La morte di Raul Gardini, 25 anni fa

Il post.it 23.7.18

Fu un imprenditore spregiudicato, vinse la Louis Vuitton Cup e si suicidò quando i giornali scrissero che il suo arresto era “imminente”

Il 23 luglio del 1993, 25 anni fa, il cadavere dell’imprenditore Raul Gardini venne trovato all’interno della sua abitazione di Milano. Gardini era uno dei più famosi manager italiani e aveva guidato Montedison, il secondo più grande gruppo privato del paese. L’indagine successiva stabilì che Gardini si fosse suicidato poiché temeva di essere presto coinvolto nelle inchieste di Tangentopoli.

Gardini fu uno degli imprenditori italiani più celebri e discussi tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Un anno prima della sua morte il “Moro di Venezia” – un’imbarcazione che sponsorizzava, guidata dallo skipper Paul Cayard e con lo stesso Gardini a bordo come timoniere aggiunto – aveva vinto la Louis Vuitton Cup; migliaia di persone erano scese in strada quando Gardini aveva portato la coppa a sfilare per le strade della sua città, Ravenna. Ma Gardini fu anche un personaggio ambiguo, coinvolto in accuse di tangenti e nel mondo spesso torbido delle relazioni tra politica e grande impresa.

Gardini, che era perito agrario e figlio di una famiglia di piccoli imprenditori, era chiamato con disprezzo “il contadino”, per sottolineare le sue origini umili. Più avanti gli ammiratori lo definirono uno dei “condottieri”, un termine con cui venivano identificati quegli imprenditori ambiziosi, senza scrupoli e arrivati dal nulla che negli anni Ottanta travolsero il sistema di potere italiano, da sempre sonnacchioso e avverso agli scossoni. Gardini nacque a Ravenna nel 1933 e fece carriera all’interno del gruppo Ferruzzi, un’importante società alimentare e finanziaria. Gardini divenne il genero del proprietario, Serafino Ferruzzi, sposandone la figlia Idina.

Alla morte di Serafino Ferruzzi, avvenuta nel 1979 in un incidente aereo, Gardini ottenne dai quattro figli di Ferruzzi la direzione della società, che iniziò immediatamente a ingrandire con una serie di operazioni spregiudicate. Quella che lo portò a frequentare i piani più alti del capitalismo italiano fu la riuscita scalata alla Montedison, un’importantissima azienda chimica che possedeva partecipazioni nella Standa, nell’assicurazione Fondiaria e nel quotidiano Il Messaggero. Nel corso dell’acquisizione Gardini si alleò e poi si scontrò con il banchiere Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, considerato all’epoca l’uomo più importante del capitalismo italiano, il cui benestare era necessario per realizzare qualsiasi grande operazione industriale (l’ascesa di Gardini insieme a quella di Silvio Berlusconi, un altro imprenditore esterno al cosiddetto “salotto buono”, venne successivamente considerata uno dei primi segni di crisi del cosiddetto “sistema Mediobanca”).

Dopo l’acquisto di Montedison, che il gruppo Ferruzzi iniziò a controllare nel 1987, Gardini tentò una nuova operazione, ancora più grande e potenzialmente distruttiva per il sistema di potere e relazioni consolidato nel paese: la fusione di Montedison con ENI, un gruppo pubblico, per creare Enimont, la più grande azienda petrolchimica del paese di cui diventare poi l’unico controllore. Anche questa impresa si risolse in uno scontro: non solo con il “salotto buono”, intenzionato a fermare l’avanzata del nuovo arrivato, ma anche con la politica, divisa tra chi sospettava delle reali intenzioni e capacità di Gardini e chi invece riteneva che ENI sarebbe dovuta rimanere pubblica in ogni caso.

Nel corso dello scontro il gruppo Ferruzzi fu accusato dai magistrati di aver pagato una gigantesca tangente da 150 miliardi di lire (circa 75 milioni di euro) agli esponenti di quasi tutti i partiti, compresa la nascente Lega di Umberto Bossi. La tangente, che sarebbe dovuta servire a sbloccare l’operazione e a garantire che le perdite venissero addossate allo Stato e non al gruppo Ferruzzi, riuscì solo in parte. Il progetto di Gardini di diventare egemone nella nuova Enimont, di cui Ferruzzi deteneva il 40 per cento e ENI l’altro 40 per cento, finì male: i rapporti tra Gardini e l’ENI peggiorarono molto, e alla fine ENI acquistò il 40 per cento dei Ferruzzi. Così si assunse comunque migliaia di miliardi di lire in perdite e debiti accumulati, mentre il gruppo Ferruzzi ne uscì relativamente integro.

La famiglia Ferruzzi, però, da tempo non gradiva più le strategie ambiziose e gli escamotage a cui ricorreva Gardini. Dopo anni di tensioni e scontri, anche personali, Gardini nel 1991 venne di fatto licenziato, e nello stesso periodò divorziò anche dalla moglie Irina. Dopo la sua cacciata, i problemi della sua gestione emersero rapidamente: il gruppo era indebitato e in grosse difficoltà. Con una lettera al Sole 24 Ore nel 1992, Gardini disse di aver lasciato la società dei Ferruzzi con i conti in ordine, e rivendicando la bontà dell’operazione Enimont. In pochi però avevano dubbi sul fatto che Gardini e le sue operazioni non avessero almeno una parte significativa di responsabilità nel crollo dell’operazione.

Nel frattempo i magistrati avevano iniziato a scoprire il giro di corruzione e tangenti che si celava dietro l’operazione Enimont, e parecchi manager della società vennero interrogati e arrestati. Quando Gardini si uccise, il 23 luglio del 1993, i giornali scrivevano che il suo arresto era oramai “imminente”. Quando si seppe della sua morte, decine di persone si radunarono nella piazza davanti a Palazzo Belgioioso, la sua casa di Milano: dopotutto Gardini era un uomo che per anni era stato raccontato quasi quotidianamente su giornali e telegiornali e la vittoria del Moro di Venezia, soltanto un anno prima, lo aveva reso ancora più famoso. Verso l’ora di pranzo arrivarono sul posto anche i magistrati titolari dell’inchiesta, Antonio Di Pietro e Francesco Greco. I due, scrissero i giornali, vennero accolti dagli applausi della folla. Alla fine degli anni Novanta, la Cassazione confermò le condanne per quasi 15 tra politici e manger coinvolti nell’affare Enimont.