TANGENTOPOLI / GARDINI, CAGLIARI, CUSANI, SAMA. MA CHI HA PAURA DI WALTER ARMANINI ?

24 luglio 2018

 di: Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

Paginate e paginate, in questi giorni, sui media di casa nostra a proposito dei morti eccellenti (o di chi l’ha scansata per miracolo) di Tangentopoli. Le storie dell’ex numero dell’Eni Gabriele Cagliari, quella del capo dell’impero Ferruzzi Raul Gardini. Quelle di chi è riuscita a farla franca pur dopo anni di galera, come Sergio Cusani e Carlo Sama.

Mancano all’appello, incredibile ma vero, i nomi di chi la galera non l’ha vista neanche per un minuto, o al massimo per poche ore. Come Sergio Cragnotti, l’ex patròn della Lazio calcio che di Enimont sapeva un pozzo di cose.

Pierfrancesco Pacini Battaglia. Nel montaggio in alto Walter Ammannii, Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Sullo sfondo Di Pietro, Colombo e Davigo

E soprattutto Chicchi Pacini Battaglia, “l‘uomo a un passo da Dio”, come lo dipinse il pm, Antonio Di Pietro, durissimo con i suoi imputati, una pantera in toga: e invece in quell’occasione trasformatosi in un innocente agnellino. Miracoli delle prodezze legali di un avvocato arrivato apposta dal Sud, alle sue prime cause penali, Sergio Lucibello? Il quale nel pedigree aveva, oltre ad una faticata laurea, soprattutto una gemma: l’amicizia con un pm che contava, allora, a Milano, il vero capo del pool, la pantera nera Di Pietro.

Super Chicchi Battaglia sapeva tutto della madre di tutte le tangenti, Enimont, e del maxi affari degli anni ’90 fino a tutt’oggi, l’Alta Velocità. Italo-svizzero, depositario anche di tutti i segreti della più accorsata banca svizzera, Karfinco, crocevia di tangenti a molti zeri. Poi molto legato al faccendiere napoletano Eugenio Buontempo, cognato del luogotenente di Gianfranco Fini, Italo Bocchino: e l’affiatato tandem Battaglia–Buontempo riuscì a dragare – non si sa a quale titolo – i misteriosi fondali di Ustica dove giaceva il relitto dell’Itavia. E ad addestrare piloti libici. Un groviglio di misteri.

 

GALERA MAI PER  L’UOMO DI TUTTI I SEGRETI

Le cronistorie del palazzo di giustizia di Milano raccontano che Chicchi Pacini Battaglia non passò neanche mezz’ora in gattabuia, neanche il tempo di una sigaretta e un caffè dietro le sbarre.

Come mai nessuna inchiesta in Italia è mai riuscita a capire il perchè di quella libertà per un faccendiere a conoscenza di tutti i segreti, sotto il profilo economico, finanziario e non solo (perchè alla Tav si collegano anche business mafiosi, sui quali avevano già acceso i riflettori Falcone e Borsellino?) Boh. Ne hanno scritto, vent’anni fa, Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, in “Corruzione ad Alta Velocità”, che conteneva notizie – è il caso di dirlo – bomba. Su omissioni, collusioni, connection. Eppure niente, neanche un tric trac. Il silenzio più totale dei media, il glaciale muro di gomma della magistratura.

Oggi la Repubblica di Mario Calabresi fa addirittura il bis. Un paginone di Piero Colaprico dedicato alle rimembranze umane e giudiziarie dell’intellettuale del pool di Milano, Gherardo Colombo, e poi un fondo di Gianluca Di Feo su “Il Mistero di Raul Gardini”.

Parla da solo già titolo di Colaprico che riferisce le parole del pm che oggi dedica tutte le sue energie ad insegnare educazione civica nelle scuole: “La fine di Gardini aprì gli occhi di tutti sul sistema tangenti”.

Giovanni Falcone

Ma c’era bisogno di quella tragedia per capirlo? Non c’erano centinaia di altri segnali grossi come una casa? Non c’erano state – per dirne una – le ricerche più che approfondite di Giovanni Falcone e Piero Borsellino sulle mani della mafia piantate ormai da anni anche sulla Calcestruzzi, il colosso  riconducibile ai Ferruzzi e nel quale erano penetrate le cosche? Nessuno ricorda più le profetiche parole di Falcone quando a fine anni Ottanta (se non ricordo male nel 1989, quasi trent’anni fa, non ieri) che “La Mafia è entrata in Borsa!”, con esplicito riferimento alla Calcestruzzi che aveva fatto il suo ingresso in piazza Affari? Per non parlare delle migliaia di riciclaggi già a fine anni ’80 in centro nord Italia nei settori dei tempo libero, della distribuzione, dei servizi? E anche all’estero?

Oggi Maestro Colombo viene a raccontarci di “responsabilità di tramandare una memoria storica”. Ma ci faccia il piacere, avrebbe detto il mitico Totò.

 

ANCHE QUELL’UOMO “DOVEVA MORIRE”

C’è una storia che nessuno oggi ricorda, pochissimi in passato hanno mai voluto rammentare. Forse perchè dà fastidio. E la dice lunga su tanti metodi adottati in quegli anni che allora facevano sperare (sic) in un mondo più Giusto & Possibile.

La storia è quella di Walter Giulio Armanini, che il pool di Milano – Di Pietro e Colombo in testa – era straconvinto fosse il vero, unico depositario dei segreti di Bettino Craxi & C.. La loro ossessione era quella di scoprire il ‘tesoro’. Quel bottino che con ogni probabilità era già anni prima volato via sotto il vigile sguardo di Claudio Martelli, il delfino di Bettino Craxi, con la collaborazione di una ‘zarina’ di segreti & conti correnti, Winnie Kolbrunner. E molte strade portavano, guarda caso, ai conti cifrati elevetici, come ha più volte raccontato lo scrittore-investigatore Jean Zigler, autore di “La Svizzera lava più bianco”. E quei denari spesso e volentieri transitavano anche via Karfinco.

Ma per Di Pietro e Colombo la mela marcia era Armanini, uno che amava la bella vita e le belle donne, conosceva bene l’ex sindaco di Milano e cugino di Craxi Paolo Pillitteri. Armanini doveva confessare. Andava spremuto come un limone.

La copertina della Voce di gennaio 1997

La Voce a dicembre 1996 andò ad Orvieto, incontrò e intervistò per un paio di volte Armanini. Questo il titolo: “Stasera Pago io” – sottotitolo: “Cinque anni e sette mesi di galera. E’ la sentenza definitiva che Armanini, docente di Economia alla Bocconi, ex barricadero del ’68, sta scontando per Tangentopoli. In questa intervista vuota per la prima vuota il sacco. E parla, tra l’altro, di ‘torture’ inflittegli da Colombo e Di Pietro. Fino al mancato suicidio sul lungomare di Napoli. Proprio mentre ad Orvieto rientra l’inquisito Giancarlo Parretti. E lo stesso Armanini viene colpito da un attacco cardiaco”.

Fu l’ultima intervista, quella di Armanini. Il quale dopo alcuni mesi morirà per un secondo attacco cardiaco. Riproduciamo per intero quell’intervista, scannerizzando le pagine della Voce di gennaio 1997.

Ma eccone un breve assaggio: “Volevano che parlassi di Pillitteri. Certo, dissi, eravamo molto amici. E così una sera il secondino verso mezzanotte mi annuncia che devono ‘appoggiarmi’ un detenututo. Era un nero in astinenza da eroina che appena entrato mi vomita addosso e sulla branda. Roba da impazzire. Il giorno dopo arriva Gherardo Colombo e vuol sapere di Pillitteri. Qualche tempo dopo un nuovo appoggio: un altro extracomunitario in crisi d’astinenza che mi afferra per il collo e per poco m’ammazza. Vengo salvato a stento dalla guardia carceraria. Due giorni dopo torna Colombo: cosa faceva lei con Pillitteri? In quei giorni, dal 19 maggio al 29 giugno ho avuto un preifarto, ho perso due diottrie ad un occhio e sangue dall’orecchio. E dire che ero riuscito a superare le perquisizioni anali d’ingresso”.

Storie di 5 anni prima. Avrebbe terminato di scontare la pena di lì a pochi mesi, che stava trascorrendo ai domiciliari ad Orvieto, svolgendo anche un lavoretto in un piccolo laboratorio artigiano.

Di seguito potete leggere quell’intervista.

 

L’INCHIESTA DELLA VOCE DI GENNAIO 1997 CON L’INTERVISTA AD ARMANINI

Inchiesta Voce gennaio 1997