Il 60% delle sigarette sono “illicit whites”

il giornale.it 20.7.18 da redazione

Un report di Bat traccia la mappa dei flussi Per lo Stato un miliardo di minori entrate

Uno studio sul contrabbando di sigarette in Italia, realizzato da Intellegit, start-up sulla sicurezza dell’Università degli Studi di Trento, con il contributo di British American Tobacco Italia (BAT Italia) pone l’accento sul fenomeno. Si scopre così che in Italia il 5-6% di sigarette in commercio sono arrivate tramite canali illegali. Lo snodo di questo commercio è la Grecia con 4 miliardi di sigarette di contrabbando passate dai suoi porti nel 2016 di cui 1,54 miliardi costituite da «illicit whites», vendute nel mercato nero greco ad un prezzo di circa 1,5 euro al pacchetto. Il rapporto cataloga tutti i marchi di illicit whites rilevati sul mercato italiano riportando informazioni sul pacchetto, il produttore, il proprietario del marchio ed eventuali varianti, nonché le città di vendita, il prezzo e la quota di mercato. Si tratta di una catalogazione innovativa, utile a realizzare la prima fotografia precisa del fenomeno con l’obiettivo di contribuire a contrastarlo.

«Il contrabbando in Italia mostra un’evoluzione ciclica ma stabile, addirittura in leggero calo rispetto al 2016: dal 6,4% al 4,3% nel 2017 – ha detto Andrea Conzonato ad di Bat in Italia -. Un andamento positivo ascrivibile principalmente a due fattori: gli elevati controlli delle forze dell’ordine sul territorio, e le politiche regolatorie e fiscali».

L’Italia si pone al di sotto del consumo illecito della maggior parte degli altri Stati europei, il contrabbando di sigarette resta comunque un fenomeno criminale non privo di conseguenze, sia dal punto di vista fiscale che per la salute dei cittadini. Un fenomeno che, per l’appunto, ogni anno causa mancati introiti erariali di circa un miliardo, senza considerare le implicazioni che prodotti non garantiti e controllati possono avere per la salute del consumatore.

Ma il contrabbando pesa anche sugli altri paesi Ue per circa 10 miliardi di mancati introiti da imposte e dazi e, di questi.

L’aumento dei rischi per la salute dei consumatori è legato soprattutto ala crescita spropositata della presenza di sigarette illicit whites che ad oggi rappresentano oltre il 60% del totale delle sigarette sequestrate in Italia. Questa particolare tipologia di sigarette sfugge alle procedure ispettive sulla genuinità del prodotto disciplinate dalle normative italiane ed europee.

In Nuova Zelanda la settimana lavorativa sarà di 4 giorni, ma pagata come 5

Globalità.it 19.7.18

Lavorare di meno significa aver più tempo libero e, probabilmente, essere più felici, ma non solo.

In Nuova Zelanda la settimana lavorativa sarà di 4 giorni, ma pagata come 5

Un orario ridotto in ufficio migliora anche le performance sul posto di lavoro. Mentre l’Italia litiga sul decreto Dignità, dall’altra parte del mondo un’azienda sperimenta la settimana breve, anzi brevissima: quattro giorni di lavoro, oltretutto pagati come se fossero cinque.

Succede in Nuova Zelanda dove la Perpetual Guardian, una società che si occupa di pianificazione patrimoniale, ha offerto questa possibilità ai suoi duecento e quaranta dipendenti. L’esperimento, durato sei settimane tra l’inizio di marzo e metà aprile, ha avuto esiti sorprendenti.

A monitorare i risultati dell’esperimento, che il fondatore di Perpetual Guardian Andrew Barnes ha già fatto sapere di voler replicare, sono stati due team di ricerca. Il primo, guidato da Helen Delaney dell’Università di economia di Auckland, ha rivelato un “generale miglioramento dei comportamenti, delle relazioni e dell’ambiente di lavoro”.

In particolare sono cambiate alcune abitudini degli impiegati, spinti a “trovare modi innovativi per lavorare in maniera più produttiva” e quindi a usare i sistemi di comunicazione offerti dalla tecnologia per comunicare in modo più efficiente con colleghi e clienti. Non solo: “più concentrati e presenti”, così vengono dipinti gli uomini della Perpetual. “Meno tempo perso navigando sul web cercando argomenti non inerenti al lavoro”, e un modo di fare orientato al risultato. Lavorare “a testa bassa”, anche se in alcuni casi ha provocato un senso di pressione per dover finire le proprie mansioni in un tempo ridotto, ha fatto registrare dati incoraggianti sotto ogni punto di vista: l’azienda assicura che la produzione è rimasta uguale a quando si lavorava su cinque giorni, e a migliorare sensibilmente è stato il bilanciamento tra vita privata e in ufficio.

Se nel 2017 un sondaggio interno alla società aveva rivelato che appena il 54% degli impiegati riteneva adeguato il rapporto work-life, cioè il tempo davanti ai computer della società rispetto a quello personale, la settimana di quattro giorni ha fatto crescere il dato fino al 78%. A dirlo, in questo caso, è il report di Jarrod Haar, professore all’Università di tecnologia di Auckland.

A inizio febbraio il fondatore di Perpetual Guardian Andrew Barnes spiegava il motivo per cui testare la settimana di quattro giorni. “Lo facciamo perché è la cosa giusta da fare – raccontava in una intervista televisiva -. Ci rendiamo conto che è difficile riuscire a bilanciare gli impegni di lavoro con quelli fuori dall’ufficio, e noi vogliamo che i nostri dipendenti vivano al meglio entrambe le situazioni. Ridurre l’orario è la soluzione naturale”.

I benefici, come detto, sono stati evidenti anche sul lavoro: gli indicatori di impegno, stimolo e spirito di leadership sono tutti cresciuti del 18-20%. Il livello di stress, al contrario, è sceso del 7%. Dati incoraggianti che potrebbero presto applicarsi a nuove realtà produttive. In Nuova Zelanda, secondo i dati pubblicati dal governo lo scorso febbraio, il tasso di disoccupazione è 4,5%, il livello più basso da dicembre 2008. Secondo quanto riporta il Guardian, il ministro neozelandese del Lavoro, Iain Lees-Galloway, ha definito i risultati dell’esperimento della Perpetual “molto interessanti” e si è detto desideroso di incoraggiare altre società a replicare il modello o a trovarne di altri ugualmente innovativi.

“Nelle mie mattinate libere ho in programma di allenarmi per la mia prossima mezza maratona – raccontava Nina all’inizio di marzo, nei primi giorni di esperimento -, di leggere un po’ di quei libri che ho accumulato sulla scrivania e di migliorare un po’ a golf allenandomi nel pomeriggio”.

Facebook

Guarda video (0:33)

Pubblicato da Perpetual Guardian

Più tempo per se stessi e naturalmente per gli affetti. Per Joanna, un’altra dipendente di Perpetual, “una settimana di quattro giorni significa che posso prendermi un giorno per la mia famiglia, uno per gli amici e il terzo per staccare la mente. Sono i tre pilastri fondamentali della vita, dopotutto”. Non sempre, naturalmente, il giorno di riposo in più poteva essere il venerdì o il lunedì. Niente weekend lungo per tutti, insomma, ma avere una pausa a metà settimana, secondo Gail, ha i suoi vantaggi. “Sono potuta andare allo zoo insieme a mia figlia che è venuta a trovarmi dal Regno Unito – ha raccontato -, ed esserci andati a metà settimana ci ha fatto evitare la folla”.

Riso, pasta, latte, pomodoro: Milena Gabanelli ci spiega come leggere le etichette.

politicamente scorretto.info 16.7.18

Novantasei consumatori su cento vorrebbero conoscere l’origine della materia prima di un prodotto alimentare, prima di acquistarlo. Per questo, l’anno scorso, i nostri ministeri dell’Agricoltura e dello Sviluppo Economico hanno finalmente deciso che a partire dal 2018, i produttori degli alimenti base più consumati sono obbligati a scrivere sull’etichetta se la materia prima è stata prodotta in Italia, oppure importata dal mercato interno europeo, o da quello extracomunitario. Oggi quindi i consumatori italiani, al supermercato, possono leggere da dove arriva il latte, dove è stato coltivato il grano con cui è stata fatta la pasta, dove è cresciuto il pomodoro delle salse. Siamo l’unico Paese europeo ad avere un obbligo di trasparenza così stringente, ma durerà poco.

I produttori si oppongono al decreto

Appena emanato il decreto, l’associazione italiana dei pastai (Aidepi) – a cui sono iscritti tra gli altri Barilla, Divella, Felicetti e Garofalo – ha subito fatto ricorso al Tar del Lazio: «Si vuole indurre il consumatore a preferire la pasta in base all’origine della materia prima impiegata, ma l’origine del grano non è sinonimo di qualità». Alla fine il Tribunale ha respinto il ricorso ritenendo «…prevalente l’interesse a tutelare l’informazione dei consumatori». Vale la pena di ricordare che la nostra industria della pasta vale 4,7 miliardi di euro, che la produzione italiana di grano è di 4,3 milioni di tonnellate e che ne importiamo da tutto il mondo altri 1,74 milioni di tonnellate. Un tema non banale, se i consumatori si mettono in testa che «italiano è meglio» ad esempio perché abbiamo regole severe sull’uso di pesticidi e diserbanti. Anche la «Food drink Europe», la lobby dell’agroalimentare che riunisce i marchi Danone e Nestlé, insieme alle sigle di Confindustria, aveva reclamato presso la Commissione europea: «I membri considerano con preoccupazione le tendenze a rinazionalizzare determinate norme e politiche nel settore». In altre parole: «Sull’argomento deve decidere la Commissione e non un singolo Paese».

Il nuovo regolamento europeo

Mentre l’industria agroalimentare italiana, nonostante i «mal di pancia», si sta adeguando con l’aggiornamento delle etichette, il 28 maggio a Bruxelles il Presidente Juncker firma il nuovo regolamento europeo che azzera il decreto nazionale. Dal 1 aprile 2020, sarà obbligatorio indicare da dove viene la materia prima solo quando «il paese d’origine è indicato attraverso, illustrazioni, simboli o termini che si riferiscono a luoghi o zone geografiche». In pratica vuol dire che, fra un paio d’anni, in Europa, gli unici vincolati a dichiarare la provenienza dell’ingrediente principale, saranno le aziende che mettono sulla confezione dei «tratti» che ne evocano l’origine. Per fare un esempio: quando sulla scatola di pasta c’è scritto «100% italiana», il produttore sarà obbligato a dichiarare se la semola è tutta italiana o una parte è importata dalla Romania o dal Canada. Se invece la confezione non lascia intendere un preciso legame con un territorio, basta scrivere: «Ue» oppure «non Ue» o «Ue e non Ue» o anche niente. In sostanza, un regolamento che mette in riga chi vuole spacciare per italiano un prodotto che italiano non lo è, o non del tutto, ma lascia a tutti gli altri maglie larghe. Il giorno delle votazioni al Berlaymont soltanto Germania e Lussemburgo si sono astenute dal voto, mentre l’Italia, che si era sempre dichiarata contraria, si è poi schierata a favore della nuova etichetta.

L’agroalimentare è l’eccellenza italiana nel mondo. Soltanto l’industria della trasformazione del pomodoro vale 3 miliardi e rappresenta il 47% del mercato comunitario. Il riso, con una produzione di 1,50 milioni di tonnellate, conta il 50% di tutta la produzione Ue. La filiera del latte nostrana vale oltre 15 miliardi di euro. Gli italiani, che consumano a testa ogni anno 24 kg di pasta, 30 kg di salse e 53 litri di latte, fra i 28 Paesi membri sono i cittadini più coinvolti in questa vicenda.

Anche se una piccola fetta di mercato sceglierà la spesa guardando solo al prezzo, le indagini del ministero dell’Agricoltura dicono che il 96% dei consumatori ritiene importante un’etichetta dove sia scritto in modo chiaro e leggibile l’origine dell’alimento base su tutti i prodotti alimentari. Secondo le ricerche dell’Europarlamento l’84% dei cittadini europei ritiene necessario indicare l’origine del latte, mentre il 90% vuole un’etichettatura trasparente per gli alimenti trasformati.

Cosa faranno i produttori dal 2020?

Oggi le più grandi associazioni di categoria della Confindustria dicono che comunque non cambierà nulla. Il presidente di Aidepi Riccardo Felicetti, dichiara: «Continueremo a fornire le stesse informazioni di oggi; non abbiamo nessuna intenzione di tornare indietro». Anche il direttore di Anicav Giovanni De Angelis mette le mani avanti: «Stiamo immaginando di mantenere questa posizione, indipendentemente dal fatto che la regola Ue la renda facoltativa». La pensa uguale anche il direttore di Assolatte Massimo Forino: «Ci sarà scritto non più per legge, ma per scelta aziendale». Si associa Roberto Carriere di Airi: «Una volta che abbiamo scritto ‘riso Italia’ non vedo perché dovremmo toglierlo». Vedremo. Per ora chi sgarra rischia una multa fino a 9.500 euro e Coldiretti promette battaglia. Anche il Parlamento europeo, che già nel 2016 si era espresso a favore di etichette trasparenti sull’origine del prodotto, ha riaperto il tema in Commissione agricoltura, con l’eurodeputato Paolo De Castro: «Mi auguro che il nuovo governo sostenga lo scontro con gli altri Paesi e li convinca. Lo vogliono i consumatori». Già, i consumatori, queste galline dalle uova d’oro così facili da ingannare, hanno però il potere di orientare le politiche, ogni volta che scelgono cosa mettere nel carrello della spesa.

MILENA GABANELLI – ETICHETTE ALIMENTARI COME LEGGERLE

Cosa faranno i produttori dal 2020?

Oggi le più grandi associazioni di categoria della Confindustria dicono che comunque non cambierà nulla. Il presidente di Aidepi Riccardo Felicetti, dichiara: «Continueremo a fornire le stesse informazioni di oggi; non abbiamo nessuna intenzione di tornare indietro». Anche il direttore di Anicav Giovanni De Angelis mette le mani avanti: «Stiamo immaginando di mantenere questa posizione, indipendentemente dal fatto che la regola Ue la renda facoltativa». La pensa uguale anche il direttore di Assolatte Massimo Forino: «Ci sarà scritto non più per legge, ma per scelta aziendale». Si associa Roberto Carriere di Airi: «Una volta che abbiamo scritto ‘riso Italia’ non vedo perché dovremmo toglierlo». Vedremo. Per ora chi sgarra rischia una multa fino a 9.500 euro e Coldiretti promette battaglia. Anche il Parlamento europeo, che già nel 2016 si era espresso a favore di etichette trasparenti sull’origine del prodotto, ha riaperto il tema in Commissione agricoltura, con l’eurodeputato Paolo De Castro: «Mi auguro che il nuovo governo sostenga lo scontro con gli altri Paesi e li convinca. Lo vogliono i consumatori». Già, i consumatori, queste galline dalle uova d’oro così facili da ingannare, hanno però il potere di orientare le politiche, ogni volta che scelgono cosa mettere nel carrello della spesa.

MILENA GABANELLI – ETICHETTE ALIMENTARI COME LEGGERLE

Fonte: Corriere.it

Si è verificato un errore.

Prova a guardare il video su www.youtube.com oppure attiva JavaScript se è disabilitato nel browser.

Si è verificato un errore.

Prova a guardare il video su www.youtube.com oppure attiva JavaScript se è disabilitato nel browser.

A proposito dell’accusa di usura rivolta ad alcuni banchieri

Michele Magno startmag.it 20.7.18

Il Bloc Notes di Michele Magno

Nell’immaginario collettivo gli strozzini sono visti come famelici e spietati figuri, che si muovono negli oscuri bassifondi della criminalità organizzata. Da molto tempo, tuttavia, nel suo mirino sono entrati gli istituti di credito. Le loro malefatte sono state spesso accomunate a quelle dei cosiddetti “cravattari”. Conti delle imprese e bilanci delle famiglie in rosso hanno riportato alla ribalta la questione dell’usura bancaria. Le cronache giudiziarie e politiche più recenti ne danno ampia testimonianza. Due sentenze della Cassazione hanno contestato i mutui concessi a tassi di interesse effettivi superiori a quelli legali. La Legge di stabilità (2014) ha cancellato definitivamente ogni forma di anatocismo (il famigerato calcolo degli interessi sugli interessi). Un pubblico ministero di Trani, noto per le sue interminabili e eclatanti inchieste, accusò addirittura i vertici di Bankitalia di “collusione morale” con i presunti reati di usura commessi da Bnl, Unicredit e Mps. Oggi con la stessa imputazione sono finiti nel mirino della magistratura inquirente di Campobasso Paolo Savona e altri manager ai vertici dell’ex Banca di Roma all’epoca dei fatti contestati. Per altro verso, Papa Bergoglio ha definito l’usura “una piaga purulenta che ferisce la dignità inviolabile della persona umana”. Prima di lui, papa Ratzinger l’aveva fustigata come “un immane flagello sociale, una umiliante schiavitù”.

Eppure secondo Jacques Le Goff l’usura (“La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere”, Laterza, 2013) è un fenomeno che -con la sua miscela esplosiva di economia e religione- ha accompagnato il parto del capitalismo. Ma, avverte il grande medievista francese, chi lo scrutasse con le lenti del “pawnbroker”, il prestatore a pegno descritto nei romanzi inglesi dell’Ottocento o nei film hollywoodiani (per tutti, “L’uomo del banco dei pegni” di Sidney Lumet), si metterebbe fuori strada. Non sarebbe in grado, cioè, di comprendere fino in fondo questo “Nosferatu della società cristiana”: vampiro terrificante, un succhiatore di denaro spesso paragonato all’ebreo deicida e profanatore dell’ostia. Quel fenomeno infatti ha più facce. In un mondo in cui sullo scudo d’oro coniato da san Luigi (1214-1270) è inciso “Nummus vincit, nummus regnat, nummus imperat” (Il denaro è vincitore, è re, è sovrano); e in cui l’avarizia -ossia la cupidigia, peccato borghese di cui l’usura è figlia- spodesta dal primo posto tra i sette peccati capitali la superbia -ossia l’orgoglio, peccato feudale- l’usuraio diventerà un personaggio corteggiato e detestato, potente e fragile.

Quando la diffusione dell’economia monetaria minaccia gli antichi valori cristiani, si apre una lotta accanita che ha come posta in gioco la legittimazione del profitto lecito, e la sua distinzione dall’interesse illecito. Per altro verso, mentre il nemico da combattere resta Mammona, che nella tarda letteratura rabbinica simboleggia la ricchezza iniqua, la concezione del peccato si spiritualizza e si interiorizza.La sua gravità, cioè, viene ora misurata col metro dell’intenzione del peccatore. Questa morale dell’intenzione viene elaborata da tutte le principali scuole teologiche del Duecento -da quella di Laon a quella di San Vittore di Parigi- e da tutti i teologi di spicco: Abelardo e Gilberto de la Porrée, Pietro Lombardo e Alano di Lilla. Il risultato è un radicale cambiamento nella pratica della confessione. Nella nuova giustizia penitenziale, l’usuraio viene giudicato discrezionalmente dal confessore. Nel contempo, anatemi contro l’usura si inaspriscono. Essa è sempre meno una colpa, e sempre più un peccato. Per Per Tommaso d’Aquino (1225-1274) era un furto che metteva in discussione la virtù regale della giustizia, tanto più in un mercato che cominciava a organizzarsi sulla base dei principi del giusto prezzo e del giusto salario. L’usura, pertanto, era un peccato anche contro il giusto prezzo. “Nummus non parit nummos” (Il denaro non si riproduce), ammoniva il Dottore Angelico.

Un radicato pregiudizio storico lega strettamente l’immagine dell’usuraio a quella dell’ebreo. Le Goff lo smonta in un paio di pagine da far leggere in tutte le scuole italiane. Fino al dodicesimo secolo, il prestito a interesse che non metteva in gioco somme considerevoli era in effetti nelle mani degli ebrei, in quanto non avevano libero accesso alle attività produttive. Non restava loro altro, con l’eccezione di alcune professioni liberali come la medicina, che far rendere il denaro, al quale peraltro il cristianesimo negava ogni fecondità. Come si è accennato, il quadro si modifica quando il progresso degli scambi sollecita un forte sviluppo del credito. Va aggiunto che la condizione degli ebrei era peggiorata già verso l’anno Mille e poi nel periodo delle crociate, ad opera soprattutto delle masse in cerca di capri espiatori delle calamità -guerre, carestie, epidemie- che devastavano il continente europeo. L’esplosione delle rivolte popolari aveva rinfocolato l’ostilità della chiesa all’ebraismo, prestando il fianco a un antisemitismo ante litteram. Gli usurai cristiani erano giudicati dalle “Ufficialità”, tribunali ecclesiastici di solito indulgenti nei loro confronti, che lasciavano a Dio il compito di punirli con la dannazione. Ma ebrei e stranieri dipendevano dalla giustizia laica, assai più dura e intransigente. La repressione parallela dell’ebraismo e dell’usura, pertanto, contribuiva sia ad alimentare spinte antisemite, sia a rendere ancor più tetra l’iconografia dell’usuraio ebreo.

Beninteso, l’usuraio cristiano restava pur sempre un peccatore. L’usura era un furto, dunque l’usuraio era un ladro. Ma era un ladro speciale, perché rubava a Dio. Egli vendeva il tempo che intercorre tra il momento in cui prestava il denaro e il momento in cui veniva rimborsato con l’interesse. Ma il tempo non appartiene che a Dio. Ladro di tempo, l’usuraio era un ladro del patrimonio di Dio. C’è un’altra categoria professionale che subisce un’accusa simile: sono i nuovi docenti universitari che, al di fuori del circuito dei monasteri e delle cattedrali, insegnavano a studenti da cui ricevevano una retribuzione, la “collecta”. San Bernardo (1090-1153) li aveva censurati come “venditori e mercanti di parole”, poiché vendevano quella scienza che -al pari del tempo- non apparteneva che al Creatore. Questi ladri di scienza, tuttavia, saranno presto accettati in quanto lavoratori intellettuali. Nel Duecento, infatti, il lavoro viene posto a fondamento della ricchezza terrena e della salvezza eterna. Ma se l’usuraio voleva sperare nella seconda, doveva rinunciare alla prima. Doveva cioè restituire integralmente il frutto illecito delle sue speculazioni.

Ma una cosa -sottolinea Le Goff- erano le esecrazioni dottrinarie, un’altra la realtà effettuale. Nelle omelie la ripulsa dell’usura era totale. Nella pratica, essa era osteggiata con prudenza e moderazione. Era addirittura tollerata, a patto che il tasso d’interesse richiesto non fosse troppo superiore a quello di mercato. La condanna dell’usura si avvicinava così a quella condanna dell’eccesso che nel diritto canonico si ritrova nell’espressione “laesio enormis”, danno enorme. Questo concetto di moderazione non era che un aspetto particolare dell’ideale di misura a cui si ispiravano i nuovi valori e i nuovi stili di vita della nascente società mercantile. San Luigi praticava e lodava il giusto mezzo nell’abbigliamento, nella tavola, nella devozione, nelle armi. Il suo modello era il “prudhomme”, il prode che sa unire al coraggio la saggezza.

Quanto all’usuraio, si comincia ad ammettere che il rischio sopportato per l’eventuale insolvenza o la malafede del debitore (“periculum sortis”) meritava di essere remunerato. In ogni caso, anche lui può adesso sfuggire al Purgatorio e all’Inferno. Bastava che restituisse il maltolto e si confessasse. Qui interviene il ruolo cruciale rivestito dalla moglie. È lei che deve tentare di convincerlo a lasciare il suo turpe mestiere. Gli “exempla”, racconti brevi narrati dai predicatori dell’epoca per insegnare la retta via ai fedeli, sono pieni delle invocazioni rivolte dalle mogli ai propri mariti. Si tratta spesso di donne commoventi, che ricordano quei personaggi femminili di Balzac che vivono all’ombra di sposi o padri avvoltoi non osando biasimarli apertamente, e che provano a riscattarne l’ignominia al riparo della preghiera.

Con un pentimento sincero l’usuraio poteva salvarsi anche in punto di morte. Del resto, il pentimento senza penitenza conduceva al Purgatorio, in cui le afflizioni non mancavano. Non c’era dunque ragione per dubitare della sua buona fede. In fondo, il Purgatorio non era che uno dei modi in cui la chiesa strizzava l’occhio all’usuraio riconoscendone surrettiziamente la funzione sociale. Ma era il solo che gli assicurava la salvezza. Perchè esso, come afferma l’abate Cesario di Heisterbach (1180-1240) a proposito di una giovane suora che aveva fornicato con un monaco, è “la speranza”. E la speranza del Purgatorio conduce alla speranza del Paradiso.

Per l’usuraio, la speranza era doppia: di avere la borsa piena in vita e di godere della beatitudine eterna dopo la morte. Come una rondine non fa primavera, conclude Le Goff, così un usuraio in Purgatorio non fa il capitalismo. Ma un sistema economico non ne sostituisce un altro se non alla fine di una faticosa corsa ad ostacoli. La storia sono gli uomini, e “gli iniziatori del capitalismo sono gli usurai, mercanti dell’avvenire”. Mercanti di quel bene, il tempo, che nel secolo decimoquinto Leon Battista Alberti chiamerà denaro. Questi uomini erano dei cristiani. Ciò che tratteneva le loro energie non erano le scomuniche papali. Era “la paura, la paura angosciosa dell’Inferno”. In una società in cui ogni forma di coscienza era anzitutto una forma di coscienza religiosa, la speranza di sfuggire all’Inferno grazie al Purgatorio permetterà all’usuraio di essere un protagonista del passaggio dal feudalesimo al capitalismo.

Un film già visto, l’italianità di Alitalia

Carlo Scarpa la voce.info 20.7.18

Quattordici mesi di commissariamento hanno permesso ad Alitalia di migliorare i suoi conti. Ora si tratta di decidere quale offerta accettare tra quelle presentate. Perché la compagnia non può più tornare nell’alveo pubblico, né formalmente né di fatto.

Quattordici mesi di commissariamento

Ci risiamo: un altro governo che tiene alla italianità di Alitalia. Ne sentivamo proprio la mancanza.

Ma vediamo qual è la situazione attuale della società. Da maggio 2017 (da più di un anno, quindi) Alitalia è gestita da un trio di commissari a nome del governo italiano. E al commissariamento si è arrivati dopo una ulteriore lunga crisi. Uscita dal perimetro pubblico nel 2009, Alitalia è stata nelle mani di investitori italiani prima e di Etihad poi, ma nessuno ha saputo trovare una strategia che le permettesse di stare a galla.

Strano, perché già nel 2009 una bad company (la parte supposta malata, rimasta sulle spalle pubbliche) era stata separata dalla good company, e i privati si erano accollata solo quest’ultima, riuscendo però a farla fallire: evidentemente non era abbastanza “good”, ovvero non lo era il management.

Il commissariamento del maggio 2017 è stato possibile, se non necessario, in ragione della legge Marzano sulle crisi aziendali, che aveva trovato applicazione in altri casi di grandi imprese in difficoltà. Si tratta, si noti bene, di commissari con il mandato di dare continuità all’azienda, tutelare i posti di lavoro, valorizzare l’attivo (ossia, vendere l’azienda, se possibile bene). Non di liquidatori, ma di amministratori a tutti gli effetti.

Diversamente da altri casi, però, per mantenere in vita Alitalia, consentire la continuità aziendale e rendere quindi possibile il lavoro dei commissari, il governo ha erogato un prestito ponte di ben 600 milioni di euro, “che dovrà essere restituito entro sei mesi dall’erogazione”. Siamo ormai a quattordici mesi di distanza e non si vede traccia della restituzione. Anzi, il prestito è passato da 600 a 900 milioni. E rischia di essere comunque restituito (con interessi presumibilmente salati) quando la Commissione europea si pronuncerà sulla accusa pendente che costituisca un illecito aiuto di stato.

Il lavoro dei commissari

La situazione era e resta complessa. Ma i commissari sono riusciti a far andare avanti l’impresa comunque, tagliando parecchi dirigenti e ancora più dipendenti, usando il potere dell’amministrazione straordinaria per rinegoziare diversi contratti.

A quanto pare, da una perdita annuale precedente di circa 700 milioni si sarebbe arrivati a una molto più contenuta: circa 250 milioni, sempre di perdita, ma sempre molto meno di prima. Oggi, grazie al prestito ricevuto, la liquidità c’è ed è notevole. Il che significa tranquillità, poter dire ai viaggiatori che possono acquistare i biglietti senza timore di essere lasciati a terra. E senza fiducia l’impresa chiude subito. Anche in virtù di tutto ciò, Alitalia è riuscita ad aumentare i ricavi passeggeri (+7 per cento rispetto ai primi sei mesi dell’anno precedente). E questo avviene con meno aerei e meno dipendenti di un anno fa. Di nuovo, un risultato importante. Sul quale, francamente, non molti avrebbero scommesso.

Nel frattempo, alcune offerte sono state presentate, alcune vere e sostanziali, altre solo simboliche. Da agosto del 2017 sono state esaminate le offerte ragionevoli e a ottobre la selezione ha lasciato sul tavolo cinque-sei proposte condizionate, ma nessuna offerta definitiva sull’intero attivo vendibile. Ciascuna conteneva condizioni, “se” e “ma”. E purtroppo se nessuno presenta un’offerta pienamente soddisfacente si deve negoziare con i possibili acquirenti.

Il governo Gentiloni ha consentito che si arrivasse ad aprile – data non casuale perché non voleva legare le mani al governo successivo. Giustamente, anche perché si sarebbe rischiato una riedizione di quanto visto a suo tempo, quando Romano Prodi decise una cosa, perse le elezioni e Silvio Berlusconi disfece tutto. Inutile forzare le situazioni quando si sa che il prossimo governo verosimilmente la penserà in modo diverso. La lungaggine del dopo elezioni ha spinto poi a prorogare i termini a ottobre. Speriamo sia l’ultimo termine. Anche perché la Commissione sta esaminando il tema degli aiuti di stato e tirarla troppo in lungo sarebbe un grosso rischio.

E ora?

Alitalia, dunque, si è un po’ rimessa in piedi. Basta per dire che è a posto? No. Basta per dire che possiamo continuare a gestirla all’interno del settore pubblico? Di nuovo, no. Sicuramente serve un piano strategico, che non escludo possa proseguire la linea tracciata dai commissari, ma che richiederà nuovi azionisti. Servono infatti nuovi investimenti, che un’impresa in pesante ristrutturazione non può fare per non violare in modo troppo plateale le regole europee, che richiedono che un prestito “sospetto” non serva a espandere la capacità produttiva.

Ora, tre offerte ci sono. Di nuovo, non sono senza condizioni, ma sono offerte. Con Lufthansa, Alitalia diventerebbe un vettore regionale della rete tedesca. Con EasyJet/Delta non è chiarissimo cosa succederebbe: un’alleanza strana in partenza cosa farebbe di Alitalia? Resta poi Wizzair, low cost ungherese in grande crescita, che potrebbe usare Alitalia per espandersi ulteriormente in Europa occidentale – ma con quali strategie rispetto al lungo raggio anche in questo caso non è chiarissimo.

Il tema è quale sia il piano industriale e quale sia quello che meglio garantisce il collegamento del paese con il mondo. L’uscita del ministro Toninelli non sembra casuale. Non ha parlato di statalizzazione, si noti bene. Ha parlato di italianità, non quindi denaro pubblico, ma denaro privato. Che senso ha?

Nessuno, se si guarda la lettera di quanto ha detto. Si tratta però di capire se esprima una posizione ideologica (che nel nostro paese ha già avuto spazio, facendo i danni che sappiamo) oppure se sia un modo (un po’ sballato, magari, ma in questo periodo lasciamo perdere i dettagli) di dire che gli attuali piani industriali non piacciono. Il che sarebbe comprensibile, anche se la soluzione non è certo il passaporto del nuovo proprietario.

Da ora in poi, occorre però accelerare. Andare oltre ottobre significherebbe attirarsi quasi certamente gli strali della Commissione. Non sembra probabile che dopo quattordici mesi di tira e molla improvvisamente si materializzino tra qui e l’autunno una proposta e un piano industriale migliore di quelli che da qualche mese sono sul tavolo. Temo che dovremo farci piacere una delle proposte già presentate. Senza ideologismi privi di senso e guardando a un futuro nel quale Alitalia non potrà più tornare nell’alveo pubblico, né formalmente né di fatto. La politica deve stare fuori da Alitalia – per sempre, per favore.

Affitti: Legal 24.online, 1,2 mld euro canoni affitto non pagati all’anno

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Ogni anno, in Italia, ammontano a 1,2 miliardi di euro i canoni d’affitto non pagati, con un proprietario su due che denuncia almeno una mensilità saltata nell’arco di 12 mesi dai propri inquilini.

Sono le stime elaborate da Legal 24.online, la prima piattaforma digitale legale che gestisce le pratiche di recupero crediti per quote condominiali o canoni d’affitto non pagati. Nel nostro Paese il 18% delle famiglie ha un contratto di affitto e circa 2,3 milioni di famiglie almeno una volta l’anno sono in ritardo nei pagamenti del canone.

“Parlando con tanti amministratori di condominio e piccoli proprietari – afferma Tito Zanfagna, founder di Legal24 – ci siamo resi conto che il fenomeno sta diventando preoccupante e che c’è l’esigenza di automatizzare e velocizzare un processo che spesso si perde tra i rivoli della burocrazia. Se nel migliore dei casi per il recupero di un credito condominiale ci vuole mediamente un anno e i risultati sono incerti adesso con la nostra piattaforma siamo in grado di chiudere una pratica in circa 3 mesi”, spiega.

“I risvolti economici della morosità – aggiunge Maurizio Melzi, Amministratore Delegato di Legal24.online – oltre che gravare direttamente su proprietari degli immobili e amministrazioni condominiali diminuiscono la disponibilità finanziaria per la manutenzione ordinaria di impianti (ascensori, illuminazione) e strutture comuni (giardino, scale, garage) ma anche per effettuare lavori di ammodernamento e ristrutturazione in chiave eco-compatibile. Insomma, un freno all’economia nel suo complesso”.

La piattaforma Legal 24.online, nata da un’idea di Tito Zanfagna, con 30 anni di esperienza nel settore legale, è stata realizzata da MMM Group di Roberto Silva, Azienda milanese che vanta un’esperienza nel settore digital di ben 25 anni, ed è disponibile 24 ore su 24.

E’ accessibile anche da dispositivi mobili e permette all’amministratore condominiale e al proprietario di snellire la gestione dell’iter legale. L’amministratore di condominio – o il proprietario dell’immobile – creano il proprio account e, inserendo i dati dell’inquilino o dell’affittuario moroso, avviano la procedura di recupero con l’invio automatico di lettere di sollecito, debitamente firmate dagli studi legali che aderiscono al portale, per arrivare passo dopo passo fino alla via giudiziaria e al decreto ingiuntivo senza neanche anticipare le spese legali (l’onere tributario) grazie alla preziosa collaborazione con Studio La Scala Società tra Avvocati.

Legal24 include anche la gestione delle morosità scaturite da condizioni oggettive e permette di gestire, sempre attraverso la piattaforma, l’avvio del procedimento di mediazione; strumento utile alle parti per risanare il debito tenendo conto delle oggettive disponibilità economiche del creditore e dilazionando pagamenti rateali nel tempo.

Gli avvocati che aderiscono alla piattaforma possono ottimizzare le procedure interne di gestione dei recuperi crediti, abbattere i tempi di intervento e di controllo e possono informare in tempo reale il cliente sullo stato di avanzamento della procedura.

com/cce

(END) Dow Jones Newswires

July 20, 2018 13:25 ET (17:25 GMT)

Risanamento: ok delle banche al finanziamento per Milano Santa Giulia

monitoimmobiliare.it 20.7.18

Le banche finanziatrici di Risanamento sono disponibili a valutare positivamente la concessione a Milano Santa Giulia, società controllata di Risanamento, delle risorse necessarie alla realizzazione delle opere di bonifica e di infrastutture relative ai Lotti Nord del progetto di sviluppo dell’area Milano Santa Giulia.

 

E’, infatti, divenuto efficace oggi l’accordo di moratoria e concessione del finanziamento corporate sottoscritto l’11 luglio tra Risanamento e le sue controllate da una parte e gli istituti di credito dall’altra (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Banca Popolare di Milano, Mps e Banco di Napoli

 

L’accordo di moratoria prevede la concessione a Risanamento da parte di Intesa di una linea di credito revolving per cassa per un importo complessivo massimo non superiore a 62 milioni di euro utilizzabile, inter alia, per supportare le esigenze di natura operativa della medesima Risanamento e delle sue controllate e con durata sino al 31 marzo 2023; la concessione di una moratoria fino al 31 marzo 2023 in relazione all’indebitamento finanziario in essere al 31 marzo 2018 delle società del gruppo Risanamento firmatarie dell’accordo di moratoria; la conferma degli utilizzi per firma in essere al 31 marzo 2018 a livello di gruppo fino al 31 marzo 2019, con disponibilità delle banche finanziatrici interessate a valutare ulteriori proroghe anno per anno.

Dove trova spazio la Spaxs. La banca di Passera

di Mariarosaria Marchesano ilfoglio.it 20.7.18

Dove trova spazio la Spaxs. La banca di Passera

Corrado Passera (foto Imagoeconomica)

Milano. La seconda vita di Corrado Passera come “banchiere in proprio” è cominciata a metà gennaio, quando si è presentato in Borsa con la sua Spaxs – all’epoca solo un veicolo finanziario con un progetto sulla carta – ottenendo massima fiducia dagli investitori (italiani ed esteri) che gli hanno offerto molti più capitali di quanti ne avesse chiesti. Così, con 600 milioni in tasca (il suo obiettivo iniziale era 400 ma le adesioni avevano raggiunto 1 miliardo), l’ex numero uno di Intesa Sanpaolo e Poste italiane si è messo al lavoro e in soli in tre mesi ha portato a termine l’acquisizione di Banca Interprovinciale (facendone la pietra miliare del suo progetto), ha costituito la squadra di manager (reclutati tra i piani alti di altre banche oppure scegliendo persone con ampia esperienza nel settore) e preparato un piano strategico, che è stato già sottoposto agli stress test della Banca d’Italia. Un percorso che ha addirittura anticipato la tabella di marcia e che dovrebbe concludersi a fine luglio con il via libera della Banca centrale europea di Mario Draghi alla nuova banca italiana, tutta digitale e specializzata in specifici segmenti. A quel punto toccherà all’assemblea dei soci della Spaxs (prevista per l’8 agosto, il 31 in seconda convocazione) approvare la business combination con Banca Interprovinciale e tenere a battesimo il nuovo istituto il cui nome è ancora top secret.

 

Considerato che tutto sembra filare liscio, Passera ha deciso che era tempo di presentarsi davanti alla comunità finanziaria per illustrare il piano strategico 2018-2023, attraverso il quale intende ripagare la fiducia degli investitori con un Roe (Return on equity) previsto del 25 per cento alla fine del periodo su un attivo totale di 7 miliardi e utili netti di 300 milioni. Sono numeri da start up digitale? A Passera l’accostamento con settori a elevato potenziale di crescita non dispiace affatto. “Quella che vogliamo costruire è una banca completamente nuova nel panorama italiano, con un modello di business innovativo e che speriamo sia utile al paese”, ha detto il banchiere durante la presentazione che si è svolta il 20 luglio nella sede milanese di Boston Consulting – Ci concentreremo in settori molto grandi e non sempre serviti adeguatamente come il credito alle pmi, i non performing loan e i servizi di banca diretta alle famiglie”.

 

Chi si aspettava che ci potessero essere ulteriori target nel mirino di Spaxs, per realizzare un disegno di aggregazione nel settore bancario, è rimasto deluso. “Non ci saranno altre acquisizioni oltre a quella di Banca Interprovinciale, che faremo crescere investendo completamente i capitali che abbiamo raccolto”, ha sottolineato Passera, che con la sua squadra (Andrea Clamer, Enrico Fagioli Marzocchi, Carlo Panella e Francesco Mele), ha le idee ben chiare su come affrontare questa nuova sfida da imprenditore, dopo aver ricoperto ruoli apicali in grandi gruppi e guadagnato credibilità sui mercati internazionali senza però riuscire a mettere la sua esperienza al servizio del salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, in cui sono prevalse altre logiche. Ora è il momento di provare una nuova strada. “Quattro forze stanno trasformando il settore bancario – ha detto Passera, che della nuova banca sarà l’amministratore delegato – tecnologie digitali sempre più evolute, nuovi entranti, regolamentazioni più stringenti e politiche monetarie. In questo panorama le banche generaliste piccole e medie sono perdenti e i grandi gruppi hanno i bilanci appesantiti da crediti deteriorati. Le banche specializzate diventano il nuovo paradigma”.

 

Il modello di business della nuova banca si basa su tre divisioni sinergiche tra loro per i quali sono stati già delineati precisi obiettivi nell’ambito del piano strategico. La prima divisione è rappresentata da impieghi alle piccole imprese ad alto potenziale ma con una struttura finanziaria non ottimale e con rating basso o senza rating (1,4-1,7 miliardi nel 2020 che arriveranno a 3,7 miliardi nel 2023). In questo comparto è incluso il segmento cosiddetto Utp, cioè aziende esposte con finanziamenti incagliati (la banca intende acquistare nell’intero arco del piano posizioni per 4,4 miliardi). La seconda divisione è l’acquisto di non performing loan corporate, assistiti da garanzia e senza garanzia (7,5 miliardi alla fine dei tre anni e 12 miliardi al termine del quinquiennio). La terza è l’erogazione di servizi bancari digitali per la clientela retail ma anche corporate (in questo caso si punta ad acquistare almeno 200 mila clienti retail e depositi per 2,1 miliardi).

Cosa fanno e quali canali usano le banche sui social secondo il report di ABI

 Federica Fiorillo ninjmarketing.it 20.7.18

Stando ai dati dell’Associazione Bancaria Italiani, i social fanno sempre più parte di una strategia omnichannel degli istituti di credito, che oggi parlano direttamente con i propri clienti online

Sono lontani i tempi in cui le persone si recavano nelle filiali bancarie per richiedere informazioni sul proprio conto corrente o ritirare l’estratto conto. Le banche si stanno muovendo sempre di più verso una visione ominchannel, cambiando radicalmente l’approccio relazionale tra banca-cliente.

Il settore bancario ha superato di gran lunga l’epoca preistorica per arrivare ad un nuovo umanesimo, nel quale al centro ci sono i bisogni e le esigenze delle persone. Nonostante i numerosi vincoli tecnologici, legali e di compliance, oggi le banche stanno cambiando: a dimostrarlo è ad esempio la velocità con cui oggi possiamo inviare denaro grazie a sistemi come Apple Pay o Samsung Pay con cui molte banche si sono già integrate o stanno lavorando per farlo.

Ma l’aspetto importante del cambio di relazione è dato anche dal tipo di comunicazione che hanno intrapreso le banche; l’Associazione Bancaria Italiani – ABI – anche per il 2018 ha analizzato un campione di 13 gruppi di banche presenti all’interno dell’Osservatorio ABI Social & Web, da cui emergono spunti molto interessanti.

Cosa fanno le banche sui social?

Secondo il report l’impegno delle banche sui social è molto elevato: quasi tutte le tipologie di attività registrano un forte sviluppo. Il 92% del campione dichiara di essere presente su almeno un canale social e di aver intrapreso attività di customer care, analisi delle informazioni e iniziative di comunicazione per rafforzare immagine e reputazione del brand.

digitaledu

Nella fase attuale, i social media ricoprono per le banche un importante ruolo per la copertura di queste attività:

  • customer Care;
  • rafforzamento dell’immagine e della reputazione del brand;
  • pianificazione d’iniziative di marketing a sostegno del business;
  • sostegno all’educazione finanziaria;
  • raccolta di informazioni e dati.

Tre quarti delle realtà usa in modo rilevante i social anche per la selezione del personale, mentre le attività di coinvolgimento delle community e soprattutto quelle di sviluppo di operatività e nuove forme di business sono ancora in fase progettuale o sperimentale.

Nel futuro l’indagine vede un forte sviluppo delle attività di analisi ed uso delle informazioni e anche per le attività di recruiting.

LEGGI ANCHE: Coinbase crea un fondo da 15 milioni per investire nelle startup del fintech

Di che cosa parlano?

Social Report

Dal report ABI “Banche e social media 2018″ le banche parlano di una varietà di temi, sia finanziari sia del contesto culturale e territoriale sia di intrattenimento.

In particolare, offrono informazioni sui propri prodotti e servizi, mettono a disposizione un customer care online, informano su iniziative sul territorio, tecnologia e arte, cultura e spettacoli.

L’engagement è una prerogativa importante per le diverse banche intervistate: il 92% organizza concorsi e preferisce postare contenuti interattivi come infografiche e video.

LEGGI ANCHE: Oval Money ha un nuovo socio: Intesa Sanpaolo investe nella fintech

La metà delle banche inizia a valorizzare la capacità dei social media di coinvolgere il pubblico anche con istantaneità di specifici momenti attraverso dirette e streaming e promuovendo e organizzando eventi ad hoc.

banche social

I social diventano per le banche uno spazio aperto al dialogo, allo scambio e al confronto diretto con il cliente: l’83% delle banche dichiara di interagire direttamente con le persone sui social. Il servizio di caring è un plus che viene riconosciuto dagli utenti e rafforza positivamente le dinamiche di coinvolgimento individuale (engagement one-to-one).

Mobile Banking And Mobile Payment. Money transaction. Money transfer. Vector Illustration.

Gli scenari futuri tra social e fintech

Il settore bancario, insomma, continua nel suo complesso ad investire in progetti e crescita sui servizi digitali. Nel mentre, ci sono i colossi digital come Amazon e Facebook che continuano ad investire per crescere nei servizi finanziari. Sarà interessante capire come il fintech e le nuove tecnologie finanziarie trasformeranno le nostre abitudini.

I soldi del terrore

 

Member of al-Qaeda with covered face from different nationalities, inside a tunnel in area called the Air Force Intelligence in Aleppo fighting with al-Assad's army elements in the front  line. (Photo by Ibrahim Khader / Pacific Press) Lapresse Only italyMembri di al-Qaeda con il volto coperto ad Aleppo in Siria

La grande macchina della violenza jihadista che dal Medio Oriente si è diffusa in tutto il mondo, creando consensi e morte in Africa e attaccando più volte l’Europa, ha sempre bisogno di benzina. Necessita di rifornimenti continui perché il terrore costa. I soldi, milioni di dollari, servono per mantenere in funzione la macchina islamista. Il costo del terrore è sempre alto, dai 500 dollari spesi per l’attentato alla maratona di Boston del 2013, ai 450mila sborsati da Al Qaeda per l’11 settembre. I canali di approvvigionamento delle casse jihadiste possono essere divisi in gruppi.

Le attività illecite

Le formazioni islamiste usano modalità simili a quelle delle grandi organizzazioni criminali: traffico di drogaarmitabaccoesseri umani. Ma anche rapine, furti, tasse sui territori controllati e sequestri di persona. In questo senso un anno fa fece scalpore quanto successe alla famiglia reale qatariota. Come ha raccontato il Financial Times , Doha pagò circa 1 miliardo di dollari di riscatto per due sequestri. Il primo, del valore di 700 milioni per rilasciare 26 membri della famiglia reale sequestrati nel sud dell’Iraq e andato a una milizia sciita. L’altro invece da 2-300 milioni è andato a un gruppo jihadista in Siria, Tahrir al-Sham, la formazione qeadista derivata da Al Nusra.

I rapporti con gli Stati

Il caso qatariota, se da un lato si può configurare come un riscatto, è stato visto da molti come un finanziamento diretto a organizzazioni terroristiche. Infatti un modo per sopravvivere che hanno i gruppi islamisti è quello di appoggiarsi a Stati che fanno da sponsor, come il Qatarappunto, ma anche l’Iran e l’Arabia Saudita. Herzi Halevi, capo della sezione intelligence dell’esercito israeliano, ha raccontato che i suoi uomini hanno visto andamenti interessanti nei flussi di denaro verso le organizzazioni terroristiche. Quelle formazioni assistite da un Paese sponsor (Hezbollah, Hamas) godono di migliore salute rispetto a quelle che dipendono da risorse proprie (Isis e Boko Haram).

Metodi legali e alternativi

Le nuove tecnologie hanno permesso all’Isis, come ad Al Qaeda e ad altre formazioni, di accedere a sistemi alternativi per raccogliere fonti. In questo senso un anno fa il Wall Street Journal raccontò la storia di come un network guidato da un leader dell’Isis utilizzasse eBay per trasferire denaro a un operativo negli Stati Uniti. Allo stesso tempo lo Stato islamico ha usato YouTube non solo per diffondere il proprio messaggio, ma anche per fare leva sulle migliaia di visualizzazioni e i conseguenti introiti pubblicitari. Non solo. L’Isis avrebbe usato la blockchain per le criptovalutecome i bitcoin, per spostare flussi di denaro senza essere scoperto. Joseph Fitsanakis, ricercatore della Coastal Carolina University, ha spiegato che spesso i terroristi usano la Darknet per guadagnare vendendo ogni tipo di prodotto, dai film paratati ai vestiti, pagando tutto con criptovalute.

Alcuni dei gruppi più ricchi

Hezbollah

Il “Partito di Dio”, secondo le stime dell’intelligence israeliana, otterrebbe circa il 70-80% delle sue entrate annuali direttamente dall’Iran. Teheran staccherebbe ogni anno un assegno di circa 800 milioni di dollari. Il che fa supporre che l’organizzazione, che può contare su quasi 50mila effettivi,  abbia entrate complessive che si aggirano intorno a un miliardo di dollari. Ma Hezbollah ha elaborato anche una serie di altri strumenti per garantirsi nuovi introiti. In particolare attraverso il traffico di stupefacenti, come nel caso della cocaina passata dalla Colombia attraverso il Venezuela, con operazioni che hanno creato diversi imbarazzi all’amministrazione Obama. Secondo inchieste successive della giustizia americana è stato scoperto anche un sistema internazionale che attraverso meccanismi di compra-vendita permetteva di guadagnare attraverso il commercio di diamanti e addirittura auto usate.

I talebani

Gli eredi della guerra ai sovietici, che hanno controllato l’Afghanistan fino all’intervento americano, hanno un sistema di guadagno che si muove su due binari. Il meno remunerativo, ma costante, deriva dal controllo del territorio: più ne controlla maggiore è il flusso di denaro. L’altro è il commercio di droga. Secondo una stima dell’esercito americano i talebani incasserebbero circa 320 milioni di dollari l’anno dal traffico di narcotici, che compone circa il 50-60% dei guadagni del gruppo. Anche per questo motivo Washington ha deciso di avviare una campagna di bombardamenti mirati contro le piantagioni di oppio. Secondo l’ufficio “Drugs & Crime” delle Nazioni Unite lo scorso anno lo spazio coltivato a papaveri è aumentato del 63% rispetto al 2016. L’altra grande fonte di guadagno dei talebani è data dalla sfruttamento delle risorse minerarie come nei territori dei quali hanno il controllo in particolare per l’estrazione di rame e ferro. Come per Hezbollah, anche i talebani hanno uno Stato sponsor: l’Arabia Saudita. Circa due anni fa il  New York Times raccontò come Riad sia stata in prima linea nell’aiutarli, con finanziamenti diretti e indiretti.

Al Qaeda

Tra le più note organizzazioni criminali, almeno fino all’avvento dello Stato islamico, l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden è sempre stata un’abile macchina capace di generare sempre nuovi guadagni. La formazione qeadista, dopo le guerre in Afghanistan e Iraq degli Stati Uniti, e soprattutto dopo l’ascesa dello Stato islamico, ha saputo ricostruirsi a partire da una struttura decentrata. In particolare creando ramificazioni locali molto potenti:

  • Aqim (Al Qaeda nel Maghreb islamico), attiva in Libia, Algeria, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria, Tunisia e Burkina Faso fonda i suoi guadagni sui traffici illegali di esseri umani, droga, armi e tabacco. Una stima dell’Onu ha valutato che solo il mercato nero delle sigarette vale 60 miliardi di dollari all’anno in tutto l mondo, ciò significa che parte di questo flusso finisce direttamente nelle casse delle organizzazioni. Altra grande fonte di guadagno è il mercato dei sequestri, sviluppato e ampliato in particolare da Mokhtar Belmokhtar, che realizzò il grande sequestro di un impianto della Bp in Algeria nel 2013.
  • Aqap (Al Qaeda nella Penisola Arabica) operante soprattutto in Arabia Saudita e Yemen. Potente soprattutto grazie al lungo conflitto yemenita, questo ramo dell’organizzazione controlla fette del territorio. Buona parte delle sue risorse attuali sono state accumulate grazie al periodo in cui controllò la città portuale di Mukalla. Tra il 2015 e 2016 arrivò a gestire un flusso di denaro di quasi due milioni di dollari al giorno grazie a imposte e tasse.
  • Al Shabaab, la formazione discesa dalla Corti islamiche in Somalia che si è legata a Ayman al-Zawahiri. Gran parte dei fondi arrivano grazie alle tasse sul territorio controllato, ma anche dall’attività di pirateria. Ma nel febbraio di quest’anno un’inchiesta della Cnn  ha scoperto che i miliziani riescono ad arrivare anche ai fondi internazionali che in realtà dovrebbero servire per aiutare la popolazione locale.
  • Tahrir al Sham, l’emanazione qeadista della guerra siriana, già nota come Al Nusra. L’ultima sigla della galassia siriana si rifornirebbe sia con i soldi dei riscatti che soprattutto grazie al supporto delle petromonarchie del Golfo. Come la storia che abbiamo visto sul Qatar.

Isis

Nel 2014 il Dipartimento del Tesoro americano stimò che le entrate annuali dello Stato islamico fossero grossomodo riassumibili così: 500 milioni dallo sfruttamento di risorse petrolifere, 200 dalle richieste di tasse nei territori controllati, 45 dal business dei rapimenti e 5 dalle donazioni. Più in dettaglio si riteneva che la macchina jihadista fosse in grado di incassare in un solo mese 40 milioni dalla vendita dell’oro nero, 3,7 dai saccheggi e 2 dalla tassazione. Secondo i francesi invece quel guadagno era ancora più alto: Bernard Bajolet, il direttore Dgse (il servizio informativo all’estero dell’intelligence transalpina), in un audizione del 2016 ha confermato al’Assemblé national che l’Isis poteva contare su un patrimonio di 2 miliardi l’anno. 

Nel 2015 un rapporto del Financial Action Task Force aveva calcolato che le bandiere nere riuscivano a guadagnare da cinque diverse fonti:

  •  I proventi illeciti dell’occupazione del territorio (uso risorse, rapine, tasse, vendita di reperti archeologici ecc)
  • Rapimenti per la richiesta di riscatti
  • Donazioni di enti o Paesi
  • Supporto materiale delle migliaia di foreign fighter
  • Finanziamento attraverso la rete

La fonte di ricavo principale era data dall’uso sapiente del territorio. Durante i lunghi anni dell’embargo l’Iraq di Saddam Hussein aveva creato una fitta rete di network per trafficare petrolio e altri beni verso Turchia, Giordania e Siria. Un reticolo che l’Isis ha saputo sfruttare molto bene. Il primo segno del collasso, soprattutto economico, è arrivato quando la coalizione internazionale ha iniziato a bombardare duramente pozzi petroliferi e raffinerie, una mossa che ha colpito duramente il funzionamento del Califfato, che poi è collassato sotto i colpi delle offensive nei quadranti siriani e iracheni.

Con la perdita della forma statuale per l’organizzazione si sono poste nuove sfide, anche se diversi esperti, come scrive un report del Parlamento europeo, sono convinti che la flessibilità del gruppo gli permetterà di sopravvivere. Se è vero come ha notato l’International Centre for the Study of Radicalization and Political Violence che tra il 2015 e 2016 i guadagni sono diminuiti del 54%, va anche detto che l’organizzazione ha effettuato una sorta di spending review per ridurre e ottimizzare i costi. Costi che si rivelano sufficienti anche a fronte di una diminuzione degli stessi combattenti, sia per quelli caduti, che per quelli che sono ripartiti (per tornare a casa), o per andare in altri Paesi a combattere.

Ma non è tutto. Secondo un legislatore iracheno, lo Stato islamico avrebbe fatto uscire da Iraq e Siria qualcosa come 400 milioni di dollari mentre altri sarebbero stati investiti in piccoli business locali grazie a prestanome. Sempre secondo fonti del governo di Baghdad, i contabili delle bandiere nere avrebbero iniettato nel tessuto economico locale 250 milioni.

Sia nella capitale che nelle zone libere i terroristi hanno fatto leva sulle ambizioni di intermediari che non hanno mai avuto legami diretti con l’organizzazione e che quindi possono operare in tranquillità. Queste persone ricevono una quota dell’investimento e poi lo Stato islamico incassa i profitti. Si tratta di concessionarie d’auto, farmacie e negozi di elettronica, ma l’attività più remunerativa è sicuramente quella di “money change”.

Una pratica avviata già durante la guerra. Questo è stato uno strumento molto importante per portare via il denaro dall’area. Diversi cambi valuta turchi nelle città lungo il confine con la Siria all’inizio del 2018 hanno raccontato che nell’ultimo anno l’Isis ha fatto transitare grandi flussi di denaro oltre confine, il tutto usando la hawala, un sistema di trasferimento di fondi basato sulla legge islamica, molto rapido ma molto difficile da tracciare. Ovviamente questi trasferimenti richiedono decine di hawaladar (il garante del trasferimento) e settimane per essere compiuti. Una singola coppia di intermediari non può funzionare. Quindi lo Stati Islamico per portare fuori da Siria e Iraq i propri soldi ha impiegato diversi hawaladar tra Turchia, Europa, Libano e Paesi del Golfo. Non solo. Per il suo stesso carattere informale è molto difficile che gli intermediari registrino i movimenti di denaro.

     
LP_2223148LP_2223180LP_2223121LP_2223135LP_2223259LP_2223372

Ahmet Yayla, capo del antiterrorismo turco, ha spiegato che molti di questi soldi si trovano in Turchia. In parte sono stati usati per acquistare dell’oro, mentre altri sono stati depositati per future operazioni e per mantenere cellule dormienti. In occasioni delle indagini sull’attentato del primo gennaio 2017 in un nightclub di Istanbul, la polizia ha scoperto un centinaio di case nella città che ospitavano operativi dell’Isis e nascondevano circa 500mila dollari. È chiaro quindi che l’Isis ha progettato il dopo Califfato quasi in ogni dettaglio. A partire dalla gestione dei soldi. I fondi raccolti negli anni della violenza sono stati impacchettati e spostati per essere tenuti a disposizione. Allo stesso tempo è chiaro che il ritorno alle origini, all’insorgenza di quando ancora il gruppo si chiamava Aqi, comporterà un ritorno a forme tradizionali di “guadagno”. Rapimenti, estorsioni, anche se l’esperienza amministrativa verrà applicata in nuovi contesti, come è stato nel caso del laboratorio afghano.

Enel, tutte le bizzarrie del Fondo sovrano della Norvegia

di  STARTMAG.IT 20.7.18

 

Il commento dell’economista Alberto Clò sulla controversa iniziativa del fondo sovrano norvegese azionista di Enel

Avevamo già trattato su questo blog il tema dell’ipocrisia ambientalista della Norvegia. Ma val la pena tornarci sopra.

IL VIRTUOSISMO AMBIENTALE DELLA NORVEGIA

La Norvegia da alcuni anni è proiettata a dar di sé un’immagine di virtuosismo ambientale: si tratti della messa al bando delle auto tradizionali per sostituirle entro il 2025 con quelle elettriche o della decisione del Fondo sovrano Norvegese di dismettere le sue 9.000 partecipazioni societarie (1,3% dell’intera capitalizzazione mondiale) nelle società ad alta intensità carbonica (emissioni per unità di ricavi) in cui è esposta per 13 miliardi di dollari.

LE CONTRADDIZIONI DELLA NORVEGIA

Per contro, la Norvegia ha riaperto alle esplorazioni petrolifere le acque del Mar Artico, tra le aree ecologicamente più vulnerabili, finendo sotto accusa dei movimenti ambientalisti per violazione dell’Accordo di Parigi e della Costituzione norvegese, mentre l’impresa di stato Equinor (ex-Statoil), si definisce ‘a leading global explorer’ di petrolio e gas collocandosi all’11° posto nell’hit parade mondiale!

LE INDISCREZIONI DI BLOOMBERG SU ENEL

Ebbene, secondo illazioni avanzate da Bloomberg parrebbe che tra le aziende finite sotto il mirino di una delle istituzioni che gestiscono il patrimonio del Fondo Sovrano Norvegese vi sia l’italiana Enel (di cui detiene l’1,85% del capitale), dando seguito alle linee guida del Council of Ethics di dismettere partecipazioni di società che causino emissioni “inaccettabili” nei settori del cemento, generazione elettrica, forse acciaio.

L’INIZIATIVA DEL FONDO DELLA NORVEGIA SU ENEL

La ragione parrebbe ricondursi al fatto che la società italiana ha registrato nel 2017 emissioni di gas serra per 106 milioni di tonnellate. Nella lista delle prime 20 società relativa al 2016, Enel appare al 12° posto: terza società elettrica europea dopo RWE e GDF Suez (oggi Engie).

I COMMENTI ALLA SORTITA NORVEGESE

Non sappiamo se le ipotesi di Bloomberg abbiano un qualche fondamento e se sia veramente intenzione dei norvegesi di uscire dall’azionariato di Enel. Ma comunque vadano le cose due riflessioni merita fare.

L’ATTIVITA’ DELL’ENEL NELLE RINNOVABILI

Prima: per quanto elevate possano apparire le emissioni di Enel (destinate a ridursi col phase out delle centrali a carbone in Italia previsto per il 2025) resta il fatto che essa è leader mondiale nella generazione elettrica da fonti rinnovabili ed è impegnata nella mobilità elettrica per centinaia di milioni. Se si fosse misurato, come sarebbe stato corretto, il saldo netto delle emissioni di Enel ovvero il suo tasso di ‘neutralità carbonica’, il suo posizionamento sarebbe stato ben diverso e migliore.

LE ECCENTRICHE LEZIONI DI AMBIENTALISMO

Secondo: il Fondo Norvegese non ha alcun titolo per dare lezioni di ambientalismo a chicchessia. Per la semplice ragione che i 1.000 miliardi di dollari di cui dispone sono il provento di miliardi di tonnellate di emissioni di anidride carbonica causate dalla società che dal 1972 ne ha rimpinguato le casse: la Statoil, da quest’anno denominata Equinor per cancellare dal nome l’attività che resta pur sempre il suo core business: il petrolio. Cominci il Fondo Norvegese a rinunciare ai suoi proventi e allora sarà credibile nel suo, per ora ipocrita, ambientalismo.

(commento tratto da www.rivistaenergia.it)

Cassa depositi e prestiti, ecco chi ha vinto e chi ha perso

 STARTMAG,IT 20.7.18

cassa depositi e prestiti

Fatti, nomi, indiscrezioni, commenti e scenari sulle nomine ai vertici della Cassa depositi e prestiti (sarà Fabrizio Palermo l’amministratore delegato di Cdp)

Sarà Fabrizio Palermo il prossimo amministratore delegato di Cdp.

E’ questo l’accordo frutto della riunione decisiva sui vertici della Cassa depositi e prestiti tenuta oggi fra il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Luigi Di Maio (M5S), il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti (Lega).

E’ prevalso dunque l’orientamento dei Pentastellati che da tempo avevano indicato in Palermo, attuale direttore finanziario della Cassa, l’uomo giusto per guidare la Cdp al posto di Fabio Gallia (qui il pezzo-profilo su chi è Palermo).

Il ministro dell’Economia, invece, aveva indicato Dario Scannapieco, attuale vicepresidente della Banca europea degli investimenti (Bei), apprezzato anche dalle fondazioni bancarie, in passato con Mario Draghi dg del Tesoro.

Apprezzamento anche da parte di Salvini per Palermo: “Come città molto, come amministratore delegato anche”: così il ministro dell’Interno Matteo Salvini, segretario della Lega e vicepremier, con una battuta ha risposto a chi gli ha chiesto se gli piaccia Fabrizio Palermo come amministratore delegato della Cdp, a margine del Consiglio federale della Lega.

Palermo dunque avrà il compito di realizzare la missione della Cassa così come indicata di recente dai vertici dei Pentastellati prendendo come riferimento la banca pubblica francese Bpi France (qui l’approfondimento di Start Magazine). Non solo: in casa M5S, il sottosegretario al Mise, Stefano Buffagni, ha auspicato una presenza più capillare sul territorio, e dunque più vicina alle piccole e medie imprese, da parte di Sace, controllata d Cdp.

Inoltre Palermo, facendo già parte del comitato italo-francese che ha gestito la partita Fincantieri-Stx, seguirà anche questa partita industriale fondamentale per l’Italia, non solo in chiave civile ma militare per il ruolo di Leonardo (ex Finmeccanica) tutto da definire e concordare con i francesi.

Al momento, secondo le maggiori agenzie di informazione, il ministro del Tesoro Giovanni Tria “porta all’incasso la nomina di Rivera, oggi direttore Affari legali e Finanza del Tesoro, rispetto alla candidatura di Antonio Guglielmi (Mediobanca), sostenuta soprattutto dal M5s”, ha scritto Reuters: “Una scelta, quella di Rivera, che prefigura una forte continuità con quelle che è stata la conduzione di Via XX Settembre negli scorsi anni”. Al momento, comunque, ambienti M5S fanno notare che Di Maio uscendo dalla riunione ha detto che si era parlato solo di Cdp.

Resta da vedere se e come si potrà ampliare l’attività della Cassa: basti pensare alle intenzioni del governo, espresse per bocca del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli (M5S), su Alitalia. Un’azienda in perdita, dunque la Cdp non potrebbe entrare nel capitale secondo le regole attuali.

Tra l’altro la Commissione Ue in questi anni ha mandato precisi segnali all’Italia in tema di aiuti di Stato. Eurostat, poi, ha già fatto sapere a fine 2017 che la Cdp ha limitatissimi spazi di manovra nell’ampliamento del proprio patrimonio se non vuole essere nuovamente considerata all’interno del perimetro pubblico con grande impatto sui disastrati conti pubblici italiani.

Infine, resta da vedere ora, in vista della presentazione ufficiale della lista per il cda di Cdp all’assemblea della Cassa in programma il 24 luglio se saranno confermate o meno le indiscrezioni che negli scorsi giorni parlavano di un accordo informale tra i partiti della maggioranza con il ministero dell’Economia per non inserire nel consiglio di amministrazione del gruppo controllato all’80% dal Mef funzionari e dirigenti del Tesoro.

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DI ARCELOR MITTAL – DI MAIO RIFERISCE ALLA CAMERA (PRESENTI 7 PARLAMENTARI!) SULL’ASSEGNAZIONE DELL’ILVA: “ANAC CI HA DATO RAGIONE. È STATO UN PASTICCIO COMMESSO PER COLPA DELLO STATO. LE REGOLE SONO STATE CAMBIATE IN CORSA ED È STATA LESA LA CONCORRENZA. L’OFFERTA DI ACCIAITALIA ERA MIGLIORE” – CALENDA È UNA FURIA: “COSE GRAVI E FALSE”

DAGOSPIA.COM 20.7.18

Andrea Tundo per www.ilfattoquotidiano.it

di maioDI MAIO

Un “pasticcio”, commesso per “colpa dello Stato”. Perché l’offerta di Acciaitalia “era migliore” ma “nel bando metà del punteggio era dato al prezzo” e non al piano ambientale e alla salute.

Luigi Di Maio parla alla Camera e attacca il precedente governo sull’assegnazione dell’Ilva al gruppo guidato da ArcelorMittal, forte del parere dell’Anac che ha stroncato l’assegnazione ai franco-indiani dell’azienda siderurgica: “Le regole sono state cambiate in corsa ed è stata lesa la concorrenza“, accusa il vice-premier.

L’Anac “ha rilevato che nelle procedura di gara il tema dei rilanci era scritto malissimo, era scritto che si poteva fare ma non in che maniera. Ed è inspiegabile che nessuno se ne sia accorto e che è rimasto tutto sotto silenzio“, ha detto il ministro dello Sviluppo Economico durante l’informativa urgente sul siderurgico.

RAFFAELE CANTONERAFFAELE CANTONE

Le criticità rilevate dall’Anac “sono macigni, sono gravissime e questo governo, io in primis, non possiamo far finta di niente come è accaduto per troppo tempo”, ha aggiunto ricordando che “l’offerta di Acciaitalia era migliore”, un parere che nel maggio 2017 – come rivelato da Ilfattoquotidiano.it, era stato espresso anche dai tecnici che avevano relazionato in maniera non vincolante ai commissari.

LUIGI DI MAIO A VILLA TAVERNALUIGI DI MAIO A VILLA TAVERNA

Il primo “pasticcio”, evidenzia Di Maio, riguarda la tempistica dell’attuazione del piano ambientale e, come ha concluso l’Anac, “ha leso il principio di concorrenza”.

Quando è stata bandita la gara, il 5 gennaio 2016, “chi voleva partecipare alla procedura di gara doveva fare un’offerta che prevedeva di attuare il piano ambientale entro il 31 dicembre dello stesso anno – ha spiegato – Capirete bene che questa sarebbe stata un’impresa titanica e poche imprese hanno potuto partecipare”.

ILVAILVA

Successivamente, il termine è stato posticipato di due anni e poi di ulteriori cinque: “Si è arrivati al 2023, sette anni in più” e questo avrebbe significato “che avrebbero potuto partecipare molte più imprese” e “avremmo potuto avere molte più offerte e miglio, compresa quella di ArcelorMittal”, dice Di Maio. “Non solo – aggiunge – l’azienda non ha poi neanche rispettato i termini intermedi del piano ambientale e questo di per sé, se confermato, sarebbe bastato ad escluderla“.

michele emiliano carlo calendaMICHELE EMILIANO CARLO CALENDA

“Se si è fatta una procedura di gara che non ha messo al centro il massimo delle tutele ambientali e occupazionali, allora politicamente, per ora, ne dovrà rispondere chi ha fatto questa procedura di gara”, ha aggiunto con un chiaro riferimento al ministro Carlo Calenda che giovedì, dopo la risposta dell’Autorità anticorruzione, ha chiesto di rendere pubblica la risposta.

Il rilancio di Acciaitalia, che secondo Calenda e l’Avvocatura di Stato arrivò fuori tempo massimo, per Di Maio è stato invece ignorato “in maniera incomprensibile” e “non è stato nemmeno considerato e alla fine la procedura è stata chiusa accettando la proposta di Arcelor, evitando la presentazione di altre offerte migliorative“.

carlo calendaCARLO CALENDA

“C’era chi ci prendeva in giro perché stavamo perdendo tempo a studiare 23mila pagine. Invece, abbiamo fatto bene e l’Anac ha confermato tutte le criticità e che le nostre preoccupazioni erano fondate. E meno male – ha aggiunto Di Maio – che quelli prima di noi erano i competenti“.

L’Anac ha spiegato che nonostante le anomalie, spetta al ministero, nel caso, annullare la gara se rilevasse “un’interesse pubblico specifico” e ricominciare da zero. Per il momento, Di Maio si limita a dire che “avvierò un’indagine e parlerò con i commissari dell’Ilva”. Di certo, aggiunge, “il pasticcio lo ha fatto lo Stato, non l’azienda, quando ha bandito la gara. Devo capire di chi sono le responsabilità specifiche”.

CARLO CALENDACARLO CALENDA

Dopo l’intervento del vice-premier, è arrivata la risposta del suo predecessore al Mise, Carlo Calenda: “Hai detto in Parlamento cose gravi e false – ha risposto l’ex ministro su Twitter – Minacciare indagini interne al Mise è vergognoso. La responsabilità sulla gara è mia. A differenza tua non ho bisogno di inventarmi manine. E assumiti la responsabilità di annullare la gara se la ritieni viziata”.

MICHELE EMILIANOMICHELE EMILIANO

Accanto all’attuale ministro si schiera Michele Emiliano, da ormai un anno in polemica aperta con Calenda sul rilancio del siderurgico e Tap.

Per il governatore della Regione Puglia, l’Anac “ha sostanzialmente detto che il ricorso della Regione Puglia aveva un fondamento”.

Ora, aggiunge Emiliano, “mi auguro che il ministro Di Maio, che evidentemente ha fiducia nella Regione a differenza del suo predecessore, prenda la decisione giusta per tutelare innanzitutto la salute dei miei concittadini è più anche le esigenze produttive del Paese che ovviamente vanno tenute in grande attenzione”.

MINISTERO SVILUPPO ECONOMICOMINISTERO SVILUPPO ECONOMICO

Per il presidente della Liguria, Giovanni Toti, invece, “le irregolarità nella gara per la vendita dell’Ilva forse si potevano verificare prima, Anac esiste da tempo, se c’erano irregolarità qualcuno avrebbe dovuto alzare un ditino”.

Arrivare “in zona Cesarini – aggiunge – mi sembra che sia un elemento di grave criticità nella trattativa”. Se la gara “era sbagliata” e Anac “ritiene che sia inficiante la gara stessa, mi rimetto alle decisioni delle autorità competenti di controllo – conclude – Mi auguro solo che dietro tutto questo nessuno cerchi pretesti per arrivare con inerzia alla chiusura delle aree a caldo dell’Ilva di Taranto, o a una chiusura dell’intero impianto della siderurgia italiana perché si assumerebbe una responsabilità straordinaria”.

Se si spera che la “difesa della democrazia” tocchi a Cia, Fbi, Ue…

conttopiano.org 20.7.18

Spostarsi dal cortile di casa consente di guardare ai fenomeni con tasso di obbiettività decisamente superiore, specie quando i fenomeni sono perfettamente identici a quelli di casa nostra.

Michael J. Glennon, su Le Monde Diplomatique, svernicia senza pietà la “rivalutazione democratica” della Cia e dell’Fbi, negli Usa, che si è fin qui basata su un unico elemento: queste due servizi più o meno segreti sono entrati in conflitto con Donald Trump, a partire dall’indagine chiamata Russiagate. Un po’ come è avvenuto in Italia, con la magistratura e una parte dei “servizi”, tra Mani Pulite e gli scandali pubblico-privati di Berlusconi.

La debolezza e smemoratezza dei liberal statunitensi sono da questo punto di vista speculari ai deficit intellettuali della cosiddetta “sinistra” italiana, e il guardarle da lontano consente di far risaltare, senza troppa fatica, anche le illusioni degli “ingenui” che ci stanno intorno.

Il punto debole è evidente: incapaci di battere politicamente il mostro fuori dalle regole, emerso nonostante quelle regole, si spera che il vecchio orco antidemocratico – la Cia! – faccia il lavoro che i liberal non riescono a fare. Gli spioni incaricati di distruggere ogni parvenza di movimento o gruppo politico progressista improvvisamente rivalutati come “scudi della democrazia”. Nemmeno nel peggiore incubo…

La via giudiziaria sembra una scorciatoia, ma ha ovviamente le sue pesanti controindicazioni. In Italia (già dai tempi delle “leggi d’emergenza” contro la lotta armata) la magistratura è venuta un “ruolo politico” – scrivere le leggi al posto del Parlamento, decidere quali fenomeni contrastare e come, ecc – parecchio fuori dai limiti indicati dalla Costituzione.

Negli Usa – dove la magistratura inquirente è elettiva, spesso primo gradino della carriera politica – “l’autonomia operativa” è diventata abituale per le innumerevoli “agenzie”.

Non può sfuggire a nessuno il fatto che, se dei “corpi operativi” dello Stato si muovo indipendentemente o in sostituzione della volontà politica espressa dagli elettori, abbiamo fatto un passo oltre e fuori degli ambiti della democrazia parlamentare. Nella quale, secondo i teorici, la decisione politica spetta agli organi eletti, mentre l’esecuzione viene ordinata/delegata agli apparati amministrativi. E quindi sperare che la Cia o l’Fbi “ci liberino” da Trump è altrettanto stupido dello sperare che un Di Pietro o un Davigo ci liberino da Berlusconi o Salvini (la storia dei 49 milioni della Lega è giudiziariamente piuttosto fragile, visto che riguarda soprattutto Bossi, ma alla speranza è inutile chiedere equilibrio logico).

In Italia, per non farci mancare nulla, abbiamo avuto anche un altro processo di sostituzione decisivo. Negli anni ‘90, l’immagine dell’Unione Europea aveva raccolto le simpatie della stragrande maggioranza degli italiani in base a poche ma decisive: la libertà di movimento nel continente, una moneta che sembrava facilitare circolazione e scambi (evitandoci di dover fare complicati calcoli sul cambio di giornata) e – per la “sinistra” strapazzata da Berlusconi e il suo codazzo di fascisti (Fini, Gasparri, Storace, ecc) – la convinzione immotivata che “la civiltà europea” ci avrebbe emancipato da storici vizi nazionali che, per l’appunto, portavano ad attribuire il consenso politico ai peggiori tra noi.

Sappiamo com’è andata. L’Unione Europea ha progressivamente assunto molte delle funzioni centrali dello Stato (politica di bilancio, scrittura della legge finanziaria o di statbilità, decisioni sui tagli della spesa pubblica e lo smantellamento del welfare, ecc), senza mettere mai bocca sulla feccia che strabordava nelle istituzioni nazionali. Solo nel 2011 “i mercati” e la Troika intervennero davvero per rimuovere il Cavaliere da Palazzo Chigi, facendo volare lo spread e precipitare il valore azionario di Mediaset; ma solo per imporre quella botta d’austerità che il Caimano, da solo, non riusciva a far passare (basti ricordare i tentativi d’assalto, sempre respinti, all’art. 18).

Siccome la Storia è cattiva ed ironica, le politiche europee – massacrando il blocco sociale che aveva storicamente sostenuto “la sinistra” – hanno seminato impoverimento, disorientamento, paura esistenziale e contrattuale, diffidenza verso “la politica” e quindi anche il populismo generico o reazionario che ora governa questo paese. Del resto, cosa ci si poteva aspettare da un “sistema di trattati” indifferente ai cambi di governo locali, che assorbe progressivamente “sovranità nazionali” e poteri decisionali sulla vita di centinaia di milioni di persone, senza mai passare per la validazione democratica?

L’Italia è stata spesso il “laboratorio degli orrori” che poi, sperimentati qui, sono dilagati anche altrove. Fossimo insomma nei panni dei liberal statunitensi, toccheremmo ferro…

******

Le cure amorevoli della Cia

MICHAEL J. GLENNON *

Quando i democratici si affidano allo Stato nello Stato. Nella sua battaglia contro Donald Trump, la sinistra statunitense si è ritrovata degli alleati inaspettati: i servizi di intelligence. In guerra aperta con il presidente, che accusano di collusione con la Russia, questi ultimi si presentano come l’estremo baluardo della democrazia. Bisogna aver perso la memoria per credere a questa versione…

Con l’elezione di Donald Trump alla Casa bianca, gli statunitensi avrebbero potuto essere più prudenti nel cantare le lodi del loro sistema politico. Non è stato così. Il discorso sull’eccezionalità degli Stati uniti ha semplicemente cambiato di forma: ormai c’è chi si compiace nel ripetere che i meccanismi di controllo dei poteri previsti dalla Costituzione – il principio dei «pesi e contrappesi», o «checks and balances» –, aumentati grazie alla potente burocrazia della sicurezza nazionale, offrono una capacità di resistenza unica alla minaccia dell’autoritarismo. Per loro, La Central Intelligence Agency (Cia), il Federal Bureau of Investigations (Fbi) o anche la National Security Agency (Nsa) costituiscono degli argini contro la potenziale deriva di Trump. Nel progetto dei padri fondatori la burocrazia non era di loro competenza. Quando Thomas Jefferson viene eletto presidente nel 1801, il potere esecutivo si limita a 132 funzionari e il gabinetto del presidente è composto da un solo membro – il suo segretario personale. Inoltre, prima di lui, George Washington e i suoi colleghi non avevano previsto l’emergere delle formazioni politiche, il partito Democratico-Repubblicano nasce solo nel 1791, quattro anni dopo la redazione della Costituzione. Nell’ordine politico che man mano si va imponendo l’interesse dei membri del Congresso è quello di far vincere un candidato del loro schieramento. Sin da allora, il solo rimedio costituzionale contro gli eventuali guasti del potere esecutivo – la procedura di «messa in stato di accusa» (impeachment), che permette al potere legislativo di destituire un membro del governo – si rivela poco adatto per punire i crimini e i delitti minori commessi dagli amici e dagli alleati del presidente.

«Ci siamo dal 1908»

Una soluzione per colmare questa carenza viene trovata alla fine del XIX secolo: i «procuratori speciali» o «indipendenti», che rimpiazzano il Dipartimento di giustizia quando su un’inchiesta relativa a uno dei rami del potere aleggia il sospetto di un conflitto di interesse.

Il primo fu John B. Henderson, nominato nel 1875 per indagare sullo scandalo Whiskey Ring, un caso di sottrazione di fondi pubblici che riguardava alcuni produttori di whiskey, dei funzionari del tesoro e dei responsabili politici. L’ultimo in ordine di tempo si chiama Robert Mueller, che dal maggio 2017 si interessa a una ipotetica collusione tra la campagna elettorale di Trump e il governo russo.

Si potrebbero menzionare ugualmente William Cook, incaricato nel 1881 di una questione di corruzione nel servizio postale; Atlee Pomerone e Owen Roberts, che nel 1924 tentarono di far luce su uno scandalo di tangenti nell’attribuzione di concessioni petrolifere; o ancora Archibald Cox. Nominato nel maggio del 1973 nell’ambito del Watergate, un affare di spionaggio politico che implicava la Casa bianca, venne congedato nel mese di ottobre dal presidente Richard Nixon.

In effetti, i procuratori «indipendenti» sono una soluzione insoddisfacente: la loro nomina dipende dal benvolere del Dipartimento di giustizia e non c’è nessuna barriera istituzionale per prevenire la loro destituzione. L’indipendenza amministrativa del resto è un’arma a doppio taglio. Necessaria nel caso dei procuratori speciali, è ugualmente molto apprezzata dai burocrati della sicurezza nazionale che da qualche anno non fanno che reclamare più autonomia. Prima, quand’erano scontenti di una decisione presidenziale, manifestavano la loro opposizione in modo passivo, per esempio con un aumento della lentezza amministrativa. Ora manifestano apertamente la loro opposizione moltiplicando i pubblici rimproveri e le fughe di notizie alla stampa.

James Comey, quando dirigeva l’Fbi, non ha esitato a rivelare una conversazione nel corso della quale il presidente Trump gli avrebbe, a suo dire, domandato di abbandonare le inchieste che riguardavano Michael Flynn, accusato di avere mentito sui legami con la Russia. Philip Mudd, che è stato sia nella Cia che nell’Fbi, ha giustificato l’iniziativa del suo ex capo. «Quelli dell’Fbi hanno rialzato la testa» avvertiva sulla Cnn il 3 febbraio 2018, «ed ecco cosa le diranno, signor Presidente: “se lei pensa di farci desistere da questa indagine cercando di intimidire il direttore, è meglio che ci pensi due volte. Lei è lì da tredici mesi, noi ci siamo dal 1908 [anno della nascita dell’Fbi], se vuole continuare con questi giochini, saremo noi a vincere”».

Samantha Power, ambasciatrice statunitense alle Nazioni unite durante la presidenza Obama, ha affermato su Twitter, il 17 marzo 2018, che «non era una buona idea contrariare John Brennan», giustificando così le dichiarazioni ostili nei confronti di Trump dell’ex capo della Cia (dal 2013 al 2017). Come precisa infatti Charles Schumer, capo della minoranza democratica al senato, «chi lavora nei servizi di intelligence ha mille modi per vendicarsi» (1).

Dichiarazioni simili lasciano basiti. La Costituzione prevede certamente alcuni meccanismi di contropotere per impedire agli eletti di sragionare, ma di sicuro non includono i funzionari della sicurezza nazionale. Al contrario: se i cittadini fanno affidamento sulle agenzie di intelligence è perché queste devono rendere conto ai rappresentanti politici eletti. Nel momento in cui questo legame con il voto popolare viene spezzato sparisce pure la legittimità costituzionale delle agenzie.

Molti statunitensi detestano Trump, ma al contrario del detto popolare, in politica il nemico del mio nemico non è per forza mio amico. Bisogna ignorare tutto della storia recente degli Stati uniti per considerare i servizi di intelligence come dei bastioni in difesa delle libertà civili e politiche.

Immergersi nel rapporto della commissione Church, dal nome del senatore democratico dell’Idaho, permette di ritrovare la memoria. Pubblicato nel 1976 (2), questo rapporto espone in modo dettagliato una serie di macchinazioni dissimulate sotto dei nomi dagli accenti hollywoodiani. Queste macchinazioni non concernono crimini occasionali, commessi da cowboy solitari, ma operazioni pensate minuziosamente, elaborate da quei responsabili dei servizi che ispirano oggi tanta fiducia ad alcuni. Per più di un decennio questi servizi hanno, secondo le parole del politologo Loch Johnson, «impiegato la propria astuzia contro le persone che dovevano proteggere» (3), mostrando come agenti zelanti che agiscono in segreto possano rovesciare progressivamente l’equilibrio tra libertà e sicurezza.

Il programma Cointelpro (Counter Intelligence Program) fu condotto dall’Fbi dal 1956 al 1971, e doveva individuare i gruppi e gli individui «sovversivi» vale a dire gli oppositori alla guerra del Vietnam, i militanti dei diritti civili, per porre fine alla loro attività. Per far questo l’Fbi ha sollecitato e ottenuto la collaborazione del servizio di riscossione delle imposte. Si è infiltrato in numerose organizzazioni religiose, dentro le università e nei media. Si è adoperato per alimentare la violenza in seno ai gruppi afroamericani o per screditare i loro dirigenti, in particolare inviando lettere anonime, di cui una a Martin Luther King con l’intenzione di spingerlo al suicidio.

Tutte queste iniziative violavano la legge. E tutto sembra indicare che il programma fosse stato approvato solo dall’Fbi, e persino il vicedirettore ne ignorava l’esistenza.

Anche la Cia ha preso di mira il movimento pacifista con l’operazione Caos, un vasto piano di spionaggio portato avanti tra il 1967 e il 1973. Ha stilato allora una lista di 100 organizzazioni e di 7.200 persone che intendeva sorvegliare, sebbene svolgessero attività perfettamente legali negli Stati uniti. Inoltre, grazie all’operazione HT Lingual, la Cia ha aperto e letto decine di migliaia di lettere (provenienti dall’estero o dirette all’estero) aventi per mittente o destinatario cittadini statunitensi. Istituito nel 1952 questo programma è durato più di vent’anni. Nessuna sottocommissione di controllo varata dal Congresso ne aveva mai sentito parlare. All’inizio degli anni ’70, i direttori della Cia e dell’Fbi hanno mentito al presidente Nixon affermando che il programma era stato interrotto.

Un cane da guardia poco feroce

Nell’ambito del progetto Shamrock, avviato l’indomani della seconda guerra mondiale, la Nsa ha raccolto illegalmente milioni di telegrammi internazionali, ricevuti o inviati da cittadini statunitensi. Secondo la commissione Church si trattava allora del «più vasto programma di intercettazione delle comunicazioni». Queste intercettazioni non furono autorizzate da nessuna istanza giuridica e non è certo che siano state approvate dal presidente, o che ne fosse stato informato.

Nixon sembrava peraltro avere una conoscenza molto vaga della Nsa. Il 16 marzo del 1973, durante una conversazione nello studio Ovale l’avvocato del presidente, preoccupato, gli fa notare che autorizzando il piano Huston (portato avanti dalla Cia, dall’Fbi e dalla Nsa contro i militanti di estrema sinistra), ha spinto illegalmente la Nsa a prendere di mira dei cittadini statunitensi. Nixon risponde: «Che cos’è la Nsa? Che tipo di azioni conduce?».

Queste violazioni risalgono certo a diversi decenni fa. Da qui l’idea che non possano riprodursi, poiché il controllo giudiziario e la sorveglianza esercitate dal Congresso oggi sono diventate più rigorose. Un tale ottimismo non è giustificato. Sebbene esistano delle eccezioni – nel maggio del 2015, per esempio, una corte di appello federale ha giudicato illegale uno dei programmi di intercettazioni telefoniche della Nsa reso pubblico da Snowden –, di solito i tribunali respingono le denunce che vengono depositate contro i programmi di sicurezza nazionale, in quanto non risultano di loro competenza, ma senza mai affrontare veramente la questione.

Khaled al Masri può darne una testimonianza. Scambiato per uno dei quadri dirigenti di al Qaeda, questo cittadino tedesco è stato arrestato dalla Cia in Macedonia nel 2003. Trasferito in Afghanistan tramite i «voli segreti», è stato torturato e imprigionato per mesi. Una volta rilasciato sporge denuncia negli Stati uniti, ma il tribunale la respinge. Il motivo? Un’inchiesta potrebbe rivelare segreti di Stato.

La fermezza del Congresso si è manifestata nuovamente durante l’inchiesta sul programma di detenzione e sugli interrogatori della Cia. La più vasta mai realizzata su questa questione. Il rapporto di oltre seimila pagine, pubblicato nel 2014 dalla commissione di inchiesta del Senato, ha stabilito che la Cia ha sistematicamente mentito al Congresso e alla Casa bianca sulla gravità e sull’efficacia delle «tecniche di interrogatorio potenziato» inflitte ai detenuti (4).

Il documento non mette però in discussione la legalità di queste tecniche, né raccomanda qualche riforma destinata ad evitare che si ripetano. Inoltre una nota discreta a piè di pagina precisa che la commissione si è vista rifiutare l’accesso a 9.400 documenti ritenuti rilevanti per le indagini. Ne ha sollecitato la consultazione in tre successive lettere dirette al presidente Barack Obama, che non ha mai risposto. La reazione della commissione è stata di abbandonare l’inchiesta. E la commissione è il cane da guardia più feroce del Congresso….

Ecco a cosa assomigliano oggi le agenzie salutate come il baluardo della democrazia statunitense. Come essere certi che un giorno esse non riprenderanno le vecchie abitudini invocando magari questioni «urgenti» per lo Stato? I servizi di intelligence non hanno l’abitudine di controllare le decisioni dei dirigenti eletti. È piuttosto vero il contrario. Così, quando Trump rimprovera all’Fbi di non avere impedito la sparatoria di Parkland, nella quale sono morte diciassette persone, in un liceo della Florida lo scorso febbraio, abbiamo il diritto di domandarci perché il presidente non abbia fatto niente. Dopo tutto l’Fbi dipende dal Dipartimento di giustizia e lavora quindi per lui. Comey stesso l’ha riconosciuto «in quanto membri del potere esecutivo, siamo tutti posti sotto l’autorità diretta del presidente». Quando la funzione pubblica interviene per sostituirsi all’arbitrato degli elettori finisce per erodere quella democrazia che deve proteggere.

Note

(1) «The Rachel Maddow Show», Msnbc, 4 gennaio 2017.

(2) «Intelligence activities and rights of Americans», Commissione del Senato incaricata di esaminare le operazioni del governo, Libro II, 1976. www.intelligence.senate.gov

(3) Loch Johnson, Spy Watching: Intelligence Accountability in the United States, Oxford University Press, 2018

(4) «Senate Intelligence Committee study on CIA detention and interrogation program», Commissione di inchiesta del Senato, 2014, http://www.feinstein.senate.gov (Traduzione di Riccardo Corsi)

* Professore alla Fletcher School of Law and Diplomacy, Università di Tufts (Medford, Massachusetts), autore di National Security and Double Government, Oxford University Press, 2014.

Ecco come la Lega di Salvini vuole modificare il decreto Dignità di Di Maio

Michele Arnese statmag.it 20.7.18

Contratti a termine, causali, lavoro a somministrazione, credito di imposta. E’ su più aspetti del decreto Dignità che si concentrano gli emendamenti presentati dalla Lega alla Camera.

Ecco le principali novità che cercano di cassare i maggiori vincoli contenuti nel provvedimento e contestati dal mondo delle imprese.

Vediamo tutti i dettagli.

CREDITO DI IMPOSTA

Estendere i crediti di imposta per ricerca e sviluppo anche anche per “Intelligenza artificiale e attività similari”. E’ questo l’obiettivo di uno degli emendamenti targato Lega al decreto Dignità.

La proposta, come si legge nella relazione leghista, punta a “garantire la fruizione dei crediti d’imposta R&S anche alle attività di sviluppo degli applicativi che utilizzano intelligenza artificiale/machine learning”.

I recenti incentivi in materia di credito d’imposta formazione 4.0 affrontano l’urgenza di sviluppare le conoscenze in nuove tecnologie in materia di big data, analytics, sfruttamento di algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning, anche cognitivo.

Ma “vi sono – dice la Lega – notevoli aree di incertezza interpretativa che unitamente alle pesanti potenziali conseguenze sanzionatorie, anche di tipo penale, stanno comprimendo la possibilità dell’incentivo di liberare il suo potenziale”.

I CONTRATTI A TERMINE E LA CASUALE

Quanto alla nuova disciplina sui contratti a termine voluta dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, e che sta facendo discutere le imprese, il partito di Matteo Salvini propone di cassare la necessità della causale per i contratti a termine, come auspicato da molti imprenditori.

Infatti l’emendamento proposto dalla Lega prevede l’istituzione di un regime transitorio nel quale, salva la durata massima di 24 mesi ed il numero totale di proroghe ammissibili (quattro), le imprese possano rinnovare e prorogare i contratti a termine oltre i 12 mesi senza la necessaria indicazione della causale. “In questo caso, quindi, tale ultimo adempimento – si spiega nella relazione – diverrebbe definitivamente obbligatorio solo dopo una prima fase “ibrida”, dando, così, modo alle imprese (soprattutto alle PMI) di riparametrare il proprio organico e riorganizzare la propria struttura all’intervenuto mutamento normativo senza le pesanti conseguenze a cui, invece, sono ad oggi esposte”.

DOSSIER AGENZIE PER IL LAVORO

Mano tesa del Carroccio anche alle Agenzie per il lavoro, critiche con la nuova disciplina del lavoro a somministrazione, con un altro emendamento: “Per le Agenzie per il lavoro, in considerazione della peculiarità dell’attività svolta stabilita da norme inderogabili di legge, la causale di assunzione a termine deve essere data dalla richiesta di lavoratori da parte dell’Azienda utilizzatrice e, quindi, “con riferimento al contratto commerciale di somministrazione sottoscritto con l’Azienda utilizzatrice””. Inoltre, nella stessa materia, si propone l’esclusione del periodo di intervallo – in gergo “stop&go” – nel contratto di lavoro a tempo determinato a scopo di somministrazione.

MODIFICHE ALLO SPLIT PAYMENT

Modifiche targate Carroccio anche sullo split payment all’insegna della flessibilità. Si propone infatti un “un regime opzionale”: “La norma, in un regime di ordinario di esclusione dell’applicazione dello split payment, per contribuenti assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo di imposta sul reddito ovvero a ritenuta a titolo di acconto di cui all’articolo 25 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, consente l’opportunità al cedente o del prestatore di opzionare in sede di sottoscrizione del contratto l’applicazione del regime di split payment”. Mentre “il regime opzionale” che propone il partito di Salvini “consente di introdurre una flessibilità nella gestione e riduce la spesa pubblica”, scrivono i deputati leghisti.