Non ci mancherà

di Savino Balzano – 27 luglio 2018 lintellettualedissidente.it

Muore Sergio Marchionne e tutto d’un tratto, mentre fiumi di carta stampata ne celebrano l’operato, ci si è dimenticati che la sua Fiat ha precarizzato, licenziato, stroncato il futuro a migliaia e migliaia di famiglie italiane.

Il nostro è davvero un paese strano, dove succedono cose incomprensibili e, per quanto uno si possa sforzare di dare un senso a quel che accade, spesso si perdono le davvero le speranze. È che alla fine a noi piace dividerci, azzannarci, berciarci vicendevolmente addosso, litigando un po’ su tutto. È anche un modo per avere qualcosa da scrivere su Facebook, tra un gattino e l’altro, tra il video di un tizio che prende un calcio sui coglioni e l’altro. I personaggi più curiosi, in questi casi, sono quelli che amano difendere le cause più assurde, quelle più disperate: pensate che ci sono ancora dei soggetti che rivendicano l’azione di governo di Matteo Renzi e la difendono dal presunto odio dell’orda ventremollista e populista italiana. Roba da centro di igiene mentale, nulla di più.

È la stessa cosa sta succedendo con Sergio Marchionne. Prima di tutto ci esimiamo dal premettere al nostro ragionamento frasi che sottolineino il rispetto per l’uomo e per il dolore personale. Non perché siamo insensibili, bensì semplicemente perché non ne avvertiamo la doverosità: ma dove sta scritto che uno prima di dire quel che pensa deve offrire una preventiva giustificazione etico-morale? La verità è che il nostro è un paese così ipocrita da arrivare persino a ritualismi di massa grotteschi e nauseanti: quasi che certe idee siano affette da una sorta di peccato originale e necessitino quindi di una qualche espiazione a monte. A meno che qualcuno possa dimostrare il contrario con elementi fattuali, la pietà per una persona che vive una tragedia privata è da considerarsi scontata e pertanto non abbiamo alcuna intenzione di mettere le mani avanti. E manco le condoglianze se è per questo: non lo conoscevamo personalmente e non conoscevamo la sua famiglia. Detto questo, torniamo alla stranezza del nostro paese e degli animali che lo abitano: andiamo avanti.

Foto di Archivio Perini

Ecco a voi il paradosso. Da un lato ci sono gli Agnelli (di nome e non di fatto), quelli che grazie a lui hanno guadagnato una vagonata di soldi, e lo hanno congedato dalla vita terrena prima di tutti gli altri. Una cosa surreale: quello ancora si aggrappava disperatamente alla vita, che già circolava nelle officine FCA una lettera con la quale si diceva che non sarebbe più tornato. Figuriamoci se vogliamo dare lezioni di morale o di stile, però francamente scrivere una cosa del genere mentre il soggetto in questione ancora rantolava in fase agonica in un letto di ospedale, in tutta franchezza, non pare proprio un atto cavalleresco. Dall’altro lato, ci sta il popolo che dalle scelte manageriali di Marchionne non ha guadagnato proprio nulla: nonostante FIAT sia stata inondata di denaro pubblico per salvaguardare posti di lavoro, nemmeno un attimo si è tentennato prima di scegliere di esternalizzare, delocalizzare e licenziare. Se la vogliamo vedere da un punto di vista strettamente e meschinamente economico: ci abbiamo rimesso un sacco di soldi e abbiamo anche perso la nazionalità di un’azienda che ha fatto la storia di Torino e dell’Italia. E, nonostante questo, il popolo si divide, si accora e accalora, e molti farebbero di Marchionne un santo da difendere contro il qualunquismo. E in mezzo, manco a parlarne, fiumi e fiumi di carta stampata che celebrano l’operato del manager illuminato e rivoluzionario: i soliti leccaculo.

Entrare nel merito delle strategie strettamente finanziarie di Marchionne ha senso fino a un certo punto, anche perché è morto il manager di una grande azienda straniera: FCA non è italiana e parlare delle sue vision e mission aziendali è solo un fatto di cultura e di scuola. Non c’è senso politico in questo o, perlomeno, non che ci riguardi da vicino: sarebbe come parlare delle scelte di Steve Jobs o di Bill Gates nelle loro multinazionali. Se proprio però dobbiamo, per quanto poco ce ne freghi, evidenzieremmo come Marchionne inizialmente sia stato abile a sanare i conti di Fiat, ma altrettanto scadente nel lasciare oggi FCA in una fase di spaventosa arretratezza tecnologica (si pensi soltanto al mercato delle auto elettriche). Appunto, però, ci appassiona il giusto.

Sergio Marchionne con Hansen Clarke, Pat Walsh, Tim Geithner e Bob King in visita all'impianto JNAP di Detroit

A noi interessa il resto: lo ha già fatto qualcun altro, ma pensiamo sia giusto ricordare la storia di Maria Baratto. Qualche articolo su di lei ancora si trova in rete, molti meno di quelli dedicati a Sergio Marchionne. Eppure la sua scomparsa non dovrebbe suscitare minor costernazione e dolore. Su internet ancora potete trovare un suo articolo, si intitola “Suicidi in fiat”, e denunciava il fatto che le opzioni di Marchionne, caratterizzate da fortissima precarizzazione del lavoro e delocalizzazione delle produzioni, stessero spingendo i lavoratori a scelte drammatiche e dolorosissime. Nel suo articolo, parlava dei suicidi tra i lavoratori della Fiat, motivati dalla più nera delle disperazioni. Poco tempo dopo aver scritto quel pezzo, Maria ha deciso di togliersi la vita e non lo ha fatto ingerendo una grossa dose di psicofarmaci: si è auto inferta diverse coltellate nello stomaco. Quanta disperazione deve animare il cuore di una persona, per spingere il suo braccio ad un gesto così forte e doloroso?

La Fiat di Marchionne ha precarizzato, ha licenziato, ha stroncato il futuro a migliaia e migliaia di famiglie di italiani: questa è la verità e le conseguenze di tali scelte sono state concretamente devastanti. È tutto documentato: andatevi a leggere il testo degli accordi di Pomigliano e di Mirafiori del 2010. Prevedevano la riduzione delle pause, in alcuni casi persino mancata retribuzione della malattia, il ricorso smisurato al lavoro straordinario, la gestione della pausa pranzo mirata alla rinuncia della stessa, la formazione aziendale imposta in periodi di cassa integrazione, il divieto implicito di azioni di protesta collettive e individuali contro l’accordo stesso, pena persino il licenziamento. Con quei testi si costringevano i lavoratori a rinunciare alla propria dignità in cambio della sopravvivenza e si minacciavano gli operai con lo spauracchio dei licenziamenti, affinché accettassero le imposizioni di un padrone tiranno. I sindacati erano tenuti a rinunciare ad azioni di rivendicazione e di lotta perché se avessero alzato la voce avrebbero immediatamente perso il diritto alle rappresentanze sindacali aziendali e a qualsiasi tipo di agibilità.

Veduta aerea dello stabilimento Fiat Mirafiori

Qualcuno non chinò la testa e si arrivò persino all’espulsione della Fiom dal tavolo delle relazioni industriali: i sindacalisti della CGIL non avevano diritto di indire assemblee, di allestire un locale sindacale, di affiggere i propri comunicati, di costituire un presidio sindacale in azienda, di partecipare a qualsiasi trattativa aziendale. La vicenda ha costituito un precedente di gravità incommensurabile di violazione delle libertà sindacali, se possibile persino aggravata dal fatto che la Fiom è il sindacato più rappresentativo del settore. Questo è il rispetto e questa è la considerazione che Marchionne aveva dei suoi operai e delle loro rappresentanze sindacali. Fu necessaria addirittura una sentenza della Corte Costituzionale, nel 2013, per consentire alla Fiom di tornare a fare sindacato presso FCA e anche questo la dice davvero lunga sulla gravità della violazione in atto in quegli anni. Ma se ciò non bastasse, è doveroso ricordare che FCA era l’azienda che licenziava due operai sindacalisti della Fiom e, nonostante un giudice avesse ordinato il loro reintegro in azienda, veniva presentata loro una lettera con la quale si era disposti a pagarne lo stipendio, ma non ad avvalersi delle prestazioni lavorative dovute. Tale era il disprezzo che veniva loro riservato.

Eppure in tanti, persino Presidenti degli Stati Uniti, si sono affannati a rendere omaggio a Marchionne e figuriamoci se potevano esimersi politici come Matteo Renzi, che alle sue idee si sono ispirati per realizzare abomini legislativi come il jobs act. E non sorprende che quello stesso Partito Democratico oggi proponga di emendare il Decreto Dignità, eliminando la parte che aumenta l’indennizzo in caso di licenziamento illegittimo: risponde alla medesima schifosissima politica. Come pure una mano sulla coscienza se la dovrebbero mettere tutti quei sindacati che invece le proposte di Marchionne le firmavano: in primis la Cisl e la Uil, che invece si affannano a diramare comunicati pregni di dolore per la scomparsa del loro Sergio, ma ci fermiamo qui: non meritano che si spendano sulle loro idee ulteriori parole da parte nostra.

Non è mai stato davvero solo, Sergio Marchionne, se non su quel letto. Però c’era da aspettarselo, dopotutto il poeta cantava:

cari fratelli dell’altra sponda, cantammo in coro giù sulla terra, amammo in cento l’identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra. Questo ricordo non vi consoli: quando si muore si muore soli. Questo ricordo non vi consoli: quando si muore si muore soli.