L’eclissi lunare totale più lunga del secolo

Il post.it 24.7.18

Sarà il prossimo 27 luglio e potremo osservarla da tutta Italia, nuvole permettendo: le cose da sapere

Venerdì 27 luglio potremo assistere in Italia a un’eclissi totale di Luna, nuvole permettendo. Il fenomeno inizierà intorno alle 19 di sera, quando ci sarà ancora il Sole a illuminare il cielo, ma raggiungerà comunque il suo picco dopo le 22, quando sarà buio a sufficienza per osservarlo al meglio. Anche se sono spesso riprese dai media con grande enfasi, le eclissi lunari sono un fenomeno piuttosto frequente: se ne registrano in media tre ogni due anni, ma non mancano i periodi in cui ne avvengono tre in un solo anno, considerando sia quelle parziali sia quelle totali. Questo non deve comunque intaccare il vostro improvviso entusiasmo per la Luna: negli ultimi anni le eclissi visibili dall’Italia sono state poco frequenti e inoltre quella di venerdì sarà la più lunga di tutto il Ventunesimo secolo.

In astronomia con la parola “eclissi” si definisce l’occultamento di un corpo celeste, totale o parziale, dovuto a un altro corpo celeste. Nel caso dell’eclissi lunare, il corpo celeste a occultare la Luna è la Terra. Semplificando: la Luna attraversa il cono d’ombra prodotto dalla Terra, quando si trova tra il nostro satellite naturale e il Sole, dal quale proviene la luce che di solito illumina la Luna. Il fenomeno dell’eclissi si verifica solamente quando la Luna è in opposizione rispetto al Sole (plenilunio, la “Luna piena”).

(INAF)

Quando la Luna passa interamente attraverso il cono d’ombra creato dalla Terra si ha un’eclissi totale; se invece la Luna ne intercetta solo un pezzo, allora si parla di eclissi parziale. L’orbita della Luna ha un’inclinazione di circa 5 gradi rispetto all’orbita seguita dalla Terra, quindi non tutti i pleniluni portano a un’eclissi. Succede soltanto quando la Luna piena è nelle vicinanze di uno dei due “nodi”, i punti in cui l’orbita lunare interseca il piano orbitale della Terra. Eh?!

Il disegno qui sotto può darci una mano. L’ellissi intorno al Sole indica l’orbita della Terra che giace all’interno di un piano, il suo piano orbitale: immaginatelo come un foglio su cui disegnate sempre la stessa ellisse e la punta della matita è il pianeta. L’altra ellissi più piccola indica il percorso seguito dalla Luna intorno alla Terra. Anche questa orbita giace su un suo piano orbitale, che è inclinato di 5 gradi rispetto a quello della Terra. Sul foglio di prima, immaginate di fare un taglio tra A e B e di infilarci dentro un foglietto, che sarà inclinato di 5 gradi. I punti A e B sono i nodi, cioè i punti dove si intersecano i piani dell’orbita terrestre e di quella lunare. Quando la Luna è prossima a B si verifica l’eclissi.

(INAF)

Una GIF per rendere meglio l’idea. Il trucco è pensare tridimensionalmente e ai due piani inclinati diversamente.

Il fenomeno di venerdì sarà graduale: la Luna inizierà a entrare nella penombra intorno alle 19:15 di venerdì, poi nell’ombra vera e propria circa un’ora dopo. L’inizio della totalità sarà alle 21:30 con il massimo dell’eclisse alle 22:21. La totalità finirà intorno alle 23:13 e la Luna uscirà dall’ombra dopo mezzanotte e dalla penombra intorno all’1:30 di sabato, quando l’eclissi sarà quindi conclusa.

La Luna non scomparirà completamente dal cielo, ma apparirà di un intenso rosso scuro: anche se si troverà nell’ombra del nostro pianeta, sarà comunque illuminata dai raggi solari rifratti dalla nostra atmosfera. La parte rossa della luce che arriva dal Sole viene infatti rifratta dall’atmosfera, finendo poi proiettata sulla Luna. Avviene solo con parte della lunghezza d’onda dei raggi solari: la componente blu, per esempio, si disperde nell’atmosfera terrestre.

Compatibilmente con il meteo, la più lunga eclissi totale di Luna potrà essere osservata facilmente a occhio nudo. Per vederla meglio si può ricorrere a un telescopio, ma se non ne avete uno a portata di mano un binocolo può essere sufficiente. Se avete la possibilità, allontanatevi dai centri abitati, in modo da vedere il cielo con meno inquinamento luminoso. Potete anche consultare osservatori, planetari e associazioni astronomiche nella vostra zona, di solito organizzano eventi divulgativi in queste occasioni.

La proposta di Savona non è un esproprio socialista ma un nuovo Piano Marshall di F. Dragoni e A.M. Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi scenari economici.it 24.7.18

Nei primi due mesi da ministro degli affari europei Paolo Savona ha svelato i punti su cui concentrerà le prossime trattative a Bruxelles: trasformare la BCE in prestatore e garante dei debiti pubblici dell’eurozona e realizzare una sorta di nuovo piano Marshall da 50 miliardi l’anno. Due misure radicali che farebbero evolvere l’eurozona e la stessa UE in un qualcosa di più sostenibile ed equo.

Una nuova Banca Centrale Europea. Il Giappone ha un debito pubblico superiore al 250% del PIL ma paga interessi sui titoli a 10 anni pari a zero. Il Regno Unito dal canto suo si è permesso il lusso di un referendum sulla sua permanenza in UE cui sono seguiti contestatissimi negoziati per un divorzio consensuale con Bruxelles e, ciò nonostante, paga a 10 anni un interesse pari a meno della metà rispetto ai nostri BTP. Entità del debito e tensioni politiche sono i due incubi che -a detta del pensiero unico dominante- possono far esplodere la stabilità delle nostre finanze. Ma questo teorema non sembra valere né a Tokyo né a Londra dove nessun analista osa mettere timidamente in discussione la solvibilità del loro debito. Giappone e Regno Unito possiedono infatti (direttamente o meno) unaBanca Centrale che emette e quindi controlla la loromoneta e che più o meno di concerto con i rispettivi esecutivi decide quanta parte del debito acquistare ed a quale tasso. L’emissione di titoli di stato non serve esclusivamente a reperire le risorse necessarie a finanziare la spesa o rifinanziare il debito in scadenza, ma a determinare anche il livello dei tassi di interesse cui si adatteranno gli altri segmenti del mercato dei capitali. Un’operazione di politica monetaria più che fiscale diversamente da quanto invece accade nei Paesi dell’eurozona interdetti dal controllo della propria moneta e quindi costretti a racimolare sui mercati dei capitali ogni singolo centesimo loro necessario al pari ed anzi in concorrenza con imprese, banche e famiglie.

La proposta di Savona è tanto elementare quanto radicale: basterebbe che la BCE dichiarasse (notate bene “dichiarasse”) che, per un efficace funzionamento dei canali di trasmissione della politica monetaria, non è più disposta a tollerare differenziali di rendimento superiori ad esempio ai 100 bp fra i vari decennali dell’eurozona che immediatamente gli investitori -consci che Francoforte avrebbe mezzi illimitati- si tranquillizzerebbero restituendo ai mercati quella serenità tale da impedire ogni possibile futura tensione sui rendimenti dei titoli sovrani. Per intendersi un “whatever it takes” atto secondo. Ovviamente convincere i nostri partner sarà tutt’altro che una passeggiata.

Un nuovo piano Marshall. Savona propone anche di rilanciare la domanda interna con un piano straordinario di investimenti pubblici in un Paese con infrastrutture fatiscenti e bisognoso di mettere in sicurezza il suo territorio. Il confronto dei numeri con il resto dell’eurozona lascia del resto impalliditi. Dal 2001 al 2017 i nostri investimenti pubblici sono stati mediamente pari al 2,7% rispetto all’oltre 3% dell’eurozona. Una differenza apparentemente infinitesimale ma che nell’arco di 17 anni si materializza in oltre 95 miliardi di mancati investimenti. Quanto sarebbe cioè stato sufficiente a costruire poco meno di 1.600 km di ferrovia ad alta velocità (in aggiunta agli attuali 950 circa) o -se preferite- 900 ospedali di ultima generazione in più.

Ebbene Savona quantifica il suo piano Marshall in un iniziale importo 50 miliardi. Ad oggi infatti il nostro Paese, nonostante una moneta artificialmente sopravvalutata nei confronti della Germania, vanta ancora un considerevole surplus commerciale a riprova della vitalità del nostro tessuto produttivo che riesce ad esportare più di quanto importa proprio per circa 50 miliardi. Savona sa che l’attuazione di un siffatto piano determinerebbe tre importanti conseguenze sulla nostra economia: (a) aumenterebbe la domanda interna in misura pari a quasi il 3% visto che ogni novella matricola in economia sa che una delle componenti del PIL sono proprio gli investimenti pubblici che a loro volta (b) alimenterebbero ulteriormente la crescita attraverso maggiori consumi privati. In questi verrebbero infatti spesi i salari pagati dalle imprese ingaggiate nell’opera di sistematico ammodernamento di strade, scuole e ferrovie e quant’altro. E’ il cosiddetto moltiplicatore keynesiano che il solito studente di economia sarebbe in grado di spiegarvi; (c) tuttavia ripartirebbero anche le importazioni a motivo dei maggiori consumi e di una moneta artificialmente forte che renderebbe conveniente importare prodotti soprattutto dalla Germania. E questo però mitigherebbe i predetti fattori di crescita come infatti si è puntualmente verificatonella ripresa immediatamente successiva alla crisi del 2008. Di qui la determinazione di un plafond annuo pari all’importo del nostro attuale surplus commerciale e quindi tale da non mettere prudenzialmente in pericolo la nostra bilancia dei pagamenti che potrebbe tutt’al più chiudere in pareggio. Pertanto l’idea è quella di “controbilanciare” il surplus estero con la richiesta alla UE di poter spendere il medesimo importo, per l’appunto 50 miliardi, in investimenti pubblici produttivi ad utilità pluriennale scorporandoli dal computo del deficit.

Il Piano Savona è quindi rivoluzionario. Gli investimenti devono essere correlati al surplus delle partite correnti anziché ai saldi di finanza pubblica nella ragionevole certezza che questo attiverà un moltiplicatore tale da produrre un ulteriore aumento del PIL, nonché una più equa distribuzione del reddito così da incentivare i tanto sperati consumi interni e di conseguenza un abbassamento del rapporto con il debito, un aumento del gettito fiscale e per ultimo, non meno importante, l’innalzamento del tasso di occupazione. Resta solo da capire come e perché tanti blasonati professori abbiano frettolosamente liquidato il Piano Savona definendolo “esproprio socialista” e facendo quindi intendere che quei 50 Mld sarebbero stati reperiti “saccheggiando” i conti correnti (non si sa bene poi come!) di quelle aziende esportatrici!  Un po’ più di onestà intellettuale e di conoscenza di macroeconomia non guasterebbe!

Fabio Dragoni e Antonio M. Rinaldi

Milano Finanza, 24.7.18

Creval: accordo con C.Agricole per partnership nel Vita

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il Credito Valtellinese ha sottoscritto col Gruppo Credit Agricole un accordo per l’avvio di una partnership esclusiva a lungo termine nel business assicurativo vita.

La partnership, anticipata da MF-Milano Finanza trova conferma in una nota. L’alleanza garantirà a Credit Agricole Assurances (Caa), attraverso la sua controllata italiana Credit Agricole Vita, l’accesso alla rete di CreVal per la distribuzione di tutti i prodotti assicurativi di risparmio e investimento nonché di alcuni prodotti del segmento protezione per una durata sino a 15 anni.

Nell’ambito della transazione, Caa acquisterà il 100% del capitale sociale di Global Assicurazioni.

Il corrispettivo complessivo pagato da Caa per l’acquisizione di Global Assicurazioni sarà pari a 80 milioni di euro, di cui 70 milioni corrisposti da Caa al closing e 10 milioni di euro differiti, pagabili al termine del quinto anno condizionatamente al raggiungimento di obiettivi pre-concordati.

Al fine di rafforzare la partnership strategica di lungo periodo, Caa acquisterà una quota di minoranza del capitale di CreVal del 5%. In aggiunta, la parti hanno concordato che valuteranno, nel medio termine, la possibilità di estendere la partnership tra il gruppo Casa e CreVal ad altre aree di business. In tale situazione, il gruppo Casa potrebbe considerare la possibilità di incrementare la sua quota in CreVal fino al 9,9%. Ad oggi, Caa e Gruppo Casa non intendono incrementare la partecipazione oltre tale soglia.

L’operazione consentirà a Caa e CreVal di consolidare ulteriormente il proprio posizionamento competitivo nel business bancassicurativo vita, facendo leva sulle competenze industriali di Caa nello sviluppare una piattaforma commerciale leader nel mercato e sfruttando tutto il potenziale e le capacità distributive della rete CreVal.

La riorganizzazione e valorizzazione dell’attività bancassicurativa rappresenta uno dei pilastri del Piano Strategico 2018-2020 del Gruppo Creval, per conseguire un incremento strutturale della redditività complessiva, da realizzarsi con iniziative mirate allo sviluppo di specifiche aree di business “fee based” a basso assorbimento di capitale.

L’inizio della partnership con CAA fa parte di un più ampio progetto di riassetto del modello operativo bancassicurativo di CreVal.

Il closing dell’operazione è previsto entro la fine del 2018 ed è soggetto alle autorizzazioni delle competenti Autorità di Vigilanza (Ivass e Autorità antitrust). L’operazione avrà un impatto negativo sul Cet1 ratio del Gruppo Casa inferiore ai 2 punti base e comporterà una riduzione del Solvency 2 ratio di Caa inferiore a 1 punto percentuale.

L’intera operazione di riorganizzazione del business bancassicurativo, considerando anche gli effetti dell’accordo stipulato con il gruppo Assicurativo Ri-Fin, annunciato oggi, comporterà un miglioramento del CET1 ratio fully loaded del Gruppo Creval di circa 35 punti base.

com/cce

(END) Dow Jones Newswires

July 24, 2018 12:50 ET (16:50 GMT)

Marchionne colpito da embolia

Paolo Madron lettera43.it 24.7.18

uando Sergio Marchionne, due giorni dopo quella che sarebbe stata la sua ultima uscita pubblica a Roma alla cerimonia della donazione di una Jeep ai carabinieri avvenuta il 26 giugno, è entrato all’Universitätsspital di Zurigo, sapeva benissimo che le sue condizioni di salute erano al limite. Gli era stato diagnosticato tempo addietro un sarcoma alla spalla, piuttosto invasivo, e nell’occasione gli erano stati addirittura manifestati alcuni dubbi sull’efficacia dell’operazione, ritenuta ad alto rischio. Da tempo il manager soffriva di forti dolori alla spalla che ne rendevano difficili i movimenti del braccio, e assumeva del cortisone nel tentativo di lenirli. Questo in un quadro clinicogià debilitato da un cronico problema alla tiroide per cui prendeva quotidianamente dei farmaci.

IL RICOVERO DI MARCHIONNE DOVEVA DURARE POCHI GIORNI

Secondo quanto risulta a Lettera43.it anche John Elkann sarebbe stato all’oscuro delle reali condizioni del manager, nonostante gli fosse evidente lo stato di prostrazione in cui l’amministratore delegato di Fca versava negli ultimi tempi. Lo aveva attribuito a uno stato di particolare affaticamento, dopo una difficile stagione che di lì a poco sarebbe culminata con la presentazione, il 25 luglio, dei risultati del semestre. Tant’è che, per non destare sospetti Marchionne, prima del ricovero, aveva confermato una serie di appuntamenti in programma agli inizi di luglio. E al suo presidente aveva motivato la breva assenza con la scusa di un check up di routine. Tutto sembrava sotto controllo, e l’annunciato ricovero solo un piccolo fastidio da risolvere prima di presentarsi davanti agli analisti per spiegare i brillanti risultati del gruppo. Insomma, il suo ricovero a Zurigo doveva durare giusto il tempo di un ordinario intervento di ortopedia, e poi il manager sarebbe prontamente rientrato al Lingotto. Nessun sospetto che si trattasse di una patologia tumorale.

DURANTE L’INTERVENTO A ZURIGO L’EMBOLIA CEREBRALE

L’operazione invece, secondo la ricostruzione di fonti che ovviamente pretendono l’anonimato, già complicata di suo, è degenerata nel dramma. Marchionne infatti, nel pieno dell’intervento, sarebbe stato colpito da embolia cerebrale precipitando in coma. E a nulla sono valsi i disperati interventi dell’équipe medica per rianimarlo. I danni cerebrali avrebbero reso la situazione irreversibile, e da quel momento il manager è tenuto in vita artificialmente dalle macchine. A Elkann, precipitatosi a Zurigo nello sconcerto più totale, non è stato permesso vederlo. I medici hanno fatto presente come non vi fossero più speranze di ripresa. Di qui l’inopinata decisione di nominare un nuovo amministratore delegato, e non più l’assegnazione provvisoria delle sue deleghe. Quindi il comunicato del Lingotto e la successiva lettera di Elkann ai dipendenti, che nei toni di incredulità e dolore, e il reiterato uso del tempo passato, aveva i toni di un necrologio.

Soci BPVi e Veneto banca: report a caldo di Franco Conte (Codacons Veneto) sull’incontro delle associazioni col governo sul Fondo di ristoro: le istanze a Bitonci e Villarosa

Di Note ufficiali  vicenzapiu.com 24.7.18

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Presenti circa trenta sigle, 22 interventi in totale:

A) critici verso il Fondo e disponblie ad una nuova legge che allarghi la platea dei risarciti e semplifichi la procedura, ecco i punti di le critica: 1. esclusione di azionisti antecedenti 2012 … 2007, 2. l’indicazione di risparmiatori è riduttiva di altri azionisti e danneggiate, 3. la procedura è troppo complesa e va semplificata al massimo, senza onere della prova dell’inganno subito, 4. criterio cronologico di evasione delle domanda sarebbe anticostituzinale e negativo, 5. assolutamente indaguato lo stanziamento di 25 milioni pr 4 anni!, 6.andrebbero esclusi quelli che hanno aderito alla OPT transazione el 15 % circa della primera scorsa.

B) a favore dell’immediata pubblicazione del Decretoe ampia disponibilità a prendere innconsiderazione un tavolo tecnico per esaminare eventuali criticità per una revisione in occasione della prossima legge di bilancio

Così non perde tempo, si spendono i primi 25 milioni e si predipsongono le risorse – promesse e ribadite – da far affluire al Fondo le garanire il risarcimento del danno subito nella misura del 100%, come garantito dalla norma isttutiva grazie proprio a cntestato criterio cronologico.

Infatti una volta liquidato con 100 milionimi primi risparmiatori, senza paletti di reddito e di quantità del danno, diventa inevitbile per il Governo e pr il Parlamento onorare l’impegno preso in campagna elettorale e negli o.d.g. votati all’unanimità in occasione dell’aprovazione sia del dl n.99 del 25 giungo 2017 che della legge. 205.

In particolare si è evidenziato la infondatezza e talvolta la malafede di affermazione dei sabotatori del Fondo in termini ogggettivi:

1. esclusione di azionisti antecedenti 2012..al 2007…una bufala…la norma non prevede nessuna data…solo che il rispariatore sia stato vittima di inadeguata informazione…!

2. l’indicazione di risparmiatoriè perfetta per superare le critiche dell’Europa e per indicare la figura protetta dall’art. 47 della Costituzione.Allargare la platea è certo auspicabile ma nonè necessario cancallare, ignorando, quanto già in legge!

3: a procedura non è per niete complessa. L’autorita anticorruzione ha svolto con efficacia e tempi accettabili l’azione di risarcimento deglio bbligazionisti delle 4 banche (Carife Carifac Etruria..).

Quanto emerso dagli ati giudiziari di rinvio a giudizio degli imputati e dalla Commissione d’inchiesta Parlamentare ad hoc rende oggettivolo stto di danneggiato da comportamento penale in vilazione delle norme a tutela del risparmiatore. La richiesta avanzata dalla Regione veneto di aprire due sportelli a Vicenza e Treviso renderebbe ancorapiù rapidii tempi per il rsarcimento;

4. il criterio cronologico di evasione delle domanda non è anticostituzionale, mentre è strategico per ribadire il principio sancito dalla norma di procedere al ristoro dell’intero danno subito.

5) Il modestissimo stanziamento di 25 milioni è da tutti ovvimente giudicato solo l’inizio…non il tutto! Se cade il principio cronologico rischia di essere distributio (anche se implentato) tra le decine di migliaia di risparmiatori, sarebbe una beffa.

6.Circa l’esclusione dal ricorso al Fondo di chi ha aderito alla tranzazione del 15%verbbe consumata una infamia.Le adesioni sono state solecitate inun contesto che ne implica la nullità! punire chi per necessità ha quantificato una minima parte dei rispari sarebbe un secondo tradimento.

Va denunciato forte e charo il rischio di nonn pubblicare il decreto per andare verso una nuova norma che priverebbe i risparmiatori del diritto all’intero ristoro del danno subito ed , proprio mentre tra SGA e Banca Intesa sono patitegli aggirnamenti degliinteressi fuori fido (anche oltre il 20%) e le fasi prelimnari degli atti esecutori.

Senza contare che i risparmiatori per due terzi sono ultra65enni

I risparmiatori chiedono dignità e non sostegno caritatevole.

Se dovesse essere confermato il mancato avvio del fondo le assciazioni si rincontreranno con i gruppi parlamentari e apriranno un forte confronto sul territorio.

Dall’incontro siamo usciti molto preoccupati, grazie alla sciagurata sponda di alcune associazioni filogoverative e capitanate da mancati eletti  al parlamento).

In una intervista dei giorni scorsi il precedente sottosegretario on.le Baretta è stato esplicito: il Decreto di attuazione è pronto, non prevede paletti, ha una procedura semplice e collaudata.

Ora tocca al Governo,al Ministro Tria, pubblicare dare esecuzione procedere all’incremento delle risorse necessarie, che ripetiamo attinte ai fondi dormienti non danno problemi con L’Europa e sono capienti.

Siamo fiduciosi che il Primo Ministro Conte manterrà l’impegno assunto e che il sottosegretario on.le Bitonci difenderà il Veneto e quanto votato unanimemente  dal Consiglio regionale.

In sintesi noi oggi abbiamo ribaditoi punti oggettivi:

  1. migliaia di vittime, per oltre i due/terzi ultra 65enni, sono in attesa di risarcimento, è urgente pubblicare il Decreto attuativo che giace sul tavolo del Ministrodel MEF, il cui termine è scaduto da oltre 3 mesi;
  2. la legge vigente assicura il ristoro al 100% del danno subito,senza paletti di reddito, di consistenza patrimoniale, di quantidel danno; il Fondo non è intervento di carattere sociale ma di tutela del risparmiatore tradito;
  3. predisporre come è stato assicurato da tutte le forze politiche la norma che incrementi il “simbolico” stanziamento di 100 milioni, che sono già disponibili attingendoli dai Fondi dormienti, ancora di recente dichiarati autorevolmente capienti;
  4. sono state presentate interrogazioni da Forza Italia, Fratelli d’Italia, il sen. De Poli, il gruppo PD al Senato che evidenziano l’urgenza di dare immediato ristoro ai risparmiatori;
  5. M5S e dalla Lega hanno uno specifico impegno di priorità nel Contratto di Governo: fine pag.14,”…..Per far fronte al risarcimento dei risparmiatori “espropriati” si prevede anche l’utilizzo effettivo di risorse, come da legge vigente, provenienti da assicurazione e polizze dormienti….”

Venezia 24 luglio 2016

Franco Conte (Codacons Veneto per associazioni Unite per il fondo)

Banche venete: la Prefettura istituisce un tavolo di lavoro permanente anti-crisi

trevisotoday.it 24.7.18
Foto d’archivio“

 

Banche venete: la Prefettura istituisce un tavolo di lavoro permanente anti-crisi
„Importante provvedimento preso dalla Prefettura trevigiana per fronteggiare la crisi finanziaria che negli scorsi mesi ha colpito i risparmiatori delle ex popolari venete“
Banche venete: la Prefettura istituisce un tavolo di lavoro permanente anti-crisi

TREVISO Il Prefetto Laura Lega ha presieduto nei giorni scorsi il secondo Tavolo di confronto sugli effetti della crisi delle banche venete nella Marca, con la partecipazione dei rappresentanti dei clienti risparmiatori, oltre che con Intesa San Paolo e Sga, la Camera di Commercio, la Banca d’Italia e la Commissione regionale Abi. All’incontro era presente anche la diocesi di Treviso.

Il tavolo di lavoro, il cui bilancio è stato senz’altro positivo, è stato propizio per proseguire l’azione di approfondimento volta a delineare un quadro conoscitivo degli effetti della crisi bancaria (Veneto Banca e Popolare di Vicenza) che ha interessato la provincia di Treviso oltre che a favorire la corretta diffusione di elementi di conoscenza nell’ambito delle categorie interessate, ed in questo caso dei risparmiatori, nonché per ogni utile iniziativa di sostegno di queste. Già precedentemente, invero, si erano tenuti altri incontri sul tema tra i quali, da ultimo, quello del 25 maggio scorso nel corso del quale erano state approfondite le posizioni di cui sono portatrici le associazioni di rappresentanza delle categorie produttive.
 
Il tavolo di lavoro ha preso le mosse dalla constatazione del grave danno sociale inferto al territorio provinciale dagli eventi di cui si discute, che hanno determinato situazioni di particolare delicatezza capaci di incidere oltre che su posizioni personali, familiari e di impresa, anche con gravi ripercussioni di ordine psicologico oltre che economico, anche sulle condizioni complessive della coesione sociale. Nel corso dell’incontro le associazioni di rappresentanza dei risparmiatori hanno inteso porre l’accento sull’esigenza di poter gestire la partita dei ristori con la massima celerità atteso che molta parte dei risparmiatori hanno un’età media avanzata e non sono nella condizione di poter attendere prolungatamente l’azione preordinata ai rimborsi ipotizzati dalle norme in atto vigenti. In relazione a tanto è stato chiesto al Prefetto di intervenire presso i competenti organi governativi al fine di velocizzare l’adozione del decreto attuativo del D.L. 99 del 25 giugno 2017, convertito con la legge 31 luglio 2017, n. 121, che a suo tempo ha disposto la messa in liquidazione degli istituti bancari in questione. Secondo altra posizione, pure emersa al tavolo, sarebbe piuttosto necessario non tanto una velocizzazione degli istituti di ristoro di cui alle norme già esistenti quanto piuttosto una riscrittura delle stesse intesa a garantire una vera e propria forma di risarcimento del danno per i risparmiatori entro misure predefinite. Il Prefetto ha in tal senso assicurato il proprio interessamento richiedendo la produzione di specifiche proposte formali da parte delle associazioni intervenute che verranno conseguentemente prospettate ai competenti Ministeri.
 
L’iniziativa ha quindi inteso favorire la realizzazione di un Tavolo di confronto e di soluzione delle situazioni problematiche, nel perseguimento dell’obiettivo di garantire la massima coesione sociale. Da parte propria sia Intesa San Paolo che S.G.A. hanno assicurato la massima disponibilità ad una gestione dei crediti attenta e rispettosa sia delle posizioni individuali che dell’economia del territorio, peraltro in un momento di ripresa confermata dai più recenti indici in materia, ed hanno offerto una qualificata collaborazione affinché le decisioni siano prese sulla base di un’approfondita conoscenza dei singoli casi ed in tempi rapidi. Hanno inoltre assicurato che sia la gestione degli sconfinamenti che dei cosiddetti crediti deteriorati avverrà con la massima responsabilità continuando ad incontrare i clienti interessati in modo da ricercare con essi le soluzioni più consone ai singoli casi. Anche Banca d’Italia ed A.B.I. hanno avuto modo di evidenziare l’importanza di questi momenti di confronto che fanno emergere da parte di tutti la volontà di non fomentare scontri sociali quanto piuttosto di stimolare al massimo le possibilità di dialogo costruttivo che certamente trarrà ottimo slancio dalla consolidata rete interistituzionale esistente in provincia di Treviso. In questo senso anche la Camera di Commercio ha assicurato la massima attenzione ai temi in disamina, informando peraltro di aver promosso un cospicuo finanziamento in favore dei consorzi fidi in modo da poter intervenire a supporto della ripresa in atto e delle esigenze di finanziamento del sistema imprenditoriale locale. A conclusione dell’incontro, alla luce delle convergenze riscontrate e della sicura utilità del confronto, svoltosi in un clima di reciproco rispetto e di viva partecipazione, il Prefetto ha disposto la trasformazione del consesso in un Tavolo permanente che tornerà a riunirsi già alla fine del periodo estivo e comunque rimarrà sempre aperto a momenti di confronto per possibili esigenze anche di carattere estemporaneo che possano utilmente essere vagliate in tale contesto. 

 

Fondo risparmiatori, Unione Nazionale Consumatori del Veneto: “governo valuta se riscrivere nuova legge”

i Note ufficiali Vicenzapiu.com 24.7.18

Il Mef ha comunicato ai risparmiatori vittime dei default bancari che il Governo sta valutando se continuare sulla strada del cosiddetto decreto Baretta oppure riscrivere una legge ex novo. “L’importante è che si faccia il prima possibile” afferma – in questa nota stampa Antonio Tognoni, responsabile dell’Unione Nazionale Consumatori del Veneto, presente all’incontro anche in rappresentanza di Adoc Veneto.

“Quanto ai profili di illegittimità del decreto Baretta in materia di aiuti di Stato, se si stabilisce il principio che gli azionisti sono stati truffati e si prevede una forma di arbitrato, come fatto in precedenza con l’Anac, si possono superare gli ostacoli” prosegue Tognoni.

“Oltre ad un potenziamento del fondo a disposizione, abbiamo chiesto che si tenga conto della priorità di chi non ha reddito e ha perso tutto” prosegue Tognoni.

“Ringraziamo il Governo per aver deciso di incontrare chi rappresenta i truffati” conclude Tognoni.

Blockchain, Carrefour avvia operazione trasparenza con la filiera del pollo

Michele Pilia

POSTED ON LUGLIO 24, 2018 silenziefalsita.it

Carrefour Italia sarà la prima GDO (Grande Distribuzione Organizzata) a monitorare e certificare la filiera alimentare mediante l’utilizzo della tecnologia blockchain.

L’utilizzo di tale tecnologia permetterà di compiere notevoli passi avanti nella trasparenza dei prodotti presenti negli scaffali dei principali supermercati italiani, fornendo al cliente, in tempo reale, informazioni di fondamentale importanza come ingredienti, luogo di origine e data di scadenza, attraverso una tecnologia che rende tali informazioni sicure, protette e libere dal rischio di contraffazione.

I clienti, durante l’acquisto dei prodotti certificati, potranno consultare le informazioni relative all’intero percorso effettuato dal prodotto, fornite da circa trenta stabilimenti del settore, attraverso la scansione di un codice QR.

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Stéphane Coum, manager di Carrefour Italia, commenta così la novità introdotta: “L’evoluzione delle richieste del consumatore e la rinnovata attenzione alla provenienza dei prodotti che la GDO offre, impone agli operatori del settore un impegno sempre maggiore verso la trasparenza delle informazioni. La tecnologia blockchain è uno strumento fondamentale in questa direzione, poiché rappresenta un patto di fiducia tra Carrefour Italia e il cliente finale, che potrà verificare direttamente e in tempo reale le informazioni legate alla filiera del prodotto, dall’origine sino all’arrivo al punto vendita.”

L’azienda francese negli ultimi anni ha dimostrato più volte il proprio impegno profuso nella ricerca della trasparenza in relazione ai processi produttivi, nei confronti dei clienti: nel 1992 è stato avviato in Francia il progetto “Filiera Qualità” (giunto in Italia parecchi anni dopo).

Attualmente, i controlli effettuati tramite la blockchain riguardano il processo produttivo dei polli e dei pomodori.

Con questo procedimento l’etichetta dei prodotti diventa digitale, il cliente avrà modo di verificare tutte le informazioni in tempo reale, consultando in tempo reale dati certificati e non falsificabili attraverso un’interfaccia sviluppata dalla stessa azienda francese: in questo modo tra la catena di supermercati e i propri clienti si instaura un rapporto di fiducia che apporterà vantaggi a entrambi.

Codacons: Emerge dagli atti che Ricciardi aveva svolto consulenze per case farmaceutiche produttrici di vaccini

politicamentescorretto.info 24.7.18

VACCINI: PER IL TRIBUNALE DI ROMA FONDATE LE ACCUSE CODACONS CONTRO WALTER RICCIARDI (ISS)

ECCO LE MOTIVAZIONI CON CUI IL GUP PROSCIOGLIE IL CODACONS E IL SUO PRESIDENTE CARLO RIENZI DALL’ACCUSA DI DIFFAMAZIONE

INTANTO DOMANI IL TAR DEL LAZIO DECIDE SUL RICORSO CODACONS CONTRO ANAC SU VACCINI E CONFLITTI DI INTERESSE

Il Presidente Iss Walter Ricciardi dovrà rispondere del reato di calunnia. Il Tribunale di Roma, infatti, ha ritenuto fondate le accuse del Codacons nei confronti di Ricciardi e, con sentenza pubblicata in data 10 luglio 2018, ha prosciolto il Presidente dell’associazione, Carlo Rienzi, dalle assurde accuse di diffamazione mosse dall’attuale Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ritenendo e motivando che “il fatto non sussiste”. Proprio a seguito delle motivazioni della sentenza che non lasciano spazio ad interpretazioni, Walter Ricciardi sarà ora chiamato a rispondere del grave reato di calunnia ai danni di Carlo Rienzi

I fatti risalgono al novembre 2016 quando, in occasione di un convegno sui vaccini, il Codacons diffuse un volantino riportante i presunti conflitti di interesse in capo al Presidente dell’ISS. Tra le situazioni sospette, il fatto che le iniziative in cui il prof. Ricciardi avrebbe preso parte a vario titolo sarebbero state sponsorizzate da varie case farmaceutiche produttrici di vaccini mentre era a capo dell’ISS come Commissario straordinario.

Il Gup di Roma Giulia Proto ha ritenuto fondate le affermazioni del Codacons; nelle motivazioni della sentenza si legge infatti: “emerge dagli atti che, almeno alla data del 28.5.2013, il Ricciardi aveva effettivamente svolto consulenze per diverse case farmaceutiche anche produttrici di vaccini”; “che le varie iniziative siano state sponsorizzate dalle case farmaceutiche produttrici di vaccini, vi è prova in atti: vi sono i contratti con i quali le case farmaceutiche hanno sponsorizzato i Progetti di cui si parla nel volantino, stipulati con l’Università Cattolica del Sacro Cuore o le dichiarazioni dei legali rappresentanti delle case farmaceutiche che confermano il dato”.

A maggior riprova il comunicato stampa, depositato in atti, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore del 19 giugno 2015, che apertamente parla di “sostegno incondizionato” avente ad oggetto, afferma il Giudice Proto, “la sponsorizzazione di cui si parla – a ragione – nel volantino”.

Questo significa che effettivamente le accuse del Codacons erano fondate, e che il prof. Ricciardi dovrà risarcire l’associazione per il danno prodotto e non debba più operare nel settore della sanità pubblica – afferma l’organizzazione dei consumatori – Proprio le dimissioni del presidente Iss sono state oggetto di una formale richiesta avanzata oggi dal Codacons nel corso di un incontro con il Ministro della salute, Giulia Grillo.

Intanto domani il Tar del Lazio dovrà decidere sul ricorso promosso dall’associazione contro l’archiviazione disposta dall’Anac della denuncia Codacons relativa alle incompatibilità di Ricciardi.

 

Fonte Codacons

A noi l’austerità, a loro le spese pazze. Ecco come il Parlamento europeo butta via i nostri soldi

Carmine Gazzanni la notiziagiornale.it 24.7.18

L’unica spiegazione è che a Bruxelles e a Strasburgo si abbiano tempi così contingentanti che non si ha nemmeno modo di farsi fare la piega o aggiustarsi il pizzetto. Solo così troverebbe ragione la spesa di 210mila euro per avere nell’edificio dedicato a Winston Churcill di Strasburgo un “parrucchiere misto”. Poi, col capello impeccabile, si potrà fare una bella camminata nei parchi, mirando la “decorazione floreale”, per la cui manutenzione se ne vanno altri 571mila euro, e rinfrescandosi con le fontane d’acqua, noleggiate per la modica cifra di 142mila euro. Sono, questi, solo alcuni dei singolari contratti siglati dal Parlamento europeo nel corso del 2017 e resi noti in questi giorni. All’interno della lista, fittissima, c’è di tutto. Per dire: solo per la “fornitura di piccole attrezzature per la ristorazione e articoli da tavola” sono stati bruciati, tramite due contratti distinti, quasi 5 milioni di euro. Nulla in confronto al mega appalto per la fornitura di mobili da arredamento: 39 milioni di euro. E poi, ovviamente, ci sono le “apparecchiature informatiche”, dagli smartphone ai tablet, che il “palazzo” garantisce a staff ed eurodeputati: nel 2017 la spesa è stata di 7 milioni di euro, che fa il paio con quella di 24 milioni per i computer.

Spot su spot – Ma non siamo che all’inizio. A quanto pare al Parlamento europeo credono molto nel valore della pubblicità. E così, tanto per dire, abbiamo speso 16mila euro per la realizzazione di uno spot di 45 secondi che è stato trasmesso “nei due cinema più importanti” del Lussemburgo. E tanto basta. Anche per la Polonia è stata messa su “una campagna cinematografica”. Costo dell’operazione, in questo caso: 64mila euro. Certo, nulla in confronto ai 36 milioni di euro spesi per la “pianificazione e acquisto di spazi pubblicitari”. La parola d’ordine, però, è stare al passo coi tempi. E così per la sola progettazione grafica delle pubblicazioni dell’Ufficio d’informazione del Parlamento europeo a Berlino sono stati bruciati altri 30mila euro. Ma che ci sia un occhio di riguardo al mondo teutonico è fuor di dubbio. Qualche esempio? Nel 2017 altri 56mila euro sono stati spesi, testuale, per la “distribuzione di volantini negli hotel a Berlino e nel Brandeburgo”, mentre altri 600mila euro sono stati messi a disposizione “per la realizzazione di eventi per l’ufficio informazioni in Germania”. Il top della campagna Ue, però, è stato raggiunto con l’acquisto di braccialetti promozionali. Costo dell’operazione: quasi 60mila euro. La pubblicità, poi, va di pari passo col controllo dei media: pochi lo sanno, ma in ogni Paese membro viene commissionato il monitoraggio della stampa, dai 650mila euro in Germania ai 360mila in Danimarca.

Contenitori per giacche – C’è, poi, tutta la serie di eventi e mostre che si realizzano in loco. Una su tutte: l’esibizione temporanea sui 70 anni di crescita in Europa, che è costata 1,2 milioni. Infiniti, ancora, gli studi commissionati. Da quello sulla “formazione dei pescatori” (56mila euro) a quello relativo all’impatto della Brexit sul sistema energetico (44mila), fino allo studio sul commercio tra Europa e Singapore (90mila euro). Lavoro indefesso, dunque. E per chi teme il sonno, niente paura: per le macchinette del caffè sono stati spesi l’anno scorso 1,5 milioni di euro. Chiudiamo con la spesa in assoluto più curiosa: nella lunghissima lista di contratti, spunta pure quello per la “fornitura di contenitori vuoti per giacche”. Una fornitura che ci è costata altri 35mila euro.

TANGENTOPOLI / GARDINI, CAGLIARI, CUSANI, SAMA. MA CHI HA PAURA DI WALTER ARMANINI ?

24 luglio 2018

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Paginate e paginate, in questi giorni, sui media di casa nostra a proposito dei morti eccellenti (o di chi l’ha scansata per miracolo) di Tangentopoli. Le storie dell’ex numero dell’Eni Gabriele Cagliari, quella del capo dell’impero Ferruzzi Raul Gardini. Quelle di chi è riuscita a farla franca pur dopo anni di galera, come Sergio Cusani e Carlo Sama.

Mancano all’appello, incredibile ma vero, i nomi di chi la galera non l’ha vista neanche per un minuto, o al massimo per poche ore. Come Sergio Cragnotti, l’ex patròn della Lazio calcio che di Enimont sapeva un pozzo di cose.

Pierfrancesco Pacini Battaglia. Nel montaggio in alto Walter Ammannii, Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Sullo sfondo Di Pietro, Colombo e Davigo

E soprattutto Chicchi Pacini Battaglia, “l‘uomo a un passo da Dio”, come lo dipinse il pm, Antonio Di Pietro, durissimo con i suoi imputati, una pantera in toga: e invece in quell’occasione trasformatosi in un innocente agnellino. Miracoli delle prodezze legali di un avvocato arrivato apposta dal Sud, alle sue prime cause penali, Sergio Lucibello? Il quale nel pedigree aveva, oltre ad una faticata laurea, soprattutto una gemma: l’amicizia con un pm che contava, allora, a Milano, il vero capo del pool, la pantera nera Di Pietro.

Super Chicchi Battaglia sapeva tutto della madre di tutte le tangenti, Enimont, e del maxi affari degli anni ’90 fino a tutt’oggi, l’Alta Velocità. Italo-svizzero, depositario anche di tutti i segreti della più accorsata banca svizzera, Karfinco, crocevia di tangenti a molti zeri. Poi molto legato al faccendiere napoletano Eugenio Buontempo, cognato del luogotenente di Gianfranco Fini, Italo Bocchino: e l’affiatato tandem Battaglia–Buontempo riuscì a dragare – non si sa a quale titolo – i misteriosi fondali di Ustica dove giaceva il relitto dell’Itavia. E ad addestrare piloti libici. Un groviglio di misteri.

 

GALERA MAI PER  L’UOMO DI TUTTI I SEGRETI

Le cronistorie del palazzo di giustizia di Milano raccontano che Chicchi Pacini Battaglia non passò neanche mezz’ora in gattabuia, neanche il tempo di una sigaretta e un caffè dietro le sbarre.

Come mai nessuna inchiesta in Italia è mai riuscita a capire il perchè di quella libertà per un faccendiere a conoscenza di tutti i segreti, sotto il profilo economico, finanziario e non solo (perchè alla Tav si collegano anche business mafiosi, sui quali avevano già acceso i riflettori Falcone e Borsellino?) Boh. Ne hanno scritto, vent’anni fa, Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, in “Corruzione ad Alta Velocità”, che conteneva notizie – è il caso di dirlo – bomba. Su omissioni, collusioni, connection. Eppure niente, neanche un tric trac. Il silenzio più totale dei media, il glaciale muro di gomma della magistratura.

Oggi la Repubblica di Mario Calabresi fa addirittura il bis. Un paginone di Piero Colaprico dedicato alle rimembranze umane e giudiziarie dell’intellettuale del pool di Milano, Gherardo Colombo, e poi un fondo di Gianluca Di Feo su “Il Mistero di Raul Gardini”.

Parla da solo già titolo di Colaprico che riferisce le parole del pm che oggi dedica tutte le sue energie ad insegnare educazione civica nelle scuole: “La fine di Gardini aprì gli occhi di tutti sul sistema tangenti”.

Giovanni Falcone

Ma c’era bisogno di quella tragedia per capirlo? Non c’erano centinaia di altri segnali grossi come una casa? Non c’erano state – per dirne una – le ricerche più che approfondite di Giovanni Falcone e Piero Borsellino sulle mani della mafia piantate ormai da anni anche sulla Calcestruzzi, il colosso  riconducibile ai Ferruzzi e nel quale erano penetrate le cosche? Nessuno ricorda più le profetiche parole di Falcone quando a fine anni Ottanta (se non ricordo male nel 1989, quasi trent’anni fa, non ieri) che “La Mafia è entrata in Borsa!”, con esplicito riferimento alla Calcestruzzi che aveva fatto il suo ingresso in piazza Affari? Per non parlare delle migliaia di riciclaggi già a fine anni ’80 in centro nord Italia nei settori dei tempo libero, della distribuzione, dei servizi? E anche all’estero?

Oggi Maestro Colombo viene a raccontarci di “responsabilità di tramandare una memoria storica”. Ma ci faccia il piacere, avrebbe detto il mitico Totò.

 

ANCHE QUELL’UOMO “DOVEVA MORIRE”

C’è una storia che nessuno oggi ricorda, pochissimi in passato hanno mai voluto rammentare. Forse perchè dà fastidio. E la dice lunga su tanti metodi adottati in quegli anni che allora facevano sperare (sic) in un mondo più Giusto & Possibile.

La storia è quella di Walter Giulio Armanini, che il pool di Milano – Di Pietro e Colombo in testa – era straconvinto fosse il vero, unico depositario dei segreti di Bettino Craxi & C.. La loro ossessione era quella di scoprire il ‘tesoro’. Quel bottino che con ogni probabilità era già anni prima volato via sotto il vigile sguardo di Claudio Martelli, il delfino di Bettino Craxi, con la collaborazione di una ‘zarina’ di segreti & conti correnti, Winnie Kolbrunner. E molte strade portavano, guarda caso, ai conti cifrati elevetici, come ha più volte raccontato lo scrittore-investigatore Jean Zigler, autore di “La Svizzera lava più bianco”. E quei denari spesso e volentieri transitavano anche via Karfinco.

Ma per Di Pietro e Colombo la mela marcia era Armanini, uno che amava la bella vita e le belle donne, conosceva bene l’ex sindaco di Milano e cugino di Craxi Paolo Pillitteri. Armanini doveva confessare. Andava spremuto come un limone.

La copertina della Voce di gennaio 1997

La Voce a dicembre 1996 andò ad Orvieto, incontrò e intervistò per un paio di volte Armanini. Questo il titolo: “Stasera Pago io” – sottotitolo: “Cinque anni e sette mesi di galera. E’ la sentenza definitiva che Armanini, docente di Economia alla Bocconi, ex barricadero del ’68, sta scontando per Tangentopoli. In questa intervista vuota per la prima vuota il sacco. E parla, tra l’altro, di ‘torture’ inflittegli da Colombo e Di Pietro. Fino al mancato suicidio sul lungomare di Napoli. Proprio mentre ad Orvieto rientra l’inquisito Giancarlo Parretti. E lo stesso Armanini viene colpito da un attacco cardiaco”.

Fu l’ultima intervista, quella di Armanini. Il quale dopo alcuni mesi morirà per un secondo attacco cardiaco. Riproduciamo per intero quell’intervista, scannerizzando le pagine della Voce di gennaio 1997.

Ma eccone un breve assaggio: “Volevano che parlassi di Pillitteri. Certo, dissi, eravamo molto amici. E così una sera il secondino verso mezzanotte mi annuncia che devono ‘appoggiarmi’ un detenututo. Era un nero in astinenza da eroina che appena entrato mi vomita addosso e sulla branda. Roba da impazzire. Il giorno dopo arriva Gherardo Colombo e vuol sapere di Pillitteri. Qualche tempo dopo un nuovo appoggio: un altro extracomunitario in crisi d’astinenza che mi afferra per il collo e per poco m’ammazza. Vengo salvato a stento dalla guardia carceraria. Due giorni dopo torna Colombo: cosa faceva lei con Pillitteri? In quei giorni, dal 19 maggio al 29 giugno ho avuto un preifarto, ho perso due diottrie ad un occhio e sangue dall’orecchio. E dire che ero riuscito a superare le perquisizioni anali d’ingresso”.

Storie di 5 anni prima. Avrebbe terminato di scontare la pena di lì a pochi mesi, che stava trascorrendo ai domiciliari ad Orvieto, svolgendo anche un lavoretto in un piccolo laboratorio artigiano.

Di seguito potete leggere quell’intervista.

 

L’INCHIESTA DELLA VOCE DI GENNAIO 1997 CON L’INTERVISTA AD ARMANINI

Inchiesta Voce gennaio 1997

 

 

 

FIAT / IL RUMORE DELLE MACCHINE FERME

GIUSEPPE TURANI uominiebusiness.it 22.7.18

Valletta aveva costruito un’azienda familistico-padronale, ricca e crudele. Gli Agnelli cambiano, ma resta il rapporto  con i politici. Marchionne taglia tutto e fa la rivoluzione. (Agnelli, Valletta, Pirelli, Bianchi)

Nino Rovelli (chimica) raccontava che tanti anni fa, mentre è al ministero dell’industria a fare gli auguri al ministro, nota un signore anziano, di bassa statura, con un cappottino poco appariscente che si aggira per gli uffici e regala scatole di cioccolatini alle impiegate. Stupito, chiede di chi si tratti. Tutti lo guardano con grande meraviglia: “Ma come? Non lo conosce? E’ il professor Valletta”. In quegli anni il boss assoluto della Fiat, che aveva deciso di fare grande nonostante l’opposizione dei politici.

La sua Fiat era appunto quella dei cioccolatini alle segretarie. Una grande impresa familistico-padronale. Dove lui, affacciandosi alle finestre del suo ufficio di Mirafiori e guardando le Alpi era solito dire: “Quando arriveremo lì con gli stabilimenti, dovremo fermarci”. La sua Fiat, grazie al divieto di importazione delle auto straniere, a un certo punto risulta essere la prima in Europa, posto che perderà non appena saranno aperte le frontiere.

La sua era un Fiat che guadagnava molti soldi, ma sempre un po’ in guerra. La palazzina uffici dentro Mirafiori (dove i fratelli Agnelli hanno sempre avuto un ufficio, simbolicamente, ma dove non sono mai andati) era protetta da un portone di ferro spesso una spanna. In caso di sommosse operaie, il portone si chiudeva automaticamente e poi si aspettava l’arrivo dei rinforzi.

Sui muri di Mirafiori (fino a 60 mila operai nei momenti di crescita) campeggiava una scritta alta un metro: “L’unica musica che il padrone sente è il rumore delle macchine ferme”.

La Fiat di Valletta produceva potere e denaro (l’Avvocato poteva permettersi di girare in aereo per l’Europa solcando le rotte della Nato), ma era anche crudele: una volta, per avere le commesse americane per l’aviazione, in un reparto con 900 operai, ne vennero licenziati 899: tutti meno uno.

I sindacalisti scomodi, in quella Fiat, erano spediti in uno speciale reparto (l’Officina Ricambi) in cui non c’era niente: solo il pavimento e una serie di ramazze per pulirlo.

Quando a metà degli anni Sessanta Valletta si ritira e i due fratelli Agnelli entrano finalmente in Fiat, trovano appunto un’azienda familistica-padronale: centinaia di aziende che non si sa bene a chi rispondano, forse autonome, piccole baronie.

Il commento sarà: ”Valletta ci ha fatto guadagnare una montagna di soldi, ma non basterà spenderli tutti per riconquistare un po’ di rispetto”.

Vengono chiamate le società di consulenza e la trasformazione della  Fiat in un moderno complesso aziendale richiederà più di dieci anni, e sarà crudele. Con decine e decine di potenti cacciati via.

Quella Fiat (ma anche quella dopo) è un’azienda che traffica con il potere politico: io concedo e tu concedi. Quando si deve fare uno stabilimento, fuori da Torino, gli esperti consigliano cinque sedi, di cui solo una in Italia, ma è anche  la più sconsigliata, cioè Melfi. I politici, allarmati, corrono con soldi e agevolazioni, e alla fine verrà scelta proprio Melfi.

Ancora: nella sua breve presidenza della Confindustria Gianni Agnelli firma con Lama un tremendo accordo sul punto pesante di contingenza. A chi lo critica, risponde sereno: “La pace sociale viene prima di tutto, questo ci hanno chiesto”. Sempre lo scambio di favori.

Marchionne arriva al vertice della Fiat nel 2004. Non ha mai fatto l’industriale, ma è un grande esperto di bilanci. Li sa leggere benissimo e, a differenza dei grillini e dei leghisti di oggi, capisce subito che lo Stato non ha più soldi. Inutile corteggiare la politica: non ha più niente da dare. Le aziende chimiche (che erano cresciute con il denaro pubblico) sono già fallire tutte. Per cavarsela, bisogna fare da sé. Lavorare e produrre.

La rivoluzione di Marchionne, in fondo, è questa.

Vi racconto come è cambiata la Fiat con Sergio Marchionne in Fca

 startmag.it 24.7.18

Il commento di Giuseppe Turani, direttore di Uomini&Business, già firma di punta in economia e finanza di Repubblica ed Espresso, sugli anni di Marchionne in Fca

Si può usare la tragica vicenda di Marchionne per ragionare su l’Italia nella quale ci troviamo? Su un uomo, figlio di un carabiniere emigrato in Canada, che si prende tre lauree, che non ha santi in paradiso e che diventa un manager di livello mondiale, che convince Obama a cedergli la terza industria automobilistica americana e a prestargli i soldi per comprarla? Su un uomo, capo di un’azienda italiana fallita, che riesce a salvare sia la Fiat che la Chrysler?

Il comico genovese dice che lo Stato dovrebbe passarci uno stipendio per non fare niente: solo così riusciremo a liberare i tanti Leonardo Da Vinci che sonnecchiano nei nostri concittadini. Sergio Marchionne non ne ha avuto bisogno. Si è liberato da solo, con tre lauree e tantissimo lavoro. Si dice che abbia insegnato la globalizzazione all’Italia: in realtà era lui stesso il prodotto della globalizzazione: abruzzese, di modesta famiglia, mezzo americano e mezzo svizzero.

Adesso gli esperti di sinistra, i professori di scienze inutili, stanno a contare gli addetti Fiat prima e dopo e constatano che sono molto diminuiti: e quindi bocciano Marchionne.

Se a qualcuno può interessare, sono in grado di confermare. Ho visitato in lungo e in largo Mirafiori all’inizio degli anni Ottanta, la Mirafiori (come si diceva allora) “cuore e culla del movimento operaio italiano”: 60 mila operai, tutti sotto i capannoni torinesi. Ricordo che mi colpirono i pavimenti di legno degli stabilimenti, mi sembrava un lusso: mi fu spiegato che era per via del rumore, migliaia di operai sotto lo stesso capannone, un rumore infernale ogni volta che a uno cade una chiave inglese, con il legno il fracasso era un po’ attenuato, sopportabile.

Ricordo un operaio alla catena di montaggio che nella sua postazione aveva un piccolo organetto elettronico: suono, mi disse, così passo il tempo e non sento la fabbrica. E ricordo anche i ragazzi, tutti giovani, del reparto verniciatura, chiamati con nomi evocativi (Vietnam, Corea, Saigon): posti così tremendi che la stessa direzione aziendale aveva stabilito che dopo due anni passati lì, ma più uno, per tutta la vita, non ci sarebbe mai più tornato.

Ho camminato di nuovo qualche anno fa lungo i capannoni di Mirafiori e mi è sembrato che non ci fosse più nessuno. Pochi operai, nessuna fretta, molti “esterni”, di altre aziende che completavano certe lavorazioni. La sensazione era che il lavoro fosse stato smistato fuori, quindi non so se le statistiche che si citano in questi giorni abbiano un senso: forse bisognerebbe tenere conto di tutto l’indotto mosso dall’auto di Torino.

Può essere un segno dei tempi che, allora, qualche anno fa, il capo di Mirafiori fosse un ingegnere donna, dolce e rispettata dai suoi operai.

Ma il mio primo contatto con Mirafiori e la Fiat risale a molti anni prima, cioè alla crisi petrolifera, autunno 1973, quando si pensava che l’Avvocato si fosse suicidato (ma non era vero naturalmente) e che l’era dell’auto fosse ormai finita (ricordate le domeniche a piedi?). Ebbene, ero andato a Torino dal mio amico Ruggero Cominotti, allora capo della Soris, per cercare di capire che cosa stavamo perdendo. Passammo una giornata intera a fare conti, un po’ a spanne certo, ma alla fine il numero era sempre quello intorto all’auto, a quelle maledette automobili (che sembravano finite in quei giorni) giravano non meno di due milioni di persone (dall’elettrauto al benzinaio, più quelli sotto i capannoni Fiat). E questo spiega il pesante impatto della casa torinese sulla politica e l’economia italiana.

Adesso va di moda dire che, però, la Fiat ha licenziato, ha maltrattato gli operai, ha aperto e chiuso stabilimenti. Tutto vero, ma questi elencatori di nefandezze Fiat voglio ricordare che la casa torinese non è nata durante un ciclo di seminari delle Dame di San Vincenzo. E’ nata da intuizioni, imbrogli, truffe, dalla lotta di classe (un tempo si diceva così, ricordate?). Non a caso il suo primo ostacolo, serio, molto serio, è stata una denuncia contro il fondatore, accusato dai suoi soci (nobili torinesi) di averli derubati.

Per difenderlo, l’allora ministro della giustizia del governo italiano si dimise dal suo incarico (non c’erano i grillini, per fortuna) e andò a rappresentarlo in tribunale. Agnelli fu assolto, che se aveva torto, ma davanti alla storia aveva ragione lui: i suoi soci volevano fare auto per divertirsi nelle corse in salita alla domenica e raccontare poi le loro imprese seduti ai tavolini dei bari di piazza San Carlo. Lui, invece, era stato in America da Henry Ford e voleva fare la Fiat, un colosso che segnasse tutta la società italiana.

Per questo, qualunque cosa dicano, non fu mai convintamente fascista: gli piacevano le società ordinate, socialdemocratiche, pacifiche, in cui le famiglie, serene, si indebitavano per comprare le sue auto. Quando arrivò l’obbligo della camicia nera, sembra che abbia detto alla moglie prendine una bianca e falla colorare, poi la laveremo. Una leggenda? Forse.

Così come, molti anni dopo, il suo successore, Vittorio Valletta, viene sequestrato, alla Liberazione, dai partigiani-operai in rivolta, incerti se fucilarlo sul posto immediatamente o se fargli prima veloce processo, giusto per la forma.

Il processo si farà, anni dopo, a Venezia, ma contro quei partigiani-operai per sequestro di persona. A scagionarli arriva proprio la vittima, il professor Valletta: “Ma quale sequestro, eravamo in armi per difendere i nostri impianti, io e i miei operai”.

Nei mesi successi molti di quei protagonisti saranno licenziati, altri promossi.

L’intera storia Fiat è fatta di errori di eccessi, di scontri anche feroci, di compromessi con il potere politico, di impianti che dovevano essere chiusi, ma che non lo sono stati per le pressioni dei politici locali e i soldi dello Stato.

All’inizio degli anni Novanta, quando sembrava che non ci fosse più alcun futuro per la Fiat, vado a prendere un caffè con l’Avvocato alla Fondazione Agnelli e lui si confida: “Se dovesse finire tutto adesso, il matrimonio fra la Fiat e Torino sarebbe durato cento anni. Cento anni mi sembra una buona durata per un matrimonio”.

Poi, anche grazie a molta fortuna, arriva Marchionne, i due fratelli Agnelli sono già scomparsi, e la Fiat rinasce dalle sue ceneri. Oggi è una multinazionale vera e con i conti a posto. Senza Marchionne non avremmo avuto solo qualche operaio in meno, ma il nulla. A Detroit e a Mirafiori si coltiverebbero fiori.

Certo, la Fiat non è più quella di una volta (60 mila persone sotto gli stessi capannoni. Ma niente è più quello di una volta. L’iPhone lo fanno in Cina e non in California. E i nostri jeans arrivano da chissà dove.

Persino la classe operaia, cari amici del Manifesto, non è più quella di una volta: a leggere i vostri pensieri (spesso sbagliati) siamo rimasti in quattro radical-chic, gli operai non vi leggono e votano Lega e Cinque stelle, che le fabbriche le vogliono distruggere.

Tutto cambia, facciamocene una ragione.

(Estratto di un articolo di Uomini&Business)

Quelli che si sono appropriati illegalmente della nostra “MONETA SOVRANA”, sono quelli che oggi dettano REGOLE e LEGGI

politicamentescorretto.info 23.7.18

Quelli che si sono appropriati illegalmente della nostra “MONETA SOVRANA”, sono quelli che oggi da dietro le quinte dettano REGOLE e LEGGI nel nostro paese e non solo.

Ora hanno tutti nel loro libro paga, ESERCITI, MAGISTRATURA, FORZE DELL’ORDINE, POLITICA, MAEDIA, …tutti, e se qualcuno prova DISOBBEDIRE ai loro ORDINI viene tagliato fuori, gli tolgono la poltrona, gli tagliano i viveri, in parole povere non gli arriva più il bonifico dello stipendio e ne tantomeno i VITALIZI e la PENSIONCINA a vita (se non pure ammazzato). Hanno tutti sotto SCACCO!

Capite che significa aver ceduto la SOVRANITÀ della MONETA?
Ora provate a pensare se qualcuno osa mettersi contro il PADRONE che lo paga.

Carlo Messina: nella condivisione dei valori il segreto della leadership

sdabocconi.it 20.7.18

Persone e valori. Sono sufficienti queste due parole per capire qual è la visione della leadership di Carlo Messina, CEO di Intesa Sanpaolo. Sicuramente tra le più ricorrenti nel suo intervento tenutosi nell’aula magna dell’Università Bocconi per il ciclo di incontri delle Leader Series EMF – Executive Master in Finance, sono parole che esprimono una concezione profondamente “umanistica” del ruolo del leader all’interno di un’organizzazione. Un approccio al tema niente affatto scontato per una persona che ha costruito il suo successo professionale in ambito finanziario, ma che la dice lunga sulla consapevolezza di avere a che fare con un compito impegnativo e sfaccettato, che richiede, tra l’altro, «partecipazione, capacità di ascolto e di autocritica».

Probabilmente non è casuale che una cultura della leadership di questo tipo nasca e si sviluppi proprio in un contesto, come quello bancario, in cui l’investimento sul capitale umano pone sfide sempre più alte e impegnative. Un mondo che – ricorda Messina sollecitato da Andrea Beltratti, Academic Director di EMF, a immaginare il futuro prossimo delle banche – è destinato a vedere, da una parte, la riduzione di alcuni ruoli operativi e, dall’altra, la nascita e lo sviluppo di figure sempre più capaci di relazioni di valore con i clienti e gli altri stakeholder. «Inevitabilmente le banche saranno sempre più aziende digitali. È un processo già avviato ma che ha ancora amplissimi margini di sviluppo con l’evoluzione dei sistemi di intelligenza artificiale. Ciò avrà sicuramente una ricaduta organizzativa importante soprattutto sulla dimensione retail. Ma il fattore umano diverrà sempre più importante in altri ambiti, come il wealth management, nei quali saranno richieste competenze sempre più raffinate, in termini sia di specializzazione che di soft skill, di capacità di relazione col cliente. Insomma – conclude Messina – se devo affidare i miei risparmi o il mio patrimonio a qualcuno voglio guardarlo negli occhi e parlare con lui».

LEADER SERIES EMF CON CARLO MESSINA

Prendersi cura delle persone e motivarle

Se la risorsa umana è destinata a essere il fulcro strategico e il fattore competitivo vincente delle banche – e non solo – è con essa, prima ancora che con altri indicatori di crescita, che la leadership deve misurarsi. Il suo primo compito è l’inclusione. «La leadership deve innanzitutto prendersi cura delle persone, deve farle sentire parte di un progetto comune. Solo così sarà realmente possibile condividere gli obiettivi che poi ognuno per la sua parte dovrà realizzare in concreto». Anche quello della condivisione è un concetto che Messina ripeterà più volte nel corso dell’incontro. E che risulta strettamente legato a quello di cultura aziendale: «la cultura aziendale è un elemento imprescindibile per capire il valore di un’azienda, che non è determinato solo da indici economici, ma anche e soprattutto da valori condivisi da tutte le persone che lavorano al suo interno. Anzi, sempre più spesso il successo delle organizzazioni è dato dalla loro capacità di esprimere, all’interno e verso l’esterno, una sintesi di questi valori comuni».

L’esperienza nell’universo bancario è sicuramente anche quella che ha costruito un altro pilastro della leadership secondo Carlo Messina: la fiducia. Non solo il valore della banca, ma la sua stessa sussistenza e ragion d’essere si fondano su un rapporto di fiducia. « Le crisi bancarie sono sempre la conseguenza di una crisi di fiducia. E la costruzione della fiducia è possibile solo attraverso il rapporto umano, con i clienti e tutti gli altri interlocutori della banca. Non c’è tecnologia o efficienza organizzativa che possa sostituire la relazione personale in questo processo. E solo persone che si fidano della propria organizzazione e della sua leadership saranno in grado di trasmettere questa fiducia al mercato».

Un’attitudine che si può apprendere

Per un banchiere di fronte a una platea di persone che stanno sviluppando le loro competenze specialistiche in campo finanziario ma anche la loro capacità di leadership, la domanda è inevitabile: ma si può imparare a essere leader? «Naturalmente non vanno sottovalutate le competenze – risponde il CEO di Intesa Sanpaolo – che sono imprescindibili per svolgere un lavoro di qualità, cosa che in banca è sempre più richiesta perché è finito il tempo delle rendite di posizione. Le competenze sono importanti non solo per i ruoli operativi ma anche nello sviluppo della leadership, perché la credibilità si fonda anche su queste. Ma essere leader significa anche altro. Significa ovviamente sapere prendersi delle responsabilità, anche difficili, e sapere guardare avanti, oltre la contingenza. Ma significa anche coltivare l’umiltà, consapevoli di poter sbagliare e capaci di imparare dai propri errori, e sapere confrontarsi costruttivamente con i propri collaboratori. Si può imparare tutto questo? Credo di sì, cogliendo tutte le occasioni di apprendimento che la vita ci offre, essendo recettivi, aperti al cambiamento».

Un ventaglio di soft skill, dunque, che è destinato ad allargarsi. Ma che suggerimento si può dare a dei giovani talenti in formazione, come i partecipanti a EMF, per consolidare le basi della loro leadership? La domanda, posta da Andrea Beltratti a conclusione dell’incontro, non lascia spazio a incertezze. «Più che arte o scienza, credo che la leadership sia questione di attitudine e disponibilità. Occorre, da un parte, consolidare la propria cultura e competenza personale e, dall’altra, contribuire a costruire quella della propria organizzazione. Ed evitare se possibile la logica delle “cordate”, purtroppo ancora diffusa nel nostro paese. Non sempre il carro del vincitore porta lontano, le organizzazioni di successo sono quella che si fondano sulle forze e sul talento di ciascuno».

SDA Bocconi School of Management

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«partecipazione, capacità di ascolto e di autocritica». tre parole che non hai mai visto applicare dal Sig. Carlo Messina .