Intesa Sanpaolo, Unicredit, Deutsche Bank ecc. Chi rischia di più sui titoli illiquidi

 startmag.it 23.7.18

fintech

L’articolo di Francesco Ninfole, giornalista di Mf/Milano finanza, sulla base di un report sulle banche internazionali relativa ai bilanci 2017 da cui emerge che un piccolo scossone nel fair value dei titoli illiquidi 

Una riduzione del 5% del valore dei titoli illiquidi (livello 2 e 3) sarebbe sufficiente per ridurre il capitale delle banche europee del 3%. Ma la variabilità tra istituti sarebbe rilevante.

LA CLASSIFICA DELLE BANCHE

Nell’Eurozona sarebbero colpite soprattutto le banche tedesche e francesi: il calo del capitale Cet1 sarebbe del 9,5% per Deutsche Bank (da 14,8 a 5,3%), del 4,2% per SocGen (da 11,6 a 7,4%), del 3,6% per Bnp Paribas (da 11,9 a 8,3%), del 2,7% per Crédit Agricole (da 14,8 a 12,1%), del 2,3% per Commerzbank (da 14,9 a 12,6%), dell’1,7% per Bpce (da 15,3 a 13,6%).

SPAGNA E ITALIA

L’impatto sarebbe invece attorno all’1% per spagnole e italiane (Santander-1,1%, Unicredit -1%, Intesa Sanpaolo -0,9%, Bbva -0,7%).

IL REPORT DI MEDIOBANCA

Sono questi i calcoli di R&S Mediobanca contenuti nell’analisi sulle banche internazionali relativa ai bilanci 2017, da cui emerge che un piccolo scossone nel fair value dei titoli illiquidi farebbe scaturire un problema significativo per il sistema finanziario europeo.

SU CHE COSA SI BASA LO STUDIO

I titoli L2 e L3 sono quelli per cui non è possibile indicare un prezzo di mercato, perciò sono indicati in bilancio di base ai modelli delle banche. Spesso si tratta di derivati e titoli strutturati. Non sempre sono esposizioni rischiose. Questi strumenti però preoccupano per le dimensioni e l’opacità. Già la Banca d’Italia aveva calcolato l’effetto di tensioni sul capitale a livello di settore.

I DATI DEI SINGOLI ISTITUTI

R&S Mediobanca ha pubblicato ieri dati per singoli istituti. I risultati non considerano eventuali strategie di hedging delle banche. Mediobanca ha analizzato l’attivo: gli strumenti al passivo a volte riducono l’esposizione complessiva (quando sono una protezione esatta delle attività), mentre negli altri casi la aumentano. Le informazioni sono limitate e non si può dire quale sia il rischio con precisione. Si può però stimarlo.

LE CONCLUSIONI DEL REPORT

Gli analisti hanno immaginato un calo del valore del 5%: un’ipotesi cauta perché in una fase di stress le flessioni potrebbero essere ben superiori, come si è visto nella crisi dei subprime. I risultati mostrano che i rischi di L2 e L3 sono da valutare con attenzione, perlomeno al pari dei crediti deteriorati, come ha ricordato in più occasioni il presidente Bce Mario Draghi (l’ultima volta il 9 luglio in audizione al Parlamento Ue). La questione illiquidi è stata a volte percepita in Europa come un chiodo fisso di Italia e Paesi del Sud Europa, in risposta alle misure sui non-performing loans. I numeri però parlano chiaro: il tema ha rilievo sistemico, come mostra il possibile impatto sul patrimonio in caso di stress.

IL RUOLO DI FRANCIA E GERMANIA

Impossibile non pensare che la questione abbia finora avuto limitata attenzione perché riguarda soprattutto i due Paesi più forti, la Francia e la Germania, che hanno il 75% dell’esposizione complessiva (in tutto 3.600 miliardi, considerando solo l’attivo). Non a caso a Meseberg la cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno indicato soglie numeriche da raggiungere per gli npl, ma non hanno detto nulla sugli illiquidi.

CHE COSA TEME L’ITALIA

In una prospettiva europea preoccupa l’idea franco-tedesca di una riduzione dei rischi degli npl e di una condivisione di tutti gli altri pericoli bancari. Solo recentemente la Vigilanza Bce, guidata dalla francese Danièle Nouy e dalla tedesca Sabine Lautenschlaeger, ha avviato indagini su Deutsche Bank, SocGen e Bnp Paribas.

Per quanto riguarda gli attivi L2, quelli il cui prezzo non è definito ma può essere stimato in base a parametri osservabili, Deutsche Bank ha in bilancio titoli per 633 miliardi, Bnp Paribas per 449 miliardi, SocGen per 290 miliardi, Credit Agricole per 278 miliardi. Se si passa agli attivi L3, quelli per cui non è possibile stimare un prezzo, Deutsche Bank è a 22 miliardi, Bpce a 18,6, Bnp Paribas a 15,3.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza