Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta? La Barilla dice NO… Chiedetevi Perchè…

politicamentescorretto.info 22.7.18

Però a prevedere l’indicazione dell’origine del grano nelle confezioni di pasta è un decreto varato dal Governo Renzi (finalmente scopriamo una cosa giusta fatta da questo Governo!) e inviato a Bruxelles. Finalmente i consumatori potranno conoscere da dove arriva il grano utilizzato dalla grande industria della pasta. Basterà? Perché i controlli su tutti i derivati del grano proposti da GranoSalus restano comunque importanti.

Indicare l’origine del grano nelle confezioni di pasta, come prevede un decreto che il Governo Renzi ha inviato a Bruxelles il 18 novembre scorso? Alla multinazionale Barilla l’idea non piace. Lo dice senza giri di parole, in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera on line, Luca Virginio, responsabile relazioni esterne del gruppo. Virginio ha espresso il proprio pensiero a margine della presentazione dei nuovi contratti di coltivazione per il grano duro di qualità per 900 mila tonnellate in 3 anni.

I decreto che non piace al gruppo Barilla prevede l’introduzione obbligatoria in etichetta dell’origine della materia prima. Nel caso della pasta, ovviamente, bisogna indicare da dove arriva il grano duro. Se è italiano bisogna dire che è italiano e da dove arriva; se è estero, bisogna scrivere in etichetta che è grano estero, indicando da quale Paese del mondo arriva.

Per l’Italia – Paese dove, come scriviamo spesso, arriva tanto grano duro dal Canada, pieno di glifosato e di micotossine – il decreto è una rivoluzione. Un provvedimento frutto dell’accordo raggiunto tra il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, e il suo collega dello Sviluppo economico, Carlo Calenda (entrambi hanno fatto parte del Governo Renzi ed entrambi sono stati riconfermati dopo che Renzi è stato sostituito a Palazzo Chigi da Paolo Gentiloni).

Il dirigente del gruppo Barilla dice di nutrire “forti dubbi e perplessità sul decreto per l’origine della materia prima in etichetta della pasta che, nella sua versione attuale, confonderebbe i consumatori e indebolirebbe la competitività della filiera della pasta. L’origine da sola – aggiunge Virginio – non è infatti sinonimo di qualità. Inoltre, non incentiva gli agricoltori italiani a investire per produrre grano con gli standard richiesti dai pastai. A tutto svantaggio del consumatore, che potrebbe addirittura arrivare a pagare di più una pasta meno buona. E dell’industria della pasta, che con un prodotto meno buono, perderebbe quote di mercato, soprattutto all’estero”.

P.S.

L’origine del grano duro, da sola, non è sinonimo di qualità? Non siamo d’accordo con il responsabile delle relazioni esterne del gruppo Barilla. L’origine, soprattutto in un prodotto come il grano duro, non è solo sinonimo di qualità, ma è anche una garanzia per i consumatori. Soprattutto quando il grano duro estero contiene sostanze dannose per la salute umana.

Tuttavia, pur apprezzando lo sforzo del Governo italiano – che con questo decreto sta provando a valorizzare il grano duro italiano (che, lo ricordiamo, per l’80% è prodotto nel Sud Italia) – noi siamo un po’ più radicali e, come dicono dalle parti di GranoSalus, ricordiamo che l’etichetta, da sola, non basta.

Perché oggi, a causa degli effetti nefasti provocati dalla globalizzazione dell’economia, non è importante solo sapere cosa c’è scritto nelle etichette dei prodotti: ma è importante sapere cosa c’è dentro una confezione che conserva un prodotto. Nel caso della pasta è giusto che ci sia l’etichetta, con tanto di indicazione circa la provenienza del grano. Ma è ancora più importante che produttori di grano duro e consumatori promuovano i controlli sui prodotti confezionati.

Sotto questo profilo ci convince il programma di lavoro proposto dall’associazione GranoSalus e da altre associazioni che seguiranno questa strada. GranoSalus è un’associazione – che vede insieme tanti produttori di grano duro del Mezzogiorno d’Italia e tanti consumatori – che si propone di effettuare analisi su tutti i derivati del grano: pasta, pane, pizze, farine, semola, dolci e via continuando. 

Solo effettuando le analisi sui prodotti finiti – analisi che dovranno essere effettuate da vari soggetti ‘terzi’ – i consumatori potranno conoscere cosa arriva sulle loro tavole.

Chi non ha nulla da nascondere non dovrà temere né le informazioni scritte nelle etichette, né le analisi.

Questo è un modo per combattere gli effetti nefasti della globalizzazione. E, nel caso del grano duro prodotto nel Sud Italia, per tutelare e promuovere un prodotto che, grazie al clima, non contiene micotossine.

Non solo. I produttori di grano duro del Sud Italia non debbono seguire le indicazioni dei pastai, che chiedono un grano duro iperproteico per risparmiare sui costi di produzione. Un’alta percentuale di glutine non fa bene alla salute. Quando il mercato estero prenderà coscienza di ciò – e questo tempo si avvicina – molte cose cambieranno. 

Qui potete leggere l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera 

Tratto da: INuoviVespri

 

…Se avete ancora qualche dubbio, guardate anche questo video: QUI

Misteriosa morte di un giornalista che investigava sui finanziamenti di Soros ai gruppi antifa in Europa

Politicamentescorretto.info 22.7.18

Sembra ormai sulla via dell’archiazione la morte  del giornalista investigativo Bechir Rabani, che si era infiltrato nei gruppi violenti di sinistra come gli antifas ed era  stato trovato morto poco dopo aver presentato delle denunce sui finaziamenti occulti del finanziere globalista George Soros a queste organizzazioni.

Bechir Rabani, 33 anni, di origine palestinese, con passaporto svedese, era un giornalista indipendente e blogger molto conosciuto in Svezia per le sue inchieste e per le sue rivelazioni circa le collusioni fra i settori dell’alta finanza e le organizzazioni pro immigrazione che operano in Europa. Alcune delle sue inchieste avevano suscitato reazioni ed attacchi dagli ambienti della sinistra mondialista e dai media ufficiali che lo accusavano di “complottismo”.

I sui amici avevano scritto di lui “”Bechir era un combattente caparbio che ha sperato nella giustizia e che senza esitazione ha difeso tutti quelli che non potevano o non osavano. Ricorderemo Bechir per la sua energia, la sua forza trainante e non da ultimo per il suo lavoro”.

Poco prima della sua strana morte Rabani aveva rivelato che era in procinto di svelare i legami di corruzione che collegavano Soros con il produttore televisivo e presentatore, Robert Aschberg, un personaggio molto conosciuto in Svezia . Robert Aschberg, pochi giorni prima della morte di Rabani, risulta che aveva rifiutato una intervista con lui e  aveva fatto minacciare il giornalista tramite la moglie.

Di fatto Rabani aveva promesso di disporre di prove  per mettere in luce il lavoro occulto di Soros ed i sui piani per destabilizzare l’Europa.

Bechir Rabani, giornalista libero

Il popolare presentatore e showman televisivo, Robert Aschberg (su cui Rabani stava indagando per i suoi collegamenti con Soros), membro del consiglio di amministrazione dell’Expo Foundation, multimilionario,  è il nipote di Olof Aschberg, un banchiere ebreo che finanziò i bolscevichi nel 1917 e dai quali fu nominato (per riconoscenza) direttore della Banca internazionale Ruskonbank. Questo personaggio, ex maoista in gioventù, si dedicava alla caccia ai così detti “trolls” antimigrazione che, secondo lui, diffondevano falsità contro i migranti, utilizzava la TV per mettere all’indice gli oppositori antiglobalisti e  praticava forme di intolleranza contro qualsiasi dissidenza contro  la linea mondialista ed immigrazionista della sistema politico svedese.

Secondo la polizia, il giornalista Rabani è stato trovato morto in circostanze sospette. Facilmente l’inchiesta sulla morte del giornalista sarà archiviata come suicidio da barbiturici o per morte naturale, considerando “naturale”la morte  di un giovane di 33 anni pieno di energia e di voglia di lottare in prima persona  contro le possenti organizzazioni globaliste che, in Svezia, come in Europa, gestiscono i grandi media, la finanza e i principali partiti politici.

Nota: Di fronte ad un mondo di giornalisti prostituiti al potere, Bechir Rabani era un esempio di valido di un uomo che non si era piegato alle offerte di soldi e carriera ma che si era dedicato alla ricerca della verità. A suo rischio e pericolo.

Fonti:   TheTruth Seeker 

Culture-wars.com

Traduzione e nota:  Luciano Lago

Da Controinformazione

LIBRI. Da debitore a creditore

agcnews.eu 22.7.18

Si legge tutto d’un fiato il libro di Mario Bortoletto, imprenditore, Saggista, Consulente Tecnico sul Contenzioso Bancario, membro dell’AssoCTL (Associazione Consulenti Tecnici Legali sul Contenzioso Bancario): Da Debitore a Creditore nei confronti delle banchestampato da Mediagraf spa – Noventa Padovana, 2018Il testo è un vero e proprio vademecum per districarsi nel caos delle regole bancarie, soprattutto quelle non scritte.

Un testo che nasce per aiutare persone e imprenditori in difficoltà a gestire le proprie relazioni con le banche, quegli imprenditori o singoli, per capirci, che si sono visti arrivare lettere in cui si chiedeva di saldare i debiti con i propri istituti affidatari, proprio in un momento di difficoltà che la banca ben conosce, tempi che di solito non sono ottemperabili per l’imprenditore o per il singolo. 

Il pamphlet, inoltre, fornisce un glossario “banchese” in grado di orientare i poveri comuni mortali che di banche non ne capiscono e non mancano poi i buoni consigli, come quello di conservare i documenti spediti dalle banche anche dopo vent’anni, di non buttare via nulla perché nell’analisi del rapporto con le banche ogni rapporto bancario deve essere molto ben dettagliato. 

Per chiunque si trovasse a dover gestire un brutto periodo economico e di conseguenza ad aver difficoltà, diciamo per questioni di lunghezza dell’articolo: di comunicare con il proprio istituto di credito, la parola chiave è perizia econometriauna perizia che potrebbe stupirvi perché nei vostri decenni di rapporti con le banche potreste essere diventati nel frattempo creditori e non debitori della banca, proprio quella che da voi vuole indietro tutti i “suoi soldi subito”. Sì, perché negli anni è possibile che l’Istituto di credito vi abbia fatto pagare commissioni, tassi di interessi o comunque somme non dovute che nel tempo hanno fatto di voi un creditore. 

A spiegare il meccanismo che porta dal debito al credito, nel libro, casi concreti con tanto di sentenze di tribunale e ancora tra i buoni consigli afferma l’autore: «Capisco perfettamente l’istinto che molte volte vuole attaccare la banca che ci ha tolto somme illegittimamente, che ci ha creato danni o sofferenze, ma è meglio a volte fermarsi, chiedere un’assistenza precisa e vedere di portare a casa il maggior risultato possibile. Ci vuole calma». 

E proprio quella stessa calma non deve farsi spaventare da una pratica, non scritta, ma a quanto pare applicata dello “stancheggiare” il cliente. Il termine emerge da una intervista ad un ex funzionario di banca che durante una riunione con il direttore venne erudito sul comportamento da tenere con il cliente: «a fronte dei reclami dei clienti, il nostro comportamento doveva essere quello di stancheggiare. Voleva dire che non bisogna fornire risposte immediate, che si dovevano eludere le domande, soprattutto quelle imbarazzanti, in base all’esperienza che su cento persone che protestano dopo qualche giorno ne rimanevano la metà e dopo qualche settimana ne rimaneva uno solo».

Graziella Giangiulio

I governi che si accaniscono sulle vedove, come nell’Ottocento

Cotropiano.org Stefano Porcari 22.7.18

Se andate a vedere cosa sia diventato oggi il Fondo per le Vedove Scozzesi (lo Scottish Widows Investment”), potrete verificare che è uno dei fondi britannici di investimento più spregiudicati nella finanza internazionale. Ma quando è nato, nel 1812, era un fondo di mutuo soccorso per sostenere le vedove degli operai che morivano e che rimanevano senza alcuna forma di sussistenza. Poi i tempi sono cambiati, soprattutto grazie alle lotte del movimento operaio, e i vari sistemi di welfare hanno via via adottate strumenti per assicurare che vedove e orfani non rimanessero alla fame quando moriva il membro che assicurava il reddito attraverso il lavoro.

Nasce da questo il sistema delle pensioni di reversibilità, attraverso il quale il congiunto del lavoratore che muore ha diritto una parte delle pensione o della prestazione proporzionale dei contributi versati dal defunto. Le pensioni di reversibilità non sono poi tutte uguali, sia perché sono in proporzione al reddito del sopravvissuto, sia perché ci sono categorie (poliziotti, militari etc,) che prevedono una quota di reversibilità più alta che per altre.

Ma adesso i governi, sì perché se ne parla dal tempo del governo Renzi e non sarebbe corretto gettare la croce solo su quello attuale, vogliono rimettere le mani sulle pensioni di reversibilità, di cui usufruiscono in larga parte vedove, non per un per una variante “sessista” ma perché sopravvivono più a lungo degli uomini.

Sul piatto c’è un disegno di legge che intende legare le pensioni di reversibilità all’Isee del sopravvissuto e dunque con parametri assai più draconiani. Ciò significa che la pensione di reversibilità diventerà una prestazione assistenziale e non più uno strumento previdenziale. La differenza non è di lana caprina. Come noto l’Isee è stata ritoccata verso l’alto e praticamente per avere diritto alle prestazioni uno deve essere praticamente nullatenente. La sola casa di proprietà, anche per un disoccupato o una anziana, esclude il diritto alla prestazione sociale. Insomma uno dovrebbe mangiarsi le mattonelle del pavimento e le piante sul balcone. Si delinea con chiarezza, davanti ai nostri occhi, quello che abbiamo definito come il “welfare dei miserabili”.

Con i nuovi parametri, potrebbero saltare centinaia di migliaia di pensioni di reversibilità. E le vedove e gli orfani, come nell’Ottocento, torneranno a poter morire di fame. Oppure muoiono prima possibile anche loro, per salvare i “costi insostenibili della previdenza pubblica”. A meno che le vedove diventino degli squali della finanza come quelle scozzesi. Ma ci sono voluti quasi due secoli e le strade sono rimaste piene di morti e feriti. Ci si potrebbe fare un film.

Opere pubbliche, M5S Puglia: ‘Abbiamo fatto luce su uno dei più grandi scandali di sempre’

silenziefalsita.it 22.7.18

Dopo quasi un anno di approfondimenti e indagini, il M5S Puglia ha fatto luce su uno dei più imponenti scandali riguardanti la realizzazione di un’opera pubblica avvenuti in Italia: sto parlando della realizzazione della nuova sede del Consiglio regionale”.

Lo ha denunciato su Facebook l’esponente pentastellata pugliese Antonella Laricchia, la quale ha spiegato che si tratta di un’opera non ancora terminata dopo 15 anni di attesa e la cui entità dei lavori è passata da 39,5 milioni a 95 milioni.

Secondo Laricchia questo è uno “spreco gigantesco per cui adesso chiederemo giustizia alle autorità a nome di tutti i pugliesi”.

La costruzione della nuova sede del Consiglio regionale pugliese inizialmente, si parla del 2003, era costata 39,5 milioni. Nei sette anni successivi, però, sono state aggiunte al progetto delle varianti che hanno aumentato l’entità dei lavori di 27 milioni di euro.

Per poi aumentare di altri 27 milioni dopo il 2012. Totale: 95 milioni di euro, ovvero 55 in più rispetto a quanto previsto inizialmente (il 240% in piú).

I pentastellati pugliesi hanno indagato sui motivi dell’incremento dei costi e hanno scoperto, ad esempio, che “nella 5a variante si decide di sostituire delle plafoniere a neon con delle plafoniere a led. Scelta legittima se non fosse che si sceglie inspiegabilmente di acquistare delle plafoniere ‘esclusive e ricercate”’ al costo di 637€ cad.”. Eppure, ha osservato Antonella Laricchia, “plafoniere con prestazioni illuminotecniche identiche sul mercato avrebbero avuto un costo che oscilla tra i 130-150€”.

Secondo il M5S la responsabilità di tutto ciò è degli esponenti dei vecchi partiti sia di destra che di sinistra come Raffaele Fitto, Nichi Vendola e Michele Emiliano.

“Il M5S Puglia – ha fatto sapere Laricchia – presenterà un esposto alla Corte dei Conti, all’Anac e alla Procura della Repubblica e una mozione urgente per fermare il pagamento delle parcelle dei progettisti per gli ultimi 4 milioni circa rimasti e recuperare gli 8 milioni già erogati”.

Il tesoro accumulato da Sergio: 700 milioni

 – Dom, 22/07/2018 -ilgiornale.it

 

Da quando nel 2003 è entrato nel cda di Fiat (poi Fca) per poi diventarne ad nel giugno del 2004, Marchionne ha incassato più di 90,5 milioni di euro dalla sola casa automobilistica sommando per ogni esercizio la remunerazione fissa a lui garantita, i bonus per i risultati raggiunti e i proventi per le stock option esercitate quando questo è successo (in particolare nei bilanci 2012 e 2014).

A questo assegno in busta paga vanno poi sommate 4.472.800 stock option che il manager deteneva almeno fino al 31 dicembre 2017. Più Fca sale in Borsa, più i suoi guadagni potenziali aumentano. Va inoltre ricordato che Marchionne non ha soltanto 16,41 milioni di titoli del Lingotto (l’1,07% del capitale) ma nella galassia Agnelli ha anche in portafoglio 11,86 milioni di azioni Cnh e 1,46 milioni di azioni Ferrari, per un controvalore che ai corsi attuali sfiora i 600 milioni. Il tesoretto accumulato, dunque, fra i 90,5 già incassati, le stock option da monetizzare e i titoli in portafoglio, si avvicina ai 700 milioni.

Tanto? Poco se confrontato allo stipendio di Cristiano Ronaldo che riceverà dalla Juventus degli Agnelli 31 milioni all’anno, al netto delle sponsorizzazioni, cifra che fa di lui il terzo giocatore più pagato al mondo, dietro a Neymar (36 milioni) e Messi (46 milioni). Il compenso di Marchionne è legato a molte variabili e va legato ai risultati. Con un plusvalore implicito se si tratta, come nel suo caso, di un manager individuato da un azionista di riferimento, storico e forte, che ha trovato l’uomo di fiducia cui affidare il proprio business. Facendo una sintesi fredda di un lavoro di ben più ampio respiro, dal primo giugno del 2004, quando ha preso il timone del gruppo automobilistico, Marchionne ha messo la firma su 14 bilanci del gruppo automobilistico generando in tutto oltre 15 miliardi di utili, e ha chiuso solo due esercizi in rosso, nel 2004 e nel 2009. La media della sua retribuzione nel corso dei primi nove anni alla guida del Lingotto è di circa 25 milioni di euro annui. Solo nel 2017 ha percepito un compenso di quasi 9,7 milioni di euro, meno dei 9,9 milioni del 2016. Di questi, 3,5 milioni rappresentano la remunerazione fissa mentre 6,13 milioni è il compenso variabile. Sempre nel 2017 Marchionne ha maturato il diritto a ricevere sulla base del piano di incentivi firmato nel 2014 con l’azienda 2.795.500 azioni gratuite per i risultati conseguiti nel triennio 2014-2016 che sulla base della quotazione del titolo Fca al 13 marzo scorso (10,3 ad azione) quando è maturato il diritto, avevano un controvalore di circa 28,9 milioni. Marchionne non ha monetizzato completamente queste azioni cedendo soltanto 1 milione di titoli per pagare le tasse.

Fca post Marchionne: Manley, Camilleri, Heywood/ CdA, ultime notizie: domani prima riunione con i top manager

Sergio Marchionne, cda d’urgenza in FCA per il suo successore. L’ultima uscita pubblica un mese fa, lo scorso 26 giugno, in occasione della presentazione della Wrangler dei carabinieri

Mike Manley nuovo Ad di Fca Mike Manley nuovo Ad di Fca

L’era Manley inizia ufficialmente domani a Torino quando il nuovo ad di Fca incontrerà al Lingotto i top manager di tutte le aziende nel “Gec”, la riunione del Group Executive Council; si tratta dell’organismo decisionale di tutta Fca e sarà di fatto il primo appuntamento che non vedrà più Sergio Marchionne come “guida suprema” bensì il nuovo leader proveniente dalla guida di Jeep. Intanto sia mercoledì che giovedì dovrebbero riunirsi – come rilancia l’Agi – i Cda di Fca e Cnh per l’approvazione dei conti semestrali e la presentazione dei nuovi amministratori delegati: Manley, ovviamente, e Suzanne Heywood la prima donna manager di casa Agnelli. Per quanto riguarda Cnh, il cda ha preso atto «con profondo rammarico che il presidente Sergio Marchionne non potrà tornare all’attività lavorativa. Il consiglio – si legge nella nota pubblica – continuerà a lavorare al processo di selezione del ceo già in atto». Se infatti la Heywood è stata incaricata come presidente, nel ruolo di Ceo “ad interim” è stato piazzato Derek Neilson che assicurerà così «la continuità operativa. Confermiamo la leadership e l’impegno straordinari che Marchionne ha dedicato all’azienda», conclude la Cnh Industrial. (agg. di Niccolò Magnani)

LA LETTERA DI ELKANN AI DIPENDENTI FCA

Durante i tre CdA convocati ieri d’urgenza per l’improvviso peggioramento delle condizioni di Sergio Marchionne, il presidente di Fca e nuovo n.1 di Ferrari – John Elkann – ha inviato una lettera a tutti i dipendenti dell’azienda di casa Agnelli per annunciare quanto poi sarebbe seguito, ovvero l’avvicendamento nei vari ruoli chiavi ricoperti fino al giorno prima dal manager “col maglione”. «Care colleghe, cari colleghi,  questa è senza dubbio la lettera più difficile che abbia mai scritto. È con profonda tristezza che vi devo dire che le condizioni del nostro Amministratore Delegato, Sergio Marchionne, che di recente si è sottoposto a un intervento chirurgico, sono purtroppo peggiorate nelle ultime ore e non gli permetteranno di rientrare in FCA», è l’inizio difficilissimo del lungo testo inviato a tutti gli stipendiati Fiat. « Ci siamo conosciuti in uno dei momenti più bui nella storia della Fiat ed è stato grazie al suo intelletto, alla sua perseveranza e alla sua leadership se siamo riusciti a salvare l’azienda. Sergio ha anche realizzato un incredibile turnaround in Chrysler e, grazie al suo coraggio nel lavorare all’integrazione culturale tra le due aziende, ha posto le basi per un futuro migliore e più sicuro per noi tutti», riporta ancora Elkann nella lettera clamorosa a pensarsi solo fino a qualche ora fa, prima di ricordare il valore anche umano del manager ex ad di Fca, «Ci ha insegnato ad avere coraggio, a sfidare lo status quo, a rompere gli schemi e ad andare oltre a quello che già conosciamo. […]  Quello che conta davvero è il tipo di cultura che un leader lascia a chi viene dopo di lui. Il miglior modo per giudicarlo è attraverso ciò che l’organizzazione fa dopo di lui». (agg. di Niccolò Magnani)

CONDIZIONI DI SALUTE DI MARCHIONNE: QUI LE ULTIME NOTIZIE

ELKANN: “GARANTIREMO CONTINUITÀ ALLE AZIENDE”

Il presidente di Fca, John Elkann, avrebbe preferito salutare diversamente Sergio Marchionne, le cui condizioni di salute sono critiche. Invece è stato anticipato l’avvicendamento ai vertici per il suo aggravamento. In Fca prenderà il suo posto Mike Manley. «Ha sempre fatto la differenza, dovunque si sia trovato a lavorare e nella vita di così tante persone. Oggi, quella differenza continua a farla la cultura che ha introdotto in tutte le aziende che ha gestito e ne è diventata parte integrante. Le transizioni che abbiamo appena annunciato, anche se dal punto di vista personale non saranno prive di dolore, ci permettono di garantire alle nostre aziende la massima continuità possibile e preservarne la cultura». Anche il CdA di Ferrari ha pubblicato un comunicato per annunciare la nomina di Louis Camilleri amministratore delegato e John Elkann presidente. Il CdA «è vicino a Sergio Marchionne e alla sua famiglia, ed è grato per lo straordinario contributo che ha dato in questi anni alla guida della Ferrari». La casa di Maranello «ha appreso con profonda tristezza che il Presidente e Amministratore Delegato Sergio Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa».

CAMILLERI AD FERRARI, SUZANNE HEYWOOD PRESIDENTE CNH

Dopo la nomina di Mike Manley in qualità di nuovo amministratore delegato di Fca, arriva quella di Luis Camilleri alla Ferrari, con John Elkann presidente. Un sabato come tanti, questo doveva essere, invece arriva a sorpresa la rivoluzione. A guidare la Ferrari ci sarà dunque la coppia formata da Elkann e Camilleri. Quest’ultimo, di famiglia maltese, è attualmente presidente del board di Philipp Morris International, dove ha cominciato la sua carriera nel 1978 come analista di sviluppo del business. Figura cosmopolita, conosce quattro lingue e ha un patrimonio stimato in 150 milioni di sterline. Divorziato dal 2004 dall’ex moglie Marjolyn, da cui ha avuto tre figli, ha fatto parlare di sé anche per una presunta love story con la modella Naomi Campbell. Camilleri attualmente nella casa di Maranello era amministratore non esecutivo. Camilleri ha frequentato la Business School dell’Università di Losanna, in Svizzera, dove ha conseguito una laurea in Economia e Gestione aziendale presso l’Hec Lausanne. Suzanne Heywood è la nuova presidente di Cnh industrial, (agg. di Silvana Palazzo)

MIKE MANLEY NUOVO AD FCA

Sergio Marchionne non è più l’amministratore delegato di Fca. Dopo 14 anni, e con mesi di anticipo rispetto a quanto previsto, John Elkann, presidente di Fiat Chrysler Automobiles, ha affidato l’incarico a Mike Manley dopo aver convocato d’urgenza al Lingotto un board straordinario per la nomina del successore. Con l’uscita di scena di Marchionne si chiude un’epoca per Fca. Manley era attualmente ceo del marchio Jeep e responsabile del brand Ram. Dal 2011 il manager britannico 54enne è membro del Group Executive Council (Gec) di Fca. In queste ore però sono in corso anche i cda di Ferrari e Cnh industrial. Secondo Automotive News, sarà Louis Carey Camilleri il nuovo ad per Ferrari, mentre la carica di presidente dovrebbe essere ricoperta da John Elkann. Marchionne però non aveva mai annunciato l’intenzione di lasciare i suoi ruoli in Ferrari, quindi significherebbe che le condizioni di salute del manager gli impediscono di tornare al lavoro a breve. (agg. di Silvana Palazzo)

LA RIVOLUZIONE FIAT DI MARCHIONNE

Si sta per chiudere l’era Marchionne per il gruppo Fiat. Il manager italo-canadese arrivò alla guida di un colosso che era sull’orlo del collasso tra ricavi in calo, vendite in caduta e modelli obsoleti. Nel 2005 mette a segno il primo colpo: libera General Motors dai suoi obblighi verso Fiat in cambio di due miliardi di euro. Con questo tesoretto comincia a ricostruire la produzione. Il colpo da maestro arriva nel 2009: con un’operazione complessa Fiat diventa gradualmente proprietaria di Chrysler e si trasforma in FCA (Fiat Chrysler Automobiles). La metà dei ricavi arriva proprio dagli Stati Uniti. Il marchio Jeep macina ricavi e profitti. Gli Usa compensano i risultati non esaltanti in Europa e Sudamerica. Ma gli azionisti gongolano perché negli ultimi cinque anni il valore dei titoli FCA è passato da 3,9 a 16,5 euro. Questo vuol dire che chi avesse investito mille euro nel 2013 si troverebbe oggi in tasca oltre 4 mila. (agg. di Silvana Palazzo)

L’ULTIMA USCITA PUBBLICA UN MESE FA

C’é preoccupazione e nel contempo mistero attorno alle condizioni di salute di Sergio Marchionne, amministratore delegato uscente del gruppo Fiat Chrysler Automobili. In queste ore è stato indetto un consiglio d’amministrazione d’urgenza proprio per individuare un sostituto del manager abruzzese, che si trova ancora ricoverato dopo un’operazione dello scorso fine mese. L’ultima uscita pubblica di Marchionne è quella del 26 giugno, quando il numero uno di Fiat aveva presentato la Jeep Wrangler in dotazione ai carabinieri. Dopo la Giulia e la Renegade, il gruppo FCA aveva fornito il corpo di militari con un altro modello, ovviamente nella colorazione speciale blu, rosso e bianca. Marchionne era apparso in forma, gioviale e sorridente, ma nel contempo, appariva un po’ invecchiato, ma nulla che comunque potesse far presagire un qualcosa di serio. In queste ultime ore sono moltissime le speculazioni circa lo stato di salute di Marchionne, e finché non ci saranno notizie certe è meglio non sbilanciarsi in maniera eccessiva. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

MISTERO SULLE CONDIZIONI DI SALUTE

In queste ore a Torino sono riuniti i consigli di amministrazione di Fca, Ferrari e Cnh Industrial. All’ordine del giorno c’è la successione di Sergio Marchionne. Il celebre manager italo-canadese si trova in un ospedale svizzero, ma aleggia il mistero intorno alle sue condizioni di salute. Nei giorni scorsi erano stati cancellati dei suoi impegni e fonti del gruppo Fca avevano parlato di un’operazione alla spalla cui Marchionne si doveva sottoporre. Durante la settimana, ha cominciato a farsi largo l’ipotesi che l’ad non potesse essere presente alla conference call per l’uscita dei dati del secondo trimestre di Fca, in programma il 25 luglio: il che non sarebbe stato plausibile nel caso di un semplice intervento alla spalla. Forse quindi le condizioni di salute di Marchionne sono più gravi, tanto più se sono stati convocati d’urgenza tre cda. L’ultima uscita in pubblico del manager risale allo scorso 26 giugno, quando a Roma c’è stata la consegna di una Jeep Wangler all’Arma dei Carabinieri. (aggiornamento di Bruno Zampetti)

CHI È LOUIS CAREY CAMILLERI

Sarà Louis Carey Camilleri il successore di Sergio Marchionne alla carica di amministratore delegato di Ferrari? Ne è convinto il portale specializzato Automotive News, secondo cui proprio il 63enne uomo d’affari egiziano (ma di origini maltesi) è il maggiore indiziato a prendere le redini del Cavallino in ragione della lunga degenza del ceo di FCA. Come riportato da Il Corriere della Sera, Camilleri è stato fino al 2014 presidente di Philip Morris, il colosso del tabacco. Parla correntemente italiano, francese e tedesco, e al netto della sua riservatezza davanti alle telecamere, viene descritto come una “grande mente finanziaria” e una persona “brillante”. Il suo patrimonio supera i 150 milioni di sterline. Nel suo curriculum spicca una nota di gossip: Camilleri è riuscito a far capitolare l’ambitissima Naomi Campbell, la Venere Nera con cui ha avuto una relazione. (agg. di Dario D’Angelo)

CDA FCA RIUNITO D’URGENZA

Il Cda di Ferrari, Fca e Cnh industrial è stato convocato d’urgenza a Torino, con l’obiettivo di esaminare la successione dell’attuale amministratore delegato, Sergio Marchionne. Difficile individuare l’erede del manager abruzzese, tra l’altro ricoverato in ospedale a seguito di un intervento chirurgico subito a fine giugno, ma Automotive news ipotizza il nome di Louis Carey Camilleri, ex presidente di Philip Morris, nonché attuale membro del board Ferrari. Dal Lingotto non arriva nessuna conferma ne smentita, anche se, come sottolineato dai colleghi di Repubblica, è sempre stata privilegiata la pista interna, quindi l’idea appare plausibile.

GLI ALTRI PAPABILI PER IL RUOLO DI AD

Oltre a Camilleri, gli altri possibili candidati sono Alfredo Altavilla, responsabile Emea del gruppo, Richard Palmer, direttore finanziario, Mike Manley, responsabile del marchio Jeep, e infine Pietro Gorlier, amministratore delegato di Magneti Marelli. Fra i papabili vi sarebbe anche Vittorio Colao, che negli scorsi mesi ha lasciato la guida di Vodafone dopo dieci anni di gestione del noto operatore mobile. Marchionne è ad di Fiat dal primo giugno del 2004, e dal 2009 è divenuto ad di FCA. Il cda è stato convocato d’urgenza visto il prolungarsi della degenza in ospedale di Marchionne. Il prossimo presidente dovrebbe essere John Elkann.

Benalla, regali e coperture: chi è l’ex “collaboratore” del Presidente Macron?

informarexresistere.fr 21.7.18

benalla

Lo scandalo Benalla rischia di travolgere Macron

Quale potere ha quest’individuo sul Presidente Macron?

Da alcuni giorni il mondo politico francese è scosso dal terremoto Benalla. Chi è costui, e come può scuotere l’establishment macroniano. Alexandre Benalla è uno dei responsabili della sicurezza personale di Emanuel Macron.

Il primo maggio, durante le manifestazioni della sinistra contro il governo, colpì violentemente un manifestante e gettò a terra una ragazza, ma nessuno lo riconobbe subito perchè coperto da un casco della polizia, di cui indossava anche una manica identificativa al braccio.

L’immagine però resta in circolazione sino a che il 18 luglio non viene riconosciuto dai giornalisti de “Le Monde” che gli dedicano un servizio. Benalla viene sospeso, ma ormai la stampa inizia ad occuparsi di lui.

Come mai un addetto alla sicurezza presidenziale si trova a fare servizio d’ordine, insieme ad un amico, ad una manifestazione? qual’è il suo ruolo? Qualcuno conosceva i suoi comportamenti?

Prima di essere l’uomo di fiducia e della sicurezza di Macron, Benalla era nel servizio di sicurezza del Partito Socialista, ma non aveva una preparazione specifica per la sicurezza.

Comunque ormai le indiagini sono partite e ci si chiede se qualcuno fosse a conoscenza del suo comportamento prima del 18 luglio. Si viene a sapere che la sua violenza era nota al ministro degli interno Gerard Collomb, ed ad altri membri del ministero che si erano ben guardati dall’avvertire l’autorità giudiziaria, comportamento illecito per un membro della Pubblica Amministrazione.

A questo punto Benalla viene posto in fermo di polizia insieme ad un suo collaboratore Vincent Crase. Ormai però lo scandalo è partito. Benalla è stato licenziato venerdì scorso, nel tentativo di rallentare le polemiche, però è tardi, e le opposizioni chiedono una commissione parlamentare d’inchiesta per accertare se il poliziotto abbia goduto di coperture politiche ed accertare le omertà nel ministero degli interni.

Collomb ormai sta tremando, ma la paura potrebbe salire a livelli più alti. Infatti Benalla , oltre ad evidenti coperture interne ad altissimo livello, godeva di privilegi molto particolari: dopo essergli stato rifiutato sotto il governo Hollande, aveva ottenuto il porto d’armi con Macron; aveva ottenuto una macchina di servizio estremamente lussuosa, forse con autista, con tanto di lampeggianti della polizia, privilegio che non è concesso neanche ai capidipartimento.

Inoltre gli è stato concesso un bell’appartamento appartamento nel lussuoso VII arrondisment, in Quai Branly 11, che, casualmente, era stata la residenza di Anne Pingeot, l’amante di Mitterrand, durante la sua presidenza, e questo ha, naturalmente, acceso le voci e le ironie dei francesi.

Kim-Jong-Un 🐸@KimJongUnique

Macron a logé Benalla dans le même appart où Mitterrand entretenait sa maîtresse. En tout cas, ont l’air plus que complices.

(Macron ha sistemato Benalla nello stesso appartamento dove Mitterant alloggiava la sua amante. In ogni caso #BenallaMcron hanno un’aria più che complice.)

Al di là delle facili ironie resta il fatto che Macron avva promeso più correttezza e pulizia nella gestione della cosa pubbica, per poi essere accusato dell’esatto opposto. Un duro smacco per il giovane Napoleone.

Secondo il sito Algerineatriotique Benalla sarebbe un agente dei servizi segreti marocchini infinltrato nella macchina amministrativa francese
Benalla aveva anche un pass speciale per accedere in Parlamento. Fonte: scenarieconomici

Spiavano le mail di politici e banche Condannati i due fratelli Occhionero

giustizianews24.it 18.7.18.Dario Striano

Matteo Renzi

«Una massiccia attività di spionaggio che ha puntato a carpire dati sensibili di istituzioni, partiti politici e industrie». Così il pubblico ministero romano Eugenio Albamonte aveva definito, martedì 10 luglio, l’attività di cyberspionaggio che l’ingegnere Giulio Occhionero e la sorella Francesca Maria avrebbero portato avanti dal 2001. Per i due fratelli ieri mattina è arrivata la condanna in primo grado dal tribunale di Roma perché ritenuti colpevoli di accesso abusivo a sistema informatico. Il giudice del palazzo di giustizia romano, Antonella Bencivinni, dopo appena un’ora di camera di consiglio, ha accolto parzialmente le richieste di pena avanzate dalla procura capitolina condannando Giulio Occhionero na 5 anni di reclusione, e la sorella Francesca a 4 anni di carcere. Per loro l’accusa, la scorsa settimana, aveva invece invocato un verdetto di, rispettivamente, 9 e 7 anni di galera «per aver carpito oltre 3,5 milioni di mail e spiato circa 6mila persone».

Il cyberspionaggio
Secondo il pm Albamonte, l’attività di cyberspionaggio avrebbe «puntato a carpire dati sensibili di istituzioni, partiti politici e industrie» attraverso «una vera e propria rete telematica che mirava ad infettare circa 18mila pc» in modo da intercettare «dati sensibili all’insaputa del proprietario del computer». In totale – secondo la procura – sarebbero stati 1935 i personal computer di cui Occhionero avrebbe avuto le credenziali, «che gli avrebbero permesso il pieno controllo». Tra i pc presi di mira anche quelli della Camera e del Senato, del ministero degli Esteri e della Giustizia, del Pd oltre che di Finmeccanica e Bankitalia. I fratelli – aveva sostenuto il pm durante la requisitoria – avrebbero tentato di violare anche le mail dell’ex presidente del consiglio Matteo Renzi, del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e dell’ex premier Mario Monti.

Il dubbio sul movente
L’inchiesta della procura romana sugli episodi di hackeraggio compiuti dagli Occhionero non è mai riuscita completamente a chiarire, spinti da quale movente i due fratelli avessero iniziato ad hackerare i pc. E’ stato soltanto ipotizzato che volessero fornire informazioni su appalti, o investire in borsa, o forse accumulare una serie di dati sensibili legati alla sfera personale di personalità che un giorno avrebbero utilizzato in altro modo. Magari per ricattare personalità influenti. Fatto sta che l’enorme mole di informazioni è stata portata a galla dai magistrati capitolini.

La rete botnet
In sostanza, ieri mattina il giudice Bencivinni ha ritenuta valida la tesi avanzata dalla procura durante la requisitoria secondo cui all’ingegnere nucleare Giulio Occhionero spetterebbe la «responsabilità di avere concepito, pianificato e alimentato dal 2001 un sistema per l’acquisizione» di un numero enorme di dati. Il tecnico avrebbe cioè creato «una rete botnet» con la quale grazie all’utilizzo di un virus – un ‘malware’ chiamato Eyepyramid che entrava nei computer attraverso un messaggio email -, sarebbe riuscito a «immagazzinare in alcuni server negli Usa dati, password e messaggi».

Il pm Albamonte
Nel corso del dibattimento, la difesa degli imputati aveva chiesto al pm Albamonte di astenersi dal processo, alla luce di un’indagine che era stata avviata a Perugia dopo un esposto presentato dagli Occhionero su presunti illeciti compiuti dagli inquirenti nell’attività di indagine. La sollecitazione era stata però respinta dal procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, che aveva riconfermato Albamonte come rappresentante dell’accusa in giudizio.

 

Decreto Dignità, Di Maio: ‘Il Pd ha presentato un emendamento contro i lavoratori’

sileziefalsita.it 22.7.18

 

emendamento

“Il Pd ha presentato un emendamento per sopprimere l’articolo del decreto dignità che aumenta i risarcimenti per i lavoratori che vengono licenziati ingiustamente”.

Lo ha scritto su Facebook Luigi Di Maio.

Il vicepremier ha spiegato che “nel dettaglio il decreto dignità porta le mensilità minime di risarcimento da 4 a 6 e quelle massime da 24 a 36”.

E si è chiesto: “Come si può essere contrari a una norma che dà un giusto indennizzo ai lavoratori che subiscono degli abusi?”

Di Maio ha però aggiunto che in ogni caso questo emendamento “non servirà a nulla perché finalmente ormai sono minoranza”.”Ma – si è domandato – il segretario del pd potrebbe spiegare a tutti perché un partito di ‘sinistra’ si schiera contro il riconoscimento di maggiori diritti a chi lavora?”

Tutto questo per il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è “incomprensibile”.

Di Maio ha assicurato che il governo continuerà a “difendere ed estendere i diritti sociali dei lavoratori e delle lavoratrici, esattamente quello che il pd non ha fatto in tutti questi anni”.

“Andremo avanti col massimo delle energie perché so che siete con noi, con un governo che finalmente pensa ai cittadini e non alle lobby. Insieme stiamo cambiando l’Italia,” ha concluso.


 

Elkann: «Marchionne, un collega, un mentore, un amico»

vanityfair.it 22.7.18

Il presidente di Fca, in una lettera ai dipendenti, parla dell’aggravamento delle condizioni dell’Amministratore Delegato e aggiunge: «Ci ha insegnato ad avere coraggio e a rompere gli schemi»

 

«Care colleghe, cari colleghi, questa è senza dubbio la lettera più difficile che abbia mai scritto. È con profonda tristezza che vi devo dire che le condizioni del nostro Amministratore Delegato, Sergio Marchionne, che di recente si è sottoposto a un intervento chirurgico, sono purtroppo peggiorate nelle ultime ore e non gli permetteranno di rientrare in FCA. Negli ultimi 14 anni, prima in Fiat, poi in Chrysler e infine in FCA, Sergio è stato il miglior amministratore delegato che si potesse desiderare e, per me, un vero e proprio mentore, un collega e un caro amico. Ci siamo conosciuti in uno dei momenti più bui nella storia della Fiat ed è stato grazie al suo intelletto, alla sua perseveranza e alla sua leadership se siamo riusciti a salvare l’azienda».

Con queste parole John Elkann presidente di Fca ha spiegato ai dipendenti che cosa sta accadendo ai vertici del gruppo. «Sergio ha anche realizzato un incredibile turnaround in Chrysler e, grazie al suo coraggio nel lavorare all’integrazione culturale tra le due aziende, ha posto le basi per un futuro migliore e più sicuro per noi tutti. Saremo eternamente grati a Sergio per i risultati che è riuscito a raggiungere e per aver reso possibile ciò che pareva impossibile. Ma come lui stesso ha detto più volte: “Il vero valore di un leader non si misura da quello che ha ottenuto durante la carriera ma da quello che ha dato. Non si misura dai risultati che raggiunge, ma da ciò che è in grado di lasciare dopo di sé”», ha aggiunto.

E ancora: «Fin dal nostro primo incontro, quando parlammo della possibilità che prendesse le redini della Fiat, ciò che mi ha veramente colpito di lui, al di là delle capacità manageriali e di una intelligenza fuori dal comune, sono state le sue qualità umane. Qualità che gli ho visto negli occhi, nel modo di fare, nella capacità di capire le persone. Ci ha insegnato ad avere coraggio, a sfidare lo status quo, a rompere gli schemi e ad andare oltre a quello che già conosciamo. Ci ha sempre spinti ad imparare, a crescere e a puntare in alto – spesso andando oltre i nostri stessi limiti – ed è sempre stato il primo a mettersi in gioco. L’eredità che ci lascia parla di ciò che è stato davvero importante per lui: la ricerca dell’eccellenza, l’idea che esiste sempre la possibilità di migliorare. I suoi insegnamenti, l’esortazione a non accettare mai nulla passivamente, a non essere soddisfatto della mera sufficienza sono ormai parte integrante della nostra cultura in FCA: una cultura che ci spinge ad alzare sempre l’asticella e a non accontentarci mai della mediocrità».

Concludendo: «La definizione che Sergio ci ha dato della parola leader è valida oggi più che mai. Quello che conta davvero è il tipo di cultura che un leader lascia a chi viene dopo di lui. Il miglior modo per giudicarlo è attraverso ciò che l’organizzazione fa dopo di lui. Questo è solo uno dei tanti esempi di quanto Sergio fosse un leader vero e molto raro. Già anni fa, abbiamo iniziato a lavorare ad un piano di successione che avrebbe garantito continuità e preservato quella cultura unica che vive in FCA. Potendo contare su un piano già definito, stiamo ora anticipando il processo e oggi il Consiglio di Amministrazione ha nominato Mike Manley nuovo Amministratore Delegato di FCA. Mike è stato uno dei principali protagonisti del successo di FCA e ha già al suo attivo una lunga lista di successi e obiettivi raggiunti. Sotto la sua guida, il marchio Jeep ha vissuto un periodo di profonda trasformazione che ha portato a una crescita senza precedenti, da poche centinaia di migliaia di unità all’anno a diversi anni di vendite record, gli ultimi quattro dei quali superando il milione di veicoli venduti. Jeep è così diventato non solo uno dei marchi con il più alto tasso di crescita al mondo ma anche il più redditizio del Gruppo. Negli anni, Mike ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità e ha maturato una vasta esperienza gestionale in tutte le nostre regioni, raggiungendo risultati importanti in ognuna delle posizioni ricoperte e dimostrando sempre una grande determinazione nel conseguimento dei suoi obiettivi. Sono certo che tutti voi fornirete il massimo supporto a Mike, lavorando con lui e con il team di leadership al raggiungimento degli obiettivi del piano industriale 2018-2022 con lo stesso impegno e la stessa integrità che ci hanno guidato fino ad ora».

Marchionne, un rivoluzionario che l’Italia non ha voluto capire

firstonline.info 22.7.18

 

“Ho lavorato diversi anni a fianco di Marchionne dall’inizio della sua avventura in Fiat nel 2004 fino alla svolta americana con l’acquisto di Chrysler: non era facile stargli vicino ma sicuramente era entusiasmante” – Molti della vecchia guardia la consideravano un marziano – Quella volta che sconcertò gli industriali di Torino – Il suo massimo impegno stava nel cercare di capire gli uomini

Marchionne, un rivoluzionario che l’Italia non ha voluto capire

Ho lavorato diversi anni a fianco di Marchionne, dall’ inizio della sua avventura in Fiat nel 2004 fino alla svolta americana con l’ acquisto di Chrysler. Ero amministratore delegato de La Stampa, e lui, che conosceva poco l’Italia, mi aveva chiamato come direttore degli affari istituzionali e in tale veste partecipavo al Board dei direttori, il comitato dove sedevano i massimi vertici del gruppo e dove si prendevano tutte le decisioni strategiche sugli investimenti e le politiche commerciali e finanziarie.

Non era facile stare vicino a Marchionne. Lui aveva la capacità e la volontà di sparigliare le carte, di innovare in primo luogo la cultura e quindi il modo di pensare dei dirigenti e dell’ azienda intera. All’ inizio molti della vecchia scuola della Torino sabauda lo ritenevano un Marziano. Quando in piena assemblea degli industriali di Torino disse che se la Fiat andava male non era per colpa degli operai e del costo del lavoro, suscitò un bel po’ di sconcerto tra gli imprenditori. Quelle parole gli valsero l’ apprezzamento dell’ allora presidente della Camera e capo di Rifondazione Comunista , Fausto Bertinotti, che lo volle incontrare. Ma quando lo accompagnai a Montecitorio mi sembrò che, al di là della reciproca simpatia umana, i due non si capirono nel profondo. Il vero rivoluzionario era Marchionne che proponeva una strada innovativa per l’industria e la società italiane, mentre Bertinotti sembrava ancorato agli stereotipi del passato.

La trattativa con GM fu un capolavoroRiuscì a farsi dare due miliardi di dollari per liberare la GM dall’ obbligo di comprare la Fiat. Marchionne aveva fatto studi umanistici e più volte mi disse che il suo massimo impegno stava nel cercare di capire gli uomini. E questo è fondamentale, sia quando si deve assumere un collaboratore a cui affidare responsabilità, sia quando in una trattativa si deve comprendere la vera natura dell’ interlocutore con cui si deve arrivare ad un accordo, al di là della barriera dei tecnici e degli avvocati.

Conosceva bene la finanza internazionale ma non era un finanziere. Anzi, amava la tecnologia e curava personalmente il marketing. Dormiva poco e passava le notti a scrivere da solo i suoi interventi, guardare le TV di tutto il mondo o leggere libri di filosofia e di letteratura.

La presentazione della nuova 500 fu spettacolare e segnò il rilancio dell’intera economia italiana che solo da allora (eravamo nel 2005) riuscì a riassorbire il trauma dell’ultima svalutazione. La 500 fu anche l’emblema di cosa voleva essere la nuova Fiat: non un colosso di potere, ma un’azienda capace di considerare la concorrenza come un valore, innovativa, giovane, alla moda.

Il rinnovamento delle fabbriche fu una occasione di scontro che scoppiò quasi per caso, e certamente non per una sua scelta esplicita. Lui andava orgoglioso delle innovazioni logistiche che aveva apportato alle fabbriche curando la qualità della vita degli operai. Si era arrivati ad un investimento di 100 milioni di euro su Pomigliano solo per riqualificare gli operai e per portare quelle innovazioni capaci di farli lavorare meglio. Ma quando chiese la necessaria produttività eliminando gli abusi (assenteismo, scioperi selvaggi ecc.) si trovò di fronte il muro ideologico di Landini, nuovo segretario Fiom, che ingaggiò contro la Fiat la solita battaglia basata sull’antagonismo tra operaio e padrone.

Invece, secondo Marchionne, il rapporto avrebbe dovuto basarsi su una corretta collaborazione perché in effetti le sorti dei due contendenti erano strettamente legate. Ma Marchionne non si spaventò di fronte al coro di politici e giornalisti che si schierarono a difesa del “diritti” dei lavoratori. Perfino la Confindustria si disse contraria al braccio di ferro e negò il proprio appoggio in nome di un presunto realismo nei rapporti sindacali.

Ma i veri innovatori sono quelli che sbaragliano i luoghi comuni ed iniziano una nuova era. Ed infatti Marchionne uscì da Confindustria e ruppe tutti i legami con quel sistema di relazioni su cui si reggeva la stabilità delle grandi aziende italiane. Uscì dall’azionariato di Mediobanca, volle passare alla Exor La Stampa, guardò con favore l’uscita dall’ azionariato del Corriere della Sera. Volle anche rompere i legami con la politica italiana basati su qualcosa che potremmo chiamare “partenariato conflittuale”, che lui giudicava un vincolo inutile ed improduttivo. Infatti rifiutò qualsiasi proroga della rottamazione che nel 2007 e 2008 aveva giovato molto al rilancio dell’ azienda e dell’ intera economia italiana.

E proprio nel momento in cui la crisi, partita dagli Usa, si abbatteva con violenza sul mercato Italiano con crolli delle vendite di quasi il 50% per le auto e fino al 90% per le macchine industriali, Marchionne capì che quella crisi non poteva essere affrontata con la solita richiesta di sostegni allo Stato, ma doveva essere colta come opportunità per ricollocare la Fiat sul mercato mondiale cambiando proprio la sua struttura e la sua filosofia. Non solo fu colta l’ occasione di fondersi con Chrysler, ma fu data autonomia ai singoli business in modo che ognuno potesse correre con le proprie gambe. Fu separata così CNH, poi Ferrari, e ora dovrebbe essere la volta di Magneti Marelli.

Qualcuno sostiene, ad esempio l’ economista Berta, che Marchionne abbia deciso di frenare gli investimenti per rispettare l’impegno ad azzerare i debiti. Tutti spingono le aziende ad aumentare gli investimenti. Ma io ricordo la lezione del vecchio Lucchini, quando era presidente di Confindustria, il quale ripeteva sempre che il miglior modo per fare fallire un’azienda (dopo le donne ed il gioco) era quello di fare troppi investimenti in anticipo sulle tendenze del mercato. Per un po’ Marchionne è stato a guardare senza buttarsi sull’elettrico o sull’ ibrido. Ora aveva deciso, come annunciato lo scorso giugno nel nuovo piano industriale, presentato a Balocco, per l’abbandono del diesel e per una nuova gamma di motori a benzina. Ai suoi successori spetterà il compito di portare avanti il piano. E vedremo se ancora una volta Marchionne avrà visto giusto sulla evoluzione del mercato e sulle tempistiche.

Lui parlava sempre della squadra. Noi del Board facevamo delle lunghissime riunioni che duravano tutto il week end. E però di fatto era un terribile accentratore. Voleva essere sempre informato di tutto, anche dei più piccoli dettagli. Lavorare con lui non era facile, ma sicuramente era entusiasmante. Ora la squadra dovrà mettersi alla prova. E si potrà vedere se il suo famoso intuito come conoscitore di uomini avrà fatto goal ancora una volta.

Mike Manley, chi è e cosa farà il nuovo capo azienda di Fca al posto di Marchionne

 startmag.it 22.7.18

Sarà Mike Manley, l’uomo del miracolo Jeep, brand centrale nel nuovo piano industriale presentato il primo giugno a Balocco, a prendere il posto di Sergio Marchionne.

CHI E’ MANLEY

Il nuovo amministratore delegato, inglese di Edenbridge classe ’64, è entrato nel gruppo Chrysler nel 2000 ed è numero uno di Jeep dal 2009 e di Ram dal 2015.

GLI STUDI E LA SPECIALIZZAZIONE

Ha una laurea in ingegneria alla Southbank University di Londra e un master in business administration all’Ashridge Management College.

CHE COSA HA FATTO MANLEY

Il manager ha portato le vendite di Jeep dalle 337 mila del 2009 ai livelli attuali di oltre 1,4 milioni nel 2017, con il record in Europa di quasi 49.500 immatricolazioni.

LE SPERANZE DI MARCHIONNE

Proprio grazie all’effetto del principale brand del gruppo, Marchionne credeva “possibile” un raddoppio degli utili entro il 2022.

LE PROSSIME TAPPE PER MANLEY

La nomina di Manley sarà confermata da un’assemblea dei soci da convocare “nei prossimi giorni”. La prossima settimana è fitta di scadenze per la galassia Agnelli.

I CONTI IN ARRIVO

Il 25 è previsto il cda sui conti del secondo trimestre di Fca, l’indomani usciranno i risultati di Cnh Industrial e il primo agosto la trimestrale di Ferrari.

L’ESPERIENZA AL GRUPPO DAIMLER

Entrato nel gruppo Daimler Chrysler nel 2000, la svolta nella sua carriera e’ arrivata con la nomina ai vertici del marchio che e’ sinonimo di avventura a quattro ruote. E che negli ultimi anni ha realizzato risultati record.

CHE COSA DISSE A BALOCCO

“Consolideremo il marchio per resistere alla concorrenza. Nei prossimi cinque anni entreremo in tre nuovi segmenti: quello dei piccoli uv (utility vehicles), dei pick up e dei grandi suv”, ha spiegato lo scorso primo giugno a Balocco il manager britannico, che dall’ottobre 2015 guida anche Ram. Per il marchio Fca di pick up e veicoli commerciali l’obiettivo è di vendere un milione di unita’ entro il 2022. “Anni di gloria ci aspettano”, ha detto all’investor day.

MISSIONE ASIA?

“Manley, che conosce l’Asia, potrebbe approcciare Hyundai che più volte è stata ritenuta adatta per una cooperazione industriale. Si parla anche di una divisione ad hoc per i marchi Alfa Romeo e Maserati”, ha scritto il Corriere della Sera.

Porta Vittoria: al via lavori di bonifica del Parco dopo fallimento Coppola | No alla biblioteca europea

milanotoday.it 18.7.18
„L’annuncio dell’assessore all’urbanistica su Facebook. Cantieri fermi dopo il fallimento dell’immobiliarista Danilo Coppola“
Porta Vittoria: al via lavori di bonifica del Parco dopo fallimento Coppola | No alla biblioteca europea

Porta Vittoria (Urbanfile)

Riprendono i lavori di bonifica nell’area di Porta Vittoria, rimasta un cantiere “desolato” dopo il fallimento di Danilo Coppola. Lo rende noto Pierfrancesco Maran, assessore comunale all’urbanistica. 

E’ notizia di questi giorni che i curatori fallimentari hanno consegnato l’area alla ditta che si occuperà di riprendere le azioni di bonifica. Il risultato finale sarà un grande parco. “E’ un segnale molto importante”, commenta Maran: “Possibile perché la proposta di acquisizione da parte del fondo York è stata valutata favorevolmente dal giudice delegato al fallimento e potrà essere omologata dopo la valutazione dei creditori”.

“Non vedo l’ora di vedere i mezzi lavorare”, aggiunge l’assessore dem. Il progetto prevede un parco lineare da largo Marinai d’Italia a un impianto sportivo, da edificare nell’ambito del piano su Porta Vittoria, oltre viale Molise. 

Niente da fare, però, per la biblioteca europea (Beic), che non è stata finanziata: “L’area – comunica Maran – verrà lasciata a verde alla fine dei lavori di bonifica”. Un sogno, quello della moderna biblioteca, sorto con il sindaco Gabriele Albertini e proseguito con le consiliature di Letizia Moratti e Giuliano Pisapia, che avevano sempre confermato il progetto. Ma un sogno destinato a rimanere tale.

Il nuovo parco e il progetto Vittoria

Il nuovo parco sarà vasto 30 mila metri quadrati. Il piano urbanistico sull’area risale al 2000, mentre nel 2002 fu sottoscritto il programma integrato di intervento (Pii) tra il Comune e la società Metropolis: edilizia residenziale, commerciale, terziario e biblioteca europea. I cantieri furono bloccati prima tra il 2007 e il 2010, poi a partire dal 2014 ad oggi. 

L’ultima variante del progetto risale al 2011. Nel 2016 il Tribunale fallimentare decretò il fallimento di Porta Vittoria Spa, di Danilo Coppola, affidando l’area a tre curatori fallimentari. L’area è ora in procinto di essere trasferita a Progetto Vittoria Real Estate, riferibile al fondo York Capital. 

Ad oggi è stata realizzata quasi del tutto la parte residenziale. Sono stati anche completati il supermercato Esselunga, un parcheggio e l’intera rete stradale. Al completamento del parco, il nuovo soggetto attuatore potrà avviare la commercializzazione di un primo lotto di residenze. Sono infine previsti impianti sportivi nella parte ad est di viale Molise con un altro parco di 10 mila metri quadrati a est di via Cervignano, su cui si affacciano gli unici appartamenti già abitati.

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Porta Vittoria, ripartono le bonifiche

 GIAMBATTISTA ANASTASIO il giorno.it 19.7.18

I cantieri di Porta Vittoria (NewPress)

I cantieri di Porta Vittoria (NewPress)

Incaricata la società che fa capo a York Capital. In arrivo un parco

Milano, 19 luglio 2018 – Il piano di sviluppo di Porta Vittoria è pronto a ripartire dopo lo stallo dovuto alle vicende giudiziarie che hanno interessato l’area già dal 2007. Entro l’autunno il tribunale formalizzerà il trasferimento del complesso immobiliare alla società “Progetto Vittoria Real Estate”, la nuova Spa che fa capo a York Capital. Nel frattempo, però, i tre curatori fallimentari hanno incaricato la stessa società di avviare i lavori per la ripresa della bonifica dei terreni in modo da accelerare la realizzazione del parco pubblico da 30mila metri quadrati nell’area compresa tra viale Umbria, via Monte Ortigara e via Cervignano. Per chi non lo ricordasse, si tratta dell’area dove in origine era previsto sorgesse la Biblioteca Europea e che è stata infine destinata a verde.

«Dopo anni in cui, a causa delle note controversie giudiziarie che hanno riguardato la precedente proprietà, l’area è rimasta in uno stato di abbandono e incuria, finalmente potremmo essere a una svolta – sottolinea l’assessore comunale all’Urbanistica, Pierfrancesco Maran –. Speriamo che si chiuda a breve il passaggio di proprietà e si avvii al più presto il completamento delle opere pubbliche». Il piano urbanistico sull’area risale addirittura al 2000, quando il Ministero dei Lavori Pubblici approvò il “Passante Ferroviario di Porta Vittoria”. Il Programma Integrato di Intervento sottoscritto nel 2002 tra il Comune e la Società Metropolisprevedeva la realizzazione di edilizia residenziale, commerciale e terziario, e, come detto, la realizzazione della Grande Biblioteca Europea di Informazione e Cultura (Beic). Fin dal principio l’intervento fu caratterizzato da diverse traversie che bloccarono i cantieri tra il 2007 e il 2010, e poi ancora, dal 2014 ad oggi. Nel frattempo il progetto fu modificato, l’ultima variante approvata dal Comune risale al 2011. Nel 2016 il tribunale ha decretato il fallimento di Porta Vittoria Spa. L’area è stata quindi affidata a tre curatori fallimentari che da gennaio hanno avviato il dialogo con “Progetto Vittoria” fino ad un primo decreto, ad aprile, per effetto del quale la proposta della società è stata posta all’attenzione dei creditori. Ad oggi è stata realizzata quasi interamente la parte residenziale, è stato completato il supermercato Esselunga, un parcheggio e l’intera rete stradale. Non appena sarà formalizzata la decisione del giudice, saranno riavviate tutte le procedure perché il nuovo soggetto attuatore possa da subito realizzare il parco per la cui bonifica si stanno riavviando i lavori. Soltanto una volta completato il parco si potrà avviare la vendita di un primo lotto di residenze.

giambattista.anastasio@ilgiorno.net

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Svolta a Porta Vittoria, ripartono le ruspe per il parco pubblico

 il giornale.it 19.7.18

Dopo (quasi) vent’anni di stallo, la landa desolata di Porta Vittoria può guardare al futuro.

Era il 1999 quando prese piede il progetto della grande Biblioteca Europea e di un complesso di appartamenti in edilizia pubblica e privata e terziario. La realizzazione della Beic è tramontata da tempo, per la bonifica dei terreni destinati a verde c’è stato uno stop and go e infine il fallimento della società Porta Vittoria spa dell’immobiliarista Danilo Coppola ha bloccato completamente le ruspe. Ora riprendono finalmente i lavori di bonifica. «É una notizia che attendavamo da anni guardando quel cantiere desolato in viale Umbria dopo il fallimento di Coppola – ammette l’assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran -. In questi giorni i tre curatori fallimentari hanno consegnato l’area alla ditta che si occuperà di riprendere le azioni di bonifica per realizzare il parco di 30mila metri quadrati» nell’area tra viale Umbria, via Monte Ortigara e via Cervignano. É «un segnale molto importante – sottolinea – possibile perché la proposta di acquisizione da parte del fondo York è stata valutata favorevolmente dal Giudice delegato al fallimento e potrà essere omologata dopo la valutazione dei creditori». Il fondo di investimento americano York a gennaio ha messo sul tavolo 320 milioni per rilevare i beni e i debiti dell’immobiliarista romano, i creditori hanno valutato positivamente il piano, il Tribunale di Milano dovrebbe formalizzare a breve il trasferimento. «Personalmente – aggiunge Maran – non vedo l’ora di vedere i mezzi lavorare. Il progetto prevede un lungo parco lineare che collega Marinai d’Italia con un impianto sportivo oltre viale Molise da edificare nell’ambito del piano Porta Vittoria. Non è più prevista nel piano la Beic, che non è finanziata, e quindi l’area verrà lasciata a verde alla fine dei lavori. Speriamo si chiuda a breve il passaggio di proprietà e si avvii al più presto il completamento delle opere pubbliche, finalmente potremmo essere a una svolta».

La prudenza è quasi scaramantica, dopo tanti annunci sul rilancio di Porta Vittoria naufragati negli anni. Il piano urbanistico risale al 2000, il programma integrato di intervento tra Comune e Società Metropolis – con il cronoprogramma per edilizia e Beic – al 2002, ma i cantieri si bloccarono prima tra il 2007 e il 2010 e poi dal 2014 ad oggi. Il privato – non stupisce – era partito prima con la realizzazione della parte residenziale (che in effetti è quasi terminata) per metterla a reddito, completato il supermercato Esselunga, un parcheggio e l’intera rete stradale. Per evitare che la realizzazione del parco rimanga impantanato a lungo compare quindi una clausola: solo ad avvenuto completamento del parco il nuovo operatore potrà avviare la commercializzazione di un primo lotto di residenze. Un’altra area verde aperta alla città sarà realizzata in via Cervignano, su cui si affacciano gli unici appartamenti già abitati, a est di viale Molise il centro sportivo con gli oneri di urbanizzazione. Il progetto approvato dal Municipio 4 prevede aree destinate al gioco libero per diverse fasce di età (3-6, 6-10), un’area per il relax, una er il book crossing, grandi sculture a forma di «lettera», giardini sensoriali, aree tematiche di diversa natura e una «duna» che separi l’area verde dal traffico di via Monte Ortigara.

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Ripartono i lavori a Porta Vittoria: nascerà un parco pubblico di 30 mila metri quadrati

CHIARA BALDI la stampa.it 18.7.18

(Foto postata su Facebook da Maran)

Riprenderanno a breve i lavori nell’area di Porta Vittoria, area abbandonata e lasciata all’incuria per anni, da quando l’immobiliarista Danilo Coppola, proprietario, è fallito. Nel futuro di Porta Vittoria ci sarà un grande parco pubblico di 30 mila metri quadrati tra viale Umbria, via Monte Ortigara e via Cervignano. In una nota del Comune di Milano si legge che i tre curatori fallimentari – Coppola è stato condannato a sei anni in primo grado – hanno incaricato l’impresa di avviare i lavori per la ripresa della bonifica preliminare alla creazione del nuovo parco. Nel frattempo, il Tribunale di Milano dovrà formalizzare il trasferimento del complesso immobiliare al Progetto Vittoria Real Estate S.p.A., riferibile a York Capital. 

Soddisfatto l’assessore all’Urbanistica del Comune Pierfrancesco Maran, che in un post sulla sua pagina Facebook ha scritto: «Dopo anni in cui, a causa delle note controversie giudiziarie che hanno riguardato la precedente proprietà, l’area è rimasta in uno stato di abbandono e incuria, finalmente potremmo essere a una svolta. Speriamo che si chiuda a breve il passaggio di proprietà e si avvii al più presto il completamento delle opere pubbliche». Oltre al parco di 30 mila metri quadrati – dopo necessaria bonifica – saranno realizzati, oltre viale Molise, anche degli impianti sportivi. Salta invece il progetto della Beic – la biblioteca europea – che non è stata finanziata: «L’area verrà lasciata a verde fino alla fine dei lavori». La biblioteca era stato un sogno nato con il sindaco di centrodestra Gabriele Albertini, che era poi proseguito con i suoi successori Letizia Moratti e Giuliano Pisapia. Ma, almeno per ora, non verrà realizzata.  

Ad oggi nell’area è stata realizzata quasi interamente la parte residenziale, è stato completato il supermercato Esselunga, un parcheggio e l’intera rete stradale. Non appena sarà formalizzata la decisione del giudice, verranno riavviate tutte le procedure perché il nuovo soggetto attuatore possa da subito realizzare il parco per la cui bonifica si stanno riavviando i lavori. Ad avvenuto completamento del parco l’operatore potrà avviare la commercializzazione di un primo lotto di residenze. Sarà inoltre realizzato un altro parco pubblico di 10 mila mq a est di via Cervignano (su cui affacciano gli unici appartamenti già abitati) e la parte a est di viale Molise, dove è prevista la realizzazione di impianti sportivi.  

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Milano. Porta Vittoria: ripartono i lavori dopo anni di stop

 

laprimapagina.it 20.7.18

Dopo anni di stop sono pronti a ripartire i lavori nell’area di Porta Vittoria. In attesa che il Tribunale di Milanoformalizzi il trasferimento del complesso immobiliare al Progetto Vittoria Real Estate S.p.A., riferibile a York Capital, come indicato dai tre Curatori Fallimentari, questi ultimi hanno incaricato l’impresa di avviare i lavori per la ripresa della bonifica per realizzare il nuovo parco pubblico da 30mila mq nell’area tra viale Umbria, via Monte Ortigara e via Cervignano.

“Dopo anni in cui, a causa delle note controversie giudiziarie che hanno riguardato la precedente proprietà, l’area è rimasta in uno stato di abbandono e incuria, finalmente potremmo essere a una svolta – sottolinea l’assessore all’Urbanistica Pierfrancesco Maran – Speriamo che si chiuda a breve il passaggio di proprietà e si avvii al più presto il completamento delle opere pubbliche”. Il piano urbanistico sull’area risale al 2000, quando il Ministero dei Lavori Pubblici approvò il PRUSST “Passante Ferroviario di Porta Vittoria”. Il Programma Integrato di Intervento sottoscritto nel 2002 tra il Comune di Milano e la Società Metropolis prevedeva la realizzazione di edilizia residenziale, commerciale e terziario, e la realizzazione della Grande Biblioteca Europea di Informazione e Cultura (Beic). Fin dal principio l’intervento fu caratterizzato da diverse traversie che bloccarono i cantieri tra il 2007 e il 2010, e poi ancora, dal 2014 ad oggi.

Nel frattempo il progetto fu modificato, l’ultima variante approvata dall’Amministrazione risale al 2011. Nel 2016 la sezione fallimentare del Tribunale di Milano ha decretato il fallimento di Porta Vittoria S.p.a. L’area è stata affidata a tre Curatori Fallimentari che dallo scorso gennaio hanno avviato un’interlocuzione con Progetto Vittoria Real Estate S.p.A., riferibile a York Capital, che ha portato, nell’aprile scorso, ad un primo decreto da parte del Giudice Delegato per il Fallimento Porta Vittoria con il quale la proposta della società è stata posta all’attenzione dei creditori per una valutazione. A seguito della valutazione favorevole da parte dei creditori, il Giudice Delegato, potrà procedere all’omologa della proposta di concordato. Ad oggi è stata realizzata quasi interamente la parte residenziale, è stato completato il supermercato Esselunga, un parcheggio e l’intera rete stradale. Non appena sarà formalizzata la decisione del Giudice, verranno riavviate tutte le procedure perché il nuovo soggetto attuatore possa da subito realizzare il parco per la cui bonifica si stanno riavviando i lavori; soltanto ad avvenuto completamento del parco l’operatore potrà avviar la commercializzazione di un primo lotto di residenze. Sarà inoltre realizzato un altro parco pubblico di 10mila mq a est di via Cervignano (su cui affacciano gli unici appartamenti già abitati) e la parte a est di viale Molise, dove è prevista la realizzazione di impianti sportivi.

 

 

 

Stile Mibact

di Alessandro Fiesoli – 22 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Guida alla scrittura di un film finanziato dal ministero.

Vexata quaestio, quella dei finanziamenti. Ciò che immediatamente salta all’occhio è il problema del decretare cosa sia il piuttosto vago interesse culturale insito in un film, e poi quanto questo sia economicamente sostenibile, e ancora come scegliere se e quanto aiutare un progetto cinematografico. Questioni che ne contengono altre che a loro volta ne contengono altre e così via. Ma al fine di realizzare il nostro progetto e intascare il malloppo dal ministero le speculazioni su questi cavilli sono un sovrappiù cui facciamo volentieri a meno. Ci conviene piuttosto capire quali caratteristiche stilistiche debba possedere il nostro film, quali furbizie potremo concederci e quali errori non saranno tollerati. Occorre insomma creare in laboratorio uno stile che ci faccia riconoscere. Nel testo Il cinema di stato a cura di Marco Cucco e Giacomo Manzoli, Andrea Minuz, tra gli altri, lo definisce stile mibact, che noi ci permettiamo qui di ampliare con ulteriori consigli assai meno istituzionali. In pratica occorre sfruttare quei pregiudizi culturali che le commissioni sembrano covare rispetto alla forma e al contenuto di un film degno dl finanziamento. Seguire alla lettera le seguenti regole non garantirà il successo del film, ma ne assicurerà il gradimento presso le alte sfere, e per noi sarà più che sufficiente.

Nina, film della figlia di Fuksas, possiede la maggior parte delle caratteristiche che andremo ad elencare. Nessuno lo ha visto. L’assenza di una distribuzione degna è difatti uno dei principali problemi del cinema di stato

1) Se una delle prime regole per organizzare una sceneggiatura suggerisce di scegliere stile e toni del film, allora noi dobbiamo per prima cosa conoscere per quali di questi generi il ministero va ghiotto e quali altri mal sopporta. Bisogna per esempio evitare la commedia come la peste, e in barba a ciò che capolavori cinematografici come Sullivan’s Travels spiegano, è bene prendersi sempre sul serio senza però calcare la mano su generi troppo specifici. Si aprono allora le porte del dramma, sia da salotto che di periferia, del film storico e di quello biografico, mentre la commedia andrà necessariamente ibridata con qualche altro genere più serioso. Ricordate: meno si ride, più il film merita i soldi pubblici.

2) È bene poi tener presente che il soggetto che presentiamo non necessariamente dovrà corrispondere al film che realizzeremo. Si sono visti casi di film che del soggetto assegnatario del finanziamento avevano mantenuto solo il nome o qualche personaggio, per poi cambiare totalmente struttura narrativa. Non è un incitamento a turlupinare lo stato, ma teniamo conto che qualcuno in passato lo ha fatto senza battere ciglio. Per chi si volesse divertire, consigliamo proprio un confronto tra i soggetti presenti nel sito internet del ministero e i rispettivi lavori finiti.

3) La tematizzazione della nostra opera dovrà essere semplice e indiscutibile, del tipo “la mafia è brutta”, “il crimine non paga”, “viaggiare è bello” e via dicendo. Non importa se talvolta questa coordinata ci porterà a violare anche le più banali norme di scrittura (lo spettatore dovrebbe essere quantomeno comprensivo nei confronti dell’antagonista, pur non condividendone le azioni), l’importante è che le opposizioni siano chiare e nette. A tal proposito potrà avvantaggiarci anche l’inserimento nella trama di qualche minoranza sociale in quanto tale, ovviamente mai normalizzata e quindi collocata dalla parte dei giusti.

4) Il protagonista sarà motivato da desideri deboli, e lui per primo impiegherà dai trenta ai quaranta minuti di pellicola prima di individuare il proprio oggetto di valore, per poi eventualmente attivarsi per ottenerlo. Se maschio, questo sarà preferibilmente un professionista sulla quarantina, inspiegabilmente insoddisfatto e malinconico. Se femmina, sarà una psicologa o psichiatra, altrimenti lavorerà nel campo artistico, in modo da farci risparmiare la fatica di introdurla come personaggio dalla spiccata sensibilità: tutti i creativi sono sensibili e tutti gli psichiatri capiscono le persone. Un’eccezione ben accetta potrebbe essere quella della trentenne di famiglia benestante: in rotta con i genitori lascerà gli agi del mondo occidentale per concedersi un viaggio esotico nel terzo mondo.

5) La trama dovrà stare il più possibile alla larga dalla classica struttura in tre atti e dall’idea di un inizio, uno svolgimento e una fine. Dovrà al contrario procedere per accumulo di episodi autoconclusivi, la cui somma dovrebbe restituire allo spettatore l’identità profonda del film.

6) È fondamentale il grado di autorialità vera o presunta che riusciremo a conferire al progetto. Dovremo allora già pensare a come realizzare inquadrature più lunghe della media, a inserirci dialoghi bisbigliati e poche informazioni espositive nell’unità di tempo. Questo ci permetterà da un lato di annoiare lo spettatore – requisito minimo per una parvenza di autorialità – e dall’altro di realizzare sequenze oniriche sempre d’effetto. In questo senso può essere d’aiuto girare all’EUR per sfruttarne la rigorosa urbanistica, perché si sa che la simmetria è sinonimo di talento registico.

7) Chi non avesse voglia di mettersi a scrivere un soggetto originale, potrà sempre ricorrere alla trasposizione di un romanzo di qualche ex politico, ex comunista, ex documentarista ed ex volontario in Africa.

8) Non ci dovrà spaventare l’idea di curare in modo preciso il montaggio, la fotografia o altro. Il nostro film passerà soltanto dopo le 23:00 in tv e tanto basterà per non farlo sfigurare accanto alle fiction.

9) A questo punto buona parte del lavoro sarà fatta. Basterà attendere i soldi che ci spettano e trovare il restante un po’ da un produttore, un po’ da aziende esterne alla produzione cinematografica e un po’ dal conto bancario del babbo. Faremo il nostro film da esordienti, nessuno lo vedrà ma probabilmente parteciperemo a qualche festival vincendo pure un premio. Dopodiché inizieremo a lavorare sul film successivo.

Alcuni film chiedono soltanto il riconoscimento di opera di interesse pubblico, senza la richiesta del finanziamento, altri riescono invece a combinare finanziamento pubblico e iniziativa privata. Accade spesso per pellicole di registi affermati, il cui nome è divenuto marchio che attira da solo tali investimenti. Il meraviglioso “Racconto dei racconti” ne è un esempio

Al netto dei giochi canzonatori che lasciano il tempo che trovano, è innegabile che ci siano delle deformazioni serie nel sistema di finanziamento pubblico. È altrettanto vero però che da qui a buttare il bambino con l’acqua sporca ce ne corre, ché la storia dello Stato che arretra per lasciare spazio ad altri “attori” non ci piace nemmeno nella finzione cinematografica. Prima allora di rimpiangere questo sistema problematico, da profani, l’unica soluzione che ci viene di proporre è quella di provare a prendere coscienza della natura tanto commerciale quanto artistica del cinema, aiutando quindi non solo le meritevoli nicchie di pregio estetico ma anche quelle produzioni che giocano – con tutti i limiti del caso – sullo stesso terreno dei rivali internazionali più “commerciali”. Non saranno eccezioni culturali, ma forse si avvicinerebbero al concetto di interesse pubblico più di quanto si possa immaginare. Quando lo si è fatto, vedi il caso Smetto quando voglio, i risultati sono arrivati su tutti i fronti, senza per questo voler negare sacrosanti aiuti a film meno fortunati al botteghino ma di pregio indiscutibile.

Ecco che, infine, dopo aver intrapreso la nostra comoda carriera di cineasti di stato a suon di film invisibili, ci verrà riconosciuto lo status di maestro, in forza del quale avremo la possibilità di pontificare e il dovere di proporre soluzioni, per lo meno dalla parte dei realizzatori, per un sistema da salvaguardare e allo stesso tempo da correggere pesantemente. Alcune delle questioni cruciali possono essere prese a prestito proprio dal testo sul cinema di stato citato in precedenza.

Nel volume si approfondiscono anche le origini del finanziamento pubblico, a partire dall’avventura fallimentare e semi-truffaldina del consorzio UCI nei primi del ‘900, passando per gli interventi a pioggia varati da Mussolini

Ha ancora ragione d’esistere un finanziamento pubblico? Certamente sì, almeno secondo noi. Basti tener presente che per chi produce in Italia il rischio d’opera corrisponde spesso al rischio d’impresa: se infatti in mercati enormi come quello statunitense rientra nella norma la produzione in perdita – grazie al successo di pochi ma redditizi blockbuster – in casa nostra ogni pellicola ha il potere di decretare il successo o la morte di una casa di produzione. In questo senso il finanziamento pubblico consente a molti cineasti, talvolta esordienti, di andare in sala con prodotti realmente meritevoli su cui nessun privato avrebbe mai investito. Un problema può sorgere laddove il produttore si impegni in pellicole di scarso valore ben conscio del fatto che a rimetterci saranno i conti pubblici e non i suoi, ma è solo una delle mille storture del sistema. Il punto fermo è che il risultato di un film finanziato dallo stato non si possa calcolare al botteghino, bensì sulla base di quanto venga considerato benefico per il pubblico. Solo per citare l’esempio che ci sta più a cuore, grazie a questo meccanismo e a quello dei film commision abbiamo per esempio potuto vedere in sala gli ultimi lavori del compianto Ermanno Olmi e documentari che notoriamente il grande pubblico non ama. Non è poco.

È sostenibile? No, perché la maggior parte dei suddetti film non attrae nessuno. Come detto, la sostenibilità non dovrebbe essere il criterio con cui lo stato sceglie i film da finanziare, ma è qui che si inserisce la questione del cosiddetto interesse culturale: la pellicola potrà anche incarnare l’essenza della cultura elevata, ma se nessuno la vede quei valori non si diffondono, anzi: tanto più si ha l’impressione che il film voglia insegnarci qualcosa, quanto più lo respingeremo da spettatori. Accade che il cittadino che lo ha finanziato di tasca propria si fiondi allora nella sala accanto a guardare quello prodotto della major americana, alimentando altre economie e lasciando a secco la nostra. Nel 2004 scoppiò il bubbone: nessuno riusciva a restituire nemmeno una piccola parte dei soldi prestati, le risorse si prosciugarono e si intervenne con gli ottanta milioni di emergenza del decreto salva cinema. Qualche toppa nel tempo è stata messa. Si è per esempio inserita la dicitura di impresa meritevole, ad indicare quei film che davano garanzie sulla restituzione del finanziamento, si è introdotto il product placement – peraltro sempre esistito in forme più o meno clandestine – il tax credit e altri tecnicismi che hanno portato ad un complessivo aumento dei film finanziati ma ad una parallela diminuzione degli importi. Si finanziano dunque sempre più film con sempre meno soldi.

Chi è che decide se un film è meritevole e di interesse pubblico? Dipende dalle leggi, anche se il principio fondamentale dovrebbe essere quello dell’eccezione culturale, concetto denso che meriterebbe altri approfondimenti. Il decreto attualmente in vigore prevede un reference system che ha il merito di eliminare il problema del giudizio arbitrario di una commissione e il limite di assegnare un punteggio automatico che causa altre storture. Una riguarda il personale coinvolto. Se nel cast si inseriscono attori che in passato hanno già recitato in film di stato, allora si otterrà un punteggio maggiore di chi propone attori esordienti, alimentando un circolo vizioso senza fine. Stesso discorso per sceneggiatori e direttori della fotografia, che portano punti in base anche ai premi ricevuti in carriera, quindi indirettamente punti assegnati da quelle giurie che si volevano eliminare con la nuova legge. In un tale meccanismo, gli attori coinvolti tendenzialmente lavoreranno sempre di più, gli altri sempre meno. A ciò va aggiunto che il punteggio viene assegnato in base al soggetto, non a qualche sequenza che lasci intravedere il potenziale della pellicola. È come giudicare la bontà di un piatto di minestra soltanto dalla ricetta, senza nemmeno assaggiarla.

In un’intervista recente il regista De Paolis (“Cuori puri”) ha proposto come altri prima di lui una valutazione non del soggetto del film ma di una breve sequenza. In questo modo il risultato finale sarebbe quantomeno intravisto

Conosciamo ora i lineamenti stilistici e di contenuto che il nostro soggetto deve avere, sappiamo di poter e dover ricorrere anche a sistemi di finanziamento alternativi, ci siamo fatti un’idea dei pregi e dei limiti del meccanismo. A seconda delle nostre ambizioni, siamo dunque pronti tanto per farci assumere direttamente dallo stato e realizzare ciò che lui ci chiede – prospettiva iperbolica che chi scrive auspicherebbe rispetto al via di mezzo attuale, che vede il ministero più come un ente fesso che come istituzione rigorosa – quanto per sfruttare l’occasione per farci conoscere al grande pubblico e poi spiccare il volo senza più far ricorso ai soldi pubblici.