Incendi di Atene causati da armi laser, ecco l’ultima teoria del complotto Video – Foto

informarexresistere.fr 27.7.18

Non comuni piromani ma nuove armi tecnologiche avrebbero causato gli incendi di Atene, questa la teoria che gira sui social.

Gli incendi che hanno iniziato a devastare la Grecia lunedì 23 luglio stanno innescando accese discussioni sui social network.

Non è la prima volta che succede. Anche a ottobre dello scorso anno, quando a bruciare fu la California, in rete giravano foto e commenti simili.

Il motivo è che gli internauti non si spiegano alcune anomalie che è possibile osservare nelle foto che vengono condivise sul web.

Alcuni hanno paragonato gli incendi della Grecia con ciò che si verificò a Canneto di Caronia, in Sicilia, nel 2004.

All’epoca una serie di strani incidenti colpì gli abitanti del paese tanto che le forze dell’ordine furono costrette a evacuarlo.

Le indagini scoprirono che gli incendi non erano stati causati da forze naturali (il vicino Etna, ecc.) ma da forze elettromagnetiche.

La protezione civile, allora, controllò tutte le apparecchiature tecnologiche nel raggio di cinque chilometri ma senza trovare alcuna anomalia.

Della vicenda si è occupata anche Focus, che ha realizzato il filmato che potete vedere qui sotto. Al minuto 18:10 potete ascoltare l’ex Coordinatore della Protezione Civile che dice:

«Gli incendi potrebbero essere stati generati da una qualche sperimentazione di tecnologie nuove, di natura industriale o militare».

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Cosa c’entra questa storia con l’attuale situazione in Grecia? Secondo alcuni gli incendi di Atene sarebbero stati causati da armi a microonde o armi laser.

Incendi di Atene causati da armi laser?

Effettivamente le armi laser esistono. Ne parlano anche sul sito della CNN (clicca qui). E scrivono:

«L’arma laser scioglie il motore del furgone da un miglio di distanza. Lockheed Martin ha testato con successo il suo nuovo prototipo laser facendo un buco in un motore di un furgone a più di un miglio di distanza».

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Anche l’ANSA ha parlato delle nuove armi a microonde che presto saranno impiegate per salvarci dai terroristi (clicca qui).

Se siete curiosi di sapere come queste nuove tecnologie a microonde possano essere utilizzate contro i terroristi, il video qui sotto lo spiega benissimo:

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Ma perché gli internauti hanno pensato che queste armi siano state utilizzate per innescare gli incendi di Atene? Perché avrebbero notato alcuni dettagli anomali.

Ad esempio il fatto che si sarebbe sciolto l’alluminio di alcune automobili mentre gli alberi circostanti non avrebbero preso fuoco. Un uomo scrive, a commento della foto riportata in basso:

«L’alluminio si scioglie a 700 gradi, basta vedere le prime evidenti tre auto. Peccato che il verde, a soli 7/10 metri sia integro».

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Una signora invece commenta così quest’altra foto: «C’è qualcosa che non quadra in questa foto… Alberi sani non bruciati e macchine disintegrate e case di fronte intere».

Diversi post corredati di foto hanno ricevuto centinaia di reazioni. Uno ha superato le 900 condivisioni, e dice:

«Macchine non solo bruciate ma con i cerchioni sciolti (servono oltre 700 gradi per far questo) mentre gli alberi intorno sono integri. Questa si chiama guerra con armi ad energia diretta non incendio!».

Le due foto fake

Infine oggi sono iniziate a girare altre due foto, che sembrerebbero confermare l’ipotesi del complotto. Eccole:

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Qualcuno le ha spacciate come foto scattate in Grecia durante gli incendi, foto che mostrerebbero proprio una sorta di laser…

Invece si tratta di due immagini del Michigan, e risalgono a gennaio di quest’anno. Potete controllare su questo sito.

Complotto o bufala? Decidete voi, io ho solo voluto raccogliere alcuni dati che circolano in questi giorni.

Perché a prescindere da come la pensiate, la notizia nella notizia è che migliaia di persone, in questo momento, stanno parlando di armi laser…

Atene senza pace, devastante alluvione dopo gli incendi: Marousi inondata, “e questo è solo l’inizio” Per approfondire

politicamente scorretto.info 26.7.18

Una catastrofe dopo l’altra in Grecia: pesante alluvione colpisce Atene dopo gli incendi dei giorni scorsi, immagini drammatiche da Marousi

Situazione critica in Grecia per il maltempo che sta colpendo il Paese in queste ore: dopo il super caldo e i devastanti incendi dei giorni scorsi, mentre ancora proseguono le ricerche dei dispersi e gli interventi di soccorso alla popolazione, oggi s’è scatenato il maltempo più estremo. Le temperature sono crollate di oltre 20°C rispetto a ieri, piombando a +16/+17°C su coste e pianure, e piogge torrenziali hanno colpito tutta la periferia Nord di Atene, dove sono caduti 102mm di pioggia a Vrilissia, 68mm a Penteli, 59mm a Ekali, 53mm a Dionysos, 46mm a Kifisia, 44mm a Marousi. Molto pesanti le conseguenze sul territorio, soprattutto a Marousi.

Atene, alluvione dopo gli incendi: Marousi completamente allagata [VIDEO]

Alluvione ad Atene dopo gli incendi, la situazione nelle strade di Marousi [VIDEO]

Questo disastro potrebbe essere “solo l’inizio”, secondo gli esperti meteorologi ellenici. I devastanti incendi, infatti, hanno depositato una spessa coltre di cenere su molte aree della Città Metropolitana di Atene, dove adesso ad ogni pioggia i terreni risulteranno impermeabili e non riusciranno ad assorbire l’acqua, che quindi si riverserà a valle in modo furioso.

Intanto è salito a 85 morti accertati il bilancio degli incendi che hanno devastato la regione nei pressi di Atene. Ma almeno altre 20 persone risultano ancora disperse. Tra queste due sorelline di 7 e 9 anni. “Siamo alla ricerca dei dispersi ma i soccorritori non sono potuti ancora entrare in alcune case”, ha sottolineato la portavoce dei Vigili del Fuoco, Stavroula Malliri, in conferenza stampa. “Siamo vicini alle famiglie, assicuriamo che la ricerca non si fermerà“. Il ministero delle Infrastrutture annuncia che 1.218 case – il 49% di quelle danneggiate – risultano inabitabili e irrimediabilmente distrutte.

 

A cura di Peppe Caridi

Fonte meteoweb.eu

Sorpresa: chi è Satana secondo Famiglia Cristiana

 di: Luciano Scateni lavocedellevoci.it

Euro-Tragedia: il dramma in nove atti di Ashoka Mody

Di Henry Tougha – Luglio 26, 2018 vocidallestero.it

Da Brave New Europe una recensione dell’ultimo libro di Ashoka Mody sull’eurozona. La forzatura rappresentata dall’imposizione di una moneta unica a paesi tanto diversi (con tassi di inflazione diversi, puntualizziamo) ha sperperato il capitale politico che nel dopoguerra si era costruito attorno all’idea di pace in Europa, anziché esserne il compimento. Ora l’unico scenario in cui l’euro può sopravvivere è raccontato con toni romantici, che suonano ridicoli. Ma questa non è una commedia: è una tragedia, e se un economista del calibro di Mody usa certi termini, anche il più pervicace degli europeisti dovrebbe capire che il tempo dei sogni è finito.

(Recentemente, a una presentazione del proprio libro, lo stesso Ashoka Mody ha rincarato la dose dicendo che “l’idea che l’euro diventi uno strumento di pace è stravagante […] è diventato, semmai, una fonte di divisione e conflitto”.)

 

 

di David Shirreff, 10 luglio 2018

 

Un vecchio proverbio dice che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”.

 

Ashoka Mody, già economista del Fondo Monetario Internazionale e visiting professor a Princeton, racconta la storia tragica di come tutti gli intenti politici nati dopo la Seconda Guerra Mondiale siano stati sprecati, alla fine, per inseguire un progetto che esige “troppa Europa”.

 

Il bersaglio delle sue ire è la moneta unica, l’euro, senza la quale, sostiene, la Comunità Europea avrebbe funzionato molto meglio. Secondo Mody i più grandi successi del progetto europeo sono stati il trattato per la Comunità Europea di Difesa, del 1952, e il Trattato di Roma, siglato nel 1957. Questi vennero firmati prima che una manciata di leader europei portasse avanti l’idea di una moneta unica, senza comprenderne davvero tutte le implicazioni.

 

Questi leader europei avevano ignorato gli avvertimenti degli esperti che loro stessi avevano consultato, come la Commissione Werner, che in un report del 1970 aveva messo in guardia sul fatto che, per consentire il funzionamento di un’unione monetaria, sarebbero stati necessari un ampio bilancio centrale e una forte mobilità trans-frontaliera dei lavoratori. Nel 1989 la Federazione delle Industrie Tedesche (BDI) avvertì che una moneta unica avrebbe tolto alle regioni più deboli la possibilità di operare aggiustamenti sul tasso di cambio. I cancellieri tedeschi Willi Brandt e perfino Helmut Kohl – per un certo periodo – erano diffidenti riguardo le implicazioni della moneta unica. Ma il lavoro congiunto dei leader francesi e tedeschi, Valery Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt, Francois Mitterrand e Helmut Kohl (a seguito dell’unificazione tedesca), alla fine spazzò via le ragionevoli obiezioni economiche e portò avanti forzatamente la creazione di una moneta unica per undici o più stati sovrani molto diversi tra loro.

 

Ogni volta che venivano sollevate obiezioni, si offrivano delle correzioni, come i parametri di Maastricht, che stabilivano i limiti del debito e del deficit pubblico, o il Patto di Stabilità e Crescita, che fu astutamente progettato dagli eurocrati affinché significasse cose diverse per i francesi e i tedeschi.

 

Perfino il voto “no” del popolo francese nel 1992 non servì a fermare questo treno in corsa.

 

Il lancio dell’euro il 4 gennaio 1999 fu un successo, già solo per il fatto che il valore della moneta non precipitasse. Nonostante abbia avuto un percorso piuttosto accidentato, tre anni dopo manteneva il suo valore rispetto al dollaro, a dispetto di un mondo turbolento e degli eventi sui mercati.

 

Ma l’apparente stabilità serviva solo a coprire una molteplicità di difetti. La Banca Centrale Europea (BCE), teoricamente indipendente, era stata fatta più o meno sul modello della Bundesbank, la banca centrale tedesca, e tarata su politiche monetarie restrittive che si adattavano solo alle maggiori economie all’interno dell’eurozona. Sotto i suoi primi due presidenti, Wim Duisenberg e Jean-Claude Trichet, la BCE mantenne questa politica a dispetto della recessione dell’economia tedesca nei primi anni 2000 e poi della crisi finanziaria del 2007-2010. Fu solo quando salì in carica il più pragmatico Mario Draghi, nel 2011, che la politica monetaria iniziò finalmente ad allentarsi per poter affrontare le criticità dell’eurozona. La famosa promessa fatta da Draghi nel luglio 2012 di fare “whatever it takes” [“qualunque cosa sia necessaria”, NdT] per salvare l’euro – incluso il “bazooka” delle Outright Monetary Transactions (OMT) – mise fine, almeno temporaneamente, ad anni di speculazioni sul dubbio che non ci fosse una sufficiente volontà politica per salvare l’euro nel bene e nel male, ad ogni costo. Fino ad oggi questa volontà c’è stata.

 

Ma siamo ormai ben lontani dai giorni in cui l’euro veniva visto come una storia di successo. Ashoka Mody vede la crisi dell’euro come una scusa per imporre l’egemonia tedesca in Europa:

 

La crisi dell’euro è entrata nella sua fase più oscura nella prima metà del 2011, quando l’intera eurozona aderì alle regole dell’austerità fiscale e della stabilità dei prezzi. Queste regole tedesche divennero, per così dire, le caratteristiche fondanti dell’identità europea. Al posto di una Germania europea… ci si trovò con un’Europa tedesca”.

 

L’astuto gioco di Draghi alla BCE alleviò in parte l’effetto “germanico”, ma la tensione continuò a ripresentarsi ad ogni riunione del consiglio della BCE, con Draghi da una parte e il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, dall’altra. Il prossimo anno Draghi potrebbe essere sostituito da qualcuno meno accomodante e meno pragmatico, forse lo stesso Weidmann.

 

Ashoka Mody prevede un futuro fosco per l’eurozona e l’euro così come lo conosciamo oggi. Dipinge due possibili scenari. Il primo è definito “Più o meno lo stesso” e culminerebbe nella necessità di un salvataggio finanziario dell’Italia, che sta sprofondando in una montagna di debito e nell’incapacità di aumentare la produttività. Perfino le Outright Monetary Transactions di Draghi, nel tentativo di acquistare all’infinito i titoli di debito pubblico italiano, in questo caso non funzionerebbero più. Per l’Italia uscire dall’euro dopo essere arrivata a quel punto sarebbe disastroso, perché dovrebbe ripagare debiti in euro con una lira svalutata. Ma paradossalmente, suggerisce Mody, il risultato sarebbe diverso se fosse la Germania ad uscire. Il nuovo marco tedesco probabilmente si rivaluterebbe rispetto all’euro, limitando la sua prestazione nelle esportazioni, cosa che però la Germania è abituata a gestire. Altri paesi del Nord dell’euro-zona potrebbero unirsi alla Germania, mentre le esportazioni dei paesi ora più deboli dell’eurozona beneficerebbero di un euro più debole.

 

Questa sarebbe una bella idea, ma temo che sarebbe irta di sfide legali che limiterebbero qualsiasi miglioramento nelle prestazioni economiche.

 

Il secondo scenario viene chiamato da Mody “La repubblica delle lettere per l’Europa: una moderna Agorà”. A innescarlo, immagina Mody fantasticando, sarebbe un discorso della cancelliera tedesca Angela Merkel – “Il monologo di uscita della Merkel”, nel quale definisce come e perché l’eurozona deve cambiare. Per prima cosa, il debito greco dovrà essere condonato. Seconda cosa, le regole fiscali che frenano la capacità di reflazione dei paesi membri dovranno essere allentate. Dopo cinque anni da quel momento, ogni ulteriore titolo di debito emesso da paesi dell’eurozona non avrà più la garanzia sovrana – in altre parole, il capitale e gli interessi degli investitori saranno a rischio in modo visibile. Questo allentamento della camicia di forza attorno all’euro sarà accompagnato da una nuova aspirazione – quella di fare dell’Europa un centro di istruzione e di invenzioni senza più barriere interne – un moderno mercato delle idee.

 

Nonostante questa ultima idea giunga alla fine del libro come una fioritura romantica, non toglie nulla alla durezza dell’analisi dei capitoli precedenti. Mody ha seguito la tragedia dell’euro dal suo iniziale sogno romantico al suo quotidiano stravolgimento. Bisogna concedergli di offrire un po’ di luce in fondo al tunnel, come scrisse l’autore di questo musical, sei anni fa, sullo stesso tema:

 

Tra altri 50 anni

Avremo dimenticato le nostre lacrime

E ricorderemo tutte queste buffonate

Come un’invenzione dei romantici.

È stata una degna causa

Con dei fondamentali difetti

Uno sforzo comune

Che non poteva durare per sempre.

 

[Eurocrash, il musical, 2012]

Di Maio a bordo dell’Airbus di Stato: ‘Spreco da 150 milioni di euro a cui oggi abbiamo detto basta’

silenziefalsita.it 26.7,18

Quello che vedete qui è quello che è famoso come l’Air Force Renzi, è l’aereo che abbiamo combattuto quando stavamo all’opposizione, è un aereo che vi è costato circa 150 milioni di euro”.

Così Luigi Di Maio a bordo dell’Airbus di Stato.

“Quello che fa incazzare – ha proseguito il vicepremier – è che quest’aereo non è mai stato neanche utilizzato. Potevamo fare con questi soldi tante altre cose e si è deciso di comprare quest’affare qua. E la beffa è che non è mai stato utilizzato: come vedete questa è una prima classe, ma a Renzi non bastava e quindi aveva stanziato circa 20 milioni di euro per farci anche una camera da letto e un bagno per stare comodo. Questo è l’esempio dell’arroganza del Potere che il 4 marzo è stato mandato a casa”.

Poi la parola è passata al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, che ha fatto sapere:

Stiamo stracciando un contratto fatto dalla presidenza del Consiglio con Alitalia, che a sua volta ha fatto un altro contratto di leasing con Etihad per utilizzare un aereo a scopi istituzionali. Quest’aereo nel 2016, quando è stato preso dalla presidenza del Consiglio per portare Renzi e tutti gli altri ministri in giro, costava 25 milioni di euro. L’ultimo aereo di questo tipo, Airbus A340-500, l’hanno fatto 8 anni fa. Fuori produzione. I tecnici hanno detto che è il più grande flop industriale di Airbus: ne hanno fatti quaranta in totale e da 8 anni non lo fanno praticamente più”.

E ancora: “La prima rata che ha pagato la presidenza del Consiglio era dell stessa cifra (25 milioni, ndr). Con i costi di manutenzione, quasi 150 milioni di euro. 25 milioni valeva, 150 milioni. E i documenti erano secretati“.

Di Maio e Toninelli sono poi scesi dal velivolo e hanno tenuto una breve conferenza stampa nell’hangar di Fiumicino per spiegare la rescissione del contratto dell’Airbus.

Guarda il video:

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Guarda video (23:23)

Pubblicato da Luigi Di Maio

Airbus A340-500, Conte: ‘Aereo così costoso non serve. Ho dato indicazioni di rescindere il contratto’

silenziefalsita.it 26.7.18

L’Airbus A340-500 è uno “spreco e un capriccio a cui rinuncio molto volentieri”.

Lo ha scritto su Facebook Giuseppe Conte, il quale ha fatto sapere di aver dato indicazioni di trovare una via di uscita per rescindere il contratto di leasing dell’aereo che era stato firmato dai precedenti governi.

“Meno spreco di denaro pubblico, meno spese inutili. Il governo che presiedo da subito ha voluto dare segnali di forte cambiamento rispetto al passato,” ha spiegato Conte, che ha aggiunto:

in quest’ottica si inserisce la volontà di rescindere il contratto di leasing dell’aereo Airbus A340-500, acquistato in passato per i voli di Stato. Un impegno che avevo e avevamo assunto sin dal nostro insediamento, una decisione sacrosanta, tutt’altro che simbolica”.

“A conti fatti – ha proseguito il presidente del Consiglio – si è trattato di un’operazione del tutto svantaggiosa, sia dal punto di vista dell’impatto economico che dell’utilità pratica”.

“Parliamo – ha proseguito- di circa 150 milioni di euro spesi per soli 8 anni di noleggio, inclusi i 20 milioni per riconfigurarlo, per un velivolo quasi mai usato. Soldi degli italiani, che vincolavano il governo”.

“Per questo – ha concluso – dai primi giorni del mio mandato ho dato indicazioni di trovare una via di uscita per rescindere il contratto. A questa Presidenza, per le missioni internazionali che siamo chiamati a svolgere, un aereo così grande e costoso non serve“.

Atene: mamma perde figli e marito. “Le ultime parole di mio figlio: ‘Ho paura’”

informarexresistere.fr 26.7.18

Mamma perde figli e marito negli incendi di Atene. “Le ultime parole di mio figlio: ‘Ho paura’” di Davide Falcioni

In una commuovente lettera letta nei tg una donna ha raccontato lo strazio di aver perso il marito e i due figli nell’incendio di Mati.

Mi sembra ancora di ascoltare con le mie orecchie la vocina tremante di Andrea: ‘Ho paura, mammina, sono molto preoccupato, ma sarò forte. Però tu non venire qua, mamma. Non voglio che tu venga qua, è tutto chiuso dal fuoco, non ce la farai’”.

Nella catastrofe che ha sconvolto la Grecia, con gli incendi di natura probabilmente dolosa che hanno causato decine di morti, si fanno spazio storie che stanno commuovendo il paese intero, storie di disperati tentativi di sfuggire alle fiamme come quello di  Evita Fytros, una ragazzina di 14 anni, promessa del ciclismo, in vacanza insieme alla famiglia a Kokkino Limanaki, poco più a sud di Mati, che avvolta dal fuoco ha tentato di salvarsi gettandosi da uno scoglio alto 15 metri.

Era un combattente.

“Era una combattente. E io, adesso, dovrò provare a imitare la mia figliola”, ha scritto la madre in una lettera letta in televisione.

Una lettera che ha lasciato milioni di persone senza parole, perché nell’inferno di Mati quella donna non ha perso “solo” la figlia, ma anche il marito e un altro figlio di 11 anni: questi ultimi due sono stati trovati carbonizzati nella loro automobile, a poca distanza dallo scoglio da cui è volata Evita.

“So — ha scritto la madre di famiglia – che mio marito Grigoris avrà fatto tutto il possibile per salvarli. E so che se non ce l’ha fatta è semplicemente perché quella era la volontà del Signore.

Mi sembra ancora di ascoltare con le mie orecchie la vocina tremante di Andrea: ‘Ho paura, mammina, sono molto preoccupato, ma sarò forte. Però tu non venire qua, mamma. Non voglio che tu venga qua, è tutto chiuso dal fuoco, non ce la farai’”.

L’istinto della donna è stato però ovviamente quello di tentare di mettere in salvo la sua famiglia: “Ho provato ad avvicinarmi, a raggiungerli — scrive — Quattro ore ho provato, in tutti i modi possibili.

Poi, quando ho abbandonato l’ultimo tentativo, ho pensato che forse sarebbe stato meglio non rischiare anch’io, in modo da poter aiutare mio marito e i miei figli se ce ne fosse stato bisogno”.

Poco dopo ha però scoperto che l’incendio le aveva strappato tutta la famiglia. “Ho finito le parole — conclude — Quando avrò riconosciuto i corpi dei miei ragazzi vi dirò con certezza che ho perduto tutto. Abbracciate i vostri figli tutti i giorni”.

Incendi Grecia, il bilancio provvisorio è di 79 morti.

Gli incendi divampati nei boschi intorno ad Atene hanno finora causato 79 morti, anche se ci sono ancora dispersi e le speranze di ritrovarli in vita affievoliscono giorno dopo giorno.

La portavoce dei Vigili del Fuoco ha fatto sapere che le autorità hanno ricevuto decine di chiamate di persone in cerca di propri cari scomparsi, spiegando che alcune di queste potrebbero finire per aumentare il numero delle vittime, mentre altre potrebbero essere tornate alle loro famiglie senza che le autorità ne siano state informate.

Fonte: fanpage.it – Titlo originale: Mamma perde figli e marito negli incendi di Atene. “Le ultime parole di mio figlio: ‘Ho paura’”

Fusione BPVN-BPI: il tribunale di Venezia ammette c.t.u. sull’impugnazione per dolo

padovanews.it 26.7.18

Venezia. É stato il Tribunale delle imprese del capoluogo lagunare, presieduto dalla giudice Liliana Guzzo, ad ammettere la consulenza tecnica sull’impugnazione per dolo della fusione tra BPVN e BPI.

Sarà il commercialista veneziano Massimo Lanfranchi, nominato consulente tecnico dal Tribunale con l’ordinanza del 18 giugno scorso, ad esprimersi sulla congruità del rapporto di concambio, previsto in occasione della fusione del giugno 2007 tra la Banca Popolare di Verona e Novara e la Banca Popolare Italiana, che ha dato vita al Banco Popolare Soc. Coop., oggi confluito in BPM.

Una perizia di valutazione che Lanfranchi redigerà alla luce della situazione patrimoniale di Banca Italease spa, all’epoca controllata da BPVN, crollata in borsa ad inizio giugno 2007 per l’esplosione nella esposizione in derivati, che avrebbe portato delle perdite per oltre 2 miliardi di euro.

Il provvedimento è stato assunto nell’ambito della causa a suo tempo promossa contro la fusione dal compianto imprenditore Paolo Sinigaglia e dalla società Simod, dichiarata fallita nel 2015. Sinigaglia e Simod, entrambi ex soci BPI, impugnarono la fusione chiedendone l’annullamento per dolo del management di BPVN ai danni dei soci di BPI, con il conseguente risarcimento del danno, oggetto di quantificazione nella perizia da parte del consulente del Tribunale, e che era stato richiesto dalle parti nella misura complessiva di circa 11 milioni di euro.

L’imprenditore Sinigaglia e Simod avevano avviato la causa assistiti dal prof. avvocato Marco De Cristofaro dell’omonimo studio legale padovano. Dopo il fallimento di Simod la difesa della società è stata assunta dall’avvocato padovano Roberto Nevoni, mentre il Banco Popolare è assistito dallo studio legale milanese Gatti-Pavesi-Bianchi.

Cultura bancaria: una priorità per la Fed. La Banca centrale americana si interroga sul futuro del sistema creditizio

 startmag.it 26.7.18

L’intervento di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale dell’Associazione nazionale fra le banche popolari

L’economia americana è “in forma” e vive la seconda più lunga espansione della sua storia. Tutti gli indicatori economici continuano, infatti, a indicare “bel tempo” e a segnare la tendenza verso l’alto. La crescita sembra solida, il mercato del lavoro verso la piena occupazione e l’inflazione vicina agli obiettivi prefissati. Su questa onda positiva, il mese scorso, la Federal Reserve ha tenuto, a New York, una conferenza dal titolo “Governance and Culture Reform” alla quale hanno preso parte e sono intervenuti i vertici, oltre che della stessa Fed, del sistema bancario, finanziario e accademico di cultura anglosassone. La discussione della Conferenza parte dalla constatazione che proprio in questo situazione di crscita sia del settore finanziario sia, più in generale, di quello dell’economia, sarebbe utile, necessario e anche possibile interrogarsi su come ottenere un avanzamento in tema di cultura bancaria.

La crisi finanziaria e la conseguente recessione economica, negli Stati Uniti come nel resto del mondo occidentale, hanno gravemente eroso la fiducia spingendo i governi e i regolatori a mettersi rapidamente al lavoro per risolvere le principali carenze presenti nel quadro normativo con lo scopo di creare un solido quadro di risoluzione per proteggere, nello stesso tempo, sia l’economia che i soggetti economici in caso di fallimento di un’impresa di rilevanza sistemica. Per raggiungere questo obiettivo si è agito sugli aumenti di capitale e sulla richiesta di maggiore liquidità, condizioni, queste, finalizzate ad assorbire le perdite in tempo di crisi economiche e resistere così agli andamenti del mercato e a eventuali interruzione dei finanziamenti. Sono stati cambiamenti necessari per salvaguardare la solidità del sistema finanziario e garantire che le generazioni future non debbano subire il trauma economico come quello vissuto negli ultimi dieci anni e sono cambiamenti che hanno prodotto, allo stesso tempo, un regime normativo più solido con banche in grado di sopravvivere alle tempeste future, sempre possibili.

Se quanto delineato è la positiva cornice, l’invito che viene dalla Conferenza e che John Williams, il Presidente e Amministratore delegato delle Fed, ha reso esplicito nelle sue conclusioni, è quello di non lasciar farsi travolgere dalla convinzione di aver costruito una sorta “di fortezza” in grado di resistere a qualsiasi criticità, perché questo non basta. Il rafforzamento normativo e patrimoniale che è stato prodotto è, infatti, una condizione necessaria ma non sufficiente. Bisogna, al contrario, utilizzare questa situazione favorevole per affrontare il ben più complesso lavoro di ricostruzione della fiducia intervenendo direttamente e rapidamente sulla cultura bancaria.

Un impegno che richiede un lavoro lungo negli anni e Williams lo spiega con estrema chiarezza. La cultura è “softer”, più morbida rispetto ad altri fattori e quindi impossibile da quantificare con gli strumenti della finanza che tende a ignorare ciò che non può essere quantificato. Ma soltanto perché è difficile da misurare, non significa che vada ignorata o sottovalutata perchè la cultura è alla base di tutto, modella ogni decisione e ogni azione, ed è alla radice di ogni organizzazione, addirittura di ogni “conversazione”. La cultura è un investimento a lungo termine che richiede di essere realizzato come progetto con una forte e riconosciuta leadership e un’azione ad esso coerente. Williams trova, poi, nel dialogo aperto ed autentico, nei valori collettivi ben definiti e nella fusione tra collaborazione e innovazione, in un progetto mai finito ma sempre in continua evoluzione, i cardini necessari per affrontare, in maniera fruttuosa, il tema di una ricostruzione della cultura bancaria venuta meno negli ultimi trenta anni.

In questo senso, assicurare che i valori aziendali siano articolati e gli incentivi sempre perfettamente allineati con gli obiettivi strategici della banca; identificare, comunicare e mitigare i rischi in modo tempestivo ed efficace, affinché risparmiatori, soci e dipendenti si sentono direttamente e personalmente coinvolti nella vita degli intermediari finanziari, tornano ad essere linee guide fondamentali per proteggere le persone, le banche e l’economia da rischi, scandali e danni.

Tabula rasa alle Ferrovie. Il Governo manda via i vertici renziani

StefanoSansonetti lanotiziagiornale.it 26.7.18

Toninelli legge sui partiti 5 Stelle

di Stefano Sansonetti
L’ennesimo rinvio è pronto a scattare, ma l’obiettivo è archiviare la pratica nei giorni immediatamente successivi. La delicata partita delle nomine sta per coinvolgere Ferrovie dello Stato. L’assemblea in programma per oggi sarà con ogni probabilità rinviata. Il fatto è che ieri, sul tema, è intervenuto perentoriamente il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli (M5S), il quale ha deciso di azzerare il Cda del colosso di Stato dando il via alla decadenza. Insomma, ormai è fuori il renzianissimo ad delle Fs,Renato Mazzoncini, che di recente è stato rinviato a giudizio per una presunta truffa e che era stato confermato in fretta e furia dal Governo di Paolo Gentiloni nell’ambito della maxi fusione con l’Anas. Lo stesso Governo pentaleghista ha chiesto la convocazione di un’assemblea delle Ferrovie entro il 31 luglio. Insomma, al massimo entro martedì prossimo si dovrebbe sapere il nome del successore. In ballo, in quota Lega, resta il varesino Giuseppe Bonomi, già presidente di Sea e Alitalia. Ma secondo ragionamenti dell’ultima ora potrebbe essere nominato presidente, magari con qualche delega, più che Ad. Per quest’ultima poltrona circola con una certa insistenza il profilo di un interno “pesante”, ossia Maurizio Gentile, Ad della controllata Rete ferroviaria. In alternativa si fa il nome dell’attuale Ad di Trenitalia, Orazio Iacono, forte di buoni risultati quando si è occupato di trasporto regionale (tema caro a Lega a Cinque Stelle). Dall’assemblea prevista sempre oggi, inoltre, si attendono lumi sul nuovo vertice del Gse, la società che gestisce 16 miliardi l’anno di incentivi alla rinnovabili. Il tema è molto sensibile peri grillini. Ieri, non per niente, il vicepremier Luigi Di Maio è intervenuto a un convegno Anev-Elettricità futura annunciando che il Governo intende supportare al massimo il settore delle rinnovabili. E ha detto che in settimana ci saranno le nomine. In realtà, anche qui, non si esclude un rinvio, a quanto pare dettato dalla necessità di vagliare nel dettaglio i vari curriculum. Per il ruolo di presidente e Ad del Gse restano in campo le chance di Luca Dal Fabbro, ingegnere chimico, oggi nei Cda di Terna e Buzzi Unicem. Dal Fabbro, tra l’altro, è anche Ad della Grt Group, società svizzera che nei mesi scorsi ha annunciato investimenti in Italia per una serie di impianti di trasformazione della plastica in combustibile meno inquinante. Inoltre è vicepresidente del Circular economy network, a cui aderiscono società (vedi Hera) che prendono incentivi dallo  stesso Gse. Un po’ più lenti, invece, potrebbero essere i tempi dell’Authority per l’Energia. In pole, per la presidenza in quota Lega, resta Paolo Arata,professore di ecologia.
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