Che cosa (non) c’è sulle Bcc nella bozza del decreto Milleproroghe (versione estiva)

Michele Arnese startmag.it 19.7.18

Il governo sta mettendo a punto un decreto Milleproroghe versione estiva che dovrebbe arrivare “la settimana prossima”.

La tempistica l’ha indicata ieri il ministro per i Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro, rispondendo ai cronisti in Transatlantico.

“Tutti i ministeri stanno inviando le proroghe in scadenza da inserire” ha spiegato il ministro del Movimento 5 Stelle. Tra le proroghe quella della entrata in vigore “delle intercettazioni” e probabilmente anche quella per le Bcc. “Spero che sia lì, va fatta una proroga dei termini per poi rivedere quanto fatto fino adesso”, ha auspicato Fraccaro come anche la Lega.

A cinquanta giorni dal suo insediamento, l’esecutivo è dunque alle prese con scadenze e rinvii di norme approvate nel corso della passata legislatura come intercettazioni e banche di credito cooperativo.

Si tratta di un provvedimento che in genere arriva a fine anno ma questa volta il Consiglio dei ministri, la prossima settimana, ne varerà una versione estiva e “light”, che conterrà solo il rinvio di quelle leggi che altrimenti sarebbero entrate in vigore durante le vacanze.

Ci sarà poi il secondo tempo, con il più classico decreto legge invernale. Una strategia criticata dal Pd e in particolare dall’ex premier Paolo Gentiloni: si tratta, ha cinquettato ieri su Twitter l’ex presidente del Consiglio, di una scelta dovuta “ai ritardi, ai dissensi sulle nomine, ai rinvii accumulati. Arriva il cambiamento, almeno di stagione. Sarà tre volte Natale?”, rievocando una canzone di Lucio Dalla.

Sul tavolo, come ha confermato anche in Aula la viceministra al Tesoro Laura Castelli (M5S), ci sono misure relative al terremoto e che non hanno trovato posto nel decreto che sta per essere approvato definitivamente dal Parlamento; tra gli altri temi che saranno toccati ci sarà sicuramente la riforma targata Orlando e la cui entrata in vigore è imminente.

Altro dossier aperto, quello della riforma del governo Renzi sulle banche di credito cooperativo: l’obiettivo del governo potrebbe essere quello di allungare il termine massimo di adesione (attualmente fissato dalla legge a 90 giorni) al gruppo unico. “Va fatta una proroga dei termini – ha detto il ministro dei Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro – per poi rivedere quanto fatto fino adesso” ma il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha escluso una “moratoria generalizzata” appoggiando invece la possibilità di “ritocchi” in tema di governance. (qui l’approfondimento di Start Magazine sulle diversità di vedute fra i due partiti e il titolare del Tesoro)

Si tratterebbe quindi di interventi ‘minimali’ che non azzererebbero il complesso iter della riforma. Mentre – come raccontato ieri da Start Magazine – Movimento 5 Stelle e Lega premono per una vera e propria proroga-moratoria come sollecitato da alcune Bcc di piccole dimensioni.

Ma delle disposizioni auspicate dai due partiti di governo al momento non c’è traccia nella bozza che sta circolando tra ministero dell’Economia e Palazzo Chigi: qui la bozza integrale.

Ferrovie-Anas, Armani cambia carreggiata?

Michele Arnese stsrtmag.it 19.7.18

Gianni Vittorio Armani, presidente di Anas, il 29 dicembre 2017, giorno della delibera della fusione Ferrovie-Anas: “Grazie all’integrazione con il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane Anas completa il piano di trasformazione avviato in questi due anni e potrà puntare con decisione ai traguardi dell’autonomia finanziaria e dell’uscita dal perimetro della Pubblica Amministrazione, ai quali abbiamo già iniziato a lavorare con il nuovo Contratto di programma, con incremento della sua efficienza industriale, della sua capacità di investimenti (da 1,5 miliardi a 3 miliardi all’anno) e del suo tasso di innovazione tecnologica”.

Gianni Vittorio Armani, presidente di Anas, il 19 luglio 2018, il giorno dopo le dichiarazioni ufficiali critiche dei vertici del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (il ministro M5S, Danilo Toninelli, e i sottosegretari della Lega, Armando Siri e Edoardo Rixi) della fusione Ferrovie-Anas: “Le dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli sono quelle più sensate, è giusto che il governo – siccome Anas è un suo strumento – si domandi la valutazione costi benefici delle operazioni fatte da tutti i governi precedenti, perché ogni cosa deve essere valutata e giusta nel suo tempo”.

IL PROGETTO FERROVIE-ANAS

Ma di che cosa si sta parlando?

Il 29 dicembre scorso è stato delibera dall’assemblea di Ferrovie l’aumento di capitale da 2,86 miliardi di euro del Gruppo FS Italiane, mediante conferimento dell’intera partecipazione Anas detenuta dal Mef. Il via libera del Governo Gentiloni all’operazione era giunto subito prima di Natale.

I NUMERI DEL COLOSSO NASCENTE

Con circa 44mila chilometri di rete complessiva, nasce – disse il governo, l’allora ministro dei Trasporti, Graziano Delrio (Pd), e i vertici di Fe e Anas – il primo polo europeo integrato di infrastrutture ferroviarie e stradali per abitanti serviti e investimenti a Piano. I 2,3 miliardi di veicoli che percorrono annualmente 64,5 miliardi di km sulle strade e autostrade in gestione ad Anas vanno così a sommarsi al traffico gestito dal Gruppo: circa 750 milioni di passeggeri all’anno su ferro (di cui 150 all’estero), 290 milioni su gomma (130 all’estero) e 50 milioni di tonnellate merci.

LE PAROLE DEI VERTICI DELLE FERROVIE

Con Anas, infatti, il Gruppo FS Italiane – sottolineò il gruppo guidato dall’ad, Renato Mazzoncini, “diventa una realtà industriale da 108 miliardi di investimenti in dieci anni, 8 miliardi di investimenti nel 2018, 11,2 miliardi di fatturato nel 2018, 50 miliardi di capitale investito, 81 mila dipendenti”.

IL CONGLOMERATO NASCENTE

Nel Gruppo FS Italiane Anas andava ad affiancarsi, oltre che a RFI, anche a Italferr, la controllata operativa in ambito nazionale e internazionale nella progettazione e nell’ingegneria, e alle altre società, fra cui Trenitalia, Mercitalia e Busitalia, imprese di trasporto (passeggeri e merci) su ferro e gomma.

Ma già all’epoca il Movimento 5 Stelle sollevò critiche e dalla Lega non giunsero mai apprezzamenti (qui l’approfondimento di Start Magazine).

LA SVOLTA DI ARMANI

Oggi, Armani asseconda di fatto anche la linea del governo Conte. Infatti, sulla possibile marcia indietro nella fusione fra Fs e Anas, già operativa dai primi di gennaio, “le dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli sono quelle più sensate, è giusto che il governo – siccome Anas è un suo strumento – si domandi la valutazione costi benefici delle operazioni fatte da tutti i governi precedenti, perché ogni cosa deve essere valutata e giusta nel suo tempo”, ha detto l’amministratore delegato di Anas,, a margine del convegno Ance dal titolo ‘Sbloccacantieri’, rispondendo a una domanda sulle dichiarazioni dello stesso ministro e del sottosegretario ai Trasporti Armando Siri.

L’OBIETTIVO DELL’AUTONOMIA FINANZIARIA

“E’ giusto che il ministro si ponga delle domande sui costi benefici delle operazioni pregresse che impattano sul futuro del paese ed è legittimo che decida di conseguenza”, ha ribadito aggiungendo che per Anas “è fondamentale non perdere la connotazione industriale e l’autonomia finanziaria perché le consente di investire in modo efficiente a tutto vantaggio della competitività del paese”. Non si comprende, però, come si possa mantenere per Anas l’autonomia finanziaria in caso di integrazione nelle Ferrovie come dal progetto realizzato dai governi Renzi e Gentiloni con l’ossequio dei vertici delle due aziende.

LO SCENARIO PER ANAS SECONDO ARMANI

“Anas oggi è un’impresa industriale, ha delle regole normali da azienda, non è più un soggetto politico che decide le opere discrezionalmente. Siamo uno strumento del ministero dei Trasporti che si muove con regole del ministero, con autonomia finanziaria e quindi con capacita’ industriale per poter assumere e avere progettisti, per risolvere i problemi sulla strada”, ha spiegato Armani sottolineando che proprio sulle strade “ci sono ancora troppi incidenti e bisogna investire molto per aumentare la sicurezza. Ecco, su questo non si deve tornare indietro”.

Il razzismo dei buoni: l’accoglienza di Boeri è la schiavitù

Coniarerivolta.org 17.7.18

Completamente assimilabile e compatibile con il dogma dell’austerità che ha soffocato l’Italia, il governo gialloverde ha adottato una strategia di distrazione di massa tanto rozza quanto efficace: riempiendo notiziari e televisioni con dichiarazioni ed atti ogni giorno più aberranti, Salvini e compagnia sono riusciti a spostare l’attenzione dalla propria incapacità e mancanza di volontà nel contrastare disoccupazione, precarietà e compressione del potere d’acquisto della maggioranza della popolazione. Deboli con i forti in Europa, sono forti solo con i deboli abbandonati in mezzo al mare. Combattere le migrazioni chiudendo le frontiere, nonostante sia chiaro che il problema in Italia è il contesto delle politiche di austerità, è una scelta inequivocabilmente reazionaria, indubbiamente di destra. In quanto tale va affrontata di petto e combattuta, per quanto nello scenario attuale questa possa apparire una battaglia difficile e con poche speranze di riuscita.

C’è tuttavia una maniera completamente sbagliata di contrapporsi a questa deriva ed è incarnata alla perfezione dalle prese di posizione di pezzi di establishment, scambiati dalle anime candide per alfieri dell’antirazzismo. Hanno fatto molto rumore, in particolare, recenti dichiarazioni di Tito Boeri, presidente dell’INPS, secondo cui il mero calcolo economico dovrebbe indurci a favorire l’accoglienza degli immigrati: “Abbiamo bisogno dei migranti per finanziare il nostro sistema di protezione sociale”. Proprio per fare opposizione in maniera efficace al governo dei pagliacci, è fondamentale sgomberare il campo da possibili equivoci: il governo gialloverde è inequivocabilmente il nemico, ma Boeri non è e mai sarà nostro alleato. Vediamo perché.

Anche se, apparentemente, le dichiarazioni di Boeri appaiono come un attacco ai provvedimenti di Salvini e Toninelli, ciò non deve trarre in inganno su quale sia il suo reale posizionamento di classe. Per scoprire ciò, è sufficiente leggere e prendere sul serio quanto il presidente dell’INPS dichiara: gli immigrati ci servono, perché contribuiscono alla sostenibilità dei conti previdenziali italiani. Precisiamo innanzitutto che, declinato in questi termini, il messaggio è di per sé fallace. In primo luogo perché, opportunamente misurato, il bilancio dell’INPS è in attivo. In secondo luogo perché il ragionamento di Boeri sembra presupporre che la sostenibilità dei conti previdenziali italiani sia a prescindere in pericolo, come per una qualche legge di natura, e non sia invece minacciata delle misure di contenimento della spesa pubblica e dei tagli effettuati in nome dell’austerità: l’austerità produce disoccupazione, precarietà e lavoro nero, e sono questi fattori a causare minori versamenti nella casse dell’INPS. Il ragionamento di Boeri, tuttavia, non è solo errato, ma diventa aberrante nella misura in cui concepisce gli immigrati come strumento di aggiustamento finanziario dei conti pensionistici a costo zero: secondo quella visione, infatti, solo un afflusso miracoloso di fondi dall’esterno dell’economia potrebbe salvare il sistema pensionistico italiano. Ma come funziona, concretamente, questo ruolo salvifico degli immigrati? Al riguardo, Boeri è estremamente e sfacciatamente chiaro: i lavoratori stranieri pagano regolarmente contributi previdenziali e pensionistici; tuttavia, in una rilevante proporzione, non rimarranno in Italia a sufficienza per godere anche dei benefici pensionistici che ne conseguirebbero. Detto altrimenti, pagano dei contributi per una pensione che non riscuoteranno mai, perché torneranno prima o poi nel loro Paese d’origine. Leggere per credere: “in molti casi i contributi degli immigrati non si traducono in pensioni … sin qui gli immigrati ci hanno ‘regalato’ circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state erogate delle pensioni. E ogni anno questi contributi a fondo perduto (ovvero versati negli anni ma mai ritirati in forma di pensioni, ndr) degli immigrati valgono circa 300 milioni di entrate aggiuntive per le casse dell’Inps”. Detto ancora più chiaramente, Boeri sostiene che la presenza del lavoratore straniero ci è utile perché ci permette di sottrarre loro risorse finanziarie con cui pagare le nostre pensioni. Siamo sulla frontiera dell’esaltazione del furto, e del furto ai danni di chi occupa i gradini più bassi della scala sociale.

C’è un ulteriore argomento altrettanto sbagliato usato per contrastare la retorica salviniana: i lavoratori migranti ci servono, perché svolgono tutta una serie di mansioni, magari umili e non particolarmente gratificanti, grazie alle quali l’economia italiana può andare avanti. La Repubblica sintetizzava questa posizione, in maniera involontariamente caricaturale: “Un’Italia senza stranieri vedrebbe svuotarsi i cantieri edili e i campi, perderebbe un terzo dei componenti delle squadre che puliscono gli uffici, troverebbe chiusa una bancarella su due al mercato quando deve andare a comprare frutta e verdura. In casa, dovrebbe salutare due collaboratrici domestiche su tre e la metà di coloro che danno una mano a prendersi cura dei propri familiari”. È una linea di argomentazione che è stata fatta propria dallo stesso Boeri e, a prima vista, può apparire ragionevole e virtuosa. Il sottotesto, che ha i suoi fondamenti analitici nell’approccio cosiddetto neoclassico alla teoria economica oggi dominante, è tuttavia un concentrato di classismo e razzismo.

Partendo per gradi, secondo questa visione dell’economia il livello di occupazione di un Paese dipende dall’offerta di lavoro, ovverosia dalle condizioni a cui i lavoratori si offrono sul mercato. Non importa quale sia il livello di domanda nel Paese (cioè la somma di consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette), ciò che conta è la disponibilità dei lavoratori a lavorare al salario prevalente sul mercato. Alcune categorie di lavoratori, in questo caso i migranti, avrebbero – non è chiaro se per ragioni genetiche – inerentemente delle capacità lavorative adatte a pulire i cessi o al massimo il sedere ai vecchi. Se sono fortunati, possono aspirare a scaricare le cassette di frutta al mercato, ma nulla di più. Seguendo l’approccio dominante all’economia, si giunge ad una chiara conclusione in merito al ruolo dei lavoratori immigrati: se non ci fossero loro ad offrirsi per queste posizioni, nessuno si sporcherebbe le mani a fare questi lavori. Secondo questa logica, cosa si può dire in merito ai salari ai quali questi lavoratori possono aspirare? Ovviamente la distribuzione del reddito, seguendo questa narrazione tossica, non è un fenomeno conflittuale, in cui classi sociali opposte cercano di appropriarsi di una quota maggiore di reddito in funzione del loro maggiore o minore potere contrattuale. Si conclude, invece, che il contributo che queste categorie di lavoratori danno all’accrescimento del valore aggiunto di un Paese è decisamente minore rispetto a quello di un ‘normale’ lavoratore indigeno: sono meno produttivi, lavoratori di serie b per natura, e per questa ragione meritano un salario minore. D’altronde, ci dice l’economia dominante, se gli immigrati contribuiscono di meno al benessere collettivo, è anche giusto che prendano salari minori, o magari da fame come gli schiavi che raccolgono i pomodori per pochi euro al giorno: valgono poco.

La Repubblica e Boeri ci raccontano che questo stato di cose è l’ideale, l’unico coerente con il funzionamento ottimale dell’economia: partendo da questi presupposti, le posizioni leghiste in tema di immigrazione sarebbero infondate in quanto incompatibili con l’efficienza del sistema produttivo. Non ci vuole molto, tuttavia, ad accorgersi che il becerume che propaganda Salvini e l’apparente buonsenso di Repubblica e Boeri sono due facce della stessa medaglia. Illegalizzare e colpevolizzare il migrante serve a renderlo vulnerabile e ricattabile, pronto ad accettare condizioni lavorative degradanti. Così facendo, ci raccontano i razzisti buoni, il migrante contribuisce al prodotto interno lordo del Paese ed è complementare alle capacità lavorative del bianco italiano, il quale si può dedicare a lavori ‘veri’. Tutti insieme appassionatamente, ognuno secondo le sue (presunte) capacità.

C’è poi anche una maniera giusta di combattere contro il governo Salvini-Di Maio, in perfetta continuità con la battaglia contro quello Renzi-Minniti e per questa ragione impossibile da rintracciare nelle posizioni di Boeri o tra le pagine de La Repubblica. È incredibilmente complicata e, stanti gli attuali rapporti di forza, con scarse probabilità di successo immediato. Ciò non toglie che la ricerca di scorciatoie non è ammessa. Se il problema è il liberismo, se il problema è l’austerità, se il problema è lo sfruttamento, liberismo, austerità e sfruttamento sono gli obiettivi da combattere. Se ci sono lavori di merda, con remunerazioni miserabili, non si deve né gioire perché il lavoratore migrante li svolge al posto nostro né colpevolizzare il lavoratore migrante perché, così facendo, contribuirebbe ad una pressione al ribasso sui salari dei bianchi. Se ci sono lavori di merda si combattono i datori di lavoro che, su questi lavori e sullo sfruttamento, prosperano e si arricchiscono. Se anche esistesse una supposta (ad oggi inesistente) insostenibilità dei conti pensionistici, in ogni caso il problema si affronta liberandosi del giogo dell’austerità e combattendo la disoccupazione ed una distribuzione del reddito che favorisce unicamente pochi privilegiati. Tutto questo è facile? No, è quasi impossibile. Ma per quanto impervia sia, questa è l’unica strada disponibile per evitare di tradurre la legittima rabbia sociale in una guerra tra poveri, a tutto vantaggio della classe dominante.

In questa lotta Boeri, Salvini, Di Maio e Repubblica staranno dalla stessa parte della barricata. Lavoratori e disoccupati staranno dall’altra, indipendentemente dal colore della pelle.

L’austerità continua: promettono investimenti, pianificano tagli

Coniarerivolta.org 19.7.18

Mentre gli esponenti più in vista del governo giallo-verde facevano rumore (sulle spalle degli immigrati) per gettare fumo negli occhi, il ministro Tria, più lontano dai riflettori, ha rilasciato dichiarazioni molto illuminanti su reddito di cittadinanza, taglio delle tasse e, cosa che non ci sorprende, robuste e salutari dosi di austerità.

In campagna elettorale, la Lega e il Movimento 5 Stelle si erano scagliati, a parole, contro i legacci impostici dai Trattati europei e si erano spacciati per coloro che avrebbero invertito la rotta e combattuto l’austerità. Le dichiarazioni di Tria chiariscono in maniera clamorosa che i partiti al governo non faranno nulla di tutto ciò, come anche i media più allineati hanno iniziato a capire: la gestione Tria non è indirizzata verso un cambio di rotta delle politiche economiche. Questa non è una novità, quanto piuttosto la conferma di una tendenza ormai di lungo periodo: questo Governo, su ciò che conta davvero, è in continuità con quelli che lo hanno preceduto.

Lo stesso Tria ci dice che l’attuazione del programma di governo “richiede di agire sia sulla composizione delle entrate fiscali che sulla spesa. La nostra discontinuità rispetto al precedente governo non sarà sul livello del deficit ma piuttosto sul mix di politiche”. Come si può tradurre questa dichiarazione in termini economici?

Da un lato, Tria ci conferma quel che sospettavamo. Al di là dei propositi bellicosi sbandierati in campagna elettorale, il livello del deficit resterà lo stesso. È ben noto come la rinuncia alla leva di politica economica del deficit pubblico, dovuta ai vincoli europei, sia non solo criticabile in quanto tale visti i suoi effetti su crescita e occupazione, ma anche controproducente se pur si volessero conseguire gli obiettivi di politica economica propri della Commissione Europea, quali l’abbattimento del rapporto debito/PIL.

Ma in pratica, e qui viene il punto che vogliamo commentare, cosa vuol dire “mix di politiche” a deficit invariato? In poche parole, vuol dire che il Governo darà con una mano e prenderà con l’altra.

Se ci si concentra soltanto sulle dimensioni del deficit, sembra che non ci siano miglioramenti, ma neanche peggioramenti dal punto di vista delle politiche economiche. In realtà, anche a deficit invariato si può fare di peggio per l’occupazione e per i lavoratori, variando la composizione della spesa pubblica o del deficit. La differenza tra spesa pubblica e gettito può essere distribuita diversamente tra investimenti, trasferimenti, spese correnti e tagli alle tasse. Una diversa composizione può comportare un diverso effetto sull’economia in termini di produzione e quindi occupazione. Al riguardo, la letteratura empirica ci dice che i moltiplicatori fiscali degli investimenti pubblici sono generalmente più alti di quelli riguardanti la tassazione e i trasferimenti. Un aumento della spesa pubblica fa crescere il reddito nazionale, ma il contenuto di quella spesa conta: le stesse risorse hanno un effetto espansivo maggiore se vengono destinate ad  aumentare gli investimenti pubblici e non a ridurre le tasse. Ma è questo il piano del ministro Tria?

Andiamo a cercare di capire quale possa essere la composizione della spesa che possiamo aspettarci. Sottolineiamo ancora una volta che Tria ci dice che l’obiettivo del pareggio di bilancio non verrà messo da parte: ciò vuol dire che continueremo a sottrarre risorse all’economia, inanellando avanzi primari (ovvero differenze positive tra prelievo fiscale e spesa pubblica, al netto degli interessi per il debito pubblico) per pagare gli interessi sul debito. A livello di composizione, dalle dichiarazioni del ministro si evince come l’obiettivo sia quello di recuperare, a saldi finali invariati e tramite tagli alla spesa corrente, i miliardi per finanziare gli investimenti pubblici. Anche questo è un mantra che Tria riprende dai suoi predecessori. Potrebbe quindi sembrare che, pur perseverando nella follia suicida dell’austerità, la ricomposizione della spesa vada nella giusta direzione: sì, lo stimolo complessivo non avviene in deficit, però si tenta di contenere la spesa corrente per finanziare degli investimenti, che hanno effetti espansivi elevati.

Come si evince dai grafici (dati AMECO, miliardi di euro), dal 2009 la spesa per investimenti pubblici in Italia è crollata, mentre la spesa per servizi (senza comprendere le pensioni) è rimasta ferma. La prosecuzione su questa strada sarebbe disastrosa per le condizioni dei lavoratori italiani. Direte voi: ma questi sono i vecchi governi, quello attuale è il governo del cambiamento! Il problema è che sembra che la ricomposizione della spesa che il ministro Tria ha in mente sia perfettamente coerente con quella dei suoi predecessori: il piano che si prefigura, infatti, è quello di un ulteriore attacco alla sanità, dopo che sul fronte pensioni la Fornero ha già fatto il suo.

Proviamo a delineare un quadro di ciò che potrebbe prospettarsi nei prossimi anni. Tria è impegnato a riportare il bilancio pubblico in pareggio. Abbiamo un forte sospetto, corroborato dalle dichiarazioni del Ministro e di altri esponenti del Governo: la ricomposizione del bilancio pubblico potrebbe essere realizzata mediante tagli alla spesa sociale che finanzino il reddito di cittadinanza e la flat-tax, invece che gli investimenti.

Cosa trarre, quindi, da questo piccolo affresco? Se tutto va secondo i piani, il governo Salvini – Di Maio, mediante Tria, potrebbe proporci un pacchetto di politica economica indirizzato a:

1 non dare all’economia italiana alcun forte stimolo fiscale, visto il vincolo del pareggio di bilancio che continuerebbe perciò a penalizzare la domanda interna;

2 tagliare ulteriormente le spese sociali, contribuendo quindi allo smantellamento dello stato sociale;

3 utilizzare le risorse così recuperate al fine di finanziare flat-tax, ossia un taglio delle tasse che serve a gonfiare i profitti, e reddito di cittadinanza, un trasferimento che funge da indesiderabile sostituto di un vero stato sociale universalistico.

Come se il quadro non fosse già abbastanza nero, ricordiamo di nuovo che una politica basata su tasse e trasferimenti è molto meno benefica per l’economia di una basata sugli investimenti. Il ministro Tria però vuole fare le cose per bene, e quindi oltre al danno vuole aggiungere la beffa: a una redistribuzione verso i profitti e a un duro colpo allo stato sociale vuole aggiungere una manovra col minore impatto possibile in termini di rilancio dell’economia. Ovviamente il buon Tria è economista avveduto e sa bene che la piena occupazione spaventa il profitto: un motivo in più per evitare accuratamente misure che possano creare nuovi posti di lavoro. Non c’è quindi altra scelta, per i lavoratori, se non quella di opporsi politicamente in maniera strenua a una tale miscela venefica in particolare per le classi sociali più deboli.

Questa donna è una spia?

Il post.it 19.7.18

La storia di Maria Butina, arrestata negli Stati Uniti e accusata di avere lavorato come agente segreto sotto copertura per la Russia, per infiltrarsi tra i Repubblicani e condizionarli

Dopo il suo arresto il 15 luglio scorso, i giornali statunitensi hanno iniziato a raccogliere e pubblicare molte informazioni su Maria Butina, una donna russa di 29 anni residente negli Stati Uniti accusata di avere lavorato come agente segreto sotto copertura per infiltrarsi nel Partito Repubblicano, condizionando scelte e decisioni dei conservatori prima e subito dopo le elezioni presidenziali del 2016 vinte da Donald Trump. Butina è la prima persona di origini russe a essere stata arrestata dalle autorità statunitensi per le interferenze nella politica e nelle elezioni statunitensi, a differenza di altre 26 persone incriminate che vivono in Russia, che difficilmente saranno mai estradate e quindi processate negli Stati Uniti. Diversi dettagli su Butina dovranno essere chiariti dagli inquirenti, ma ci sono già numerosi elementi che indicano quanto fossero strane e sospette le sue attività.

Originaria della Siberia ed ex proprietaria di una piccola catena di negozi di mobili, Butina era diventata un’esperta di pubbliche relazioni a Mosca, dove aveva fondato “Diritto a Portare Armi”, un’organizzazione per chiedere leggi meno restrittive sul possesso di armi. Grazie alle attività della sua organizzazione, Butina entrò in contatto con Alexander Torshin, senatore dello stesso partito del presidente russo Vladimir Putin e nominato vicedirettore della Banca Centrale della Russia. Torshin aveva da tempo contatti negli Stati Uniti, dove era socio a vita della National Rifle Association (NRA), la più grande e potente organizzazione per promuovere e tutelare i diritti di chi possiede armi. Grazie ai suoi contatti, Torshin organizzava ogni anno un importante incontro tra conservatori cristiani a Mosca.

Tramite Torshin, Butina aveva iniziato a mettere insieme un po’ di contatti, mantenendo rapporti piuttosto amichevoli con David Keene, ex presidente della NRA. Durante un incontro organizzato a Mosca con Keene, Butina entrò in contatto con Paul Erickson, un Repubblicano del South Dakota che tra le altre cose aveva partecipato alla gestione delle campagne elettorali di diversi candidati conservatori. Tra i due sarebbe in seguito nata una relazione sentimentale, secondo gli inquirenti cercata e voluta da Butina per avere più contatti negli Stati Uniti. Nei documenti finora diffusi il nome di Erickson non compare mai, ma tutti i più grandi giornali statunitensi concordano sul fatto che si tratti di lui, considerate le descrizioni e le attività indicate da chi ha condotto le indagini. Secondo l’accusa, Erickson avrebbe aiutato Butina ad avere nuovi contatti tra i politici statunitensi “allo scopo di portare avanti l’agenda della Federazione Russa”.

Nel 2014 Butina iniziò a seguire gli incontri organizzati dalla NRA, ottenendo insieme a Torshin la possibilità di partecipare ad alcune delle riunioni più esclusive, riservate ai finanziatori più generosi dell’organizzazione. Butina ha sempre negato di avere finanziato l’NRA, che l’avrebbe invitata solo in segno di riconoscenza per avere ospitato alcuni dei suoi membri a Mosca per gli incontri di “Diritto a Portare Armi”.

Oltre agli aspetti giudiziari, il coinvolgimento della NRA nella vicenda ha una grande rilevanza sul piano politico. L’organizzazione è una delle lobby più potenti negli Stati Uniti, finanzia molti candidati soprattutto conservatori e ha speso svariati milioni di dollari per sostenere Trump durante la sua campagna elettorale. Il Washington Post ha scritto che la NRA fece da “trampolino di lancio” per Butina nel mondo dei Repubblicani.

Nel marzo del 2015 Butina scrisse in alcune email a Erickson di voler usare l’NRA per una sorta di progetto diplomatico, allo scopo di influenzare il Partito Repubblicano che secondo lei avrebbe ottenuto il controllo del governo. Incontrò e cercò di avere maggiori contatti con Scott Walker, governatore del Wisconsin e all’epoca candidato alle primarie dei Repubblicani per la presidenza degli Stati Uniti. Partecipò a uno dei suoi primi comizi in Wisconsin, e in seguito a un dibattito a Las Vegas tra Trump e il senatore della Florida Marco Rubio, entrambi impegnati nelle primarie.

Stando alle ricostruzioni, Butina partecipò anche ad alcuni eventi esclusivi organizzati durante la Conservative Political Action Conference (CPAC), uno degli eventi politici più importanti organizzati dai conservatori statunitensi e al quale partecipano i leader di maggior rilievo del Partito Repubblicano. Ai suoi interlocutori si presentava dicendo di essere di origini russe, di gestire un’organizzazione per le armi in Russia e di essere interessata alla politica statunitense e alle scelte dei conservatori. Non è chiaro come Butina avesse ottenuto l’accesso alle aree esclusive della CPAC, anche perché i suoi organizzatori hanno negato di averla mai invitata.

La presenza di una persona di origini russe a quegli eventi e i suoi interessi per le armi non erano comunque passati inosservati: soprattutto dopo le elezioni presidenziali, quando furono resi pubblici i sospetti sulle interferenze della Russia nel processo elettorale. Contattata via email dal Washington Post nel 2017, Butina aveva spiegato che la sua organizzazione non godeva di grande popolarità in Russia e aveva negato di ricevere fondi pubblici dal governo. Butina aveva inoltre sostenuto di non avere relazioni con “funzionari del governo” russo per “promuovere contatti” con gli statunitensi.

L’FBI la pensa diversamente e ritiene che Torshin in questi anni abbia lavorato come collegamento con il governo russo. Lo scorso aprile lo stesso Torshin è finito nella lista di 17 funzionari e uomini di affari russi nei confronti dei quali sono state emesse sanzioni da parte del governo statunitense. L’FBI ha inoltre raccolto prove su comunicazioni del 2016 in cui Butina spiegava a un suo contatto negli Stati Uniti di avere ricevuto l’approvazione di Putin per le attività svolte insieme a Torshin. Entrambi auspicavano la vittoria di Trump, evidentemente per perseguire propri interessi o quelli della Russia.

Dopo aver fatto la spola tra Mosca e diverse città statunitensi per anni, nel 2016 Butina si trasferì negli Stati Uniti, ottenendo un visto per motivi di studio. Le sue attività avevano già insospettito l’FBI, che aveva deciso di tenerla segretamente sotto sorveglianza per ricostruire le sue frequentazioni. In questo modo l’FBI scoprì che Butina aveva cercato di entrare in contatto con Trump, che aveva brevemente incontrato suo figlio Donald Trump Jr. a una riunione della NRA e che aveva partecipato a un ricevimento organizzato in occasione del giuramento di Trump.

Nel 2017 Butina si iscrisse a un master presso l’American University a Washington, evidentemente per poter mantenere il visto. In quel periodo iniziò a interessarsi anche ad alcuni gruppi liberali e progressisti, con la scusa di lavorare a un progetto di studi sulla sicurezza informatica e la politica. Le richieste di Butina suonarono strane e sospette a uno dei responsabili di questi gruppi, che si mise in contatto con l’FBI per raccontare la vicenda lo scorso gennaio.

Dopo avere conseguito un diploma a maggio di quest’anno, nelle ultime settimane Butina sembrava essere pronta a lasciare gli Stati Uniti. Aveva già organizzato il trasloco e un primo trasferimento da Washington verso il South Dakota. Temendo di non poterla tenere efficacemente sotto controllo dopo il trasferimento, e con la possibilità di una fuga in Russia, domenica 15 luglio l’FBI ha arrestato Butina con l’accusa di cospirazione e di non avere dichiarato la sua attività da agente di un paese estero.

L’avvocato della difesa, Robert N. Driscoll, dice di escludere che Butina sia un’agente russa e sostiene che fosse negli Stati Uniti semplicemente per studiare, dimostrando di avere uno spiccato interesse per la politica statunitense che l’aveva poi portata a cercare contatti di vario tipo. Driscoll ha inoltre ricordato che la sua cliente non risulta indagata dal procuratore speciale Robert Mueller, impegnato a ricostruire l’intricata rete di soggetti che parteciparono alle interferenze della Russia nel processo elettorale degli Stati Uniti.

È ancora presto per comprendere estensione e implicazioni del caso di Maria Butina, soprattutto nel quadro più ampio delle indagini sulle interferenze russe. Le indagini e le informazioni diffuse finora indicano nuovi collegamenti con il governo della Russia e non escludono un coinvolgimento di Vladimir Putin. Anche l’NRA si trova in una posizione complicata e c’è il sospetto che possa essere stata sfruttata, per esempio per far arrivare fondi russi negli Stati Uniti utilizzati poi per influenzare le elezioni. La vicenda di Butina porterà a un processo, che potrebbe rendere pubbliche nuove informazioni su cosa accadde durante la campagna elettorale del 2016, che portò alla vittoria di Trump.

UNIONE EUROPEA E MASSONERIA, IL DOSSIER SEGRETO: “BRUXELLES NE È PIENA, COSA FANNO DAVVERO”

Stopeuro.news 19.7.18

Aldo A. Mola, storico e saggista, ha pubblicato opere sul Partito d’ Azione, sul Risorgimento, sull’ unificazione nazionale e i suoi protagonisti. Un classico è la sua Storia della massoneria in Italia, che, a quarantadue anni dalla prima edizione, viene riproposto da Bompiani con numerosi documenti inediti che gettano nuova luce sui rapporti tra la massoneria e il fascismo e sulle influenze dell’ esoterismo all’ interno delle varie “obbedienze”. Ma con lo studioso di Cuneo oggi parliamo di un altro argomento cruciale: l’ Europa.

C’ è oggi un’ Europa dei massoni? È quella di Bruxelles?
«La Massoneria si è divisa forse definitivamente nel 1877 quando il Grande Oriente di Francia cancellò il riferimento al Grande Architetto dell’ Universo (cioè a Dio, Persona e/o Principio creatore e ordinatore) dai documenti “iniziatici”. Da quel momento esistono tre comunità massoniche principali: la Gran Loggia Unita d’ Inghilterra (nata da lungo travaglio nel 1813 e fedele ai principi originari: credenza in Dio, nell’ immortalità dell’ anima ed esclusione della iniziazione femminile), il Grande Oriente di Francia e i suoi referenti (in Italia lo è la Gran Loggia di Palazzo Vitelleschi) e le Grandi Logge degli Stati Uniti d’ America. Nelle istituzioni europee odierne ci sono massoni, ma non c’ è una massoneria, non c’ è un progetto unitario. Se mai ci fosse, potremmo dire che ha fallito lo scopo».

L’ Europa sovranazionale era un auspicio massonico? E in quali termini?
«La massoneria auspicò una fratellanza di popoli liberi e indipendenti. Lo fece con il Congresso della pace di Ginevra (1867) al quale partecipò Giuseppe Garibaldi, beniamino della massoneria inglese. Lo ripeté con il progetto di Società delle Nazioni (1917) per evitare che, dopo il crollo dell’ impero russo, l’ Europa diventasse succube degli Stati Uniti. Il progetto venne riproposto durante la seconda guerra mondiale, ma va ricordato che l’ intera Europa ne uscì sconfitta, inclusa la boriosissima Francia. La massoneria europea non ebbe alcuna unitarietà né un progetto politico. Intorno al 1988 venne prospettata una federazione delle massonerie dell’ Europa continentale. Fu anche ipotizzato il riconoscimento da parte dell’ ONU come Organizzazione Non Governativa. In risposta la Gran Bretagna (che nel 1981 non mosse un dito dinnanzi al cosiddetto “scandalo della P2”) “inventò” la Gran Loggia Regolare d’ Italia presieduta da Giuliano De Bernardo, che si era dimesso da gran maestro del Grande Oriente d’ Italia, e disconobbe quest’ ultimo con motivazioni pretestuose. Da allora la massoneria dell’ Europa continentale rimase divisa. Dopo il crollo dell’ URSS non fiorì affatto nell’ Europa orientale».

L’ euro promuove l’ economia dei popoli o la strangola?
«L’ introduzione dell’ Euro si è tradotta nel drammatico impoverimento dei cittadini dei paesi che l’ hanno adottato e in vantaggi per chi è nell’ Unione Europea ma con moneta propria. L’”Unione” è una farsa nominalistica. L’ Europa dall’ Atlantico agli Urali è un caleidoscopio di Stati medi, piccoli e minimi con circa 820 milioni di abitanti. L’ Unione, dunque, è poco più che metà dell’ Europa. Oggi il problema assillante non è l’ euro ma l’ invenzione di monete bizzarre che possono divorare il patrimonio degli ingenui. Ma sono operazioni di scrocconi, non di massoni».

A proposito di popoli, come si pone la massoneria di fronte al populismo?
«La Massoneria ha sempre predicato la libertà dei “popoli oppressi” e il rispetto delle tradizioni. È stata la massoneria a battersi per l’ indipendenza degli Stati dell’ Europa orientale dal giogo turco, zarista, germanico e asburgico. Altrettanto aveva fatto con la proclamazione dell’ indipendenza degli Stati Uniti (1776-1783) e dell’ America centro-meridionale da Madrid e da Lisbona dal 1812 in poi».

E al sovranismo?

«Secondo la massoneria, ogni nazione ha il diritto di darsi il proprio regime, ma non di assalirne altre. Così come ognuno ha motivo di praticare il proprio culto senza demonizzare il culto degli altri o di chi non ne ha nessuno».

E a un fenomeno più volte definito “epocale” come l’ immigrazione?
«La massoneria è orgogliosa di essere stata il volano della colonizzazione degli spazi planetari da parte dell’ Europa, che ha elaborato ed esportato le scienze come lingua universale. La caotica “migrazione” in corso (più appariscente che numericamente consistente) è quanto di più lontano si possa immaginare rispetto al progetto originario della massoneria, che è Ordine iniziatico, fondato sul rispetto e sulla tolleranza, non sulla confusione e sull’ indurimento dei fondamentalismi. Quanto sta avvenendo non è che sfruttamento di circostanze da parte di profittatori, col benestare di “aziende etiche” o talvolta di utopisti che ignorano storia e realtà effettiva. Nel frattempo, si accumulano rischi di conflitti veri, che spazzeranno via questa temporanea increspatura del Mediterraneo».

di Mario Bernardi Guardi – Libero

LA GRANDE BALLA DEL DEBITO PUBBLICO (di Valerio Malvezzi)

scenarieconomici.it 19.7.18

Va bene, dai, sono anni che vi raccontano balle e tutti giù a crederci.

Adesso mi sono stancato di leggere i giornaloni, e vi racconto una diversa versione, studiata dal gruppo Win The Bank Research, in modo che possiate liberamente decidere di credere a ciò che riterrete giusto.

Vi raccontano che i paesi andati in crisi per primi erano quelli più deboli, perché avevano un alto e crescente debito pubblico. Così facendo, vi fanno credere che la presunta “crisi” sia legata al debito pubblico.

Non è vero.

Nel decennio pre-crisi, il debito pubblico era sceso o aumentato di poco in tutti i paesi che sono andati in crisi per primi (ad eccezione del Portogallo).

Dal 1999 al 2007 Italia, Irlanda e Spagna avevano ridotto il debito pubblico.

La pericolosa Irlanda quale stratosferico livello di debito pubblico aveva acquisito?

Addirittura inferiore al famigerato e antiscientifico 60% di Maastricht.

Non ci credete, vero?

Osservate il grafico seguente.

La pericolosa Spagna quale stratosferico livello di debito pubblico aveva acquisito?

Spagna: addirittura inferiore al famigerato e antiscientifico 60% di Maastricht.

Come dite: non è vero?

Allora osservate il grafico seguente.

Il pericoloso Portogallo quale stratosferico livello di debito pubblico aveva acquisito?

Portogallo: di poco superiore al 70% del PIL.

MA ALLORA, COME SI SPIEGA TUTTO CIO’?

Ma allora, se non per il debito pubblico (come vi fanno credere) come si spiega la crisi di questi Paesi?

Ecco la vera motivazione: ad essere aumentato è stato il debito privato (per buona parte estero).

La crisi è stata delle banche del Nord, pesantemente esposte sui mercati finanziari, le quali dovendo “rientrare” hanno fatto saltare tutti i Paesi che si erano con loro indebitate.

Ah, a queste sono le stupidaggini che dici tu! – commenteranno i miei detrattori – populista, razzista, demagogo, banalizzatore e pericoloso estremista.

Non direi proprio, sapete?

Indovinate un po’ – cari adusi al non ragionamento critico – chi conferma la mia tesi?

Questo è stato confermato dal vice Presidente della BCE, Vitor Constancio, durante una conferenza del 23 maggio 2013 in Grecia.

Il problema è stata la finanza privata, non quella pubblica! – è confermato dal Vice Presidente BCE – Quella pubblica è scoppiata a valle, quando si dovette intervenire per salvare le banche.

Ah, ma tu fai una sintesi forzata! – polemizzeranno i detrattori – e comunque citi cose di 5 anni or sono!

Niente affatto.

Semplicemente, io leggo.

E’ essenziale leggere gli atti (pubblici) del convegno:

«The future of central banking», An ECB colloquium held in honour of Vitor Constancio, 16 and 17 may 2018.

(particiation is by invitation only)

Leggiamo un passo del discorso dello stesso Vitor Constancio, che conferma nel 2018 quanto già espresso nel 2013.

Quanto segue è tratto da:

Completing the Odissean jurney of the European monetary union

Remarks by Vitor Constantio, Vice President of ECB, at the ECB Colloquium on «The Future of central Banking», Frankfurt am Main, 16-17 May 2018

Le informazioni per capire l’economia e il mondo che ci circonda ci sono; semplicemente, bisogna andarle a cercare, senza fidarsi della narrazione dei principali organi di informazione.

E’ un discorso pubblico, andate a verificare quello che io riporto.

«Contrariamente alla narrativa principale, popolare nei principali paesi europei, il driver di questi equilibri non era fiscale, ad eccezione della Grecia.

Nel 2007, il rapporto tra debito pubblico e PIL di Portogallo, Spagna e Irlanda era rispettivamente del 65%, 36% e 25%, ben al di sotto della media dell’area Euro.»

(continua…)

Notate come egli citi – confermandoli – dati ancora più positivi di quelli da me rappresentati al verificarsi della crisi.

Proseguiamo nella lettura, perché a noi interessa sapere la verità sull’Italia.

«In Italia, sebbene ancora al 103%, il debito pubblico era diminuito di 10 punti percentuali dal 1999. Ciò che era esploso dal 1999 era il debito privato in tutti questi paesi, confermando le conclusioni generali di Jordà, Schularick e Taylor (2016) sull’analisi di crisi finanziarie nelle economie avanzate dal 1870 al 2008.»

(continua…)

Come, come?

No, dico, leggete a chiare lettere ciò che io scrivo e dico nelle conferenze pubbliche da anni?

Non è stato un problema di debito pubblico, ma di debito privato.

«Gli autori concludono che «il boom del credito privato, non i prestiti pubblici o il livello del debito pubblico, tendono a essere i principali precursori dell’instabiilità finanziaria nei paesi industriali»

(tratto dal discorso di Vitor Constancio, The future of central banking, Francoforte sul Meno, 16-17 maggio 2016)

O Santi Numi! – penserà qualcuno – ma allora forse questo populista, quando da anni diceva le stesse cose, non aveva tutti i torti!

Cosa aggiungere?

DOCUMENTIAMOLO

Dimostriamolo facendo vedere la variazione di debito pubblico e debito privato, dal 1999 al 2007.

Non lo dico io; lo dice proprio lui: il Fondo Monetario Internazionale.

Sono dati pubblici, fonte Eurostat.

Quindi, ciò che ha prodotto la «crisi» non è stato l’aumento del debito pubblico, dal 1999 al 2007.

Al contrario, è esploso il debito privato, di cui nessuno parla.

Ciò che conta è misurare il rapporto debito privato / PIL e non solo il debito pubblico / PIL.

Ergo, con l’Euro non vi è stata una esplosione del debito pubblico ma, come io scrivo da anni, di debito privato.

Questo è successo e ha funzionato come detonatore di ciò che vi raccontano essere una “crisi”.

Questo lo dici tu! – protesterà il lettore abituato al lavaggio del cervello delle fonti ufficiali.

No, non lo dico io.

Fonte: European Central Bank ©

Nulla da aggiungere.

PERCHE’ LO HANNO FATTO?

Perché?

Perché così facendo aumenta la pressione del credito bancario verso il settore privato, soprattutto nei paesi periferici dell’area Euro.

Ah, ma questa – dirà il denigratore – è la tua spiegazione!

Niente affatto.

Guardate questo grafico.

Fonte: European Central Bank ©

E quindi, dopo la «crisi», aumenta l’esposizione del credito delle banche dei Paesi non «sotto pressione» sui Paesi «sotto pressione» dell’area Euro.

Eh, ma – insisterà il lettore di giornali filo – europeisti,  lo dici tu, volgare populista!

No.

Lo dice la Banca Centrale Europea.

Fine della discussione.

Ecco la bozza del decreto Milleproroghe che andrà in consiglio dei ministri

Startmag.it 19.7.18

Nella prossima riunione del consiglio dei ministri (prossima settimana) all’ordine del giorno c’è l’approvazione del decreto Milleproroghe. Ecco la bozza del decreto che ora è al vaglio informale della maggioranza di governo

DECRETO-LEGGE PROROGA TERMINI

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;

Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di provvedere alla proroga e definizione di termini di prossima scadenza al fine di garantire la continuità, l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa;

Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 29 dicembre 2016;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri;

EMANA

il seguente decreto-legge:

ART. 1

(Proroga di termini in materia di enti territoriali)

1. All’articolo 4, comma 6-bis, del decreto-legge 30 dicembre 2015, n. 210, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 febbraio 2016, n. 21, al primo e terzo periodo, le parole “Per gli anni 2016 e 2017” sono sostituite dalle seguenti: “Per gli anni 2016, 2017 e 2018”.

2. Il mandato dei presidenti di provincia e dei consiglieri provinciali in scadenza fino al 14 ottobre 2018 è prorogato fino a tale data e le elezioni per il rinnovo delle cariche predette si tengono in unica tornata il 14 ottobre 2018.

ART. 2

(Proroga di termini in materia di giustizia)

1. All’articolo 9, comma 1, del decreto legislativo 29 dicembre 2017, n. 216, le parole “dopo il centottantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto” sono sostituite dalle seguenti: “dopo il 31 marzo 2019”.

2. L’efficacia delle disposizioni di cui all’articolo 1, commi 77, 78, 79 e 80, della legge 23 giugno 2017, n. 103, fatta salva l’eccezione di cui al comma 81 dello stesso articolo 1 per le persone che si trovano in stato di detenzione per i delitti ivi indicati, è sospesa dalla data di entrata in vigore del presente decreto fino al 15 febbraio 2019.

3. All’articolo 10, comma 1, del decreto legislativo 19 febbraio 2014, n. 14, le parole “31 dicembre 2016” sono sostituite dalle seguenti: “31 dicembre 2021”, conseguentemente, il termine di cui al citato articolo 10, comma 13, del decreto legislativo n. 14 del 2014, limitatamente alla sezione distaccata di Ischia, è prorogato al 1° gennaio 2022.

ART. 3

(Proroga di termini in materia di ambiente)

1. Il termine per la denuncia del possesso di esemplari di specie esotiche invasive di cui all’articolo 27, comma 1, del decreto legislativo 15 dicembre 2017, n. 230, iscritte nell’elenco dell’Unione alla data di entrata in vigore del medesimo decreto, è prorogato al 31 agosto 2019.

ART. 4

(Proroghe di termini in materia di infrastrutture)

1. All’articolo 1, comma 165, quarto periodo, della legge 13 luglio 2015, n. 107, le parole: “entro il 30 settembre 2018” sono sostituite dalle seguenti: “entro il 31 dicembre 2019”.

2. All’articolo 9, comma 2, del decreto-legge 30 dicembre 2016, n. 244, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2017, n. 19, la parola “2018”, ovunque presente, è sostituita dalla seguente: “2019”.

ART. 5

(Proroga di termini in materia di lavoro)

1. All’articolo 10, commi 1 e 4, del decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, la parola “2018” è sostituita dalla seguente: “2019”.

ART. 6

(Proroga di termini in materia di istruzione e università)

1. Il termine previsto dall’articolo 8, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 4 aprile 2016, n. 95, come modificato dall’articolo 4, comma 5-sexies, del decreto-legge 30 dicembre 2016, n. 244, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2017, n. 19, è prorogato al 30 ottobre 2018.

2. All’articolo 19, comma 1, del decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2013, n. 128, le parole “e 2017-2018” sono sostituite dalle seguenti: “, 2017-2018 e 2018-2019”.

3. All’articolo 37, comma 5, del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 64, le parole “dall’anno scolastico 2018/19” sono sostituite dalle seguenti: “dall’anno scolastico 2019/2020. La validità delle graduatorie vigenti per l’anno scolastico 2017/18 è prorogata per l’anno scolastico 2018/2019 per le assegnazioni temporanee di cui all’articolo 24 e per le destinazioni all’estero sui posti che si rendono disponibili nell’ambito dei contingenti di cui agli articoli 18, comma 1, e 35, comma 2.

ART. 7

(Proroga di termini in materia di cultura)

1. All’articolo 1, comma 626, della legge 11 dicembre 2016, n. 232, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo periodo, dopo le parole “nell’anno 2017” sono inserite le seguenti: “e nell’anno 2018”;

b) al terzo periodo, le parole “Per l’anno 2017” sono sostituite dalle seguenti: “Per gli anni 2017 e 2018”.

ART. 8

(Proroga di termini in materia di salute)

1. All’articolo 118, comma 1-bis, secondo periodo, del decreto legislativo 6 aprile 2006, n. 193, le parole “A decorrere dal 1° settembre 2018” sono sostituite dalle seguenti: “A decorrere dal 1° dicembre 2018,”.

2. All’articolo 8, comma 1-bis, secondo periodo, del decreto legislativo 3 marzo 1993, n. 90, le parole “A decorrere dal 1° settembre 2018” sono sostituite dalle seguenti: “A decorrere dal 1° dicembre 2018”.

3. All’articolo 2, comma 67-bis, della legge 23 dicembre 2009, n. 191, al quinto periodo, le parole “e per l’anno 2017”, sono sostituite dalle seguenti: “, per l’anno 2017 e per l’anno 2018”.

4. All’articolo 16 del decreto- legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, sono apportate le seguenti modifiche:

a) al comma 1, primo periodo, le parole “per il periodo 2015-2017” sono sostituite dalle seguenti: “per il periodo 2018-2020”;

b) al comma 2, primo periodo, le parole “nel periodo 2015-2017”, sono sostituite dalle seguenti: “nel periodo 2018-2020”;

c) al comma 2-bis, le parole “Nel periodo 2015-2017” sono sostituite dalle seguenti: “Nel periodo 2018-2020”.”.

ART. 9

(Proroga di termini in materia di eventi sismici)

1. Il termine per la presentazione, a pena di decadenza, dei dati relativi all’ammontare dei danni subiti per effetto degli eventi sismici verificatisi nella regione Abruzzo a partire dal 6 aprile 2009 e delle eventuali osservazioni relative alle somme effettivamente percepite, è prorogato al trecentesimo giorno successivo alla comunicazione di avvio del procedimento di recupero di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 14 novembre 2017, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 57 del 9 marzo 2018.

ART. 10

(Proroga di termini in materia di sport)

1.All’articolo 1, comma 378, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, le parole “30 aprile” sono sostituite dalle seguenti: “31 maggio”.

ART. 11

(Entrata in vigore)

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare

Trump a Helsinki: Russia First?

DI ROSANNA SPADINI comedonchisciotte.org 18.7.18

Non dovremmo farci condizionare dalla propaganda mediatica hollywoodista, il ‘Deep State’ è un potere concreto, è profondo e potente e non una semplice teoria cospirativa. Inoltre non ha paura di funzionare allo scoperto ed è tutt’altro che tetragono e univoco. Lo stato profondo è semplicemente il governo permanente non eletto, che continua ad applicare il proprio potere indipendentemente dal voto degli americani.

Il presidente Trump rappresenta solo alcune fazioni dello stato profondo, altre fazioni sono determinate a boicottare le azioni del Presidente e ad impedire che si realizzino, tutto ciò è apparso evidente al summit di Helsinki. Qualunque passo verso la pace con la Russia è naturalmente sentito come avverso alla politica militarista guerrafondaia dei neocons, perché ci sono profitti miliardari in ballo. Quindi ‘inside the Beltway’ il complesso militare-industriale è terrorizzato dalla pace che sembra essere scoppiata con la Russia e farà tutto il possibile per evitare che ciò accada.

Il ‘Deep State’ trova la sua naturale espressione in una Nato, che invece di difendere la pace nel mondo, ne mina alle fondamenta le radici, cercando inoltre di impedire la transizione in atto da un sistema unipolare governato unicamente dagli Usa, ad un sistema multipolare, con il ritorno della competizione tra grandi potenze che lottano per l’egemonia. Trump si sta adattando a questo cambiamento, cercando di favorirlo, in nome della sua politica isolazionistica, e cercando di sopravvivere politicamente nell’ambiente ostile del Russiagate, ordito proprio dallo stato profondo contro di lui.

Ancora prima del vertice di Helsinki, anche l’incontro dei paesi della NATO a Bruxelles ha messo in evidenza la strategia di Trump, che è quella di obbligare i paesi europei a fermare le importazioni di energia da Mosca e sostituirle con gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti ad un prezzo che ovviamente non sarebbe troppo conveniente. Il gas via nave comporterebbe enormi costi logistici, molto superiori a quelli degli oleodotti territoriali tra Europa e Russia. Naturalmente l’intento è anche quello di colpire direttamente la Germania e il progetto Nord Stream II, un accordo del valore di miliardi di euro.

Trump sa perfettamente che ci vorrebbero 20 anni prima che si realizzi il suo progetto, dati costi e tempi necessari per costruire dozzine di impianti LNG sulle coste europee e americane, però gli conviene giocare su due fronti, da una parte esaltare la politica dell’ America First, raccattando ulteriori consensi alla base, dall’altra evidenziare indirettamente l’incoerenza dei paesi dell’UE, che nonostante l’ostilità verso la Russia tramite le sanzioni, continuano a dipendere fortemente dalle sue esportazioni di energia.

L’incoerenza è la cifra ontologica dell’UE, che si comporta con estrema viltà quando diventa succube con i forti USA e prepotente con la debolezza dei popoli. Vero che gli stati europei spendono intorno al 2% del loro PIL per la difesa, mentre gli Stati Uniti si avvicinano al 4% (più o meno), ma è anche vero, che i poteri decisionali sono in mano alle potenze egemoni, non certo all’Italia.

Inutile dire che i media americani stanno sostanzialmente dalla parte del Deep State, quindi titoloni avversi hanno scandito la scena: ‘Trump tradisce gli alleati’… ‘Fine della NATO’. Mentre la figlia di Brzezinski (proprio lui) ha vomitato il suo livore dalla diretta di Morning Joe di MSNBC, sul vertice di Helsinki: ‘Trump ha mostrato la sua sudditanza verso Putin in diretta mondiale’.

Naturalmente fingono di non sapere che Trump si è concentrato principalmente sul trionfo nei midterms di novembre, e per farlo ha avuto bisogno di sembrare un vincitore e l’eroe di un nuovo ordine mondiale, più pacifico e distensivo.

I due leader della post-globalizzazione, comandanti in capo dei neo-nazionalismi, sono apparsi in diretta mondiale più alleati che rivali, alla faccia della politica stagnante degli avversari, che Donald ha scaricato e che Vladimir ha trattato con indifferenza.  Se non fosse per la gente in piazza, che ha protestato contro l’isteria di Donald e contro le violazioni dei diritti umani di Vladimir, saremmo piombati in un universo schizofrenico, dove la bandiera arcobaleno viene sbandierata dal presidente che ha da poco tempo calpestato le norme più elementari dei diritti universali, separando le madri dai figli degli immigrati.

In realtà l’incontro privato poco produrrà di concreto, ma l’immagine servita alle opinioni pubbliche in conferenza stampa è quella di un rapporto basato sull’intreccio d’interessi politico-personali ed economico-energetici e sulla disponibilità a trovare un accordo.

Non c’è alcun dubbio che il viaggio di Trump in Europa abbia segnato un cambiamento storico nella politica estera degli Stati Uniti, che potrebbe determinare il futuro di questa nazione e il destino della sua presidenza. Trump ha contraddetto le premesse fondamentali della consueta politica americana dalla fine della Guerra Fredda e ha incolpato i miserabili rapporti con la Russia, non tanto per colpa di  Putin, ma direttamente dell’establishment statunitense.

Anzi già in un tweet precedente all’incontro, aveva incriminato le élite di entrambe le parti: Il nostro rapporto con la Russia non è MAI stato peggiore, grazie a molti anni di follia e stupidità degli Stati Uniti e ora, la Rigged Witch Hunt!’

Osservando i passaggi da Bruxelles alla Gran Bretagna a Helsinki, il messaggio di Trump è stato chiaro, coerente e sorprendente.

La NATO è obsoleta, gli alleati europei (Germania in primis) hanno approfittato della difesa degli Stati Uniti per accumulare enormi surplus commerciali, però ora questa storia sarebbe finita. Gli europei devono smettere di fare protezionismo a danno dei mercati Usa e dovranno iniziare a pagare per la propria difesa.

La Guerra Fredda è finita e Trump non permetterà che l’annessione della Crimea di Putin o l’aiuto ai ribelli filo-russi in Ucraina possano impedire di lavorare ad un riavvicinamento e una collaborazione con lui.

Il presidente ‘isterico’ in realtà sembrava piuttosto lucido quando ha dichiarato ripetutamente: ‘La pace con la Russia è una cosa buona, non una brutta cosa’Per quanto riguarda le truppe americane in Siria, se ne andranno dopo aver distrutto l’ISIS, ed oggi la percentuale di vittoria è al 98%.

Questo sembra essere un altro messaggio di fondo: l’America sta tornando a casa dalle guerre straniere.

Quando Trump ha definito ‘folle e stupida’ la politica USA, forse aveva in mente di dire altre cose.   Infatti gli Stati Uniti non hanno continuamente provocato, spostando le truppe NATO nel cortile russo, dopo il crollo dell’Unione Sovietica?

Non è stata l’invasione USA dell’Iraq a spogliare Saddam Hussein delle armi di distruzione di massa ‘inesistenti’ e che ha catapultato l’Occidente in guerre criminali e interminabili in Medio Oriente?

Il sostegno degli Stati Uniti ai ribelli siriani non era determinato a rovesciare Bashar Assad, portando all’intervento dell’ISIS e a una guerra civile durata sette anni con mezzo milione di morti, una guerra cui ha poi partecipato anche Putin per salvare il suo alleato siriano?

Non è stata la complicità USA nel colpo di stato di Kiev ad estromettere il regime pro-russo eletto, che ha costretto poi Putin ad imporre il referendum in Crimea per difendere la base navale del Mar Nero a Sebastopoli?

E poi la Russia ha annesso la Crimea senza spargimento di sangue, ma gli Stati Uniti non hanno bombardato la Serbia per 78 giorni per costringere Belgrado a cedere la provincia del Kosovo?

Forse proprio tutto questo Trump avrebbe voluto dire ed in parte ha detto. Sta di fatto che il cambio di rotta ha scatenato la reazione violenta della destra repubblicana, che non si riconosce nel processo nazionalista ed antiglobalizzazione sostenuto da Trump. L’ex governatore della California Arnold Schwarzenegger ha accusato il presidente di aver danneggiato l’eredità di un altro ex governatore della California e di un altro grande presidente: Ronald Reagan.

Il ‘Terminator’ ha espresso tutto il suo disprezzo in un video postato su Twitter, dove ha definito l’atteggiamento di Trump ‘imbarazzante’, accusandolo di aver insultato la comunità e il sistema giudiziario degli Stati Uniti – che aveva incriminato oltre due dozzine di agenti dei servizi segreti russi – e persino il paese stesso. Il tweet di Schwarzenegger ha ricevuto oltre 14.000 retweet e oltre 44.000 mi piace.

Quindi a questo punto sembra  proprio che Trump voglia passare alla storia come colui che ha interrotto l’offensiva contro la Russia, che ha posto fine all’interminabile Guerra Fredda, in realtà mai sopita, che sta cercando una politica estera meno aggressiva e più isolazionista, che si vuole occupare molto più di favorire i livelli di occupazione degli americani, piuttosto che spedirli a morire in qualche guerra bastarda in giro per il mondo.

Dai leaders repubblicani, ai media neocons, fino ai giornalisti italiani, destra sinistra benpensante, un coro di critiche e sconcerto per le dichiarazioni del presidente che si è schierato con il leader russo, uno sconcerto bipartisan, trasversale ed internazionale.

L’immagine di un presidente che si schiera con un capo di Stato straniero, per giunta sospettato da un’indagine ufficiale di attività antiamericana, che si è rifiutato di appoggiare le proprie stesse agenzie di intelligence impegnate nell’inchiesta sul Russiagate, ha sconvolto mezzo mondo.

Però con grande franchezza il presidente ha risposto sostenendo che l’inchiesta sul Russiagate ‘è nata soltanto perché i democratici hanno perso’, e ‘non c’è stata alcuna collusione’.

Trump ha voluto segnalare in questo modo un processo di sganciamento degli Usa dall’UE e di indifferenza verso la NATO, ha parteggiato per il Brexit duro alla Boris Johnson, poi sembra aver portato i suoi trofei ad Helsinki, per farne omaggio a Putin, come dice il falso giudizio di Federico Rampini (Repubblica).

Siamo comunque  ad una svolta della storia occidentale, un ‘ordine’ si sta dissolvendo sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno, per dare vita ad un nuovo ‘ordine’, che però sembra meno guerrafondaio e meno mondialista. Dunque perché non approfittarne?

 

Rosanna Spadini

Fonte: http://www.comedonchisciotte.org

18.07.2018

Carige, Malacalza dà mandato ai suoi avvocati di verificare «profili di rilevanza penale» nella gestione

ilsecoloxix.it 18.7.18

Malacalza

Malacalza

Milano – Nell’ambito delle vicende di Banca CarigeVittorio Malacalza, che di recente si è dimesso dal consiglio di amministrazione dell’istituto di credito genovese, ha fatto sapere in una nota di avere «conferito incarico al suo avvocato di prendere in esame documenti, condotte e fatti posti in essere da soggetti apicali nel corso della travagliata gestione aziendale» per «valutare se, in relazione agli stessi, siano ravvisabili profili di rilevanza penale, riservandosi, nel caso, di assumere le più opportune iniziative a tutela della sua persona».

Nel documento si legge ancora che l’incarico al legale da parte di Malacalza arriva «a seguito delle vicende interne ed esterne che hanno interessato Banca Carige e che, da ultimo, lo hanno determinato, per le motivazioni che ha già avuto modo di esprimere nella lettera ufficiale già presentata, a rassegnare le proprie dimissioni, ancorché differite, dalla carica di membro del consiglio di Amministrazione dell’azienda».

Nella sua lettera di dimissioni Malacalza aveva motivato la decisione con «il sussistere di motivi di dissenso e di divergenze con l’organo di governo della società per quanto riguarda la gestione aziendale e la visione di governance».

Al Cda il socio di maggioranza di Carige (20,6%) aveva indicato anche «due fatti molto gravi» alla base della decisione:
– uno di questi è che «proprio nei giorni immediatamente precedenti all’arresto dell’avvocato Lanzalone» per l’inchiesta sulla stadio della Roma, l’Ad della banca, Paolo Fiorentino, «mi riferì di averlo incontrato e me ne decantò le qualità professionali»;
– l’altro, spiega Malacalza, è il tentativo di Fiorentino «di delegittimare» il suo ruolodi supplenza del presidente quando, nell’incontro con la stampa del 3 luglio, «anziché smentire la “voce” di supposte obiezioni della Bce a tale ruolo di supplenza, la ha accreditata».

Malacalza si era dimesso dopo il presidente, Giuseppe Tesauro, e i consiglieri Stefano Lunardi e Francesca Balzani.

Fiorentino: «Sono e siamo tranquillissimi»
In serata, proprio l’Ad di Carige si è espresso così sull’azione intrapresa da Malacalza: «Esaminino con la massima attenzione tutte le carte, sono e siamo tranquillissimi».

Borsa: Milano “debole”, Carige in controtendenza
Oggi, con le Borse europee in lieve rialzo e in una Piazza Affari “debole” (l’indice Ftse-Mib a 21.956 punti, -0,08%), il titolo di Banca Carige è andato controcorrente, guadagnando l’1,16%.

EURO & POLEMICHE/ Cosa nasconde lo schiaffo di Draghi a Savona?

La sfida tra Mario Draghi e Paolo Savona va avanti. Lo si capisce anche da un tweet proveniente da un funzionario dell’ufficio stampa della Bce, spiega NICOLA BERTI

Paolo Savona (Lapresse)Paolo Savona (Lapresse)

Non ha sorpreso che Lorenzo Bini Smaghi abbia rintuzzato su Repubblica una lettera di Paolo Savona, nella quale il neo-ministro per gli Affari europei ri-delineava la sua proposta di riforma della Bce. Bini Smaghi è stato uno dei tre italiani avvicendatisi dal 1998 nell’esecutivo della banca centrale dell’euro (il primo è stato Tommaso Padoa-Schioppa, l’ultimo il presidente in carica Mario Draghi). Ha stupito un po’ di più che “LBS” – supportato a suo tempo da Giulio Tremonti, avvicinatosi poi al concittadino Matteo Renzi e comunque ben posizionato come presidente del Consiglio di sorveglianza di Société Générale – abbia rinfacciato a Savona un presunto errore da economista: l’assimilazione tecnica delle Omt – le operazioni di acquisto di titoli pubblici dei paesi dell’eurozona da parte della Bce – al Qe, cioè alla politica monetaria espansiva originariamente seguita dalla Fed sul dollaro.

Ma ciò che ha fatto davvero rialzare qualche sopracciglio è stato che Bini Smaghi abbia di fatto ripreso l’argomentazione da una singolare azione di comunicazione da parte della stessa Bce.

andrea zizola@andreazizola

Savona oggi risponde alle osservazioni di @FerdiGiugliano, ma OMT e QE non sono proprio la stessa cosa. Cambiare la Bce per salvare l’Europa | Rep https://rep.repubblica.it/pwa/lettera/2018/07/16/news/cambiare_la_bce_per_salvare_l_europa-201962966/  @repubblica

Cambiare la Bce per salvare l’Europa

(Rep: abbonati per leggere l’articolo) L’intervento del ministro degli Affari Europei

rep.repubblica.it

Il tweet è sull’account di Andrea Zizola: funzionario italiano nell’ufficio stampa della Bce. Analogamente, Ferdinando Giugliano, oggi editorialista di Bloomberg dopo esserlo stato di Repubblica, vanta nel suo curriculum un passaggio all’ufficio studi Bankitalia sotto il governatorato di Mario Draghi. È dunque molto arduo non attribuire direttamente al capo dell’Eurotower un ennesimo gesto di stizza nei confronti di Savona: assai meno “macro” del clamoroso stop suggerito al Quirinale per la nomina di Savona a ministro dell’Economia, alla stretta per il governo Conte; ma non meno significativo di una tensione fortissima.

Che Savona e Draghi siano divisi su tutto è noto. Il primo – più anziano, pupillo di Guido Carli e poco euro-entusiasta – all’inizio degli anni 90 si vide la strada tagliata da Draghi, il prescelto fra i Ciampi-boys per pilotare prima il Tesoro nelle grandi privatizzazioni e poi Bankitalia nella nascita dell’euro, approdando infine alla Bce anche grazie al grande favore della finanza globale di mercato. Non è certamente facile oggi – per gli stessi interessati – tenere separati aspetti personali, convinzioni politico-economiche di fondo e delicate congiunture correnti. 

È chiaro che quando Draghi accusa Savona di confondere Omt e Qe sta evocando in termini brutali la fine del sostegno della Bce ai titoli di Stato europei (cioè italiani): e questo coinciderà con la conclusione ormai prossima del suo mandato a Francoforte e con la ricerca incertissima del suo successore. D’altra parte Savona sta affrontando di petto la minaccia più o meno realistica di un’altra crisi dello spread: sostenendo che quanto l’Italia ha sofferto dal 2011 in poi – sotto la presidenza Draghi della Bce – è stato essenzialmente dovuto a una cattiva costruzione della banca centrale. Il problema della politica monetaria dell’euro quindi non sarebbe tecnico ma politico, anzi: risiederebbe nell’errore politico dei governi italiani di aver accettato una cattiva strutturazione tecnica dell’Unione monetaria – e poi di quella bancaria – subendone (almeno secondo Savona) ricadute evidenti e pesanti. Le posizioni del nuovo Governo italiano vengono naturalmente riverberate dalla grave crisi corrente di tutte le istituzioni Ue.  

Il “caso Savona-Draghi” – perché tale è – non sembra comunque destinato a esaurirsi. Anche se il Paese non ne avrebbe bisogno.

Milan, il fondo Elliott punta ad Antonio Conte

firstonline.it 18.7.18 Federico Bertone

Gran fermento in casa rossonera in vista del verdetto del Tas sul futuro europeo del club ma la nuova proprietà è tentata di cambiare tutto con Conte in panchina e un bomber di peso tra Higuain, Morata e Immobile – La Juve aspetta le offerte del Chelsea – Le altre manovre di Inter, Roma e Napoli

Milan, il fondo Elliott punta ad Antonio Conte

Per ora solo una voce, domani chissà… Nel giorno in cui Gattuso presta il volto alla campagna abbonamenti, il Milan sembra pensare ad Antonio Conte. Più che altro l’idea sarebbe di Elliott, tentato da una vera e propria rivoluzione tecnica non appena il Cda avrà ufficialmente spazzato via ciò che resta di Yonghong Li e delle sue truppe. Difficile fare previsioni, del resto la situazione che regna nel club rossonero è talmente insolita da non potersi prestare a nessun tipo di ragionamento logico, né dal punto di vista societario né da quello tecnico.

La normalità vorrebbe che allenatore e dirigenti lavorassero tranquilli a un mese dall’inizio del campionato, in casa Milan invece è tutto in divenire e così è impossibile stabilire con certezza se Elliott entrerà piano oppure lo farà a gamba tesa. Le due correnti di pensiero sono esattamente queste: una che vedrebbe una continuità con il passato (Fassone, Mirabelli e Gattuso confermati), un’altra che spinge per la rivoluzione totale e dunque un nuovo allenatore (Conte appunto) ma anche Leonardo direttore tecnico, magari con Giuntoli o Pradè a supportarlo sul mercato.

Sabato ne sapremo di più, ad ogni modo l’interesse per Conte trova conferme in quelle fonti che, in tempi recentissimi, hanno rivelato cose che sembravano davvero impossibili e che invece sono diventate realtà (CR7 docet). Nel frattempo, in questo clima di totale incertezza, Mirabelli prova a lavorare sul mercato nel tentativo di dare a Gattuso una squadra quantomeno competitiva.

I giochi partiranno ufficialmente giovedì, dopo che il Tas di Losanna si sarà espresso sul futuro europeo del club, le manovre però sono già iniziate da tempo e vedono il Milan a caccia di un attaccante di caratura internazionale. Ai noti Morata e Immobile s’è aggiunto anche Higuain, che già due mesi fa si propose in Via Aldo Rossi tramite il fratello-procuratore: allora Mirabelli disse no, oggi però le cose potrebbero andare diversamente.

Il futuro del Pipita, a dire il vero, sembra più in Inghilterra, dove Sarri lo accoglierebbe a braccia aperte ma il Milan, vicinissimo a cedere Kalinic all’Atletico Madrid (prestito con obbligo di riscatto a 18 milioni), resta comunque una possibilità. Il tutto, ovviamente, sarà subordinato alle cessioni e non solo a quella del croato: Suso (clausola da 38 milioni scaduta, ora il prezzo va trattato con il club) e Bonucci (Psg interessatissimo) gli indiziati principali. Milan in copertina dunque ma solo perché partito più tardi degli altri, che nel frattempo sono già in pieno mercato.

La Juve, dopo la sbornia CR7, aspetta di ricevere l’offerta del Chelsea per Higuain e Rugani e forse anche quella del Psg per Alex Sandro, dopodiché proseguirà la sua faraonica campagna acquisti. Gli obiettivi sono Pogba e un difensore centrale (dopo Godin spunta anche Gimenez dell’Atletico Madrid) mentre l’affare Marcelo, al momento, sembra impossibile da realizzare per il veto di Florentino Perez, al momento impegnato nella trattativa col Chelsea per portare a Madrid Hazard (la stampa inglese parla di 226 milioni).

Manovre frenetiche anche in casa Inter dove è arrivato il sì di Vrsaljko: il croato vuole vestire il nerazzurro, ora bisogna trovare l’accordo con l’Atletico, finora piuttosto freddo di fronte al prestito con diritto di riscatto proposto da Ausilio. Al vaglio anche il sogno Di Maria ma solo se prima dovesse partire Joao Mario, richiesto dagli inglesi del Wolverhampton: Spalletti avrebbe così un attacco da sogno e la Serie A guadagnerebbe un altro top player.

Difficilmente ritroveremo Alisson (Roma e Liverpool sono a un passo dal chiudere l’affare per 70-75 milioni) ma forse il Napoli ci regalerà qualcosa, almeno a sentire le promesse di De Laurentiis, che ha confermato come un colpo arriverà. Insomma, il mercato è ancora caldo, anzi caldissimo, e promette di offrirci un mese di fuochi d’artificio.

 

Fca, Marchionne sta per mollare?

lo spiffero.com 18.7.18

Si accavallano indiscrezioni sullo stato di salute del manager, assente da oltre un mese. Si starebbe accelerando la sostituzione al vertice del gruppo. Elkann punterebbe sull’ex capo mondiale di Vodafon Colao. Successione però smentita dall’azienda

Lo stato di salute di Sergio Marchionne è trattato con estremo riserbo dai vertici di Fca, ma la prolungata assenza dalle scene pubbliche del manager dei due mondi ha moltiplicato i rumors sulla natura dell’intervento subito in una clinica svizzera, al punto che si parla con sempre più insistenza della possibilità di un suo ritiro forzato. La sua ultima apparizione risale allo scorso 26 giugno, quando il manager aveva partecipato alla consegna ufficiale di una jeep Wrangler all’Arma dei carabinieri. Da allora sono stati annullati tutti i suoi appuntamenti e la proprietà ha fatto calare sul suo numero uno operativo una cortina di silenzio.

A questo punto appaiono sempre più fondate le voci che parlano di una anticipazione dell’avvicendamento a capo del gruppo, a tutt’oggi previsto per l’aprile del prossimo anno, con la fine del mandato di Marchionne. Secondo Dagospia tra i papabili alla successione ci sarebbe l’ex capo di Vodafone Vittorio Colao, il quale avrebbe già incontrato più di una volta John Elkann e pure esponenti del governo.

Avvicendamento smentito da portavoce di Fiat Chrysler Automobiles che nel confermare “come già più volte dichiarato dalla società” che la sostituzione avverrà “a tempo debito, con una soluzione interna, a seguito di un preciso processo decisionale da tempo in corso”, non riferisce nulla sulle condizioni di salute del top manager.

 2 Commenti

  1. avatar-4

     21:13 Mercoledì 18 Luglio 2018ALIENO1951ACMA CHE CI FREGA.

    CHE CI SIA QUESTO O UN ALTRO LA SOCIETÀ È AMERICANA. CHE PENA DA NOSTALGICI FREGATI !

  2. avatar-4

     20:03 Mercoledì 18 Luglio 2018nervinorinvia rinvia rinvia …

    e alla fine il momento forse e arrivato, passare oltre all amato ed odiato Canadese che a parte le simpatie certamente ha fatto di fiat un azienda sana. non e facile anzi, se sara colao speriamo che gli vada meglio di come gli era andata al Corriere,unica esperienza esterna a vodafone del manager anglo italiano …

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I VOUCHER POSSIBILI PER CONTRASTARE IL LAVORO NERO (DAVVERO) di Francesca Donato.

scenari economici.it 18.7.18

Uno dei nodi problematici emerso all’indomani dell’uscita del “decreto dignità” è quello relativo alla possibile reintroduzione dei voucher, richiesta a gran voce dai partiti di centrodestra, ma ostacolata da parte del Movimento 5 stelle e del centrosinistra.

Vediamo quali sono, a grandi linee, i termini della questione.

I cosiddetti “voucher” sono dei buoni lavoro introdotti come strumento di retribuzione del lavoro occasionale, oltre 20 anni fa, nel 2003, con la Legge Biagi, durante il secondo governo Berlusconi.

Concepita con l’intenzione di ridurre il lavoro nero, questa forma di remunerazione fu per diversi anni sostanzialmente semi-sconosciuta e poco utilizzata.

Il secondo governo Prodi, nel 2008, ne precisò i limiti e l’utilizzo (ad esempio nel settore agricolo), estendendolo successivamente ai lavori di tipo occasionale con prestazioni brevi riconosciuti dalla riforma Biagi, in cui il lavoro tipico di riferimento era quello domestico, oltre ai casi di prestazioni occasionali in fiere o eventi pubblici o altre situazioni analoghe, frequentemente pagate in nero e dunque senza protezione assicurativa.

Il Governo Berlusconi IV, con la legge 33/2009, ne estese l’applicazione a tutti i soggetti a partire dal 2010.

Con i governi successivi si è avuta la graduale liberalizzazione di utilizzo: dapprima con il Governo Monti (Riforma Fornero), che ne ha liberalizzato l’uso con il solo vincolo economico pari a 5.000 euro all’anno per ogni singolo lavoratore; poi con il Governo Letta che ne ha eliminato l’applicabilità alle sole prestazioni di natura occasionale, estendendone l’uso a tutti i settori. Il Governo Renzi con il Jobs Act ha alzato il limite economico annuale di utilizzo da 5.000 a 7.000 euro (9.333 euro lordi), e fissando un tetto a 2.020 € netti annui (2.693 € lordi) per ciascun committente, introducendo al contempo la tracciabilità dei voucher. Così, l’utilizzo del voucher è stato esteso a industria e artigianato restando escluso (salvo deroghe) per il personale impiegato nell’esecuzione di contratto di appalto, sia di opere che di servizi.

Il d.l. 185/2016 ha reso obbligatorio da parte del committente effettuare la registrazione dell’utilizzo tramite l’invio di un sms o email all’Ispettorato del lavoro competente, almeno un’ora prima della prestazione, per impedire usi fraudolenti dello strumento (ovvero pagare con voucher solo una piccola parte del compenso dovuto al lavoratore).

Per attivare i voucher si è dunque resa necessaria, sia per il datore di lavoro che per il lavoratore, l’iscrizione ad hoc sul sito dell’INPS; il valore facciale del buono lavoro è stato fissato in € 10, di cui 8 netti vanno al lavoratore, mentre 2 rappresentano i contributi Inps e INAIL.

Tali adempimenti, mirati ad assicurare la tracciabilità dei voucher, sono stati introdotti per impedirne l’uso fraudolento o improprio, rivelatosi frequente nella pratica. Gli stessi, infatti, erano stati utilizzati come espediente per regolarizzare apparentemente rapporti di lavoro caratterizzati da esclusività e continuità della prestazione, che avrebbero dovuto quindi essere regolati con un contratto di lavoro stabile, ovvero adottati come schermo di regolarità per prestazioni di lavoro intrattenuti quasi interamente in nero, intervallate dall’occasionale remunerazione mediante cessione di un voucher.

Inoltre, essi si prestavano anche a elusione fraudolenta delle norme previdenziali e giuslavoristiche, poiché nell’eventualità di un infortunio sul lavoro o di un accesso ispettivo da parte dei servizi di vigilanza dell’INPS, dell’INAIL o del Ministero del lavoro, era sufficiente per il datore di lavoro l’esibizione dei buoni acquistati, ancorché non corrisposti, per non incorrere in addebiti di irregolarità con conseguenti applicazione di sanzioni.

Il problema di questo uso irregolare era stato affrontato nel Jobs Act, con una norma che prevedeva l’obbligo di comunicare l’inizio della prestazione alla Direzione Territoriale del lavoro competente, in modo preventivo e per via telematica, ma che non riguardava tutte le tipologie di committenti o datori di lavoro.

Nel Jobs Act si era considerata anche la problematica della retribuzione minima oraria del lavoro dei contratti voucher, precedentemente rimasta irrisolta, con una norma che, nel demandarne la determinazione a un apposito decreto del Ministero del lavoro, stabiliva un regime transitorio durante il quale la remunerazione oraria della prestazione occasionale era stabilita nel valore di taglio minimo del buono lavoro.

A seguito dell’iniziativa referendaria promossa dalla CGIL per abrogare i voucher, ritenuti inidonei a garantire la tutela dei lavoratori, sulla quale la Corte costituzionale aveva dato il via libera, il governo Gentiloni ha abolito i voucher con il decreto legge 17 marzo 2017, n. 25 “ritenuta la straordinaria necessità e urgenza di superare l’istituto del lavoro accessorio al fine di contrastare pratiche elusive”, ottenendo così il venir meno dell’oggetto del referendum, il cui iter è stato stoppato dalla Corte di Cassazione.

Nel luglio 2017, con il decreto legge 50, i buoni lavoro sono stati reintrodotti nell’ordinamento, seppur con alcune modifiche rispetto ai precedenti e con il nome di “prestO”. Il nuovo modello di “buoni lavoro” distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia) e professionale (contratto di prestazione occasionale); i buoni sono soltanto telematici e acquisibili unicamente sul sito dell’Inps. Sia il lavoratore che il datore di lavoro devono essere registrati; sono stati rivisti anche ambiti e limiti di utilizzo, nonché le sanzioni per gli abusi.

La CGIL ha fortemente criticato il decreto in quanto ha ritenuto che contenesse la reintroduzione dei voucher, accusando il governo di averli abrogati per evitare il referendum e poi reintrodurli subito dopo la data prevista per il referendum stesso, con un atto sostanzialmente anticostituzionale. Tale tesi è stata avallata anche dal costituzionalista Mauro Volpi, docente di Diritto presso l’Università degli Studi di Perugia.

I nuovi buoni hanno però avuto uno scarso successo, proprio a causa dei maggiori limiti di utilizzo e delle complicazioni procedurali, tanto che è riemersa la richiesta di tornare al vecchio modello.

Oggi, all’indomani dell’approvazione del “decreto dignità”, il Ministro Di Maio è messo sotto pressione dalle varie associazioni di categoria dei datori di lavoro, che chiedono con forza la reintroduzione dei voucher in nome della semplificazione della regolarizzazione dei rapporti di lavoro occasionali, ed allo scopo di contrastare il riemergere dei rapporti in nero. Le due esigenze sono entrambe legittime e degne di massima considerazione, ma resta il problema di scoraggiare gli abusi dell’istituto, già visti sotto il vecchio regime.

Come fare? Per evitare di ricadere nel pantano dell’eccessiva complicazione procedurale, conservando la tracciabilità dei buoni al fine di impedire il loro utilizzo “last minute”, un metodo molto semplice ed efficace, a parere di chi scrive, sarebbe quello di adottare nuovamente il modello cartaceo, ma subordinarne la validità ai fini fiscali, previdenziali ed assicurativi all’invio tramite PEC all’Ispettorato del Lavoro almeno 12 ore prima dell’inizio della prestazione lavorativa in oggetto, con l’indicazione obbligata del giorno e delle ore in cui il lavoratore verrà impiegato. Così facendo, si inibirebbe il possibile ricorso allo strumento soltanto in caso di infortunio o ispezione, in quanto il mancato invio nei termini equivarrebbe all’inadempimento dell’obbligo di regolarizzazione.

Per i privati sforniti di PEC invece, si potrebbe predisporre un sistema di upload dei buoni sul sito web dell’Ispettorato stesso, o un modulo da compilare online per le prestazioni sia brevi che di più lunga durata, che si possa salvare con i dati delle parti interessate e riutilizzare ogni volta inserendo date ed orari delle prestazioni lavorative occasionali.

Insomma, volendo trovarlo, un modo per rendere i voucher più semplici da utilizzare mantenendone la tracciabilità, c’è eccome. L’importante è comunque che l’utilizzo di tali strumenti venga strettamente limitato alle prestazioni occasionali, pur rendendolo ammissibile in tutti i settori lavorativi previsti nel Jobs Act, stabilendo degli opportuni tetti massimi di utilizzo – sia temporali che economici – per il datore di lavoro ed approntando un sistema di monitoraggio efficace a scongiurarne gli utilizzi fraudolenti.

Gli elettori del M5S – e non solo – certamente non tollererebbero cedimenti da parte del loro leader sul fronte della tutela dei diritti dei lavoratori, ma d’altra parte, il mondo del lavoro contempla certamente anche le prestazioni saltuarie o occasionali, che meritano adeguata regolamentazione: è giusto dunque intervenire con coerenza e prudenza, e lo sforzo in tal senso del Governo verrà premiato.

Francesca Donato

Le vaccinazioni pediatriche: la nuova edizione del Dr. Roberto Gava è già bestseller

informazionexresistere.org 18.7.18

le vaccinazioni pediatriche

Riportiamo la comunicazione che il Dottor Roberto Gava ha pubblicato sulla sua pagina Facebook riguardo alla nuova edizione del libro Le vaccinazioni pediatriche.

L’opera del farmacologo tossicologo è già al primo posto dei libri più venduti su Amazonnella sua categoria.

Nuova edizione “Le Vaccinazioni Pediatriche”

Sono veramente contento di comunicare che è disponibile la nuova edizione del mio libro “Le vaccinazioni pediatriche”.

E’ un libro completo con più di 2200 pubblicazioni scientifiche citate e commentate, ma contiene anche la mia esperienza clinica che è il frutto di quasi 40 anni di ascolto, osservazione e cura dei miei pazienti.

Servendosi anche di quasi 200 tabelle e 60 figure, il libro affronta in modo completo la delicata e complessa profilassi vaccinale presentando le conclusioni anche di moltissimi studi scientifici poco noti e affrontando tutti i temi e le domande che molti genitori si pongono.

Le pagine possono sembrare tante, ma sono state scritte in un linguaggio semplice e quindi è un libro che può essere letto da tutti.

Proprio a causa della complessità della società attuale, credo sia fondamentale che, alla luce delle conoscenze più aggiornate, il medico scelga di volta in volta la tecnica terapeutica più appropriata per il suo paziente, in modo da poter personalizzare qualsiasi trattamento, sia preventivo che curativo.

Sono convinto che, oggi più che mai, la conoscenza e la consapevolezza in ambito sanitario siano due pilastri indispensabili per mantenere e accrescere la nostra salute e penso che questo libro ci aiuti ad andare proprio in questa direzione. Buona lettura, Dr. Roberto Gava.

E’ possibile avere maggiori informazioni sul libro Le vaccinazioni pediatriche a questi link:

Amazon: clicca qui https://amzn.to/2JyccCX (le copie sono in arrivo, ma si può comunque già acquistare);

Librisalus.it: clicca qui http://www.librisalus.it/libri/le_vaccinazioni_pediatriche.php (è già disponibile ed è presente anche l’indice e l’introduzione).