Ospedali, 387 in Gran Bretagna e 1.400 in Italia: chi ha ragione?

 di  firstonline.info

La sanità è stata finora un fiore all’occhiello della Lombardia ma i nodi stanno venendo al pettine e la carenza di personale negli ospedali è allarmante: con buona pace dei localismi, la riconversione dei piccoli ospedali è urgente e non è un problema solo regionale – Il confronto con il sistema inglese è illuminante

Ospedali, 387 in Gran Bretagna e 1.400 in Italia: chi ha ragione?

Che la sanità sia un fiore all’occhiello della Lombardia, soprattutto se comparata con molte altre regioni italiane, è fuori discussione. La domanda è se continuerà ad esserlo e quali potrebbero essere i provvedimenti da assumere in tempi brevi per garantirlo. In questi giorni si vedono già le avvisaglie della tradizionale criticità estiva, conseguenza delle ferie (legittime) dei dipendenti, ma questa volta il rischio è che le difficoltà non si superino con la fine delle vacanze.

La situazione più complicata è quella degli ospedali che costituiscono la “linea del fronte” nel rapporto con i cittadini e che soffrono di una carenza di personale ormai allarmante. La Lombardia (i dati si riferiscono al 2014 e non sono stati aggiornati) ha la spesa più bassa d’Italia per il personale dipendente del Servizio Sanitario Nazionale, pari al 27,9% rispetto ad una media nazionale del 32,2%.

Se si fa un confronto con le Regioni con i bilanci in regola il Veneto è al 30,3%, l’Emilia-Romagna al 34,9%, la Liguria al 35%, la Toscana al 35,6%, l’Umbria al 37,2%. Questo “gap” riguarda anche il personale convenzionato come i medici di medicina generale (o di famiglia) che sono ad esaurimento anagrafico considerato che la maggior parte sono ultra 55enni ed i corsi di specializzazione ne preparano un numero assolutamente insufficiente.

Ancor più preoccupante che le nostre Università formino medici preparati che in buon numero trovano lavoro solo all’estero, soprattutto nei paesi europei, a spese del contribuente italiano. Il fatto è che l’insufficienza degli organici mette a rischio la qualità del servizio. D’altra parte un aumento della spesa per il personale di 4-5 punti percentuali richiederebbe alla Regione Lombardia uno sforzo finanziario insostenibile.

Tanto più nel momento in cui il Fondo Sanitario dello Stato non è ancora in grado di garantire l’incremento dei costi del nuovo contratto di lavoro che ha visto la luce dopo nove anni di blocco. Se è difficile (e iniquo) percorrere la strada dei tagli puri e semplici c’è solo un modo di attenuare le criticità di organico per garantire continuità e qualità del servizio, quello di razionalizzare il sistema.

Il che significa, con buona pace dei localismi, immotivati ma agguerriti e fomentati spesso da una classe politica incapace di costruire il futuro, predisporre un piano di riconversione di piccoli ospedali da strutture per acuti a centri per le patologie croniche, soprattutto per gli anziani, per le patologie di guardia medica e per evitare che i cittadini intasino i pronto soccorso degli ospedali che debbono trattare gli acuti.

Senza voler “importare” modelli sarebbe utile riflettere sulla realtà del servizio sanitario in Gran Bretagna che con 63 milioni di abitanti ha 387 ospedali mentre l’Italia, con 60 milioni, ne ha 1400.

Le strutture di modeste dimensioni sono per altro sconsigliate ai cittadini per ragioni evidenti anche se può essere rassicurante, sotto il profilo psicologico, avere l’ospedale sotto casa. Allo stato sono una ventina le strutture in Lombardia che potrebbero essere riconvertite. Da questo punto di vista la Lombardia è in ritardo rispetto ad altre Regioni limitrofe che hanno già provveduto ad un riordino del sistema ospedaliero.

Certo va erogato un servizio di qualità in centri ospedalieri in grado di curare pazienti che manifestano forme acute di malattia, ma questo deve essere il risultato di un serio progetto di riordino che non chiude nulla, aumenta l’offerta di servizi per patologie croniche e consente alle “vere” strutture ospedaliere livelli di disporre di organici adeguati per garantire qualità ed efficienza delle prestazioni.

Si tratta in buona sostanza non di spendere di meno, ma di utilizzare al meglio le risorse. Certo se si pensa che la trattativa con il Governo sull’autonomia regionale porterà un fiume di denaro nelle casse regionali si potrebbe continuare a rinviare le scelte necessarie. Ma non sarà così e le nubi che si addensano sui bilanci futuri dello Stato, anche in presenza di una trattativa in sede europea, complessa e non indolore, consiglierebbero di prendere decisioni tempestive e coraggiose coinvolgendo in un confronto serio e costruttivo tutte le forze politiche e sociali.

 

 

Nasce nel 1947 a Milano e nel 1971 si laurea presso l’Università Bocconi di Milano in Economia e Commercio. Nel 1969 è stato Vice-presidente del Centro di formazione per lavoratori dell’Edilizia (oggi ESEM) di Milano e membro del Collegio dei Revisori dei Conti della Cassa Edile di Milano. Dal 1972 al 1978 è Segretario Generale della UIL Metalmeccanici di Milano, allora parte integrante dell’FLM. Dal 1978 è nella segreteria nazionale dell’UILCID, di cui è diviene Segretario Generale nell’ottobre 1979. Dal 1986 al 1989 per la UIL è stato responsabile dei rapporti con il Governo per la politica fiscale e con Governo e Gruppi parlamentari per la definizione del disegno di legge per la regolamentazione dell’esercizio dello sciopero nei servizi pubblici essenziali. Nel gennaio 1989 viene eletto segretario generale della UIL Lombardia. Nel 1992 membro del Consiglio generale della Fiera Milano. Giornalista pubblicista dal 1980, ha scritto per riviste specializzate e per i principali quotidiani interventi sui temi economico-sociali con specifico riferimento alla contrattazione, all’organizzazione del lavoro e alla ristrutturazione delle imprese. Ha promosso in particolare in numerose occasioni il dibattito per affermare ed ampliare sul nostro paese le esperienze di azionariato dei dipendenti e di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. È Presidente della Fondazione Anna Kuliscioff e della Società della pace e della giustizia internazionale

Gianfranco Fini a processo per riciclaggio: al centro dell’inchiesta la vendita della casa di Montecarlo

Charlotte Matteini fanpage.it 16.7.18

L’ex presidente della Camera Gianfranco Fini andrà a processo per riciclaggio. Tra le operazioni al centro dell’inchiesta figura la vendita della casa di Montecarlo lasciata in eredità ad Alleanza Nazionale e acquistata dal cognato Giancarlo Tulliani attraverso società offshore grazie ai soldi dell’imprenditore delle slot Francesco Corallo.

L’ex presidente della Camera Gianfranco Fini andrà a processo per riciclaggio insieme alla compagna Elisabetta Tulliani, al cognato Giancarlo Tulliani, attualmente a Dubai, al padre Sergio, al ‘re delle slot’ Francesco Corallo e all’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Laboccetta. Il processo è stato fissato per il 30 novembre davanti alla quarta sezione penale e tra le operazioni al centro dell’indagine figura anche la vendita della casa di Montecarlo, lasciata in eredità dalla contessa Annamaria Colleoni ad Alleanza Nazionale e che secondo l’accusa sarebbe stata acquistata da Giancarlo Tulliani attraverso società off-shore con i soldi dell’imprenditore Francesco Corallo, accusato di associazione a delinquere finalizzata al peculato, riciclaggio ed evasione fiscale.
L’operazione risale all’anno 2008 e il suo valore sarebbe di poco superiore ai 300mila euro, mentre attraverso la successiva cessione dell’immobile nel 2015 fruttò un milione e 360mila dollari. Questa compravendita sarebbe avvenuta, secondo quanto dichiarato da Fini, senza sapere che dietro ci fosse il cognato nonostante la sua autorizzazione. In tutto i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio di dieci persone. Richiedendo il rinvio a giudizio, pochi mesi fa i pm hanno spiegato che gli indagati avrebbero “trasferito tra il 2004 e il 2007 la liquidità illecitamente accumulata (oltre 50 milioni di euro) dai conti correnti della concessionaria (stabile organizzazione in Italia di Atlantis/BPlus) verso conti correnti esteri olandesi, ed inglesi di altre società del Gruppo Corallo, e successivamente, verso un conto corrente di società offshore acceso a Saint Maarten (Antille Olandesi), sempre riconducibile al promotore e capo dell’associazione, Francesco Corallo, in modo da ostacolarne l’identificazione della provenienza delittuosa e di poterla definitivamente impiegare in acquisizioni immobiliari ed attività economiche e finanziarie”.

“Siamo convinti che riusciremo a dimostrare l’estraneità di Gianfranco Fini all’esito dell’istruttoria dibattimentale. Il gup ha rinviato tutti a giudizio ritenendo che la vicenda, così complessa e articolata, anche alla luce di quanto argomentato da noi difensori, sia meritevole di essere sottoposta al vaglio del tribunale”, ha dichiarato il legale difensore di Gianfranco Fini, l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi.

 

Cassa Depositi e Prestiti, nomine ancora rinviate mentre i soldi vanno in Polonia. Una partecipata compra una società di Varsavia

di Stefano Sansonetti lanotiziagiornale.it 16.7.18

cdp

Una trattativa infinita che sta sconfinando nel grottesco. Per questo, anche venerdì, è stata rinviata la nomina dei nuovi vertici della Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal Tesoro con l’82,7% e partecipata dalle fondazioni bancarie con il 15,9. Se ne riparlerà, a quanto pare, il prossimo 18 luglio. Ma mentre è ancora in via di risoluzione la sciarada sulla nuova guida aziendale, con l’attuale amministrazione in regime di prorogatio, il mondo Cdp non resta fermo. Nei giorni scorsi, per dire, all’interno della stessa società ha fatto un bel po’ discutere un’operazione che ha portato soldi in Polonia. Si dà infatti il caso che Inalca, gruppo alimentare italiano partecipato dalla Cdp, abbia perfezionato l’acquisto del 60% della Mille Sapori, società polacca (sede a Varsavia) che si occupa di distribuzione dei prodotti alimentari nostrani.

Il filo – Ora, per capire le perplessità che circondano l’operazione è necessario ricostruire la filiera. Oggi il 28,4% di Inalca fa capo alla IQMIIC, ossia la joint venture da 2 miliardi di euro costituita all’epoca da Cdp Equity (braccio della Cdp) e Qatar Investment Authority (fondo sovrano qatarino). La joint venture ha investito in Inalca 115 milioni di euro, in termini di aumento del capitale, e 50 milioni attraverso l’acquisto di azioni. Insomma, questo significa che ci sono molti fondi della Cassa all’interno di Inalca, il cui azionista di maggioranza è il gruppo Cremonini. Ed è grazie ai fondi della Cassa che Inalca compie anche le sue operazioni all’estero. Ma non va mai dimenticato che Cdp, finora guidata dal presidente, Claudio Costamagna, e dall’Ad, Fabio Gallia, gestisce 250 miliardi di risparmio postale degli italiani. Quindi ogni sua decisione di investimento, anche attraverso società controllate e joint venture, non può che destare la massima attenzione. E qui viene il punto.

Fibrillazioni – Sembra che all’interno di Cdp più di qualcuno abbia storto il naso sull’opportunità di questa operazione polacca di Inalca, per giunta perfezionata in un momento di grandi cambiamenti in arrivo per Cdp e di grandi critiche rivolte dal nuovo Governo pentaleghista all’attuale gestione del colosso del risparmio postale. Basta “marchette”, aveva addirittura detto qualche giorno fa il vicepremier Luigi Di Maioannunciando l’imminente ricambio. Invece, alla fine, si è deciso di proseguire. Non solo, perché l’Ad di Cdp Equity, Guido Rivolta, con un’esternazione che ha creato diversi imbarazzi in Cassa, ha rivendicato l’operazione dicendo che “l’acquisizione di Mille Sapori è perfettamente coerente con la tesi dell’investimento di Cdp Equity in Inalca: rafforzare l’attività di distribuzione dei prodotti agroalimentari all’estero, con l’obiettivo di promuovere e diffondere le eccellenze alimentari italiane nel mondo”. Nel frattempo, però, i soldi se ne vanno in Polonia. Venerdì La Notizia ha chiesto al gruppo Cremonini quanto ha speso Inalca per il 60% di Mille Sapori. “La cifra non è pubblica”, è stata la risposta”.

Gianluigi Paragone: ‘Ecco i nomi di chi svende i lavoratori. Fra poco lancerò una bomba’

silenziefalsita.it 16.7.18

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“I NOMI DI CHI SVENDE I LAVORATORI. Fate girare: denuncio gravi manomissioni di documenti e conflitti d’interesse!”

Lo scrive il senatore del Movimento 5 Stelle su Facebook in un messaggio corredato ad un video girato fuori dall’aeroporto di Malpensa.

“Dovete sapere che qui ci sono 1700 dipendenti, tutto il personale, più ce ne sono 500 interinali presi tutti da Adecco,” racconta il senatore, che aggiunge: “Sapete nella Fondazione Adecco chi c’è? C’è l’ex ministro Treu, colui che ha cominciato a disarticolare il lavoro, a renderlo sempre più flessibile, sempre più precario”.

“Ma soprattutto, grande conflitto di interessi, – continua – sapete chi c’è dentro la Fondazione Adecco? C’è il numero due di questa roba qua, che si chiama Carbone. Carbone si prende 600mila euro all’anno per gestire la ex SEA che oggi si chiama Airport Handling. Ed è dentro la Fondazione Adecco, cioè Adecco ha in mano tutti i contratti interinali”.

“Questa e altre storie – conclude Paragone – io ve le racconto tra poco sul mio canale Youtube. Seguitemi, iscrivetevi perché fra poco sul mio canale Youtube lancerò una bomba a proposito di manine, di manine che scrivono e manomettono i documenti. A tra poco quindi, sul canale Youtube”.

Guarda il video:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fgianluigi.paragone%2Fvideos%2F1714876808561235%2F&show_text=0&width=560


 

La soluzione di un sistema fallito

phastidio.net 22 luglio 2017

Ieri Intesa Sanpaolo, previo accesso alla data roomha comunicato le proprie condizioni per rilevare la parte sana delle due agonizzanti popolari venete. Si tratta di un comunicato in stile “guai ai vinti”, ma non si può biasimare la banca milanese-torinese, che si limita a fare i propri interessi, soprattutto dopo aver immolato quantità industriali di denaro in Atlante e negli interventi del fondo di risoluzione, quello che ha “salvato” le quattro banche risolte a novembre 2015. Il biasimo va tutto altrove.

Per capire la portata della proposta di Intesa, occorre visualizzare uno stato patrimoniale: nel lato sinistro ci sono le attività, in quello destro ci sono le passività e il capitale proprio. Per le due venete occorre costituire una bad bank che accolga tutto quello che ha chiesto Intesa. In dettaglio, all’attivo della bad bank, se la proposta di Intesa venisse accettata, andrebbero i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute), ma anche i crediti in bonis ad alto rischio, partecipazioni ed altri rapporti giuridici “non funzionali all’acquisizione”. Un meraviglioso eufemismo per indicare, tra le altre cose, il contenzioso con azionisti ed obbligazionisti subordinati delle due venete. Oltre ad assumere il minimo indispensabile di personale, con gli esuberi che finirebbero nella bad bank, magari dicendo che si dedicheranno al recupero delle sofferenze, o prepensionati con ampio anticipo, Alitalia-style.

Come si nota, l’estrema aggressività di Intesa nella ripulitura è destinata a gonfiare l’attivo della bad bank. Cosa andrebbe al passivo, quindi? Di fatto, i soli bond subordinati. La differenza? Semplice: la differenza è il capitale proprio (equity) della bad bank. E chi lo metterebbe? Ci sono due ipotesi: il “braccio volontario” del Fondo Interbancario tutela depositi, cioè il sistema bancario, in una sorta di obolo di sistema che farebbe rientrare dalla finestra quanto uscito dalla porta nei giorni scorsi, con il rifiuto delle banche a versare collettivamente 1,2 miliardi chiesti da Bruxelles. Ipotesi quindi assai improbabile. L’alternativa è che ce li metta lo stato italiano, invocando le norme europee sugli aiuti alla liquidazione di istituti di credito previsti dalla Comunicazione della Commissione Ue dell’1 agosto 2013. E qui sorge una piantagione di incognite.

Andiamo per gradi, per cercare di capire il costo per il contribuente italiano. Nell’ipotesi di ricapitalizzazione precauzionale (modello MPS, per intenderci) richiesta da Pier Carlo Padoan alla Ue, il costo pubblico era stimato in circa 5 miliardi di euro. Nel cosiddetto “intervento privato” di Intesa Sanpaolo, visto l’approccio di aggressiva ripulitura richiesta dal potenziale compratore, è del tutto verosimile che quella somma possa arrivare a raddoppiare. Accetterà, la DgComp di Margrethe Vestager? O metterà paletti per limitare l’esborso pubblico? C’è anche un altro aspetto, da considerare: quello degli aiuti di stato. Intesa Sanpaolo ha premesso che dall’acquisizione della polpa delle due venete non dovrà subire deterioramenti degli indici di capitalizzazione. Cioè che non dovrà fare aumenti di capitale, in pratica. Ma come è possibile che Intesa assorba 25 miliardi di fidi senza corrispondente assorbimento di capitale? Vai a capirlo. O meglio, pare che allo Stato sia chiesta una dote aggiuntiva, magari con la cessione gratuita a Intesa dei crediti d’imposta differiti (Deferred Tax Assets, DTA) delle due venete, che dovrebbero essere pari a 1,4 miliardi. Ma questi non basterebbero ad evitare assorbimento di capitale, quindi lo stato dovrebbe mettere altri soldi a favore di Intesa. Non sono un esperto, ma già solo questo puzza di aiuto di stato.

C’è troppo entusiasmo “di sistema”, intorno a questo cosiddetto piano. Che non è una liquidazione coatta amministrativa in senso stretto, né è un bail-in in senso proprio. È un ibrido in cui il contribuente italiano verrebbe massacrato, per la gioia di editorialisti e parassiti di sistema. Perché si forma una voragine in cui finiranno soldi pubblici, nella bad bank così costruita? Per due motivi: perché Intesa è aggressiva nel prendersi il meglio delle due venete e perché al passivo della bad bank non sono messe le obbligazioni senior, pari a circa 10 miliardi di euro. Morale della favola: per evitare il bail-in di 10 miliardi di senior, arriveremo a spendere una cifra stimata in 10-15 miliardi di denaro dei contribuenti italiani. Nota ad uso di editorialisti specialisti in liquidazioni alla Mulino Bianco: la liquidazione vera si fa conferendo al passivo della bad bank anche i bond senior. Poi si procede al realizzo delle sofferenze, e col netto ricavo si passa a soddisfare i creditori, secondo ordine di priorità.

Altra nota ad uso di editorialisti che farfugliano di “aiuto”, “sussidio” e di “effetti distributivi” a Santander per l’acquisto di Banco Popular: l’acquirente ricordiamo metterà nell’operazione 7 (sette) miliardi di aumento di capitale. I subordinati sono inceneriti sia nel caso italiano che in quello spagnolo. Se tanto mi dà tanto riuscirete, illustri editorialisti saccenti, a fare un bel pistolotto di denuncia dell’inverecondo sussidio dato ad Intesa, se la sua offerta verrà accettata? Ce la farete? Oppure prevarrà la cautela che deriva dal fatto che quella banca è grande creditore della vostra testata?

Quindi, in Vestager we trust. Un simile regalo di stato, che sfonda i contribuenti italiani, non può passare nella forma in cui si sta concretizzando. Per tutto il resto, s’odono termiti far festa per questa fantasmagorica “operazione di sistema”. Un sistema in ormai avanzato stato di decomposizione.

Addendum – Intanto, iniziano già i primi casi di amnesia selettiva, quelli che di solito fanno una narrativa.:

Mario Seminerio@Phastidio

Qualcuno ha spiegato al professor Onado la differenza tra operazione Santander e quella Intesa? Pare non averla colta appieno.

Leggi ancheDomande e risposte sull’ennesimo disastro di un paese fallito e Il ritorno del bailout nel paese che non si salverà

Domande e risposte sull’ennesimo disastro di un paese fallito

phastidio.net 23 giugno 2017

Quando si è assai facili profeti: solo ieri suggerivo che il conto del “salvataggio” per le due popolari venete dissestate sarebbe stato verosimilmente più in un intorno dei 10-15 miliardi che degli innocui 4-5 ipotizzati se fosse stata attuata la ricapitalizzazione precauzionale da parte del Tesoro. Oggi sui giornali affiorano le prime timide (perché ancora poco numerose) revisioni al rialzo, che parlano di circa 12 miliardi, per effetto del bid aggressivo di Intesa Sanpaolo, che opera in modalità “guai ai vinti” ed anche in quella “ora vado a riprendermi i soldi che ho buttato sin qui negli interventi di sistema”.

Ma quello che realmente mi manda ai pazzi è leggere di fantasiosi paralleli tra l’operazione Santander-Popular e quella Intesa-venete, suggeriti soprattutto dal Corriere, la cui editrice ha Intesa come grande finanziatore. Si veda questa pagina che parla lisergicamente di “soluzione iberica”. Comparare una risoluzione a costo zero per lo Stato con uno spericolato ibrido tra una liquidazione coatta amministrativa ed una risoluzione, che scoperchierà il vaso di Pandora ed in cui il contribuente italiano metterà una dozzina di miliardi (se saremo fortunati) indica che servirebbe più rispetto dell’intelligenza dei lettori, se si ha deciso di non averne per la propria.

Eppure questo sembra essere diventato il mantra di un sistema malato, assieme alla frase “la liquidazione ci sarebbe costata molto di più”, tipica di chi parla di cose che non conosce. Poi ci sono quelli che brandiscono il carattere “nazionale” della procedura di liquidazione, per giustificare il massacro dei contribuenti italiani. La liquidazione sarà pure “nazionale” e finanche “sovrana”, cari Tafazzi, ma le sue ricadute non possono violare il perimetro del diritto fallimentare (inclusi gli aspetti penali), e la normativa europea sugli aiuti di stato, di cui Intesa fruirebbe a mani basse.

Mentre attendiamo l’esito certo ed il pronunciamento europeo, proviamo a farci qualche domanda. Un futile passatempo di quanti non si rassegnano ad essere derubati da ladri ed incompetenti, e dal loro codazzo di corifei.

“Perché c’è solo l’offerta di Intesa?” Non saprei, saranno stati i migliori ed i più reattivi. Non mi risulta però che sia stata avviata una formale sollecitazione a presentare manifestazioni di interesse, al momento. Quello che invece è certo è che Intesa riceverebbe imponenti sussidi. Ad esempio, la dotazione stimata in 4 miliardi di euro per permetterle di rilevare i crediti sani delle venete (calcolati in 25 miliardi) senza ridurre i  suoi coefficienti patrimoniali. Oppure girarle (regalarle?) gli 1,4 miliardi di crediti d’imposta (Deferred Tax Assets, DTA) in pancia alle due venete. “Eh, ma anche Santander ha avuto i DTA”, diranno i più vispi tra voi. Certo, ma Santander ha rilevato una banca in continuità, non ha colto fior da fiore tra attivi e passivi. Come si intuisce, già solo in questi aspetti c’è materia per una valutazione di legittimità di aiuto di stato ad Intesa. 

“Ma che tipo di liquidazione è questa?” In effetti, in una liquidazione si mette tutto quello che è possibile mettere, incluse obbligazioni senior. Siamo sicuri che trasferire ad Intesa la parte sana di attivo e i senior medesimi non configuri una procurata bancarotta delle due venete?

“Ma tanto lo Stato avrebbe pagato comunque”. Vero, ma est modus in rebus. La ricapitalizzazione precauzionale avrebbe messo all’attivo dei conti pubblici la quota azionaria delle due venete. Questo è un investimento, per quanto fragile e ferocemente aleatorio. La liquidazione, per contro, oltre a costare il doppio (ma più verosimilmente il triplo), non fa alcun investimento, perché la bad bank nasce già incenerita.

“Ma assegnare i crediti sani alla bad bank avrebbe implicato il loro rientro, e un disastro per i debitori”. Questa è obiezione fondata. I crediti sani vanno preservati, e con loro i debitori, per motivi di stabilità sistemica. Ma i crediti sani avrebbero potuto essere riassegnati al sistema bancario, dietro richiesta di più operatori, eventualmente con aiuto pubblico erga omnes. Assegnarli in blocco al migliore e sinora unico offerente, sussidiando solo quest’ultimo, appare una evidente forzatura.

“Ma ci sarebbero migliaia di esuberi”. Vero, ma la soluzione è tutelare ogni singolo posto di lavoro o i singoli lavoratori? Costa meno usare i normali ammortizzatori sociali oppure battere la strada indicata da Alitalia, e creare magari qualche fantasmagorico scivolo settennale per poche centinaia di fortunati, mentre nel resto d’Italia la gente viene licenziata quotidianamente e silenziosamente, quando le loro aziende vanno male? Riusciremo a capire che la difesa ad oltranza con soldi pubblici di posti di lavoro morti è una delle maggiori responsabili del dissesto di questo paese?

“Ma toccare i senior avrebbe effetti cataclismici sul finanziamento delle banche!”. Ma perché mai? Forse si sconterebbe la maggiore rischiosità di alcuni emittenti più che dell’intero sistema. Ma quella sta già venendo scontata. A chi afferma questa tesi vorrei fare una domanda: che accadrà quando le banche dovranno determinare il cuscinetto di propri titoli assoggettabili a bail-in, nell’ambito del cosiddetto MREL? Emettere quel debito sarà comunque più oneroso, per ovvi motivi. È la giustificazione per scavare trincee e buchi di bilancio pubblico per difendere -oggi- una decina di miliardi di bond senior di due banche in dissesto? Siamo lievemente miopi, temo.

“E quindi, che fare?” Operare per ridurre l’inevitabile esborso pubblico, e renderlo quanto più simile ad un investimento, anziché ad un rito sacrificale di soldi pubblici. Intesa non dovrebbe essere l’unico offerente, dovrebbe esserci un contest ad evidenza pubblica. E comunque, Intesa non dovrebbe ricevere un sussidio ad bancam. C’è alternativa? Forse sì, sempre quella: coinvolgere gli obbligazionisti senior sino a concorrenza di quanto necessario a ripristinare la funzionalità della banca. Comunque tutto verte sugli obbligazionisti senior, in queste procedure. Non capirlo vuol dire condannarsi a ripetere la storia, e massacrare i contribuenti.

Se l’Italia ha deciso di non volersi assoggettare a bail-in, e di conseguenza di volersi suicidare mettendosi al collo il debito pubblico prodotto da aggiramenti delle norme europee, il cui enforcement appare sempre più aleatorio, ognuno pensi ad un piano per salvare i propri averi, perché ce ne sarà bisogno.

Santander-Popular, il day after visto dall’Italia

phastidio.net 8 giugno 2017

Torniamo sull’operazione-lampo di salvataggio di Banco Popular per mano di Santanderavvenuta ieri. Oggi, un po’ più a freddo, cerchiamo di capire se è tutto oro quel che riluce nel blitz “di sistema” spagnolo, e cerchiamo di confrontare questa vicenda con il persistente psicodramma con venature miste di sceneggiata, melodramma e farsa che caratterizza la situazione italiana, prima con MPS ed ora con le due popolari venete.

Cosa sappiamo del salvataggio? Ufficialmente, che tutto è avvenuto nell’arco di una notte, con la sollecitazione a trenta banche di manifestazioni di interesse. Ha vinto il Santander di Ana Botin, che dovrà mettere mano ad una ricapitalizzazione da 7 miliardi per coprire la voragine di Popular. Nota bene: sette miliardi di aumento di capitale, per Santander, sono l’8% della sua attuale capitalizzazione di borsa. Non noccioline ma certamente uno sforzo non proibitivo, laddove si pensi a cosa ha fatto invece Unicredit per il suo felicemente concluso aumento di capitale da 13 miliardi, all’epoca pari a metà della capitalizzazione.

Ma basterà? Perché sono facilmente prevedibili azioni legali da parte dei soci Popular, che hanno cacciato 2,5 miliardi due anni fa, in alcuni casi pare con finanziamento della stessa banca, in quelle che sarebbero operazioni “baciate”. Inoltre, è possibile che Santander non abbia potuto valutare correttamente lo stato reale del portafoglio crediti del Popular, visto che non risulta che in passato fosse stata aperta una data room e visto che l’intera vicenda si è risolta in poche ore.

Perché in Spagna c’è sistema sinergico ed in Italia no, o meglio da noi solo aborti contagiosi tipo Atlante? Ottima domanda, davvero. Cercheremo di sfuggire alla suggestione della chiave di lettura secondo cui siamo dei cialtroni specializzati a spazzare la polvere sotto il letto sin quando il letto non ci rovina in testa, con l’intera abitazione. Noi non abbiamo compratori per le venete perché i banchieri italiani non sanno far di conto oppure perché le venete sono morte e insistiamo a non volerne prendere atto? O forse alla venete serve un bail-in vero, inclusi senior pro-rata?

Fu vero bail-in? Questo è un punto molto delicato. Secondo alcuni osservatori italiani, per dirla alla Vujadin Boskov, bail-in è quando sono colpiti i bond senior. Nel caso di Popular, “stranamente”, l’intera operazione si è aperta e chiusa azzerando azionisti e tutti gli obbligazionisti subordinati, ma solo loro. Forse perché Popular era di fatto privo di materiale “bailinabile” oltre i subordinati, vista l’evaporazione dei depositi ed il fatto di avere emesso covered bond che sono al riparo dal bail-in? Piccola nota a margine: ma secondo voi, ha senso ipotizzare e prescrivere che il bail-in colpisca i depositi oltre centomila euro, quando questi ultimi evaporano alla velocità della luce, spesso sulla base di rumours, che divengono vere e proprie profezie che si autoavverano? No, vero?

Detto in parole ancora più povere: Banco Popular è stato il paziente zero della BRRD, ma si tratta di schema universalmente replicabile?Sì e no. L’operazione appare replicabile nella misura in cui esistano acquirenti dentro e fuori il sistema nazionale, e nella misura in cui la politica accetti che possano esservi perdite corpose per alcune categorie di creditori. Ricordiamolo: è vero che qui non sono andati di mezzo i bond senior ma è parimenti vero che nel caso Popular gli obbligazionisti subordinati, tutti, sono stati azzerati. Nei casi italiani la politica sta cercando disperatamente di evitare che ciò accada, a costo di mandare a marcire tutto il sistema. Prima di parlare del rischio che il bail-in dei senior possa causare uno tsunami di sistema (tutto da dimostrare), servirebbe accettare che occorre procedere ad azzerare i subordinati, e poi si ragiona d’altro.

Ma già, dimenticavamo: da noi c’è stata la stagione delle truffe, con subordinati piazzati all’impazzata nei portafogli di risparmiatori che nulla sapevano di questo strumento, considerato pressoché sicuro, e che serviva a gruppi di controllo senza soldi per mantenere la presa sulle banche. Quando è cambiato l’habitat, alcune specie sono state minacciate di estinzione. L’homo italicus, nella fattispecie.

Quindi, la nostra opinione è che non esiste il bail-in standard applicabile a tutti, del tipo one size fits all, perché le banche hanno strutture del passivo molto differenti, ma resta il fatto che la Spagna ha “fatto sistema” in modo funzionale e sinergico; l’Italia invece fa sistema trasformando crisi bancarie (e crisi aziendali, vedasi, AlitaliaIlva, ed altro) in altrettanti reattori di Fukushima. Dire “se fossero stati coinvolti i senior, avremmo avuto un fungo atomico, così invece è troppo facile”, equivale a ragionare per controfattuali che peraltro si dimostrano del tutto indulgenti con lo status quo italiano.

Per chiudere, visto che ogni giorno ha la sua levata d’ingegno, dopo la liquidazione del Mulino Bianco di ieri, firmata da Federico Fubini, che evidentemente ha frainteso il suo prezioso informatore (l’alternativa è che il suo informatore sia tutt’altro che prezioso bensì un cialtrone disinformato), oggi segnaliamo il commento del prolifico Angelo De Mattia. Che su Mf dapprima elogia l’operazione spagnola:

«[…] con un intervento attuato con grande velocità, il Santander ha acquistato per 1 euro il Banco Popular evitando così per quest’ultimo il bail-in e dimostrando il ruolo che le banche maggiori e il sistema possono svolgere per operazioni di salvataggio e di risanamento»

Scordando che in Italia “fare sistema” vuol dire mettere uranio radioattivo nel ventilatore (vedi Atlante), arrivando a dire che in Spagna non ci sarebbe stato alcun bail-in (a parte l’azzeramento dei creditori subordinati, ma che sarà mai?), e poi prescrivendo, con grande coerenza, quanto segue:

«[…] di fronte al pervicace e miope permanere delle resistenze della suddetta Direzione [la DG Comp della Ue, ndr], occorre agire senza tener conto della prescrizione dettata e provvedere all’aumento di capitale in chiave precauzionale con l’intero apporto pubblico, sfidando pure l’eventualità di una procedura di infrazione»

Quindi: viva il sistema-paese e le risorse private del settore bancario, ma noi dobbiamo mettere soldi pubblici. Perché? Perché altrimenti “moriremo tutti!”, come urlò Homer Simpson quando per errore scattarono le mascherine dell’ossigeno sull’aereo su cui viaggiava.

Se un sistema-paese si misura anche dalla qualità del suo dibattito pubblico e dalla competenza di quelli che vengono considerati i suoi esperti, inclusi amministratori delegati di banche in dissesto, è del tutto evidente che l’Italia è condannata senza appello.

P.S. Oggi gira, tra le altre cose, la singolare interpretazione secondo cui quello di Banco Popular sarebbe stato “salvataggio” e non risoluzione, perché sarebbe stata preservata la continuità aziendale:

Federico Fubini@federicofubini

Salvataggio. C’è continuità anche in termini societari. Con la risoluzione non c’è. Nascerebbe una nuova “banca-ponte”

In realtà, basterebbe leggere le norme per quello che sono:

Mario Seminerio@Phastidio

La continuità aziendale non indica che non c’è stata risoluzione. C’è ventaglio di opzioni, in realtà, incluso bail-in

Da tali norme si evincerebbe, quindi, che vi è stata risoluzione a mezzo bail-in, perché non è scritto da alcuna parte che bail-in è quando sono colpiti i senior.

Banca Carige, Malacalza si dimette: “Due fatti molto gravi” scrive nella lettera di addio

rainews.it 16.7.18

Pesa il caso Fiorentino-Lanzalone

16 luglio 2018 Il vice presidente di Banca Carige, Vittorio Malacalza si dimette dal consiglio della banca. Le dimissioni avranno “effetto dal momento in cui la convocanda assemblea della società avrà provveduto alla mia sostituzione”, scrive Malacalza nella lettera di dimissioni, motivando la propria decisione con “il sussistere di motivi di dissenso e di divergenze con l’organo di governo della società per quanto riguarda la gestione aziendale e la visione di governance”. Banca Carige, si legge in una nota, comunica di aver ricevuto, in data odierna, le dimissioni da amministratore di Vittorio Malacalza, “con effetto dal momento in cui la convocanda assemblea della società avrà provveduto alla mia sostituzione, quale che sia la modalità di nomina del nuovo vice presidente in concreto applicabile, a seconda che debba o meno procedersi al rinnovo dell’intero Consiglio”, motivando la propria decisione alla luce del sussistere di motivi di dissenso e di divergenze con l’organo di governo della società per quanto riguarda la gestione aziendale e la visione di governance richiamando, inter alia, le considerazioni contenute nelle lettere di dimissioni dell’ex presidente Giuseppe Tesauro e degli ex consiglieri Stefano Lunardi e Francesca Balzani. “Due fatti molto gravi” alla base dell’addio Ci sono “due fatti molto gravi” alla base della decisione di Malacalza di lasciare il cda. Lo scrive lo stesso Malacalza nella lettera di dimissioni. Uno di questi, spiega, è il fatto che “proprio nei giorni immediatamente precedenti all’arresto dell’avvocato Lanzalone” per l’inchiesta sulla stadio della Roma, l’a.d. della banca, Paolo Fiorentino, “mi riferì di averlo incontrato e me ne decantò le qualità professionali”. L’altro fatto, aggiunge Malacalza, il tentativo di Fiorentino “di delegittimare il mio ruolo di supplenza del presidente” quando, nell’incontro con la stampa del 3 luglio, “anziché smentire la voce di supposte obiezioni della Bce a tale ruolo di supplenza, la ha accreditata”. Riguardo la conduzione della banca, Malacalza spiega anche che per la sua decisione “è stata determinante la posizione assunta dalla Bce che ha più volte e in diverse forme, invero, a mio giudizio, impropriamente, invitato a non interferire con la conduzione dell’amministratore delegato”. Malacalza è entrato a far parte del board della banca nel 2016 e il suo nominativo è stato tratto dalla lista presentata dal socio Malacalza Investimenti e votata dalla maggioranza dell’Assemblea ordinaria del 31 marzo 2016. Malacalza è un amministratore non esecutivo, non destinatario di deleghe, non componente dei comitati istituiti in seno al Cda e non ha diritto a indennità o altri benefici conseguenti la cessazione dalla carica.

Israele progetta un attacco all’Iran: ecco il piano deciso a Washington

Lorenzo Vita occhidellaguerra.it 16.7.18

Elicotteri dell'aviazione israeliana sorvolano il territorio della Grecia nell'ambito delle esercitazioni congiunte

Israele considera ancora possibile una guerra contro l’Iran. La Siria si è rivelato un terreno di scontro feroce e molto complesso. E gli attori coinvolti nel conflitto, in particolar modo la Russia, hanno evitato che si andasse incontro a una catastrofe. La strategia di Vladimir Putin si fonda sulla sopravvivenza di Bashar al Assad. L’ha ottenuto: ma adesso non vuole vedere scemare davanti ai suoi occhi anni di guerra.

Ma l’accordo siglato fra Benjamin Netanyahu e Putin, con il placet di Washington e il semaforo verde di Damasco, non sembra essere ancora convincente per gli israeliani. Vogliono tutte le milizie legate all’Iran fuori dalla Siria. E per adesso, le Israel defense forces (Idf) ritengono ancora presenti nell’offensiva contro Daraa e Quneitra le truppe di Hezbollah e della galassia sciita. La tensione non accenna a diminuire e, dopo gli ultimi voli di droni dal territorio siriano, Israele muove di nuovo le sue pedine in vista di un potenziale conflitto aperto con l’Iran.

Israele nomina il direttore del progetto

In queste settimane, una notizia, passata in sordina doveva far capire che le forze armate israeliane stessero inviando un messaggio a tutti gli attori in gioco in Medio Oriente. Il capo di stato maggiore delle Idf, Gadi Eisenkotha nominato il generale Nitzan Alon come primo direttore di un progetto speciale per coordinare tutte le questioni relative alla guerra contro l’Iran. È il cosiddetto Iran project: un piano che da tempo circola nei piani alti della Difesa israeliana e americana.

Questa è la prima volta che le Idf hanno un direttore che si occuperà specificamente dell’Iran. In passato, il capo del Mossad Meir Dagan è stato responsabile del “fascicolo Iran” ai tempi di Ariel Sharon ed Ehud Olmert. Ma si trattava di Intelligence. Oggi, la situazione è mutata. La guerra è sostanzialmente venuta a galla. I missili israeliani colpiscono in territorio siriano le basi iraniane. E i morti ci sono stati anche sotto i bombardamenti.

In cosa consiste l’ “Iran project”

Il cosiddetto “Iran project”è un’idea sorta durante il colloquio tra il Capo di stato maggiore israeliano Gady Eisenkott con i massimi vertici statunitensi a Washington il 29 giugno. In quell’occasione, era presente anche Nitzan Alon e si sono trattate le questioni inerenti le operazioni militari congiunte Usa-Israele contro l’Iran.

Alon era in procinto di andare in pensione. Ma Eisenkot lo ha dissuaso: serviva alle Idf come direttore di un nuovo piano, l’”Iran Project”, una task force composta da Israele e Stati Uniti per l’esecuzione di attacchi alle strutture nucleari, ai siti missilistici e alle basi militari iraniane in tutto il Medio Oriente.

Il sito israeliano Debkafile ha rivelato che in quell’incontro sono stati creati quattro comandi:

  • Il gruppo di comando nucleare: il cui scopo è quello di interessarsi di tutti gli obiettivi nucleari in Iran. Essi vanno dagli armamenti ai reattori, fin agli impianti di arricchimento dell’uranio;
  • Il gruppo di comando balistico, che si occupa di tutto ciò che riguarda l’arsenale missilistico iraniano, dai silos, ai siti di lancio fino ai centri di ricerca;
  • Il gruppo di comando anti-sovversione: si occupa di tutte le operazioni contro i centri militari e di intelligence iraniani in Medio Oriente, in particolare in Siria, Libano e Yemen.
  • Il gruppo di comando economico, che si occuperò di tutto ciò che concerne le sanzioni statunitensi contro l’Iran. L’obiettivo è capire come Teheran riesca ad aggirare le sanzioni.

Un messaggio rivolto alla Russia

La notizia della nascita di questa task force congiunta fra Israele e Stati Uniti è anche un segnale a tutti gli attori in campo in Siria. In primis, è un messaggio rivolto alla Russia. Il recente incontro fra il premier Netanyahu e il presidente Putin ha mostrato, ancora una volta, quale sia l’obiettivo dello Stato ebraico: rimuovere la possibilità che l’Iran ed Hezbollah siano in Siria. Se questo non avverrà, il governo israeliano è pronto ad alzare il tiro.

Putin è l’unico leader in grado di decidere le sorti della guerra in Siria. Ha fatto in modo che l’Isis venisse sconfitto e ha reso possibile la sopravvivenza della Siria e di Assad. Ma adesso, le pressioni per rompere con l’Iran sono molte. Ma la Russia non può né vuole abbandonare di punto in bianco un alleato prezioso come Teheran, che ha combattuto l’Isis e che rappresenta un partner fondamentale in Asia. 

In questi ultimi giorni, il Mossad ha anche rivelato come siano stati ottenuti i famosi documenti di cui parlò Netanyahu nella famosa conferenza stampa in cui mostrò ai giornalisti una presentazione al computer del presunto programma nucleare segreto iraniano.

Questa scelta dei servizi israeliani di annunciare questa notizia è un segnale che va messo in correlazione con la nascita di questa task force. L’obiettivo è far capire all’Iran che sonio pronti alla guerra. E far capire alla Russia che si aspettano un segnale inequivocabile da parte di Putin. 

Salviamo i dialetti!

di Alessandra Vio – 12 luglio 2018 limtellettualedissidente.it

 

In Sicilia e in Sardegna il dialetto verrà insegnato nelle scuole: un progetto ambizioso per salvaguardare il ricco patrimonio linguistico delle due isole.

Il Bel Paese è un ricchissimo, meraviglioso mosaico di varietà linguistiche. È un’orchestra dai mille strumenti, ognuno dei quali canta la melodia della sua regione, della sua città, della sua campagna o del suo borgo, del suo mare o dei suoi monti, dei suoi viali affollati e dei suoi vicoli stretti; una sinfonia di storia, profumi, tradizioni, passioni, tutte diverse, particolari, che si uniscono nell’armonia dello Stivale. Una realtà linguistica che è una fotografia della complessa storia della nostra penisola e del suo difficile processo di unificazione. Il fiorentino di Dante, Petrarca e Boccaccio ha impiegato lungo tempo ad imporsi come lingua comune sulle innumerevoli varietà dialettali d’Italia, con un lungo processo realizzatosi grazie all’ampliamento dell’istruzione obbligatoria, all’incontro tra uomini provenienti dalle diverse regioni del paese durante la Grande Guerra e, soprattutto, dall’avvento della televisione. Da allora, le reciproche influenze tra italiano e dialetti locali hanno dato vita ad innumerevoli varietà analizzabili lungo un continuum linguistico, geografico e sociale. Ad oggi l’uso del dialetto, secondo gli ultimi dati Istat relativi al 2015, è in progressivo -seppur in alcuni casi lento- decremento, con dati variabili a seconda dell’età e del sesso dei parlanti, della zona geografica, della situazione comunicativa.

xfgngfMolti dialetti, soprattutto nelle aree urbane (prime fra tutte Roma e Milano), con le continue commistioni con l’italiano e il progressivo affermarsi di quest’ultimo come lingua madre, si sono gradualmente trasformati in forme ibride, più simili a un italiano regionale che al dialetto schietto. Per questo motivo l’introduzione dell’insegnamento del dialetto nelle scuole è una buona iniziativa per provare a porre un freno all’italianizzazione dei dialetti e quindi alla salvaguardia delle varietà linguistiche d’Italia.

La lingua siciliana entra nelle scuole dell’isola. I tempi dell’oblio per il dialetto sembrano definitivamente superati

si legge sul quotidiano La Sicilia il 18 maggio 2018: dal prossimo anno un’ora alla settimana sarà dedicata allo studio del dialetto e della storia di Sicilia. Verrà finalmente attuata, seppur in via sperimentale, la legge regionale 9 del 2011 (Norme sulla promozione, valorizzazione e insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole). Ancor più recente è la legge di disciplina organica della lingua sarda e delle altre lingue parlate nell’isola (catalano, gallurese, sassarese e tabarchino) varata dal consiglio regionale il mese scorso e volta a garantire uno status ufficiale all’idioma dell’Isola e a rivitalizzare la trasmissione intergenerazionale delle competenze linguistiche dialettali.

Come emerge dai grafici riportati dall’Istat, l’uso del dialetto è in decremento anche in famiglia e riguarda tutte le fasce d’età. Resiste soprattutto nelle regioni del sud -in particolare in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia-, nelle regioni adriatiche e nel nord-est

Non solo verrà insegnata la lingua sarda nelle scuole, ma verranno poste le basi per l’avvio di una pubblica amministrazione bilingue e un progetto per una televisione e una radio completamente in lingua sarda. Di fronte a questi ambiziosi progetti delle due isole, si pone naturalmente il problema della norma linguistica e della scelta della varietà di riferimento: le realtà dialettali sono un enorme laboratorio linguistico, con dialetti che si differenziano anche all’interno della stessa città. Risulta impossibile insegnare nelle scuole ognuna di esse; per questo, inevitabilmente, verrà selezionata una koinè standardizzata, meno vera e viva del dialetto schietto. Tramite essa, tuttavia, si potrà porre un freno alla progressiva italianizzazione dei dialetti, ma soprattutto si sensibilizzeranno i ragazzi a riconoscere alla propria lingua locale il prestigio che merita, spogliandola degli sciocchi e antistorici pregiudizi di presunta inferiorità e rozzezza e presentandola come un codice di tutto rispetto, da usare e alternare all’italiano a seconda delle situazioni comunicative.

Le scuole siciliane e sarde si apprestano dunque a intraprendere un progetto non privo di insidie, ma che vale la pena tentare. Perché il dialetto è la lingua del cuore, delle passioni, delle tradizioni, delle radici, della famiglia, del borgo: non può rischiare di essere gradualmente dimenticato. È la lingua che, col suo potere, fa sentire a casa anche nel pieno di una guerra, come scriveva Gabriele D’Annunzio:

Eravamo su per il Veliki, all’assalto. I fanti mordevano l’azzurro. Ma l’azzurro mi rosseggiava. Mi pareva che tutti avessero il mio cuore per insegna vermiglia. Ed ecco, odo alla mia sinistra un accento d’Abruzzo, un suono di terra natale. Il linguaggio natale mi riaffluisce alla gola, alle labbra. Chiamo, grido, interrogo. M’è risposto. M’è dato il rude e fiero ‘tu’ paesano.

Una lingua di cui andar fieri, che è bene difendere, curare, ricordare, parlare. Perché l’Italiano appreso da voi, ricevuto, abbracciato, vi fa cittadini d’Italia (Anton Maria Salvini, 1724), ma il dialetto, ovunque voi siate, vi parlerà sempre di voi, degli odori, delle luci, delle pietre, della terra, dei suoni e dei sorrisi del vostro unico, amato angolo di Stivale.

Lingue e dialetti in Italia

Consob e i problemi di comunicazione

https://www.lettera43.it/it/autori/giuseppe-rebecca 16.7.18

Sul sito non viene data adeguata pubblicità alla black e alla grey list. Così come alle variazioni degli elenchi. Informazioni importanti che interessano agli investitori.

Le attività della Consob (Commissione nazionale per le società e la Borsa) sono le seguenti (dal sito della Commissione): «Vigila sulle società di gestione dei mercati regolamentati, sulla trasparenza e l’ordinato svolgimento delle negoziazioni, sulla trasparenza e la correttezza dei comportamenti dei soggetti che operano sui mercati finanziari; regolamenta la prestazione dei servizi e delle attività di investimento da parte degli intermediari, gli obblighi informativi delle società quotate nei mercati regolamentati e le operazioni di appello al pubblico risparmio; autorizza i prospetti relativi alle offerte pubbliche di vendita e i documenti d’offerta concernenti offerte pubbliche di acquisto, l’esercizio dei mercati regolamentati nonché le iscrizioni agli albi delle imprese di investimento».

E, ancora: «Controlla dati e notizie fornite al mercato dagli emittenti quotati e dai soggetti che fanno appello al pubblico risparmio con l’obiettivo di assicurare un’adeguata e trasparente informativa; sanziona le condotte illecite; comunica con gli operatori e il pubblico degli investitori per un più efficace svolgimento dei suoi compiti e per lo sviluppo della cultura finanziaria dei risparmiatori; collabora con le altre autorità nazionali e con gli organismi internazionali preposti all’organizzazione e al funzionamento dei mercati finanziari». In questo ambito, è indicata anche la comunicazione con il pubblico degli investitori anche se a tale attività non pare essere attribuita una particolare valenza.

LA PUBBLICAZIONE DELLA BLACK E DELLA GREY LIST

La Consob da tempo pubblica nel suo sito, tra le varie rubriche, due elenchi molto importanti, le cosiddette black e grey list delle società quotate a Piazza Affari. Si tratta di elenchi che interessano tutti gli investitori. Ma non ne viene data una adeguata pubblicità. Nel sito (http://www.consob.it) questi dati non si trovano immediatamente; si deve cliccare alla voce «Emittenti – Società quotate», e poi sulla dicitura «Obblighi di informativa periodica».

Tra l’altro non risulta che venga data comunicazione specifica al pubblico delle variazioni, essendo il tutto limitato a due elenchi. Si tratta di elenchi che comprendono le società per le quali Consob richiede l’obbligo di fornire specifiche informazioni, a cadenza mensile o trimestrale. Mensile per le società in black list e trimestrale per quelle in grey list. I dati più rilevanti di questa richiesta di informazioni sono la posizione finanziaria netta, la posizione dei debiti scaduti e i rapporti verso parti correlate. Nel passato, più di qualche società già inserita in questa lista ha poi fatto ricorso a una procedura concorsuale.

In un mercato sempre più difficile, queste società dovranno dare dimostrazione di avere un futuro e quindi anche una situazione finanziaria non in peggioramento. Ma quanti investitori fanno attenzione a tutto ciò? Qui evidenziamo le società quotate in Borsa inserite nelle liste in questi primi mesi del 2018.

Elenco degli emittenti assoggettati agli obblighi di diffusione di informazioni periodiche (articolo 114 del decreto legislativo 59/1998) (informazione mensile).

Società inserite nel 2018 Richiesta
del
1 TERNI ENERGIA S.p.A. 12/06/2018

Elenco emittenti sottoposti ad obblighi di integrazione dell’informativa resa nelle rendicontazioni contabili periodiche (informazione trimestrale)

Società inserite nel 2018 Richiesta
del
1 ASTALDI S.p.A. 15/05/2018

Si segnala come in tali elenchi risultino iscritte società ancora dal 2009, sia nel primo elenco sia nel secondo, il che invero, a distanza di 9 anni, appare un po’ curioso. Non resta che confidare che la Consob dia maggior pubblicità a queste informazioni, in futuro. In calce in due elenchi completi.

Si segnala infine che nell’elenco, sempre di Consob, degli emittenti degli strumenti finanziari diffusi tra il pubblico in misura rilevante risultano iscritte anche le due banche venete, Banca Popolare di Vicenza Spa e Veneto Banca Spa (Leggi anche: l’impatto delle banche venete sui conti italiani) ambedue ora in liquidazione coatta amministrativa. Forse sarebbe il caso di aggiornare questo elenco. Ricordiamo anche come nei due elenchi sopra indicati fino al 2012 risultassero iscritte anche società da tempo fallite, cosa poi subito corretta.

Elenco degli emittenti assoggettati agli obblighi di diffusione di informazioni periodiche (art. 114 del d.lgs. 58/1998)

Elenco emittenti sottoposti ad obblighi di informativa mensile Richiesta
del
1 ACOTEL GROUP S.p.A. 08/11/2016
2 BIALETTI INDUSTRIE S.p.A. 27/10/2011
3 BIANCAMANO S.p.A. 12/07/2013
4 BRIOSCHI SVILUPPO IMMOBILIARE S.p.A. 30/11/2013
5 CHL – CENTRO HL DISTRIBUZIONE S.p.A. 08/11/2016
6 EEMS ITALIA S.p.A. 13/09/2012
7 GABETTI PROPERTY SOLUTIONS S.p.A. 27/06/2012
8 GEQUITY S.p.A. (ex INVESTIMENTI E SVILUPPO S.p.A.) 17/03/2010
9 GRUPPO WASTE ITALIA S.p.A. 29/07/2016
10 IL SOLE 24 ORE S.p.A. 14/12/2016
11 INDUSTRIA E INNOVAZIONE S.p.A. 07/08/2015
12 K.R.ENERGY S.p.A. 14/07/2009
13 MEDIACONTECH S.p.A. 30/11/2013
14 NETWEEK S.p.A. (ex DMAIL GROUP S.p.A.) 27/06/2012
15 OLIDATA S.p.A. 22/04/2010
16 PIERREL S.p.A. 27/06/2012
17 RISANAMENTO S.p.A. 23/06/2017
18 SINTESI SOCIETA’ DI INVESTIMENTI E PARTECIPAZIONI S.p.A. (ex YORKVILLE BHN S.p.A.) 27/10/2011
19 STEFANEL S.p.A. 29/07/2016
20 TERNIENERGIA S.p.A. 12/06/2018
21 TISCALI S.p.A. 14/07/2009
22 ZUCCHI S.P.A. 16/06/2010
Elenco emittenti sottoposti ad obblighi di informativa supplementare con cadenza trimestrale Richiesta
del
1 AEDES S.p.A. 08/10/2015
2 A.S. ROMA S.p.A. 14/07/2009
3 ASTALDI S.p.A. 15/05/2018
4 BANCA CARIGE SPA 15/03/2017
5 BANCA INTERMOBILIARE DI INVESTIMENTI E GESTIONI S.p.A. 27/04/2017
6 BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.p.A. 08/11/2016
7 BASTOGI S.p.A. 12/07/2013
8 BEGHELLI S.p.A. 13/02/2015
9 BORGOSESIA S.p.A. 23/06/2017
10 EUKEDOS SPA (ex ARKIMEDICA S.p.A.) 17/07/2014
11 FULLSIX S.p.A. 21/07/2011
12 GRUPPO CERAMICHE RICCHETTI S.p.A. 12/07/2013
13 ITALIAONLINE S.p.A. (già SEAT PAGINE GIALLE S.p.A.) 29/07/2016
14 ITWAY SPA 23/06/2017
15 LVENTURE GROUP S.p.A. (ex LE BUONE SOCIETA’ S.p.A.) 12/07/2013
16 MAIRE TECNIMONT S.p.A. 29/05/2013
17 PININFARINA S.p.A. 14/07/2009
18 RCS MEDIAGROUP S.p.A. 27/05/2013
19 SNAITECH S.p.A. (ex SNAI S.p.A.) 13/10/2010
20 TAS S.p.A. 23/06/2017
21 TREVI S.p.A. 26/10/2017

COSA DICEVA CARLO MESSINA – CEO INTESA SAN PAOLO IL 28 FEBBRAIO 2018 SUL FONDO “Bridgewater”- CHI HA VINTO LA SCOMMESSA?

(Agf)

AGF

Italia non considerata rischio da investitori esteri, dice Messina (Intesa)

MILANO (Reuters) – L’Italia non viene considerata un rischio dagli investitori esteri e l’hedge fund Usa Bridgewater è sulla via sbagliata.

E’ il pensiero del ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, intervistato da Handelsblatt.

“Molti investitori vedono l’Italia come una opportunità di investimento, specie gli investitori Usa. Continuano a comprare le nostre azioni perché vedono Intesa Sanpaolo come rappresentazione del paese, e vogliono beneficiare della ripresa dell’economia italiana”, dice Messina.

Bridgewater, che ha aperte posizioni corte sulle banche italiane, “penso sia sulla strada sbagliata. Al momento Bridgewater perde soldi con le sue scommesse al ribasso. Nella mia opinione, ci sono molte opportunità per le banche italiane. Non solo per la ripresa dell’economia ma anche per l’alto livello dei depositi”, aggiunge riferendosi al prevedibile aumento dei tassi.

Inoltre, “anche se la Bce riduce il suo programma di acquisti di bond, non prevedo una particolare pressione sul mercato italiano”.

A una domanda su un possibile approdo alla presidenza Bce del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann, Messina risponde: “abbiamo bisogno di qualcuno che lavori per l’Europa, non per un singolo paese. Mi soddisfa ogni soluzione che ponga enfasi sulla crescita e Mario Draghi ha fatto un lavoro molto buono”.

E alla considerazione che Bundesbank non sia esattamente famosa per la promozione della crescita, Messina replica: “ma nonostante ciò la Germania raggiunge uno dei più alti tassi di crescita in Europa. E’ importante trasformare problemi in opportunità di progresso. L’Europa non potrà crescere se cresce un Paese soltanto”.

 

 

DAGOSPIA.COM 16 LUGLIO 2018

 

BRIDGEWATER OVER TROUBLED WATER – IL FONDO SPECULATIVO DELL’ITALOAMERICANO RAY DALIO CHIUDE LA SUA SCOMMESSA CONTRO L’ITALIA: DOPO LE ELEZIONI POLITICHE IL SUO ”SHORT-SELLING” SUI TITOLI DEL NOSTRO PAESE VALEVA OLTRE 3 MILIARDI. PIAZZA AFFARI ERA ANDATA A PICCO CON L’INCERTEZZA POLITICA DEL DOPO-ELEZIONI, POI HA RECUPERATO, E NON È CHIARO QUANTO ABBIA GUADAGNATO BRIDGEWATER…

 

Gianluca Paolucci per ”la Stampa

BridgewaterBRIDGEWATER

Bridgewater Associates chiude la sua scommessa contro l’ Italia. Il fondo speculativo salito alla ribalta a inizio anno per una maxi scommessa sul ribasso di Piazza Affari arrivata ad un controvalore di circa 3 miliardi starebbe infatti chiudendo le sue posizioni. Lo spiegano fonti di mercato dopo che nei giorni scorsi le rilevazioni Consob sulle posizioni nette corte avevano registrato il passaggio sotto allo 0,5% in una serie di titoli pesanti di Piazza Affari.

Mercoledì il fondo è sceso sotto allo 0,5% in Prismyan, Bper e Intesa Sanpaolo, uno dei titoli maggiormente capitalizzati della Borsa Italiana dove era arrivato a detenere posizioni corte fino all’ 1,35% del capitale.

Le scommesse sul ribasso sulle azioni italiane da parte di Bridgwater sono partite nell’ ottobre scorso. Il picco si è avuto tra febbraio e marzo, quando le posizioni corte sono arrivate ad un controvalore di circa 3 miliardi e hanno interessato 18 titoli.

RAY DALIO CAPO DI BRIDGEWATERRAY DALIO CAPO DI BRIDGEWATER

Tra la fine di maggio e l’ inizio di giugno la scommessa di Bridgewater valeva ancora oltre 1,3 miliardi di euro.

A fine giugno era invece sceso sotto allo 0,5% di Eni ed Enel, le due posizioni più pesanti nel paniere scelto da Bridgewater per la sua scommessa contro l’ Italia. In marzo, dopo le elezioni, la posizione corta su entrambi i titoli era superiore all’ 1,2% del capitale per un controvalore di circa 1,4 miliardi di euro solo per questi due titoli.

Attualmente Bridgewater resta esposta al ribasso su Unicredit e Banco Bpm, per percentuali di capitale di poco superiori allo 0,5%.

Difficile dire quanto il fondo, uno dei più grandi hedge fund del mondo, possa aver guadagnato con questa operazione. Non si conosce infatti la struttura dell’ operazione, spiegano ancora fonti di mercato, né le coperture dell’ esposizione.

È possibile, si spiega, che alle posizioni corte corrispondano posizioni «lunghe», ovvero scommesse di segno opposto per le quali non esiste obbligo di comunicazione.

RAY DALIO CAPO DI BRIDGEWATER jpegRAY DALIO CAPO DI BRIDGEWATER JPEG

Qualche giorno dopo le elezioni italiane, la responsabile della ricerca di Bridgewater, Karen Karniol-Tambour, in una intervista Bloomberg Tv aveva spiegato che «la percezione che il pubblico ha riguardo alle nostre scommesse è estremamente ingannevole. Noi prendiamo posizioni su un’ intera gamma di mercati e poi le rendiamo operative attraverso un’ intera gamma di strumenti, e tutto quello che viene reso noto è, in realtà, una sottocategoria molto, molto piccola di quegli strumenti di quei mercati dove ci viene richiesto di essere trasparenti».

Fino a questa operazione però Bridgewater non era mai stato particolarmente attivo sulle blue chip italiane, secondo i dati Consob elaborati da La Stampa.

L’ indice Ftse Mib di Piazza Affari ha chiuso ieri a 21.790 puntii, poco sotto il livello di inizio anno. A metà maggio era arrivato a 24.297 punti, per poi scivolare sopra i 20.000 punti a fine mese, in seguito alla fase d’ incertezza politica che ha caratterizzato la nascita del governo Lega-Cinquestelle.

PAOLO SAVONA GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINIPAOLO SAVONA GIUSEPPE CONTE MATTEO SALVINI

Trump liquida anche l’”eterna amicizia” con l’Europa

contropiano.org 16.7.18

In altri tempi, un vertice Usa-Russia era un evento da cui poteva dipendere tutto. Nel mondo diviso in due serviva a decidere se prevalevano i venti di pace o quelli guerra (condotta in paesi terzi, visto il reciproco stallo nucleare). In quello unipolare della “globalizzazione” vincente, dopo la caduta dell’Urss, consolidava l’idea che ormai la Storia era finita e il mondo sarebbe sempre andato avanti in quel modo.

Quel mondo non esiste più.

Trump arriva a Helsinki per vedere Vladimir Putin lasciandosi alle spalle la solita intervista-choc in cui demolisce un altro pilastro del vecchio ordine unipolare: l’eterna amicizia tra Europa e Stati Uniti. Per chi ha qualche nozione di storia, questa “amicizia” ha avuto per 70 anni i tratti del protettorato militare, in funzione anti-sovietica prima e apertamente espansionistica poi. Un protettorato – una “sovranità limitata” – entro cui l’Unione Europea poteva crescere economicamente, integrarsi progressivamente tramite i trattati, fino a competere clamorosamente con l’economia statunitense, senza che i rapporti si guastassero mai sul serio. L’”ombrello Nato” assicurava che quella competizione era tollerabile, non strategica, visto l’interesse superiore (conservare e rafforzare l’alleanza dell’Occidente capitalistico contro il resto del mondo, comunque in buona parte integrato).

«L’Unione europea è nemica degli Stati Uniti» non è una frase che si può far finta di ignorare (ci prova il povero Donald Tusk, definendola “fake news” mentre tutti i giornali del mondo riportano per esteso le dichiarazioni del presidente col ciuffo). E’ persino banale constatare che, come sempre, Trump la spara grossa per trattare da una posizione di forza e quindi avanzare “una proposta che non si può rifiutare”.

Ma la natura del contendere tra Unione Europea e Stati Uniti va ben al di là dei 150 miliardi disavanzo commerciale a sfavore dei secondi. L’accusa, rivolta soprattutto alla Germania, è di fare i furbi lasciando agli Stati Uniti il compito di spendere per la difesa mentre l’Europa accumula surplus commerciali mantenendo rapporti anche con chi è teoricamente sottoposto a sanzioni (la Russia, con il gasdotto North Stream, l’Iran, ecc), finendo così per danneggiare soprattutto gli interessi di parecchie multinazionali basate negli Usa.

Colpisce di più, nei commenti degli esterrefatti analisti mainstream, la classifica dei “nemici” secondo i criteri di The Donald: anche la Russia come un nemico «in certi aspetti», e la Cina «economicamente», precisando che «Non vuol dire che sono cattivi. Non vuol dire nulla. Vuol dire che sono concorrenti».

Sembra, senza volerlo, un sintetico trattato di critica dell’economia politica: il conflitto è fondamentalmente basato sugli interessi economici, visto che nessuno dei soggetti indicati mostra apprezzabili differenze di sistema. Ma con la fine della globalizzazione neoliberista si sono andate formando aree continentali che competono apertamente tra loro. Dunque non ha più senso considerare alcuni “amici” e altri “nemici” (a parte i regimi progressisti dell’America Latina, che oltra a limitare gli interessi delle multinazionali Usa presentano anche qualche tratto di “sistema più popolare”). Tutti sono sia una cosa che l’altra, senza più veli ideali o morali a nascondere questa brutale realtà.

In effetti, per gli ideologi dei nostri media mainstream, è una mazzata da cui non sarà facile riprendersi. Hanno passato 70 anni ad indicare gli Usa come modello, amici, protettori e garanzia di libertà (di impresa). Ora stanno diventando orfani…

Finpiemonte, Gatti in libertà

lospiffero.com16.7.18 Andrea Gianbartolomei

Il gup mette fine ai domiciliari dell’ex presidente della finanziaria regionale, arrestato per il maxipeculato ai danni della finanziaria regionale. Gli avvocati si aspettano l’imminente conclusione dell’indagine

Fabrizio Gatti torna a essere un uomo libero. Il gip Rosanna La Rosa ha accolto la richiesta presentata dagli avvocati Luigi Chiappero e Luigi Giuliano che chiedevano la fine delle misure cautelari nei confronti dell’ex presidente di Finpiemonte, indagato per un peculato aggravato di circa sei milioni di euro dalla procura di Torino. L’inchiesta della Guardia di finanza, coordinata dal sostituto procuratore Francesco Pelosi e dall’aggiunto Enrica Gabetta, viaggia ormai verso le sue fasi finali, gli accertamenti sono conclusi e per questo, essendo venuto meno il pericolo di fuga e il pericolo di inquinamento delle prove, i difensori hanno chiesto ai magistrati di porre fine agli arresti domiciliari, in cui Gatti si trova dal 21 maggio dopo aver passato più di un mese in carcere.

La procura ha espresso il suo parere favorevole e a quel punto il gip La Rosa ha  dato l’ok per la fine della misura cautelare. Gatti è indagato di peculato aggravato insieme agli imprenditori Pio Piccini (difeso da Manlio Morcella) e Massimo Pichetti (assistito da Emilio Ricci e Francesco Emanuele Salamone). Tra gli indagati figurano i due presunti prestanome Giuseppe Colucci e Giuseppe Arabia e, infine, il funzionario della banca Vontobel (presso la quale erano stato aperto un deposito con ), Francesco Cirillo

Secondo gli investigatori, quando era presidente di Finpiemonte Gatti ha aperto un conto in Svizzera nel quale depositare circa 51 milioni di euro, soldi che la finanziaria della Regione Piemonte avrebbe dovuto utilizzare per sostenere le aziende locali. Da quel conto, poi, sono partiti tre bonifici, per un totale di quasi sei milioni di euro, destinati a due società riconducibili a Piccini e Pichetti, imprenditori che si erano impegnati a salvare la Gem Immobiliare di Gatti dal fallimento. Tuttavia quel denaro, che doveva poi finire ai creditori, è sparito. La polizia finanziaria-tributaria della Guardia di finanza è andata a caccia di quel denaro e non è escluso che, nel frattempo, il numero degli indagati sia cresciuto. Nei prossimi giorni, forse la prossima settimana, la procura di Torino invierà gli avvisi di chiusura indagini e non sono escluse novità

SGA: NEL 2017 UTILE 1,9MLN GRAZIE A COMMISSIONI PER L’AUMENTO CARIGE -2-

Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 16 lug – Il bilancio 2017 di Sga non ha risentito ancora degli effetti dell’acquisizione degli attivi da Popolare di Vicenza e da Veneto Banca che saranno riflessi nel bilancio di quest’anno. Con l’acquisizione dei deteriorati delle due banche finite in liquidazione si realizza “un cambiamento storico nella gestione dei crediti problematici da parte di una societa’ ad intera partecipazione pubblica”, osserva il bilancio Sga con un’attivita’ che si amplia ed intensifica con la gestione dei crediti utp o scaduti. Il maxi pacchetto da oltre 18,5 miliardi rende sga il “secondo player nazionale per masse in gestione”. Nei primi mesi di quest’anno Sga ha proseguito nel processo di trasformazione per il nuovo impegno tra cui la definizione della distribuzione geografica delle sedi operative Sga per ottimizzare la gestione delle posizioni delle due banche venete

Il bilancio Sga mostra come la societa’ abbia dimezzato l’anno scorso da oltre 516 milioni a 256 milioni le disponibilita’ liquidate a seguito degli investimenti nel Fondo ex Atlante2 e in Carige. Per quanto riguarda i recuperi dell’ex Banco Napoli, lo scorso anno hanno prodotto incassi per 35 milioni, in calo rispetto ai 46 milioni del 2016. I recuperi complessivi ex Banco Napoli dal 1997 al 2017 sono stati pari a 5.117 milioni pari all’81,6% dell’iniziale controvalore pagato da Sga per acquistarli. Le posizioni ancora aperte hanno un valore lordo recuperabile di 1.894 milioni a fronte di un prezzo pagato da Sga di 1.343 milioni. I recuperi del portafoglio ex Isveimer ammontano a 495 milioni rispetto al prezzo di 289 milioni riconosciuto nel 2000 a fronte di un valore lordo di crediti deteriorati per poco piu’ di un miliardi di euro.

Ggz

(RADIOCOR) 16-07-18 17:27:47 (0441) 5 NNNN