Malpensa, Paragone: ‘Altro che complotti, ecco chi tradisce i lavoratori’

silenziefalsita.it 17.7.18

Detto fatto.

Gianluigi Paragone ha sganciato la bomba svelando chi tradisce i lavoratori nel caso della privatizzazione della Ex-Sea, oggi Airport Handling, società che gestisce l’aeroporto di Malpensa.

Il senatore 5Stelle ieri pomeriggio aveva anticipato su Facebook che avrebbe raccontato una storia di “manine che scrivono e manomettono i documenti”.

Qualche ora più tardi l’ha raccontata, sempre sui social, in compagnia Lorenzo Canavesi, esponente del sindacato Cub Trasporti della Lombardia, in un video registrato a Malpensa.

Nel filmato Paragone ha mostrato dei documenti del ministero dei Trasporti che “ad un certo punto cambiano”:

Siamo stati convocati dal ministero per discutere dello sciopero del 5 luglio. Ci hanno chiesto di revocarlo, noi abbiamo accettato ma a patto che si discutesse dei problemi dei lavoratori. Questa cosa è stata messa nero su bianco, con la firma di tutti. Ma quando è arrivato il verbale del ministero mancava proprio quel riferimento. Solo dopo la nostra denuncia è ricomparso il verbale giusto,” ha raccontato il sindacalista.

Paragone si è poi rivolto al ministro Danilo Toninelli avvertendolo del fatto che anche nel suo (di Toninelli) dicastero sono presenti delle manine: “Ti sto raccontando questa storia, che è molto importante”, ha detto.

L’ex conduttore della Gabbia ha anche ricordato quanto detto nel video precedente: Malpensa il gruppo ha 1700 lavoratori diretti e altri 500 interinali, che sono tutti gestiti da Adecco. E chi c’è dentro la fondazione Adecco? C’è il numero due di Sea Luciano Carbone e l’ex ministro Treu.

Guarda il video:

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Guarda video (5:16)

Pubblicato da Gianluigi Paragone

Ritorno alla natura

di Annibale Gagliani – 17 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Tre Canti di Giacomo Leopardi per ricostruire il legame con Madre Natura.

tempo di ricostruire il nostro legame con la natura. È tempo di riscoprirsi bambini, di essere curiosi. È tempo di inebriarsi dei paesaggi del mondo, ampliando gli orizzonti della propria prospettiva. È tempo di difendere l’ecosistema e di accarezzare familiarmente la sua impareggiabile offerta: sveglia! È zero coast. È tempo di mettere l’imbecillità da parte: quella di chi sferra spazzatura sul verde smeraldo per dilagante profitto o per semplice feticismo. È tempo di fregare la società dei consumi: nel sistema omologante ultra-contemporaneo l’originalità è dissanguata. Una sentenza asfissiante, se teniamo conto che l’uomo è già un essere limitato di suo, forgiatore di idee finite. Sicché, è facile comprendere come egli abbia bisogno di un aiuto esterno, magari dalle potenzialità immense, una fonte inesauribile per portarlo a superare i propri limiti, accendendo nuove ispirazioni: L’infinito della natura.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovraumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi (A. Ferrazzi, 1820)

Giuseppe Antonio Camerino osserva come le intenzioni di Giacomo Leopardi, in questo idillio in endecasillabi sciolti nato a Recanati quasi duecento anni fa, fossero precise e perforanti:

Se a questa riformulazione burkiniana del mare assimilato per analogia a una pianura sconfinata va ricondotta l’identificazione di immensità mare che regge l’invenzione poetica leopardiana, e non solo nel celebre idillio, come si dirà, ancora Blair riproponeva a sua volta il rapporto tra sublime e infinito e tra immensità dello spazio, eternità del tempo e grandezza illimitata delle idee, osservando che se si toglie “ogni limite ad un oggetto” subito lo si rende “sublime” e che lo “lo spazio immenso, il numero infinito, la sempiterna durata empion la mente di grandi idee”.

Quante gemme realizzate su paesaggi che lasciano svolazzare un’imperterrita immaginazione? Quanti capolavori realizzati nei via vai sordo di un centro-commerciale? Pensateci, realmente, e datevi una risposta. Quante storie nate, implose e sepolte nelle taverne che affacciano lo sguardo sull’Infinito? Quanto niente stantio, perdurante e cristallizzato sulle pareti a ciclo industriale di un fast-food? Porgetevi anche questo quesito: ora non sembra, ma domani vi servirà. Quando? Poco prima che il pianeta sia completamente distrutto, eventualità in programma dopodomani.

Ammirate la luna, una volta tanto. Magari fateci l’amore sotto i suoi occhi dionisiaci. Per chi è lontano dai sussulti del mare, che narrano di Ulisse, Hemingway e di migliaia di anime senza nome, la luce lunare ricarica di malinconiche e inesorabili idee. Molte rivoluzioni interiori non sono dovute a Freud o a Osho, ma Alla luna:

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l’anno, sovra questo colle

Io venia pien d’angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

Il tuo volto apparia, che travagliosa

Era mia vita: ed è, né cangia stile,

O mia diletta luna. E pur mi giova

La ricordanza, e il noverar l’etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancora lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimebrar delle passate cose,

Ancor che triste, e che l’affanno duri!

La vigna rossa (Vincent van Gogh, 1888)

Se i socratici Pink Floyd hanno scritto The dark side of the moon un motivo ci sarà. Nulla avviene per caso, ma ha bisogno dell’ispirazione giusta, sconvolgente. Gli endecasillabi sciolti di Alla luna, aggiornati da Leopardi nell’edizione napoletana dei Canti del 1835, aprono uno squarcio sulla parabola letteraria della sua poetica, la più resistente della storia d’Italia, che in tale fase esegue una ribellione intellettuale verso lo status quo della cultura europea. Franco Brioschi conferma l’animus pugnandi che il ribelle recanatese – vero rocker dell’Ottocento – riversa sull’alba dell’allegoria la Ginestra fino ad arrivare ai Canti:

L’utopia libertaria della Ginestra, con il suo polemico richiamo alla filosofia del Settecento e pure così sradicata da ogni riferimento storico concreto, aveva il merito sostanziale di dissacrare il facile ottimismo spiritualistico con cui i moderati si apprestavano all’edificazione del Risorgimento; ma sanciva nello stesso tempo, con i suoi interlocutori, un rapporto non più di distacco semplicemente, ma di scontro e di sfida: “Secol superbo e sciocco”. La parabola iniziata con le Canzoni trova così la sua conclusione nell’estremo opposto: e in questa parabola hanno la loro reale condizione comunicativa i Canti: destinati, per così dire, a un lettore assente, a un pubblico possibile, la loro grandezza trova qui il suo rovescio e prefigura le dolorose ribellioni delle future avanguardie europee.

E in questo secolo, il Duemila, nel quale le sciocchezze mondane e la frivola apparenza sono elevate all’ennesima potenza, come avrebbe cantato il Leopardi? Alla stregua di duecento anni fa, indubitabilmente, se non più forte. Certo, sebbene i mezzi di comunicazione di massa permettano il raggiungimento di un pubblico vasto, senza contare l’assaporamento di una finta partecipazione a tutti (che fotte un po’ tutti), cosa avrebbe osservato il poeta che ci esorta a scaraventare la mente oltre la siepe? Il pubblico d’oggi è rispettivamente (e compulsivamente): impossibile, assente cronico, svuotato della propria creatività. Urge ricostruire un solido rapporto tra uomo e natura: l’umano la rispetta e si abbevera educatamente del suo delizioso elisir emozionale; in cambio, Ella, Madre Natura, soffia idee illuminanti nella testa – dominata – di tal animale sociale, il più asociale del mondo. Un patto di quercia, che può resistere tra i secoli, donando ai sistemi vigenti ossigeno puro. Servirebbe l’intelligente mimesi, quell’Imitazione leopardiana figlia del vero. Ma imitazione di cosa? Di una foglia di rosa o d’alloro:

Lungi dal proprio ramo,

Povera foglia frale,

Dove vai tu? –  Dal faggio

Là dov’io nacqui, mi divise il vento.

Esso, tornando, a volo

Dal bosco alla campagna,

Dalla valle mi porta alla montagna.

Seco perpetuamente

Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.

Vo dove ogni altra cosa,

Dove naturalmente

Va la foglia di rosa,

E la foglia d’alloro.

Vitrociset, ecco i conti dell’azienda puntata da Fincantieri e Mermec

 startmag.it 17.7.18

L’odissea azionaria di Vitrociset forse sta per terminare.

Fincantieri (controllata da Fintecna-Cdp) capeggiata dall’ad, Giuseppe Bono, e il gruppo privato Mermec fondato da Vito Pertosa stanno per lanciare un’offerta su Vitrociset, che lavora nel settore difesa.

Fincantieri e Mermec, secondo quanto risulta al Sole 24 Ore, avrebbero fatto una proposta congiunta e ora sarebbero in trattative per chiudere in esclusiva l’acquisizione.

Il gruppo Vitrociset è specializzato in informatica e alta tecnologia e opera nella difesa, sicurezza, spazio, servizi al traffico aereo, con molti appalti di ministeri (Difesa, Interno, Esteri), organizzazioni internazionali (Nato), agenzie europee (Esa), aziende (Lockeed Martin per l’F-35, Unicredit, Enav), forze armate e forze di polizia.

“Insomma, un gruppo strategico per la clientela servita e per lo stesso governo, al di là del fatto che in bilancio l’azienda evidenzi un indebitamento abbastanza elevato se confrontato con la marginalità”, ha chiosato Carlo Festa sul Sole di oggi.

Quali sono i conti 2017 di Vitrociset?

Il bilancio 2017 della spa non è stato depositato. Ma dal rendiconto consolidato del gruppo c’è una “sintesi pro-forma Ias dei risultati economici della capogruppo Vitrociset spa”.

Il valore della produzione è scesa dai 141 milioni di euro del 2016 a 137 milioni di euro. Il prospetto poi indica in 984mila euro la perdita delle attività di funzionamento nel 2017 rispetto a un utile di 655 mila euro dell’anno precedente.

Fincantieri e Mermec sono considerati a livello istituzionale più solide dell’altra pretendente che si era palesata mesi fa.

Antonio Di Murro, a capo dell’azienda Fg Tecnopolo Tiburtino, nell’estate del 2017 si era presentato in vari ambienti politici e della difesa dicendo di aver firmato l’accordo per comprare Vitrociset.

La notizia fu svelata da Poteri Deboli, il blog del giornalista del Sole 24 Ore, Gianni Dragoni, il 12 settembre. Poi l’operazione era finita nel silenzio.

Finché a novembre Di Murro diramò un comunicato dicendo di aver chiuso l’accordo e di aver “avviato la procedura per il golden power” con il governo.

In base alla legge del 2012 il governo può infatti utilizzare i poteri speciali per imporre condizioni o, nei casi di timore per la sicurezza nazionale, anche bloccare la vendita di un’azienda del settore difesa, sicurezza, alta tecnologia.

Di fatto l’operazione architettata da Di Murro fu bloccata a livello istituzionale. Di certo non saranno bloccate Fincantieri e Mermec.

Non sapremo mai i nomi di una mamma e un bambino uccisi dall’indifferenza

globalist.it 17.7.18

Orrore in mare, la denuncia di Open Arms a largo della Libia mentre la Guardia Costiera di Tripoli non interviene a salvare i naufraghi. Le responsabilità del governo italiano che parla di dignità a vanvera

La drammatica immagine scattata da Open Arms

La drammatica immagine scattata da Open Arms

 

Orrore a largo della Libia. La Guardia costiera di Tripoli avrebbe lasciato morire una donna e un bambino, che si trovavano a bordo di un barcone con 158 migranti, perché non volevano salire sulle motovedette libiche. 
E’ l’accusa del fondatore della ong Proactiva Open Arms, Oscar Camps, dopo che la Guardia costiera libica aveva comunicato di aver intercettato un barcone diretto in Europa al largo di Khoms. Le fonti libiche avevano anche aggiunto che i 158 migranti a bordo, tra i quali 34 donne e 9 bambini, erano stati portati in un campo profughi a Khoms dopo aver ricevuto aiuti umanitari e assistenza medica. 
Ben diversa e drammatica la versione della ong Proactiva Open Arms. Il fondatore della ong Camps ha infatti accusato esplicitamente la Guardia costiera libica di aver lasciato morire una donna e un bambino che si trovavano a bordo del barcone. 
“La Guardia costiera libica – ha scritto Camps su Twitter – ha annunciato di aver intercettato un’imbarcazione con 158 persone a bordo e di aver fornito assistenza medica e umanitaria. Quello che non ha detto è che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e di aver affondato l’imbarcazione perché non volevano salire sulle motovedette libiche”. 
La foto della tragedia. Poi, in un tweet successivo, Camps – che ha pubblicato sul suo account una foto che mostra il relitto e i corpi della donna e del bambino – ha scritto ancora: “Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle due donne ancora in vita, ma non abbiamo potuto fare niente per salvare l’altra donna e il bambino che potrebbero essere morti poche ora prima di trovarli. Quanto tempo dovremo lottare contro assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?”. 
Dure le critiche della ong spagnola alla politica del governo italiano Lega-M5s. “Denunciamo l’omissione di soccorso in acque internazionali – ha accusato Camps – e l’abbandono di una persona viva e i cadaveri di un bambino e di una donna da parte della cosiddetta Guardia Costiera libica, che l’Italia legittima. Ogni morte è una diretta conseguenza di quella politica ed è la conseguenza diretta del fatto che si tratta con le milizie armate libiche”. Le due imbarcazioni della ong Proactiva Open Arms, il veliero Astral e la nave ‘ammiraglia’ Open Arms, sono le uniche due imbarcazioni di Ong che al momento si trovano nel mediterraneo centrale. Camps si trova su una di queste.

La responsabilità dell’Italia. Salvini ovviamente parla di bugie e non si ferma. Anzi. Ma la testimonianze sono ineludibili. “Il Governo italiano a questo punto è responsabile dei crimini commessi da quella che chiama Guardia Costiera”. Lo afferma Erasmo Palazzotto di Liberi e Uguali che si trova imbarcato su una delle navi della Ong Open Arms.”Questa mattina – prosegue il parlamentare di Leu – quando siamo arrivati abbiamo trovato una delle due donne ancora vive, mentre non c’era piu’ niente da fare per l’altra donna e per il bambino. Caro Matteo Salvini e caro Marco Minniti. Di questi brutali assassini siete responsabili voi, i vostri accordi il vostro cinismo. Voglio ringraziare pubblicamente i volontari di Open Arms che stamattina hanno rischiato la loro vita per soccorrere queste persone. Adesso mi aspetto che l’Italia faccia la sua parte per prestare soccorso a questa donna sopravvissuta che ha urgente bisogno di cure mediche. Sperando che almeno stavolta, – conclude Palazzotto – davanti all’omicidio di una donna ed un bambino il Ministro Salvini abbia la decenza stare zitto”.

Galloni: più deficit ‘guarisce’ il debito, spiegatelo a Cottarelli

libreidee.org 17.7.18

Un paio di giorni fa mi trovavo a mangiare una granita da Giolitti, con una parlamentare del M5S (ed il suo segretario) che era preoccupatissima per la tabella con la quale Cottarelli aveva dimostrato che, se non ci fosse stata la spending review del governo Monti, il rapporto debito pubblico/Pil sarebbe cresciuto al 145%. Lì per lì non ho dato molto peso alla preoccupazione, ma, per scrupolo, tornato a casa, mi sono procurato il ragionamento di Cottarelli e… mi sono messo a ridere. Infatti, la premessa del documento era: se la spesa pubblica cresce, è vero che c’è una crescita del Pil, ma aumenta anche il deficit e, quindi, la emissione di titoli del debito pubblico; il documento, poi, prosegue dimenticandosi tale premessa e asserendo che, “quindi” (quindi?), si poteva stimare tale peggioramento nel rapporto debito/Pil in ulteriori 12 punti percentuali. Bene, premesso che, durante la missione Monti, il rapporto debito/Pil è peggiorato di circa 11 punti, vediamo perché. Infatti, se io aumento la spesa pubblica, l’effetto sul Pil sarà più che proporzionale (si chiama moltiplicatore della spesa pubblica ed è l’effetto di cumulo e di spinta della spesa stessa): i più restii ad ammettere un effetto positivo della spesa pubblica sono gli economisti (antikeynesiani) del Fmi – cui Cottarelli dovrebbe guardare con partecipazione – secondo i quali detto rapporto è (solo) di 1,5. Vale a dire (solo) il 50% in più; stime di altre scuole e, soprattutto, l’evidenza empirica, lo portano correttamente a 2-3 volte e persino oltre.

Quindi, se io aumento la spesa pubblica del 2%, avrò un aumento del Pil e, a parità di pressione fiscale, del gettito, del 3% (secondo le stime pessimistiche del Fmi, del 4 o 5% secondo le altre): “quindi”, la inutile e dannosa spending review ha Nino Galloniimpedito non solo al Pil, ma anche alle entrate, di aumentare. Ecco perché il rapporto peggiora a prescindere dal livello assoluto del debito che, in condizioni di spesa pubblica espansiva, diminuisce in percentuale del Pil. Allo stesso modo, le relazioni tecniche sul “decreto dignità” (che, spero sia solo un inizio di quanto serve al paese da tempo, vale a dire la riqualificazione dell’occupazione) riescono a discernere tra gli effetti espansivi – sulla domanda di lavoro, l’andamento dell’economiainternazionale, su un orizzonte temporale di dieci anni: bravi! Risultato eccezionale! Veramente! Come? Non sappiamo che fine faremo tra un anno, quando si sentiranno gli effetti del termine del Quantitative Easing, cosa succederà tra Trump e la Cina, la Merkel che strizza l’occhietto a Putin (e vorrebbe affossare l’euro senza prendersene la responsabilità) e gli esperti sanno discernere di una misura che induce un ostacolo al proseguimento dei contratti a termine oltre i due anni?

Finora, le imprese italiane, prevalentemente, avevano usato contratti a termine di pochi mesi ed un elevato turn over dei collaboratori: poco pagati, poco affezionati, poco motivati e si lamentavano se la professionalizzazione non era abbastanza Carlo Cottarellielevata. Così, si domanda un cameriere qualificato dal venerdì sera alla domenica mattina per pagarlo 100 euro a we: non si trovano camerieri? E’ logico. Invece, proviamo a pagarli di più e a cercarli più professionalizzati e stai sicuro che ti faranno guadagnare di più. Pagali poco, trattali male, sostituiscili continuamente, lamentati che i “nostri” rifiutano i lavori e vedrai che guadagnerai di meno. Queste sono le due sfide che abbiamo di fronte: aumentare la spesa pubblica (anche con moneta parallela non a debito, mini bonds e certificati di credito fiscale) per ridurre il rapporto debito/Pil; migliorare la qualità della domanda e dell’offerta di lavoro per far crescere occupazione, paghe e profitti.

(Nino Galloni, “Dai grafici di Cottarelli ai tecnici di Di Maio”, dal blog “Scenari Economici” del 15 luglio 2018. Tra i più autorevoli economisti italiani, il professor Galloni – docente universitario e già allievo di Federico Caffè – è vicepresidente del Movimento Roosevelt nonché fautore di una rinascita dell’economia italiana su base keynesiana, fondata cioè sul recupero di sovranità finanziaria da parte di uno Stato che torni finalmente a investire sulla piena occupazione, mettendo fine alla piaga sociale dell’austerity provocata a colpi di crisi dall’ideologia neoliberista e privatizzatrice).

 

Magaldi: ma non ha vinto Macron, e il mondo sta rinascendo

libreidee.org 17.7.18

Neppure la vittoria ai mondiali di calcio salverà il povero Macron? «Non scherziamo: nella finale di Mosca non ha vinto Macron, ma la Francia del 14 luglio: per questo ho festeggiato, cantando la Marsigliese». Gioele Magaldi, ovvero: l’ottimismo della volontà, persino in salsa calcistica. “The times they are a-changing”, cantava Bob Dylan. Era il 1964 e alla Casa Bianca sedeva Lyndon Johnson, fautore della Great Society di ispirazione kennediana, aperta alle minoranze e improntata all’estensione dei diritti. Poi è scesa la grande notte del neoliberismo, che ha deturpato il “nuovo mondo” che sarebbe potuto fiorire dopo il crollo dell’Urss, fino a proporre gli orrori di Bush e la nuova guerrafredda di Obama contro Putin. Ma ora le cose – di nuovo – stanno per cambiare, a quanto pare, su tutti i fronti: basta vedere il feeling che avvicina, a Helsinki, il presidente russo (fresco di Mondiali) e il collega americano Trump, reduce dalla storica pace con la Corea del Nord. Gran maestro del Grande Oriente Democratico nonché presidente del Movimento Roosevelt e autore del bestseller “Massoni” che mette in piazza le malefatte dell’oligarchia supermassonica reazionaria, il progressista Magaldi esulta per il trionfo dei “bleus” allo stadio moscovita, nonostante gli italiani tifassero Croazia. E spiega: «A Parigi come a Washington c’è un humus, un’ideologia che ha dato al mondo democrazia, diritti e libertà, incluso il diritto alla felicità. Sono valori che trasformeranno il pianeta, rendendolo migliore e più giusto».

“The times they are a-changing”, sostiene Magaldi nella sua narrazione a puntate, ogni lunedì ai microfoni di “Colors Radio”. Trump e Putin? Appunto: come ampiamente previsto dal presidente del Movimento Roosevelt, l’istrionico Maverick della Casa Mbappe esultanteBianca sta facendo piazza pulita degli antichi pregiudizi su cui si è fondato il “partito della guerra”, più mercenario che patriottico. Lo Zar del Cremlino? «Non privo di una sua grandezza», riconobbe Magaldi, quando Putin rifiutò di espellere diplomatici americani dopo la cacciata dei funzionari dell’ambasciata russa disposta da Obama. Tutto sta davvero cambiando, giorno per giorno: e infatti ad essere “en marche”, oggi, non è la Francia imbrigliata da Macron, ma l’Italia di Conte: «Il nostro paese – dice Magaldi – potrà tornare a rivestire il suo storico ruolo di “ponte”, con la Russia ma anche con l’Africa e il Medio Oriente: è tempo infatti che vengano archiviate le storiche clausole segrete, connesse a Yalta e ad altri trattati del dopoguerra, che limitavano la nostra libertà d’azione – clausole comunque già aggirate, a suo tempo, dalla politica mediterranea dei Mattei e dei Moro».

Lo ricorda Giovanni Fasanella in “Colonia Italia”: le superpotenze ci “affidarono” al controllo britannico, a limitare la nostra sovranità. Ora basta, però: «E’ è venuto il tempo di dare all’Italia piena indipendenza e autonomia politica, consentendole di recitare un ruolo di “cerniera di pace” e prima promotrice di un Piano Marshall per l’Africa», dice Magaldi, che – insieme a Patrizia Scanu, neo-segretaria del Movimento Roosevelt – ne riparlerà in autunno a Milano, in un evento dedicato anche all’eredità politica del leader sovranista africano Thomas Sankara. Grande la confusione, intanto, sotto le stelle: restano le sanzioni contro Mosca innescate dalla crisi ucraina, mentre l’Europa «non si capisce cosa voglia e non esiste come soggetto geopolitico». Iperboli: «Trump accusato in casa di “intelligenza col nemico russo” poi rimprovera la Merkel di eccessiva familiarità e connivenza con alcuni interessi russi». E non mancano intrecci personali: «Il “fratello” Putin e la “sorella” MerkelTrump e Putin al vertice di Helsinki– ricorda Magaldi – furono iniziati già molti anni fa nella stessa Ur-Lodge», la Golden Eurasia. Massoni, appunto: il problema, insiste Magaldi, non è il grembiulino che indossano, ma la politica che promuovono.

L’ipocrita massonofobia di Di Maio, estesa alla Lega nel “contratto” di governo? I vertici “gialloverdi”, dice Magaldi, forse temono che i loro elettori (non informati sulla storia patria) scambino la massoneria per un’associazione a delinquere. Magaldi punta il dito contro Elio Lannutti, esponente 5 Stelle, «in passato protagonista di battaglie meritorie». Ora vorrebbe una legge che vietasse ai massoni l’accesso alle cariche statali, sbarrando loro le porte di polizia e magistratura: «Siamo alla follia liberticida, queste cose le hanno fatte i regimi comunisti e fascisti», protesta Magaldi. E attenzione: il tema massoneria (compresa l’avversione ai “grembiulini”) va maneggiato con cura: «Nel 1800 negli Usa sorse un Anti-Masonic Party fondato però da massoni: spesso le campagne antimassoniche, nella storia, sono state progettate da massoni di altro segno, per colpire circuiti massonici opposti ai loro». Non è il caso dell’Italia, dove secondo Magaldi si sconta una semplice ignoranza della materia: si confonde la libera muratoria democratica degli eredi di Garibaldi, Mazzini e Cavour con la P2 di Gelli, braccio operativo della superloggia sovranazionale “Three Eyes”, di natura pericolosamente oligarchica e all’occorrenza anche eversiva. In massoneria, ricorda Magaldi, non possono entrare pregiudicati né possono restarvi soggetti che non rispettino la Costituzione e le leggi. «Aiuteremo gli amici “gialloverdi” a chiarirsi le idee, ma se il pregiudizio antimassonico perdurerà – avverte il gran maestro – faremo i nomi dei massoni progressisti, leghisti e penstastellati, che siedono nel governo Conte e nelle altre istituzioni».

Comunque, a parte gli ultimi «untori del culturame antimassonico», nella narrazione magaldiana – massonico-progressista, avversa al lungo dominio della supermassoneria neo-aristocratica – all’indomani dei Mondiali di calcio (e del vertice di Helsinki) c’è posto per un cauto ma tenace ottimismo nella riscossa democratica di un mondo globalizzato in modo autoritario. Lo si può vedere, sostiene il presidente del Movimento Roosevelt, a partire dalla cruciale trincea italiana. Al netto delle pretattiche, dice Magaldi, vedrete che arriveranno cambiamenti sostanziali: «E’ vero, in molti sono allarmati perché il ministro Tria insiste troppo sul contenimento del debito pubblico, sul rigore dei conti e sulla rassicurazione dei mercati. Ma si tratta di non fare il gioco degli strumentalizzatori, che a suo tempo hanno infierito su Savona per cercare di impedire la nascita del governo “gialloverde”. Quando però arriveranno misure importanti – pronostica Magaldi – allora sarà chiaro quale paradigma economico si adotterà, rispetto all’Europa e alle voci di spesa. Il povero Tria? E’ stato chiamato per un ruolo in Giulia Grillo, ministro della sanitàcopione che è quello del rassicuratore, ma poi le decisioni non saranno nel senso della continuità. Tant’è che proprio alcune esternazioni di Savona fanno capire qual è la vera sceneggiatura», con un’Italia non più prona ai diktat di Bruxelles.

Idem sul capitolo vaccini: non brilla per chiarezza, Giulia Grillo, che infatti non ha sconfessato la legge Lorenzin. «E’ però un passo avanti notevolissimo l’aver eliminato l’odiosa costrizione in stile Gestapo che privava i bambini non vaccinati del diritto all’istruzione». Insomma, si respira un’altra aria, pur in un terreno ancora minato da troppi dogmi – che con la scienza non dovrebbero aver nulla a che fare. Può anche funzionare il concetto dell’immunità di gregge (più vaccinati, meno possibilità di contrarre malattie) ma occorrerebbe un’indagine scientifica molto seria su quanti e quali vaccini vadano somministrati, e se l’eccesso di vaccini non produca effetti controproducenti, come nel caso dei vaccini militari cui il Movimento Roosevelt ha dedicato un convegno a Torino con il vicepresidente della commissione difesa. Non possono mancare libertà e confronto critico, aggiunge Magaldi: «Bisogna denunciare ad alta voce, anzitutto sul piano metodologico, che in Italia – durante il clima plumbeo del governo Gentiloni – chiunque della comunità scientifica osasse discutere l’idea che andassero propinati 12 vaccini veniva escluso, ghettizzato, calunniato e demonizzato (e parlo di medici anche di grande spessore). Chi osava contrapporsi a quel clima veniva emarginato, se non sanzionato. Sono cose da paese del quarto mondo».

Libertà scientifica: chi sostiene la bontà dell’attuale sistema vaccinale, insiste Magaldi, abbia il coraggio e l’onestà di confrontarsi con chi è scettico. «E c’è un problema di mancata sperimentazione: di troppi vaccini non si conoscono gli effetti. Sono tanti gli interrogativi, e solo nell’orizzonte del dubbio (in cui dovrebbe essere connaturata la scienza) il problema si può risolvere». Invece, scontiamo «l’indottrinamento disdicevole da parte di divulgatori come Piero Angela, secondo cui la scienza non è democratica e ha sempre ragione». Per Magaldi, sono «vistosi casi di insipienza storica e ignoranza profonda sulla genesi del metodo scientifico, fondato proprio sul dubbio: la scienza moderna, da cui nasce la nostra tecnologia, è fondata sulla messa in discussione del principio di autorità – che appartiene invece al mondo pre-moderno». Una cosa è vera solo perché lo dicono i detentori di quel sapere? Concezione antica: «Nella comunità scientifica moderna ci devono essere posizioni dissonanti: nessuna ipotesi può essere vera a prescindere». Il nostro paese, aggiunge Magaldi, «è ostaggio anche di cattivi divulgatori di un’idea della scienza che è inconsistente e contraria ai principi della contemporaneità». Ma attenzione: neppure questo “muro” dogmatico resisterà per sempre. Verrà il giorno in cui avremo finalmente «un confronto pacato», che riconoscaGioele Magaldi il ruolo storico di alcuni vaccini per la nostra salute ma, al tempo stesso, valuti – seriamente – l’opportunità e la sicurezza di altri vaccini, le cui virtù non sono nient’affatto scontate.

«L’affermazione della democrazia – ricorda Magaldi – è coeva dell’affermazione della scienza moderna: è essenziale la libertà nel valutare le opzioni terapeutiche». Vale per tutto: se si applica il “filtro” della democrazia anche al contesto scientifico, finiscono per crollare miti e verità di fede. Lo stesso principio funziona ovunque si guardi, persino nella polveriera del Medio Oriente: «Credo che verrà il tempo per una pacifica soluzione del conflitto israelo-palestinese», auspica Magaldi, osservando la scena con lucidità: «In fondo, l’estremismo di Hamas e quello di Netanyahu si sostengono a vicenda, sono due facce della stessa medaglia: si reggono sull’ostilità reciproca e quindi hanno bisogno l’uno dell’altro. Non a caso ad essere assassinato fu Yitzhak Rabin, il massone progressista che voleva davvero la pace e quindi uno Stato palestinese». Se la ride, Magaldi, pensando agli amici che il 15 luglio davanti al televisore hanno trepidato per la Croazia per avversione nei confronti di Macron. Il capo dell’Eliseo? «Si è reso odioso: è un cicisbeo politico, continuatore delle politiche di Hollande e rappresentante di questo establishment puzzolente dell’attuale Disunione Europea. Con rara ipocrisia e faccia di bronzo ha pronunciato parole inammissibili nei confronti del governo italiano e dell’Italia, nel corso di questa crisi sui migranti». Ma Macron non è la Francia, così come Bush non era l’America: «Guardiamo con amore a questi paesi – chiosa Magaldi – perché tantissimi francesi (come tantissimi statunitensi) insieme a noi cittadini del mondo – italiani, europei, cinesi, russi, giapponesi – dovranno costruire un pianeta più equo, che abbia come faro la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: diritti non solo civili ma, finalmente, anche economici e sociali».

Il vertice Trump-Putin ha fatto una sola grande vittima: l’Unione europea

di Antonio Pannullo secoloditalia.it 17.7.18

Il vertice Trump-Putin ha fatto una sola grande vittima: l’Unione europea

dem americani schiumano di rabbia dopo il successo dello storico vertice Trump-Putin: il clintoniano New York Times accusa il presidente americano di aver fatto tornare Vladimir Putintra i grandi della Terra, ma è una penosa bugia, in quanto Putin da tempo è tornato protagonista della scena mondiale, e non aveva certo bisogno della legittimazione di Trump. E non è stata la Siria a mettere in scena la nuova Russia, perché già da tempo Putin, da solo, si era battuto con successo contro il terrorismo islamico, ad esempio in Cecenia. Inoltre, la prova che i giornali dem mentono come sempre è nel fatto che i due leader hanno più cose che li dividono di quelle che le uniscono. A cominciare dalla questione della Crimea, sulla quale Trump ha detto forte e chiaro che la penisola è ucraina. Probabilmente questo è un lascito del trust di cervelli di Obama, nemico giurato di Putin, e che lo staff di Trump non è riuscito a studiare in tempo. La Crimea, infatti, è assolutamente russa, storicamente e geograficamente, come peraltro ha dimostrato il referendum in cui la popolazione si è espressa liberamente per l’annessione alla madre Russia. O il principio di autodeterminazione dei popoli vale solo per i palestinesi? Sulla Siria non è trapelato molto, ma è chiaro che il capo della Casa Bianca è in grande difficoltà, dopo che il suo predecessore ha armato e finanziato gruppi anti-Assad che poi si sono rivelati molto vicino all’Isis. Il golpe armato eterodiretto contro il legittimo presidente di uno Stato sovrano, la Siria, è miseramente fallito grazie soprattutto all’intervento della Russia, che ancora una volta è scesa in campo contro il terrorismo islamico, così come sono falliti i tentativo di bufale sull’uso delle armi chimiche da parte di Damasco, quando è noto che le armi chimiche le hanno usate i terroristi jihadisti contro i loro scudi umani siriani. Tra le fake news da segnalare e sconfessate, anche il noiosissimo Russiagate, sul quale è stata fatto chiarezza,speriamo definitivamente, dal capo del Cremlino: Mosca non ha mai interferito con le elezioni americane e con il loro esito. E non poteva essere altrimenti: è noto a tutti che teconologicamente gli States sono molto più avanti della Russia, e sembra francamente difficile un intervento sui sofisticatissimi sistemi informatici made in Usa da parte di chicchessia. Anche perché finora Trump si è dimostrato tutt’altro che amico di Putin. Ma con il vertice di Helsinky probasbilmente le cose stanno per cambiare: la Guerra Fredda è davvero finita, e Trump sta capendo che gli interessi russi coincidono con quelli americani più volte di quanto si creda. Putin porta all’incasso la condanna delle inique sanzioni Ue alla Russia, volute da Obama, ma che Bruxelles ha ultimamente rinnovato, e a questo punto è proprio la Ue l’anello più debole. Se Putin e Trump si riappacificano, se Putin aptre alla Cina, Trump al Regno Unito, cosa farà l’Unione europea? Questa è la domanda da porre i prossimi mesi, anziché prendersela con Trump per i dazi o con Putin per l’appoggio ad Assad contro il terrorismo.

Il caso drammatico in Italia del potentato delle lobby della Ricerca

Roberto Sei informarexresistere.it 17.7.18

Boicottaggi, sabotaggi e ostacoli di ogni genere all’interno delle nostre Istituzioni più prestigiose che arrivano fino alla distruzione dei documenti in occasione del Premio Nobel. Sarebbe interessante portare finalmente allo scoperto da una parte, chi dispone a chi distribuire le risorse economiche nazionali già assegnate dal Governo per la ricerca; dall’ altra, dove sono finiti i fondi della ricerca scientifica destinati ai laboratori più promettenti di risultati utili e utilizzabili per l’interesse di tutti cittadini.

Il caso specifico in cui il potentato delle lobby nostrane ha operato in modo contrario agli interessi nazionali, è quello del Dott. Francesco Celani, noto ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati (INFN) che si interessa dello sviluppo di innovative metodologie per la produzione di energia ad alta efficienza, a basso costo e praticamente priva di radiazioni nocive, denominata Low Energy Nuclear Reaction (LENR). Il tutto ad integrazione, e, nel lungo periodo, in sostituzione dell’energia ottenuta dalla combustione delle varie sostanze fossili inquinanti, da molti ritenute responsabili principali del cosiddetto “Effetto serra” e dei bruschi cambiamenti climatici a queste attribuite.

Questo ricercatore ha dedicato la parte professionale di maggiore esperienza della propria vita nei Laboratori di Frascati, fino alle soglie dell’età di quiescenza lavorativa.
L’INFN ha così ottenuto risultati eclatanti in questo tipo di ricerca anche in virtù degli approfondimenti professionali dello stesso Celani in conferenze internazionali e durante i periodi trascorsi all’ estero, con altri ricercatori.

Celani tanto più acquistava conoscenza internazionale e stima professionale per le sue ricerche in questo comparto strategico, tanto più in Italia veniva avversato attraverso le lobby economiche politiche che sono, di fatto, arrivate all’ostruzionismo lavorativo all’interno dello stesso INFN.

Chiusura della sperimentazione LENR – Qualche anno fa, l’intuizione scientifica del Dott. Celani supera il tradizionale impiego dei materiali di ricerca della produzione di energia termica, molto costosi come il palladio, pervenendo ad un risultato ancora maggiore con l’ impiego della costantana, ossia di un composto di nichel rame con l’ aggiunta di manganese. Con questo materiale questi giunge per approssimazioni successive utilizzando vari catalizzatori, a risultati qualitativamente obbiettivi di una ricerca praticamente arrivata a conclusione.
Ovviamente la quantità di energia e il rendimento, che più interessano ai fini industriali, sono la prospettiva del futuro sulla quale il mondo intero potrà attingere a volontà energia da impianti semplici a costi molto contenuti e di impiego anche domestico.

Ma con il crescere della notorietà del Dott. Celani, crescano contro di lui le avversità che arrivano all’interno dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Il periodo migliore per questo genere di ostilità è quello delle ferie estive in cui, com’è noto, è difficile reperire il bandolo della matassa. Infatti nel luglio del 2013 arriva l’ordine del Direttore dei Laboratori Nucleari di Frascati di chiudere entro settembre dello stesso anno, la sperimentazione sulle LENR.

In considerazione però, della abnormità della decisione adottata, vengono presentate ben otto interrogazioni parlamentari, per chiedere le ragioni di tale imperativo; interrogazioni che tuttavia hanno sortito l’effetto, di superare gli intendimenti del Direttore e di far proseguire l’attività di ricerca allo stesso Celani, ma senza alcun finanziamento da parte dell’ Istituto.

Proposta al premio Nobel – La conoscenza anche all’estero del caso Celani è ormai grande e la sua notorietà scientifica dei successi sperimentali sulle LENR rompe gli steccati del Laboratorio di Fisica Nucleare di Frascati; notorietà che supera le frontiere del mondo e giunge in Norvegia, dove nel 2014 in virtù delle sue ricerche, viene proposto per il premio Nobel per la Pace. Infatti, Celani attraverso le ricerche da lui condotte sulle LENR, alla stregua di un novello Prometeo che regalò il fuoco degli Dei agli uomini, si propone ora, di consegnare all’Umanità il dono dell’ energia a basso costo ed a volontà per tutti, eliminando in tal modo i continui conflitti per l’ accaparramento delle fonti energetiche del mondo.
Per queste ragioni supera le valutazioni preliminari entrando nella scelta finale per il più alto gradino del podio che in questa circostanza viene conferito ad Oslo, ma stante la trepidazione di casa nostra, temendo che il Dott. Celani potesse conseguire l’ambito premio, non si comprende quale sia stata la posizione assunta dalla rappresentanza ufficiale italiana. Ma alla fine, quando tutto sembrava ormai scontato a favore del nostro candidato, il conferimento Nobel viene attribuito per ragioni politiche, agli attivisti indiani Malala Yousafzay e Kailash Satyarthi.

La seconda finale al Nobel – L’anno successivo, ossia, nel 2015, accade la medesima cosa. Il Dott. Celani, viene di nuovo prescelto per la candidatura al premio Nobel, evidentemente per il rammarico di qualcuno di un’ingiustizia arrecata al nostro ricercatore che sotto il profilo formale, aveva dato adito ovviamente, a qualche indimostrata richiesta tecnica, ritenuta decisiva.
Evidentemente in Italia a cui l’attenzione delle lobby si riferisce, la preoccupazione cresce e il rimedio da prendersi perché Celani non riesca a salire il prestigioso gradino, questa volta dovrà essere ben valido e definitivo.

Celani infatti, a Gennaio del 2015 è già tra i candidati al premio Nobel. Il mese successivo nei laboratori di Frascati avviene la sorpresa. Si tratta di un fatto più unico che raro nella storia del Centro, ma significativo della avversione alla ricerca LENR, identificata in Celani per la grave problematica che questi rappresenterebbe in Italia, qualora fosse a lui attribuito il premio Nobel.
Ubi malum, ibi remedium – dicevano nel passato. E il rimedio c’è stato. Guarda caso! – direbbe qualcuno. Guarda proprio il caso di ciò che è avvenuto! Nel febbraio 2015 il Direttore dei Laboratori di Frascati questa volta dà disposizione affinché tutta la documentazione scientifica del Dott. Celani, depositata in un apposito locale del Centro, venga distrutta attraverso la macerazione. Dopo il misfatto, neppure con l’immane e affannoso lavoro di ricostruzione, Celani riesce a ricomporre in tempo utile, la documentazione mancante per dimostrare, dopo la seconda candidatura per il Premio Nobel, il merito riconoscibile per l’alto gradino dell’ ambito premio. E quell’anno la preferenza viene attribuita al Quartetto tunisino delle Associazioni per il dialogo politico democratico della cosiddetta “Primavera Araba”

La conferma giapponese – A conferma del giusto indirizzo intrapreso nei laboratori di Frascati per opera di Celani, si ha in questi giorni notizia giapponese di notevoli miglioramenti quantitativi dell’energia LENR, prodotta attraverso lo stesso utilizzo di rame-nichel in stretto contatto con una specifica struttura di vetro, cioè il leit-motiv di Celani: questi rappresentano proprio la base su cui il nostro ricercatore ha ottenuto i propri risultati in Italia.

Concludiamo l’articolo, facendo presente che il Dott. Celani, arrivato come detto, alle soglie del pensionamento, contrariamente a quanto avviene nella Pubblica Amministrazione con proroghe annuali in attività lavorativa, egli suo malgrado, dovrà andare obbligatoriamente in quiescenza alla fine di settembre.

In questo caso però, lascerà il proprio lavoro alle soglie del successo, come avvenne per “l’incompiuta di Schubert”; “incompiuta” che a differenza di quanto accadde per il musicista, questa volta sarebbero le stesse lobby antagoniste ad impedire i tentativi a chicchessia di completare l’ opera.
Per queste ragioni ci si chiede come lo Stato Italiano, rappresentato dal Parlamento e dalle varie classi politiche che lo compongono, possa rimanere inerte di fronte ad una serie di così gravi e continuate prevaricazioni all’ interno della Pubblica Amministrazione. Con la perentoria messa in quiescenza di Celani, si ottiene proprio ciò che finora le menzionate lobby hanno tentato, impedendo per i loro interessi la scoperta della produzione di una nuova forma di energia, impedendo cioè, una conquista scientifica a discapito dell’ Italia e dell’intera umanità.

Fonte: L’Economico

Gli effetti negativi del decreto dignità: il se e il quanto

Francesco Daveri laviche.info 17.7.18

Il decreto dignità farà salire il costo del lavoro, causando una riduzione di occupazione. Un calo quantificato in ottomila persone da Inps e Ragioneria dello stato. Ma non dal ministro Tria che non contesta i numeri quanto il metodo di calcolo.

Il decreto dignità e il lavoro

Il 12 luglio – dieci giorni dopo la sua approvazione in Consiglio dei ministri – è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il decreto legge 87 del 2018, il cosiddetto “decreto dignità”. Il decreto contiene varie misure eterogenee, come il divieto alla pubblicità del gioco d’azzardo, nuovi limiti alle delocalizzazioni e – nel suo articolo 1 – una stretta sul ricorso ai contratti a tempo determinato. L’obiettivo di quest’ultima parte del provvedimento – sulla cui efficacia giuridica si è già espresso Pietro Ichino – è quello di disincentivarne l’impiego, per favorire e accelerare la transizione verso i contratti stabili. La durata complessiva dei contratti a tempo determinato scende da 36 a 24 mesi e il numero delle proroghe ammissibili passa da cinque a quattro. Dopo i primi dodici mesi ritorna la necessità di indicare le causali – cancellate dal decreto Poletti del 2014 – in base alle quali l’azienda ritenga di proseguire il rapporto di lavoro a tempo determinato. E di queste si limita l’ammissibilità: occorre cioè che sussistano esigenze dovute a incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria, la necessità di sostituire altri lavoratori in ferie oppure quella di far fronte a picchi di produzione.

Alla stretta regolatoria, il decreto aggiunge quella contributiva: ogni rinnovo, anche al di sotto dei 12 mesi, prevede che i contributi sociali crescano dello 0,5 per cento andando a sommarsi all’1,4 per cento che dal 2012 finanzia la nuova indennità di disoccupazione, la Naspi.

Le novità valgono per i nuovi contratti ma anche per rinnovi o proroghe di quelli in corso.

La stima degli effetti del decreto

I decreti – per essere valutati dal Parlamento ai fini della loro conversione in legge – devono essere corredati di valutazioni quantitative delle loro conseguenze sull’economia e sui conti pubblici. Nella maggior parte dei casi, la quantificazione è una valutazione effettuata in condizione di incertezza facendo l’uso migliore possibile dei dati esistenti da parte del ministero dell’Economia o di altre agenzie delle amministrazioni pubbliche che abbiano i mezzi per effettuare tali stime. Le stime sono poi sottoposte all’approvazione del dipartimento del ministero dell’Economia a questo preposto, la Ragioneria generale dello stato. Al contrario di quanto affermato anche dal ministro Luigi Di Maio non c’è nessuna “manina” occulta che aggiunge numeri notte tempo, ma un concorso di risorse mentali pubbliche che devono svolgere questa funzione. Per legge, non per lobbismo.

In questo caso, la Relazione tecnica allegata al decreto contiene una stima degli effetti della riduzione del limite massimo della sola durata dei contratti. È stata predisposta dall’Inps e condivisa (con il solito “bollino”) dalla Ragioneria. La stima parte da qualche dato e ipotesi, descritti sommariamente nel documento. Ci sono circa 2 milioni di contratti a tempo determinato attivati ogni anno (al netto dei lavoratori stagionali, agricoli e della pubblica amministrazione, inclusi i lavoratori soggetti a somministrazione). Il 4 per cento del totale (80 mila) supera la soglia dei 24 mesi ed è quindi soggetto al rischio di non riconferma. Di questi – si assume, in modo plausibile – il 10 per cento circa (il tasso di disoccupazione prevalente oggi in Italia) potrebbe non trovare un’altra occupazione, il che porta a concludere che nel 2019 circa 8 mila soggetti (e 3 mila nello scorcio di mesi prima della fine del 2018) sarebbero interessati da questo provvedimento – un numero che rimarrebbe costante negli anni futuri. Sotto queste ipotesi, la perdita di occupazione sarebbe dunque in tutto di ottomila unità. Una perdita risibile sul totale degli occupati anche solo a tempo determinato. Ma con vari effetti sul bilancio pubblico per le minori entrate contributive e le maggiori uscite per le indennità di disoccupazione (la tabella che li elenca in dettaglio sul numero delle persone coinvolte e sul bilancio pubblico è riportata sotto).

Tabella 1

Le stime Inps e gli irrituali attacchi del ministro dell’Economia

Le stime riportate mostrano effetti limitati e soggetti a varie incertezze. Potrebbe darsi il caso che almeno una parte della perdita dei posti di lavoro sia rimpiazzata da nuovi lavoratori, in precedenza non occupati o disoccupati, o che una parte dei lavori a tempo determinato sia trasformata in lavori a tempo indeterminato. In tutti questi casi, si ridurrebbe l’effetto negativo del provvedimento sul lavoro e sull’ammontare di coperture di finanza pubblica rispetto a quanto riportato nella tabella. Potrebbe anche darsi che la frazione di coloro che rimangono disoccupati a seguito del provvedimento sia maggiore o minore del 10 per cento del totale. E – soprattutto – c’è da aggiungere che, se si volesse quantificare nel suo insieme l’articolo 1 del decreto, ci sarebbe anche da contare che il provvedimento comporta effetti addizionali dovuti alle causali – non quantificati nella relazione – che aumenteranno gli effetti negativi del decreto.

Nell’insieme, non c’è chiara evidenza di sotto o sopravvalutazione dei fenomeni descritti nelle stime presentate nella Relazione tecnica. La sola cosa sicura è che gli effetti complessivi del decreto dignità sull’occupazione saranno negativiperché il decreto aumenta il costo del lavoro, al che di solito fa seguito un calo dell’occupazione.

In questo quadro suona davvero irrituale l’affermazione del ministro dell’Economia Giovanni Tria che ha definito “prive di fondamento scientifico” le stime prodotte dall’Inps e validate da un dipartimento del suo ministero come la Ragioneria generale. Peraltro, senza che siano state fornite stime alternative. Da un docente universitario che si sposta sulla difficile poltrona di ministro dell’Economia ci si aspetta che smetta di fare il professore per sporcarsi le mani con l’ardua arte di fare le previsioni e di quantificare i provvedimenti, non che si unisca alla caciara della politica. Il ministro Tria stavolta ha preferito fare diversamente, contestando metodologicamente le stime necessarie per orientare la discussione parlamentare. Un peccato, ma anche un grave errore da parte di chi rappresenta l’Italia nelle discussioni a Bruxelles.

Young Signorino

alcesteblog.blogspot.com 16.7.18

Roma, 16 luglio 2018
Anni Settanta. Squilla il telefono nell’elegante casa di Renato e Cini Boeri.
Il domestico solleva la cornetta, la pone con calma all’orecchio; sente gracchiare una voce: dall’altro capo del filo qualcuno reclama il giovane Tito. Il sottoposto di classe non si scompone; ne ha viste tante; solo dichiara: “Il signorino Tito non c’è, è fuori a fare la rivoluzione”.
Formidabili quegli anni!, sentenziò, in un suo goffo libro, Mario Capanna, già coordinatore di Democrazia Proletaria. Capanna fu uno dei volti belli della sinistra d’antan, assieme all’indimenticabile Lucio Magri, co-fondatore de “Il Manifesto”, atletico e abbronzato, amante di Marta Marzotto, conosciuta in casa di Eugenio Scalfari – la bella Marta, a sua volta amante di Renato Guttuso che la immortalò, gnuda, in numerosi, orridi, teloni a olio. Magri, intelligente e rigoroso, completamente disinteressato alla classe proletaria, di cui ignorava tutto, ma assai esigente in alcuni ambiti extraparlamentari: “Guai se per il gigot d’agneau non c’erano il purè di mele e la salsa di menta: non ci si poteva sedere a tavola. O se i chicchi di caviale non erano g-g-g … grossi grani grigi”.

Disinteressato agli ultimi? Ho sbagliato, lo riconosco; sono stato ingiusto. Mi correggo: egli, pensoso e infelicissimo, come dichiarò – a Magri morto – la Marzotto, era, invece, prepotentemente assorbito dalle superne cose de l’etternal gloria (della sinistra): tanto superne da situarlo stabilmente (e inevitabilmente) fuori delle pulsioni del proletariato. Un fenomeno che venne testimoniato plasticamente da una Tribuna Politica in cui il Nostro, quale esponente del PDUP (Partito di Unità Proletaria, appunto), rimase imparpagliato davanti alla domanda d’un giornalista che gli chiese conto del prezzo d’un litro di latte: i vani bofonchiamenti di risposta testimoniarono le sue esclusive, celesti, preoccupazioni.

 

Così va il mondo; o meglio, così andava nel secolo ventesimo.
Ma torniamo a Tito. Nipote di un Deputato del Regno d’Italia (Giovanni Battista Boeri, Gran Maestro della Massoneria nella loggia Giuseppe Garibaldi, quindi fascista, nel 1924, poi antifascista, non si sa quando, e, finalmente, Senatore, stavolta della Repubblica Italiana), e figlio dell’architetta Cini Boeri (al secolo: Maria Cristina Damiani Dameno) e dell’illustre neurologo milanese Renato, già comandante di una banda partigiana assieme al fratello Enzo.
I fratelli: Sandro (giornalista di Panorama e direttore di Focus, di largo successo) e Stefano (architetto e urbanista, di largo successo, e politico, di largo successo pure qui, e rivoluzionario, nel Movimento Studentesco del 1975, tanto rivoluzionario che fu rinviato a giudizio per la morte di Claudio Varalli, suo compagno di lotta, caduto durante l’aggressione “rapidissima, premeditata, violentissima” contro lo studente del FUAN Antonio Braggion; Braggion, vistosi perduto a fronte di trenta uomini, prima si rifugò nella propria auto, poi esplose tre colpi di pistola. Varalli rimase a terra; gli altri, fra cui Boeri, fuggirono. Fu istruito il processo. Ci si predispose alla sentenza esemplare fra notevoli strepiti di trombette. Il Caso, tuttavia, imperituro signore delle vicende umane, volle che intervenisse, in tal caso – un caso con la minuscola, però – il pietoso istituto giuridico della prescrizione; intervenne a lenire ferite morali e fisiche e umane e storiche come nardo di Betania: di tutti, di tutti! … non di Braggion, tuttavia, che si beccò dieci anni complessivi, poi ridotti a sei, per eccesso colposo di legittima difesa: un comportamento che, se non altro, gli salvò la pelle, a differenza di Sergio Ramelli, morto un mese prima, povero lui, col cranio spaccato dalle chiavi inglesi Hazet 36, dopo un’agonia terribile).
Voi direte: ma dove vuole arrivare questo?
A poche cose.
La prima. Di questa gente, i vari Boeri Veltroni Fedeli Boldrini e gli altri pontieri della sinistra, occorre fidarsi come Don Vito Corleone si fidava di Hyman Roth: zero. Un consiglio che dispenso ai più saggi. Boeri e compagnia (e tutti coloro che vi cedono, compresi alcuni esponenti della destra) vanno sradicati dall’Italia. E non a parole.
La seconda. Boeri è di sinistra e, quindi, quanto di più lontano dal socialismo possa esserci. La sinistra italiana promana delle rivoluzioni colorate del 1968 e dintorni, ordite proprio per depotenziare il socialismo assieme a correi circensi come Marco Pannella. Distinguere i due ambiti sociali, storici, psicologici, antropologici è essenziale.
Esempio: il comunista vuole liberare l’uomo dall’ignoranza, la sinistra dal nozionismo. Risultato: mai visti tanti ignoranti.
Il comunista vuole liberare l’uomo dalla povertà, la sinistra fa della povertà una bandiera fashion (e, infatti, mai visti tanti miserabili con l’I-Phone come oggi).
Il comunista crede nell’eguaglianza dei diritti materiali, la sinistra nell’espansione dei diritti civili (cioè a niente).
Il comunista è fuori della Storia, ormai; la sinistra, invece, è la Storia. I festeggiamenti della Coppa del Mondo (e lo sport olimpico-ecumenico) sono di sinistra; il capitalismo angloamericano è di sinistra (ma questo è matto! per questo ci vuole la camicia di forza!); Giovanni Agnelli, chez Eugenio Scalfari, laico confessore con la ruga sulla fronte, fu di sinistra; Juncker è di sinistra, come la Merkel; Beyoncé è di sinistra, come i telefilm americani, Don Matteo e la Blackwater; Berlusconi è di sinistra; George W. Bush è di sinistra; il Vaticano è di sinistra; Equitalia è di sinistra; i Neo-Con americani sono di sinistra; la FAO, l’UNICEF, l’EURO, Draghi, la Banca Mondiale sono di sinistra; Luttwak e la Boldrini sono di sinistra; l’Oscar e il Premio Strega sono di sinistra, come gli sceicchi e Cristiano Ronaldo e la regina Elisabetta II; la tecnologia è di sinistra, come il botulino; il Live Aid è di sinistra così come i tagliagole di Palmira e il sessuomane Michel Houellebecq; anche la destra è di sinistra come le parabole sinistre di Giorgia Meloni e Giuliano Ferrara ci testimoniano abitualmente.
La sinistra è solo la nuova vaselina escogitata dal potere. Come possiamo far accettare a otto miliardi di belinoni una schiavitù dolce e una esistenza piatta, miserabile, stupida, idiota? Con lo stato di polizia, la guerra, la repressione? Macché, molto meglio Imagine (Imagine there’s no countries/nothing to kill or die for/and no religion too/imagine all the people living life in peace …).
La sinistra è un modo di governo, un inganno al contrario, uno specchietto per allodole, un trucchetto per far scalciare le mandrie del cretinismo digitale (fascista! comunista!).
Il Potere è apolide, parassita, invasivo, piratesco. Prima o poi dovrete abbandonare le finte trincee ideologiche e grattarvi pure questa bella rogna, l’unica vera rogna da grattare oggi: un po’ più a destra, un po’ a sinistra, sotto l’ombelico e dietro la cucuzza, dove volete voi.