nei bilanci delle banche – in: “False attestazioni del credito bancario”, di G.B. Frescura, 2018

https://falsobancario.it/

– “Il Non-Mutuo Bancario”, Avv. Silvio Orlandi, ed. Sindimedia, 2018

https://www.mondadoristore.it/Il-non-mutuo-bancario-Silvio-Orlandi/eai978883199402/

– Monete – antiche e nuove – sotto le lenti della contabilità moderna, di Biagio Bossone, Massimo Costa, 2018 (documento originale pubblicato in inglese nel sito della Banca Mondiale “The “accounting view” of money: money as equity” e qui tradotto):

https://scenarieconomici.it/monete-antiche-e-nuove-attraverso-le-lenti-della-contabilita-moderna-di-biagio-bossone-massimo-costa/

– L’iniziativa del pubblico ministero e i poteri officiosi del Tribunale – in: “L’accertamento giudiziario dello stato d’insolvenza delle banche alla luce della riforma della legge fallimentare” – Prof. Emma Sabatelli, 2012

http://www.dirittobancario.it/rivista/fallimento/accertamento-giudiziario-stato-insolvenza-delle-banche-alla-luce-della-riforma-della-legge-fallimentare

– “Note per uno studio di settore sull’attività bancaria”, di Marco Saba, 2014

http://centralerischibanche.blogspot.com/2014/05/note-per-uno-studio-di-settore.html

CODICE CIVILE
TITOLO V
Delle Società
CAPO V — Società per azioni
Sezione IX. — Del bilancio
Art. 2423

Redazione del bilancio

– [1] Gli amministratori devono redigere il bilancio di esercizio, costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico e dalla nota integrativa.

– [2] Il bilancio deve essere redatto con chiarezza e deve rappresentare in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio.

– [3] Se le informazioni richieste da specifiche disposizioni di legge non sono sufficienti a dare una rappresentazione veritiera e corretta, si devono fornire le informazioni complementari necessarie allo scopo.

– [4] Se, in casi eccezionali, l’applicazione di una disposizione degli articoli seguenti è incompatibile con la rappresentazione veritiera e corretta, la disposizione non deve essere applicata. La nota integrativa deve motivare la deroga e deve indicarne l’influenza sulla rappresentazione della situazione patrimoniale, finanziaria e del risultato economico. Gli eventuali utili derivanti dalla deroga devono essere iscritti in una riserva non distribuibile se non in misura corrispondente al valore recuperato.

– [5] Il bilancio deve essere redatto in unità di euro, senza cifre decimali, ad eccezione della nota integrativa che può essere redatta in migliaia di euro

Marco Saba

La sistematica distruzione dello Stato sociale. La lobby di Soros e il fisco premiante per Ronaldo

Clairemont Ferrand silenziefalsita.it 15.7.18

stato-sociale

Penso che sia bene rinfrescarci la memoria ricordando che in Italia fino ai primi anni 90’ resistette uno Stato sociale tra i migliori al mondo.

Fu messo in piedi per calcolo geopolitico nel clima della Guerra Fredda, in funzione di deterrenza contro l’ingresso nel potere centrale statale del PCI, mentre già era presente nel governo di diverse e importanti città e regioni (definite città e regioni rosse per distinguerle da quelle bianche controllate dalla DC).

Non si può negare e tanto meno rinnegare il salto di civiltà che fino ad allora fece l’Italia estendendo il benessere a un vastissimo strato della popolazione, allargando la promozione sociale anche alle classi sociali più disagiate e promuovendo l’istruzione sociale fino alla laurea in contesti familiari dove pochi anni prima a mala pena l’istruzione consisteva nella scuola elementare.

Naturalmente come le migliori opere umane anche questa non poteva essere, e infatti non era, perfetta.

Ci furono abusi importanti per le cifre di macro economia mobilitate (in quegli anni esplose il debito pubblico italiano) e inaccettabili dal punto di vista delle giustizia sociale.

Le baby pensioni, le pensioni di invalidità concesse con manica larghissima (un eufemismo) e poi con pratiche illegali e corruttive largamente diffuse nel meridione, ma con numeri significativi sia al centro che al nord Italia, erano la punta dell’iceberg di un sistema che questi e altri abusi (solo per esempio ricordo i costi enormi dei partiti tutti a carico dello Stato) condotti in maniera sistematica avevano portato al collasso dello Stato Sociale.

E così si fece la scelta scriteriata di buttare via e l’acqua sporca e il bambino.

Questa scelta drastica fu facilitata anche dal fatto che con la fine della Guerra Fredda il PCI non fece più paura e venne assorbito con il significativo cambio del nome (PDS) nel sistema ‘occidentale’.

In effetti il mutamento era stato così radicale fino a cambiarne il DNA.

E così si arrivò fino al punto che D’Alema bombardò l’ex Jugoslavia, per compiacere gli americani in particolare i circoli Dem dei Clinton, avendone in cambio l’accreditamento.

Roba da far esplodere il più solido degli stomaci.

Da qui cominciò l’inarrestabile corsa all’indietro dei diritti sociali.

Ci fu una impressionante accelerazione nell’azione distruttiva delle tutele sociali a favore della parte più debole della popolazione italiana a partire dalla cosiddetta super crisi delle banche americane (vi ricorderete il crack Leman e i mutui Sub Prime made in USA, ovvero, in buon italiano, farlocchi).

I costi di quella crisi sistemica americana furono scaricati su tutto il mondo, prima di tutto sull’Europa.

L’Italia pagò il prezzo più alto tra le nazioni europee.

Infatti il governo Monti, il primo dei governi tecnici, cioè senza legittimazione popolare tramite elezioni, con regia di Napolitano, iniziò il bombardamento sistematico di ciò che era rimasto ancora in piedi delle tutele e dei diritti sociali (la famigerata legge Fornero, lo scatenamento di Equitalia contro la parte più debole dei contribuenti – cioè quelli che non ce la facevano a pagare le tasse dichiarate e quindi NON EVASE -, l’annichilimento delle piccole imprese, la riduzione delle tutele per i dipendenti delle grandi aziende private, sopratutto le multinazionali).

Allo sciagurato governo Monti, subentrò il governo Letta, sempre non eletto ma scelto discrezionalmente da Napolitano per continuare le politiche di Monti.

Il ragazzo non si rivelò all’altezza del compito affidatogli, e Napolitano, impaurito dalla ipotizzata probabile vittoria del M5S alle europee, lo congedò facendo fare a Matteo Renzi il lavoro sporco per cacciarlo. Napolitano assistette silente all’arroganza baldanzosa (vi ricorderete: Enrico stai sereno… indirizzato da Renzi a Letta).

Il governo del Bomba si caratterizzò per un’accentuazione delle politiche antipopolari, una per tutte il Jobs Act (in inglese… per nascondere la sostanza), sempre sotto la guida di Napolitano.

Queste politiche antipopolari si cercò di coprirle distraendo l’attenzione con la pressione politica e mediatica per i diritti civili, come se questi fossero la merce di scambio per la perdita di diritti sociali consolidati.

Ma la gente sa benissimo che di soli diritti civili non si campa, senza peraltro rinnegarli e tanto meno combatterli, quando non siano semplice fumo negli occhi o polverone mediatico mirato ad ottenere la distrazione della gente dalle cose che contano davvero.

Ma anche questo ragazzo non seppe portare a compimento il lavoro affidatogli da Napolitano e incappò in una serie di sconfitte nelle elezioni amministrative e nel referendum.

Napolitano avrebbe voluto che togliesse il disturbo, un po’ alla Letta, ma il Bomba non era il tipo da usa e getta…

E così Renzi si incaponì sino alla disfatta delle elezioni politiche del 4 marzo scorso.

E non si sa fino a quanto durerà il suo incaponimento e quali strade percorrerà.

Comunque, alla fine cedette alle pressioni in favore di Gentiloni, per cercare di presentare un volto parzialmente nuovo, mite e moderato, per continuare le stesse politiche.

L’unica nota di discontinuità di Gentiloni fu l’abolizione dei voucher, per evitare il referendum promosso dalla CGIL, e per cercare di recuperare l’elettorato tradizionale di riferimento, ma il Jobs Act, e cioè la sostanza delle politiche riduttive dei diritti sociali, non venne minimamente riformato.

Ora ci troviamo una legislazione da riformare profondamente per riequilibrare il potere negoziale tra le parti deboli e quelle forti del mercato del lavoro e per sostenere in via prioritaria le piccole imprese che danno lavoro in Italia e non delocalizzano in giro per il mondo globalizzato per pagare il meno possibile la forza lavoro.

Dobbiamo sempre aver presente che la globalizzazione, spinta all’inverosimile con l’incoraggiamento delle migrazioni, punta ad avere carne da macello in abbondanza da sottopagare e usare a piacimento.

Non ci vuole molto a capire che l’abbondanza di manodopera scatena nei fatti una guerra tra i poveri che sono già tanti in Italia e quelli che arrivano in maniera artificialmente indotta da tutte le parti del mondo, sopratutto dall’Africa sub-sahariana.

Questo è esattamente l’effetto sociale ed economico cercato e voluto dal capitalismo finanziario ‘compassionevole’ alla Soros, al quale non interessa nulla dei migranti che considera come oggetti da muovere da un posto all’altro del mondo.

Questa lobby che muove capitali così ingenti che possono far tremare interi Stati, vuole avere manodopera a basso costo in Europa e Stati Uniti per fare concorrenza alla Cina sullo stesso suo terreno.

Queste masse enormi di persone, i poveri occidentali e i poveri provenienti dalla migrazione promossa nei paesi di origine facendo balenare aspettative false, per loro rappresentano non persone, non individui detentori di diritti sociali, ma semplici oggetti.

Ai poveri italiani e europei e ai poveri migranti, la lobby di cui Soros fa parte vuole non solo togliere i diritti sociali (esaltando però quelli che loro chiamano diritti civili, in pratica fumo negli occhi), ma, con lo sradicamento per gli uni dalle proprie tradizioni popolari e per gli altri dal proprio Paese, vuol togliere pure l’anima, la stessa primordiale dignità umana.

Ecco perché trovo quanto mai azzeccato il nome che Luigi Di Maio ha scelto per il decreto appena approvato: Decreto Dignità.

E’ una prima importantissima azione concreta nella direzione giusta di riappropriazione di diritti e dignità, appunto, e non ho il minimo dubbio che se ne aggiungeranno altre sempre più importanti e incisive.

Consentitemi ancora un’altra nota in tema di globalizzazione a uso e consumo di chi ha già uno strapotere economico e finanziario.

Il super intelligente ministro dell’economia, il renziano Padoan, ha pensato bene prima di andar via di fare una norma per attrarre in Italia i ricchi globalizzati e apolidi, la cui patria è il dio denaro, mettendo un tetto di 100.000 euro alla tassazione qualsiasi sia il reddito imponibile.

Così commenta Luciano Cerasa sul Fatto Quotidiano:

“E qui viene in soccorso a braccia aperte l’imposta ‘attrai Paperoni’ introdotta dall’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan nella legge di Bilancio 2017 con l’obiettivo di attirare nuovi capitali, consumi e investimenti nel Belpaese. In cosa consiste? Gli ultra ricchi che trasferiscono la propria residenza in Italia pagano un’imposta ‘a forfait’ di 100 mila euro all’anno per 15 anni su tutti i redditi, ma limita lo sconto a quelli di fonte estera. Per le attività internazionali di Ronaldo si tratterebbe sempre di un risparmio fiscale ingentissimo, tra compensi, premi e sponsor. Tuttavia nel 2014 la Fiat si è trasformata in FCA, con sede legale in Olanda e sede fiscale in Gran Bretagna, per cui tutto quello che il gruppo procaccerà a Ronaldo (compreso l’ingaggio?) rientrerà nella quota fissa”.

Ecco come vorrebbe il mondo la lobby di Soros: solo chi ha tanti soldi è una persona, gli altri non sono individui, non sono neanche persone, ma numeri, semplici oggetti di produzione e di consumo (di cibo spazzatura, ovviamente).

Solo chi ha tanti capitali può avere una legislazione fiscale ad hoc, cui bisogna oltretutto soddisfare ogni desiderio.

A questa lobby hanno obbedito prontamente in tutto e per tutto i governi globalisti ‘de sinistra’ da Monti in poi, fino a Gentiloni.

Ma dal 4 marzo la musica è cambiata e cambierà sempre di più e sempre di più incisivamente con il Governo Conte.


 

SEGRETISSIMO: LA STRATEGIA DI RIVINCITA POLITICA DEL PD DAL SUO THINK TANK. For Your Eyes Only.

by Guido da Landriano scenari economici.it 15.7.18

Dati i potenti ed occulti mezzi di Scenari Economici, “L’occulta organizzazione”, parola di David Gross (salvo avere una pagina “Chi siamo” nella Home, ma questo è secondario), in collaborazione con DottorDoom, siamo riusciti ad  avere il piano segreto di analisi politica e  di rilancio del PD predisposto, in una riunione semisegreta, a Tartano dai circoli Dossetti. A predisporre analisi e piano è la mente più lucida, più attenta, più fine del PD, il Richelieu dell’Economia rossa e, nello stesso tempo, la sua Eminenza Grigia politica: il professor Giampaolo Galli.

Solo per i vostri occhi un estratto e traetene il giusto insegnamento.

Insomma avevamo ragione, siamo stati bravissimi, le nostre politiche erano perfette…. però gli Italiani hanno preferito Salvini che non vuole l’Europa delle Banche , dell’Immigrazione, della Finanza. Quindi la politica “Giusta” del PD era per Europa, Immigrazione, Finanze, Banche, contro popoli e lavoro… Se lo dice Galli sarà SICURAMENTE così.

2) IDENTITA’ PIDDINA

200 mila immigrati per “Pagarci le pensioni”. Magari si potrebbero fare più italiani, oppure , come in Giappone, meccanizzare i processi produttivi e renderli più “Capital intensive”, dopo aver riassorbito la disoccupazione. Però è più astuto importare 200 mila schiavi che fare avanzamento tecnologico.  Del rsto “NON POSSONO ESSERE COME SALVINI” e si vede….. Che poi le casse pubbliche traggano vantaggio da questi immigrati É TUTTO DA VEDERE: come notava questo articolo gli immigrati nel 2015 costavano 16 miliardi e generavano entrate pubblcihe per 11, 5 miliardi di perdita. Un affare.

3) ANALISI ECONOMICA

L’Italia è l’ancora dell’Europa, senza l’Italia la UE crescerebbe come gli USA:

Il fatto che l’Italia non cresca in Europa , anzi la zavorri, farebbe pensare a qualsiasi testa meno fine di Galli che forse è proprio l’Unione a non funzionare, ma per Galli è tutta colpa del fatto che NON ABBIAMO AMATO ABBASTANZA LE RIFORME. LE RIFORME SONO IL BENE ASSOLUTO:

l’INCAZZATURA DEGLI ITALIANI NON É DOVUTA ALLE RIFORME.  Non avere la pensione ed essere esodati rende felici, Avere un lavoro precario è una gioia. La colpa dell’incazzatura degli italiani É DELLA DECRESCITA! Naturalmente la decrescita è dovuta al destino cinico e baro, mica alle scelte dei governi degli ultimi 25 anni. Maledetto destino.

NON C’É STATA AUSTERITA’ Non è VERO, come dimostra Galli in questo grafico:

Il surplus primario (differenza fra spese e tasse) che cresce dal 2011, superando perfino il 4% al netto dell’effetto di ciclo SI É GENERATO DA SOLO, mica per la differenza fra maggiore tasse e minore spese, cioè per una politica di austerità e repressione economica. Sono stati i famigerati NANETTI DEL TESORO a crearla.

Poi NON É VERO CHE NON SIA MIGLIORATO L’INDICE DI GINI DURANTE GLI ULTIMI GOVERNI….

Se l’indice di Gini (che indica la disuguaglianza) vi sembra piatto dopo il 2010 (mentre era molto migliorato negli anni novanta, prima dell’euro…) è SOLO UN’ILLUSIONE OTTICA CAUSATA DAL POPULISMO.

LA POVERTA’? DOVUTA AGLI IMMIGRATI:

La Povertà aumenta , lo dice perfino Galli, ma è tutta colpa degli immigrati che però , presumibilmente “Hanno migliorato la loro condizione” (come faccia lui a saperlo non si sa). quindi l’idea di base è fare dell’Italia una sorta di media fra il Brukina Faso e l’Europa, creando un nuovo Lumpenproletariat, sottoproletariato povero , che si affianchi a quello nostro. Geniale, Astutamente Geniale.

POTEVANO FARE DI PIU’?

Sono senza parole, HA CAPITO TUTTO!!!!! Galli è veramente il gallo della Politica.

Insomma HAN FATTO TUTTO GIUSTO, non potevano fare diversamente , il cammino era indicato, con il pilota automatico. Il governo era inutile, e forse per questo gli Italiani li hanno mandati a casa: erano inutili. NON HANNO SBAGLIATO NULLA , tutto perfetto.

Lasciamo la restante parte del PIANO , con le indicazioni operative, riservati per Salvini o Di Maio. Comunque dopo aver letto questa analisi siamo sicuri che i vertici dell’attuale governo devono iniziare a tremare. NON POSSONO SFUGGIRE  AD UN TALE GENIO DELL’ECONOMIA E DELLA POLITICA. Non hanno scampo. Preparatevi a fare le valigie, GALLI VI STA PER SFRATTARE.

La lettera di Salvini al Corriere della Sera: ‘Da 35 euro al giorno per immigrato scenderemo a circa 25 senza ridurre i servizi”

silenziefalsità.it 15.7.18

Matteo Salvini ha scritto una lettera al Corriere della Sera per rispondere all’editoriale di Antonio Polito.

Il ministro dell’Interno prende “punto” dall’articolo del giornalista del Corriere per spiegare ciò che il governo intende fare a proposito di immigrazione e non solo.

“Sono al Viminale da un mese e mezzo e sono sbarcate 3.716 persone. Nello stesso periodo dell’anno scorso erano state 31.421,” spiega Salvini, che critica quanto sostenuto da Polito, ovvero che abbia subito “il primo smacco della campagna d’estate” nel caso della nave Diciotti.

“Non sono d’accordo: – scrive il vicepremier – in un primo momento due immigrati sono stati indagati e tutti gli altri interrogati”.

“D’altronde, – aggiunge – le violenze a bordo non sono tollerabili. Per questo avevo chiesto l’immediato accertamento delle responsabilità. E ieri sono scattati dei fermi”.

Quel che è certo, prosegue Salvini, è che l’Italia non è più un “Paese colabrodo”. Peraltro, sottolinea, lo stesso Polito gli riconosce “l’indiscutibile merito” di aver scosso l’ipocrisia europea.

E fa notare l’ultimo successo del governo Conte: “i cento immigrati che volevano arrivare in Sicilia e che Francia e Malta hanno accettato di accogliere. Non era mai successo”.

“Eppure non mi basta: voglio invertire la rotta rispetto ai disastrosi anni del Pd,” continua, spiegando come:

“Le Commissioni territoriali (quelle che devono riconoscere o meno la protezione internazionale) hanno 250 funzionari in più. Entro fine anno ne arriveranno almeno altri 170. E useremo fondi europei per tagliare la burocrazia. Risultato: sarà più veloce identificare gli immigrati”.

Il leader della Lega fa anche sapere che è stata emanata “una direttiva per dare criteri più stringenti per la concessione della cosiddetta “protezione umanitaria”. Questa, spiega, è una “anomalia italiana”.

“Sulle nostre coste si sono contati 650mila arrivi e ora si registrano oltre 130mila pratiche pendenti: vanno smaltite in fretta,” aggiunge Salvini, che annuncia tagli nei costi della gestione dei migranti:

“Da 35 euro al giorno per immigrato scenderemo a circa 25 — senza ridurre i servizi — con un risparmio di 500 milioni l’anno e che investiremo in sicurezza”.

Leggi la lettera di Salvini al Corriere della Sera

La guerra informatica russa costa come un F35: ma colpisce più duro

Davide Bartoccini occhi della guerra.it 15.7.18

L’intera campagna di “guerra informatica” perpetrata dal Cremlino negli ultimi 5 anni è costata come un singolo jet da combattimento F-35: ma la potenza di quale di queste due “armi” ha influito di più sull’equilibrio mondiale?

Il quesito è stato posto da Timothy Snyder, storico americano che ha recentemente rivisitato le teorie sulla guerra di von Clausewitz, che definiva “la guerra come l’uso della violenza da parte di uno stato per imporre la propria volontà a un altro”, determinando che oggi giorno negli scontri tra superpotenze, dove la tecnologia bellica a raggiunto i più letali orizzonti, quella informatica permette a uno stato di “ingaggiare direttamente la volontà del nemico, senza impiegare il mezzo della violenza”.

stato questo il rivoluzionario approccio della Russia: instaurare una guerra dell’informazione basata su un esercito di troll -supportati da cyber divisioni di esperti hacker – con l’obiettivo di modificare la percezione dell’Occidente con conseguenze tangibili sulle scelte delle democrazie in Europa e negli Stati Uniti, oltre che in patria. Quando gli occidentali iniziarono a sentir parlare dell’ “esercito di troll di Vladimir Putin”, all’incirca cinque anni fa, la strategia russa sembrava assurda. Secondo quanto scrive Snyder “Il presidente Obama nel marzo 2014 aveva liquidato la Russia definendola un debole “potere regionale”. Ma il Cremlino – pur continuando ad investire in armamenti e rafforzando la sua temibile flotta sottomarina – investita un budget annuale in “commentatori del web” e redattori di fake news per un importo analogo a quello di un solo caccia multiruolo F-35 Joint Strike Fighter (indicativamente 120 milioni di dollari): inquinando il voto democratico, attirando sempre più sostenitori e ammiratori in Occidente, e cambiando il punto di vista di milioni di contribuenti all’estero – oltre a mantenere il completo controllo sull’opinione pubblica russa.

Al centro di questa rete di disinformazione o informazione mirata, un esercito di semplici commentatori guidati da abili professionisti del cyber-warfare che hanno condotto e conducono compagne su temi come la guerra in Ucraina, lo sforzo bellico della Nato in Siria, ma sopratutto le elezioni democratica occidentali. Sonomolti infatti a sospettare che notizie costruite e divulgate ad arte abbiano favorito l’elezione del presidente repubblicano Donal Trump a discapito della democratica Hillary Clinton.

Snyder, definito un insolito storico-attivista, ritiene che questi metodi di manipolazione e inganno introdotti della Russia siano la base di una strategia a lungo termine da impiegare contro “obiettivi scelti”. Una strategia mossa da una superpotenza che non ha mai raggiunto un vero status democratico, a causa degli astuti movimenti di alcune élite che al crollo dell’Unione Sovietica hanno di fatto saputo mantenere il potere fino ad oggi,con un presidente quattro volte eletto come Vladimir Vladimirovič Putin .Snyder vede inoltre in Trump un partner junior di un “progetto russo più ampio”, non una causa dunque, ma più un effetto. Preoccupandosi di un’America sempre più simile alla Russia: un paese sulla via dell’oligarchia economica e che vive di informazioni distorte.

Ciò che non si può non considerare, è come le spese per questa “guerra silenziosa” siano ben più letali delle nuove piattaforme armate delle superpotenze che, si spera, non si scontreranno mai più su un aperto campo di battaglia; ma a colpi di tweet elettorali, di propaganda e anti-propaganda, di disinformazione, spionaggio e malware.