La crisi del “macronismo” e il declino delle élites politiche della UE

Giacomo Marchetti contropiano.org 23.7.18

L’Imperatore è ebbro dei suoi vent’anni d’orgia!

S’era detto: “Io spegnerò la Libertà,

ma delicatamente, come una candela!”

La libertà è risorta! Lui si sente stroncato

Rimbaud, Cesareo Furore

La crisi del “macronismo” è un dato del tutto rilevante non solo per la sfera della rappresentanza politica dell’Esagono, ma approfondisce il processo di delegittimazione delle élites politiche continentali.

Queste ultime avevano trovato nel leader di “En Marche” un campione del rilancio del progetto politico dell’UE ed una possibile chance di riconfigurazione della rappresentanza politica di questa tendenza, dotata di una nuova narrazione efficace in termini di capacità di catturare un ampio consenso, scompaginando le carte della geografia politica d’oltralpe e offrendo un modello di “ripensamento” della forma di un organizzazione politica esportabile fuori dai perimetri francesi.

L’affaire Alexandre Bennalla, di cui tratteremo più avanti, non è che l’ultima tappa del declino di Macron, che in meno di un anno si è “bruciato” il consenso che aveva portato al suo exploit e a quello del suo movimento, prima con le elezioni presidenziali e poi con le legislative.

La performance elettorale macroniana era stata un vero e proprio tsunami, anche per il ristretto margine temporale intercorso tra il “lancio” del suo movimento: il 6 aprile 2016, l’annuncio di partecipazione alle elezioni presidenziali: il 16 novembre 2016, e l’affermazione al secondo turno delle presidenziali il 7 maggio contro Marie Le Pen, dopo avere ottenuto nel primo turno il 24% dei consensi contro il 21,3% della leader del FN.

Al di là dell’elevato tasso di astensionismo, superiore al 50% del secondo turno delle legislative di giugno, vi era stata la tenuta dell’”offerta politica” macroniana che gli aveva permesso di avere una solida maggioranza, rafforzata dagli alleati di MoDem.

Un dato che non va sottovalutato è il rapido avanzare della convinzione – a livello di sondaggi dei suoi sostenitori – rispetto all’opzione del voto nei suoi confronti, durante tutta la prima parte dell’anno scorso: a febbraio meno della metà si definiva certa di votare per lui, percentuale che sarebbe poi salita solo oltre la soglia dei due terzi ad Aprile.

La rivoluzione macroniana – “Rivoluzione” era per l’appunto il titolo del suo stesso manifesto politico – nelle fondamenta ideologiche del suo programma era un rivisitazione delle politiche neo-liberiste intraprese sia dalla social-democrazia tedesca che dal New Labour britannico, confezionata con una auto-narrazione secondo la quale En Marche “non è di destra, né di sinistra, ma sia di destra che di sinistra. Perché dobbiamo unire tutte le forze positive attorno a un progetto comune”, come aveva dichiarato lo stesso Macron il 21 aprile del 2016, a circa due settimane dal lancio ufficiale del movimento.

Come ha giustamente fatto notare Jocelyn Evans, nel suo saggio scritto per uno studio dell’Istituto Cattaneo (Macron e il movimento En Marche!), “mentre si presentava come base per una rivoluzione democratica, i punti principali del programma di Macron erano ben lungi dall’essere rivoluzionari, ancorati come sono alle fondamenta ideologiche della terza via di Tony Blair, o all’Agenda 2010 di Gerhard Schröder e ancora alle riforme Hartz dei primi anni 2000 sul lavoro e i sussidi di disoccupazione – paralleli che non erano sfuggiti né all’ex-premier britannico né a quello tedesco, tanto più che entrambi hanno espresso il proprio sostegno per Macron durante la campagna per le presidenziali”.

Coeva a questo, vi era dichiaratamente nei piani macroniani una riforma istituzionale tesa a ridurre il peso del parlamento nel contro-bilanciare le scelte presidenziali, con una verticale del potere che accentrava sulla sua figura una maggiore capacità decisionale ed un parlamento, con un terzo in meno di deputati, il cui potere avrebbe dovuto essere quello di registrare le decisioni prese all’Eliseo, svuotando di fatto le istanze della stessa democrazia rappresentativa e stabilendo una sorta di “monarchia presidenziale”.

A questi punti esplicitati del suo programma, che si inserivano nella rivendicazione di un ruolo di maggiore protagonista della Francia sullo scenario internazionale ed un rilancio dell’asse franco-tedesco come motore di una accelerazione del progetto di integrazione europea, in grado di fare divenire l’UE un attore politico globale, si è aggiunta la trasformazione della legge sul diritto d’asilo e l’emigrazione, che di fatto ha notevolmente ridotto le distanze su questa materia tra Macron e i leader dell’est Europa che hanno costruito l’ultima fase della propria carriera politica in quanto imprenditori del razzismo.

Se fino ad ora i corpi intermedi, insieme all’opposizione, nonostante i differenti “fronti” aperti e le convergenze politico-sociali create, non sono riusciti a modificare i piani di Macron e di LREM, con le proprie mobilitazioni hanno contribuito a far drasticamente diminuire il consenso di colui che ormai viene percepito come “il presidente dei ricchi”.

Dopo il ridimensionamento dei suoi piani sul lato del “rilancio” della UE, dovuti ai difficili equilibri politici tedeschi, e la sua netta battuta d’arresto sulla possibilità di bissare lo scompaginamento delle carte negli attori politici continentali a livello di elezioni europee, e con un drastico calo di consensi all’interno, le rivelazioni del giornale Le Monde del 18 luglio – sull’operato di Alexandre Benalla durante la manifestazione del Primo Maggio a Parigi – ha generato la prima vera crisi interna che coinvolge, e rischia di travolgere anche il suo ministro dell’interno Gerard Collomb.

Il “capo” della sua sicurezza privata, insieme a Vincent Crase, si sono resi protagonisti di un vero e proprio pestaggio nei confronti di un manifestante in piazza Contrescarpe il Primo Maggio a Parigi.

Alexandre Benalla, un collaborateur de Macron filmé en train de violenter des manifestants

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Il video inchioda i due, che di fatto svolgono la funzione di infiltrati, senza che possano giustificare la loro presenza ed il loro operato, ben al di là della funzione di osservatori che gli sarebbe stata attribuita e con cui alcune autorità hanno cercato di giustificare la loro presenza. La catena di comando che fa capo a Macron sembra con ogni probabilità avere “coperto” il loro operato, senza che la loro funzione possa essere inquadrata in alcun modo in alcuna cornice giuridica pertinente all’ordine pubblico.

Non si tratta di un semplice caso di “violenza poliziesca” che comunque miete costantemente vittime tra i giovani dei quartieri popolari e si accanisce sempre più contro gli oppositori politici; né di un “banale” tentativo di insabbiamento dell’operato di una persona piuttosto misteriosa della cerchia presidenziale. E’ invece il disvelamento di una sorta di “apparato parallelo” a quelli ufficiali, con un grado assoluto di opacità rispetto al proprio operato e la propria provenienza.

Alexandre Bennalla è, sì, una specie di guardia pretoriana di Macron che nei giorni in cui non è in servizio, veste casco e giubba nera per “infiltrarsi” in un corteo, atterrare un manifestante e colpirlo, una volta a terra, con un calcio all’altezza del torace, ma di cui non si conosce precisamente altro al momento…

Come scrive Edwy Plenel su “Mediapart” in La présidence Macron face à sa part d’ombre: “Alexandre Bennalla si rivela un personaggio centrale dell’avventura presidenziale di Emmanuel Macron. Dalla campagna elettorale al Palazzo dell’Eliseo, delle altre immagini lo mostrano onnipresente e indispensabile”.

Lo scandalo attorno a “Monsieur sécurité” ha rivitalizzato l’opposizione parlamentare (sia a destra che a sinistra) e ha ottenuto la creazione di una commissione d’inchiesta, provocando un empasse notevole nel proseguimento dei lavori parlamentari dopo le rivelazioni giornalistiche, visto tra l’altro il rifiuto di una loro continuazione fin quando le più alte cariche dello stato (il Presidente e il Ministro dell’Interno) non si recheranno direttamente in Parlamento a rendere conto di una questione in cui sembrano profondamente implicati.

Il pressing dei canali d’informazione indipendenti sul “Trono di Spade” francese non sembra scemare…

Dopo la caduta del governo del Partito Popolare in Spagna, i pesanti attriti all’interno della maggioranza governativa in Germania (tra CDU e la CSU bavarese) sulla questione immigrazione, il salvataggio in extremis di Theresa May in Gran Bretagna sullo sfondo di una sempre meno probabile uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo tra le due parti, la crisi attuale in Francia aggiunge un tassello importante alla sempre più manifesta incapacità di governance delle élites europee rispetto alle contraddizioni da loro stesse prodotte, della breve durata delle formule politiche adottate per “ricostruire” il consenso attorno a sé e al proprio programma.

L’affermazione dell’instabilità politica permanente dal punto di vista istituzionale sembra l’ unico orizzonte realistico di questa fase politica.

92 centesimi (due giorni da Accattone)

Ilblogdialceste.blogspot.com 23.7.18

Roma, 23 luglio 2018

Meglio e peggio. Si stava meglio quando si stava peggio? Ecco l’ordine di premiazione del concorso Miss Italia 1947:

1. Lucia Borloni alias Lucia Bosè

2. Gianna Maria Canale

3. Luigia “Gina” Lollobrigida

4. Eleonora Rossi Drago

Nelle posizioni di rincalzo, tra il pulviscolo delle belle concorrenti, Silvana Mangano.

La fine della guerra, l’attesa per il nuovo: l’olivo italiano, reso stento dal buio delle privazioni, riceve nuova luce; le fronde si moltiplicano, vecchie foglie, ingiallite, si staccano, le radici affondano nell’humus ingrassato dalla speranza. Signori compunti, pantaloni con la riga perfetta, cravatte e giacche in buon ordine, si acconciano a tale festa della rinascita: le ragazze italiane, la cui pudicizia tiene a freno la pur timida esuberanza, dagli occhi limpidi, un po’ spaesate, son certe di un avvenire che, inevitabilmente, prima o poi, arriverà: come potrebbe essere altrimenti, dopo i morti, le distruzioni, le umiliazioni? La vita, interrotta, riprende; ciò che venne represso e costretto ritrova la via sua naturale. “The force that through the green fuse drives the flower/drives my green age“, canta Dylan Thomas.

Miss 2019. Ora leggo che una delle partecipanti alla prossima edizione di Miss Italia sarà una disabile: sfilerà con un arto finto. Ancora la propaganda, invasiva, totalizzante. Il trionfo del disabile, il piagnisteo, noi siamo i buoni, viva i diversi. Mai si era assistito a una così ripugnante opera di depistaggio morale. Il potere usa stavolta il pietismo e le minoranze per annientare la morale della normalità. Il normale è il diverso, il diverso è la normalità da premiare. Annichilire ciò che è sempre stato giusto, corretto, abituale tramite l’empatia indotta per ciò che è altro, capriccioso, informe, eccentrico, contro il buon senso e la tradizione.

In tale vicenda vi sono tre vittime: l’antico ordine estetico e morale; chi viene usato per imporre la trasgressione e l’inversione (la disabile) e, per ultimo, la sincera pietà per i più sfortunati che, presa in giro in maniera così sfacciata, rischia di mutarsi nel suo opposto.

Va detto, infatti, ancora e ancora, con rinnovata forza: il potere se ne frega dei disabili e dei diversi: la vita quotidiana urla questo tutti i giorni. E però gli torna utile usare la lacrima per distruggere ogni ordine pregresso. La sinistra diffusa, un allucinante cretinismo di massa, sono lì a fare da fiancheggiatori a tale manovra disgustosa.

Chupa Chups. Una nota attrice spedisce un proprio famiglio ad acquistare Chupa Chups alla marijuana per i nipoti: “Così si abituano al gusto“, commenta, rivolta agli increduli.

Pecorino? Giammai. Una giovane coppia di fidanzati gay ordina una pasta alla carbonara presso un ristorante romano; la richiesta è accompagnata da una precisa precisazione: niente pecorino! Il cameriere, che si guadagna la stozza, a luglio, camminando avanti e indietro fra le roventi cucine del disagio occupazionale e una clientela spesso volgare e unticcia, si bendispone alla richiesta; segue la pappatoria dei due; al termine della ruminazione, senza pecorino, il proletario reca lo scontrino: su di esso, sfuggito a un registratore di cassa omofobo, appare vergato il “Mane, Tekel, Fares” del peccato postideologico par excellence: l’Offesa: “no pecorino sì frocio“. Froci, addirittura. Questo non è il ristorante “Da Bruno agli Incivili” in cui il commissario Auricchio/Lino Banfi viene accolto dal refrain cult: “E benvenuti a ‘sti frocioni/grandi grossi e capoccioni/e tu che sei un po‘ frì frì/dimme un po‘ che c’hai da dì’ …“. La minuscola goliardata ingrossa in una slavina della stupidità che coinvolge tutti, da singoli babbei di facebook alle associazioni omofile sin alle più alte cariche dell’amministrazione comunale e, ancor più su, ai consueti sfaccendati politici, di destra (la Carfagna!) e sinistra. Al rotolare del pallone di neve vittimista, gonfio di arroganza, malafede, gridolini, occhi strabuzzati e soldi di Pantalone (l’associazione “Gay Helpline“, presieduta da un tal Marrazzo, è ovviamente di derivazione pubblica), non c’è difesa: il minimo ansimo di razionalità – leggi: buon senso – viene travolto subito. La devastazione parolaia lascia sul campo l’unico fantaccino sacrificabile: il cameriere, licenziato; proprio come il vecchio domestico de Il giorno di Parini, discacciato anche lui, dopo una vita di servigi, per aver osato scalciare la “vergine cuccia“, ovvero il cagnolino della signora: “L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo/udì la sua condanna. A lui non valse/merito quadrilustre; a lui non valse/zelo d’arcani ufici …“.

Una preclare esemplificazione di cosa sono, oggi, i diritti civili e di cosa sono, oggi, i diritti materiali.

E questa differenza, plastica, la sperimenta, dopo una vita spesa al servizio delle sciocchezzuole, l’ex deputato DS Franco Grillini, storico quanto ubiquo presidente dell’Arcigay. Il suo vitalizio, ricalcolato con perfidia gialloverde, passa da euri 4725 a euri 2486. Solo 2486! Da aggiungere alla sua magra pensioncina! E come farà? Io e molti deputati e senatori saremo travolti dall’indigenza … come potrò pagare, infatti, le cure per il mio tumore … ho lavorato in Parlamento come un matto … e ora mi ritrovo con poche migliaia di spiccioli, ha affermato, pressappoco, con le lacrime al ciglio, l’ex Arcigaio. Io, per me, posso rispondere cosa è successo, a esempio, alla madre di due ragazzi disoccupati (una era cameriera), madre che ha lavorato come una matta, per la famiglia, tutta una vita, e si è ritrovata senza vitalizio e con la pensione minima: è morta. Dopo un paio di interventi, uno più rovinoso e doloroso dell’altro. Caro Grillini, ti conforto: tu, probabilmente, non morirai. Tu. Lo spero; la vita umana è un bene inestimabile. Un cinquemila al mese, tutto sommato, permette cure di buona qualità … cinquemila rappattumate da chiunque … razzista populista, omofobo … il soldo pubblico, strappato dalle tasche altrui, non ha patria e profumo … e poi moglie non ne hai di sicuro … figli nemmeno … una carbonara (senza pecorino) la troverai sempre nella comunità LGBTQIAPK (e son già partiti gli appelli! i ricorsi causidici!). Di poco (solo di poco) le tue probabilità di sopravvivenza, certo, caleranno: succede così, spero tu lo abbia capito, nella vita reale, quando la sedicente politica conculca gaiamente i diritti materiali e passa la dolce vita parlamentare a rivendicare un bel cazzo. La signora, invece, da minime probabilità è passata a zero: l’hanno tagliata e ricucita che non riusciva nemmeno a pisciare come una cristiana, ma solo per dovere, e per farsi rimborsare le cure dalla Regione. All’ultimo, ridotta a un fagottino di ossa e pelle, invocava la morte davanti ai figli, straziata dal dolore che superava persino quello, materno e indistruttibile, di non più rivederli. E sì che li ha amati! Questa è la vita quotidiana di molti italiani, resi carne da cannone, umiliati, insultati e vituperati mentre tu o altri consimili passate il tempo a discorrere di quanto è progressista (e giusto e buono) approntare una squadra di infermiere specializzate nel fare le pippe ai disabili.

Anno. Si spegne Sergio Marchionne. “Huffington Post” si conduole, senza mai precisare, tuttavia, con peritosità somma, di cosa muoia il genio svizzero dell’industria; uno che, come lo svizzero De Benedetti, tanto ha dato alla Svizzera. Al pari HP rievoca, con nostalgia huffingtonesca, le mirabili imprese imprenditoriali e finanziarie e il lato umano, umanissimo, dell’uomo perché Marchionne, ammettiamolo!, è uno che viene dalla gavetta, uno che ha lavorato duro, durissimo. Gli aneddoti fioriscono dalla penna fluente di Carlo Renda; nonché resoconti di simpatiche idiosincrasie. Come quella per la cravatta, accessorio che Sergio dismise anni fa a scapito del celebre maglioncino blu; cravatta sfoggiata, in seguito, solo in un’occasione speciale: al traguardo dei zero debiti della FCA; durante tale evento Marchionne si lasciò andare a una rivelazione: “Erano 10 anni che non la indossavo, me l’anno regalata“.

Bene, bene così, via, verso il buco nero che ci inghiottirà tutti.

Il barbiere. Sabato mattina una spesa imprevista mi riduce a secco. Mi ritrovo con novantadue centesimi in tasca. C’è il bancomat! Ma il sottoscritto, da sabato a mezzogiorno, sin all’alba del lunedì mattina, applica una sorta di Ramadan burocratico. Ogni cosa che ricordi moduli, scartoffie, transazioni, firme in calce, viene preterita. E così affronto il fine settimana al verde. Residui di vettovaglie, benzina per circa settanta chilometri. E sia!

Il sabato lo passo a telefonare e ascoltare musica.

La domenica esco in tarda mattinata. Il sole è già impietoso.

Decido di prendere l’auto e andarmene a Roma sud. Mentre apro lo sportello, riconosco la sagoma del mio vecchio barbiere: di lui ne parlai qui: Storia di due barbieri. Mi ha visto? Chissà. Mi ritrovo in una impasse. Tirare via o salutarlo? Mi affido al destino. Neanche il tempo di finire il pensiero e già lui mi fissa. Mi ha riconosciuto subito. Gli faccio un cenno con la testa, lui sorride. I primi convenevoli. Come va, tutto bene. Le solite cose. Entriamo in un bar, ovviamente. Sono un po’ in ansia, coi miei novantadue centesimi in tasca. Ma lui mi toglie dalle ambasce: ti offro qualcosa, dice. Prendo un caffè freddo, lui un orzo. Dall’ultima volta che l’ho visto sembra un po’ invecchiato, invecchiato male intendo, il passo più incerto, lo sguardo meno vivo. E ne ha ben donde. La figlia si è separata, la moglie sta male. Le spese, le spese. Le delusioni. La sua attività, che gli consentiva qualche centinaio di euro mensili, era divenuta un lusso: egli, infatti, aveva a pagare più di quanto guadagnava: ghiribizzi della burocrazia per cui il lavoro, autentico, non parassitario, è sempre visto con sospetto; o come mammella bovina da spremere in eleganti mungitoi burocratici. Oggi si barcamena fra una pensione da ottocento o poco più. Qualche volta racimola qualche decina di euro in nero poichè la vecchia clientela si affida ancora a lui. La riceve a casa, in una stanzetta fornita di toletta e specchio e della sedia anni Settanta, confortevolissima (l’ho provata mille volte), strappata alla bottega oggi silente. In quei momenti, mentre il sugo bolle in cucina, il Nostro, così ricongiunto alla prima occupazione, si sente meno inutile; parla del più e del meno; sfoga qualche frustrazione; i clienti, vecchi amici del quartiere, cresciuti con lui dal 1962, sfogano le loro, danno consigli; in fondo rendono visita a un amico più che a un artigiano; capelli e barbe sono tirati a lucido, a poco prezzo. Egli vive questo come un conforto e con un pizzico di ansia poiché i controlli sono all’ordine del giorno: basterebbe una soffiata, solo una soffiata … e però anche quegli euro servono. Sì, il mio barbiere resiste, a settantacinque anni. Ma anche nelle sue fibre resilienti, come spesso accade, sta insinuandosi una sorta di cupio dissolvi; la certezza che ogni sforzo, pur prodigato per il meglio, equivalga a gettare acqua in un secchio sfondato frena intimamente la creatività, la voglia di fare. Conosco tale istinto. La rassegnazione che deriva dalla sicurezza di non avere futuro se non quello di un tramestio vile, un corpo a corpo con una società incolore e spietata dominata dall’utile più abietto e che nulla concede a chi cerca di vivere come ha sempre vissuto: dignitosamente.

Il bidone. Guido per circa trenta chilometri, poi lascio l’auto. Sono al Parco degli Acquedotti.

Il luogo è desolante nella sua distesa di stoppie bruciate. Intorno non si muove anima viva, persino i bar delle ultime strade sono chiusi. Meglio così, che non posso permettermeli.

I sentieri che recano ai monumenti sono polverosi e luridi. Supero l’Acquedotto Claudio e Anio, su due ordini di arcate, e mi immetto lungo via del Quadraro: di qui ecco il parco di Tor Fiscale; la torre medioevale si staglia di lontano; fra ruderi di casali, erbacce e frattoni, si arriva a uno spiazzo ben tenuto, con un ristorantino in pieno verde: senza pretese eppur ameno: alle sue spalle le arcate dell’Acquedotto Felice.

Sotto tali archi viveva, sin agli anni Cinquanta, un’altra Roma. La Roma dei baraccati, che costruì proprio sotto l’opera di Papa Sisto V, abile a riadattare l’antica Aqua Marcia, le proprie trincee contro ciò che Padoa Schioppa chiamava le durezze del vivere. I poveri dell’Acquedotto Felice divennero epitome del disagio proletario delle borgate romane. Un giovane Federico Fellini, ignorato padre del miglior neorealismo, girò qui uno dei suoi primi capolavori, Il bidone. Il bidone, una storia di truffatori da quattro soldi. In una scena li si vede arrivare proprio fra i poveracci dell’Acquedotto per raggirarli con finte promesse di case popolari.

Mi aggiro con calma, camicia bianca, mani in tasca nei pantaloni scuri. Ritrovo il luogo esatto dove fu girata la sequenza, presso il vicolo dell’Acquedotto Felice: dal 1955 molto è cambiato, ma le arcate hanno il medesimo andamento; il rudere di un antico fontanile è ancora riconoscibile; infissi nel corpo dell’acquedotto possono ritrovarsi, immutati, i posatoi metallici della linea elettrica ora dismessa.

Il bidone fu giudicato uno dei film più realisti di Fellini: ciò è vero, se ci si limita alla forma esteriore. In realtà tale pellicola è la storia di un miracolo: un miracolo mancato in tal caso, a differenza de Le notti di Cabiria dove il miracolo arriva a lambire un cuore e a possederlo definitivamente.

Buonasera. Cabiria accumula soldi col lavoro di prostituta; si concede a ognuno; i risparmi le serviranno per cambiare vita, come lei dice, a togliersi dalla sua casetta abusiva nella borgata di Acilia e iniziare una nuova esistenza: magari potrà sposarsi! Questo, però, è cristianamente inaccettabile. La farina del diavolo va in crusca, recita l’antico adagio: ciò che deriva dal peccato, insomma, diverrà polvere o rinfocolerà un nuovo più grave peccato. I risparmi di Cabiria devono essere perduti o non vi sarà salvezza.

I disegni divini intervengono per vie imperscrutabili.

All’uscita d’un cinema Cabiria conosce un uomo, Oscar; sembra una brava persona; lei si fida; si instaura una parvenza di rapporto umano; un futuro, finalmente! Sì, è possibile! Cabiria vende la minuscola casa, parte con lui. Lungo il viaggio egli la reca presso un lago, ai bordi d’una pineta; la intrattiene ancora con chiacchiere, suadenti, poi i toni impercettibilmente cambiano: si rivela; mette le mani sui soldi del peccato, quindi tenta di ucciderla; qualcosa, però, lo trattiene. Fugge. Cabiria rimane con un’amarezza sconfinata: è tale scacco, tuttavia, perseguito per vie occulte, l’autentico inizio d‘una nuova esistenza. Solo a tal prezzo, ricominciare da zero, e dire no, un no che è inconfutabilmente un no, si intravede la via della salvezza. “Che il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il di più viene dal Maligno“, dichiara l’Ebreo per bocca di un altro ebreo, un mezzo usuraio. Il Cristianesimo è una disciplina dura. La parabola della fune e della cruna dell’ago è lì a testimoniarlo. Perdere ciò che si è stati, nel peccato, definitivamente: questo è rinascere in Cristo. E, infatti, la peccatrice rinasce: il prezzo della colpa è stato dilavato con un battesimo inconsapevole; non rimane che la rivelazione. Disfatta, stanchissima, Cabiria si incammina a capo chino lungo la via, con passo lento, come animata da una flebile forza latente; intanto, attorno a lei, quasi inavvertito, si forma un gruppo di giovani; festoso, di un’allegria che pare ciò che è, imbevuta nel disinteresse, un sì che è un sì; Cabiria sente di rianimarsi un poco: la sincerità dell’età verde e una musica spontanea contagiano il suo cuore semplice; dal gruppo una ragazza si volta verso di lei, sorride: “Buonasera!“; le dice, così, cordialmente, senza alcun fine. Noi sappiamo, da lettori accorti, ch’Ella è un angelo. Cabiria sorride a sua volta: è salva.

Le Notti di Cabiria ( Ultima Scena ) – Federico Fellini

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Il miracolo. Il fatto di cronaca da cui è tratto Le notti di Cabiria, l’omicidio di una prostituta a Castelgandolfo, viene mutato da Fellini, scientemente, nel punto essenziale.

Il protagonista de Il bidone, invece, rinnega la possibilità del miracolo. Di fronte a una ragazza storpia, provata da un’esistenza durissima, dolce e senza malizia (un angelo), egli cede, invece che alla carità, alle lusinghe del denaro: porta a compimento la sua truffa e sottrae proprio quei soldi che l’avrebbero guarita. Scelte. Libero arbitrio. La Grazia si allontana. Egli finirà come merita, con la schiena spezzata ai bordi della strada, le grida di dolore e aiuto inascoltate, in un contrappasso perfetto col rifiuto della parola di Dio. Tutto questo in Fellini rimane inavvertito; egli non rende mai evidente; è lo spettatore a dover comprendere l’intimo significato delle vicende. Il protagonista e lo spettatore, perciò, coincidono: entrambi sono posti di fronte a una verità, segreta; alla scelta.

Il bidone: l’angelo e la Grazia rifiutate

Vele d’un battello corsaro. Riprendo l‘auto, mi lancio lungo via Palmiro Togliatti. Scendo all’altezza del Quarticciolo, m’incammino lungo le sue vie. La regolarità dei lotti mi rassicura subito. Le strade che tagliano la borgata sono deserte, così come quelle interne dei cortili e dei giardini. Come sempre cerco di render conto a una verità che mi assale con una evidenza plastica, ma a cui non riesco a dare ragioni. Perché tali palazzi sono belli? Progettati da Roberto Nicolini (padre di Renato, il profeta dell’effimero durante le giunte comuniste fra Settanta e Ottanta) poco prima della guerra, essi furono concepiti per esclusivo uso popolare; e però ancora risaltano, a fronte delle costruzioni viciniori, molto più recenti, e irrimediabilmente brutte, per una loro intima armonia. Perché? Forse perché sotto il Fascismo vigevano ancora gli intellettuali? Cosa ritengono questi parallelepipedi giallini, di elegante, umano, rispetto all’infamia utilitaristica dei palazzinari attuali o delle impennate di sedicente e costosissima genialità delle archistar? Non saprei.

La forma? Quelle feritoie regolari nei fianchi dei palazzi, le vetrate, la regolarità ininterrotta della sagoma. O forse la concezione d’essi, umana, umanissima, abile a donare a ciascun abitante il proprio humus vitale grazie al ritaglio di giardini interni aperti a tutti, vialetti alberati, anditi, scalette d’entrata, muriccioli; persino i nettasuole convengono a intimamente arredare quel microcosmo popolare. Era benigno, assai benigno quel demiurgo, Roberto Nicolini; egli provvide solo apparentemente alla bassa utilità; in realtà tutto ciò che realizzava, dai manufatti alle architetture, rivela uno scrupolo commovente; l’uomo che progettò tali cose possedeva, infatti, ancora un‘empatia, la preoccupazione di costruire luoghi a favore di una esistenza comunitaria. Cosa, se non tale preoccupazione, ha fatto sì che nelle borgate si riservasse spazio ai quadrati di sabbia interni ai lotti per far giocare i bambini? Oppure agli stenditoi: semplici paletti di ferro, ordinati con cura, però, e una certa rigorosa regolarità, col filo che corre umilmente dall’uno all’altro. Decine di lenzuola, e panni, e tute, una volta, venivano qui appesi, fermati da semplici mollette di legno, ad asciugarsi ai refoli delle brezze più miti; nei fine settimana, quando su ciascuno gravava meno l’impegno della scuola o del lavoro; su ogni stenditoio s’intuiva una famiglia: i pantaloni più lunghi del padre, spesso una divisa, grembiuli e sottane della madre, tovaglie multicolori, candidi strofinacci, veli e fazzoletti; e poi, decrescenti per misura, i figli: canottiere, calzini, mutandine, magliette, calzoncelli, gonnelline a fiori, pannolini; rossi sbiaditi, verdi accesi, turchesi, giallo cromo s’alternavano in un guazzabuglio multicolore.

Verità. Nel primo pomeriggio, deserte le strade, un vento improvviso, a volte, rabbuiato velocemente il cielo, interveniva a musicare quei pentagrammi: ogni tanto un lenzuolo, sferzato violentemente, si gonfiava con un rumore secco, o qualche fibbia iniziava a tinnire ritmicamente contro il ferro dello stenditoio; l’aria era risucchiata dalle scale interne provocando un lamento sospiroso lungo la vertigine della prospettiva verticale; una persiana sbatteva; il grido breve d’un uccello; i popoli delle foglie cadute a terra, rinsecchite dalla calura, crocchiavano piano, recati in piccoli mulinelli.

In quei momenti, in cui l’Italia era ancora l’Italia, si era sempre sul punto di scoprire la Verità, come se, indebolito l’inganno di Maia, Essa si concedesse in un lampo: era l’intuizione di un pertugio, d‘un passaggio felice.

Distruzione. Fra i Settanta e gli Ottanta si distrusse questo; e molto altro. Il Tiburtino III, fra gli altri. Basti guardare questa immagine del Tiburtino nel 1969 e confrontarla con l’attuale discarica architettonica lì riedificata, per comprendere, finalmente, la postmodernità.

La crepuscolare bellezza del Tiburtino III. Dal film Plagio (1969)

Accattone. La magnifica contraddizione di Accattone, il primo film di Pier Paolo Pasolini: passare alla storia come una denuncia delle condizioni di vita del sottoproletariato romano del primo dopoguerra e, invece, essere molto altro (o tutt’altro). Per decenni ci è stato detto che Pasolini portò alla luce la vita miserabile delle borgate per poi, da comunista, auspicare una redenzione attraverso l’attivismo politico e precise rivendicazioni sindacali e sociali. Può darsi che questa fu la sua prima intenzione conscia; ma, sotto la pelle del suo marxismo immaginario, covava ben altro. Mao, Stalin, la Cina è vicina, la semiotica, e va bene; ma ciò ch’egli in fondo desiderava, con tutto il fuoco delle proprie viscere, era l’esatto contrario: la cristallizzazione di quel proletariato, così puro nella sua essenza anticapitalista, il “Fermati, sei bello!”: l’eternità d’esso. La colonna sonora di J. S. Bach, da La Passione secondo San Matteo, ne sanciva addirittura la sacralità. Pasolini arrivò a Roma nei primi mesi del 1950; per lui, nato a Bologna e vissuto in Friuli, la scoperta dei suburbi capitolini rappresentò una vertigine pari a quella provata dalla turista inglese di Passaggio in India. Le distese interminabili della campagna romana, brulle e cespugliose, piatte come un olio, ove l’occhio, liberato dalle costrizioni della città, poteva vagare liberamente e trovare, sepolte da fioretti e porrazzo, gli enigmatici ruderi di una civiltà sopravvissuta ai millenni (acquedotti, altari sbrecciati, chiese diroccate, ponti, casali medioevali) ne colpirono l’immaginazione, da sempre devota alla classicità; e la realtà delle borgate, che in quella campagna fiorivano, improvvise come ciuffi d’erba vetriola, e gravide di solitudine e di genti misteriose, sconvolse la sua visione della storia e della bellezza. Camminare lento lungo le vie rettilinee di Primavalle, perduta a nord di Roma, fra prati dolci e ondulati di papaveri, coi suoi lotti giallini sovrastati da un implacabile cielo cobalto, o far visita, lui intellettuale del Nord, ai poveracci dell’Acquedotto Felice, fu uno shock culturale e il principio di un innamoramento che non avrebbe mai più tradito. La plebe che qui formicolava, poi, era la stessa di Petronio e Belli, brutale, rutilante, festosa e menefreghista; assomigliava, in tal modo, alle plebi di tutto il mondo, dallo Yemen alla Siria, e godeva di regole tutte proprie, di un proprio linguaggio e di una distinta e orgogliosa etica distillata nelle viscere di un tempo immutabile. Accattone fu il tentativo di rappresentazione di queste plebi, ma solo superficialmente si indurì quale denuncia sociale; intimamente, invece, fu la confessione che il sottoproletariato bizzoso di Roma, scansafatiche, arrogante e fatalista, costituiva l’unica poetica sacca di resistenza al nuovo che avanzava, orrendo e volgare. Pasolini, insomma, si sdoppiò: la parte cosciente, marxista, comunista, politica, auspicava il progresso; la parte segreta del suo cuore, misoneista e conservatrice, desiderava ardentemente che quegli uomini e quelle donne rimanessero per sempre nella propria condizione poiché il loro modo di vivere, pur duro e spietato, era l’unica possibilità di preservarsi intatti dalla corruzione della modernità e del consumismo. Nella miseria si trovava annidata la felicità. Per questo fu definito pauperista, esteta, reazionario; per gli stessi motivi la destra antimoderna lo riscoprì negli anni Novanta, quando molotov, P38 e manganelli furono definitivamente seppelliti come asce di guerra. Innumerevoli esempi egli ci lasciò di tale verità, che condensò nella figura del cascherino (il garzone del fornaio), vitale e strafottente, libera come un passeretto, gioiosa senza sapere d’esserlo: un archetipo impersonato, a metà degli anni Settanta, in una pubblicità di crackers (i tempi cambiano!) proprio da Ninetto Davoli. Nel tempo, Pasolini arrivò addirittura a rimpiangere lo stile urbanistico delle borgate, quell’architettura fascista che aveva dapprima mosso la sua ironia, ma di cui aveva poi riconosciuto, sotto la spinta di una ineluttabile maturazione, la forza assieme realistica e metafisica, nonché la profonda empatia. I muri sbrecciati del Pigneto (oggi quartierino mezzo radical-chic e mezzo immondezzaio) che si vedono in Accattone, i cortili assolati, le scalette, persino le case minime, quelle col bagno all’esterno, erano cose fatte e pensate sì per un’umanità bassa, ma un’umanità dall’esistenza piena, normale, pur vissuta nelle difficoltà e nell’abiezione che la miseria si porta appresso. L’Italia, durante il Fascismo (e a dispetto del Fascismo), rimase davvero sempre identica a sé stessa, normale, tradizionale; e le sue case, che ospitavano uomini e donne non ancora corrotti, avevano a rispecchiare tale eterno ritorno dell’eguale, e una innocenza da tutelare contro gli assalti di un futuro odioso e allucinante. La riprova di tale intuizione è sotto gli occhi di tutti: basti confrontare la quieta malinconia dei palazzi littori di Primavalle o del Trullo con la follia psicopatica di Corviale (ideato e realizzato dalle giunte e dagli architetti del PCI); oppure, nello stesso quartiere (l’Eur) confrontare la monumentale razionalità del Colosseo Quadrato, del Palazzo dei Congressi e degli edifici di Largo Agnelli con gli orribili grattacieli in vetrocemento del dopoguerra, antesignani dell’ultimo disastro, estetico ed economico, ordito in loco dal sinistro Fuksas con la sua Nuvola miliardaria. Nel 1961, quando uscì il film, tale rovello interiore non era pienamente manifesto; in pochi anni, tuttavia, divenne evidente, e riconosciuto per tale da Pasolini stesso che ne tacque, tuttavia, le estreme conseguenze storiche e logiche: un’autocensura fatta per pudore o magari in ossequio al quieto vivere borghese, per non urtare la suscettibilità delle amicizie alte, da Alberto Moravia a Italo Calvino a Elsa Morante. Affermare, durante l’ascesa del PCI, che il Partito ormai condivideva gli stessi obiettivi liberali e consumisti della piccola borghesia democristiana e capitalista mondiale l’avrebbe portato alla riprovazione e alla dannazione (che, poi, vi fu, seppur sotterranea); solo nel 1975, a ridosso della morte, egli vuotò il sacco sino in fondo sino a prospettare, di fatto, l’uscita ideologica dal Partito Comunista. Questa contraddizione insanabile, allora scandalosa, è oggi sotto gli occhi di tutti.

Accattone 2. Senza un soldo, con la camicia appicicata alla schiena, i piedi dolenti, il sole che non concede tregua neanche ora, verso le sette, mi siedo sospirando su un muretto. Miserabile, accaldato, incarognito dalla settimana a venire, fondamentalmente senza prospettive, come è giusto che sia in una società che le ha abolite sostituendole con scadenze meschine (la partita! le vacanze!). Non si cambia mai. Capisco ora Accattone e Franco Citti, uomini senza futuro e direzioni; comprendo l’indolenza, le rimostranze vigliacche verso la moglie e l‘amante, le sbruffonate, i sotterfugi, gli abbandoni incomprensibili ai cigli della strada con la testa fra le ginocchia, i sarcasmi improvvisi, persino i gesti di generosità. Basta poco e si torna indietro … senza essere lui, però, che quella plebaglia possedeva una sua vitalità guizzante e senza indugi. Accattone! Cartagine! Bellicapelli!

92 centesimi. Eccomi a Largo Mola di Bari, davanti alla storica Madonnella.

Tiro fuori i novantadue centesimi e li impilo di fronte alla Vergine: cinquanta venti dieci dieci due.

Mo’ sto bene. Riprendo l’auto, guido lungo il Raccordo, dall’uscita 21 sin alla prima.

Il catorcio risucchia le ultime gocce di benzina e riesce a depositarmi all’entrata di casa.

Entro, mi butto sul letto e amen.

Barnard: la Chiesa è marcia, con che faccia accusa Salvini?

Giorgio Cattaneo libreidee.it 23.7.18

La Chiesa di Bergoglio si cucia la bocca prima di condannare Salvini, ipocriti. E’ facile sparare su Matteo Salvini il “razzista”, il “sorridente sui cadaveri color scuro”, perché Matteo Salvini è in effetti colpevole di ambiguità umanitaria. Primo, non ha mai preso chiare distanze dal razzismo becero e disumano a cui il suo trionfo ha dato la stura in Italia. Chi non vive sui social non immagina l’orda di bruti e soprattutto brute fasci-nazi-razzisti che dilaga là fuori al grido “Non toccate Salvini” e il porcile agghiacciante che arrivano a pronunciare su quella che è una tragedia storica. Secondo, il leader leghista si contenta di risbattere il problema là dove si è originato, e non ha neppure l’ombra di un disegno politico sistemico di cui l’Italia si faccia portavoce nel G7 per fermare gli immensi flussi (fra 12 anni 1,3 miliardi d’indiani avranno la metà dell’acqua per vivere, e dove vanno?). Questo è meno che umano nel momento in cui Salvini non dice che i migranti, soprattutto quelli economici, hanno crediti di trilioni di dollari e di centinaia di milioni di vittime verso le nostre società, perché sulle loro risorse è stato creato tutto ciò che abbiamo, e ancora accade. Sarebbe gradito che un Paolo Becchi suggerisse a Matteo Salvini di rimediare con urgenza a entrambi i punti, mentre giustamente ferma gli arrivi caotici in Italia. Ma che a crocifiggere il leghista sia la Chiesa è molto oltre l’inaccettabile.

Nel 2014 il ministro delle finanze vaticane, cardinale George Pell, disse che «abbiamo scoperto centinaia di milioni di euro nascosti in conti dimenticati di cui non avevamo rendicontazione». E questi sono solo gli spiccioli di Papa Bergoglio. Secondo l’“International Business Times”, il Vaticano gestisce strumenti d’investimento per 6 miliardi di euro; ha 700 milioni investiti sulle Borse; tiene 20 milioni di dollari in oro alla Federal Reserve in Usa. Il gioielliere Bulgari a Londra paga l’affitto alla Chiesa di Roma in uno dei palazzi meglio prezzati del mondo a New Bond Street. L’investment bank Altium Capital idem, nella prestigiosa St James’s Square. Secondo il Consiglio d’Europa il merchant banker dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Aps), Paolo Mennini, nel 2012 da solo gestiva 680 milioni di euro per i cardinali, i quali solamente dallo Ior ricevono dividendi per 60 milioni annui. I valori delle proprietà immobiliari usate per profitto commerciale e speculativo dalla Santa Sede sono impossibili da calcolare, ma ecco un’idea: il “Sole 24 Ore” ha stimato che la sola ‘agenzia immobiliare’ vaticana chiamata Apsa, diretta fino al 2016 dal cardinale Domenico Calcagno, gestisce 10 miliardi di euro in immobili commerciali (esclusi quindi chiese, canoniche, seminari, ecc.) che, si ribadisce, è solo una vaga idea del totale in mano alla Santa Sede nel mondo.

Allora, è accettabile che le “belle anime” cattoliche italiane, di cui l’innominabile catto-sinistra è pregna, si permettano di tuonare dalle pagine ad esempio di “Famiglia Cristiana” contro Salvini perché «ha mosso critiche al mondo cattolico che accoglie i migranti»? Accoglie i migranti? Ah, davvero? E come li accoglie? Con quanti denari concretamente sborsati fra i sopraccitati miliardi che tengono in speculazioni finanziarie e di Borsa? Può la Santa Sede mostrarci le cifre? In quanti immobili milionari che posseggono li hanno accolti, quanti sono stati allestiti per loro? Può la Santa Sede, che millanta di “accogliere”, fornirci le mappe? Ma con che inguardabile faccia questi ipocriti intimidiscono con l’abietta superstizione del senso di colpa il Salvini e i suoi elettori? Allora, Papa Bergoglio, prima di condannare i peccatori, veda di mettere le gabbane dei suoi preti, i miliardi delle vostre speculazioni e le migliaia di proprietà dove stanno le vostre parole. E se proprio dovete sdoganare la politica leghista sulla tragedia dei migranti come politica criminale contro gli innocenti – c he non è, perché al peggio è gretta insensibilità dettata da meschina ignoranza personale o da vere difficoltà economiche – ecco chi davvero ha fatto in epoca contemporanea una politica criminale di massa contro gli innocenti, col crocifisso al collo.

Da un mio articolo di 2 anni fa: “Nel 2012 persino Jp Morgan ha dovuto prendere le distanze dallo Ior per sospetti di riciclaggio in armi. “Vatileaks”, scatenato da Gianluigi Nuzzi, già 3 anni fa rivelava il marciume criminale delle finanza vaticana. Mentre l’adorato Papa Francesco scalava in diligente silenzio i ranghi della Chiesa in Argentina, la P2 con lo Ior e Calvi erano i maggiori canali di forniture di missili Exocet proprio alla Giunta di Buenos Aires (30.000 morti), oltre ad armare criminali di massa e torturatori in Guatemala, Perù, Ecuador e Nicaragua. E scrive Vittorio Cotesta nel libro “Global Society, Cosmopolitanism and Human Rights”: «Uno dei maggiori obiettivi di questo network (Ior ecc.)… è di sostenere i golpisti che gli Stati Uniti e il Vaticano usano per schiacciare la Teologia della Liberazione». Papa Francesco ne fu complice ideologico e, in due casi, anche fisico fino al 2013”. Sono l’ultimo a sostenere Matteo Salvini in Italia, ma odio gli ipocriti. Creano molta più sofferenza dei razzisti, perché sono loro che al temine di epoche di disgustoso finto buonismo (vero, Pd?) tradiscono i popoli sui diritti fondamentali e li spingono all’aspetto più deteriore del populismo, quello di rabbia cieca e poi infine anche disumana.

(Paolo Barnard, “La Chiesa condanna Salvini, ma con che faccia?”, dal blog di Barnard del 20 luglio 2018).

Che cosa si agita per il dopo Marchionne in Fca

i Michelangelo Colombo startmag.it 23.7.18

Il titolo che soffre in Borsa, le dimissioni di Altavilla dal gruppo e le parole di Romiti…

Non si fermano gli scossoni interni ed esterni (in Borsa) dopo l’uscita di Sergio Marchionne dal vertice Fca.

FCA IN BORSA

Oggi in Borsa il titolo della Casa automobilistica ha sofferto non poco. Ad acuire le tensioni c’è stata anche la notizia – da alcuni addetti ai lavori considerata inevitabile dopo il giro di nomine deciso per la successione a Marchionne – che Alfredo Altavilla, responsabile dell’area Emea per Fca, ha rassegnato le dimissioni dal gruppo.

LE DIMISSIONI DI ALTAVILLA

Altavilla era uno dei manager in corsa per la successone di Sergio Marchionne e ha deciso di lasciare dopo la scelta dell’azienda di Mike Manley. Recentemente è entrato nel Cda di Tim in quota Elliott, il fondo americano che ha scalzato Vivendi dal controllo del board.

LA NOTA FCA

La notizia di Altavilla è stata poi ufficializzata da Fca in una nota sottolineando che Altavilla «lascerà il gruppo per perseguire altri interessi professionali». Il gruppo, nel «ringraziare» il manager «per il contributo prestato, gli formula i migliori auguri per il proseguimento della sua carriera».

MANLEY AD INTERIM

Sarà Manley ad assumere ad interim – con effetto immediato – la carica di chief operating officer della regione Emea. Inoltre, le attività di Business development a livello globale saranno riorganizzate a riporto di Richard Palmer, chief financial officer del gruppo e responsabile Systems and castings.

CHI E’ ALTAVILLA

Ma chi è il manager che ha lasciato la Casa? Altavilla ha guidato l’ufficio di rappresentanza Fiat a Pechino e la joint venture Tofas in Turchia. E’ stato l’uomo della trattativa con Gm, testimone al fianco di Marchionne, a New York, del blitz grazie al quale l’ad ha chiuso con la casa di Detroit la put option portando a casa 2 miliardi di dollari. Anche nei negoziati per la conquista di Chrysler, Altavilla ha avuto un ruolo importante ed è stato uno dei protagonisti.

LE CRITICHE DI ROMITI

Le dimissioni di fatto polemiche di Altavilla si ricollegano alle considerazioni di Cesare Romiti critico di fatto con le scelte dell’azionista forte Exor di John Elkann. “Si parlava di Alfredo Altavilla, oggi a capo dei mercati Emea per Fca, poi la scelta è ricaduta su Manley che ha fatto di Jeep un brand di successo”, hanno chiesto all’ex top manager della Fiat. Ecco la risposta di Romiti: «Manley sarà sicuramente la scelta migliore. Ma io ci leggo un progressivo allontanamento dall’Italia. Ed è un peccato. Ci fosse ancora l’Avvocato Agnelli, e io a lui vicino, non sarebbe andata così. I tempi cambiano. Ma dispiace costatare che gli interessi degli azionisti vengano sempre anteposti a quelli del Paese. Nel lungo periodo non funziona. Inoltre Sergio Marchionne è un manager eccezionale, sarà complicatissimo —se non impossibile — sostituirlo».

Cei su Marchionne: ‘Innovative le scelte di Marchionne, ma interrogativi sulle ricadute sociali’

silenziefalsita.it 23.7.18

Andrebbe approfondito il tema della ricaduta sociale dei suoi interventi”.

Così la Cei su Marchionne.

Il monsignor Filippo Santoro, responsabile della Conferenza Episcopale Italiana sui temi del lavoro, parlando con l’AdnKronos ha affermato che quella del manager di Fca è “stata una figura che ha caratterizzato fortemente la politica industriale italiana, in particolar modo dell’ultimo decennio, dimostrando grandi capacità imprenditoriali e dinamismo nelle sue scelte spesso innovative e intelligenti”.

Santoro ha aggiunto che “è evidente che Marchionne ha creato nuovi posti di lavoro incentivando l’occupazione, ma andrebbe valutato l’impatto di partenza delle sue azioni in termini di sacrifici richiesti agli operai di diverse fabbriche: su questo specifico aspetto, qualche interrogativo resta forse ancora aperto”.

Sulla drammatica vicenda di Marchionne hanno rilasciato dichiarazioni anche il premier Giuseppe Conte e i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Conte ieri notte ha dichiarato di aver appreso “con profondo dispiacere le ultime notizie riguardanti le condizioni di Sergio Marchionne. In questo momento il mio commosso pensiero va ai suoi familiari”.

Luigi Di Maio interpellato ieri dall’ANSA si è detto addolorato dopo aver appreso “la notizia che Marchionne stia male e in un momento così difficile credo ci voglia rispetto per il dolore dei suoi familiari, dei suoi più cari amici e dei suoi collaboratori”. Di Maio ha aggiunto che le persone del suo staff “erano in contatto da qualche settimana e mi dispiace di non aver avuto modo di confrontarmi con lui sul futuro dell’auto elettrica, era una mia intenzione farlo

Il leader 5Stelle, ospite oggi a L’Aria che Tira su La7, ha criticato la “sedicente sinistra” che “ha permesso a Marchionne di fare di tutto quando era potente, adesso che invece sta su un letto in ospedale in condizioni critiche lo attaccano”.

Matteo Salvini stamane ha espresso un “messaggio di vicinanza a Marchionne e alla sua famiglia, con la certezza che l’azienda continuerà a restare in buone mani” e che “non ci saranno problemi per per futuro dell’azienda e degli operai. Nessuno avrebbe voluto una successione così traumatica, ora”.

Borsa, dopo Marchionne amaro per il gruppo Agnelli: la Ferrari peggio di tutti

Teresa Scorzoni | firstonline 23.7.18

Debutto molto difficile in Borsa (-0.87%) per la galassia Agnelli del dopo Marchionne: in profondo rosso soprattutto la Ferrari (-4,88%) ma forti perdite anche per Fca – che paga pure l’addio di Altavilla – ed Exor – In controtendenza Leonardo, Prysmian, Mediobanca ed Italgas

L’uscita di scena di Sergio Marchionne pesa su Piazza Affari, che chiude in maglia nera in Europa con un calo dello 0,87%, 21.605 punti. Piangono soprattutto i titoli del Lingotto, che lasciano sul terreno oltre due miliardi e crollano in apertura anche a Wall Street. Sul Ftse Mib il titolo peggiore è Ferrari, -4,88%, dove Marchionne sarebbe dovuto restare dopo l’addio a Fca nel 2019. Exor cede il 3,36%; Cnh -1,84%; Fca, -1,55%, recupera dai minimi di giornata, mentre S&P non cambia rating e outlook sul gruppo. I titoli della scuderia Agnelli soffrono, nel corso della seduta, la notizia ufficiosa delle dimissioni di Alfredo Altavilla, responsabile delle attività europee di Fca, bruciato in corsa ai vertici del gruppo dalla nomina di Mike Manley, mentre Franzo Grande Stevens, 90 anni, ex consigliere di Gianni Agnelli, alza il velo sulla malattia di Marchionne e in una lettera al Corriere scrive: “Come temevo da Zurigo ebbi la conferma che i suoi polmoni erano stati aggrediti e capii che era vicino alla fine”.

Si fermano sotto la parità gli altri listini europei, zavorrati da titoli come Ryanair (-6,36% a Londra), in scia ai conti trimestrali. Francoforte -0,11%; Parigi -0,37%; Madrid -0,08%; Londra -0,29%; Zurigo -0,32%.

Wall Street apre debole, impensierita soprattutto dal tema dazi. I riflettori restano accesi sul rischio escalation nella guerra commerciale, in attesa dell’incontro fra Donald Trump e il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker, mercoledì 25 luglio. Sul fronte geopoltico il presidente americano tiene viva l’attenzione con un botta e risposta da brividi con il presidente iraniano Hassan Rouhani. “Non minacciate mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze”, scrive su Twitter.

Se ne avvantaggia il petrolio, che cambia segno: Brent 73,71 dollari al barile, +0,88%. Oro di nuovo in ribasso, in area 1225 dollari l’oncia. In Borsa si resta in piena stagione trimestrali. con i conti di Alphabet e Whirlpool che arriveranno a mercati chiusi. In calo Tesla in scia alle indiscrezioni secondo cui la società ha chiesto ad alcuni fornitori la restituzione di parte dei pagamenti ricevuti per aiutare il gruppo a essere profittevole. Amazon perde lo 0,8% portando con sé S&P 500 e Nasdaq dopo che il presidente americano ha di nuovo attaccato l’azienda.

Sul fronte monetario l’euro perde leggermente quota contro il dollaro, portandosi in zona 1.17. Si rafforza invece lo yen contro le principali valute, in attesa della riunione di politica monetaria della Banca centrale giapponese la prossima settimana. Sul tavolo del board: tassi di interesse e politiche di acquisto asset. E sarebbe quest’ultima questione a tenere banco nelle sale operative. Le indiscrezioni parlano di modifiche al programma di allentamento quantitativo: l’istituto centrale starebbe valutando di ridurre le sue misure di stimolo monetario.

Tornando in Piazza Affari e lanciando uno sguardo agli altri titol, troviamo in rialzo l’industria con Leonardo +1,52% e Prysmian +1,06%. Sul fronte bancario chiudono bene Mediobanca +1,36%; Unicredit +0,4% (l’Eba ha respinto la richiesta di Caius Capital di aprire un’indagine sulla contabilizzazione dei ‘cashes’ nel calcolo del Cet1); Ubi Banca +0,61%. Rialza la testa Telecom, +0,76%. La seduta è pesante invece per Banca Carige, -4,65%, dopo che la Bce ha bocciato il piano di ricapitalizzazione presentato e ne ha chiesto uno nuovo entro l’anno. Vendite su Enel, -3,65% e Stm -2,2%.

Sullo Star si registra il tonfo di Datalogic, -8,73%.

Sul mercato del debito i Btp girano in negativo nel finale e lo spread fra decennale italiano e tedesco sale dello 0,36% a 223.70 punti.

La morte di Raul Gardini, 25 anni fa

Il post.it 23.7.18

Fu un imprenditore spregiudicato, vinse la Louis Vuitton Cup e si suicidò quando i giornali scrissero che il suo arresto era “imminente”

Il 23 luglio del 1993, 25 anni fa, il cadavere dell’imprenditore Raul Gardini venne trovato all’interno della sua abitazione di Milano. Gardini era uno dei più famosi manager italiani e aveva guidato Montedison, il secondo più grande gruppo privato del paese. L’indagine successiva stabilì che Gardini si fosse suicidato poiché temeva di essere presto coinvolto nelle inchieste di Tangentopoli.

Gardini fu uno degli imprenditori italiani più celebri e discussi tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Un anno prima della sua morte il “Moro di Venezia” – un’imbarcazione che sponsorizzava, guidata dallo skipper Paul Cayard e con lo stesso Gardini a bordo come timoniere aggiunto – aveva vinto la Louis Vuitton Cup; migliaia di persone erano scese in strada quando Gardini aveva portato la coppa a sfilare per le strade della sua città, Ravenna. Ma Gardini fu anche un personaggio ambiguo, coinvolto in accuse di tangenti e nel mondo spesso torbido delle relazioni tra politica e grande impresa.

Gardini, che era perito agrario e figlio di una famiglia di piccoli imprenditori, era chiamato con disprezzo “il contadino”, per sottolineare le sue origini umili. Più avanti gli ammiratori lo definirono uno dei “condottieri”, un termine con cui venivano identificati quegli imprenditori ambiziosi, senza scrupoli e arrivati dal nulla che negli anni Ottanta travolsero il sistema di potere italiano, da sempre sonnacchioso e avverso agli scossoni. Gardini nacque a Ravenna nel 1933 e fece carriera all’interno del gruppo Ferruzzi, un’importante società alimentare e finanziaria. Gardini divenne il genero del proprietario, Serafino Ferruzzi, sposandone la figlia Idina.

Alla morte di Serafino Ferruzzi, avvenuta nel 1979 in un incidente aereo, Gardini ottenne dai quattro figli di Ferruzzi la direzione della società, che iniziò immediatamente a ingrandire con una serie di operazioni spregiudicate. Quella che lo portò a frequentare i piani più alti del capitalismo italiano fu la riuscita scalata alla Montedison, un’importantissima azienda chimica che possedeva partecipazioni nella Standa, nell’assicurazione Fondiaria e nel quotidiano Il Messaggero. Nel corso dell’acquisizione Gardini si alleò e poi si scontrò con il banchiere Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, considerato all’epoca l’uomo più importante del capitalismo italiano, il cui benestare era necessario per realizzare qualsiasi grande operazione industriale (l’ascesa di Gardini insieme a quella di Silvio Berlusconi, un altro imprenditore esterno al cosiddetto “salotto buono”, venne successivamente considerata uno dei primi segni di crisi del cosiddetto “sistema Mediobanca”).

Dopo l’acquisto di Montedison, che il gruppo Ferruzzi iniziò a controllare nel 1987, Gardini tentò una nuova operazione, ancora più grande e potenzialmente distruttiva per il sistema di potere e relazioni consolidato nel paese: la fusione di Montedison con ENI, un gruppo pubblico, per creare Enimont, la più grande azienda petrolchimica del paese di cui diventare poi l’unico controllore. Anche questa impresa si risolse in uno scontro: non solo con il “salotto buono”, intenzionato a fermare l’avanzata del nuovo arrivato, ma anche con la politica, divisa tra chi sospettava delle reali intenzioni e capacità di Gardini e chi invece riteneva che ENI sarebbe dovuta rimanere pubblica in ogni caso.

Nel corso dello scontro il gruppo Ferruzzi fu accusato dai magistrati di aver pagato una gigantesca tangente da 150 miliardi di lire (circa 75 milioni di euro) agli esponenti di quasi tutti i partiti, compresa la nascente Lega di Umberto Bossi. La tangente, che sarebbe dovuta servire a sbloccare l’operazione e a garantire che le perdite venissero addossate allo Stato e non al gruppo Ferruzzi, riuscì solo in parte. Il progetto di Gardini di diventare egemone nella nuova Enimont, di cui Ferruzzi deteneva il 40 per cento e ENI l’altro 40 per cento, finì male: i rapporti tra Gardini e l’ENI peggiorarono molto, e alla fine ENI acquistò il 40 per cento dei Ferruzzi. Così si assunse comunque migliaia di miliardi di lire in perdite e debiti accumulati, mentre il gruppo Ferruzzi ne uscì relativamente integro.

La famiglia Ferruzzi, però, da tempo non gradiva più le strategie ambiziose e gli escamotage a cui ricorreva Gardini. Dopo anni di tensioni e scontri, anche personali, Gardini nel 1991 venne di fatto licenziato, e nello stesso periodò divorziò anche dalla moglie Irina. Dopo la sua cacciata, i problemi della sua gestione emersero rapidamente: il gruppo era indebitato e in grosse difficoltà. Con una lettera al Sole 24 Ore nel 1992, Gardini disse di aver lasciato la società dei Ferruzzi con i conti in ordine, e rivendicando la bontà dell’operazione Enimont. In pochi però avevano dubbi sul fatto che Gardini e le sue operazioni non avessero almeno una parte significativa di responsabilità nel crollo dell’operazione.

Nel frattempo i magistrati avevano iniziato a scoprire il giro di corruzione e tangenti che si celava dietro l’operazione Enimont, e parecchi manager della società vennero interrogati e arrestati. Quando Gardini si uccise, il 23 luglio del 1993, i giornali scrivevano che il suo arresto era oramai “imminente”. Quando si seppe della sua morte, decine di persone si radunarono nella piazza davanti a Palazzo Belgioioso, la sua casa di Milano: dopotutto Gardini era un uomo che per anni era stato raccontato quasi quotidianamente su giornali e telegiornali e la vittoria del Moro di Venezia, soltanto un anno prima, lo aveva reso ancora più famoso. Verso l’ora di pranzo arrivarono sul posto anche i magistrati titolari dell’inchiesta, Antonio Di Pietro e Francesco Greco. I due, scrissero i giornali, vennero accolti dagli applausi della folla. Alla fine degli anni Novanta, la Cassazione confermò le condanne per quasi 15 tra politici e manger coinvolti nell’affare Enimont.

NAPOLI CAMORRIZZATA ? UN ESPRESSO 40 ANNI DOPO

23 luglio 2018

 di: PAOLO SPIGA lavocedellevoci.it

Meglio tardi che mai. L‘Espresso caldo caldo domenica 22 luglio scopre “La Borghesia Camorra” made in Napoli. Sottotitolo: “Notai, avvocati, medici. All’ombra del conflitto tra le paranze cresce il ‘Sistema’. E prolifera tra i professionisti”.

Peccato si tratti di notizie vecchie di almeno 40 anni fa. Ma tutto fa brodo.

Spulciamo, fior tra fiori. Di ‘O Sistema fatto di collusioni fra camorre e colletti bianchi ha scritto venti anni fa un libro che aveva proprio quel titolo firmato da due giornalisti Rai.

Amato Lamberti. In apertura le due coperte a confronto

Delle seconde generazioni di camorristi che frequentano le università svizzere o americane scriveva – cifre alla mano – Amato Lamberti, il grande docente di sociologia e fondatore dell’Osservatorio sulla Camorra il quale, in svariati interventi sulla Voce, dettagliava come la camorra fosse diventata la “più grande Fiat del Sud” capace di dar lavoro senza alcun controllo. Tutti felici e contenti. A cominciare dai partiti. Va ricordato che all’Osservatorio di Lamberti collaborava il giornalista Giancarlo Siani, ammazzato dalla camorra: mandanti dell’esecuzione sempre a volto coperto, come per i colleghi Alpi e Hrovatin, Falcone e Borsellino & sangue continuando.

Di camorristi e ‘occasionisti’ sulle catastrofi e sulle emergenze ha scritto per una vita sulla Voce Isaia Sales, uno dei più acuti osservatori sulla genesi del fenomeno malavitoso (proprio come Lamberti), il quale vedeva proprio nei giganteschi flussi di danaro pubblico l’occasione per la malavita organizzata fino a quel momento ‘ruspante’, a livello di clan familistico della NCO di Raffaele Cutolo, il modo per spiccare il salto (a partire dal dopo sisma), di farsi spa, of course, anche nel mondo della politica, in una sorta di eterodirezione osmotica.

Ancora. Tra le più acute indagini, targate anni ’80, vi furono quelle del pretore d’assalto Aldo De Chiara, il primo a vedere nella speculazione edilizia e in mattone selvaggio – soprattutto nella zona occidentale di Napoli – il modo non solo di dare lo storico assalto alla città (“Le Mani sulla città” di Francesco Rosi), ma anche quello di imporre regole a botte di illegalità diffuse in fette sempre più ampie della città, da est a ovest.

La Voce, a partire dal 1984, ha fatto decine di inchieste sulla camorra imprenditrice, soprattutto dedicandosi al fronte del riciclaggio spinto, a partire dal dopo siama per passare ai traffici da monnezza tossica, subappalti a go go e abusivismi d’ogni risma: ovviamente con la complicità di colletti bianchi. Con tutte le connection massoniche del caso, a partire dai frequenti summit fra Cicciotto e’ mezzanotte (al secolo Francesco Bidognetti) e il Venerabile Licio Gelli in quel di Villa Wanda.

Ora il settimanale diretto da Marco Damilano scopre l’acqua calda, o meglio l’Espresso tiepido, il caffè sospeso da oltre vent’anni.

I nuovi re di Napoli”, il titolo: andava bene nel ’90. Ora non più.

Aldo De Chiara

Racconta un napoletano che certo non se la passa male ma ne ha le scatole piene: “E’ ormai inutile anche raccontare lo sfascio di Napoli tra crac finanziari, servizi che fanno schifo, sanità da brividi, trasporti horror, monnezza da tutte le parti. Siamo tornati dietro di vent’anni tanto da rimpiangere perfino Bassolino e la Iervolino, che è rievocare l’inferno. Di camorra non ne parliamo nemmeno.”.

E aggiunge: “Ma sapete quando salterà il coperchio? Quando succede il ’48? Quando non viene pagato il primo stipendio ai dipendenti di Palazzo San Giacomo, un esercito da 20 mila persone e passa che sarà un fiume in piena a reclamare il suo stipendio, per come arrivare a fine mese. Questo alza la quota – viene ancora spiegato – perchè fino ad oggi siamo metà e metà: metà chi frega, ruba, ha le sue prebende, le sue consulenze, fa il colletto bianco. E l’altra metà che non ce la fa più, che non ha più ormai che fare per mettere il piatto a tavola o pagarsi il fitto o le medicine. Quando la bilancia va dall’altra parte, con l’esercito dei comunali non pagati vedrete cosa succede, ‘O 48. Fino ad oggi è arrivato il governo, con l’ultima pezza Gentiloni, a salvare la baracca. Vedrete la prossima volta…”.

E al fiume in piena si uniranno tutti gli altri disperati senza un salvagente o una scialuppa – proprio nella città del mare – cui aggrapparrarsi. Uno tsunami.

Esattamente 40 anni fa la Voce scrisse una cover story firmata da Giuseppe D’Avanzo e Andrea Cinquegrani titolata “Perchè non scoppia ‘O Quarantotto”. Tante cose sono cambiate da allora. Purtroppo in peggio. A voi giudicare.

Vi vogliamo riproporre quell’inchiesta di copertina sulla sgrarrupata Napoli di allora. E’ “memoria storica”. Ma anche un confronto con il presente.

 

L’INCHIESTA DA “LA VOCE DELLA CAMPANIA” DI DOMENICA 19 FEBBRAIO 1978

inchiesta Voce febbraio 1978

 

 

 

Il mondo senza contanti è una truffa – e dietro c’è la grande finanza

Rododak – Luglio 23, 2018 voci dall’estero.it

Una acuta analisi di Brett Scott su The Guardian smaschera l’apparente neutralità del passaggio ai sistemi di pagamento esclusivamente digitali, che sarebbe ingenuo vedere semplicemente come un’alternativa “più comoda” al contante. In realtà una società priva di contante presenta seri pericoli sul fronte del controllo sociale e impedisce qualsiasi forma di pagamento “fuori dalla rete”. Mentre l’abolizione del contante gioca a favore delle istituzioni finanziarie e delle aziende che gestiscono sistemi di pagamento, per questo intente a una pervasiva opera di persuasione volta a convincerci che l’eliminazione del contante non solo vada a nostro vantaggio, ma risponda a una richiesta che viene da noi.

 

 

 

Di Brett Scott, 19 luglio 2018

 

In tutto il mondo occidentale le banche stanno chiudendo sportelli bancomat e filiali. In questo modo stanno cercando di spingerci a utilizzare i loro sistemi di pagamento digitali e i loro servizi di digital banking. Proprio come Google vuole che tutti accedano e navighino nel più ampio mondo di Internet attraverso il suo portale di ricerca, che è controllato privatamente, così le istituzioni finanziarie vogliono che tutti possano accedere e navigare nel più ampio mondo dell’economia attraverso i loro sistemi.

 

Un altro obiettivo è ridurre i costi per aumentare i profitti. Le filiali richiedono personale. Sostituirle con app standardizzate gestite dal cliente consente ai senior manager delle istituzioni finanziarie di controllare e monitorare direttamente le interazioni con la clientela.

 

Le banche, ovviamente, ci raccontano una storia diversa sul perché lo fanno. Recentemente ho ricevuto una lettera dalla mia banca, che spiegava come stiano chiudendo le filiali locali perché “i clienti si stanno spostando verso il digitale” e loro stiano quindi “rispondendo alle mutate preferenze dei clienti”. Sono uno dei clienti a cui si riferiscono, ma non ho mai chiesto loro di chiudere filiali.

 

È un processo che si autoalimenta: chiudendo le loro filiali, o smantellando i loro sportelli bancomat, ci rendono più difficile utilizzare questi servizi. Abbiamo molta più probabilità di “scegliere” l’opzione digitale se le banche deliberatamente rendono più difficile per noi scegliere l’opzione non digitale.

 

Nell’economia comportamentale questo è indicato come “nudging ” (“indirizzare”, ndt). Se una istituzione potente vuole fare in modo che le persone scelgano una determinata cosa, la strategia migliore è rendere difficile la scelta dell’alternativa.

 

Possiamo illustrare questo sistema con l’esempio delle casse per il pagamento automatico dei supermercati. La finalità sotto traccia è quella di sostituire il personale di cassa con apparecchi self-service per ridurre i costi. Ma i supermercati devono convincere i loro clienti. Così all’inizio presentano il self-checkout come una comoda alternativa. Quando alcune persone iniziano a usare questa alternativa, il supermercato può citare il fenomeno come prova di un cambiamento nel comportamento dei clienti, che poi viene usato per giustificare una riduzione dei dipendenti addetti alle casse. Questo a sua volta rende più scomodo utilizzare le casse dotate di personale, il che a sua volta rende i clienti più propensi a utilizzare le macchine. E così, lentamente, ti svezzano dal personale e ti “indirizzano” verso il self-service.

Allo stesso modo, le istituzioni finanziarie stanno cercando di indirizzarci verso una società senza contanti e verso il digital banking. Il vero scopo è il profitto aziendale. Le società di pagamento come Visa e Mastercard vogliono aumentare il volume di vendita dei loro servizi di pagamento digitali, mentre le banche vogliono ridurre i costi. Il “nudging” richiede due mosse. In primo luogo, devono aumentare la scomodità di contanti, bancomat e filiali. In secondo luogo, devono promuovere energicamente l’alternativa. Cercano di “insegnare” alle persone prima di volere il digitale, e poi a “sceglierlo”.

 

Su questo, ci è utile la lezione del filosofo marxista Antonio Gramsci. Il suo concetto di egemonia si riferiva al modo in cui i potenti condizionano l’ambiente culturale ed economico in modo tale che i loro interessi inizino a essere percepiti come naturali e inevitabili dall’opinione pubblica. Nessuno è sceso in strada a manifestare a favore dei sistemi di pagamento digitali venti anni fa, mentre oggi sembra sempre più ovvio e   “naturale” che questi sistemi debbano prendere il sopravvento. È una convinzione che non è scaturita dal nulla. È il risultato diretto di un progetto egemonico portato avanti dalle istituzioni finanziarie.

 

Possiamo anche riprendere il concetto di interpellanza di Louis Althusser. L’idea di base è che puoi convincere le persone a interiorizzare determinate convinzioni comportandoti come se le avessero già. Vent’anni fa nessuno credeva che il denaro fosse “scomodo”, ma ogni volta che vado nella metropolitana di Londra vedo pubblicità che mi si rivolgono come se fossi una persona che trova scomodo usare il denaro contante. L’obiettivo è di costruire dall’esterno una mia convinzione che il denaro contante sia scomodo e che passare a sistemi senza contante vada a mio vantaggio. Ma una società senza contante non è nel nostro interesse. Va a vantaggio delle banche e delle società di sistemi di pagamento. Il loro compito è farci credere che sia anche nel nostro interesse, e ci stanno riuscendo.

 

Il recente caos della Visa, durante il quale milioni di persone diventate dipendenti dai sistemi di  pagamento digitale si sono improvvisamente trovate bloccate, quando la rete di pagamento monopolistica è andata in crash, ha rappresentato una temporanea battuta d’arresto. I sistemi digitali possono essere “comodi”, ma spesso presentano punti nodali di fragilità. I contanti invece non vanno in crash. Non si basano su archivi di dati esterni e non sono soggetti a controllo o monitoraggio remoto. Il sistema del contante consente uno spazio “fuori dalla rete” non monitorato. Questo è anche il motivo per cui le istituzioni finanziarie e le società di tecnologia finanziaria vogliono liberarsene. Le transazioni in contanti sono al di fuori della rete gettata da queste istituzioni per raccogliere commissioni e dati.

 

Una società senza contanti porta con sé dei pericoli. Le persone priva di un conto in banca si troverebbero ulteriormente emarginate, private delle infrastrutture per i contanti che in precedenza le sostenevano. Ci sono anche implicazioni psicologiche poco note sul fatto che il denaro contante incoraggia l’autocontrollo, mentre il pagamento tramite carta o telefono cellulare può incoraggiare la spesa. E istituire una società senza contanti comporta importanti implicazioni sulla sorveglianza.

 

Nonostante questo, vediamo che c’è un allineamento tra governo e istituzioni finanziarie. Il ministero del Tesoro ha recentemente organizzato una consultazione pubblica su contanti e pagamenti digitali nella nuova economia. Si è presentato come teso a trovare un equilibrio tra i due, rilevando che il denaro contante era ancora importante. Ma gli anni di sottile pressione da parte dell’industria finanziaria hanno chiaramente dato i loro frutti. Gli elementi portati come prove sottolineano ripetutamente gli aspetti negativi dell’uso di contante – associandolo alla criminalità e all’evasione fiscale – ma citano a mala pena le implicazioni negative dei pagamenti digitali.

 

Il governo britannico ha scelto di sostenere l’industria dei servizi finanziari digitali. Un atteggiamento irresponsabile e in malafede. Dobbiamo smetterla di accettare le storie che dipingono come un “progresso naturale” la società senza contante e l’iper-digital banking. Dobbiamo riconoscere in ogni bancomat che viene smantellato un altro passo della campagna delle istituzioni finanziarie per indirizzarti nei loro recinti digitali.

 

 

 

Brett Scott è un attivista, ex broker e autore di The Heretic’s Guide to Global Finance: Hacking the Future of Money

Banche venete, Intesa spera nel governo amico

EDIZIONE DEL

Credit crack. Mentre il Mef “sta valutando” la proposta indecente, da sinistra Fassina e Civati chiedono di discutere del caso in Parlamento. L’ex ministro Zanetti: “Il Tesoro non avallerà questa pazzia”. E Bersani: “L’opinione pubblica non ha compreso che lo Stato spende 10 miliardi”. A fondo perduto.

 Il silenzioso ministro Padoan

Passate 24 lunghe ore dalla proposta indecente di Intesa San Paolo per prendersi a un euro la parte sana delle due banche venete, e far pagare un buco da almeno 10 miliardi alla collettività, il silenzio di Pier Carlo Padoan e del Mef è davvero singolare. Le agenzie di stampa fanno sapere che il Tesoro “sta ancora valutando”. Hanno già valutato invece Stefano Fassina e Pippo Civati: “Chiediamo al governo di confrontarsi al più presto con le commissioni competenti di Camera e Senato prima di assumere qualunque decisione. Le condizioni poste da Intesa sembrano molto onerose per i contribuenti, non solo in relazione ai crediti in sofferenza ma anche per far fronte agli oneri di integrazione e razionalizzazione, ossia esuberi, prospettati da Intesa. Sarebbe grave se il governo approvasse un decreto su una vicenda così rilevante, e facesse trovare il Parlamento di fronte a un fatto compiuto”.
Anche se politicamente agli antipodi rispetto ai due parlamentari di sinistra, Enrico Zanetti di Scelta civica è ancora più tranchant: “Da cittadino un’offerta di questo tipo mi farebbe inorridire. Voglio sperare che il governo la giudichi irricevibile. Non voglio neanche pensare che possa vagliare un’offerta di questo genere. Certo – prosegue l’ex vice ministro all’economia – se fossi un azionista di Intesa stringerei la mano all’ad Messina, perché si porta a casa solo la parte buona delle banche, gli attivi, e avrebbe le garanzie su alcuni crediti intermedi e i finanziamenti del fondo esuberi, senza caricarsi le sofferenze. Ma sono convinto che non succederà che il Tesoro avalli questa pazzia”.
Eppure, come osservato da Fassina e Civati, nei palazzi della politica gira la voce di decreto ad hoc. Oppure di un emendamento da inserire nel decreto, a rischio di illegittimità ma già portato all’attenzione del Parlamento, con cui tre giorni fa sono stati sospesi per sei mesi i rimborsi di un bond di Veneto Banca che scadeva il 21 giugno. Così, mentre il confindustriale Sole 24 Ore cerca di indorare la pillola stiracchiando le leggi europee in materia, si pensa a come consentire di utilizzare per finalità diverse dalla “ricapitalizzazione precauzionale” i 20 miliardi pubblici messi a disposizione dal decreto salvabanche di Natale.
Sul punto vale il proverbio “Il diavolo si nasconde nei dettagli”: perché i soldi pubblici della ricapitalizzazione precauzionale dei Monte dei Paschi (6,5 miliardi circa) sono stati giustificati come non a fondo perduto: se Mps torna a fare utili, come peraltro possibile dopo essere stato “ripulito” da cima a fondo, questi alla fine saranno incamerati dal Tesoro, attuale azionista di maggioranza con il 75%. Ben diverso il caso della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca: se sarà accettata la proposta di Intesa si andrà allo spezzatino (good bank e bad bank), sul modello di Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti. Con tutto quel che potrà conseguirne.
“Vediamo cosa succederà – tira le somme Pierluigi Bersani – ma certo vedere che ora lo Stato ci mette 10 miliardi fa male al cuore, irrita, e temo che questo tema non venga compreso dall’opinione pubblica. Comunque qualche responsabile dovrà pur pagare”. L’avesse mai detto: il turbo renziano Andrea Marcucci replica subito, negando l’evidenza: “Nessuno sta scaricando sugli italiani il risanamento delle banche – azzarda il senatore piddino – anzi fu proprio il governo Renzi a difendere migliaia di risparmiatori e tanti posti di lavoro”.
Sono parole, quelle di Marcucci, che faranno fischiare gli orecchi alle oltre duemila potenziali parti civili (1.500 solo di Federconsumatori, e 800 circa delle altre associazioni di tutela del “parco buoi”) che hanno affollato il Tribunale di Arezzo, nella prima udienza tecnica davanti al gup per la bancarotta, fraudolenta o semplice, di Banca Etruria. Fuori dal tribunale poi i due comitati “Vittime del salvabanche” e “Gli azzerati” non l’hanno mandata a dire ai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Il quale, da Bruxelles, si è limitato a dire: “Sulle banche c’è un filo diretto continuo fra le autorità italiane ed europee, penso che si stia lavorando nella direzione giusta”. Verso Banca Intesa di sicuro.