Stile Mibact

di Alessandro Fiesoli – 22 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Guida alla scrittura di un film finanziato dal ministero.

Vexata quaestio, quella dei finanziamenti. Ciò che immediatamente salta all’occhio è il problema del decretare cosa sia il piuttosto vago interesse culturale insito in un film, e poi quanto questo sia economicamente sostenibile, e ancora come scegliere se e quanto aiutare un progetto cinematografico. Questioni che ne contengono altre che a loro volta ne contengono altre e così via. Ma al fine di realizzare il nostro progetto e intascare il malloppo dal ministero le speculazioni su questi cavilli sono un sovrappiù cui facciamo volentieri a meno. Ci conviene piuttosto capire quali caratteristiche stilistiche debba possedere il nostro film, quali furbizie potremo concederci e quali errori non saranno tollerati. Occorre insomma creare in laboratorio uno stile che ci faccia riconoscere. Nel testo Il cinema di stato a cura di Marco Cucco e Giacomo Manzoli, Andrea Minuz, tra gli altri, lo definisce stile mibact, che noi ci permettiamo qui di ampliare con ulteriori consigli assai meno istituzionali. In pratica occorre sfruttare quei pregiudizi culturali che le commissioni sembrano covare rispetto alla forma e al contenuto di un film degno dl finanziamento. Seguire alla lettera le seguenti regole non garantirà il successo del film, ma ne assicurerà il gradimento presso le alte sfere, e per noi sarà più che sufficiente.

Nina, film della figlia di Fuksas, possiede la maggior parte delle caratteristiche che andremo ad elencare. Nessuno lo ha visto. L’assenza di una distribuzione degna è difatti uno dei principali problemi del cinema di stato

1) Se una delle prime regole per organizzare una sceneggiatura suggerisce di scegliere stile e toni del film, allora noi dobbiamo per prima cosa conoscere per quali di questi generi il ministero va ghiotto e quali altri mal sopporta. Bisogna per esempio evitare la commedia come la peste, e in barba a ciò che capolavori cinematografici come Sullivan’s Travels spiegano, è bene prendersi sempre sul serio senza però calcare la mano su generi troppo specifici. Si aprono allora le porte del dramma, sia da salotto che di periferia, del film storico e di quello biografico, mentre la commedia andrà necessariamente ibridata con qualche altro genere più serioso. Ricordate: meno si ride, più il film merita i soldi pubblici.

2) È bene poi tener presente che il soggetto che presentiamo non necessariamente dovrà corrispondere al film che realizzeremo. Si sono visti casi di film che del soggetto assegnatario del finanziamento avevano mantenuto solo il nome o qualche personaggio, per poi cambiare totalmente struttura narrativa. Non è un incitamento a turlupinare lo stato, ma teniamo conto che qualcuno in passato lo ha fatto senza battere ciglio. Per chi si volesse divertire, consigliamo proprio un confronto tra i soggetti presenti nel sito internet del ministero e i rispettivi lavori finiti.

3) La tematizzazione della nostra opera dovrà essere semplice e indiscutibile, del tipo “la mafia è brutta”, “il crimine non paga”, “viaggiare è bello” e via dicendo. Non importa se talvolta questa coordinata ci porterà a violare anche le più banali norme di scrittura (lo spettatore dovrebbe essere quantomeno comprensivo nei confronti dell’antagonista, pur non condividendone le azioni), l’importante è che le opposizioni siano chiare e nette. A tal proposito potrà avvantaggiarci anche l’inserimento nella trama di qualche minoranza sociale in quanto tale, ovviamente mai normalizzata e quindi collocata dalla parte dei giusti.

4) Il protagonista sarà motivato da desideri deboli, e lui per primo impiegherà dai trenta ai quaranta minuti di pellicola prima di individuare il proprio oggetto di valore, per poi eventualmente attivarsi per ottenerlo. Se maschio, questo sarà preferibilmente un professionista sulla quarantina, inspiegabilmente insoddisfatto e malinconico. Se femmina, sarà una psicologa o psichiatra, altrimenti lavorerà nel campo artistico, in modo da farci risparmiare la fatica di introdurla come personaggio dalla spiccata sensibilità: tutti i creativi sono sensibili e tutti gli psichiatri capiscono le persone. Un’eccezione ben accetta potrebbe essere quella della trentenne di famiglia benestante: in rotta con i genitori lascerà gli agi del mondo occidentale per concedersi un viaggio esotico nel terzo mondo.

5) La trama dovrà stare il più possibile alla larga dalla classica struttura in tre atti e dall’idea di un inizio, uno svolgimento e una fine. Dovrà al contrario procedere per accumulo di episodi autoconclusivi, la cui somma dovrebbe restituire allo spettatore l’identità profonda del film.

6) È fondamentale il grado di autorialità vera o presunta che riusciremo a conferire al progetto. Dovremo allora già pensare a come realizzare inquadrature più lunghe della media, a inserirci dialoghi bisbigliati e poche informazioni espositive nell’unità di tempo. Questo ci permetterà da un lato di annoiare lo spettatore – requisito minimo per una parvenza di autorialità – e dall’altro di realizzare sequenze oniriche sempre d’effetto. In questo senso può essere d’aiuto girare all’EUR per sfruttarne la rigorosa urbanistica, perché si sa che la simmetria è sinonimo di talento registico.

7) Chi non avesse voglia di mettersi a scrivere un soggetto originale, potrà sempre ricorrere alla trasposizione di un romanzo di qualche ex politico, ex comunista, ex documentarista ed ex volontario in Africa.

8) Non ci dovrà spaventare l’idea di curare in modo preciso il montaggio, la fotografia o altro. Il nostro film passerà soltanto dopo le 23:00 in tv e tanto basterà per non farlo sfigurare accanto alle fiction.

9) A questo punto buona parte del lavoro sarà fatta. Basterà attendere i soldi che ci spettano e trovare il restante un po’ da un produttore, un po’ da aziende esterne alla produzione cinematografica e un po’ dal conto bancario del babbo. Faremo il nostro film da esordienti, nessuno lo vedrà ma probabilmente parteciperemo a qualche festival vincendo pure un premio. Dopodiché inizieremo a lavorare sul film successivo.

Alcuni film chiedono soltanto il riconoscimento di opera di interesse pubblico, senza la richiesta del finanziamento, altri riescono invece a combinare finanziamento pubblico e iniziativa privata. Accade spesso per pellicole di registi affermati, il cui nome è divenuto marchio che attira da solo tali investimenti. Il meraviglioso “Racconto dei racconti” ne è un esempio

Al netto dei giochi canzonatori che lasciano il tempo che trovano, è innegabile che ci siano delle deformazioni serie nel sistema di finanziamento pubblico. È altrettanto vero però che da qui a buttare il bambino con l’acqua sporca ce ne corre, ché la storia dello Stato che arretra per lasciare spazio ad altri “attori” non ci piace nemmeno nella finzione cinematografica. Prima allora di rimpiangere questo sistema problematico, da profani, l’unica soluzione che ci viene di proporre è quella di provare a prendere coscienza della natura tanto commerciale quanto artistica del cinema, aiutando quindi non solo le meritevoli nicchie di pregio estetico ma anche quelle produzioni che giocano – con tutti i limiti del caso – sullo stesso terreno dei rivali internazionali più “commerciali”. Non saranno eccezioni culturali, ma forse si avvicinerebbero al concetto di interesse pubblico più di quanto si possa immaginare. Quando lo si è fatto, vedi il caso Smetto quando voglio, i risultati sono arrivati su tutti i fronti, senza per questo voler negare sacrosanti aiuti a film meno fortunati al botteghino ma di pregio indiscutibile.

Ecco che, infine, dopo aver intrapreso la nostra comoda carriera di cineasti di stato a suon di film invisibili, ci verrà riconosciuto lo status di maestro, in forza del quale avremo la possibilità di pontificare e il dovere di proporre soluzioni, per lo meno dalla parte dei realizzatori, per un sistema da salvaguardare e allo stesso tempo da correggere pesantemente. Alcune delle questioni cruciali possono essere prese a prestito proprio dal testo sul cinema di stato citato in precedenza.

Nel volume si approfondiscono anche le origini del finanziamento pubblico, a partire dall’avventura fallimentare e semi-truffaldina del consorzio UCI nei primi del ‘900, passando per gli interventi a pioggia varati da Mussolini

Ha ancora ragione d’esistere un finanziamento pubblico? Certamente sì, almeno secondo noi. Basti tener presente che per chi produce in Italia il rischio d’opera corrisponde spesso al rischio d’impresa: se infatti in mercati enormi come quello statunitense rientra nella norma la produzione in perdita – grazie al successo di pochi ma redditizi blockbuster – in casa nostra ogni pellicola ha il potere di decretare il successo o la morte di una casa di produzione. In questo senso il finanziamento pubblico consente a molti cineasti, talvolta esordienti, di andare in sala con prodotti realmente meritevoli su cui nessun privato avrebbe mai investito. Un problema può sorgere laddove il produttore si impegni in pellicole di scarso valore ben conscio del fatto che a rimetterci saranno i conti pubblici e non i suoi, ma è solo una delle mille storture del sistema. Il punto fermo è che il risultato di un film finanziato dallo stato non si possa calcolare al botteghino, bensì sulla base di quanto venga considerato benefico per il pubblico. Solo per citare l’esempio che ci sta più a cuore, grazie a questo meccanismo e a quello dei film commision abbiamo per esempio potuto vedere in sala gli ultimi lavori del compianto Ermanno Olmi e documentari che notoriamente il grande pubblico non ama. Non è poco.

È sostenibile? No, perché la maggior parte dei suddetti film non attrae nessuno. Come detto, la sostenibilità non dovrebbe essere il criterio con cui lo stato sceglie i film da finanziare, ma è qui che si inserisce la questione del cosiddetto interesse culturale: la pellicola potrà anche incarnare l’essenza della cultura elevata, ma se nessuno la vede quei valori non si diffondono, anzi: tanto più si ha l’impressione che il film voglia insegnarci qualcosa, quanto più lo respingeremo da spettatori. Accade che il cittadino che lo ha finanziato di tasca propria si fiondi allora nella sala accanto a guardare quello prodotto della major americana, alimentando altre economie e lasciando a secco la nostra. Nel 2004 scoppiò il bubbone: nessuno riusciva a restituire nemmeno una piccola parte dei soldi prestati, le risorse si prosciugarono e si intervenne con gli ottanta milioni di emergenza del decreto salva cinema. Qualche toppa nel tempo è stata messa. Si è per esempio inserita la dicitura di impresa meritevole, ad indicare quei film che davano garanzie sulla restituzione del finanziamento, si è introdotto il product placement – peraltro sempre esistito in forme più o meno clandestine – il tax credit e altri tecnicismi che hanno portato ad un complessivo aumento dei film finanziati ma ad una parallela diminuzione degli importi. Si finanziano dunque sempre più film con sempre meno soldi.

Chi è che decide se un film è meritevole e di interesse pubblico? Dipende dalle leggi, anche se il principio fondamentale dovrebbe essere quello dell’eccezione culturale, concetto denso che meriterebbe altri approfondimenti. Il decreto attualmente in vigore prevede un reference system che ha il merito di eliminare il problema del giudizio arbitrario di una commissione e il limite di assegnare un punteggio automatico che causa altre storture. Una riguarda il personale coinvolto. Se nel cast si inseriscono attori che in passato hanno già recitato in film di stato, allora si otterrà un punteggio maggiore di chi propone attori esordienti, alimentando un circolo vizioso senza fine. Stesso discorso per sceneggiatori e direttori della fotografia, che portano punti in base anche ai premi ricevuti in carriera, quindi indirettamente punti assegnati da quelle giurie che si volevano eliminare con la nuova legge. In un tale meccanismo, gli attori coinvolti tendenzialmente lavoreranno sempre di più, gli altri sempre meno. A ciò va aggiunto che il punteggio viene assegnato in base al soggetto, non a qualche sequenza che lasci intravedere il potenziale della pellicola. È come giudicare la bontà di un piatto di minestra soltanto dalla ricetta, senza nemmeno assaggiarla.

In un’intervista recente il regista De Paolis (“Cuori puri”) ha proposto come altri prima di lui una valutazione non del soggetto del film ma di una breve sequenza. In questo modo il risultato finale sarebbe quantomeno intravisto

Conosciamo ora i lineamenti stilistici e di contenuto che il nostro soggetto deve avere, sappiamo di poter e dover ricorrere anche a sistemi di finanziamento alternativi, ci siamo fatti un’idea dei pregi e dei limiti del meccanismo. A seconda delle nostre ambizioni, siamo dunque pronti tanto per farci assumere direttamente dallo stato e realizzare ciò che lui ci chiede – prospettiva iperbolica che chi scrive auspicherebbe rispetto al via di mezzo attuale, che vede il ministero più come un ente fesso che come istituzione rigorosa – quanto per sfruttare l’occasione per farci conoscere al grande pubblico e poi spiccare il volo senza più far ricorso ai soldi pubblici.