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24newsonline.it 21.7.18

VICENZA – 21.07.2018 – Un giudice riaccende

le speranze dei soci di Veneto Banca rimasti vittima delle “baciate”. Da tre anni questo neologismo, che nulla ha a che vedere con la metrica delle rime in poesia, né col noto ballo latino-americano, è entrato –non senza iatture– nella vita di decine di migliaia di persone, clienti di Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca che, in cambio di prestiti e linee di credito, si sono impegnati ad acquistare in termini proporzionali anche azioni degli stessi istituti. Soprattutto negli anni 2013 e 2014 le due banche, alla disperata ricerca di capitale per puntellare le pesanti svalutazioni dei crediti, s’erano inventate questo meccanismo “ingegnoso” per cui a chi chiedeva un prestito davano più soldi del dovuto, con l’impegno (un obbligo) a utilizzarne una parte per acquistare azioni. Con i soldi che la banca prestava, la banca rafforzava (in maniera fittizia) il suo patrimonio, mantenendo in ordine apparente i parametri chiesti da Bankitalia e Bce. Tutto ha funzionato sino al momento in cui Veneto Banca e popolare di Vicenza sono andate in default e sono state messe in liquidazione coatta amministrativa. In un solo giorno i mutui sono rimasti, “passati” a Intesa Sanpaolo, ma le azioni sono diventate carta straccia, con centinaia di milioni di euro andati in fumo.

Nel reclamare giustizia contro questa pratica che, corretta o meno (lo stabilirà la magistratura) era pericolosa, finanziariamente debole e moralmente discutibile, al tribunale di Vicenza – sezione civile, è giunta una causa di un azionista della popolare di Vicenza che ha chiesto l’annullamento dell’operazione di finanziamento concesso per l’acquisto di azioni proprie. Controparte nella causa è Banca popolare di Vicenza in liquidazione ma, e qui sta la novità, il giudice ha autorizzato ad estendere il contradditorio, citandola in giudizio, a Sga, la società incaricata di recuperare i crediti deteriorati di Vicenza e di Veneto Banca. L’esito è tutt’altro scontato, ma se lo stesso criterio varrà, per analogia, per Veneto Banca, si aprirebbe un fronte interessante per veder risarciti i risparmiatori.

Bianco (Banca d’Italia): “Liti in banca? Ci pensa l’Arbitro”

21 luglio 2018, 7:57 | di Franco Locatelli FIRSTonline

INTERVISTA a MAGDA BIANCO, capo del Servizio Tutela dei clienti e antiriciclaggio della Banca d’Italia – Con più di 30 mila ricorsi nel 2017, per oltre il 70% con esito favorevole ai consumatori, “la crescita dell’attività dell’Arbitro Bancario Finanziario è andata oltre le attese, in parte per la criticità di alcuni mercati e in parte per la fiducia crescente in uno strumento imparziale di risoluzione delle controversie”

Hai una controversia con la tua banca? Non tutti lo sanno, ma c’è un modo semplice, economico e più veloce della giustizia ordinaria per risolverlo: rivolgersi all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF), istituito 9 anni  fa per legge dalla Banca d’Italia ma indipendente nei suoi giudizi.  Basta mandare il ricorso online con tutta la documentazione della controversia all’ABF, spendere 20 euro in tutto e attendere la risposta nel giro di qualche mese, senza bisogno di avvocati. Partito un po’ in sordina, l’ABF sta conoscendo un successo che è andato oltre le attese: più di 30 mila ricorsi nel 2017 con un aumento del 42% rispetto all’anno precedente, soprattutto per il boom delle controversie sulla cessione del quinto dello stipendio o della pensione, con esito favorevole ai clienti nel 77% dei casi. Un boom che ha spiazzato l’Arbitro stesso costringendolo a correre ai ripari e a rafforzare tutte le sue strutture: Ma perché gli italiani stanno scoprendo l’ABF, da dove nasce la loro fiducia – merce rara di questi tempi – e che cosa c’è dietro la pioggia di ricorsi sulla cessione del quinto? Lo spiega, in questa intervista a FIRSTonline, Magda Bianco, Capo del Servizio Tutela dei clienti e antiriciclaggio della Banca d’Italia, che nei giorni scorsi ha presentato la Relazione annuale sull’attività dell’ABF nel 2017.

Nella Relazione annuale sull’attività 2017 dell’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) spicca il fatto che l’anno scorso i ricorsi dei clienti delle banche per risolvere in via stragiudiziale e alternativa alla giustizia ordinaria le loro controversie con le banche sono cresciuti del 42% sull’anno precedente arrivando a oltre quota 30 mila: ve l’aspettavate un boom di queste dimensioni e che cosa c’è dietro la crescente fiducia nell’ABF?

«Questa crescita è in effetti oltre le nostre aspettative. Come spiegarla? Noi pensiamo sia legata da un lato a criticità di alcuni mercati, dall’altro alla fiducia nell’ABF come strumento imparziale di risoluzione delle controversie. Questa fiducia dipende probabilmente innanzi tutto dalla qualità delle decisioni dell’Arbitro: i sette collegi che oggi decidono sono composti da docenti, ex-magistrati, professionisti (indicati sia da Banca d’Italia che da intermediari e consumatori), e sono tutti specialisti nelle materie di cui si occupa l’ABF; sono assistiti dalle segreterie tecniche che svolgono un lavoro preliminare importante. Ma pensiamo dipenda anche dalla uniformità degli orientamenti espressi dai 7 collegi e dal tasso di adempimento degli intermediari (anche se le decisioni non sono vincolanti, il 99 per cento di quelle che li vedono soccombenti viene rispettata da banche e intermediari)».

C’è chi dice che l’Arbitro Bancario Finanziario rischi di essere vittima del suo successo e che la crescita dei ricorsi finisca per allungare i tempi dei suoi pronunciamenti che già ora, pur essendo in linea con l’Europa, richiedono in media ben 261 giorni: è un pericolo reale o no e come pensate di fronteggiarlo?

«I tempi elevati per ottenere una pronuncia dipendono esclusivamente dall’arretrato che si è accumulato per la fortissima crescita di questi ultimi anni. Stiamo rispondendo su diversi fronti: a fine 2016 abbiamo aperto 4 nuovi Collegi e segreterie tecniche (erano 3 fino a fine 2016). Da febbraio 2018 è attivo un portale per fare i ricorsi online e seguirne l’evoluzione. Abbiamo semplificato e razionalizzato l’organizzazione interna con ulteriori guadagni di produttività: le decisioni dei collegi sono aumentate del 70%. La revisione delle Disposizioni normative che disciplinano l’ABF (che saranno in consultazione nei prossimi giorni) dovrebbero assicurare ulteriori spazi di semplificazioni. Ma ci auguriamo anche che banche e altri intermediari recepiscano sempre più in fase di reclamo gli orientamenti dell’ABF o quanto meno compongano la controversia prima che venga portata in decisione».

Come si spiega il fatto che il 70% circa dei ricorsi riguardi controversie relative alla cessione del quinto della pensione o dello stipendio? Dipende dall’opacità delle banche e degli intermediari che gestiscono la cessione del quinto o dalla debolezza dei clienti che, in questo caso, hanno evidenti difficoltà e in qualche modo richiamano alla memoria il popolo dei mutui subprime?

«La cessione del quinto dello stipendio o della pensione rappresenta negli ultimi anni una fetta molto significativa del contenzioso davanti all’ABF. Si tratta per lo più di controversie che riguardano contratti piuttosto datati, che erano caratterizzati da elevata opacità, specialmente per quanto riguarda la componente di spese fisse a carico del cliente, che non possono essere recuperate quando quest’ultimo estingue anticipatamente il prestito per rinnovarlo. Solo ex-post i clienti, talora in condizioni di difficoltà economica, si sono resi conto dei costi reali delle operazioni. Queste criticità, in buona parte evidenziate dai ricorsi all’ABF, ci hanno indotto tra l’altro a marzo scorso a emanare gli “Orientamenti di vigilanza” sulla materia, per condurre il mercato verso prassi migliori».

Come si pone l’Arbitro Bancario Finanziario rispetto alla giustizia civile? Quella che svolge è un’opera sostitutiva o complementare?

«Direi che svolge entrambi i ruoli. È sostitutivo rispetto alla giustizia ordinaria perché in molti casi si tratta di controversie di importo molto limitato: è una domanda di giustizia che probabilmente non arriverebbe in tribunale per i costi che questo comporterebbe. Ma è anche complementare, perché vi si affianca nel produrre orientamenti che spesso vengono ripresi dagli stessi giudici. Ricordiamo che in ogni caso il ricorso all’ABF è condizione di procedibilità per quello davanti al giudice ordinario (anche se, dalle nostre indagini presso le banche, solo lo 0,6 per cento delle decisioni dell’ABF vengono poi portate in giudizio)».

Che effetti ha l’attività dell’Arbitro Bancario Finanziario sul mercato del credito e sul mercato finanziario?

«Noi pensiamo che svolga un ruolo positivo: insieme agli altri strumenti di tutela (in particolare la vigilanza sulla trasparenza e correttezza) contribuisce a orientare i comportamenti di banche e altri intermediari nel senso di una sempre maggiore trasparenza e correttezza sostanziale. Per questa via aumenta la fiducia dei consumatori e la loro disponibilità a operare su questi mercati. E’ un ruolo che cominciano a svolgere gli ADR (alternative dispute resolution, gli strumenti di risoluzione delle controversie alternativi alla giustizia ordinaria) nei principali paesi: attraverso la gestione delle dispute, assicurano tutela alla parte più “debole” della relazione contrattuale e restituiscono fiducia nei mercati bancari e finanziari».

Non crede che l’attività dell’Arbitro Bancario Finanziario sia tanto più efficace quanto più sappia anche innescare un circuito virtuoso di educazione finanziaria: da questo punto di vista qual è il bilancio dei primi anni di attività dell’ABF?

«Certamente. È un ruolo che credo svolga sia nei confronti dei consumatori (la pubblicazione di tutte le pronunce fa sì che sia possibile conoscere gli orientamenti prima di rivolgersi all’ABF), che nei confronti degli intermediari, che con il tempo hanno corretto i propri comportamenti».

Che sviluppi avrà l’Arbitro Bancario Finanziario nei prossimi anni e che cosa pensate di fare per rendere sempre più semplice l’accesso dei ricorrenti e sempre più veloci le risposte?

«L’ABF continuerà a lavorare, speriamo con tassi di crescita un po’ minori che negli ultimi anni (nei primi mesi del 2018 la crescita in effetti si è attenuata molto, soprattutto per effetto della riduzione dei ricorsi in materia di cessione del quinto). Per semplificare l’accesso abbiamo creato un portale, che registra un numero di attivazioni crescente; semplificheremo ulteriormente l’organizzazione dove possibile. Oltre ad aver ampliato i collegi a fine 2016, rafforzeremo ulteriormente le segreterie tecniche che istruiscono il lavoro per i collegi. Grazie all’azione della vigilanza, sinergica a quella dell’ABF, speriamo di ottenere un’adesione sempre più rapida degli intermediari e quindi di velocizzare anche le risposte dell’ABF».

Sergio Marchionne non è più il capo di FCA

Il post.it 21.7.18

Il cda lo ha sostituito con Mike Manley, a causa di problemi di salute: era in carica da nove anni

Nel corso di una riunione straordinaria il consiglio di amministrazione di FCA, la società discendente dell’azienda nota come FIAT, ha deciso la rimozione di Sergio Marchionne dalla carica di CEO, che deteneva dal 2009. Marchionne sarà sostituito dal manager inglese Mike Manley. La notizia non è ancora ufficiale ma è stata confermata da tutti i principali giornali italiani compresa La Stampa, controllata dagli stessi proprietari di FCA.

Marchionne, considerato fra i manager più capaci nel settore delle automobili, aveva già annunciato che si sarebbe dimesso nel 2019 ma alcuni problemi di salute di cui soffre hanno accelerato i tempi, come dice il comunicato ufficiale FCA.

In riferimento alle condizioni di salute di Sergio Marchionne, Fiat Chrysler Automobiles comunica con profonda tristezza che in settimana sono sopraggiunte complicazioni inattese durante la convalescenza post-operatoria del Dr. Marchionne, aggravatesi ulteriormente nelle ultime ore. Per questi motivi il Dr. Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa. Il Consiglio di Amministrazione di Fiat Chrysler Automobiles, riunitosi in data odierna, ha espresso innanzitutto la sua vicinanza a Sergio Marchionne e alla sua famiglia sottolineando lo straordinario contributo umano e professionale che ha dato alla Società in questi anni.

Il presidente di FCA John Elkann ha aggiunto questa dichiarazione:

Sono profondamente addolorato per le condizioni di Sergio. Si tratta di una situazione impensabile fino a poche ore fa, che lascia a tutti quanti un senso di ingiustizia.

Il mio primo pensiero va a Sergio e alla sua famiglia. Quello che mi ha colpito di Sergio fin dall’inizio, quando ci incontrammo per parlare della possibilità che venisse a lavorare per il Gruppo, più ancora delle sue capacità manageriali e di una intelligenza fuori dal comune, furono le sue qualità umane, la sua generosità e il suo modo di capire le persone.

Negli ultimi 14 anni, abbiamo vissuto insieme successi e difficoltà, crisi interne ed esterne, ma anche momenti unici e irripetibili, sia dal punto di vista personale che professionale.

Per tanti Sergio è stato un leader illuminato, un punto di riferimento ineguagliabile. Per me è stato una persona con cui confrontarsi e di cui fidarsi, un mentore e soprattutto un amico. Ci ha insegnato a pensare diversamente e ad avere il coraggio di cambiare, spesso anche in modo non convenzionale, agendo sempre con senso di responsabilità per le aziende e per le persone che ci lavorano. Ci ha insegnato che l’unica domanda che vale davvero la pensa farsi, alla fine di ogni giornata, è se siamo stati in grado di cambiare qualcosa in meglio, se siamo stati capaci di fare una differenza. E Sergio ha sempre fatto la differenza, dovunque si sia trovato a lavorare e nella vita di così tante persone.

Oggi, quella differenza continua a farla la cultura che ha introdotto in tutte le aziende che ha gestito e ne è diventata parte integrante. Le transizioni che abbiamo appena annunciato, anche se dal punto di vista personale non saranno prive di dolore, ci permettono di garantire alle nostre aziende la massima continuità possibile e preservarne la cultura. Per me è stato un privilegio poter avere Sergio al mio fianco per tutti questi anni. Chiedo a tutti di comprendere l’attuale situazione, rispettando la privacy di Sergio e delle persone che gli sono più vicine.

Mike Manley ha 54 anni ed è un ingegnere che ha passato gran parte della sua carriera nel settore delle auto: dal 2009 è CEO del marchio Jeep, che fa capo a FCA. Manley non ha ancora commentato pubblicamente la sua nomina.

Marchionne ha 66 anni: entrò in Fiat nel 2004 e oltre alla carica di amministratore delegato era anche presidente di Ferrari e CNH, un gruppo industriale italo-statunitense e amministratore delegato di FCA. Come ha scritto Fabio Savelli sul Corriere della Sera, Marchionne «venne indicato come CEO dell’allora Fiat nel 2004, a pochi giorni dalla morte di Umberto Agnelli, il primo a credere in lui tanto da cooptarlo in Consiglio di amministrazione».

L’INCHIESTA SHOCK DE LA VERITÀClandestini, quando si dice risorsa…

il populista.it 21.7.18

Il titolare dei centri accoglienza di Benevento si faceva foto in posa con la Ferrari e la Porsche. I richiedenti asilo, intanto, eran costretti a bere l’acqua di un pozzo. Come in Africa

L’ha intitolato La mangiatoia il reportage che mercoledì scorso ha pubblicato il quotidiano La Verità, andando a far le pulci sul business dell’immigrazione clandestina. Con un titolo più che eloquente: “In troppi ingrassano sulla pelle dei disperati”. Il giornale di Belpietro ha sottolineato come, “per fare la cresta sui 35 euro giornalieri che lo Stato destina ad ogni migrante, sono esplosi i casi di sfruttamento. Cibo scaduto, igiene assente, punizioni corporali per chi si ribella: da Nord a Sud sono decine le coop finite sotto inchiesta per i trattamenti degli dei lager”. E poi i buonisti hanno la faccia tosta di dire che la Libia non è un rifugio sicuro? Gheddafi se la ride dalla tomba.

Avremo modo di tornare più volte sull’argomento, perché gli esempi si sprecano. La Verità cita il caso di Benevento, ove “la Prefettura aveva affidato 770 migranti al consorzio Malaventum, che nel nome è un programma. Per anni il dominus dell’organizzazione, Paolo Di Donato, ha incassato circa 30mila euro al giorno dallo Stato per accogliere gli immigrati nelle sue tredici strutture. Che in tasca gli girassero molti soldi non ne ha mai fatto mistero, visto che postava su Facebook sue foto su una Ferrari rossa fiammante, su una Porsche e un selfie al timone di un motoscafo con sfondo i faraglioni di Capri. Peccato però che tenesse gli ospiti ammassati in palazzine dove i profughi erano costretti a bere e lavarsi con l’acqua di un pozzo, dal momento che quella potabile non c’era”.

“Di Donato è ai domiciliari”, scrive La Verità, “perché la Procura lo accusa di aver organizzato un sistema di corruzione per cui gli venivano assegnati più migranti di quanti potevano ospitarne i suoi centri”. E il risultato s’è visto.

Caporalato. Due euro l’ora. E nei campi anche i bambini

Antonio Maria Mira * controinformazione. Org 21.7.18

I luoghi comuni sono la discarica del pensiero umano. Quelli sui Rom sono decine, uno peggiore dell’altro, e nemmeno un cane che si chieda se la stronzata che sta ripetendo a memoria abbia un senso o no.

Tutti hanno in testa quella piccola pattuglia che chiede l’elemosina, quella che fa borseggio in metro o sui bus, o addirittura i Casamonica e gli Spada, come se “gli italigliani” fossero perfettamente rappresentati dai pusher, Riina o Marchionne…

Si sa, i fenomeni complessi richiedono fatica, letture, elaborazione concettuale. L’”economia di pensiero” è invece comoda, come un’app o una fake news. Basta prendere la prima che ti serve et voilà, hai “la tua idea” da seminare in giro come un virus.

Poi qualcuno va a guardare da vicino e scopre una realtà più cruda, brutale, infamme. Ma non speriamo che gli idioti del pensiero in prestito si vergognino di quel che hanno fin qui detto. Tanto più se hanno da gestire un partito che, a forza di luoghi comuni infami, li ha portato su poltrone remunerative.

Il pezzo che vi proponiamo sembra rivoluzionario, ma è apparso sul più tradizionale degli organi di stampa: l’Avvenire, edito dalla Cei (i vescovi italiani, insomma).

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Sono le 4.45, ed è ancora buio a Mondragone. Eppure in via Razzino, sotto quattro palazzoni rossicci c’è già un gran movimento. Centinaia di persone, soprattutto donne, alcune molto giovani, sono sedute a gruppetti sul bordo del marciapiede. Hanno zainetti e borsoni. Ogni tanto si ferma un pullmino o un furgone. Salgono e via. Uno, due, dieci, venti e più volte. È il mercato delle braccia. Braccia bulgare. Braccia rom. Vittime di caporali bulgari e italiani. Sfruttati da imprenditori italiani. Un caso unico in Italia (solo a Borgo Mezzanone nel Foggiano, ce n’è uno analogo ma molto minore).

Più di 2mila persone che da quattro anni lasciano la Bulgaria, in particolare la regione di Sliven, per raggiungere la cittadina sul litorale domitio casertano. Duemila persone su 30mila abitanti, una presenza che non passa inosservata. In gran parte per 4-5 mesi, altri fino a 8-9, qualche centinaio stanziali. Arrivano famiglie intere, bambini compresi, quasi tutti vivono dei ‘palazzi Cirio’, quattro edifici di dieci piani, fine anni ’70. Fortemente degradati, fuori (i balconi perdono pezzi) e dentro. Proprietari italiani che si fanno pagare, ovviamente in nero, almeno 100 euro a persona al mese.

Tutto fuori legge. Così in un appartamento arrivano a vivere anche 10-15 persone, magari in subaffitto tollerato, come ci racconta il vicario generale della Diocesi di Sessa Aurunca, don Franco Alfieri, per quaranta anni parroco di questa zona. Palazzi che dovevano essere abbattuti o almeno sequestrati e che invece sono diventati un’isola bulgara in terra campana. Presenze regolari, i bulgari sono cittadini comunitari, lavoratori. Sì, rom che vengono in Italia per lavorare e che in Italia vengono sfruttati. Uomini, donne e bambini. Non siamo in una lontana periferia. I caporali agiscono nel centro della città, vicino alla grande via Domitiana, l’antica via Appia. Niente di nascosto.

Eppure alle 5 nessuno controlla i pullmini e gli “autisti”, né forze dell’ordine né polizia locale. Neanche per verificare i documenti dei mezzi e quante persone trasportino. Tutti sanno, nessuno interviene. Ma verso l’ora di pranzo quando torniamo per incontrare l’attuale parroco don Osvaldo Morelli, i vigili urbani, con tanto di furgone attrezzato, ci fermano proprio in via Razzino per un controllo dei documenti. Niente alle 5 sul mondo illegale, controlli inutili a mezzogiorno, tutti i giorni. Mentre dove sedevano le bulgare ora ci sono mucchi di sacchetti di rifiuti. Vediamo rientrare alcune ragazze, tutte in fila. «Tornate dal lavoro?». «Sì, sì», rispondono senza fermarsi. Ma in fondo alla fila una donna più anziana le zittisce.

«No, no». È una caposquadra, una sorta caporale di secondo livello. Intanto sui campi, tra Modragone, Villa Literno e altri comuni dell’Alto Casertano, va di scena lo sfruttamento. Fino a sera. Come ci spiega Tammaro Della Corte, della Flai Cgil di Caserta, che ci accompagna in questo prima tappa del nostro reportage sul caporalato, gli uomini prendono tra 2 e 4 euro l’ora (il contratto ne prevede 7,5), le donne tra 1 e 1,5 euro, i minori 1 euro. E non è raro che a lavorare sia un’intera famiglia, che alla fine per quattro persone prende poco meno della paga oraria contrattuale di un solo bracciante, lavorando fino a 12 ora, quasi il doppio delle 6,5 previste.

Mentre non meno di 5 euro al giorno finiscono in tasca al caporale o ai caporali, uno italiano che tiene i rapporti con gli imprenditori e uno bulgaro che gestisce la manodopera. Sicuramente dietro ci sono organizzazioni che coinvolgono gli imprenditori in una sorta di “borsa della manodopera” che decide i salari al ribasso. Che dietro ci siano organizzazioni criminali lo confermano alcuni gravi episodi, come l’incendio di alcuni furgoni e aggressioni. In un clima di crescente tensione (non sono rare le risse tra bulgari, anche perché gira molto alcol), con attività parallele come il contrabbando di sigarette. E pochi controlli. Cosi tra aprile e settembre. Qui sui campi opera il “sindacato di strada” della Flai.

«Avevamo provato anche sotto i palazzi – ci dice Tammaro – ma era troppo pericoloso, ci hanno minacciati ». Non esagera. La nostra presenza estranea viene subito notata, soprattutto dai caporali. Meglio allontanarsi e raggiungere i campi. Gli operatori del sindacato distribuiscono volantini che in varie lingue spiegano i diritti dei lavoratori. I braccianti ci accolgono bene, smettono di lavorare, chiedono informazioni. Sono “liberi” perché il caporale non c’è. Ma quando ci spostiamo in un altro campo la scena cambia. Testa china sul terreno, non rispondono. Qui il caporale c’è e si vede. E gli imprenditori? «Alcuni ci accolgono bene, ci tengono a farci vedere i contratti. Ma altri ci cacciano impugnando la vanga». Comunque i braccianti sono interessati. «Alcuni vengono nelle nostre sedi a lamentarsi che la paga non è quella che avevano promesso in patria. Le donne ci raccontano delle molestie subite. ‘O accetti o non lavori’, dicono i caporali bulgari e italiani».

E soprattutto le donne sono anche le vittime delle condizioni estreme del lavoro in serra. Tante dermatiti per il contatto coi pesticidi e infezioni vaginali per la mancanza di servizi igienici. Nella zona dei ‘palazzi Cirio’ c’è l’impegno della diocesi, parrocchia di San Rufino. Don Osvaldo, che è anche direttore della Caritas diocesana, ci spiega che la mensa ‘Pane quotidiano’ garantisce ogni giorno 80 pranzi, due terzi a stranieri, quasi tutti bulgari, maschi, «perché le donne sono sui campi». Ogni mese viene distribuito un pacco con viveri, vestiti e medicine. «Lo ritirano le donne la sera quando finiscono il lavoro».

Ma la preoccupazione maggiore sono i bambini. «Non vanno a scuola. Solo dopo un nostro esposto 5 di loro sono stati inseriti, compreso un disabile. Alcuni vengono in parrocchia ma fanno fatica anche per colpa della lingua. Per questo a ottobre cominceremo dei corsi». Ma non basta. Il vicario don Franco Alfieri non è tenero coi suoi concittadini. «La colpa di questo degrado è anche di quei mondragonesi che per lucro affittano gli appartamenti in palazzi senza manutenzione che non dovrebbero avere l’agibilità». Ma intanto in quei palazzi duemila persone sopravvivono. E all’alba si vendono ai caporali.

* da L’Avvenire

Tito Boeri, presidente INPS, è davvero indipendente?

Clairemont Ferrand silenziefalsita.it 21.7.18

Il Presidente INPS Tito Boeri si pica di essere un tecnico autonomo e indipendente, battitore libero che non risponde a nessuno.

Ci tiene moltissimo ad evidenziarlo, a metterlo in risalto, ma non mancano dubbi ben motivati.

Non manca chi lo vede preda di incontrollabile ambizione politica ai più alti livelli.

Infatti anche noi ci chiediamo: Tito Boeri è davvero un tecnico autonomo e indipendente che non ha nulla a che fare con la politica o è una immagine di se stesso costruita a tavolino e ben presentata dalla stampa amica?

Vediamo intanto qualche notizia sul suo percorso professionale.

Ci facciamo aiutare da Repubblica, del Gruppo GEDI, ovvero De Benedetti, che ne tracciò un breve profilo nel momento in cui trapelava la notizia della sua nomina a presidente dell’INPS, a fine anno 2014, esattamente nel giorno vigilia di Natale.

Vi chiedo di aver la pazienza di leggerlo per intero, ci mettete 1 minuto.

Due notizie avranno catturato la vostra attenzione provocata dalla postura di questi giorni del Presidente dell’INPS verso il Decreto Dignità.

La prima: dal 2008 è uno degli editorialisti di Repubblica.

La seconda: è stato direttore della Fondazione Rodolfo De Benedetti dal 1998, con la quale ha doverosamente chiuso ogni collaborazione dal 28 febbraio 2015, subito dopo la nomina a Presidente INPS.

In tanti si sono chiesti chi ha proposto e fatto prevalere fra i tanti aspiranti il suo nome alla presidenza dell’INPS.

Il 20 febbraio 2015 Il Consiglio dei Ministri sotto la presidenza di Matteo Renzi, su proposta del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, aveva approvato la nomina di Tito Boeri a Presidente INPS.

Non sembra però che ci sia stato grande feeling con Matteo Renzi, ma neanche con gran parte del Pd, comprese le correnti di sinistra.

In effetti egli rappresentava e rappresenta non tanto un partito ufficiale, ma una forza politico/mediatica quale Espresso/Repubblica.

Non bastano infatti competenze e curriculum per diventare Presidente INPS, ma sostenitori di grande peso.

Di così gran peso, Repubblica/Espresso, che persino Renzi e il PD non devono aver resistito, secondo le fonti solitamente ben informate che ho citato prima, alle pressioni per la nomina di Tito Boeri.

Infatti Boeri, con tale informale ma potente sostegno nel mondo ‘de sinistra’, ha potuto rispondere a muso duro a Renzi e ai sindacati interni all’INPS e ai segretari nazionali, a partire dalla CGIL.

Ora, conoscendo questi importanti dettagli, possiamo davvero credere alla rappresentazione che Boeri fa di se stesso come tecnico politicamente neutro e super partes?

Evidentemente no.

Repubblica/Espresso non fanno nulla per nascondere una guerra all’ultimo sangue contro il M5S.

In ultimo si sono mostrati particolarmente preoccupati perché il Movimento 5 Stelle ha dichiarato che sarà eliminata la pubblicità delle gare di appalto sui giornali, una torta di oltre 40 milioni di euro per i giornali italiani di cui ovviamente una parte rilevante va a finire a Repubblica/Espresso, un vero e proprio aiuto di stato indiretto.

Potete facilmente immaginare il crescere delle ostilità da parte loro contro il Movimento.

Il presidente dell’INPS Boeri lancia il sasso di attacchi ripetuti al M5S prendendo di mira il Decreto Dignità e nasconde la mano, sostenendo che ‘i dati non si fanno intimidire’ .

Benissimo, ma i dati si possono interpretare discrezionalmente, e pure si può far dire ai dati quello che si vuole sotto l’influenza della contingenza politica del momento.

Ma tanta ipocrisia può essere nascosta agli italiani?

Come al solito la convinzione di Boeri, maturata nella scuola mediatica da cui proviene, è che chi controlla i media può persuadere i lettori della sua verità, anche se questa non corrisponde alla realtà delle cose.

Le smentite provenienti dagli italiani negli ultimi anni, in ultimo quella delle elezioni politiche del 4 marzo scorso, circa la loro avvedutezza e intelligenza non hanno scalfito questa loro convinzione.

La vittoria elettorale del 4 marzo del M5S viene da loro considerata un semplice incidente della storia.

Essi stanno conducendo una lotta serrata all’ultimo sangue e senza quartiere contro il Governo Conte e contro le forze politiche che lo sostengono per impedire che venga realizzata qualsiasi riforma prevista nel Contratto di Governo.

Ora hanno nel mirino il Decreto Dignità che da un po’ di speranza ai giovani precari, agli esclusi, agli emarginati, che cerca di iniziare a contenere la tragedia della ludopatia generata dalla miseria.

Immaginatevi cosa succederà quando si tratterà di introdurre nella legislazione italiana il Reddito di Cittadinanza e la Flat Tax per ridurre le tasse a chi sempre le paga, concedere respiro a chi pur dichiarando correttamente il dovuto al fisco non ha i mezzi per adempiere per difficoltà economiche sopraggiunte e soprattutto per punire seriamente e efficacemente chi evade.

Il Presidente dell’INPS Tito Boeri si è arruolato nell’esercito che combatte il Governo Conte e ha voluto dichiararlo pubblicamente.

Si potrebbe dire, senza offesa e solamente in termini politici, che aveva un debito con chi lo ha nominato e lo ha pagato.

Ma Boeri raggiunge così un altro importante obiettivo: si candida con forza a rappresentare come capo indiscusso tutta l’opposizione ‘de sinistra’ al governo Conte, con buona pace di Martina e di tutti i suoi concorrenti.

Si rassegnino: diventeranno semplici comparse! Contro la corazzata Repubblica-Espresso non c’è partita nella sfida dentro il Pd.

Accetterà di essere licenziato (del resto mancano pochi mesi alla scadenza), ma solo se nella forma gli si riconoscerà lo status del Grande Capo.

La NATO: destinata all’auto distruzione a causa della sua stessa crescita

controinformazione.info 21.7.18

di Martin Sieff

Negli anni ’60, lo scrittore di fumetti della Marvel Stan Lee e l’artista / co-plotter Jack Kirby, negli Stati Uniti avevano creato un supereroe con un tocco di novità. Si chiamava Giant-Man, e più diventava grande, più diventava debole. Oggi quel personaggio è una parabola profetica sul futuro della “super-NATO” post Guerra Fredda che si è espansa per includere 29 nazioni che hanno compromesso più di 880 milioni di persone.

Lee e Kirby basarono la loro premessa sulla fisica del suono e sulla biologia. Data la massa e l’attrazione gravitazionale della terra e la struttura delle ossa e dei muscoli del corpo umano, ogni essere umano che è cresciuto troppo in grande non sarebbe stato in grado di muoversi facilmente o alla fine sostenere persino il proprio peso. Questo destino è ora certo che finirà col distruggere l’alleanza NATO in espansione che ancora sta espandendo.

L’eroe dei fumetti Giant Man era il più forte a soli 12 piedi di altezza, proprio come la NATO che aveva la massima efficacia quando serviva solo come un’alleanza deterrente difensiva durante la Guerra Fredda contro il Patto di Varsavia

Negli ultimi 30 anni, la NATO ha avuto una costante espansione in forma inesorabile. In primo luogo ha assorbito tutti gli stati membri dell’ex Patto di Varsavia nell’Europa centrale. Poi ha assorbito i tre piccoli stati baltici anti-russi della Lituania, in Lettonia. Ora la NATO sta cercando di abbracciare anche gli statti dell’ex Unione Sovietica, la Georgia e l’Ucraina.

Come se tutto ciò non bastasse, un genio del quartier generale supremo della NATO a Bruxelles ha avuto l’idea di chiamare le esercitazioni militari del giugno 2016 nell’Asia orientale ANACONDA. Anaconda è un gigantesco serpente carnivoro nella foresta pluviale amazzonica che dapprima circonda le sue vittime, le schiaccia a morte e poi le divora. Quale messaggio intendeva la Russia prendere da una tale nomenclatura insipida?

Tuttavia, questo non succederà. Lungi dal seppellire la Russia, l’alleanza NATO guidata dagli Stati Uniti si è invece affossata da sola attraverso la sua crescita spericolata, una crescita senza fine e senza scrupoli. La maledizione di Giant Man cade adesso su questo mostro.

Quando l’eroe dei fumetti Giant Man raggiunse un’altezza di 50 o 60 piedi, dovette crollare sotto il suo stesso peso. Un simile destino sta già accadendo alla NATO.

Il problema fondamentale dell’alleanza NATO è che è allo stesso tempo troppo grande e troppo vario. Più grande diventa, più debole diventa.

Questo perché, con ogni stato che si unisce all’Alleanza, l’unico potere militarmente significativo al suo interno, gli Stati Uniti, assume un impegno aggiuntivo per difenderlo.

Che cosa ottengono gli Stati Uniti in cambio del suo imprudente conferimento di tali impegni di scuotimento della terra? Non ottengono nulla.

Quando una piccola nazione come la Lituania o l’Estonia si vanta di soddisfare il 2% del PIL, i requisiti di spesa per la difesa della NATO sono ridicoli. Le forze armate e il PIL di tali paesi sono così piccoli da non esistere. Le nazioni molto più grandi dell’Alleanza nell’Europa occidentale non fanno finta di avvicinarsi remotamente al loro impegno di spesa per la difesa del due per cento.

Ciò significa, nella formulazione del grande storico britannico Lord Correlli Barnett, che dalla fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno destinato il loro destino all’alleanza e alla protezione di 28 nazioni, che sono tutti enormi importatori di sicurezza – dagli Stati Uniti . Ma nessuno di loro è in grado di generare o esportare la sicurezza né verso gli Stati Uniti né verso nessun altro dei loro stati membri della NATO.

E nello stesso tempo ciò accade, come ha sottolineato il presidente Donald Trump, in modo senza scrupoli ma accuratamente al summit della NATO di luglio, gli Stati Uniti hanno un disavanzo commerciale annuale di oltre $ 160 miliardi con lo stesso blocco di nazioni europee che pagano così tanto per proteggere.

NATO Council

Pertanto, più cresce la NATO, più diventerà vulnerabile e più debole.

Per gli sforzi frenetici di governi come la Georgia e l’Ucraina, o anche la minuscola Macedonia di aderire all’Alleanza si basano su un enorme errore: lungi dall’ottenere la pace e la sicurezza eterne unendosi alla NATO, stanno invece garantendo la propria distruzione finale.

Perché è inevitabile che venga chiamato il bluff di un’alleanza così ingombrante, ingombrante e poco pratica. Non necessariamente dalla Russia, dall’Iran o dalla Cina – ma da qualsiasi attore statale o movimento di massa transnazionale.

Gli sforzi molto propagandati della NATO in Afghanistan sono stati un grosso fallimento drenante e costoso. Non ha portato a termine nulla. Nella campagna contro lo Stato islamico (ISIS), oltre ad alcune capacità di supporto aereo fornite principalmente da Gran Bretagna e Francia, tutti gli altri attacchi aerei e le operazioni militari contro l’ISIS sono stati effettuati dalle forze statunitensi (che facevano però il doppio gioco). L’unico alleato efficace in America in quelle operazioni – mai ringraziato o riconosciuto – era la Russia.

La lezione da trarre da questa esperienza è chiara: l’alleanza e / o la partnership di una singola superpotenza (Russia) vale infinitamente di più per gli Stati Uniti di tutta la retorica vuota e senza fine di ogni altra nazione nella NATO.

La NATO più grande ottiene di diventare debole. La grande strategia dell’alleanza dai tempi del presidente Bill Clinton è stata quella di consolidare tutti i minuscoli stati dell’Europa orientale, ma questo si è ritorto contro. Ha prodotto l’effetto opposto da quello previsto. Invece di trasformare la NATO in un gigantesco gigante globale indiscusso, ha reso l’Alleanza un debole meccanismo.

Non tutte le promesse fallite di spendere quel misero 2% all’anno del PIL cambieranno mai questo, anche se ognuno dei 29 stati della NATO le adempierà – e nel 2017, solo quattro di loro – un derisorio del 13% – lo hanno fatto.

Giant Man ha dimostrato di essere un fallimento come un supereroe, proprio come la NATO sta fallendo come alleanza. Le leggi e le lezioni della storia, come quelle della fisica e della biologia, possono essere negate, ma non possono mai essere sfidate.

Fonte: Strategic Culture

Traduzione: Luciano Lago

 

Il concetto di dignità quando si parla di sesso

giustiziami.it 18.7.18 Manuela D’Alessandro

Esiste un concetto oggettivo di dignità quando si parla sesso? Per i giudici della Corte d’Appello di Milano sì e nelle motivazioni alla sentenza del processo Ruby bis lo applicano al mestiere delle prostitute di lusso. “L’attività delle escort, ancorché scelta deliberatamente e liberamente – scrivono – risulta porsi in contrasto con la tutela della dignità della persona umana che è il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice che punisce la condotta di agevolazione della prostituzione”.

Molti dubbi in più li aveva manifestati tempo fa la Corte d’Appello di Bariimpegnata nel processo a Silvio Berlusconi e al suo presunto ‘cacciatore’ di escort, Giampaolo Tarantini, decidendo di mandare alla Consulta gli atti per valutare la legittimità del reato di favoreggiamento della prostituzione. L’ipotesi dei magistrati pugliesi era che la legge Merlin potesse essere “lesiva del diritto alla libera sessualità autodeterminata” e contraria al “principio di laicità dello Stato, di tassatività e determinatezza e con il principio della tutela della libera iniziativa economica privata”. Su questa scia, le difese di Nicole Minetti ed Emilio Fede hanno provato a spendere la carta dell’illegittmità costituzionale trovando però il ‘muro’ dei giudici milanesi, secondo i quali la questione è ‘manifestamente infondata’ e non vale la pena di far scomodare i giudici della Consulta. Il legale dell’ex igienista dentale, Pasquale Pantano, aveva azzardato nel suo intervento in aula un accostamento tra Marco Cappato e Nicole Minetti che aveva suscitato un certo scandalo: come il leader radicale ha aiutato Dj Fabo all’esercizio di un proprio diritto, cioé la libertà di scegliere come morire, così l’ex igienista dentale ha dato un aiuto alle ospiti ad Arcore nell’esercizio della prostituzione, che rientra nella libertà di autodeterminazione. Ora, dopo le condanne ribadite in appello seppur con lievi riduzioni (Fede a 4 anni e sette mesi e Minetti a 2 anni e dieci mesi), le difese rinnoveranno alla Cassazione il tema del diritto o meno a prostituirsi. Prima potrebbe arrivare la decisione della Consulta sul processo di Bari.

(manuela d’alessandro)

Il testo delle motivazioni al processo Ruby bis

La battuta choc di Berlusconi su Balotelli che non avete mai ascoltato

giustiziami.it 21.7.18

Ecco la frase choc di Silvio Berlusconi che finora nessuno vi ha fatto ascoltare con le vostre orecchie. Quella battuta razzista e francamente inattesa, riferita a Mario Balotelli, di cui vi abbiamo parlato quasi due anni fa, quando il video che troverete qui sotto fu depositato agli atti dell’inchiesta Ruby ter. Da allora il catenaccio anti-giornalista messo in atto dalle parti che avevano accesso a questo documento è stato micidiale. Ora qualcosa si è spezzato.

Riteniamo sia doveroso darne conto, considerato il ruolo pubblico che Berlusconi ancora ha, in un momento in cui il tema del razzismo è di lampante attualità. A Mario Balotelli la massima solidarietà per quello che forse non avrebbe voluto sentire e che invece fa ancora tristemente parte dell’armamentario para-umoristico italiano. La scenetta si conclude con Berlusconi che dice a Marysthelle Polanco “tu sei abbronzata, lui invece è proprio negro negro”. Parole che ci fa un certo effetto anche solo trascrivere. Il video lo trovate qui sotto.

Eccolo: berlusconi-balotelli-giustiziami

Per un Erasmus dei popoli europei

di Massimiliano Vino – 21 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Tra critici inviperiti ed estasiati adulatori è ormai impossibile avere un giudizio imparziale sull’Erasmus: proviamo a fare il punto su uno dei progetti più controversi d’Europa.

ome in buona parte delle vicende umane, specialmente in quest’epoca, si tende a considerare anche l’Erasmus tutto in positivo o tutto in negativo. Ovviamente ogni singola esperienza di questo tipo esprime sentimenti e risposte diverse allo stimolo del soggiorno all’esterno. Più che della generazione Erasmus, troppo impietosamente condannata, basti pensare a chi, pur sostanzialmente contrario, si è messo in gioco con desiderio di conoscere e studiare un Paese servendosi di tale opportunità, senza avere alcuna velleità ideologica europeista.

LSU_erasmus

Analizzando i contenuti di tale esperienza il primo dato che viene in mente riguarda i costi sostenuti. L’Erasmus spinge molte famiglie a sostenere uno sforzo economico ulteriore, certamente con l’intento di giovare alla formazione dei propri figli. Questi soldi sono destinati perlopiù a case a dir poco squallide, affittate a prezzi esosi. La borsa di studio è del tutto insufficiente, almeno in Italia. Quindi o si è messo da parte qualcosa, oppure risulta impossibile persino sopravvivere. Questo aspetto si può rileggere in due prospettive: nella prima spicca certamente la voglia di mettersi comunque in gioco da parte di numerosi giovani. Contrariamente a quanto sostenuto dai detrattori, una buona fetta degli studenti che partono per l’Erasmus hanno bene in mente un progetto di vita e non hanno nulla contro l’Italia. Su questo punto ci soffermeremo anche in seguito, ma sarebbe bene sottolineare che oltre a qualche ricco perditempo, il quale ha pensato bene di destinare cospicui finanziamenti familiari alla conoscenza del globo, per poi ripetere la tiritera globalista dell’«Ho viaggiato e so come va il mondo», c’è un nutrito gruppo di persone che amano ciò che studiano e che hanno deciso semplicemente di farlo fuori dall’Italia, senza che ciò comporti l’abbandonarla in via definitiva, il disprezzarla o il percepirsi in qualche modo superiori al resto del mondo.

Si tratta di persone molto critiche e piene di giudizio. Ed è giusto dirlo, giacché i detrattori li vorrebbero come una massa di pecoroni europeisti e nullafacenti. In buona parte al limite, si può criticare il fatto di vederli perfettamente integrati ad un certo modo di viaggiare globalizzato e ad un universo di social network avente Instagram come principale riferimento. La cosa potrebbe far storcere il naso a qualcuno. Nei fatti però tali meccanismi, e specialmente quelli riguardanti i social network, permeano ad un tal punto la società umana occidentale da essere utilizzati persino dai critici del sistema. L’importante, in questo come in altri casi, è la consapevolezza. Tanti giovani sono perfettamente consapevoli di dove si trovano e di ciò che li circonda e non sono per nulla trascinati dall’Erasmus.

Paesi aderenti al programma Erasmus

Potrebbe sembrare, quindi, tutto sommato una apologia in senso stretto. Ma veniamo alle criticità. Chi tra mille sforzi, chi con relativa facilità, in pochi hanno avuto il potere economico (lusso) di fare un’esperienza del genere. Il risultato? L’Erasmus non è per tutti. Ad oggi non potrebbe esserlo. Ed è importante pensare a questo prima di giudicare chi non abbia avuto la volontà economica di porre in atto il proprio soggiorno studio in qualunque parte d’Europa. Se la generazione Erasmus non è un insieme di nullafacenti viziati, ed è anzi l’esatto contrario, chi resta a casa non merita di essere disprezzato da chi ha avuto la fortuna di poterlo svolgere. D’altra parte perché dovrebbe essere una colpa rimanere in Italia e continuare con i propri studi? L’Erasmus è uno strumento, un canale di comunicazione come tanti. C’è chi lo utilizza per sentirsi indipendente e c’è chi invece conquista tale indipendenza ogni giorno nella sua casa in un quartiere di Potenza Picena in provincia di Macerata. Le differenze tra i due casi sono più sottili di quanto sembri. Ancora una volta, è tutta questione di consapevolezza.

Oggi non c’è uomo politico europeista che non difenda l’Erasmus come la più grande conquista ottenuta dall’Unione, descrivendo le nuove generazioni come generazioni europee. Eppure simili elogi possono avere una valenza ambigua. La limitata capacità di molti ragazzi di poter svolgere l’Erasmus per le cause sopra sostenute significa escluderne una buona parte dall’essere europei? No di certo! Lo stesso sentirsi europeo ha valenza ambigua. Risulta europeo solo chi appartiene all’Unione Europea? Oppure chi abita nel continente europeo, dal Portogallo fino alla Russia? Oppure sarebbe più corretto sostenere che l’essere europei significhi sentirsi dovunque fieri ed orgogliosi di essere italiani? La conoscenza di un Paese, limitata nel caso dell’Erasmus ad appena quattro mesi all’estero, implica anche prenderne il punto di vista, studiarlo, osservarlo, coglierne gli aspetti critici e quelli da elogiare. Tra questi ultimi si potrebbe citare, come semplice esempio, la straordinaria placidità, la calma perenne, la nostalgia costante di un passato da grande potenza imperiale di una nazione come il Portogallo, i cui limiti strutturali sono pure evidenti (la povertà diffusa, la relativa marginalità politica).

Veduta di Lisbona

Potrebbe nascere una certa simpatia per un popolo come quello portoghese, quasi fuori dal tempo, ancora – ancora per poco, ahinoi –  non investito dall’infuriare della modernità. In questo senso e non in quello di una banale e superficiale idea di Europa si può percepire un Paese vicino. In questo modo si possono percepire gli altri europei come fratelli. Ed è qui che probabilmente sta l’abisso tra l’Europa superficiale e quella viva. L’Europa Erasmus può diventare dunque, paradossalmente, proprio l’Europa dei popoli.

L’Europa dei popoli significa essere italiani, fieramente attaccati al proprio Paese, in un’altra realtà gelosamente viva ed identitaria, povera ma orgogliosa. Significa essere consapevoli, ora più che mai, che l’Europa è l’incarnazione di ognuno dei suoi Paesi, ognuno con le proprie peculiarità e le proprie tragedie politiche e sociali. Forse andrebbe insegnato questo spirito dell’Erasmus, se mai ce ne fosse bisogno, anziché inseguire ambigue velleità uniformartici, per un nuovo Erasmus dei popoli.