Crac BPVi e Veneto Banca, i “discriminati” di don Torta “discriminano” VicenzaPiù che propone: don Enrico “benedica” un incontro per una linea comune tra tutte le associazioni

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù)  27.7.18

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Dopo un lungo silenzio, almeno con VicenzaPiu.com, ilCoordinamento Associazioni Soci Banche Popolari Venete “Don Enrico Torta” invia a noi e ai media indicati nel testo una nota alla cui domanda rispondiamo immediatamente di seguito. Per quanto ci compete, se ci compete. «E’ tempo che le emittenti locali, comprese Rete Veneta e Antenna 3 e i quotidiani veneti, anche on-line – leggiamo –, si rendano conto che l’Associazione Ezzelino III da Onara non rappresenta i risparmiatori veneti. E’ un’associazione dove i risparmiatori non sono presenti e lo stesso Patrizio Miatello non è risparmiatore». 

«Le associazioni dei risparmiatori – accusa la nota del Coordinamento di don Enrico Torta – sono le altre, quelle a cui voi non date mai spazio, e noi vi chiediamo per quale motivo, nonostante Ezzelino III da Onara non rappresenti nessuno, sia il vostro interlocutore privilegiato in questa vicenda che non li vede danneggiati, mentre i veri danneggiati, che siamo noi, veniamo sistematicamente esclusi. Grazie per l’attenzione. Coordinamento Associazioni Soci Banche Popolari Venete “Don Enrico Torta”»

 

Gentile Coordinamento Associazioni Soci Banche Popolari Venete “Don Enrico Torta” ci rivolgiamo così, in maniera impersonale, ed inizialmente visto che non c’è altra firmanè quella di don Enrico Torta, né quella di altri rappresentanti come il vostro presidente Andrea Arman o quella di Luigi Ugone, a voi associato e presidente di “Noi che credevamo nella BPVi”. Mancando le firme, caro don Enrico (nella foto in primo piano ad una manifestazione da noi seguita), rispondiamo, però, ora a lei visto che altre volte pare che firme lei ne abbia apposte, anche in Procura di Treviso, senza esserne totalmente consapevole.

Ebbene, se la sua missiva comprende anche noi come destinatari (l’anonimato è sempre una brutta cosa, vero don Enrico? Le costava molto fare altri nomi oltre quelli di Antenna 3 e Rete Veneta se si rivolge, come scrive, anche ad altri innominati?), lei sa bene, per tutto lo spazio, in scritti e in video, sempre avuto in passato da lei e dalle associazioni a lei vicine, noi non privilegiamo nessuno ma, se ora lei riscontra una minore attenzione, potrebbe chiedersi se questo avvenga per il semplice motivo che voi (lei e le associazioni vicine al Coordinamento che porta il suo nome) non ci inviate più comunicati e non ci consentite accesso a vostre pagine Fb. Se questo stia avvendo da tempo perché, con Andrea Arman e Luigi Ugone in testa, non tollerate critiche ma gradite solo genuflessioni noi lo possiamo supporre ma non sapere.
Siete voi che discriminate la stampa indipendente e, così, state facendo il male non solo vostro ma, soprattutto, dei veri soci per le vostre lotte personalistiche, che arrivano a togliere diritto di rappresentanza a chi non è socio! Luigi Ugone di Noi che credevamo nella BPVi è socio? Andrea Arman non fa l’avvocato? Noi che credevano non ha una srl parallela per gestire i servizi? Il dossier contro Consoli presentato da lei, Don Torta, non era falso? Infine, caro don Enrico, si tolga gli occhiali dell’integralismo (la fede è altra cosa) e legga bene, almeno, VicenzaPiu.com. che riporta fedelmente i comunicati di tutte le associazioni che ci arrivano anche se noi, dopo le nostre valutazioni (ce le lasciate fare liberamente? Noi non siamo soci…), esprimiamo preferenze e indirizzi per strade da voi non percorse. Ha letto ad esempio il nostro “Fondo o non fondo… per i soci traditi da BPVi e Veneto Banca: l’informazione e le opinioni di VicenzaPiù e le obiezioni di Andrea Arman (Coordinamento di don Enrico Torta)” che, tra l’altro, dimostra che se ci scrivete o se vi fate vivi o se vi incontriamo “per starda” di voi parliamo eccome? Ma poi e tal proposito depone a vostro favore che le vostre posizioni e i vostri comunicati abbiamo risalto proprio sui media, come Il Giornale di Vicenza (noi i nomi li facciamo!), che hanno spalleggiato in passato l’opera della Banca Popolare di Vicenza e, dopo avervi censurato, loro sì, ora amano le vostre considerazioni?

Ciò detto, io e noi siamo qui e ovunque ci sia da tutelare gli interessi dei soci, noi non lo siamo, ma anche del territorio direttamente e indirettamente colpito, noi ne facciamo parte.

Non discriminateci voi (forse lei, don Enrico, anche questo prima di questo scambio di idee non lo sapeva…) e per voi e chi rappresentate lo spazio sarà il massimo compatibile con le nostre risorse per seguirvi.

Infine la informo, caso mai non lo sapesse, che lei e voi tutti non siete mai stati presenti a vari incontri organizzati nel 2018 da e/o con VicenzaPiù e a cui, sempre, vi ho invitato tutti personalmente (l’ultima assenza è stata quella alla presentazione di “BPVi. Bugie Popolari Vicentine“, il libro sulle fake news sulla BPVi proprio del Giornale di Vicenza che più ora scrive di voi (il dossier che riproduce è depositato agli atti della Commissione di inchiesta regionale sulle banche venete).

Spero, quindi, che sarebbe disponibile a un incontro pubblico che noi siamo pronti a organizzare, trasmettendolo anche su VicenzaPiu.tv e rendendolo visibilea tutti ovunque on demand sul nostro canale YouTube, e in cui i rappresentanti delle associazioni del Coordinamento che porta il suo nome discutano per individuare una linea comune, auspicabile, o di non intralcio reciproco, se non diversamente possibile, con i rappresentanti delle Associazioni Unite per il Fondo che Patrizio Miatello, che non sarà socio, ha raccolto intorno a sé e che, a quanto ci risulta, sono, non ci sembrano poche né poco rappresentative.

Don Enrico, benedica lei questa iniziativa: le sue associazioni le conosce, per le altre le diamo i nomi…

Uniti si vince, divisi succedono strane cose.

 

Associazioni Unite per il Fondo

Ezzelino III da Onara Patrizio Miatello portavoce

Prof. Avv Rodolfo Bettiol, Tributarista Loris Mazzon

CODACONS Franco Conte Ignazio Conte

ADUSBEF Fulvio Cavallari

Adiconsum Valter Rigobon

Federconsumatori Giovanna Capuzzo

Adoc Sergio Taurino

Azione Vitale Dario Pozzobon

Milena Zaggia, Giovanna Mazzoni, Patrizio Miatello – promotore Giornata Nazionale Risparmio Tradito Roma 04 Ottobre 2018 per tutti i Risparmiatori Traditi di tutta Italia

Lega Consumatori Erica Zanca

Confedercontribuenti Alfredo Belluco Muzio Gianfranco

Unione Nazionale Consumatori Antonio Tognoni

A.N.L.A. Lando Ambruzzoni

Senior Italia già Federanziani Veneto Vincenzo Giglio

Apindustria Veneto Ivan Palasgo

Consumatori Attivi Barbara Puschiasis, Emi Puschiasis, Ernesto Sabbadini, Raffaele Bizzozer, Denise di Brazzà

IL PARADISO (FISCALE) ALL’IMPROVVISO – ECCO LA CLASSIFICA DEGLI STATI MIGLIORI PER INVESTIRE PAGANDO QUASI ZERO TASSE – SORPRESA: LA LISTA NON È GUIDATA DALLE CAYMAN O DA QUALCHE SPERDUTA ISOLA CARAIBICA, MA DA UN PAESE EUROPEO…

dagospia.com 27.7.18

Da www.forbes.it

necker island paradiso fiscaleNECKER ISLAND PARADISO FISCALE

Molto probabilmente i più grandi paradisi fiscali del pianeta non sono quelli che ti aspetti. Almeno stando a uno studio prodotto dagli economisti della Berkeley University e dell’Università di Copenaghen.

Thomas Torslov, Ludvig Wier e Gabriel Zucman nel loro “The missing profits of nations” hanno messo insieme una mole imponente di dati combinando statistiche macroeconomiche, l’attività delle multinazionali e i conti pubblici di numerosi Paesi nel mondo. Risultato dell’analisi: il 40% dei profitti delle multinazionali sono dirottati ogni anno verso Paesi a bassa tassazione.

paradiso fiscalePARADISO FISCALE

I “migliori” in questa pratica sono i gruppi multinazionali statunitensi – scrivono gli autori dello studio – mentre la perdita di gettito più ampia riguarda i Paesi dell’Unione europea (il 18% circa) e quelli in via di sviluppo. Dagli Stati Uniti prendono il volo qualcosa come 142 miliardi di dollari (dall’Italia 23).

Tra i molti dati presenti nello studio, riferiti al 2015, di particolare interesse sono quelli riferiti ai profitti trasferiti dalle multinazionali.

Madeira, il paradiso fiscale al centro della vicenda Sigma TauMADEIRA, IL PARADISO FISCALE AL CENTRO DELLA VICENDA SIGMA TAU

Questa speciale classifica non è guidata dalle Cayman o da qualche sperduta isola caraibica.

Il Paese che attrae la parte principale dei profitti che le aziende multinazionali disperdono nel mondo è infatti l’Irlanda, Paese che offre numerosi vantaggi fiscali alle multinazionali, su tutti una corporate tax al 12,5%.

Ecco la classifica dei Paesi che hanno attirato la maggior parte dei profitti delle multinazionali secondo i dati presenti nello studio:

IRLANDA TASSEIRLANDA TASSE

Irlanda                – 106 miliardi di dollari

Isole caraibiche – 97 miliardi di dollari

Singapore           – 70 miliardi di dollari

Svizzera              – 58 miliardi di dollari

Paesi Bassi         – 57 miliardi di dollari

Lussemburgo    – 47 miliardi di dollari

ISOLE CAYMAN jpegISOLE CAYMAN JPEG

Porto Rico         – 42 miliardi di dollari

Hong Kong        – 39 miliardi di dollari

Bermuda            – 24 miliardi di dollari

Belgio                 – 13 miliardi di dollari

Malta                  – 12 miliardi di dollari

evasione-fiscaleEVASIONE-FISCALE

Gli autori concludono che i Paesi ad alta tassazione stanno fallendo nel creare disincentivi al trasferimento di profitti verso i Paesi a tassazione più favorevole, concentrandosi invece sul recupero dei profitti prodotti in altri Paesi ad alta tassazione.

Di Battista: ‘Marcello Foa presidente della Rai mi sembra un sogno. Si è battuto contro le vere fake news’

silenziefalsita.it 27.7.18

Marcello-Foa-presidente-della-Rai

“Mi sembra un sogno: Marcello Foa Presidente della RAI”.

Lo scrive su Facebook Alessandro Di Battista, che aggiunge:

“Foa è un uomo con la schiena dritta, un giornalista mai servo che si è battuto con coraggio contro le fake news, quelle vere, non le fake delle fake molto spesso prodotte nelle redazioni dei giornali di De Benedetti”

“Foa – continua Di Battista – non deve niente a nessuno, solo a se stesso e alle sue capacità”.

E ancora: “Foa non risponderà alle forze politiche che l’hanno scelto, risponderà solo esclusivamente ai cittadini e sono convinto che farà un gran lavoro per restituirci un servizio pubblico di qualità, libero, indipendente e perché no, sovrano”.

“Perché la sovranità è una bella parola. In bocca al lupo,” conclude Di Battista.


 

Rivoluzione in RAI, Marcello Foa sarà presidente

politicamentescorretto.info 27.7.18

Non ci mancherà

di Savino Balzano – 27 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Muore Sergio Marchionne e tutto d’un tratto, mentre fiumi di carta stampata ne celebrano l’operato, ci si è dimenticati che la sua Fiat ha precarizzato, licenziato, stroncato il futuro a migliaia e migliaia di famiglie italiane.

Il nostro è davvero un paese strano, dove succedono cose incomprensibili e, per quanto uno si possa sforzare di dare un senso a quel che accade, spesso si perdono le davvero le speranze. È che alla fine a noi piace dividerci, azzannarci, berciarci vicendevolmente addosso, litigando un po’ su tutto. È anche un modo per avere qualcosa da scrivere su Facebook, tra un gattino e l’altro, tra il video di un tizio che prende un calcio sui coglioni e l’altro. I personaggi più curiosi, in questi casi, sono quelli che amano difendere le cause più assurde, quelle più disperate: pensate che ci sono ancora dei soggetti che rivendicano l’azione di governo di Matteo Renzi e la difendono dal presunto odio dell’orda ventremollista e populista italiana. Roba da centro di igiene mentale, nulla di più.

È la stessa cosa sta succedendo con Sergio Marchionne. Prima di tutto ci esimiamo dal premettere al nostro ragionamento frasi che sottolineino il rispetto per l’uomo e per il dolore personale. Non perché siamo insensibili, bensì semplicemente perché non ne avvertiamo la doverosità: ma dove sta scritto che uno prima di dire quel che pensa deve offrire una preventiva giustificazione etico-morale? La verità è che il nostro è un paese così ipocrita da arrivare persino a ritualismi di massa grotteschi e nauseanti: quasi che certe idee siano affette da una sorta di peccato originale e necessitino quindi di una qualche espiazione a monte. A meno che qualcuno possa dimostrare il contrario con elementi fattuali, la pietà per una persona che vive una tragedia privata è da considerarsi scontata e pertanto non abbiamo alcuna intenzione di mettere le mani avanti. E manco le condoglianze se è per questo: non lo conoscevamo personalmente e non conoscevamo la sua famiglia. Detto questo, torniamo alla stranezza del nostro paese e degli animali che lo abitano: andiamo avanti.

Foto di Archivio Perini

Ecco a voi il paradosso. Da un lato ci sono gli Agnelli (di nome e non di fatto), quelli che grazie a lui hanno guadagnato una vagonata di soldi, e lo hanno congedato dalla vita terrena prima di tutti gli altri. Una cosa surreale: quello ancora si aggrappava disperatamente alla vita, che già circolava nelle officine FCA una lettera con la quale si diceva che non sarebbe più tornato. Figuriamoci se vogliamo dare lezioni di morale o di stile, però francamente scrivere una cosa del genere mentre il soggetto in questione ancora rantolava in fase agonica in un letto di ospedale, in tutta franchezza, non pare proprio un atto cavalleresco. Dall’altro lato, ci sta il popolo che dalle scelte manageriali di Marchionne non ha guadagnato proprio nulla: nonostante FIAT sia stata inondata di denaro pubblico per salvaguardare posti di lavoro, nemmeno un attimo si è tentennato prima di scegliere di esternalizzare, delocalizzare e licenziare. Se la vogliamo vedere da un punto di vista strettamente e meschinamente economico: ci abbiamo rimesso un sacco di soldi e abbiamo anche perso la nazionalità di un’azienda che ha fatto la storia di Torino e dell’Italia. E, nonostante questo, il popolo si divide, si accora e accalora, e molti farebbero di Marchionne un santo da difendere contro il qualunquismo. E in mezzo, manco a parlarne, fiumi e fiumi di carta stampata che celebrano l’operato del manager illuminato e rivoluzionario: i soliti leccaculo.

Entrare nel merito delle strategie strettamente finanziarie di Marchionne ha senso fino a un certo punto, anche perché è morto il manager di una grande azienda straniera: FCA non è italiana e parlare delle sue vision e mission aziendali è solo un fatto di cultura e di scuola. Non c’è senso politico in questo o, perlomeno, non che ci riguardi da vicino: sarebbe come parlare delle scelte di Steve Jobs o di Bill Gates nelle loro multinazionali. Se proprio però dobbiamo, per quanto poco ce ne freghi, evidenzieremmo come Marchionne inizialmente sia stato abile a sanare i conti di Fiat, ma altrettanto scadente nel lasciare oggi FCA in una fase di spaventosa arretratezza tecnologica (si pensi soltanto al mercato delle auto elettriche). Appunto, però, ci appassiona il giusto.

Sergio Marchionne con Hansen Clarke, Pat Walsh, Tim Geithner e Bob King in visita all'impianto JNAP di Detroit

A noi interessa il resto: lo ha già fatto qualcun altro, ma pensiamo sia giusto ricordare la storia di Maria Baratto. Qualche articolo su di lei ancora si trova in rete, molti meno di quelli dedicati a Sergio Marchionne. Eppure la sua scomparsa non dovrebbe suscitare minor costernazione e dolore. Su internet ancora potete trovare un suo articolo, si intitola “Suicidi in fiat”, e denunciava il fatto che le opzioni di Marchionne, caratterizzate da fortissima precarizzazione del lavoro e delocalizzazione delle produzioni, stessero spingendo i lavoratori a scelte drammatiche e dolorosissime. Nel suo articolo, parlava dei suicidi tra i lavoratori della Fiat, motivati dalla più nera delle disperazioni. Poco tempo dopo aver scritto quel pezzo, Maria ha deciso di togliersi la vita e non lo ha fatto ingerendo una grossa dose di psicofarmaci: si è auto inferta diverse coltellate nello stomaco. Quanta disperazione deve animare il cuore di una persona, per spingere il suo braccio ad un gesto così forte e doloroso?

La Fiat di Marchionne ha precarizzato, ha licenziato, ha stroncato il futuro a migliaia e migliaia di famiglie di italiani: questa è la verità e le conseguenze di tali scelte sono state concretamente devastanti. È tutto documentato: andatevi a leggere il testo degli accordi di Pomigliano e di Mirafiori del 2010. Prevedevano la riduzione delle pause, in alcuni casi persino mancata retribuzione della malattia, il ricorso smisurato al lavoro straordinario, la gestione della pausa pranzo mirata alla rinuncia della stessa, la formazione aziendale imposta in periodi di cassa integrazione, il divieto implicito di azioni di protesta collettive e individuali contro l’accordo stesso, pena persino il licenziamento. Con quei testi si costringevano i lavoratori a rinunciare alla propria dignità in cambio della sopravvivenza e si minacciavano gli operai con lo spauracchio dei licenziamenti, affinché accettassero le imposizioni di un padrone tiranno. I sindacati erano tenuti a rinunciare ad azioni di rivendicazione e di lotta perché se avessero alzato la voce avrebbero immediatamente perso il diritto alle rappresentanze sindacali aziendali e a qualsiasi tipo di agibilità.

Veduta aerea dello stabilimento Fiat Mirafiori

Qualcuno non chinò la testa e si arrivò persino all’espulsione della Fiom dal tavolo delle relazioni industriali: i sindacalisti della CGIL non avevano diritto di indire assemblee, di allestire un locale sindacale, di affiggere i propri comunicati, di costituire un presidio sindacale in azienda, di partecipare a qualsiasi trattativa aziendale. La vicenda ha costituito un precedente di gravità incommensurabile di violazione delle libertà sindacali, se possibile persino aggravata dal fatto che la Fiom è il sindacato più rappresentativo del settore. Questo è il rispetto e questa è la considerazione che Marchionne aveva dei suoi operai e delle loro rappresentanze sindacali. Fu necessaria addirittura una sentenza della Corte Costituzionale, nel 2013, per consentire alla Fiom di tornare a fare sindacato presso FCA e anche questo la dice davvero lunga sulla gravità della violazione in atto in quegli anni. Ma se ciò non bastasse, è doveroso ricordare che FCA era l’azienda che licenziava due operai sindacalisti della Fiom e, nonostante un giudice avesse ordinato il loro reintegro in azienda, veniva presentata loro una lettera con la quale si era disposti a pagarne lo stipendio, ma non ad avvalersi delle prestazioni lavorative dovute. Tale era il disprezzo che veniva loro riservato.

Eppure in tanti, persino Presidenti degli Stati Uniti, si sono affannati a rendere omaggio a Marchionne e figuriamoci se potevano esimersi politici come Matteo Renzi, che alle sue idee si sono ispirati per realizzare abomini legislativi come il jobs act. E non sorprende che quello stesso Partito Democratico oggi proponga di emendare il Decreto Dignità, eliminando la parte che aumenta l’indennizzo in caso di licenziamento illegittimo: risponde alla medesima schifosissima politica. Come pure una mano sulla coscienza se la dovrebbero mettere tutti quei sindacati che invece le proposte di Marchionne le firmavano: in primis la Cisl e la Uil, che invece si affannano a diramare comunicati pregni di dolore per la scomparsa del loro Sergio, ma ci fermiamo qui: non meritano che si spendano sulle loro idee ulteriori parole da parte nostra.

Non è mai stato davvero solo, Sergio Marchionne, se non su quel letto. Però c’era da aspettarselo, dopotutto il poeta cantava:

cari fratelli dell’altra sponda, cantammo in coro giù sulla terra, amammo in cento l’identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra. Questo ricordo non vi consoli: quando si muore si muore soli. Questo ricordo non vi consoli: quando si muore si muore soli.

Compagnia, la spunta Anfossi

lo spiffero.com 27.7.18

Profumo non riesce a imporre Firpo e manda all’aria la procedura di selezione del segretario generale. Per effetto domino cadono tutte le altre candidature sponsorizzate e prevale la soluzione interna. Non una bella figura, diciamo

Dopo aver guardato per mesi a di fuori, la Compagnia di San Paolo ha trovato al suo interno il nuovo segretario generale. A prendere l’ambitissimo posto di Piero Gastaldosarà, infatti Alberto Anfossi, 40 anni, attuale direttore dello Sviluppo del territorio, uno dei gangli nevralgici della fondazione di corso Vittorio Emanuele. La decisione è stata assunta stamane dal Comitato di gestione della Compagnia, scompaginando previsioni e smentendo previsioni dell’inevitabile e lungo totonomine in cui sono stati dati, nelle ultime settimane, per favoriti altri nomi: quelli di Paolo Bertolino, direttore di Unioncamere Piemonte, di Massimo De Andreis, da anni direttore generale del Centro Studi per il Mezzogiorno (“ereditato” da Intesa Sanpaolo all’epoca dell’incorporazione del Banco di Napoli) e di Pietro Garibaldi, 50 anni, economista, direttore del Collegio Carlo Alberto. Oltre al favorito di Francesco Profumo, l’alto dirigente del Mise, Stefano Firpo, che fino all’ultimo ha tentato di imporre a costo di ingaggiare un estenuante braccio di ferro con le due donne del board: la vicepresidente Licia Mattioli e la consigliera Anna Maria Poggi.

Proprio la difficoltà a trovare una quadra tra le diverse istanze, più o meno emerse con decisione all’interno del comitato di gestione, avrebbero portato quest’ultimo alla scelta di Anfossi. Una ipotesi che, peraltro, aveva iniziato a farsi largo negli ultimi giorni. Laureato con lode in fisica, esperienze professionali nell’ambito della ricerca al Politecnico (di cui, va ricordato, Profumo è stato rettore), pubblicazioni a livello internazionale, poi il passaggio alla Compagnia. Cinque anni fa Anfossi lascia l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di cui è responsabile per la rete Scientific Officers e approda in corso Vittorio Emanuele per dirigere l’area found raising. Il suo non è tra i nomi che circolano quando, dopo l’annuncio di Gastaldo della sua conclusione del quindicennio alla segreteria generale, si apre lo scouting. Che, paradossalmente alla luce dell’esito finale, non guarda tra le figure di spicco della Compagnia, ma fuori di essa. Tanto da affidare a una società di cacciatori di teste, la Key2People, l’incarico di vagliare i candidati che hanno presentato i loro curricula.

Una selezione in più fasi, con successive scremature e, addirittura, un ulteriore esame per restringere la rosa da indicare al board. Un procedimento che sarebbe apparso logico nel caso non si fosse trovato in un precedente scouting la figura adeguata all’interno della fondazione e non viceversa come accaduto. Intanto Profumo, che nelle ultime settimane stringerà un asse con il ceo di Intesa SanpaoloCarlo Messina, rimane su Firpo e quando il nome sembra ormai sfumare il presidente pare disposto a ripiegare su De Andreis. I veti incrociati si fanno più forti nei giorni che preludono alla data delle nomina, posticipata ad oggi dopo un ennesimo nulla di fatto. E’ a quel punto che incominciano a girare con insistenza i nomi di due alti dirigenti della Compagnia: quello di Carla Patrizia Ferrari e quello dello stesso Anfossi.

Una soluzione, quella che oggi ha concluso una lunga e complicata vicenda, che al netto delle qualità del nuovo grand commis non vede uscire benissimo, diciamo, una tra le più importanti fondazioni ex bancarie a livello europeo. Oltre al già citato percorso per le selezione da cui sembra emergere una qualche confusione nella successione logica delle tappe, sono anche e soprattutto quei veti all’interno del comitato che finiranno per dare un’immagine di un board sfilacciato. Il che non giova affatto all’immagine della Compagnia. Così come non può non pesare il fatto che quella selezione e il bando precedente ha portato a mettere sul tavolo una grossa fetta dell’elite professionale ed accademica della città, vistasi poi messa del tutto in un angolo da chi ha preferito (o è stato costretto a fare) una scelta, facilmente operabile senza tutto quel che c’è stato e di cui resterà comunque il segno.

Non solo. Sembra certo che il nome di Anfossi, sia stato fatto ieri da Profumo a Sergio Chiamparino e Chiara Appendino. Una cortesia dovuta, ma il risultato non pare sia stato quello atteso: sia dal presidente della Regione, sia dalla sindaca sarebbe arrivato più di un’alzata di sopracciglio, non certo sulla persona, ma sulla procedura in sé. Tanto più, come fanno osservare fonti vicine a Palazzo Civico e piazza Castello, per la Compagnia si profila un futuro assai ravvicinato che la vedrà impegnata in passaggi importanti. Uno riguarderà il peso all’interno della banca che il prossimo anno dovrà decidere se riconfermare alla presidenza Gian Maria Gros-Pietro oppure scegliere un suo successore. L’altro passaggio sarà quello del polo assicurativo di Intesa Sanpaolo. Non meno rilevante, la successione a Giuseppe Guzzetti nella guida di Acri. Tra i papabili alla presidenza dell’associazione della fondazioni ex bancarie e delle casse di risparmio c’è proprio Profumo. Ma la conduzione della partita e l’esito finale per dare un nuovo segretario generale alla Compagnia difficilmente potrà essere per lui un atout.

Intesa Sanpaolo, la nomina in Compagnia e il profumo di Quaglia nell’Acri di Guzzetti

 startmag.it 27.7.18

Intesa San Paolo

Fatti, nomi, indiscrezioni e scenari sulla successione all’Acri a latere di una nomina di peso in Compagnia di San Paolo azionista di Intesa Sanpaolo

Alberto Anfossi è il nuovo segretario della Compagnia di San Paolo, fondazione-perno di Intesa Sanpaolo. Lo ha nominato oggi all’unanimità il comitato di gestione della fondazione presieduto da Francesco Profumo

Compagnia di San Paolo è il maggior socio con il 7,1% delle azioni della banca guidata dall’amministratore delegato, Carlo Messina.

Chi è Anfossi? Quarant’anni, laureato con lode in Fisica all’Università di Torino e dottore di ricerca al Politecnico di Torino, nel 2018 viene selezionato in Compagnia di San Paolo per il ruolo di Direttore Sviluppo del Territorio con la responsabilità di coordinare le diverse unità per rendere operativo il piano strategico 2017-2020.

Un interno alla fondazione, dunque, ha sconfitto un esterno come Stefano Firpo, il candidato su cui Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, aveva da tempo mobilitato il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo, per la successione di Pietro Gastaldo, storico segretario generale della Compagnia torinese.

Firpo, economista torinese, specializzazione alla Lse, poi in Intesa Sanpaolo quando era capitanata da Corrado Passera – che portò Firpo al ministero dello Sviluppo economico, dove ora è direttore generale per la politica industriale – era dunque il candidato gradito a Profumo e Guzzetti

Ma nonostante il cognome di peso, le relazioni ad ampio spettro e gli apprezzamenti multipartisan, il nome di Firpo non è andato in porto ai vertici della fondazione torinese. Perché?

Il piano di Guzzetti e Profumo si è scontrato nella Compagnia soprattutto contro il muro costruito – secondo le indiscrezioni bancarie – da due esponenti del comitato di gestione della Compagnia: Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria con delega all’internazionalizzazione e presidente dell’Unione degli industriali di Torino, e Annamaria Poggi, docente di Diritto costituzionale all’università di Torino.

Ma il piano di Guzzetti non realizzato da Profumo potrebbe segnare un addio ai sogni di gloria di presidenza dell’Acri per Profumo, si mormora in ambienti delle fondazioni: Guzzetti, al vertice dell’Acri dal 2000, è stato rieletto nel giugno 2016 per un altro triennio.

Fabrizio Palenzona, già vicepresidente di Unicredit, ex presidente degli Aeroporti di Roma e ora neo presidente di Conftrasporto oltre che presidente di Aiscat, l’associazione che riunisce le concessionarie autostradali, ha un’idea: Giovanni Quaglia, presidente della fondazione torinese Crt.

Un’idea non solo di Palenzona, ora. C’è infatti chi ha notato come il 23 luglio, a Torino,Guzzetti ha presentato il libro scritto di recente da Quaglia “La forza della società”. Tema? L’attualità del Codice di Camaldoli. Una passione anche di Guzzetti, ex dc come Quaglia e Palenzona. Tanto che il numero uno di Cariplo e Acri ha scritto la prefazione al saggio di Quaglia.

Dunque Quaglia è entrato nei cuori di Guzzetti prendendo il posto di Profumo per i piani alti dell’associazione delle fondazioni? Si vedrà.

Di sicuro l’eventuale elezione di Quaglia alla presidenza dell’Acri l’anno prossimo segnerebbe due novità di fondo. Da un lato lo spostamento del baricentro dell’Acri da Milano e dalla Lombardia a Torino e al Piemonte. Dall’altro si delineerebbe una prospettiva non più solo solo “bancaria”: da tempo la Cassa di risparmio di Torino, oltre a una partecipazione in Unicredit meno rilevante del passato, è azionista con oltre il 5% di Atlantia, il gruppo che fa capo ai Benetton, da sempre in ottimi rapporti con Palenzona.

Da Marchionne alla schizofrenia del pensiero unico

politicamentescorretto.info 27.7.18

di Francesco Marotta –

Poche righe, per dire che basta e avanza, la pazzia della sinistra con le sue manifestazioni di delirio schizofrenico. Altrettante, per dire che basta e avanza, l’idolatria liberale dei gagà di casa nostra e l’immedesimazione nei tycoons.L’attacco a Marchionne è un colpo basso da sciacalli del dolore? Ho letto il titolo e l’articolo de Il Manifesto. La foto non è il quadretto macabro degli anni di piombo, il testo è condivisibile ma, se è vero che un coccodrillo di quel tipo lo si scrive tempo prima, pubblicarlo in anticipo, è una scelta discutibile.

Ma alla sinistra come alla destra economica, interessa solo il volto dell’esecutore, molto bravo nel suo lavoro, e mai quelli di chi gli diceva cosa doveva fare. Dei disastri, dei successi “italiani” e dell’allegoria del Made in Italy nel mondo, è sempre meglio metterli su un piedistallo. Vero? Intanto, pare che la Fiat cederà in Italia ai cinesi o ai giapponesi. Intanto, in attesa che ciò si concretizzi e altro ancora, vi rifilano un calciatore che è il manager di sé stesso e anche lui è a fine corsa.

Intanto, l’altra distrazione molto più pericolosa, l’odio che trasuda per le richieste di Sovranità dei popoli che investe l’Europa, assume le sembianze di una bestia che si nascondeva dietro la bontà e l’accoglienza. Negli ultimi mesi lo stillicidio è incessante. Ma i gendarmi dell’ideologia dei diritti umani, del progressismo incartapecorito, cedono allo sconforto. Lo stesso dei tycoons, all’arancino di casa nostra.

La narrazione dei fatti e quello che accade, li sbugiarda in continuazione. E come da copione, la fanno fuori dal vaso della realtà virtuale che pre-confezionano, indistintamente: ebbene si, nella follia, sono diventati più razzisti di un suprematista dell’Illinois. Da Saviano alla Boldrini contro Salvini, dagli J.R. al botulino a quelli bacchettoni che si sollazzano a fare i millionaires da tastiera, pensando di giocare al tiro al piccione, ma che immancabilmente gli si ritorce contro.

La schizofrenia è una cosa seria. Ed è evidente che nell’accorgersi che tutto gli sta andando male, dal fallimento della società multiculturale, alle critiche nascenti alla società di mercato, dal ritorno del localismo, alla presa di coscienza di cosa sia l’identità dei popoli, li ha resi un fenomeno patologico.
La realtà sovrasta le aspirazioni.
La realtà li ha confinati ad essere i giullari in un castello di sabbia che si è già sgretolato, perché poggia le sue basi in acqua. Sono in attesa della prossima notizia da spettacolarizzare ? Si accomodino, al ridicolo non c’è mai fine.

Fonte: Francesco Marotta

Da Controinformazione

MAI PIU’ INGERIRO’ QUESTO FARMACO (QUANTE COSE CI VENGONO NASCOSTE) LEGGETE E CONDIVIDETE

politicamentescorretto.info 27.6.18

Qualche settimana fa aveva fatto scalpore la notizia di una scuola di Martellago, in provincia di Venezia, dove alcuni studenti dell’Istituto Matteotti erano stati colti in flagranza a “sniffare” l’Oki. Ma non si tratta di un episodio isolato, perché nella vicina scuola media ragazzini poco più che 12enni hanno confermato questa “moda”. Anche dalla Puglia arrivano conferme, con segnalazioni da parte di genitori, che hanno scoperto che le bustine di antidolorifico custodite in casa erano sparite. “Anche nella provincia di Milano questa nuova tendenza è diffusissima: solo un anno fa, quando ne parlavo coi ragazzi delle scuole dove faccio prevenzione, mi sentivo rispondere che ne avevano sentito solo accennare. Ora, invece, mi confermano di conoscere molto bene questa nuova frontiera dello “sniffo”, con cenni di consenso” racconta ancora Comi.

Eppure l’Oki non è l’unica “droga da strada” a cui ormai fanno ricorso i ragazzi per procurarsi lo “sballo”. Enrico Comi, 47 anni, padre di tre figli, lascia infatti intendere che di “polvere bianca” da inalare ne esiste anche altra, a portata di mano, anche in casa dei genitori. Ma i ragazzi sono consapevoli dei rischi che corrono?

No, per niente. Sono invece convinti di poter smettere in qualsiasi momento. Quando però chiedo loro se conoscono qualcuno che ha smesso, rimangono spiazzati.

Pensa che questa nuova “moda” sia l’anticamera dell’uso di droghe vere e proprie?

Non proprio, nel senso che ormai i ragazzi si accontentano di qualsiasi cosa trovino in circolazione: se trovano la marijuana fumano quella, se c’è cocaina a disposizione ne assumono, altrimenti si accontentano delle bustine di Oki. Non esiste più una droga prevalente, si adattano a qualunque sostanza sia reperibile e si abituano a un po’ di tutto.

L’importante è trovare un po’ di “sballo”?

Sì e proprio questo è l’aspetto più preoccupante: i ragazzi si stanno abituando (e in alcuni casi si sono già abituati) a vivere usando qualcosa per avere delle emozioni, che altrimenti non sono in grado di provare. E questo nonostante lo “sballo” provocato, ad esempio, dall’Oki sia relativo: gli studenti mi raccontano che dura poco, dà un po’ di ebrezza, ma niente di più.

Eppure gli effetti collaterali possono essere anche molto gravi, dalle irritazioni alla mucosa ai disturbi gastrici, ecc. Si tratta comunque di una “moda” importata dall’estero, dagli Usa?

Sì, i primi casi sono stati segnalati lì e, tramite internet, è stato facile fare lo stesso anche qui.

Comi, dopo un passato da tossicodipendente e la riabilitazione in comunità, è riuscito a cambiare vita. Di sé dice di “aver riaconquistato la capacità di amare se stesso” e “la volontà di amare gli altrie la vita”. E’ padre di tre figli e co-autore dell’opera teatrale StupeFatto, premiata nel 2013 dal Presidente della Repubblica con la medaglia per l’impegno civile e sociale . Nel 2008 è stato nominato ambasciatore di Pace dalla Universal Peace Federation e nel 2006 ha ricevuto il premio della Fundation for Grug Free Europe di Bruxelles.

Cosa dice ai suoi tre figli e ai ragazzi che incontra quotidianamente?

Ai ragazzi parlo dei rischi per la salute, con un taglio scientifico, ma cerco anche e soprattutto di stimolarli e di farli ragionare.

Cosa ne pensa della liberalizzazione della marijuana?

Molti ritengono che si possa smettere di “farsi le canne” quando si vuole, ma non è così. Non sono contrario alla legalizzazione in se stessa, ma penso che ci siano dei forti interessi che spingono in questa direzione. La quantità ad uso personale già consentita oggi non è affatto bassa, al contrario è importante. Vede, se viene approvato l’uso di cannabis a livello terapeutico, è poi più semplice approvarne anche l’uso ricreativo. In quasi tutti i Paesi dove è consentito l’uso terapeutico, si è poi arrivati alla legalizzazione anche ad uso personale. Penso che ci sia una strategia ben precisa da parte di qualcuno che ha forti interessi a che ciò avvenga.

fonte http://www.panorama.it

via Il Giornale della Sera

Leggete a chi vanno i miliardi della Bce. E vomitate!

Politicamente scorretto.info 27.6.18

Mi prenderei a sberle. Avevo un documento agghiacciante in scrivania e non l’ho aperto per mesi. Dentro c’è la verità su chi Mario Draghi sta veramente finanziando coi miliardi del Quantitative Easing (Qe) mentre storce il naso se Roma chiede 20 euro per gli abruzzesi in ipotermia, sfollati da mesi, con morti in casa e la vita devastata, o per mettere 11 euro in più nel Job Act infame di Renzi e Poletti. Quando io gridavo a La7 “Criminali!” contro gli eurocrati, l’autore del programma, Alessandro Montanari, mi si avvinghiava alla giacca dietro le quinte e mi rampognava fino alla diarrea. Quel genio di Oliviero Beha mi rampognò in diretta, è in video. Ma voi leggete sotto, mentre pensate ai sofferenti d’Italia. Bacinella del vomito a portata di mano, raccomando. Il pdf in questione mi arrivò a fine ottobre via mail da Amsterdam, fonte autorevole oltre ogni dubbio. M’ingannò, porcaputtana, il subject mail che era “Draghi finanzia il Climate Change”. Pensai, ok, ci arrivo, un attimo, c’è la Siria, Trump, il referendum… Ma dentro quel pdf c’era ben di peggio. Ora alcuni fatti spiegati alla nonna per capire il resto dell’incubo Ue.

La Banca Centrale Europea crea tutti gli euro che esistono. E’ una specie di governo di questa Ue. Dopo appena 13 anni la moneta unica aveva letteralmente fatto a pezzi ogni singolo paese dell’Eurozona, Germania inclusa (diedi i dati in Tv 3.000 volte). Tutto il mondo finanziario extra europeo sapeva (e sa) che l’euro è fallito. A quel punto l’unico modo perché l’unione monetaria non crollasse in una catastrofe economica da libri di storia era se il creatore dell’euro, la Bce, si metteva a comprare una gran massa dei beni finanziari emessi dagli Stati-euro che ormai erano visti come semi-spazzatura dal mondo. Questo per artificialmente tenerne i prezzi e gli interessi a un livello di decenza. Draghi con la Bce lo fece: l’operazione si chiama Quantitative Easing (Qe). Ma non bastò, anzi, le cose andarono anche peggio per motivi che già scrissi 3 milioni di volte. Il problema era che anche le aziende private nell’Eurozona andavano da vomitare.

Dovete sapere che anche le aziende emettono beni finanziari, cioè titoli. E allora Draghi alla disperazione si presentò l’anno scorso a giugno e annunciò un altro Qe, però questa volta per le aziende, col nome di Cspp. E si mise a comprare miliardi in titoli di aziende per puntellarle anche se semidecomposte. Dovete capire che un’azienda ha in pratica due modi di finanziarsi con prestiti: chiedere in banca o emettere titoli. E Draghi annuncia che ora la Bce gli compra i titoli. Ok. Uno dice: be’, se serve a salvare il mobilificio di Ancona con 80 operai, perché no? La risposta è tragica e ci apre sulle porte dell’infamia della Bce. Le piccole aziende non possono emettere titoli, sono condannate alla gogna del prestito da banche, fine. Infatti la Bce di Draghi precisò che avrebbe acquistato titoli di aziende “corporate”. Che significa? Che avrebbe comprato i titoli dei cani grossi, come Telecom, o Vw. Ops! Ma per noi italiani già questa è una sciagura, perché da noi le piccole medie aziende sono il 98% delle imprese e creano il 78% della ricchezza dell’Italia. Sfiga. Crepate. Titoli Benetton? Certo che li compriamo, dice Draghi.

E allora uno apre il pdf che mi arrivò a fine ottobre per mail, e scopre, transazioni bancarie alla mano, a chi stanno andando i 125 miliardi che Draghi ha programmato di sborsare per ‘puntellare’ le aziende. E uno vomita. Petrolieri, mega imprese di servizi, industrie di armi, auto di stralusso, nucleare, colossi delle privatizzazioni, giganti dal fashion o del farmaco, persino casinò e produttori di champagne. Centoventicinque miliardi di regali a ’sti tizi. Operaio, commessa, crepate in Liguria, Marche, Puglia… L’ipotermico di Teramo? Ma scherziamo? Mille eurooooo? Ma cosa pretende? Palate di miliardi di euro invece a Shell, Eni, Repsol, Total, una trentina di aziende spagnole di servizi del gas, produttori di centrali nucleari come Teollisuuden, come Siemens, e Urenco. Poi gli Agnelli con la finanziaria Fiat Exor (Ferrari), Renault, Mercedes, Vw. Poi criminali di guerra come Thales, che hanno venduto armi in Africa sulla puzza di milioni di cadaveri. Poi i nemici giurati dell’acqua pubblica, cioè i colossi francesi Vivendi e Suèz. E ancora i super-colossi: Solvay, Nestlé, Coca Cola, Unilever, Novartis, Michelin, Ryanair, Luis Vuitton, Danone, assicurazioni Allianz, Deutsche Telekom, Bayer, Telefonica, Moët & Chandon, e il mostro delle scommesse Novomatic…

Soldiiiiiiiiiiiiii yes! La Bce fa proprio l’interesse del pubblico, con qualcosa come 17.900 piccole medie aziende europee che sono il cuore dell’impiego in Ue totalmente fuori dal festino. Ecco cosa dovete rispondere a chi vi rampogna “Ci vuole più Europa”. Basterebbe questo articolo per tagliargli la gola, a ’sti assassini. In Italia ’sta porcata vede fiumi di soldi versati in prima fila ai super big dell’energia, ma nessuno becca palate di liquidi come l’Eni; seguono Snam, Enel, Terna, Hera, e altri minori. Poi: Atlantia (Mediobanca, Goldman Sachs, BlackRock e Cassa Risp. Torino), le Generali, Telecom Italia, Luxottica, e i soliti Agnelli con Exor. E tu che cazzo vuoi? Tu chi sei, cittadino? Chi sei, sfigato piccolo imprenditore? Chi siamo noi, eh?, da quando Jaques Attali, uno dei padri della Bce, ci definì «la plebaglia europea»? Eccovi una notizia. Anche se, mi si perdoni, non sono immani tragedie come i 104 indagati del Pd di Travaglio-Gomez, la Raggi e la Cgil che fa i ruttini sul Job Act. Good luck Italians, good luck piccoli imprenditori e dipendenti che mai avete capito un cazzo.

(Paolo Barnard, “A chi vanno i miliardi della Bce – zitta centrItalia, crepa”, dal blog di Barnard)