FIAT / IL RUMORE DELLE MACCHINE FERME

GIUSEPPE TURANI uominiebusiness.it 22.7.18

Valletta aveva costruito un’azienda familistico-padronale, ricca e crudele. Gli Agnelli cambiano, ma resta il rapporto  con i politici. Marchionne taglia tutto e fa la rivoluzione. (Agnelli, Valletta, Pirelli, Bianchi)

Nino Rovelli (chimica) raccontava che tanti anni fa, mentre è al ministero dell’industria a fare gli auguri al ministro, nota un signore anziano, di bassa statura, con un cappottino poco appariscente che si aggira per gli uffici e regala scatole di cioccolatini alle impiegate. Stupito, chiede di chi si tratti. Tutti lo guardano con grande meraviglia: “Ma come? Non lo conosce? E’ il professor Valletta”. In quegli anni il boss assoluto della Fiat, che aveva deciso di fare grande nonostante l’opposizione dei politici.

La sua Fiat era appunto quella dei cioccolatini alle segretarie. Una grande impresa familistico-padronale. Dove lui, affacciandosi alle finestre del suo ufficio di Mirafiori e guardando le Alpi era solito dire: “Quando arriveremo lì con gli stabilimenti, dovremo fermarci”. La sua Fiat, grazie al divieto di importazione delle auto straniere, a un certo punto risulta essere la prima in Europa, posto che perderà non appena saranno aperte le frontiere.

La sua era un Fiat che guadagnava molti soldi, ma sempre un po’ in guerra. La palazzina uffici dentro Mirafiori (dove i fratelli Agnelli hanno sempre avuto un ufficio, simbolicamente, ma dove non sono mai andati) era protetta da un portone di ferro spesso una spanna. In caso di sommosse operaie, il portone si chiudeva automaticamente e poi si aspettava l’arrivo dei rinforzi.

Sui muri di Mirafiori (fino a 60 mila operai nei momenti di crescita) campeggiava una scritta alta un metro: “L’unica musica che il padrone sente è il rumore delle macchine ferme”.

La Fiat di Valletta produceva potere e denaro (l’Avvocato poteva permettersi di girare in aereo per l’Europa solcando le rotte della Nato), ma era anche crudele: una volta, per avere le commesse americane per l’aviazione, in un reparto con 900 operai, ne vennero licenziati 899: tutti meno uno.

I sindacalisti scomodi, in quella Fiat, erano spediti in uno speciale reparto (l’Officina Ricambi) in cui non c’era niente: solo il pavimento e una serie di ramazze per pulirlo.

Quando a metà degli anni Sessanta Valletta si ritira e i due fratelli Agnelli entrano finalmente in Fiat, trovano appunto un’azienda familistica-padronale: centinaia di aziende che non si sa bene a chi rispondano, forse autonome, piccole baronie.

Il commento sarà: ”Valletta ci ha fatto guadagnare una montagna di soldi, ma non basterà spenderli tutti per riconquistare un po’ di rispetto”.

Vengono chiamate le società di consulenza e la trasformazione della  Fiat in un moderno complesso aziendale richiederà più di dieci anni, e sarà crudele. Con decine e decine di potenti cacciati via.

Quella Fiat (ma anche quella dopo) è un’azienda che traffica con il potere politico: io concedo e tu concedi. Quando si deve fare uno stabilimento, fuori da Torino, gli esperti consigliano cinque sedi, di cui solo una in Italia, ma è anche  la più sconsigliata, cioè Melfi. I politici, allarmati, corrono con soldi e agevolazioni, e alla fine verrà scelta proprio Melfi.

Ancora: nella sua breve presidenza della Confindustria Gianni Agnelli firma con Lama un tremendo accordo sul punto pesante di contingenza. A chi lo critica, risponde sereno: “La pace sociale viene prima di tutto, questo ci hanno chiesto”. Sempre lo scambio di favori.

Marchionne arriva al vertice della Fiat nel 2004. Non ha mai fatto l’industriale, ma è un grande esperto di bilanci. Li sa leggere benissimo e, a differenza dei grillini e dei leghisti di oggi, capisce subito che lo Stato non ha più soldi. Inutile corteggiare la politica: non ha più niente da dare. Le aziende chimiche (che erano cresciute con il denaro pubblico) sono già fallire tutte. Per cavarsela, bisogna fare da sé. Lavorare e produrre.

La rivoluzione di Marchionne, in fondo, è questa.