“Siete Tutti Falsi”

comedonChisciotte.org 25.7.18

DI MONICA MONDO

ilsussidiario.net

Oksana Shako, una delle fondatrici del movimento Femen si è suicidata nel suo appartamento di Parigi. Era diventata pittrice. Ha lasciato scritto: “Siete tutti falsi”.

Oksana Shachko, una delle fondatrici delle Femen, il movimento di protesta femminista noto per fare del corpo un manifesto politico, si è uccisa. Sì, una di quelle che a seno nudo andava a protestare contro l’ingiustizia davanti ai leader mondiali, un’artista, che pure riteneva la rivoluzione l’unica vera arte.

Ucraina, giovane attivista, aveva appena 21 anni quando nel 2008 con due compagne di lotta attira l’attenzione non solo nel suo paese per l’insolita forma di ribellione e denuncia: diritti civili, diritti delle donne, prima nella sua terra e poi nel mondo, contagiando in un movimento solidale globale altre donne in Europa. Ovviamente era perseguita dalla legge e  perseguitata, trovando rifugio in Francia. Ed è nella sua casa di Parigi che l’altro ieri è stato trovato il suo corpo, quello che ha ostentato di fronte a Putin o Trump, a Berlusconi e chiunque sembri dettare le sorti del mondo.

Un topless considerato provocatorio quando di topless se ne vedono tanti per mettere solo le donne in vetrina. Figurarsi se era scandaloso protestare con le tette al vento. Figurarsi anche se uomini abituati ai più alti poteri e usi a considerare le donne come corpi e basta si sono mai lasciati interrogare dalle loro esternazioni fisiche e verbali. Boutades, goliardia estrema, ma senza alcuna ironia, senza il sarcasmo dello sberleffo. Quel che colpiva nelle Femen era la rabbia, è la rabbia: capace di trasformate i volti più gentili in maschere di Erinni, capace di far sragionare e perdere le ragioni, capace di cancellare le distinzioni tra persone e ruoli, di piegarsi all’uniformità, che cancella il dubbio, le sfumature, le differenze.

Un conto è sfidare il gelo della Bielorussia per fare della propria carne una barriera nella guerra civile; un conto far sorridere il cittadino di Arcore. Vale proprio la pena spendersi tanto? E questa rabbia, ha trovato uno sfogo pieno, per costruire, non solo épater les bourgeois e distruggere? Pare di no. La rabbia Oksana l’ha catalizzata contro di sé, tentando più volte  il suicidio. La rabbia è decaduta in delusione, frustrazione, tanto da farle abbandonare movimento e sfilate, per ritrarsi nel suo mondo d’arte, dove il grido era più intimo, meditato, dolente. Se si confermerà un suicidio che pure le sue compagne non dubitano, sarà l’amara fine e il fallimento vero di un movimento che invece la onora con ritornelli quali “E’ nella storia del femminismo”. “Lei è in ognuna di noi”.

Sai che importanza può avere per una ragazza che sognava l’impossibile, come gridava 50 anni fa un fortunato slogan sessantottino. “Vogliamo l’impossibile”. L’impossibile è l’assoluto. Nessuna risposta soltanto politica, perfino se sacrosanta, nessuna battaglia, perfino se originale, radicale e totalizzante può colmare questo anelito, questo destino. “Siete tutti i falsi”, pare abbia lasciato scritto Oksana su un biglietto d’addio. Dove alla rabbia si sostituisce la pena, per la solitudine, per la menzogna dell’ideologia che ti assorbe l’anima, e cancella chi sei, i tuoi desideri. Che sono sempre, per tutti, ma ancor più nella giovinezza, desideri di compimento e di felicità. “Siete tutti falsi” non va forse inteso con l’ultimo attacco a un mondo cattivo e incapace di comprenderti, ma un atto d’accusa verso lo stesso movimento che aveva fondato. La falsità è insostenibile, in un uomo o una donna seri, appassionati, coraggiosi, disposti a dare tutto per di sé, per qualcosa di grande. Ma che sia grande davvero.

 

Monica Mondo

Fonte: http://www.ilsussidiario.net

Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2018/7/25/FEMEN-OKSANA-SHACHKO-SUICIDA-L-ultima-vittima-della-sua-rabbia-verso-tutto-e-tutti/831844/

25.07.2018

L’intellettuale nell’era di internet

Michele Magno startmag.it 25.7.18

Il Bloc Notes di Michele Magno

Poco prima della sua morte, Eric Hobsbawm osservava con una punta di nostalgia che l’epoca in cui “gli intellettuali erano il principale volto pubblico dell’opposizione politica appartiene ormai al passato.[…] In una società dominata dall’incessante intrattenimento di massa, gli attivisti alla ricerca di utili sostenitori di buone cause preferiscono rivolgersi a celebri attori o a musicisti rock anziché agli intellettuali […]. Viviamo in una nuova éra, almeno finché il rumore universale dell’autoespressione tramite Facebook e gli ideali egualitari di Internet non avranno avuto il loro pieno effetto sulla scena pubblica” (Gli intellettuali: ruolo, funzione e paradosso, in La fine della cultura. Saggio su un secolo in crisi di identità, Rizzoli, 2013).

Lo storico britannico del “secolo breve” descriveva così il declino di una delle figure centrali del Novecento, fosse al servizio del potere, organico a un partito, un “cane sciolto”. Ma l’intellettuale è sempre stata una bestia strana. Qual è infatti il suo mestiere? Luciano Bianciardi, insofferente a ogni establishment culturale, dopo essersi posto questa domanda nelle sue “Sei lezioni per diventare un intellettuale, dedicate in particolare ai giovani privi di talento” (uscite nel 1967 sulla rivista ABC), concluse che si trattava di un mestiere indefinibile. Per l’autore della Vita agra il vero intellettuale, in fondo, è (dovrebbe essere) schiavo di tutti e servo di nessuno.

Ma che anche l’intellettuale rimpianto da Hobsbawm sia una razza in estinzione nel tempo dei social network, travolta dal corso della storia e dalle nuove forme della politica, lo abbiamo visto nell’ultima campagna elettorale. Certo, non sono mancati gli appelli al voto, le candidature esterne e di bandiera, i proclami nei talk show e sulla carta stampata, ma è apparso chiaro che gli intellettuali (termine ambiguo come pochi altri) avevano poco o nulla da dire. Del resto, perché sbilanciarsi più di tanto prima di conoscere il risultato delle urne? Soltanto adesso, quando i vincitori si sono imposti con la forza di numeri impressionanti, assistiamo a salti sul loro carro degni di un acrobata da circo equestre.

Sono trascorsi novantuno anni dalla pubblicazione del pamphlet di Julien Benda, Il tradimento dei chierici, in cui il filosofo francese denunciava l’asservimento dell’intellettuale agli interessi dei ceti dominanti (o, meglio, delle loro rappresentanze politiche). Egli difendeva la sua l’immagine come custode dei valori di verità e giustizia, alieno da ogni coinvolgimento di parte che possa distrarlo dai suoi compiti di educazione razionale. A tal proposito, ricorda i grandi nomi del passato che sono rimasti estranei alle passioni politiche, diversamente da coloro (Theodor Mommsen, Maurice Barrès, Charles Maurras, Gabriele D’Annunzio,Rudyard Kipling) che le avevano invece impugnate con la “sete del risultato immediato”.

È in particolare la passione patriottica quella con cui Benda polemizza più aspramente, e ne attribuisce la primogenitura agli intellettuali tedeschi a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Ma “l’umiliazione dell’universale” è avvenuta anche a vantaggio della classe, di cui sono responsabili in buona misura le Réflexions sur la violence di Georges Sorel (1906), un insegnamento all’odio che ritrova parallelamente nel fascismo italiano e nel bolscevismo russo. Solo in alcune circostanze, qui il riferimento all’affaire Dreyfus è esplicito, agli intellettuali è permesso di entrare nell’arena politica senza venire meno alla loro funzione. In generale, però, il modo corretto di agire per il “chierico” nel mondo moderno è quello di protestare verbalmente e di bere la cicuta quando lo Stato lo ordina. Ogni altra azione è tradimento.

Proprio Il secolo dei tradimenti si intitola un libro di Marcello Flores, in cui viene magistralmente ricostruito il dibattito suscitato dalle tesi di Benda (il Mulino, 2017). A contestarle è un giovane romanziere comunista che, nel 1931, aveva pubblicato un testo che lo renderà famoso, Aden Arabie, cui segue l’anno successivo Les chiens de garde, la sua risposta a La Trahison des clercs. Quella di Nizan è in qualche modo la prima coerente formulazione di una teoria dell’impegno degli intellettuali. Per il ventisettenne scrittore di Tours, rifarsi agli eterni valori di verità e giustizia senza parlare di colonialismo, guerra, industrializzazione, disoccupazione, amore, morte e politica, cioè di tutti i problemi che assillano la maggioranza degli abitanti del pianeta, era solo un tentativo di oscurare le miserie della realtà contemporanea. Occorreva schierarsi: con gli oppressi o contro. Rovesciando il discorso di Benda, per lui i “cani da guardia” sono gli intellettuali che si rifiutano di sporcarsi le mani e difendono i privilegi e la ricchezza della borghesia.

Attorno alla metà degli anni Trenta il tema dell’impegno degli intellettuali è al centro di una serie di appuntamenti di rilievo internazionale. Nel settembre 1934 si svolge il primo congresso degli scrittori sovietici, cui partecipano -tra gli altri- i francesi André Malraux e Louis Aragon insieme allo stesso Nizan, lo spagnolo Rafael Alberti, l’americano Mike Gould, anche se le relazioni principali vengono tenute da due dei massimi dirigenti del Pcus, Nikolaj Bucharin e Andrej Zdanov, uno sulla via di un drammatico tramonto e l’altro in inarrestabile ascesa.

È però il congresso che si apre a Parigi il 21 giugno 1935, dedicato alla “difesa della cultura” di fronte all’avanzata del nazifascismo in Europa, a divenire il simbolo stesso di quell’engagement che sarà il mantra di Jean Paul Sartre. Mancano i simpatizzanti per il trockismo e personalità di orientamento conservatore,come François Mauriac e Henry de Montherlant. L’insieme dei presenti, tuttavia, costituisce un’assemblea di prestigio.È Gide, convertitosi da poco al comunismo e destinato ad abbandonarlo clamorosamente qualche anno dopo, a inaugurare le assise.

Benda, che diventerà più tardi un intransigente difensore della fase più tragica dello stalinismo, contrappone come inconciliabile il comunismo alla civiltà occidentale.Nizan lo contesta duramente.

Solo Robert Musil chiede di potersi “sottrarre alle pretese” della politica, invitando i colleghi a imparare la “nobile arte femminile del non concedersi”. Il drammaturgo austriaco, autore di una delle pietre miliari della letteratura, L’uomo senza qualità, invita inoltre alla libertà, intendendo con essa un’idea psicologica, l’audacia, l’irrequitezza dello spirito, il piacere della ricerca, la schiettezza e il senso di responsabilità, perché “nessuna cultura può fondarsi su un rapporto obliquo con la verità”.

La questione della verità viene ripresa con coraggio leonino (in quel contesto) da Gaetano Salvemini, allora professore a Harvard. È lui a sollevare il “caso Serge”, creando nella platea un forte imbarazzo. Al termine del suo intervento, suscitando scandalo e riprovazione, l’illustre antifascista italiano afferma: “Non mi sentirei in diritto di protestare contro la Gestapo e l’Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania vi sono campi di concentramento, in Italia vi sono isole adibite a luoghi di pena, e nella Russia sovietica vi è la Siberia […] -è in Russia che Victor Serge [seguace di Lev Trockij, accusato di attività antisovietiche] è prigioniero […] -si può capire la necessità dell’attuale stato totalitario russo a condizione che ci si auguri la sua evoluzione verso forme più libere, ma bisogna dirlo e non si può celebrarlo come l’ideale della libertà umana”.

Per il milieu culturale di sinistra abbacinato dal “sol dell’avvenire” il mito dell’Urss sembrava un buon escamotage per preservare la propria fede rivoluzionaria, anche a costo di occultare la realtà: quella di una grandiosa utopia di emancipazione del lavoro che si stava tramutando nel suo più asfissiante e burocratico apparato coercitivo. L’intellettualità che aveva fatto proprio il vocabolario del marxismo-leninismo ebbe un nuovo periodo di gloria tra la fine del Secondo conflitto mondiale e il crollo dell’impero sovietico, ossia durante le imponenti mobilitazioni per il disarmo nucleare e contro l’invasione del Vietnam. Dopo, la fiducia nell’inarrestabile marcia del progresso ha ceduto il passo alla paura di una inevitabile catastrofe ambientale, letta come il frutto perverso di una globalizzazione sregolata. Malgrado ciò, non si può dire che da noi gli intellettuali, di qualunque tendenza siano, si mostrino molto preoccupati per il futuro dell’umanità. Poco male. In fondo, basterebbe che non si abbandonassero a quel culto delle élite al potere che sembra tornato di moda sulla scena politica nazionale.

Marchionne è morto, il marchionnismo prova a sopravvivere

contropiano.org 25.7.18

Sergio Marchionne è morto stamattina nell’ospedale di Zurigo, in Svizzera, dove era ricoverato ma nemmeno lo si ammetteva.

Non abbiamo nulla da aggiungere a quanto già detto due giorni fa nel nostro editoriale. Le dimissioni di Alfredo Altavilla – responsabile del fruppo Fca per l’Europa – eliminano l’ultimo dei top manager italiani al vertice, ora diretto dallo statunitense Mike Manley. Una conferma impietosa di quanto si sapeva dai tempi della fusione con Chrysler, fatta grazie ai soldi pubblici garantiti da Obama e poi restituiti quando è tornato l’utile operativo.

La narrazione tossica dei media di regime recita ovviamente la tesi opposta, così sfacciata a falsa che Repubblica online, dopo qualche minuto, ha ritenuto preferibile cambiare il titolo di prima pagina, lasciandolo però nel servizio interno: “l’uomo che salvò l’auto italiana”… portandola sotto proprietà statunitense!

Il servilismo dei direttori dei giornali italiani è pari solo a quello della classe politica (si fa per dire…) che si aggira tra Montecitorio e Palazzo Chigi in attesa di un ordine da Confindustria o dalla Troika. Tenere in vita il marchionnismo, e le relativa narrazioni fasulle, diventa un compito quasi impossibile, senza il maître à penser di questa variante storica dell’apologia del capitalismo. Ma lo ci provano!

L’unica correzione che dobbiamo fare al nostro editoriale è relativa al numero di dipendenti italiani di Fiat-Fca: attualmente sono circa 60.000, non 29.000. Al momento dell’ingresso di Marchionne erano il doppio, e questa è anche la misura del suo “contributo” alla disoccupazione in questo paese.

Carige, interviene la Cgil: basta con questo gioco al massacro

ILSECOLOXIX.IT 25.7.18

Genova – È intervenuta anche la Cgil, nella bufera al cui centro è finita Banca Carige : «Che cessi questo gioco al massacro», si legge in una nota firmata dalle segreterie liguri e genovesi del sindacato insieme con Fisac Cgil e Fisac Carige in cui si chiede fra l’altro che «sia perseguita con determinazione e responsabilità la ricerca della stabilità e che sia fatta finalmente chiarezza sulle prospettive future di questa azienda, di chi lavora al suo interno e delle loro famiglie».

| Carige, la Bce respinge le critiche di Malacalza: «Interazione costante con lei e il Cda» |

Nella lunga nota, la Cgil ha ricordato che «il numero dei lavoratori del gruppo, che a fine 2012 era di 5434 dipendenti, a fine marzo 2018 ammontava a 4589, con obiettivo del piano industriale di 3900 dipendenti. Una riduzione del 30%, per un totale di oltre 1500 posti di lavoro perduti. Un numero impressionante», ha scritto ancora la Cgil, «senza calcolare il numero indefinito dei posti di lavoro persi nell’indotto. Crediamo sia evidente che lavoratrici e lavoratori del gruppo sono coloro che hanno pagato e stanno pagando il prezzo più pesante in termini di perdita di occupazione, di retribuzioni, di condizioni di lavoro».

Nonostante questo, «sono paradossalmente del tutto assenti dalle discussioni e dai commenti di questi giorni».

Cari compagni, prima dell’ideologia il rispetto per la vita

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Azionisti Veneto Banca, incontro al Mef

vcoazzurratv.it 25.7.18

roma incontro venetobanca bitonci

Al tavolo romano del Ministero delle Finanze i rappresentanti delle “vittime delle banche” e il sottosegretario Bitonci

Ieri a Roma presso il Mef si è svolto un incontro fra i rappresentanti delle ” vittime delle banche” e il sottogretario all’Economia e Finanze Bitonci. Si è trattato di un incontro conosciutivo. A livello locale ha preso parte l’avvocato Clarissa Tacchini in rappresentanza del Movimento difesa del Cittadino che ha così commentato : ” E’ stato evidenziato lo stato di disagio economico in cui versano i riparmaitori del Vco ex Veneto Banca. Il Governo ha espresso la volontà di procedere alla creazione di un fondo “. Le parti si sono anche confrontate sui punti ” critici ” dell’ex decreto Barreta.

Finlombarda, nata per sostenere le imprese invece finanzia le banche

VITTORIO MALAGUTTI espresso.repubblica.it 21.10.16

La finanziaria della regione Lombardia, nata per aiutare le piccole aziende, presta più soldi agli istituti di credito che alle ditte. E finisce nell’inchiesta su Veneto Banca. Con un’intercettazione 
dai contorni poco chiari

Finlombarda, nata per sostenere le imprese invece finanzia le banche
La sede della regione Lombardia

Una montagna di soldi. Soldi pubblici: almeno 200 milioni di euroamministrati da Finlombarda, la società che fa da cassaforte alla Regione Lombardia. Si parte da questo tesoretto, per ricostruire un capitolo fin qui inedito della storiaccia di Veneto Banca, la grande Popolare che ha prosciugato i risparmi di decine di migliaia di piccoli azionisti in un falò di affari sballati, prestiti ad alto rischio e complicate operazioni finanziarie finite nel mirino della magistratura. Ebbene, seguendo le tracce del denaro, si scopre che Finlombarda era diventata un affezionato cliente di Veneto Banca. Fin qui niente di illegale, ovviamente. Se non fosse che a sollevare sospetti sulla natura dei rapporti tra la finanziaria regionale e l’istituto di Montebelluna sono gli investigatori della Guardia di Finanza.

Negli atti dell’indagine che a fine luglio ha portato all’arresto (ai domiciliari) di Vincenzo Consoli , per quasi vent’anni dominus incontrastato di Veneto Banca, viene segnalata una conversazione intercettata dalle Fiamme Gialle il 27 febbraio del 2015. Marco Maffei, un manager della Popolare, parla al telefono con Francesco Acerbi, all’epoca direttore finanziario di Finlombarda e, in seguito, promosso direttore generale. La coppia discute di acquisti di titoli e di tassi d’interesse su depositi bancari. Il sospetto è che la società pubblica abbia negoziato un trattamento di favore promettendo di destinare capitali ingenti verso l’istituto con sede a Montebelluna. Al momento, comunque, né Acerbi né il suo interlocutore risultano indagati.

Per capire meglio il senso di quella conversazione ne va spiegato il contesto. I manager guidati da Consoli erano da mesi sulla graticola. Dopo anni di controlli indolore, alla fine del 2013 la Vigilanza di Bankitalia aveva finalmente portato alla luce pesanti irregolarità nella gestione della Popolare. E il 17 febbraio, quindi solo pochi giorni prima dell’intercettazione, le indagini della procura di Roma erano diventate di dominio pubblico per effetto di una spettacolare perquisizione del quartier generale di Veneto Banca. In quelle settimane concitate di inizio 2015, diventava quindi sempre più difficile far fronte alle richieste dei correntisti che, allarmati da tante notizie negative, volevano alleggerire o chiudere del tutto il loro conto. Senza contare che intanto proseguiva anche l’assedio dei soci: migliaia di piccoli azionisti dell’istituto trevigiano desiderosi di disfarsi dei loro titoli.

Tra tanti clienti, la milanese Finlombarda, forte di un bilancio traboccante di liquidità, era un peso massimo in grado di muovere milioni di euro alla volta. Meglio tenersela buona, quindi. Si spiega anche così quella telefonata intercettata dagli investigatori, con Acerbi, il tesoriere della finanziaria regionale, che appare ben deciso a far pesare la sua posizione di forza. Il manager pubblico sembra mirare «a possibili agevolazioni», si legge nell’ordinanza di custodia del luglio scorso.

Ma in cambio di quali contropartite Veneto Banca avrebbe dovuto concedere queste agevolazioni? E queste ultime, di preciso, in che cosa consistono? Le cronache dei mesi scorsi raccontano che migliaia gli investitori, spesso anche piccoli risparmiatori, sono stati convinti a comprare titoli della Popolare di Montebelluna con la promessa di futuri finanziamenti. Salvo trovarsi con un pugno di mosche quando l’istituto è stato travolto dalle perdite e il valore delle azioni praticamente azzerato. Un caso limite è quello della Finpro, un’azienda milanese di elettronica che, secondo quanto lamentano gli amministratori della società, è arrivata al capolinea del fallimento dopo che per anni era stata costretta a investire centinaia di migliaia di euro in azioni Veneto Banca.

Ben diversa era la posizione di Finlombarda, che non aveva bisogno di finanziamenti per sbarcare il lunario, ma, al contrario, poteva mettere somme ingenti a disposizione della controparte. E l’istituto allora guidato da Consoli in quei giorni aveva più che mai bisogno di contante e, in teoria, avrebbe potuto compensare l’eventuale investitore in termini, per esempio, di maggiori rendimenti. Proprio questi potrebbero essere le “agevolazioni” ipotizzate nell’ordinanza. “L’Espresso” ha interpellato Finlombarda per chiarire circostanze e motivi della conversazione finita agli atti dell’inchiesta giudiziaria. Le domande sono però rimaste senza risposta.

Di certo, la finanziaria pubblica viaggia da tempo agganciata al treno dei banchieri. A ben guardare, si scopre infatti che nel 2014 Finlombarda ha cambiato strategia d’investimento per buttarsi a capofitto sulle obbligazioni bancarie. Vengono comprati titoli per milioni, compresi quelli di banche già in difficoltà come Veneto Banca, Popolare Vicenza e Monte dei Paschi di Siena. Nel bilancio 2014 si legge così che le «obbligazioni emesse da primarie banche italiane ammontano a 164 milioni», mentre 12 mesi prima questa voce superava di poco i 25 milioni. La musica non cambia nel 2015: 157 milioni sono ancora investiti in obbligazioni bancarie. In pratica, quasi metà dell’attivo di bilancio dell’anno scorso risulta impegnato in titoli emessi da istituti di credito, mentre i finanziamenti alle piccole e medie imprese del territorio ammontano a 51 milioni di euro. Altri 40 milioni sono invece parcheggiati in conti correnti intestati alla società pubblica, mentre 58 milioni sono andati alle Ferrovie Nord, la società di trasporti della Regione.

Dati alla mano si può quindi concludere che Finlombarda preferisce prestare soldi alle banche invece che dare una mano agli imprenditori. Niente di male, questione di scelte d’investimento. Se non fosse che la finanziaria pubblica viene di solito presentata come uno strumento di sostegno alle aziende del territorio e i vertici politici della Regione, a cominciare dal governatore leghista Roberto Maroni, non perdono occasione per sbandierare la loro solidarietà verso piccole industrie ed artigiani messi all’angolo da banchieri senza scrupoli.

Parole che suonano come vuota retorica se si confrontano con la realtà del bilancio di Finlombarda, che ha puntato oltre 150 milioni sulle banche. Certo, di questi tempi prestare soldi alle imprese può rivelarsi una scelta azzardata. L’economia è ferma e quei crediti potrebbero non tornare indietro. Meglio parcheggiare il denaro altrove, allora.

Anche se poi, in qualche caso, i bilanci di istituti come Veneto Banca riservano sorprese ben peggiori. Senza contare, che in qualche caso, si corre il rischio di spuntare nei brogliacci di un’intercettazione telefonica. Con buona pace dei comizi sui banchieri avidi.

ha collaborato Luigi Franco

La Grecia divorata dal fuoco e le lacrime ipocrite dell’Europa

stopeuro.news 25.7.18

L’Attica viene divorata dalle fiamme e la Grecia piange i suoi morti. Le scene che arrivano alla regione di Atene sono infernali. Corpi bruciati, paesi distrutti, foreste incenerite. La cenere e il fuoco hanno preso il sopravvento su uno dei posti più incantevoli del Mediterraneo.

Il governo greco ha annunciato tre giorni di lutto nazionale. Non serviranno a placare il dolore né la rabbia delle persone che hanno perso tutto, dai loro affetti alle loro abitazioni. Ma è quel rito civico che servirà a un Paese per riflettere, ancora una volta, sulla violenza del fato che si è abbattuta sulla Grecia.

Di questi incendi rimarranno due immagini: l’orrore della morte e il lavoro infaticabile dei vigili del fuoco nel domare la furia degli incendi. Ed è dalla seconda immagine che bisogna ripartire per capire qualcosa in più di questa tragedia che ha sconvolto la Grecia. Perché mentre i pompieri cercavano con uno sforzo oltre le loro possibilità di domare i focolai che divoravano la regione ateniese, da oltre il confine, dall’Unione europea arrivavano le lacrime di Angela Merkel e Jean Claude Juncker. Loro, gli artefici dei piani di austerità imposti al popolo greco, che piangono per qualcosa che forse, senza quei tagli obbligati da Bruxelles e Francoforte, si sarebbe evitato.

Sia chiaro: non è l’Unione europea ad appiccare gli incendi. E non sono stati i tedeschi né i burocrati del Nord Europa a provocare la furia della natura. I soldi non aiutano a domare gli incendi né evitano che i criminali li scatenino. Ma certamente il denaro, richiesto al governo di Alexis Tsipras e ai suoi predecessori per “salvare” la Grecia, avrebbe aiutato.

La Grecia è stata messa in ginocchio prima dalla crisi, poi dall’austerità. E lo Stato si è visto imporre manovre economiche terrificanti che hanno falcidiato il sistema sociale ellenico. In questi piani, è rientrata anche la Protezione civile. Come ricordato oggi da Federico Fubini per Il Corriere della Sera, “l’ultimo taglio al ministero della Protezione civile, dal quale dipendono i vigili del fuoco in Grecia, è arrivato con il quattordicesimo pacchetto di austerità a primavera dell’anno scorso. L’area della sorveglianza antincendio ha perso allora 34 milioni di euro, distribuiti fra il personale e i mezzi”.

 

La disorganizzazione c’era, sicuramente. I media ellenici non hanno negato che i piani di evacuazione erano assenti. Mati, ad esempio, non ne era provvista. Ed è anche vero che la polizia e i pompieri, in molti casi, non hanno potuto fare altro che dire alla popolazione di fuggire, senza sapere né come né dove inviarli. Ma di certo i milioni di euro tolti alla lotta agli incendi hanno influito. E tutti sapevano che la Grecia non sarebbe stata pronta in caso di tragedie che possono, purtroppo, avvenire. E adesso anche il governo del leader di Syriza è sotto accusa.

I vigili del fuoco hanno subito tagli drastici. Molti mezzi, a decine, se non centinaia, sono senza manutenzione o carburante. Il numero dei pompieri è stato ridotto di tantissime unità. La maggior parte viene assunta a contratto, sottopagata. Molti di coloro che hanno lavorato giorno e notte per domare le fiamme dell’Attica lavorano con paghe irrisorie. Nel febbraio del 2017, Atene fu invasa dai pompieri per manifestare contro l’ennesimo taglio al personale: passarono da 12mila a 8mila unità. Molti di loro, per gli stipendi bassi, sono costretti a mangiare poco e male riducendosi in condizioni fisiche precarie.

Di fronte a questi numeri, come di fronte a 14 manovre economiche che hanno prostrato un intero popolo e piani di austerità che hanno imposto a marce forzate un risanamento economico senza precedenti, le parole dell’Unione europea appaiono non solo ipocrite ma anche beffarde.

“Il presidente Jean-Claude Juncker ha parlato con il presidente della Repubblica Ellenica, Prokopis Pavlopoulos, e con il primo ministro Alexis Tsipras, stamani per esprimere la sua profonda tristezza per la perdita di così tante vite in questa orribile tragedia” ha detto uno dei portavoce della Commissione europea, Alexander Winterstein. Il quale ha aggiunto che la Commissione “non risparmierà gli sforzi per aiutare la Grecia e il popolo greco”, assicurando che “‘faremo tutto il possibile per fornire sostegno, oggi, domani e per tutto il tempo necessario“. Mentre la cancelliere tedesca scriveva un messaggio a Tsipras dicendo che “in queste ore difficili la Germania è saldamente al fianco dei nostri amici greci”.

Forse dovevano essere vicini agli “amici greci” anche quando chiedevano alla Grecia un qualcosa di assolutamente irrealizzabile se non attraverso un mattatoio che ha devastato lo Stato e le sue capacità infrastrutturali. Ma di fronte al debito, non c’è amicizia.

L’articolo La Grecia divorata dal fuoco
e le lacrime ipocrite dell’Europa
 proviene da Gli occhi della guerra.

L’Europa ha voluto la fine della Grecia, ora la guarda sprofondare all’inferno

informarexresistere.fr 25.7.18

grecia

Grecia – glielo ha chiesto l’Europa – di Maurizio Blondet

Già 74 morti e centinaia di feriti. Questa non è una catastrofe naturale, è un crimine dell’Europa “unita” e dell’austerità che la Germania ha imposto alla Grecia.

I vigili del fuoco avevano un quarto degli automezzi fuori uso per tagli alla spesa pubblica, e senza tute antincendio.

Le ONG erano tutte impegnate a soccorrere africani davanti alla Libia.

Grecia, il dramma dei turisti annegati per sfuggire alle fiamme: “Ci sono cadaveri ovunque”

Mati, la località di villeggiatura degli ateniesi, è stata distrutta: «Questo paese non esiste più» (La Stampa)

Gavino Sanna
‏ @GavinoSanna1967

Grecia

Paese di cultura e civiltà millenaria distrutto in pochi decenni di adesione a uno dei progetti più antisociali e disumani della storia: trasformare stati sovrani in colonie, alla mercé dei mercati e del capitalismo predatorio di paesi più potenti.

Così Cottarelli su Twitter

BenedettoDellaVedova
@bendellavedova

Diremo a italiani che #Ue è unica prospettiva di libertà, diritti, integrazione civile ed economica possibile.

Abbiamo identità e programma: #PiuEuropa è il partito dell’Italia europea, vera alternativa a sovranisti. Intervista @Agenzia_Italia

Il racconto di ciò che è letteralmente esploso stamattina attorno ad Atene lo abbiamo riportato in questo articolo di cui riportiamo la cronaca:

Le fiamme stanno devastando alcuni boschi che lambiscono la capitale greca: 50 persone sono morte, altre 150 sono rimaste ferite e undici di loro versano in gravissime condizioni.

E’ pesantissimo il bilancio delle vittime causate dagli incendi divampati nella giornata di ieri in Grecia:

50 persone sono morte (26 sono state trovate senza vita nella stessa casa), altre 150 sono rimaste ferite e migliaia sono in fuga dalle fiamme che sono divampate in due grandi aree verdi che lambiscono Atene, con centinaia di vigili del fuoco al lavoro per domarli.

Le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza e chiesto l’aiuto dell’Unione Europea.

Attenti all’Austria!

di Claudio Davini – 25 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Se l’uniformità culturale è una delle principali risorse geopolitiche del nostro Paese, non per questo dobbiamo trascurare il caso delle minoranze tedesche e ladine in Alto Adige. Soprattutto dopo l’ipotesi di Vienna di offrir loro il proprio passaporto. Per non perdere un importante spazio strategico e continuare a guardare l’Europa dall’alto.

dispetto di molti stereotipi, in Italia non v’è alcun bisogno di fare gli italiani. Questi ultimi, infatti, hanno nell’uniformità culturale una delle loro principali caratteristiche. Certo, sono ben note le differenze di matrice economica, civica e amministrativa fra le varie zone del Bel Paese, ma simili particolarità non si traducono affatto, per citare l’analista Dario Fabbri, in cesure antropologiche. Come dimostrano l’esistenza di una sola lingua nazionale e la condivisione della medesima cultura cattolica. Per non parlare del fatto che gli italiani vivono in un’unica comunità etnica, dove non si rinvengono popoli alternativi. In altre parole, l’Italia è una solida costruzione geopolitica. Tanto solida, forse, da poter affrontare con successo l’impasse nell’integrazione comunitaria, seguita al tentativo americano di evitare che Berlino trasformi l’Unione Europea nel proprio spazio di influenza. Ciò malgrado, una siffatta omogeneità non deve affatto indurre il governo nazionale a sottovalutare il dossier altoatesino. Soprattutto dopo che l’Austria ha ventilato l’ipotesi di offrire il proprio passaporto agli altoatesini germanici e ladini.

Foto 5 - Cartina Alto Adige Alpi (1)

La proposta è arrivata l’11 dicembre scorso con la formazione del governo blu-turchese a guida Kurz, il più giovane primo ministro europeo. Nell’accordo di programma stilato assieme ai liberali populisti dell’FPÖ si legge:

Doppia cittadinanza Sudtirolo ed ex austriaci. Nello spirito dell’integrazione europea e per la promozione di un’unione sempre più stretta fra cittadine e cittadini degli Stati membri, si prevede la possibilità di concedere, in aggiunta alla cittadinanza italiana la cittadinanza austriaca agli appartenenti ai gruppi linguistici tedesco e ladino del Sudtirolo, per i quali l’Austria, sulla base dell’accordo di Parigi e dei conseguenti atti attuativi, esercita la funzione di tutela.

Curiosamente, negli stessi minuti in cui Kurz si insedia, il rappresentante incaricato per i rapporti con l’Alto Adige dell’FPÖ, Werner Neubauer, si trova in una sala del Kolpinghaus di Bolzano con alcuni rappresentanti del Partito Popolare Sudtirolese, da sempre alla guida della Provincia autonoma di Bolzano. Gran giubilo: si esulta per l’ipotesi del doppio passaporto, considerata come il primo passo verso la secessione.

Sebastian Kurz, primo ministro austriaco e leader del Partito Popolare

Ciononostante, ufficialmente l’SVP si limita a inviare un telegramma di auguri al neonato governo austriaco. Complice l’accordo elettorale col Partito Democratico, allora referente cui appoggiarsi in materia di politica estera. Caso chiuso? Niente affatto, perché in aprile arriva la proposta di Vienna di aprire i consolati austriaci nel mondo a tutti i cittadini altoatesini di lingua tedesca e ladina anche nei paesi dov’è presente il consolato italiano. Un’ipotesi che fa a pugni con la normativa europea e internazionale, sì, ma comunque il presidente del Trentino-Alto Adige, Arno Kompatscher, non rinuncia a esultare.

Comportamento che non sorprende: il PD ha da poco subito un rilevante smacco elettorale e, così, il Partito Popolare Sudtirolese deve tentare di rinvenire altrove le garanzie per la tenuta dell’autonomia e per la conservazione dell’equilibrio politico della regione. Per non dire che un’eccessiva freddezza nei confronti di simili proposte metterebbe in grave imbarazzo l’SVP, per decenni vivace sostenitore della stessa ipotesi del doppio passaporto e, quindi, di una linea maggiormente secessionista rispetto al presente.

Arno Kompatscher, ex presidente della Provincia autonoma di Bolzano e attualmente presidente del Trentino-Alto Adige per l’SVP

Neanche a farlo a posta, Arno Kompatscher è subito costretto a smorzare i toni: infatti, il disegno di legge del governo austriaco viene sostituito in men che non si dica da formule differenti. Giustamente, peraltro, dal momento che l’ipotesi così formulata è irricevibile. Tuttavia, questo non deve impedirci di porre il seguente interrogativo: quale partita ha in mente di giocare il primo ministro austriaco con le suddette proposte? I più ottimisti ritengono che Kurz non desideri altro che mobilitare il consenso interno giocando sulla questione identitaria. Da parte loro, i meno ottimisti paventano il ritorno di Vienna a mire di stampo imperialistico, il cui primario obiettivo sarebbe quello di cominciare nuovamente ad avere un ruolo attivo nell’Alto Adige. Ma come al solito la ricerca della verità è più preziosa del suo possesso. Lessing docet. Ed è per questo che non dobbiamo accontentarci delle visioni antitetiche sopramenzionate. Piuttosto, le proposte del governo austriaco devono essere esaminate nell’ottica dell’indebolimento dell’Unione Europea e del riemergere degli Stati nazionali nel Vecchio Continente. Per volontà di Washington, che vedrebbe di buon occhio lo sfibramento della Germania nella competizione fra Paesi europei.

Ora, in questo contesto, possiamo a ragione ipotizzare che l’Austria, mediante le sue proposte, aspiri contemporaneamente ad aumentare il consenso nazionale e ad assumere di nuovo un profilo di Stato rilevante a livello internazionale. Senza tacere il proposito di accrescere verso sud la propria profondità difensiva. Insomma, nessun mito pangermanico: semplice strategia. Strategia che però deve esser riconosciuta e analizzata. Perché, come avrebbe detto Machiavelli:

Colui che sarà nella guerra più vigilante a osservare i disegni del nemico e più durerà fatica ad esercitare il suo esercito, in minori pericoli incorrerà e più potrà sperare nella vittoria.

Certo, l’Italia non è in guerra e l’Austria non è attualmente sua nemica, ma un contesto geopolitico fragile esige sempre prudenza e cautela. Soprattutto se è in gioco la sovranità del Bel Paese su una parte del suo territorio. Infatti, il 62% della popolazione dell’Alto Adige si dichiara di madrelingua tedesca e, se la proposta di Vienna di consegnare il proprio passaporto agli altoatesini germanici e ladini che ne facessero richiesta dovesse trovare sbocco, la Provincia autonoma di Bolzano potrebbe trasformarsi in un territorio abitato in prevalenza da stranieri. Così, l’impossibilità di Roma di annettere culturalmente la Provincia – impossibilità sancita da un accordo formale siglato il 5 settembre 1946 dal ministro degli Esteri italiano Alcide De Gasperi con l’omonimo austriaco Karl Gruber – si trasformerebbe di fatto in una cessione territoriale. Possibile esito che lo Stato italiano deve assolutamente peritarsi di scongiurare. Paventando magari la perdita dell’autonomia amministrativa per gli altoatesini. Ma che cosa potrebbe giustificare una simile minaccia? In altre parole, perché l’Alto Adige è così importante per l’Italia?

Alcide De Gasperi a sinistra, Karl Gruber a destra. Roma si batteva per conservare le acquisizioni del 1919, Vienna per tornare alla chiusa di Salorno. Su queste rivendicazioni pesava la volontà di Stati Uniti e Unione Sovietica. Washington desiderava prevenire la migrazione di cittadini germanici, mentre Mosca voleva che l’Italia espellesse le popolazioni germanofone com’era avvenuto nell’Europa centro-orientale. La spuntarono gli americani: l’Austria rinunciava a riconquistare il territorio, l’Italia ad assimilare la comunità allogena

Da un lato, l’Alto Adige si trova sul versante meridionale delle Alpi, ossia nello spazio geografico del Bel Paese; dall’altro, consente a Roma di accrescere la propria capacità militare difensiva, permettendole di affrontare da posizione elevata eventuali offensive lanciate da nord. Insomma, l’Italia non può affatto perdere la sommità delle Alpi Retiche e delle Alpi Atesine. Perché, come affermava Sun Tzu ne L’arte della guerra, i vantaggi tattici e strategici che possono derivare dal possesso della massima altitudine di una catena montuosa sono molteplici.

Dunque, se avranno a cuore il destino della Nazione, i prossimi governi dovranno necessariamente impegnarsi in una battaglia di retroguardia, al fine di conservare la superiorità orografica e di conseguenza la preminenza strategica. In barba all’opinione pubblica, spesso indifferente a simili questioni. I politici austriaci lo hanno capito. E infatti sembrano mirare all’estensione della profondità difensiva nonostante i cittadini ritengano di prim’ordine altre problematiche, quali ad esempio l’immigrazione e il lavoro. I nostri politici, invece? Lo hanno capito anche loro?

Carta etnico-linguistica del Trentino e dell'Alto Adige [Dardano, De Magistris 1916]

Non possiamo far altro che auspicarcelo, dato che l’Austria ha deciso di forzare i tempi per concedere il doppio passaporto. È infatti notizia di pochi giorni fa che entro il prossimo 7 settembre dovrebbe esser pronta la bozza di legge del governo austriaco. Anche se l’iniziativa aveva cominciato a prender forma già nel marzo scorso, quando i ministri dell’Interno e degli Esteri di Vienna avevano organizzato un incontro invitando i rappresentanti politici dell’Alto Adige. Queste le parole del ministro per i Rapporti con il parlamento, Riccardo Fraccaro:

Se fosse confermato quanto riportato dai media, saremmo di fronte a un atto inopportuno e ostile che intendiamo respingere con fermezza.

Linea dura, per continuare a guardare l’Europa dall’alto. 

Finpiemonte, chiuse le indagini Con Gatti altri 7 verso il processo

Lo spiffero.com 25.7.18

Oltre all’ex presidente, al faccendiere Pio Piccini, e agli imprenditori coinvolti nel tentato salvataggio della Gem, compare anche il nome dell’ex direttore generale Perlo. Tra gli indagati anche Cirillo, funzionario della banca svizzera Vontobel

Sono otto gli indagati nell’affaire Finpiemonte. Questa mattina sono partiti gli avvisi di chiusura delle indagini, l’ultimo passaggio prima del rinvio a giudizio. Nell’inchiesta, coordinata dall’aggiunto Enrica Gabetta e dal pm Francesco Saverio Pelosi erano finiti in manette, ad aprile,  l’ex presidente Fabrizio Gatti e i due imprenditori coinvolti nel salvataggio della sua società, la Gem Immobiliare, Pio Piccini e Massimo Pichetti. Oltre a loro risulta indagata l’ex direttore generale della finanziaria regionale Maria Cristina Perlo. Per tutti l’accusa è di peculato, nell’ultimo caso per omesso controllo, non avendo impedito che venisse commesso il reato.

Dopo aver aperto un conto da 50 milioni di euro presso la banca svizzera Vontobel, Gatti, con la complicità di soci avrebbe dirottato tre bonifici nelle casse delle società che avrebbero dovuto salvare la sua azienda, dal fallimento: si tratta complessivamente di circa sei milioni di euro, di cui però si sono perse le tracce. L’inchiesta era scattata nei mesi scorsi, dopo il controllo interno sui conti della società voluto dall’attuale presidente, Stefano Ambrosini, e la successiva denuncia della Regione guidata da Sergio Chiamparino.

Assieme a Gatti, Piccini, Pichetti e Perlo, è indagato anche il commercialista Massimo Santoro (accusato di falsa attestazione in riferimento al materiale prodotto), incaricato dalla società di Gatti di preparare la relazione per ottenere dal tribunale fallimentare parere favorevole al piano di ristrutturazione. Infine sono stati raggiunti dall’avviso di chiusura delle indagini anche Giuseppe Arabia e Giuseppe Colucci, considerate due teste di legno, prestanome per società coinvolte nel caso, e Francesco Cirillo, direttore della filiale svizzera dove era stato aperto il conto corrente Finpiemonte.

Campus biomedico da sogno. L’Opus Dei prenota 200 milioni. Il grande ospedale romano punta al raddoppio. Se banche e finanziatori faranno il miracolo

Stefano Sansonetti la notiziagiornale.it 25.7.18

Casse di previdenza, sponsor pubblici e privati, banchieri, immobiliaristi, imprenditori, calciatori. In molti potrebbero essere chiamati molto presto alla corte dell’Opus Dei per finanziare un maxi progetto immobiliare dell’Università vicina alla prelatura, ovvero il Campus Bio-Medico di Roma. Il piano, presentato in pompa magna nei giorni scorsi al museo Maxxi, prevede il raddoppio dell’area su cui oggi sorge l’ateneo, dalle parti di Trigoria (Roma Sud). Il tutto per una copertura di circa 90 ettari e un fabbisogno finanziario stimato oggi in 200 milioni di euro (ma potrebbero essere molti di più). L’iniziativa potrebbe diventare una delle operazioni immobiliari più grandi di Roma, con un orizzonte temporale che guarda al 2045. Ma chi mette questa montagna di soldi? Nei giorni nessuno ha risposto a questa domanda.

Il pianoLa Notizia è in grado di rivelare quali sono i canali di approvvigionamento sui quali al momento stanno ragionando i vertici della Campus Bio-Medico spa, la società che sostiene l’università ed è proprietaria degli attuali immobili e terreni in dotazione. Innanzitutto si sta valutando un aumento dei capitale. E qui spuntano diverse curiosità. Innanzitutto da qualche mese il presidente della società è nientemeno che Giuseppe Garofano, detto “il Cardinale”, vicinissimo all’Opus Dei e vecchia conoscenza della finanza italiana degli anni Ottanta e Novanta. Già presidente e Ad della Montedison all’epoca di Raul Gardini, venne arrestato dopo una breve fuga dal pool di Mani pulite nell’inchiesta sulla maxitangente Enimont. Attualmente il maggior azionista della Spa è l’Associazione Campus Bio-Medico (23,56% delle azioni, al valore di 14 milioni di euro). L’ente, presieduto da Antonio Ricciardi, è da sempre attivo nel fundraising presso investitori privati e pubblici. A seguire abbiamo la Cbm società in accomandita per azioni di Paolo Arullani e Piero Lucchini (23,47%), che richiama alla mente professionisti che all’epoca hanno partecipato alla fondazione dell’ateneo. Ma forse la vera potenza di fuoco è espressa da un nutrito drappello di casse previdenziali come Enpam (medici, 9,01%), Enasarco (agenti di commercio, 5,8%), Inarcassa (architetti, 3,6%), Enpapi (infermieri, 0,88%). Tutte queste partecipazioni valgono dai 5 milioni di euro di Enpam in giù. Nel capitale spuntano anche altri operatori finanziari come Fabrica Immobiliare, sgr riconducibile all’immobiliarista-editore Francesco Gaetano Caltagirone, e un gruppetto di banche come Mps, Ubi, Banco Bpm e Popolare di Sondrio, accreditate di uno 0,9% ciascuna. Dopodiché, in una lista che comprende un totale di 100 soci, con quote minori spuntano banchieri come Carlo Salvatori, imprenditori come Marina Salamon, produttori tv come Sonia Raule e perfino Francesco Totti. L’ex capitano della Roma detiene lo 0,09% della società (valore 52.700 euro). Curiosità a parte, saranno i maggiori soci a doversi sobbarcare l’eventuale aumento di capitale con cui verrà finanziata l’operazione.

Altre ipotesi – Naturalmente i vertici della Campus Bio-Medico spa stanno ragionando anche sulla leva finanziaria. Qui è Intesa Sanpaolo ad aver storicamente assistito il Campus, senza dimenticare l’apporto che potrebbe essere dato dagli istituti oggi azionisti. Infine dalla società spiegano che potranno essere valutati anche fondi pubblici ad hoc, ma in subordine rispetto agli altri due canali di finanziamento. Il direttore generale della Campus Bio-Medico spa, Domenico Mastrolitto, contattato ieri da La Notizia ha tenuto a precisare che “per prima cosa il piano prevede un investimento di tempo”, ovvero “un investimento culturale e intellettuale che si è ritenuto opportuno fare dopo 25 anni dalla nostra fondazione”. Dopodiché si passerà a una “fase concorsuale”, con sette studi internazionali di architettura invitati a far pervenire progetti di realizzazione, per poi approdare all’“iter autorizzativo”. Insomma, ha precisato Mastrolitto, “l’investimento economico è l’ultimo step”. Ultimo ma decisivo, vista la posta in gioco.

L’Ecuador sta per ritirare l’asilo offerto ad Assange e lo riconsegnerà alla Gran Bretagna. E poi?

comedonchisciotte.org 25.7.18

GLENN GREENWALD

theintercept.com

Il Presidente dell’Ecuador Leonid Moreno è arrivato venerdi a Londra con l’apparente intenzione di intervenire al Global Disability Summit del 2018 (Moreno è su una sedia a rotelle fin dal 1998, quando era stato ferito in un tentativo di rapina). Il vero, segreto motivo del viaggio del presidente è la possibilità di incontrare le autorità britanniche per finalizzare un accordo che permetta all’Ecuador di ritirare il diritto d’asilo concesso, fin dal 2012, a Julian Assange, espellerlo dall’ambasciata ecuadoriana di Londra e consegnare il fondatore di WikiLeaks alle autorità inglesi.

C’è da notare che l’itinerario di Moreno comprende anche una sosta a Madrid, dove si incontrerà con le autorità spagnole, ancora furibonde per la denuncia di Assange delle violazioni dei diritti umani, da parte del governo centrale della Spagna, nei confronti dei dimostranti che manifestavano per l’indipendenza della Catalogna. Tre mesi fa, l’Ecuador aveva privato Assange dell’accesso ad Internet, e, da allora, Assange non è stato più in grado di comunicare con il mondo esterno. Il motivo principale della decisione ecuadoriana di zittirlo va ricercato nella rabbia della Spagna per i tweet di Assange sulla Catalogna.

Il decreto presidenziale, firmato il 17 luglio, dal Presidente ecuadoriano Leonid Moreno che illustra il suo viaggio a Londra e Madrid

 

Una fonte vicina al Ministero degli Esteri ecuadoriano e all’ufficio del Presidente, non autorizzata a parlare in pubblico, ha confermato a The Intercept che Moreno ha quasi definito, se non lo ha già fatto, i termini di un accordo per la consegna di Assange alla Gran Bretagna nel corso delle prossime settimane. Il ritiro del diritto di asilo e l’espulsione fisica di Assange potrebbero avvenire presto, anche questa settimana. Venerdi, RT aveva riferito che l’Ecuador si stava preparando a firmare un accordo del genere.

Le conseguenze di una simile intesa dipenderanno in parte dalle concessioni che l’Ecuador sarà in grado di ottenere in cambio del ritiro del diritto d’asilo per Assange. Ma, come aveva riferito a The Intercept l’ex Presidente ecuadoriano Rafael Correa in un intervista del maggio scorso, il governo Moreno ha riportato l’Ecuador in una condizione decisamente “sottomessa” e “servile” nei confronti dei governi occidentali.

Perciò, è molto improbabile che Moreno, che si è mostrato ben volenteroso di piegarsi alle minacce e alle coercizioni di Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti, possa ottenere la garanzia che la Gran Bretagna non estraderà Assange negli Stati Uniti, dove le massime gerarchie dell’amministrazione Trump hanno giurato di processare Assange e distruggere WikiLeaks.

La cosa più strana di tutto il caso Assange (che sia stato, di fatto, incarcerato per otto anni, nonostante non fosse  accusato, per non dire condannato, di nessun reato), una volta che l’Ecuador lo avrà consegnato nelle mani della Gran Bretagna, continuerà a ripetersi, perché è quasi certo che Assange rimarrà ancora detenuto, questa volta dalle autorità inglesi.

L’unico procedimento penale attualmente pendente nei confronti di Assange è un mandato d’arresto del 2012 per “mancato arresto,” in pratica una violazione di cauzione, un reato minore che aveva commesso accettando l’asilo offertogli dall’Ecuador, piuttosto che ottemperare agli obblighi della cauzione, ritornando in tribunale per un’udienza riguardante i suoi tentativi di resistenza all’estradizione in Svezia.

Il reato comporta un periodo di detenzione di tre mesi ed una multa, perciò è anche possibile che il periodo trascorso da Assange nelle prigioni inglesi possa essere scalato dalla sentenza. Nel 2010, Assange era stato incarcerato nella prigione di Wandsworth e tenuto in isolamento per 10 giorni, fino a quando era stato rilasciato su cauzione, era poi rimasto agli arresti domiciliari per 550 giorni, nell’abitazione di un suo sostenitore.

L’avvocato di Assange, Jen Robinson, ha riferito a The Intercept che si impegnerà affinché questi giorni di prigionia già scontati vengano scalati (e dovrebbero essere quindi più che sufficienti) da qualunque periodo di detenzione comporti l’accusa di “mancanza di arresto,” anche se il pubblico ministero inglese si opporrà sicuramente questa richiesta. Assange farà presente che aveva un ragionevole e valido motivo per cercare asilo piuttosto che presentarsi alle autorità inglesi: vale a dire, il fondato timore di essere estradato negli Stati Uniti, dove sarebbe stato processato, unicamente per il fatto di aver pubblicato dei documenti.

Oltre a questa accusa minore, il pubblico ministero inglese potrebbe obbiettare che il rifiuto di Assange a sottoporsi ad un procedimento legale in Gran Bretagna è stato così protratto, intenzionale e malizioso da potersi considerare non solo una semplice “mancanza di arresto”, ma un vero e prorpio “oltraggio alla corte,” reato che comporta una pena detentiva fino a due anni. Solo con queste due accuse, Assange correrebbe il grave rischio di essere incarcerato per un altro anno, o anche più, in una prigione inglese.

Attualmente, questo è l’unico procedimento penale conosciuto a carico di Assange. Nel maggio 2017, i procuratori legali svedesi avevano annunciato di aver chiuso l’inchiesta riguardante le accuse di violenza sessuale, dal momento che, visto l’asilo ottenuto da Assange e il tempo trascorso [dai fatti], ogni ulteriore procedimento sarebbe stato inutile.

L’interrogativo più importante, quello che determinerà il futuro di Assange è ciò che intende fare il governo degli Stati Uniti. L’amministrazione di Barak Obama si era dimostrata impaziente di processare Assange e WikiLeaks per la pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti classificati, ma, alla fine, si era resa conto che non era possibile farlo senza dover mettere sotto processo anche dei quotidiani come il New York Times e The Guardian, che avevano pubblicato gli stessi documenti, creando così un precedente che avrebbe reso possibile, in futuro, l’incriminazione degli organi di informazione.

Di certo, è tecnicamente un reato, secondo le leggi degli Stati Uniti, per chiunque, anche per un mezzo di informazione, pubblicare un certo genere di informazioni classificate. Per la legislatura americana, David Ignatius, del Washington Post aveva commesso un reato pubblicando le trascrizioni delle telefonate, intercettate dall’NSA, fra l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale Michael Flynn e l’ambasciatore russo Sergey Kislyak, anche se quelle informazioni erano chiaramente di interesse pubblico, dal momento che erano la prova che Flynn aveva mentito quando aveva negato l’esistenza di quella stessa conversazione.

Che siano stati il Washington Post e Ignatius, e non semplicemente le loro fonti, a violare il codice penale degli Stati Uniti, rivelando il contenuto di intercettazioni telefoniche con un funzionario russo è chiarito dal testo del 18 § 798 of the U.S. Code, che riporta:

“Chiunque, consapevolmente e volontariamente comunichi….o renda comunque disponibile a persone non autorizzate, o pubblichi…. qualunque informazione classificata… ottenuta da intercettazioni dei servizi di intelligence sulle comunicazioni di governi stranieri… deve essere multato a norma del presente titolo o incarcerato per non più di dieci anni, o entrambe le cose.” (enfasi aggiunta)

Ma il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti non ha mai voluto incriminare e processare nessuno con l’accusa di aver pubblicato materiale del genere, accontentandosi invece di perseguire le fonti governative responsabili delle soffiate. Questa riluttanza è dovuta a due ragioni: primo, gli organi di informazione obbietterebbero che ogni tentativo di criminalizzare la semplice pubblicazione di documenti classificati o sottratti è vietato dalla garanzia sulla libertà di stampa del Primo Emendamento, affermazione che il Dipartimento di Giustizia non ha mai contestato; secondo, nessun esponente del Dipartimento di Giustizia ha mai voluto lasciare in eredità un precedente che avrebbe permesso al governo degli Stati Uniti di incriminare giornalisti e organi di informazione per la diffusione di materiale classificato.

Ma l’amministrazione Trump ha fatto capire di non avere simili remore. Al contrario, lo scorso aprile, l’allora direttore della CIA, Mike Pompeo, ora Segretario di Stato, aveva fatto una folle, sconclusionata e assai minacciosa sparata contro WikiLeaks. Senza portare nessuna prova, Pompeo aveva decretato che WikiLeaks è “un servizio di intelligence ostile e non di stato, spesso sostenuto da entità governative, come la Russia,” e aveva poi dichiarato che “dobbiamo riconoscere che non dobbiamo più lasciare ad Assange e ai suoi colleghi la possibilità di utilizzare contro di noi i valori della libertà di parola.”

Questo congressista reazionario e scafato, attualmente uno dei più fedeli e più corteggiati funzionari dell’amministrazione Trump, rifiuta esplicitamente anche le limitazioni del Primo Emendamento per quanto riguarda l’incriminazione di Assange, sostenendo che quelli di WikiLeaks “possono anche far finta che le libertà garantite dal Primo Emendamento dell’America li proteggano dalla giustizia.. possono anche averlo creduto, ma si sbagliano.”

Pompeo ha poi pesantemente minacciato: “Dar loro la possibilità di rovinarci con segreti carpiti con l’inganno è una perversione che viene garantita dalla nostra grande costituzione. Ora non più.

Mike Pompeo RIPS Julian Assange & Wikileaks for Being a “Hostile Intelligence Service”

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Anche il Procuratore Generale di Trump, Jeff Sessios, si è ripromesso non solo di continuare e intensificare la repressione delle fonti (come già aveva fatto il Dipartimento di Giustizia di Obama), ma anche di prendere in considerazione la possibilità di incriminare gli organi di stampa che divulghino informazioni classificate. Sarebbe molto scaltro da parte di Sessions gettare le fondamenta di un’operazione del genere incriminando, come prima persona, Assange, perché potrebbe essere quasi certo che gli stessi giornalisti, consumati dall’odio verso Assange per motivi personali, gelosie professionali e per il ruolo che, secondo loro, avrebbe avuto nella sconfitta elettorale del 2016 di Hillary Clinton, si coalizzerebbero con il Dipartimento di Giustizia di Trump e sosterrebbero il tentativo di incarcerare Assange.

Durante gli anni di Obama, fra gli organi d’informazione, il concetto imperante era stato che l’incriminazione di Assange si sarebbe rivelata un serio pericolo per la libertà di stampa. Anche un editoriale del Washington Post, che [in precedenza] aveva veementemente condannato WikiLeaks, metteva in guardia, nel 2010, che un’azione penale del genere avrebbe “criminalizzato gli scambi di informazione e messo in pericolo” tutti gli organi di informazione. L’anno scorso, quando Pompeo e Sessions avevano proferito le loro minacce riguardo l’incriminazione di Assange, l’ex portavoce del Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Obama, Matthew Miller, aveva asserito che un’azione penale del genere non avrebbe mai potuto avere successo:

Per anni, il Dipartimento di Giustizia di Obama aveva cercato le prove dell’assistenza fornita da Assange a Chelsea Manning, o alle altre fonti, nell’hackeraggio o nel furto dei documenti (per poterli incriminare con un’accusa più grave della semplice pubblicazione di documenti) e non ne aveva mai trovate. Ma anche un teorema del genere (che anche chi pubblica documenti classificati possa essere processato per aver aiutato la sua fonte di informazioni) sarebbe una grave minaccia alla libertà di stampa, dal momento che i giornalisti collaborano spesso, in qualche modo, con le fonti che sottraggono o rivelano informazioni classificate. E nessuno ha mai presentato prove che WikiLeaks fosse collusa, nell’azione criminale, con chi aveva hackerato le caselle di posta elettronica del Comitato Democratico Nazionale e di John Podesta.

Ma ci sono pochi dubbi, e Sessions sicuramente lo sa, che un gran numero di giornalisti americani, insieme a molti, se non la maggioranza, dei Democratici, di fatto sosterrebbero il Dipartimento di Giustizia di Trump nell’incriminazione di Assange per la pubblicazione di documenti. Dopo tutto, il Comitato Democratico Nazionale aveva denunciato in aprile WikiLeaks per lo stesso motivo, una seria ed evidente minaccia alla libertà di stampa, e pochi ci avevano trovato da ridire.

Ed erano stati proprio alcuni senatori democratici, fra cui Dianne Feinstein, che, durante gli anni di Obama, si erano battuti per la messa in stato d’accusa di WikiLeaks, con il sostegno di molti senatori repubblicani. Non ci sono dubbi che, dopo il 2016, il favore, fra i giornalisti e i Democratici, all’incarcerazione di Assange, colpevole di aver pubblicato dei documenti, sarà più alto che mai.

Se gli Stati Uniti incriminassero Assange per presunti reati connessi alla pubblicazione di documenti o se avessero già ottenuto un rinvio a giudizio segreto e lo utilizzassero per richiedere alla Gran Bretagna la sua estradizione negli Stati Uniti per fargli affrontare il processo, questo basterebbe da solo a garantire la permanenza di Assange nelle prigioni inglesi ancora per molti anni.

Assange, naturalmente, si opporrebbe ad un simile tentativo di estradizione, in quanto la pubblicazione di documenti non è un reato riconosciuto e per il fatto che gli Stati Uniti vogliono la sua estradizione sulla base di accuse politiche che, secondo i trattati [internazionali], non possono servire come pretesto per un’estradizione. Ma ci vorrebbe almeno un anno, che potrebbe anche prolungarsi fino a tre, prima che una corte inglese prenda una decisione su queste problematiche connesse all’estradizione. E, mentre tutto questo si trascina, Assange rimarrebbe di certo in prigione, dal momento che è impensabile che un giudice britannico possa rilasciarlo su cauzione, visto quello che era successo l’ultima volta che era stato posto in libertà.

Tutto questo significa che è molto probabile che Assange, nella migliore delle ipotesi, debba trascorrere almeno un altro anno dietro le sbarre, e finirà con l’aver passato un decennio in prigione, senza mai essere stato accusato, o condannato, per alcun reato. Sostanzialmente è stato punito, imprigionato, dal sistema.

Anche se spesso si è detto che Assange deve solo rimproverare sé stesso, è fuori di dubbio che, visto il gran giurì convocato dal Dipartimento di Giustizia di Obama ed ora le minacce di Pompeo e di Sessions, i timori che avevano portato Assange a richiedere asilo, in primo luogo la possibilità di essere estradato negli Stati Uniti ed essere processato per reati politici, erano molto ben fondati.

Assange, insieme ai suoi avvocati e ai suoi sostenitori, ha sempre detto che sarebbe immediatamente salito su un aereo per Stoccolma, se avesse avuto la garanzia che una cosa del genere non sarebbe stata utilizzata per estradarlo negli Stati Uniti e, per anni, aveva dato la propria disponibilità ad essere interrogato dagli investigatori svedesi all’interno dell’ambasciata [ecuadoriana] di Londra, cosa che il procuratore svedese aveva fatto alcuni anni dopo. Sulla base di questi fatti, una commissione della Nazioni Unite aveva deliberato nel 2016 che le azioni del governo britannico erano una “detenzione arbitraria” ed una violazione dei diritti umani fondamentali di Assange.

Ma se, come sembra quasi certo, l’amministrazione Trump alla fine dichiarerà che intende processare Assange per la pubblicazione di documenti classificati del governo americano, ci troveremo di fronte allo strano spettacolo di giornalisti statunitensi che, dopo aver passato gli ultimi due anni a preoccuparsi in modo melodrammatico della libertà di stampa a causa degli oltraggiosi tweet di Trump su Wolf Blitzer e Chuck Todd o per il meschino trattamento riservato a Jim Acosta, probabilmente esulteranno per un precedente che rappresenterebbe la più grave violazione alla libertà di stampa degli ultimi decenni.

Questo sarebbe il precedente che potrebbe facilmente farli finire in una cella di fianco a quella di Assange, colpevoli del nuovo “reato”: aver pubblicato  documenti che il governo degli Stati Uniti aveva stabilito non si dovessero pubblicare. Quando si tratta di minacce alla libertà di stampa, un’accusa del genere non sarebbe neanche lontanamente paragonabile ai tweet offensivi di Trump nei confronti delle varie personalità che appaiono in TV.

Quando si era trattato di denunciare la mancanza di un giusto processo e l’uso della tortura a Guantanamo, non era stato difficile ai giornalisti accantonare la loro personale antipatia per i simpatizzanti di al-Qaeda e segnalare i pericoli di quelle violazioni dei diritti umani e legali. Quando si tratta di attacchi alla libertà di stampa, i giornalisti sono in grado di mettere da parte il loro disprezzo personale per le opinioni altrui, per evitare che si costituisca un precedente che permetta in seguito al governo di punire chi esprime idee sovversive.

Non dovrebbe essere difficile per i giornalisti accantonare i loro sentimenti personali riguardo ad Assange e prendere atto dei gravi pericoli, non solo per la libertà di stampa ma anche per loro stessi, se il governo degli Stati Uniti riuscisse a tenere in prigione Assange per i prossimi anni, con i suoi tentativi di incriminarlo per la pubblicazione di documenti classificati o sottratti con l’inganno. Questo sembra essere lo scenario più probabile, una volta che l’Ecuador avrà consegnato Assange alla Gran Bretagna.

Glenn Greenwald

Fonte: theintercept.com

Link: https://theintercept.com/2018/07/21/ecuador-will-imminently-withdraw-asylum-for-julian-assange-and-hand-him-over-to-the-uk-what-comes-next/

21.07.2018

Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Dagli ex vertici di Veneto Banca agli impiegati delle filiali: 43 indagati dalla procura di Verbania

CRISTINA PASTORE la stampa.it

L’accusa è di truffa aggravata in concorso per la vendita di azioni dell’istituto di Montebelluna

ANSA

CRISTINA PASTORE

VERBANIA

A vviso di chiusura indagini a 43 dirigenti e funzionari di Veneto Banca: risultano accusati di truffa aggravata in concorso. La notifica è a firma del sostituto procuratore Sveva De Liguoro e prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Chiamati in causa sono i vertici della banca messa in liquidazione lo scorso giugno ma anche semplici impiegate che nelle filiali del Vco seguivano i piccoli risparmiatori. In cima alla lista degli indagati Vincenzo Consoli, l’ex potentissimo amministratore delegato arrestato due anni fa per aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza, il condirettore generale Mosé Fagiani, Massimo Lembo «compliance officer» dell’istituto. Seguono i direttori delle agenzie di Veneto Banca di Cannobio, Cannero Riviera, Gravellona Toce, Villadossola, Druogno, Domodossola, Pieve Vergonte, Dormelletto e quelle di Verbania.  

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Le contestazioni della procura ricalcano quello che da tempo – anche rivolgendosi alle associazioni consumatori – i correntisti hanno denunciato. Venivano convinti a investire i propri risparmi in azioni, o obbligazioni convertibili in azioni, emesse da Veneto Banca senza informarli dell’effettivo rischio che correvano. Nutrivano un rapporto di fiducia nei confronti della banca di famiglia, si lasciavano consigliare e per convincerli bastava poco: soprattutto perché molti erano anziani. Tra le truffate – negli episodi elencati con l’avviso di chiusura indagini – ci sono due donne classe 1924. Che cosa ne potevano sapere della direttiva europea Mifid, dei contenuti dei moduli sottoscritti riportanti i profili di rischio dell’investimento? Che poi in alcuni casi la procura ha riscontrato che venivano «aggiustati» indicando che questi clienti, favorevoli ad accettare quello che gli veniva proposto soltanto perché si affidavano a impiegati che conoscevano, possedevano un’elevata esperienza ed erano propensi a un elevato rischio.  

 

Tutta la «filiale» bancaria  

Le contestazioni penali riguardano tutta la «filiera» bancaria, rimarcando però come l’input arrivava dall’alto, con una pianificazione che si è estesa negli anni (soprattutto tra il 2011 e il 2016). L’obiettivo era rastrellare il più possibile per tenere a galla una banca che stava pericolosamente avvicinandosi al default. Ecco allora dai vertici di Montebelluna (che comprendevano anche Cataldo Piccarreta, direttore mercato Italia) la predisposizione di un elenco di potenziali acquirenti dei titoli emessi da Veneto Banca basato sul solo criterio di disponibilità di liquidità superiore ai 10 mila euro. Insieme ai nominativi venivano impartiti anche obiettivi numerici di vendita che erano monitorati settimanalmente. Il personale locale veniva poi rassicurato sulla bontà dei titoli (venduti a 36-45 euro e alla fine precipitati a un valore di pochi centesimi) e che eventuali modifiche unilaterali dei profili nei questionari Mifid erano da ritenersi accettabili.